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A proposito di Boric (e di noi)

A 35 anni qui in Italia, se ti capita di fare politica, sei considerato il “delfino di” oppure sei considerato una “promessa”. Accade nella politica e nel lavoro. A 35 anni hai abbastanza forze per faticare ma hai faticato troppo poco per dirigere, secondo il mantra di quelli che non vogliono mollare il posto di comando fino all’ultimo secondo. A 35 anni sei una promessa e ti concedono perfino il lusso di atteggiarti da buonista, da ecologista, da femminista: ti concedono di parlare di diritti perché i diritti e il futuro, qui da noi, sono come la delega dell’assessorato alla Cultura, una roba che si dà ai giovani volenterosi come premio per trastullarsi.

A 35 anni Gabriel Boric è diventato presidente del Cile. E non si è smussato, per niente, rispetto ai tempi in cui era un leader studentesco. Certo ha studiato molto, certo ha affinato il suo modo di fare politica ma i temi sono sempre gli stessi. Ha sconfitto al ballottaggio Jose Antonio Kast, uno fiero di essere di estrema destra che poi, come quasi tutti quelli della sua risma, ha finto di fare il moderato quando gli è venuta la paura di perdere. Uno di quelli che ingrossano il proprio bacino di voti sparandole sempre più grosse che poi si traveste da statista per risultare credibile. Ogni riferimento a robe di casa nostra non è per niente casuale.

Pochi minuti dopo la vittoria Boric è salito su un palco improvvisato sull’Alameda, ha toccato tutti temi a lui cari: i bambini, le donne, l’orario di lavoro, le pensioni, la salute e la educazione pubbliche, l’ambiente, l’acqua, i diritti umani e ovviamente la difesa del lavoro della Assemblea costituente. Ma ha parlato da “presidente di tutti”, considerando un’opportunità più che un limite l’equilibrio di forze nel nuovo Parlamento, promettendo che farà un governo aperto.

Certo c’è finalmente lo scrollarsi di dosso Pinochet ma un 35enne che vince così largamente (con la vittoria più ampia nella storia del Cile) rende perfettamente l’idea di quanto sarebbe impossibile qui che un leader così giovane diventi leader, sia candidato e abbia gli strumenti per potersela giocare fino in fondo. Ora, vedrete, la tratteranno come una notizia isolata, anche un po’ esotica. A proposito: il suo avversario Kast si è congratulato con Boric per il suo «grande trionfo», aggiungendo che «da oggi è il presidente eletto del Cile e merita tutto il nostro rispetto e la collaborazione costruttiva».

Non serve nemmeno aggiungere altro.

Buon martedì.

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Una Repubblica fondata sulla strage

Filippo Falotico aveva 20 anni. Viveva con la famiglia. Amava le gru. Appena aveva potuto, aveva cominciato a lavorare nell’azienda del padre che noleggia gru come montatore. Operaio specializzato. Marco Pozzetti era di Carugate in provincia di Milano. Aveva 54 anni. E poi c’era Roberto Peretto, di Cassano d’Adda (Milano), 52 anni. Tutti e tre sono morti sul colpo da una gru crollata a Torino per cause ancora da accertare che è collassata ribaltandosi in strada. Quasi miracolati due passanti: un uomo di 33 anni estratto vivo dalle lamiere della sua auto travolta da alcuni pezzi della gru, e una donna di 61 anni colpita da un calcinaccio. Le urla per strada dei passanti sono un inferno.

L’emergenza nazionale sono le morti sul lavoro di un sistema che va cambiato, che tutti dicono di cambiare e che non cambia mai. Ogni volta che qualcuno propone interventi di legge uno stuolo di imprenditori (e i loro camerieri in Parlamento) ci dicono che la sicurezza rallenta la loro dea Produttività. Ogni volta siamo qui, sempre, il giorno dopo a piangere. Passano gli anni e siamo sempre qui a discutere dei subappalti selvaggi, dei controlli che mancano, della “patente a punti” per la sicurezza delle imprese che Confindustria e compagnia bella ritengono “discriminatoria”. Tutti che parlano dei no vax e nessuno che si prende la briga di occuparsi dei no lex che stanno sui cantieri (mentre il doping dei cantieri li sta moltiplicando in tutta Italia).

