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Altro che “migliori”, dalla scuola ai tamponi fino al caos quarantene: la gestione della pandemia è un disastro

Eccoci qui. Parla il generale Figliuolo e tutti sull’attenti scrivendo a caratteri cubitali che il militare è pronto a dare l’ennesima “spallata”. La pandemia è imprevedibile, almeno questo l’abbiamo imparato, ma l’acquiescenza con cui ormai siamo pronti a ricevere una soluzione definitiva al giorno (in attesa di quella di domani) senza porre domande sullo stato attuale della situazione è il termometro della svenevolezza della stampa.

La maggior parte dei media sono pancia a terra per elogiare il lockdown per i non vaccinati come soluzione già pronta che funziona in Germania. La guerra tra vaccinati e non vaccinati, ormai dovrebbe essere chiaro, è la chiave di volta per non essere costretti ad analizzare la condizione attuale e per soffiare su un bello scontro sociale che vende, fa vendere e distrae.

Si potrebbe porre il ragionevole dubbio che in Germania lo smart working sia esteso a quasi tutti da novembre (ma questo si scordano di scriverlo, mica che si metta in crisi il fatturato del tramezzino sotto l’ufficio) e che i tamponi siano facilmente reperibili e si facciano praticamente ovunque (mentre qui ancora si tentenna per dare il via libera alle parafarmacie).

Volendo vedere si potrebbe anche chiedere perché se questa è davvero una soluzione urgente e funzionale si sia deciso di aspettare l’introduzione del Super green pass dal 10 gennaio, ovvero tra due settimane. Potrebbe accendersi il sospetto che le feste (meglio: gli incassi delle feste) siano prioritarie. È una legittima scelta politica, solo varrebbe la pena riconoscerlo. 

Ma di come siamo messi è possibile parlarne? Il problema non è solo l’aumento di contagiati (con gli evidenti benefici dei vaccini su ospedalizzazioni e decessi) ma sono quei circa due milioni in quarantena che non trovano tamponi, che se li trovano li devono strapagare e che sono costretti a ingegnarsi per uscire dal limbo.

Il sistema dei tamponi è saltato. Le code davanti alle farmacie (per chi ha la fortuna di trovare disponibilità) sono la fotografia lampante dell’impreparazione. Anche le mascherine cominciano a scarseggiare. Del tracciamento nemmeno a parlarne: le aziende sanitarie sono ingolfate, non rispondono e se rispondono non hanno risposte. Per uscire dalla quarantena ci si deve rivolgere al privato rincorrendo un tampone negativo. I medici di base, manco a dirlo, sono impallati. La situazione sarebbe tragicamente identica a un anno fa se non fosse intervenuto il vaccino a lenire la malattia: il disastro organizzativo è identico. 

Figliuolo in un’intervista al Corriere della Sera ci fa sapere di essere pronto «ad avviare lo screening nelle scuole». Ottimo. Peccato per due importanti omissioni: sarebbe il caso di sapere perché le scuole siano sempre state dichiarate sicure anche se non è così (ah, maledetta comunicazione paternalistica) e sarebbe il caso di sapere perché la ventilazione meccanizzata rimanga un miraggio dopo tutti questi mesi di pandemia.

A proposito di screening nelle scuole: il generale ne aveva parlato giù un mese fa ma il 18 dicembre il presidente dell’associazione dei presidi Antonello Giannelli aveva fatto presente che non si era visto (quasi) nessuno. Il generale ci fa sapere che «grazie all’aiuto dell’esercito» sono stati fatti tamponi in 470 istituti scolastici. Le scuole, statali e paritarie, in Italia sono 53.313, escludendo quelle private, tanto per dare un’idea delle proporzioni. Poco male, Natale e Capodanno sono un bromuro formidabile per la tromba curiosità. Avevano promesso di non lavorare con il favore delle tenebre e hanno scoperto il favore delle feste.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Altro che “migliori”, dalla scuola ai tamponi fino al caos quarantene: la gestione della pandemia è un disastro

Eccoci qui. Parla il generale Figliuolo e tutti sull’attenti scrivendo a caratteri cubitali che il militare è pronto a dare l’ennesima “spallata”. La pandemia è imprevedibile, almeno questo l’abbiamo imparato, ma l’acquiescenza con cui ormai siamo pronti a ricevere una soluzione definitiva al giorno (in attesa di quella di domani) senza porre domande sullo stato attuale della situazione è il termometro della svenevolezza della stampa.

