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Campo profughi di Lipa, la dignità calpestata con i nostri soldi

L’importante è che non si veda. Accade nel Mediterraneo, dove qualsiasi testimone è un ospite indesiderato per la cosiddetta Guardia costiera libica che deve avere campo libero per respingere e riportare i disperati nelle illegittime prigioni finanziate dall’Europa, e accade anche sull’altopiano nella municipalità di Bihać, in Bosnia Erxegovina dove si tange il confine con la Croazia. Qui sorge il “nuovo” campo di Lipa a cui ha dedicato un dossier la rete RiVolti ai Balcani (composta da diverse realtà tra cui Amnesty International e la rivista Altreconomia) dal titolo “Lipa, il campo dove fallisce l’Europa”.

Qui si legge, ancora una volta, il fallimento di una Europa che utilizza tecnologia di controllo ampiamente finanziate dall’Ue volte a «creare deterrenza, respingere, disincentivare il passaggio, confinare. Droni, aerei, telecamere termiche, scanner dei volti, muri di cinta attorno ai campi […], filo spinato, non solo lungo i confini ma anche come forma di monitoraggio nei nuovi campi, inaugurati nelle isole greche dell’Egeo di Samos, Kos e Leros, che presto diventeranno modello da esportare dentro e fuori l’Ue». Il modello dei campi di confinamento «dove rinchiudere le persone sospendendone vite e diritti» sembra la risposta principale dell’Europa nell’ottica del contenimento dei flussi migratori, in barba al principio di non respingimento sancito dalla Convenzione di Ginevra e del divieto di tortura di cui all’art. 3 della Convenzione europea dei diritti umani.

«La medesima pratica dei respingimenti illegali -si legge nel report- è continuata al confine croato-bosniaco nonostante la denuncia del Comitato europeo per la prevenzione della tortura presso il Consiglio d’Europa, le inchieste giornalistiche e la recente sentenza della Corte europea per i diritti umani che ha condannato la Croazia per la morte di Madina Hussiny, vittima di un respingimento insieme al resto della sua famiglia effettuato dalla polizia croata nel 2017». Si tratta di persone che non cercano protezione in Bosnia ed Erzegovina, ma cercano di arrivare in altri Paesi europei. Del resto in tutto il 2021 solo 3 persone hanno ottenuto in territorio bosniaco lo status di rifugiato. Il Temporary reception Centre (Trc) di Lipa (che sostituisce il vecchio distrutto da un incendio) può ospitare 1.500 persone suddivise tra 1.000 posti dedicati a uomini singoli, 300 posti per persone appartenenti a nuclei familiari, 200 posti per minori non accompagnati.

Al 6 dicembre 2021 le persone dislocate all’interno erano 3821. Si tratta di un centro finanziato con soldi Ue al 50 per cento, poi Austria e Germania con un 20 percento a testa, la Svizzera e anche l’Italia, con 1,5 milioni di euro. Numeri e fatti che, scrivono gli autori, «si inquadrano nel crollo generale del sistema giuridico europeo di tutela dei diritti umani». «Il centro che si vuole “temporaneo” è in realtà un luogo di confinamento dove la dignità umana è calpestata», si legge nel rapporto. Non è una situazione “temporanea” e nemmeno “eccezionale”: è la precisa scelta europea nel continuo appalto dei confini. Pagato anche da noi.

L’articolo Campo profughi di Lipa, la dignità calpestata con i nostri soldi proviene da Il Riformista.

Fonte

Ne siamo usciti feroci

Lo chiamano tutti “Mauro da Mantova” perché trovare un nome d’arte, con la città di provenienza come i soldati della disfida di Barletta, è un ulteriore modo per gigioneggiare con i no vax da spendere come fantomatici personaggi da avanspettacolo per qualche punto di share.