Si parla della gru di Torino ma 3 giorni fa è  morto un operaio edile di 59 anni a Ischia, mentre lavorava in un cantiere di Forio; sulla statale Appia all’altezza di Massafra è morto un uomo di 51 anni mentre spostava una gru da un camion, Pierino Oronzo di 55 anni è morto ustionato nel Salernitano mentre stava effettuando lavori di posa di una guaina su un immobile, Adriano Balloi, 60 anni, di Tortolì, è rimasto incastrato sotto un escavatore.

«Abbiamo iniziato una vigilanza da qualche mese da cui risulta che oltre 9 imprese edili su 10 non sono regolari». Il dato è annunciato dal direttore dell’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl), Bruno Giordano, intervistato dal Tg3 sulla sicurezza nei cantieri e le morti sul lavoro.

Bisognerebbe pubblicare anche le loro buste paga sui giornali, insieme alle foto. Bisognerebbe scrivere a caratteri cubitali anche i loro stipendi. Sempre che una busta paga ce l’abbiano davvero, poiché due di queste sei vittime lavoravano in nero.

Chissà se vedendo i loro stipendi quelli che contestano i lavoratori scesi in piazza o quelli che continuano a raccontarci che in Italia la gente si lamenta perché non ha voglia di lavorare non si vergognerebbero almeno un po’ di essere i mefitici cantori di una Repubblica fondata sulla strage.

Siamo a più di mille morti, quest’anno. La ripresa, qui da noi, la vedi nell’impennata delle vittime collaterali.

Buon lunedì.

Nella foto: Roberto Peretto, Marco Pozzetti e Filippo Falotico

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Altro che “europeisti”: con la scelta di introdurre nuove restrizioni sui viaggi, il governo vìola le norme Ue

Chissà se un giorno troveremo la lucidità e il coraggio di dirci che più danni di qualche squinternato no vax o del becero complottismo li ha causati il paternalismo schizofrenico dei governi e delle loro decisioni per combattere il virus. 

L’ultima è la scelta del governo di rendere il green pass italiano un po’ più pass degli altri introducendo l’obbligo di tampone negativo per chi entra in Italia anche da un Paese europeo. Che l’Ue se la sia presa era prevedibile ed è in linea con gli accordi che erano stati presi in quella sede ma ciò che tocca registrare ancora una volta è che la decisione viene presa senza nessun principio di proporzionalità, come continua ad accadere.

Il governo si era impegnato con l’Ue a non introdurre limiti ulteriori rispetto alla certificazione verde per far entrare persone da Stati membri, a meno che la nostra situazione interna non fosse peggiorata, non è difficile capire che proprio questo governo di “europeisti” (lo ripetono talmente spesso da averne perfino svuotato il significato) abbia violato le regole europee. 

Ma c’è un altro punto sostanziale che vale la pena sottolineare (anche questo per l’ennesima volta): la comunicazione continua a essere insopportabilmente paternalistica, confusa, incoerente e per questo è un ottimo assist per quegli stessi no green pass che si vorrebbe convincere.

Vale la pena ricordare che il green pass è solo l’ultimo dei provvedimenti che è stato annunciato come risolutivo e che invece si è mostrato poi non del tutto efficace per tornare a una bozza di normalità. È vero, una pandemia non è prevedibile e le sue evoluzioni sono spesso inattese ma sicuramente una maggiore cautela nelle parole (e magari anche una maggiore chiarezza sugli obiettivi che ogni singolo provvedimento si propone di perseguire) avrebbe infuso più fiducia e avrebbe dato l’idea di una reazione più organica e seria agli accadimenti.

Se davvero i virologi che inondano le trasmissioni televisive vogliono assumersi la responsabilità di essere dei divulgatori perché non ripensano alla leggerezza con cui hanno dato per “risolutiva” la prima dose di vaccino, poi hanno ripetuto lo stesso errore con la seconda e ora insistono con la terza senza contenersi nella cautela che spetta a ogni buon comunicatore?

Perché perfino Draghi in una conferenza stampa ha compiuto la leggerezza di definire i vaccinati come «persone non contagiose» prestando al fianco ai rimestatori che non aspettavano altro per smentirlo e quindi per mettere in discussione perfino la credibilità di tutta la comunità politica e scientifica?