La maggior parte dei media sono pancia a terra per elogiare il lockdown per i non vaccinati come soluzione già pronta che funziona in Germania. La guerra tra vaccinati e non vaccinati, ormai dovrebbe essere chiaro, è la chiave di volta per non essere costretti ad analizzare la condizione attuale e per soffiare su un bello scontro sociale che vende, fa vendere e distrae.

Si potrebbe porre il ragionevole dubbio che in Germania lo smart working sia esteso a quasi tutti da novembre (ma questo si scordano di scriverlo, mica che si metta in crisi il fatturato del tramezzino sotto l’ufficio) e che i tamponi siano facilmente reperibili e si facciano praticamente ovunque (mentre qui ancora si tentenna per dare il via libera alle parafarmacie).

Volendo vedere si potrebbe anche chiedere perché se questa è davvero una soluzione urgente e funzionale si sia deciso di aspettare l’introduzione del Super green pass dal 10 gennaio, ovvero tra due settimane. Potrebbe accendersi il sospetto che le feste (meglio: gli incassi delle feste) siano prioritarie. È una legittima scelta politica, solo varrebbe la pena riconoscerlo. 

Ma di come siamo messi è possibile parlarne? Il problema non è solo l’aumento di contagiati (con gli evidenti benefici dei vaccini su ospedalizzazioni e decessi) ma sono quei circa due milioni in quarantena che non trovano tamponi, che se li trovano li devono strapagare e che sono costretti a ingegnarsi per uscire dal limbo.

Il sistema dei tamponi è saltato. Le code davanti alle farmacie (per chi ha la fortuna di trovare disponibilità) sono la fotografia lampante dell’impreparazione. Anche le mascherine cominciano a scarseggiare. Del tracciamento nemmeno a parlarne: le aziende sanitarie sono ingolfate, non rispondono e se rispondono non hanno risposte. Per uscire dalla quarantena ci si deve rivolgere al privato rincorrendo un tampone negativo. I medici di base, manco a dirlo, sono impallati. La situazione sarebbe tragicamente identica a un anno fa se non fosse intervenuto il vaccino a lenire la malattia: il disastro organizzativo è identico. 

Figliuolo in un’intervista al Corriere della Sera ci fa sapere di essere pronto «ad avviare lo screening nelle scuole». Ottimo. Peccato per due importanti omissioni: sarebbe il caso di sapere perché le scuole siano sempre state dichiarate sicure anche se non è così (ah, maledetta comunicazione paternalistica) e sarebbe il caso di sapere perché la ventilazione meccanizzata rimanga un miraggio dopo tutti questi mesi di pandemia.

A proposito di screening nelle scuole: il generale ne aveva parlato giù un mese fa ma il 18 dicembre il presidente dell’associazione dei presidi Antonello Giannelli aveva fatto presente che non si era visto (quasi) nessuno. Il generale ci fa sapere che «grazie all’aiuto dell’esercito» sono stati fatti tamponi in 470 istituti scolastici. Le scuole, statali e paritarie, in Italia sono 53.313, escludendo quelle private, tanto per dare un’idea delle proporzioni. Poco male, Natale e Capodanno sono un bromuro formidabile per la tromba curiosità. Avevano promesso di non lavorare con il favore delle tenebre e hanno scoperto il favore delle feste.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Buon Zangrillo a te e famiglia

In un Paese normale uno che nel maggio del 2020 si faceva intervistare da tutte le televisioni con il suo lindo camice bianco per dirci che il virus era «clinicamente morto» alla fine della prima ondata di pandemia e poco prima delle successive e peggiori ondate che hanno colpito il mondo sarebbe considerato per quello che è: un provocatore in cerca di visibilità pericolosamente irresponsabile perché medico. Parliamo di Alberto Zangrillo, primario dell’Unità operativa di Anestesia e rianimazione generale e cardio-toraco-vascolare dell’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano. Le cronache hanno cominciato a occuparsi di lui perché è il medico personale di Berlusconi e in questo Paese, si sa, essere una sciantosa del berlusconismo regala un’immeritata notorietà.