Così Mauro Buratti, 61enne carrozziere di Curtatone, ha avuto il privilegio di diventare un personaggio “famoso”, di quella popolarità che costa l’essere ogni giorno più cretini per autopreservarsi come ospite e ogni giorno, come chiedeva il copione, ne sparava una sempre più grossa. Ospite della trasmissione La Zanzara su Radio24 (condotta da Cruciani e Parenzo che usavano Buratti come foca da ammaestrare con il pallone al naso) “Mauro da Mantova” ha interpretato tutta la letteratura dei complottisti peggiori, quelli per cui il virus non esiste e quella dei poteri forti e tutta quell’orribile serie di cretinate. Accortosi che fare gli scemi funziona Buratti si è perfino vantato di essere andato in giro per la sua città a infettare gli altri. Mentre i conduttori e gli ascoltatori si divertivano un mondo e gli inserzionisti si fregavano le mani per lo share che “Mauro da Mantova” contribuiva a collezionare.

Poi Buratti si è ammalato. Già quando sono uscite le prime notizie del suo ricovero la rete si è riempita di commenti furiosi e disumani, speranzosi di una morte del terribile “no vax” secondo il mortifero criterio del “punirne uno per educarne cento”. Nella guerra fratricida tra opposte fazioni ormai vige un “mors tua vita mea” che fa schifo da entrambe le parti, come se avessimo sdoganato l’augurio di morte come unica soluzione per la salute pubblica. Lo so, è qualcosa di inumano e schifoso ma è normale che giocando sempre al ribasso alla fine si arrivi a toccare il fondo. In più c’è un problema: toccare il fondo funziona, vende, fa vendere. In entrambi i sensi. I tifosi si infervorano e ognuno può sognare di diventare influencer della propria fazione.

I medici dell’ospedale di Borgo Trento avevano confermato la gravità delle condizioni dell’ex carrozziere lo scorso 11 dicembre, al Corriere della Sera: «Lo dovevamo intubare prima ma per un’intera giornata si è opposto con caparbietà: solo quando le cose sono peggiorate ha cambiato idea». Perfino la “caparbietà” nel cretinismo diventa una virtù.

“Mauro da Mantova” è morto e qualcuno è riuscito addirittura a esultare, senza accorgersi di essere un estremista esattamente come lui. Ma la ferocia peggiore si legge nel finto lutto di chi il personaggio di Mauro l’ha allevato e l’ha fomentato per qualche spettatore in più. Il conduttore Giuseppe Cruciani lo ricorda con una lettera aperta (che torna utile per riempire un’altra puntata) in cui scrive «eri felice quando qualcuno ti riconosceva per strada e ti chiedeva un selfie». È la realizzazione del presagio di Andy Warhol quando diceva che tutti avrebbero avuto i propri 15 minuti di celebrità. Solo che la morte di Mauro ci dice almeno due cose: che essere celebri in tempi di pandemia può costare in termini di disinformazione e che quella celebrità conquistata mostrando la parte peggiore di sé finisce per innescare la parte peggiore anche degli altri.

E la felicità di chi vede realizzarsi la morte di un no vax è lo schifoso ingrediente finale.

Buon mercoledì.

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Ma quali tecnici, la decisione di ridurre le tasse ai più ricchi è una chiara scelta politica

Ora lo dice anche l’Ufficio Parlamentare di Bilancio: la riforma fiscale porterà a una riduzione media del prelievo per 27,8 milioni di contribuenti pari a 264 euro l’anno. Ma sarà maggiore per i redditi medio alti (quelli tra 42 e 54mila euro): 765 euro. Il 20% delle famiglie più povere è sostanzialmente escluso dai benefici per effetto dell’incapienza fiscale. 

Un documento che attestasse ciò che dicevano già tutte le proiezioni serviva solo a chi insiste nel considerare la politica una fede, a chi considera il proprio presidente del Consiglio un demiurgo e a chi è abituato a fingersi competente comodamente cullato dalla distrazione generale.

Lo scorso 22 dicembre il presidente del Consiglio Mario Draghi in conferenza stampa, rispondendo a un giornalista de Il Fatto Quotidiano proprio sull’iniquità della riforma fiscale, ha seraficamente risposto che quell’illazione fosse «falsa» (testuale) spigando che «in termini percentuali, i maggiori benefici si concentrano sui lavoratori con 15mila euro di reddito».

Mario Draghi ha detto il falso. E l’ha detto confidando sulla confusione che si crea nella somma dei risparmi Irpef con quelli legati alla decontribuzione una tantum ma anche in questo caso l’Ufficio Parlamentare del Bilancio (si badi bene, mica un giornale ritenuto “ostile”) ci fa sapere che i dirigenti avranno una riduzione media di imposta di circa 368 euro, oltre il doppio rispetto a quella prevista per gli operai che si ferma a 162 euro.