Perché dopo tutti questi mesi siamo ancora ad applaudire lo sceriffo De Luca che ordina l’obbligo di bere solo acqua per strada e non ci si indigna per la mancanza di indicazioni semplici e chiare sulla ventilazione dei posti chiusi? Perché ad esempio si insiste a ritenere la scuola uno dei luoghi più sicuri e non si è mai intervenuti per garantire la corretta ventilazione che l’Oms predica da mesi?

A proposito di Oms, nei giorni scorsi l’Organizzazione ha detto chiaramente che «i vaccini da soli non faranno uscire nessun Paese da questa crisi. Non saranno i vaccini invece delle mascherine, del distanziamento, della ventilazione o dell’igiene delle mani. Bisogna fare tutto. Farlo in modo coerente. Farlo bene». Qualcuno nota le discrepanze rispetto a un certo giubilo affrettato?

Per affrontare seriamente una pandemia così complessa bisogna essere seri. Non basta essere certificati come “migliori”. E la sciatteria di certa comunicazione non è colpa dei no vax e non ha niente a che vedere con loro. In compenso è una loro ottima alleata.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Nuovo cinema Locri

Leggete bene: «Un vero e proprio organismo associativo elevato a Sistema, che ruotava attorno all’illegale approvvigionamento di risorse pubbliche». È un passaggio delle motivazioni depositate dal Tribunale di Locri con cui vengono inflitti in Primo grado 13 anni e 2 mesi di carcere a Mimmo Lucano. Sì, lo so, sembra l’incipit del mandato di cattura contro Al Capone, ma su Riace e su Mimmo Lucano il senso della misura si è perso da un bel po’, fin da quando un sindaco povero di una città che era praticamente disabitata è diventato il nemico numero uno di tutti quei valenti sovranisti che promettono di difenderci dai poteri forti, dalla sostituzione etnica, dall’infido complotto mondiale, dal virus e poi se la fanno sotto per un paesello calabrese che diventa ristoro di un manipolo di disperati che decidono di arrogarsi il diritto di sperare.

Anche per la Procura Mimmo Lucano non si è arricchito

Il presidente del Tribunale di Locri, Fulvio Accurso, scrive una sentenza che i procacciatori di fiction pagherebbero a peso d’oro. Nel provvedimento si parla di un «sistema che si basava su una piattaforma organizzativa collaudata e stabile, che si avvaleva dell’esperienza e della forza politica che Lucano possedeva e che questi esercitava in forma padronale ed esclusiva, tanto da indurre tutti al silenzio». Dipingere Mimmo Lucano come portatore di «forza politica» significa, lo scrivo trattenendomi, non capire nulla di politica e confondere il rumore che fa la bile rovesciatagli addosso dai suoi nemici per protagonismo nazionale. Proviamo a dirlo in parole semplici: poiché dalla Procura non è stato trovato un solo soldo in giro (e Lucano è un poveraccio ancora peggio di prima che tutta questa storia iniziasse) la tesi per condannarlo si fonda su un presunto potere politico che Lucano avrebbe accumulato. Del resto i soldi, lo dice la sentenza, sono stati investiti in «creazione di progetti di valutazione del territorio».

Il Tribunale di Locri (Getty Images).

L’accusa di «strumentalizzazione dell’accoglienza per fini politici»

Anche il reato di rivalutazione del territorio è una grossa novità, in effetti. È una notizia da prima pagina di tutti i giornali l’individuazione del nuovo reato di «strumentalizzazione dell’accoglienza per fini politici» perché se dovesse essere applicato oggi stesso si svuoterebbe metà parlamento e, di sicuro, decapiterebbe gran parte dei partiti di centrodestra che aspirano a governare. Condannare Lucano per strumentalizzazione dell’accoglienza (vale la pena ripeterlo, senza avere intascato un solo centesimo) nel Paese in cui senza immigrazioni scomparirebbero i due principali leader della maggioranza e dell’opposizione significa non avere il minimo senso delle proporzioni. E che il Tribunale di Locri veda «assoggettamento» lì dove c’è un sindaco e ci sono asini che raccolgono i rifiuti, lascia immaginare che abbiano da parte enormi parole nascoste per raccontarci l’assoggettamento ‘ndranghetistico dove girano milioni.