Zangrillo si fece conoscere per essere il medico giusto al momento giusto nel posto giusto per diagnosticare l’uveite che ha permesso a Berlusconi di rallentare i suoi processi. Zangrillo è lo stesso che riempie pagine di giornali con la sua previsione di un Berlusconi che vivrà 120 anni (qualcosa che ha il valore scientifico di un oroscopo) e con l’arrivo del Covid è stato uno dei primi a comprendere quanto potesse tornare utile minimizzare la pandemia per essere adottato da una fetta di pubblico. Zangrillo fu quello che avvisò i giornali di un Berlusconi positivo al Covid ma in piena forma e completamente asintomatico. A smentirlo ci pensò lo stesso Berlusconi che raccontò di essere stato in pericolo di vita e di avere avuto una carica virale “mai vista in Italia” (ovviamente, giusto per quel vizio di dover primeggiare). Zangrillo cambiò idea e decise di contraddirsi.

Poi Zangrillo è diventato addirittura filogovernativo (quando Berlusconi è entrato nella maggioranza, guarda a volte il caso) dicendoci che il governo italiano era un esempio nel mondo e che tutte le decisioni fossero esatte.

Ieri Zangrillo (che è considerato, chissà perché, voce autorevole sul virus) ha pubblicato sui social una foto di gente in coda scrivendo: «#SantoStefano, ore 10 a Milano. 200 metri di coda per alimentare le casse delle farmacie, il terrorismo giornalistico e certificare la morte del Paese».

Il 23 dicembre aveva scritto: «Quando il Paese sarà irrimediabilmente distrutto ne chiederemo ragione agli “scienziati” e ai “giornalisti innamorati del #COVID19”. #Omicron #Paranoia».

Non ci interessa analizzare lo Zangrillo in sé (non è personaggio degno di un editoriale) ma lo zangrillismo che quest’anno ha avviluppato la comunicazione è sintomatico di una schizofrenia sempre alla ricerca della cretinata più provocatoria e cretina per meritarsi un po’ di spazio. Siamo pieni di Zangrilli che sanno bene come la cautela rischi di smussare la visibilità (nonostante sia d’obbligo per certi ruoli) e quindi dicono tutto e il contrario di tutto. Ma forse il tema non sono nemmeno gli Zangrilli che esistono in tutti i campi. Il tema vero è che anche ieri, come sempre accaduto, a Zangrillo sia bastato un tweet per finire sulle pagine dei giornali. Quello che dichiarò il virus «clinicamente morto» viene considerato ancora autorevole.

Continuiamo a scambiare la popolarità per autorevolezza e continuiamo a alimentare un circolo perverso di provocazioni che vengono prese come opinioni scientifiche. Non è bastato tutto questo tempo per vaccinarci al cretinismo. Niente. Siamo ancora qui.

Buon Zangrillo a te e famiglia.

Buon lunedì.

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Una dose di incertezza

Essere all’altezza dell’incertezza. Non dico governarla, l’incertezza è per definizione ingovernabile, ma avere l’onestà di raccontarla senza la truffa della dissimulazione. Eccoci qua, al Natale che segna il punto in cui siamo costretti a ricordare che no, che non ne siamo usciti, che non si sa quanto sarà lunga e come se ne uscirà. Questo Natale, si può dire, è il fallimento di mesi di comunicazione. Sarebbe bello farci il regalo di confessarlo, senza strepiti e senza strumentalizzazioni politiche, che la pandemia è prevedibile e non si capisce proprio perché qualcuno abbia voluto rivenderla come il semplice svolgimento di un itinerario sanitario e matematico di cui si conoscono tutte le curve e gli spigoli. Anziché assistere a monumenti della sicumera, avremmo dovuto pretendere una sincera ammissione di fallibilità e questo 25 dicembre non sarebbe stato così sfiduciato e stancante.

La comunicazione, la nuova dea, si è data il ruolo di rassicurare, nonostante non ci siano basi per rassicurare. «Il governo non poteva fare altro, il virus è imprevedibile e cangiante» dicono gli smussatosi professionisti, intenti a non rovinare la luna di miele dell’esecutivo. Che una pandemia mondiale sia imprevedibile è falso. Almeno questo diciamolo. I piani pandemici esistono per affrontare le pandemia. Così, che una pandemia con tutte le sue varianti possa rinvigorirsi, mentre sta per affievolirsi, addirittura risorgere come un’araba fenice più virulenta di prima, era chiaro fin dall’inizio, eppure non ha voluto dirlo quasi nessuno. Questo è il punto: quanto è corretto e onesto tranquillizzare come unico fine? Perché, mentre noi siamo qui a strapparci i capelli per i no-vax, forse dovremmo ritagliarci un minuto anche per gli errori dei sì vax. Dei sacerdoti del vaccino, che quest’anno non hanno tenuto a freno il proprio narcisismo esibito rassicurando sempre di più, sempre più forte.