Del resto il quadro era chiarissimo dalle tabelle del Tesoro che non sono mai state pubblicate nonostante siano passate nelle mani di alcune testate giornalistiche “amiche”.

Al di là dei numeri però c’è un dato politico che vale la pena sottolineare: Draghi non ha solo ripetuto in conferenza stampa una propaganda (tra l’altro permettendosi di irridere un giornalista che gli aveva posto una domanda fondata) ma negando ciò che era sotto gli occhi di tutti ha sostanzialmente deriso la manifestazione dei sindacati e dei lavoratori che proprio sulla riforma fiscale avevano avanzato le proprie critiche.

Un presidente del Consiglio che in conferenza stampa dichiara che i maggiori sindacati del Paese siano scesi in piazza con migliaia di lavoratori per una questione che non esiste (e che invece oggi viene un’altra volta certificata) è la fotografia esatta della volontà e della capacità di dialogare con i corpi intermedi del Paese ed è una chiara direzione politica. Altro che tecnici.

Un governo è libero di favorire un ceto rispetto un altro. Non dovrebbe provare a nascondersi dietro fragili ipocrisie. E sarebbe il caso di sentire cosa ne pensano tutti i partiti che ne fanno parte.

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Ma quali tecnici, la decisione di ridurre le tasse ai più ricchi è una chiara scelta politica

Ora lo dice anche l’Ufficio Parlamentare di Bilancio: la riforma fiscale porterà a una riduzione media del prelievo per 27,8 milioni di contribuenti pari a 264 euro l’anno. Ma sarà maggiore per i redditi medio alti (quelli tra 42 e 54mila euro): 765 euro. Il 20% delle famiglie più povere è sostanzialmente escluso dai benefici per effetto dell’incapienza fiscale. 

Un documento che attestasse ciò che dicevano già tutte le proiezioni serviva solo a chi insiste nel considerare la politica una fede, a chi considera il proprio presidente del Consiglio un demiurgo e a chi è abituato a fingersi competente comodamente cullato dalla distrazione generale.

Lo scorso 22 dicembre il presidente del Consiglio Mario Draghi in conferenza stampa, rispondendo a un giornalista de Il Fatto Quotidiano proprio sull’iniquità della riforma fiscale, ha seraficamente risposto che quell’illazione fosse «falsa» (testuale) spigando che «in termini percentuali, i maggiori benefici si concentrano sui lavoratori con 15mila euro di reddito».

Mario Draghi ha detto il falso. E l’ha detto confidando sulla confusione che si crea nella somma dei risparmi Irpef con quelli legati alla decontribuzione una tantum ma anche in questo caso l’Ufficio Parlamentare del Bilancio (si badi bene, mica un giornale ritenuto “ostile”) ci fa sapere che i dirigenti avranno una riduzione media di imposta di circa 368 euro, oltre il doppio rispetto a quella prevista per gli operai che si ferma a 162 euro.

Del resto il quadro era chiarissimo dalle tabelle del Tesoro che non sono mai state pubblicate nonostante siano passate nelle mani di alcune testate giornalistiche “amiche”.

Al di là dei numeri però c’è un dato politico che vale la pena sottolineare: Draghi non ha solo ripetuto in conferenza stampa una propaganda (tra l’altro permettendosi di irridere un giornalista che gli aveva posto una domanda fondata) ma negando ciò che era sotto gli occhi di tutti ha sostanzialmente deriso la manifestazione dei sindacati e dei lavoratori che proprio sulla riforma fiscale avevano avanzato le proprie critiche.

Un presidente del Consiglio che in conferenza stampa dichiara che i maggiori sindacati del Paese siano scesi in piazza con migliaia di lavoratori per una questione che non esiste (e che invece oggi viene un’altra volta certificata) è la fotografia esatta della volontà e della capacità di dialogare con i corpi intermedi del Paese ed è una chiara direzione politica. Altro che tecnici.