Basta definire negazionista ogni critica alle mosse del governo 

Per essere all’altezza dell’incertezza potremmo ad esempio finirla con questa stupida battaglia tra guelfi e ghibellini, qui dalle parti basse, mentre lì sopra si brinda. Si potrebbe smetterla di spostare ogni minima critica alle mosse dei governi nel cassetto dei sospettosi o negazionisti del vaccino. Basta una ricerca veloce in rete per ritrovare le parole del virologo Bassetti, che in questo 2021 si è piaciuto come non gli era mai capitato nella vita. (Ognuno ha vissuto un’estate in cui si è sentito irresistibilmente bello e per alcuni virologi questa estate è durata tutto l’anno). Bassetti giurava e spergiurava che non sarebbero mai più servite altre dosi di vaccino per debellare il virus. Anzi, di più, Bassetti si era lanciato a dire che, proprio il fatto che non sarebbero serviti ulteriori richiami era la prova inconfutabile che il vaccino fosse affidabile.

La situazione che stiamo vivendo in questo Natale si sarebbe potuta affrontare in maniera diversa con una comunicazione più onesta
Matteo Bassetti (Facebook)

Una voce che ha così tanto spazio in televisione (su questo ha pienamente ragione Giorgetti) dovrebbe sapere che su un tema delicato come la credibilità della scienza e come la fiducia nel vaccino sarebbe stata doverosa una misurata cautela. Non bisogna essere virologi, basterebbe essere seri. Sarebbe stato anche serio ribadire che il vaccino non avrebbe assicurato «il ritorno alla normalità» (che formula schifosa il «ritorno alla normalità») e che servivano e servono ancora tutte le cautele possibili. Che Draghi abbia potuto dire in una conferenza stampa che il vaccino assicurasse «il non essere contagiosi» è qualcosa che sta scritto nello stenografato del Parlamento. Mesi passati a portarci come esempio Paesi che «ormai ne erano fuori» e che ora sono messi maluccio, tutto il mondo è nelle stesse condizioni.

Bisognerebbe avere il coraggio di dirci che, se è vero che i governi fanno quel che possono (tutto il mondo è Paese di fronte a una pandemia, si chiama pandemia proprio per questo) per affrontare il virus, è altresì vero che la comunicazione è a dir poco scadente. Non è un problema di Covid. La polarizzazione come unico metodo per trattare il dibattito è figlia di una cultura elementare nella gestione delle complessità. Per ogni no vax incallito si è creato qualche sì vax più incallito di lui. Non importa che siano tutti e due dei cantanti, degli opinionisti di spettacolo o dei concorrenti di reality: conta solo il ring, il bianco contro il nero. Invece la pandemia, come la vita, è un’ingarbugliatissima scala di grigi.

La situazione che stiamo vivendo in questo Natale si sarebbe potuta affrontare in maniera diversa con una comunicazione più onesta
il presidente del consiglio Mario Draghi (Getty)

Perché gli italiani hanno buoni motivi per prendersela con la classe dirigente

E allora forse hanno più di qualche ragione gli italiani ad essere incazzati. Hanno qualche buon motivo per prendersela con questa classe dirigente che ha usato verità assolute come bromuro, poi sgretolatesi sotto l’inverno di questo Natale 2021. Zygmunt Bauman scrisse nel 2017 (nel libro Di nuovo soli. Un’etica in cerca di certezze, edito da Castelvecchi) che il mondo in cui stiamo vivendo (non c’era nessuna pandemia) è caratterizzato da frammentazione, discontinuità, in particolare da mancanza di logica. Bauman affermava che in una situazione del genere è saggio, anzi a volte indispensabile, non fare progetti a lungo termine, meno che mai investire in un futuro troppo lontano. E ancora: è bene non legarsi a un luogo, né a un gruppo di persone. È consigliabile non fissare una certa immagine di se stessi. Essere previdenti oggi – scriveva Bauman – significa evitare di assumere particolari impegni. È bene muoversi liberamente e attendere un’opportunità che bussa alla porta. Ovviamente sapendo che potrebbe smettere di farlo in poco tempo. Perché questa comunicazione, che comunica così velocemente e così frequentemente, ha come unico risultato quello di farci sentire terribilmente soli. Come in questo Natale. E il vaccino all’incertezza è la serietà di riconoscersi fallibili e comportarsi di conseguenza.

L’articolo Una dose di incertezza proviene da Tag43.it.

Se questa signora può essere una Presidente

Nel toto-nomi per il Quirinale è spuntata da qualche giorno Letizia Moratti. A estrarla dal cilindro è stata Giorgia Meloni (anche se lei nega) sempre intenta a differenziarsi dai suoi alleati di centrodestra per provare a imporre la propria leadership. Di Letizia Moratti sappiamo già tutto dal punto di vista politico: il suo essere sindaca a Milano che le è costata una sonora sconfitta con Giuliano Pisapia nell’elezione successi, il suo essere al fianco di Berlusconi con una pessima riforma della scuola e tutto il resto. Letizia Moratti è l’assessora alla sanità che in Regione Lombardia è stata chiamata per sostituire Gallera dopo un’infinita sequela di errori.

Com’è messa la Lombardia La Lombardia registra 12.955 nuovi positivi, record assoluto in regione dall’inizio della pandemia, con 205.847 tamponi per un tasso di positività in crescita del 6.2% (ieri 5,7%). I casi positivi degli ultimi sette giorni sono 51.456, con un incidenza di 513 per 100mila abitanti, ma i ricoverati nei reparti ordinari sono 1.408 (+56 rispetto a ieri), con una percentuale di occupazione di posti letto pari al 13,8%. Sono 162, invece (due in meno di ieri), i ricoverati in terapia intensiva, con un’occupazione dei posti letto del 10,6%. La variante Omicron è presente in circa il 40% dei nuovi casi.

Com’è messa la Lombardia Male, malissimo, di nuovo. La risposta alla nuova (prevista) ondata è pessima: il portale dell’Ats per prenotare i tamponi da giorni non funziona bene. Su Milano si registrano code chilometriche per effettuare il tampone (quando ci si riesce) nelle farmacie, nei laboratori, nelle cliniche e nei drive trough. In giro si leggono testimonianze di prezzi folli applicati dai privati. In una nota Roberto Carlo Rossi, presidente dell’Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Milano descrive la situazione: «Da oltre due settimane riceviamo continue segnalazioni di medici che denunciano il malfunzionamento del portale Ats Milano per la prenotazione dei tamponi. Questo non solo crea grandi difficoltà ai medici, di tempo e di risorse, ma li rende anche ‘colpevoli’ di fronte ai pazienti, ulteriormente aumentando il contenzioso medico-paziente, già reso artatamente incandescente da alcune dichiarazioni sconsiderate dell’Assessore al Welfare. Una situazione ingestibile, che si nota dalle lunghe file davanti alle farmacie». «Un incontro in Regione – prosegue la nota – ha messo, positivamente, una ‘pezza’ autorizzando la richiesta del tampone con semplice foglio di ricettario o semplice e-mail del medico al paziente, ma resta il rischio che le strutture non accettino questa modalità e soprattutto fuori dai punti tampone, al freddo, si stanno formando code che durano anche molte ore».

«È una situazione tragica, drammatica. La farmacia sta soffrendo – spiega Licia Travierso, titolare di una farmacia a Porta Venezia, Milano -. Ogni giorno accedono circa 300 persone, lavoriamo fino a esaurimento scorte. Spero che questa situazione possa finire quanto prima ma la vedo molto molto difficile».

Avete sentito Letizia Moratti sul punto? Avete sentito Fontana Avete sentito Bertolaso? Forse c’è qualcosa di più urgente di giocare alla corsa (impossibile) al Quirinale. Sembra incredibile ma la Lombardia è ancora in tilt. Ancora una volta.

Buon venerdì.

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Salvini respinto: “Carola fece il suo dovere”

«Carola Rackete ha agito nell’adempimento del dovere di salvataggio previsto dal diritto nazionale e internazionale del mare». Non lascia dubbi la motivazione con cui la gip del tribunale di Agrigento, Micaela Raimondo, ha archiviato l’indagine contro la comandante della nave Sea Watch 3 approdata a Lampedusa il 29 giugno del 2019 con 40 naufraghi a bordo forzando il blocco imposto dalle autorità italiane dopo 17 giorni in mare.