Un governo è libero di favorire un ceto rispetto un altro. Non dovrebbe provare a nascondersi dietro fragili ipocrisie. E sarebbe il caso di sentire cosa ne pensano tutti i partiti che ne fanno parte.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Il presepe quest’anno sta a Lipa. E fa schifo

Oltre alla rotta per mare un cimitero dei vivi si trova sul confine nord occidentale tra Bosnia ed Erzegovina e Croazia, tuttora il principale snodo della rotta balcanica per l’ingresso in Europa. Qualcuno ogni tanto prova a metterci un po’ d’ordine, il Consiglio d’Europa ha condannato Zagabria per la morte di una donna respinta ma il “the game” (ovvero il tentativo di attraversare la frontiera tra i boschi per provare a entrare in Europa e contemporaneamente provando a sfuggire alle botte dei poliziotti bosniaci) continua incurante del freddo, della stanchezza, della disperazione che si appuntisce e delle feste.

Sono circa 4mila le persone scomparse dagli elenchi e dalle carte geografiche che rimangono imprigionate in quel limbo. Tra loro ci sono centinaia di bambini sconosciuti al mondo. Potrebbero diventare internazionali al massimo se rimangono come corpi morti a favore dei pochi testimoni che ci sono in quella zona.

È uno dei tanti buchi di un’Europa che se ne fotte dell’articolo 33 della Convenzione di Ginevra che vieta il respingimento di richiedenti asilo verso un Paese non sicuro. L’Europa cristiana (la chiamano così) ha deciso di subappaltare la schiavitù, i respingimenti e il degrado per lavarsi la coscienza. Vale come quelle tre ave maria da pronunciare distrattamente da adolescenti dopo la confessione.

Il 19 novembre scorso a Lipa è stato inaugurato il nuovo campo temporaneo, dopo l’incendio che ha distrutto nell’aprile 2020 l’insediamento precedente lasciando per strada 1.200 disperati. Il centro è gestito dal Servizio per gli affari esteri bosniaco in collaborazione con l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, le agenzie delle Nazioni Unite e una serie di altri partner come Unicef e Croce Rossa. Mentre i soldi li mette l’Europa. L’Ue al 50 percento e poi Austria e Germania con un 20 percento a testa, la Svizzera e anche l’Italia, con 1,5 milioni di euro dei quali 80mila euro per dotare il campo di acqua ed elettricità, 422mila euro per costi operativi nell’arco di 16 mesi e un milione per “raccolta dati, monitoraggio e analisi dei flussi delle persone in transito nel Paese”, si legge nel rapporto.

Un campo di detenzione di innocenti che include anche minori, anche in questo caso fregandosene della convenzione Onu sui diritti del fanciullo. Un cassonetto dove buttare gli ospiti indesiderati. Un presepe dell’orrore e di ipocrisia. L’Italia dei valori cristiani, con il suo milione e mezzo di euro, ha messo in piedi un addobbo natalizio in perfetta sintonia con la disumana ferocia che riesce a fare accadere senza sporcarsi il polsino. Sul campo di Lipa è uscito un dossier di RiVolti ai Balcani, rete alla quale aderiscono decine di realtà, da Amnesty International Italia alla rivista indipendente Altreconomia che ha collaborato alla stesura del rapporto.

Vale la pena leggerlo, anche se vi rovina il clima delle feste. Perché siamo noi.

Buon martedì.

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Altro che “migliori”, dalla scuola ai tamponi fino al caos quarantene: la gestione della pandemia è un disastro

Eccoci qui. Parla il generale Figliuolo e tutti sull’attenti scrivendo a caratteri cubitali che il militare è pronto a dare l’ennesima “spallata”. La pandemia è imprevedibile, almeno questo l’abbiamo imparato, ma l’acquiescenza con cui ormai siamo pronti a ricevere una soluzione definitiva al giorno (in attesa di quella di domani) senza porre domande sullo stato attuale della situazione è il termometro della svenevolezza della stampa.

La maggior parte dei media sono pancia a terra per elogiare il lockdown per i non vaccinati come soluzione già pronta che funziona in Germania. La guerra tra vaccinati e non vaccinati, ormai dovrebbe essere chiaro, è la chiave di volta per non essere costretti ad analizzare la condizione attuale e per soffiare su un bello scontro sociale che vende, fa vendere e distrae.

Si potrebbe porre il ragionevole dubbio che in Germania lo smart working sia esteso a quasi tutti da novembre (ma questo si scordano di scriverlo, mica che si metta in crisi il fatturato del tramezzino sotto l’ufficio) e che i tamponi siano facilmente reperibili e si facciano praticamente ovunque (mentre qui ancora si tentenna per dare il via libera alle parafarmacie).

Volendo vedere si potrebbe anche chiedere perché se questa è davvero una soluzione urgente e funzionale si sia deciso di aspettare l’introduzione del Super green pass dal 10 gennaio, ovvero tra due settimane. Potrebbe accendersi il sospetto che le feste (meglio: gli incassi delle feste) siano prioritarie. È una legittima scelta politica, solo varrebbe la pena riconoscerlo. 

Ma di come siamo messi è possibile parlarne? Il problema non è solo l’aumento di contagiati (con gli evidenti benefici dei vaccini su ospedalizzazioni e decessi) ma sono quei circa due milioni in quarantena che non trovano tamponi, che se li trovano li devono strapagare e che sono costretti a ingegnarsi per uscire dal limbo.

Il sistema dei tamponi è saltato. Le code davanti alle farmacie (per chi ha la fortuna di trovare disponibilità) sono la fotografia lampante dell’impreparazione. Anche le mascherine cominciano a scarseggiare. Del tracciamento nemmeno a parlarne: le aziende sanitarie sono ingolfate, non rispondono e se rispondono non hanno risposte. Per uscire dalla quarantena ci si deve rivolgere al privato rincorrendo un tampone negativo. I medici di base, manco a dirlo, sono impallati. La situazione sarebbe tragicamente identica a un anno fa se non fosse intervenuto il vaccino a lenire la malattia: il disastro organizzativo è identico. 

Figliuolo in un’intervista al Corriere della Sera ci fa sapere di essere pronto «ad avviare lo screening nelle scuole». Ottimo. Peccato per due importanti omissioni: sarebbe il caso di sapere perché le scuole siano sempre state dichiarate sicure anche se non è così (ah, maledetta comunicazione paternalistica) e sarebbe il caso di sapere perché la ventilazione meccanizzata rimanga un miraggio dopo tutti questi mesi di pandemia.

A proposito di screening nelle scuole: il generale ne aveva parlato giù un mese fa ma il 18 dicembre il presidente dell’associazione dei presidi Antonello Giannelli aveva fatto presente che non si era visto (quasi) nessuno. Il generale ci fa sapere che «grazie all’aiuto dell’esercito» sono stati fatti tamponi in 470 istituti scolastici. Le scuole, statali e paritarie, in Italia sono 53.313, escludendo quelle private, tanto per dare un’idea delle proporzioni. Poco male, Natale e Capodanno sono un bromuro formidabile per la tromba curiosità. Avevano promesso di non lavorare con il favore delle tenebre e hanno scoperto il favore delle feste.

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Altro che “migliori”, dalla scuola ai tamponi fino al caos quarantene: la gestione della pandemia è un disastro

Eccoci qui. Parla il generale Figliuolo e tutti sull’attenti scrivendo a caratteri cubitali che il militare è pronto a dare l’ennesima “spallata”. La pandemia è imprevedibile, almeno questo l’abbiamo imparato, ma l’acquiescenza con cui ormai siamo pronti a ricevere una soluzione definitiva al giorno (in attesa di quella di domani) senza porre domande sullo stato attuale della situazione è il termometro della svenevolezza della stampa.

La maggior parte dei media sono pancia a terra per elogiare il lockdown per i non vaccinati come soluzione già pronta che funziona in Germania. La guerra tra vaccinati e non vaccinati, ormai dovrebbe essere chiaro, è la chiave di volta per non essere costretti ad analizzare la condizione attuale e per soffiare su un bello scontro sociale che vende, fa vendere e distrae.

Si potrebbe porre il ragionevole dubbio che in Germania lo smart working sia esteso a quasi tutti da novembre (ma questo si scordano di scriverlo, mica che si metta in crisi il fatturato del tramezzino sotto l’ufficio) e che i tamponi siano facilmente reperibili e si facciano praticamente ovunque (mentre qui ancora si tentenna per dare il via libera alle parafarmacie).