L’accusa era favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di aver violato l’articolo 1099 del codice di navigazione perché non obbedì all’ordine di non entrare nelle acque territoriali italiane, emesso ai sensi del Decreto Sicurezza Bis. Sea Watch sottolinea come «le motivazioni dell’archiviazione si soffermano anche sull’applicazione del Decreto Sicurezza Bis, sottoscritto dall’allora Ministro dell’Interno Matteo Salvini, che presupponeva la violazione, da parte dell’ex comandante di Sea-Watch 3, delle norme nazionali e internazionali». Nel 2020 la Cassazione aveva sancito l’illegittimità dell’arresto di Carola Rackete e lo scorso maggio un primo provvedimento di archiviazione fece, invece, cadere le accuse di resistenza a pubblico ufficiale e violenza a nave da guerra contro l’ex comandante. Di fatto oggi si chiudono tutte le indagini penali nei confronti dei membri della Sea Watch.

Portare in salvo quelle 42 persone fu l’adempimento di un dovere giuridico, con buona pace dell’allora ministro Salvini che si scagliò ferocemente contro Rackete definita «una comunista tedesca, traghettatrice di immigrati, che ha speronato una motovedetta della Finanza». Ma non fu solo Salvini a decidere che lo sbarco non dovesse essere consentito «perché i migranti erano al sicuro sulla Sea Watch e la loro presenza costituiva un potenziale pericolo per il nostro Paese» (fatti smentiti in toto dalla sentenza di archiviazione): i ministri Toninelli e Trenta controfirmarono senza fiatare il provvedimento. L’ex Presidente del Consiglio Conte parlò di «un ricatto politico compiuto scientemente con l’utilizzo strumentale di quaranta persone» accusando la comandante della Sea Watch 3 di «insistere e creare una situazione di grave pericolo».

Salvini fa il Salvini, si sa, ma chissà se i nuovi riferimenti progressisti hanno qualche scusa da porgere alla comandante ma soprattutto al Paese per avere contribuito all’ingrossarsi di questa onda di razzismo e di bile che processo dopo processo si sta miseramente sgretolando. Il danno della propaganda, intanto, è già stato compiuto.

L’articolo Salvini respinto: “Carola fece il suo dovere” proviene da Il Riformista.

Fonte

Il compito di nonno Draghi non è finito, ma lui già pensa al Quirinale e i partiti restano muti

I quirinalisti sono tutti eccitati, Draghi ha parlato e non riescono a smettere di battere le mani. Metteteci anche lo slogan del “nonno” e Berlusconi diventato bisnonno e scoprirete che ci sono tutti gli elementi che servono per sbizzarriti sugli scenari. Madri cristiane, quello che parla da padre, ora il nonno a disposizione e l’ex cavaliere bisnonno sono pupazzetti perfetti per il presepe quirinalizio. Viva il Natale e viva la famiglia.

Si scorge anche un certa esultanza perché Draghi avrebbe dimostrato, a detta di quasi tutti i commentatori, un’intelligenza “politica” superiore ai politici nostrani fingendo di non sapere che quella che appare come superiorità sia semplicemente il risultato di una libertà politica (che è il condono di tutti i “tecnici” o “migliori”) che dura giusto il tempo in cui torna utile ai partiti. Ai partiti Draghi è stato utilissimo: ha evitato le elezioni che spaventano Salvini contro Meloni, ha evitato le elezioni che spaventano Meloni che non ha ancora ottenuto una leadership stabile nel centrodestra a cui aspira, ha evitato le elezioni che spaventano Forza Italia che non sa ancora cosa rimarrà di Berlusconi, ha evitato le elezioni che spaventano i centristi che non hanno scelto ancora da che parte stare e che non hanno il modo per fare un centro, ha evitato le elezioni che spaventano il PD che deve ancora determinare i confini della presunta area riformista, ha evitato le elezioni che spaventano il M5S affaticato nel rinnovare la propria identità, ha evitato le elezioni che spaventano a sinistra dove doveva nascere il partito che non è ancora nato. Forse dietro alla continua elegia di Draghi c’è anche un tempismo perfetto per prendere tempo.