Volendo vedere si potrebbe anche chiedere perché se questa è davvero una soluzione urgente e funzionale si sia deciso di aspettare l’introduzione del Super green pass dal 10 gennaio, ovvero tra due settimane. Potrebbe accendersi il sospetto che le feste (meglio: gli incassi delle feste) siano prioritarie. È una legittima scelta politica, solo varrebbe la pena riconoscerlo. 

Ma di come siamo messi è possibile parlarne? Il problema non è solo l’aumento di contagiati (con gli evidenti benefici dei vaccini su ospedalizzazioni e decessi) ma sono quei circa due milioni in quarantena che non trovano tamponi, che se li trovano li devono strapagare e che sono costretti a ingegnarsi per uscire dal limbo.

Il sistema dei tamponi è saltato. Le code davanti alle farmacie (per chi ha la fortuna di trovare disponibilità) sono la fotografia lampante dell’impreparazione. Anche le mascherine cominciano a scarseggiare. Del tracciamento nemmeno a parlarne: le aziende sanitarie sono ingolfate, non rispondono e se rispondono non hanno risposte. Per uscire dalla quarantena ci si deve rivolgere al privato rincorrendo un tampone negativo. I medici di base, manco a dirlo, sono impallati. La situazione sarebbe tragicamente identica a un anno fa se non fosse intervenuto il vaccino a lenire la malattia: il disastro organizzativo è identico. 

Figliuolo in un’intervista al Corriere della Sera ci fa sapere di essere pronto «ad avviare lo screening nelle scuole». Ottimo. Peccato per due importanti omissioni: sarebbe il caso di sapere perché le scuole siano sempre state dichiarate sicure anche se non è così (ah, maledetta comunicazione paternalistica) e sarebbe il caso di sapere perché la ventilazione meccanizzata rimanga un miraggio dopo tutti questi mesi di pandemia.

A proposito di screening nelle scuole: il generale ne aveva parlato giù un mese fa ma il 18 dicembre il presidente dell’associazione dei presidi Antonello Giannelli aveva fatto presente che non si era visto (quasi) nessuno. Il generale ci fa sapere che «grazie all’aiuto dell’esercito» sono stati fatti tamponi in 470 istituti scolastici. Le scuole, statali e paritarie, in Italia sono 53.313, escludendo quelle private, tanto per dare un’idea delle proporzioni. Poco male, Natale e Capodanno sono un bromuro formidabile per la tromba curiosità. Avevano promesso di non lavorare con il favore delle tenebre e hanno scoperto il favore delle feste.

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Buon Zangrillo a te e famiglia

In un Paese normale uno che nel maggio del 2020 si faceva intervistare da tutte le televisioni con il suo lindo camice bianco per dirci che il virus era «clinicamente morto» alla fine della prima ondata di pandemia e poco prima delle successive e peggiori ondate che hanno colpito il mondo sarebbe considerato per quello che è: un provocatore in cerca di visibilità pericolosamente irresponsabile perché medico. Parliamo di Alberto Zangrillo, primario dell’Unità operativa di Anestesia e rianimazione generale e cardio-toraco-vascolare dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano. Le cronache hanno cominciato a occuparsi di lui perché è il medico personale di Berlusconi e in questo Paese, si sa, essere una sciantosa del berlusconismo regala un’immeritata notorietà.

Zangrillo si fece conoscere per essere il medico giusto al momento giusto nel posto giusto per diagnosticare l’uveite che ha permesso a Berlusconi di rallentare i suoi processi. Zangrillo è lo stesso che riempie pagine di giornali con la sua previsione di un Berlusconi che vivrà 120 anni (qualcosa che ha il valore scientifico di un oroscopo) e con l’arrivo del Covid è stato uno dei primi a comprendere quanto potesse tornare utile minimizzare la pandemia per essere adottato da una fetta di pubblico. Zangrillo fu quello che avvisò i giornali di un Berlusconi positivo al Covid ma in piena forma e completamente asintomatico. A smentirlo ci pensò lo stesso Berlusconi che raccontò di essere stato in pericolo di vita e di avere avuto una carica virale “mai vista in Italia” (ovviamente, giusto per quel vizio di dover primeggiare). Zangrillo cambiò idea e decise di contraddirsi.

Poi Zangrillo è diventato addirittura filogovernativo (quando Berlusconi è entrato nella maggioranza, guarda a volte il caso) dicendoci che il governo italiano era un esempio nel mondo e che tutte le decisioni fossero esatte.

Ieri Zangrillo (che è considerato, chissà perché, voce autorevole sul virus) ha pubblicato sui social una foto di gente in coda scrivendo: «#SantoStefano, ore 10 a Milano. 200 metri di coda per alimentare le casse delle farmacie, il terrorismo giornalistico e certificare la morte del Paese».

Il 23 dicembre aveva scritto: «Quando il Paese sarà irrimediabilmente distrutto ne chiederemo ragione agli “scienziati” e ai “giornalisti innamorati del #COVID19”. #Omicron #Paranoia».

Non ci interessa analizzare lo Zangrillo in sé (non è personaggio degno di un editoriale) ma lo zangrillismo che quest’anno ha avviluppato la comunicazione è sintomatico di una schizofrenia sempre alla ricerca della cretinata più provocatoria e cretina per meritarsi un po’ di spazio. Siamo pieni di Zangrilli che sanno bene come la cautela rischi di smussare la visibilità (nonostante sia d’obbligo per certi ruoli) e quindi dicono tutto e il contrario di tutto. Ma forse il tema non sono nemmeno gli Zangrilli che esistono in tutti i campi. Il tema vero è che anche ieri, come sempre accaduto, a Zangrillo sia bastato un tweet per finire sulle pagine dei giornali. Quello che dichiarò il virus «clinicamente morto» viene considerato ancora autorevole.

Continuiamo a scambiare la popolarità per autorevolezza e continuiamo a alimentare un circolo perverso di provocazioni che vengono prese come opinioni scientifiche. Non è bastato tutto questo tempo per vaccinarci al cretinismo. Niente. Siamo ancora qui.

Buon Zangrillo a te e famiglia.

Buon lunedì.

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Una dose di incertezza

Essere all’altezza dell’incertezza. Non dico governarla, l’incertezza è per definizione ingovernabile, ma avere l’onestà di raccontarla senza la truffa della dissimulazione. Eccoci qua, al Natale che segna il punto in cui siamo costretti a ricordare che no, che non ne siamo usciti, che non si sa quanto sarà lunga e come se ne uscirà. Questo Natale, si può dire, è il fallimento di mesi di comunicazione. Sarebbe bello farci il regalo di confessarlo, senza strepiti e senza strumentalizzazioni politiche, che la pandemia è prevedibile e non si capisce proprio perché qualcuno abbia voluto rivenderla come il semplice svolgimento di un itinerario sanitario e matematico di cui si conoscono tutte le curve e gli spigoli. Anziché assistere a monumenti della sicumera, avremmo dovuto pretendere una sincera ammissione di fallibilità e questo 25 dicembre non sarebbe stato così sfiduciato e stancante.

La comunicazione, la nuova dea, si è data il ruolo di rassicurare, nonostante non ci siano basi per rassicurare. «Il governo non poteva fare altro, il virus è imprevedibile e cangiante» dicono gli smussatosi professionisti, intenti a non rovinare la luna di miele dell’esecutivo. Che una pandemia mondiale sia imprevedibile è falso. Almeno questo diciamolo. I piani pandemici esistono per affrontare le pandemia. Così, che una pandemia con tutte le sue varianti possa rinvigorirsi, mentre sta per affievolirsi, addirittura risorgere come un’araba fenice più virulenta di prima, era chiaro fin dall’inizio, eppure non ha voluto dirlo quasi nessuno. Questo è il punto: quanto è corretto e onesto tranquillizzare come unico fine? Perché, mentre noi siamo qui a strapparci i capelli per i no-vax, forse dovremmo ritagliarci un minuto anche per gli errori dei sì vax. Dei sacerdoti del vaccino, che quest’anno non hanno tenuto a freno il proprio narcisismo esibito rassicurando sempre di più, sempre più forte.