I partiti, dicevamo. Ieri il Presidente del Consiglio li ha legati con un doppio nodo proponendosi come possibile Presidente della Repubblica inchiodando la maggioranza attuale sia nel proseguimento dell’attività di governo (con un nuovo Presidente del Consiglio, come se fosse solo una pedina obbligatorio, come se bastasse un ologramma) sia nell’elezioni del Presidente della Repubblica. Grande mossa politica, dicono quasi tutti. Per niente: c’è una considerevole differenza tra una maggioranza che sostiene un governo (che dura nella migliore delle ipotesi 5 anni) per sbrigare le contingenze e la maggioranza che elegge un Presidente con funzioni di garanzia che ha il ruolo di attraversare i governi garantendo gli equilibri democratici. Qualcuno avrebbe potuto spiegare a Draghi che i due ruoli sono costituzionalmente molto diversi, non sono due identiche opportunità di comando. Qualcuno forse avrebbe anche potuto dirgli che un’autocandidatura del genere oltre che essere piuttosto pretenziosa è anche sbagliata nei tempi: la partita per il Quirinale si gioca nei giorni appena precedenti all’elezione e anticipare la propria disponibilità può significare solo un’ingenuità politica demoralizzante o una certa megalomania. Entrambe le caratteristiche sono preoccupanti, per motivi opposti. Ha ragione Renzi che oggi in un’intervista a Repubblica spiega che non è affatto detto che la maggioranza di governo debba coincidere con quella che elegge il Presidente. È successo l’ultima volta ed è accaduto prima.

I partiti, dicevamo. I partiti muti. Il Presidente del Consiglio si presenta alla conferenza stampa di fine anno per dirci che il suo ruolo è esaurito e nemmeno un partito che si permetta l’onestà intellettuale di dire che no, la pandemia non è sconfitta (e non è certo una responsabilità di Draghi ma il suo compito era quello di accompagnarci all’uscita che per ora non si vede) e che il PNRR debba essere declinato nella realtà. A voler ben vedere non c’è nemmeno un partito che ritenga utile spiegarci cosa dovrebbe fare il governo nel prossimo anno, cosa ci sarebbe da correggere, niente di niente. Si gioca sui nomi come si gioca alle figurine. E diventa ancora più chiaro perché Draghi possa permettersi questo suo atteggiamento perfino snobistico e distaccato: la debolezza dei partiti è la sua forza e quelli lo applaudono. Finché dura.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Il compito di nonno Draghi non è finito, ma lui già pensa al Quirinale e i partiti restano muti

I quirinalisti sono tutti eccitati, Draghi ha parlato e non riescono a smettere di battere le mani. Metteteci anche lo slogan del “nonno” e Berlusconi diventato bisnonno e scoprirete che ci sono tutti gli elementi che servono per sbizzarriti sugli scenari. Madri cristiane, quello che parla da padre, ora il nonno a disposizione e l’ex cavaliere bisnonno sono pupazzetti perfetti per il presepe quirinalizio. Viva il Natale e viva la famiglia.

Si scorge anche un certa esultanza perché Draghi avrebbe dimostrato, a detta di quasi tutti i commentatori, un’intelligenza “politica” superiore ai politici nostrani fingendo di non sapere che quella che appare come superiorità sia semplicemente il risultato di una libertà politica (che è il condono di tutti i “tecnici” o “migliori”) che dura giusto il tempo in cui torna utile ai partiti. Ai partiti Draghi è stato utilissimo: ha evitato le elezioni che spaventano Salvini contro Meloni, ha evitato le elezioni che spaventano Meloni che non ha ancora ottenuto una leadership stabile nel centrodestra a cui aspira, ha evitato le elezioni che spaventano Forza Italia che non sa ancora cosa rimarrà di Berlusconi, ha evitato le elezioni che spaventano i centristi che non hanno scelto ancora da che parte stare e che non hanno il modo per fare un centro, ha evitato le elezioni che spaventano il PD che deve ancora determinare i confini della presunta area riformista, ha evitato le elezioni che spaventano il M5S affaticato nel rinnovare la propria identità, ha evitato le elezioni che spaventano a sinistra dove doveva nascere il partito che non è ancora nato. Forse dietro alla continua elegia di Draghi c’è anche un tempismo perfetto per prendere tempo.

I partiti, dicevamo. Ieri il Presidente del Consiglio li ha legati con un doppio nodo proponendosi come possibile Presidente della Repubblica inchiodando la maggioranza attuale sia nel proseguimento dell’attività di governo (con un nuovo Presidente del Consiglio, come se fosse solo una pedina obbligatorio, come se bastasse un ologramma) sia nell’elezioni del Presidente della Repubblica. Grande mossa politica, dicono quasi tutti. Per niente: c’è una considerevole differenza tra una maggioranza che sostiene un governo (che dura nella migliore delle ipotesi 5 anni) per sbrigare le contingenze e la maggioranza che elegge un Presidente con funzioni di garanzia che ha il ruolo di attraversare i governi garantendo gli equilibri democratici. Qualcuno avrebbe potuto spiegare a Draghi che i due ruoli sono costituzionalmente molto diversi, non sono due identiche opportunità di comando. Qualcuno forse avrebbe anche potuto dirgli che un’autocandidatura del genere oltre che essere piuttosto pretenziosa è anche sbagliata nei tempi: la partita per il Quirinale si gioca nei giorni appena precedenti all’elezione e anticipare la propria disponibilità può significare solo un’ingenuità politica demoralizzante o una certa megalomania. Entrambe le caratteristiche sono preoccupanti, per motivi opposti. Ha ragione Renzi che oggi in un’intervista a Repubblica spiega che non è affatto detto che la maggioranza di governo debba coincidere con quella che elegge il Presidente. È successo l’ultima volta ed è accaduto prima.

I partiti, dicevamo. I partiti muti. Il Presidente del Consiglio si presenta alla conferenza stampa di fine anno per dirci che il suo ruolo è esaurito e nemmeno un partito che si permetta l’onestà intellettuale di dire che no, la pandemia non è sconfitta (e non è certo una responsabilità di Draghi ma il suo compito era quello di accompagnarci all’uscita che per ora non si vede) e che il PNRR debba essere declinato nella realtà. A voler ben vedere non c’è nemmeno un partito che ritenga utile spiegarci cosa dovrebbe fare il governo nel prossimo anno, cosa ci sarebbe da correggere, niente di niente. Si gioca sui nomi come si gioca alle figurine. E diventa ancora più chiaro perché Draghi possa permettersi questo suo atteggiamento perfino snobistico e distaccato: la debolezza dei partiti è la sua forza e quelli lo applaudono. Finché dura.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

I “furbetti”? Citofonare Superbonus

Avviso ai cacciatori di furbetti che rovistano tra i percettori del reddito di cittadinanza dando addosso ai poveracci fingendo di preoccuparsi per i soldi pubblici. Ieri Mario Draghi (sì, sì, proprio lui) a proposito del Superbonus ha detto che è «una misura che ha dato beneficio ma anche distorsioni». La prima distorsione «è l’aumento straordinario dei componenti per le ristrutturazioni», sottolineando che «la logica del 110 per cento non rende più la contrattazione di un prezzo rilevante». Inoltre, ha aggiunto, «ha incentivato le frodi: e l’Agenzia delle entrate ha bloccato 4 miliardi di crediti che erano stati dati come cedibili».

Avete letto bene: 4 miliardi di euro.

Intanto il ministro Orlando riferendo alla Camera sui morti sul lavoro ci ha fatto sapere che il Superbonus «rappresenta sicuramente uno strumento positivo per il rilancio dell’economia, ha però come corollario il rischio di un aumento degli incidenti». Per questo, secondo Orlando,  «diventa necessario prevedere che l’accesso ai  benefici del Superbonus non sia applicabile per i lavori edili effettuati da aziende che non rispettino pienamente il contratto collettivo dell’edilizia e applichino contratti pirata».

Intanto il Superbonus è stato prorogato così com’è: prime case, seconde case, abitazioni unifamiliari o condomini, senza alcun tetto di reddito equivalente (Isee) potranno accedere alla detrazione al 110 per cento e ottenere uno sgravio di imposta superiore ai costi sostenuti, solo per lo sforzo di ristrutturarsi di casa. Per il 2022 serve solo dimostrare di aver ultimato il 30 per cento dei lavori entro il 30 giugno. Per gli interventi sotto i 10 mila euro non si applicherà il decreto anti frode, voluto dopo le segnalazioni dell’Agenzia delle entrate sull’ammontare elevato dell’elusione attorno al bonus.

A chi fa comodo il bonus? A banche, imprese edili. Come tutti i bonus è iniquo. Però “muove” l’economia, dicono. Mica come i poveracci.

Buon giovedì.

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