Basta definire negazionista ogni critica alle mosse del governo 

Per essere all’altezza dell’incertezza potremmo ad esempio finirla con questa stupida battaglia tra guelfi e ghibellini, qui dalle parti basse, mentre lì sopra si brinda. Si potrebbe smetterla di spostare ogni minima critica alle mosse dei governi nel cassetto dei sospettosi o negazionisti del vaccino. Basta una ricerca veloce in rete per ritrovare le parole del virologo Bassetti, che in questo 2021 si è piaciuto come non gli era mai capitato nella vita. (Ognuno ha vissuto un’estate in cui si è sentito irresistibilmente bello e per alcuni virologi questa estate è durata tutto l’anno). Bassetti giurava e spergiurava che non sarebbero mai più servite altre dosi di vaccino per debellare il virus. Anzi, di più, Bassetti si era lanciato a dire che, proprio il fatto che non sarebbero serviti ulteriori richiami era la prova inconfutabile che il vaccino fosse affidabile.

La situazione che stiamo vivendo in questo Natale si sarebbe potuta affrontare in maniera diversa con una comunicazione più onesta
Matteo Bassetti (Facebook)

Una voce che ha così tanto spazio in televisione (su questo ha pienamente ragione Giorgetti) dovrebbe sapere che su un tema delicato come la credibilità della scienza e come la fiducia nel vaccino sarebbe stata doverosa una misurata cautela. Non bisogna essere virologi, basterebbe essere seri. Sarebbe stato anche serio ribadire che il vaccino non avrebbe assicurato «il ritorno alla normalità» (che formula schifosa il «ritorno alla normalità») e che servivano e servono ancora tutte le cautele possibili. Che Draghi abbia potuto dire in una conferenza stampa che il vaccino assicurasse «il non essere contagiosi» è qualcosa che sta scritto nello stenografato del Parlamento. Mesi passati a portarci come esempio Paesi che «ormai ne erano fuori» e che ora sono messi maluccio, tutto il mondo è nelle stesse condizioni.

Bisognerebbe avere il coraggio di dirci che, se è vero che i governi fanno quel che possono (tutto il mondo è Paese di fronte a una pandemia, si chiama pandemia proprio per questo) per affrontare il virus, è altresì vero che la comunicazione è a dir poco scadente. Non è un problema di Covid. La polarizzazione come unico metodo per trattare il dibattito è figlia di una cultura elementare nella gestione delle complessità. Per ogni no vax incallito si è creato qualche sì vax più incallito di lui. Non importa che siano tutti e due dei cantanti, degli opinionisti di spettacolo o dei concorrenti di reality: conta solo il ring, il bianco contro il nero. Invece la pandemia, come la vita, è un’ingarbugliatissima scala di grigi.

La situazione che stiamo vivendo in questo Natale si sarebbe potuta affrontare in maniera diversa con una comunicazione più onesta
il presidente del consiglio Mario Draghi (Getty)

Perché gli italiani hanno buoni motivi per prendersela con la classe dirigente

E allora forse hanno più di qualche ragione gli italiani ad essere incazzati. Hanno qualche buon motivo per prendersela con questa classe dirigente che ha usato verità assolute come bromuro, poi sgretolatesi sotto l’inverno di questo Natale 2021. Zygmunt Bauman scrisse nel 2017 (nel libro Di nuovo soli. Un’etica in cerca di certezze, edito da Castelvecchi) che il mondo in cui stiamo vivendo (non c’era nessuna pandemia) è caratterizzato da frammentazione, discontinuità, in particolare da mancanza di logica. Bauman affermava che in una situazione del genere è saggio, anzi a volte indispensabile, non fare progetti a lungo termine, meno che mai investire in un futuro troppo lontano. E ancora: è bene non legarsi a un luogo, né a un gruppo di persone. È consigliabile non fissare una certa immagine di se stessi. Essere previdenti oggi – scriveva Bauman – significa evitare di assumere particolari impegni. È bene muoversi liberamente e attendere un’opportunità che bussa alla porta. Ovviamente sapendo che potrebbe smettere di farlo in poco tempo. Perché questa comunicazione, che comunica così velocemente e così frequentemente, ha come unico risultato quello di farci sentire terribilmente soli. Come in questo Natale. E il vaccino all’incertezza è la serietà di riconoscersi fallibili e comportarsi di conseguenza.

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