“Condanna alle intenzioni” per l’ex sindaco di Riace

Qualcuno potrebbe obiettare che imbastire un processo vagheggiando «illeciti profitti» e «sostegno elettorale» nel paesino di Riace sia una tesi piuttosto spericolata ma il giudice si supera avvisandoci che l’ipotesi di un inesistente arricchimento personale sarebbe avvenuta «a fine carriera». Un processo alle intenzioni fa già schifo ma una condanna alle intenzioni è qualcosa di ributtante. E a dimostrare che dalle parti di Locri di politica ci capiscano molto poco lampeggiano quelle 9.779 preferenze prese da Lucano nell’ultima tornata elettorale per la Regione Calabria. Avete mostrificato un sindaco e poi l’avete condannato per le sembianze che gli avete appiccicato addosso. Un raccapricciante capolavoro.

Migranti accolti in Italia (foto Getty Images).

La condanna a Lucano più pesante di quella per strage di Traini

Fanno senso le parole della sentenza in cui si dice che «nulla importa che l’ex sindaco sia stato trovato senza un euro in tasca – come orgogliosamente egli stesso si è vantato di sostenere a più riprese perché ove ci si fermasse a valutare questa condizione di mera apparenza, si rischierebbe di premiare la sua furbizia, travestita da falsa innocenza, ignorando però l’esistenza di un quadro probatorio di elevata conducenza, che ha restituito al Collegio un’immagine ben diversa da quella che egli ha cercato di accreditare». Intanto pende un’indagine per caporalato (!) contro la moglie dell’ex Prefetto Michele Di Bari che fu il braccio armato per disinnescare Lucano e possiamo solo registrare che Luca Traini (il simpatizzante nazileghista che sparò a sette migranti) sia stato condannato per strage a 1 anno in meno rispetto alla condanna dell’ex sindaco di Riace. Mimmo Lucano si è talmente “arricchito” con l’accoglienza che non hanno trovato un centesimo. Festeggiano furiosamente quelli dei 49 milioni. Ah, a proposito, oggi è la Giornata internazionale del migrante. Auguri a tutti.

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Due bimbi morti carbonizzati, la tragedia annunciata dovuta alla povertà

Accade sempre così, sotto Natale, mentre il clima di festa diventa un vaporoso diritto di fregarsene. Accade così tutti gli anni e ogni volta si sentono le stesse parole, la stessa contrizione di maniera che serve per buttare giù due righe, per essere “buoni” come richiede il momento, per non concedersi il lusso di farsi sporcare da lutti che sono terrificanti perché sono uno specchio, perché lì dentro ci siamo noi, quello che siamo diventati e quello che vogliamo fingere di non vedere.

Sì, è vero, ieri mattina alla periferia di Stornara sono morti due fratelli, lui aveva quattro anni e sua sorella ne aveva due, che si sono fatti cenere dentro una baracca completamente distrutta dalle fiamme ma lo spirito natalizio era già evaporato prima, farebbe schifo anche se oggi quei due bambini fossero vivi perché la stretta con il nodo in gola dovrebbe arrivare per questa gestione che divide i centrali dalle periferie del mondo, per questo sistema in cui essere poveri è una colpa da espiare in baraccopoli che sono sacchetti dell’umido lasciati ai bordi delle nostre città. Poi succede che qualcuno ci muore e allora con i guanti e il naso turato ci tocca metterci le mani dentro e prendere coscienza.

Erano le 9 di mattina e le agenzie di stampa lo chiamano “insediamento abusivo alla periferia della cittadina dei Cinque Reali Siti, sulla strada per Cerignola”. Anche questo è un inganno: quel villaggio è un relitto che non sta nelle regole, ma in cui vengono allevati in batteria le braccia e le gambe per sostenere illegalmente l’economia circostante. Se quell’insediamento è abusivo allora è abusiva tutta la socialità pulita e pettinata che lì intorno mangia su quella disperazione. O no? Arrivano i vigili del fuoco per spegnere l’incendio e, toh, trovano due bambini tra le macerie. I corpi carbonizzati che appaiono nelle foto contengono lo stesso disagio disperso delle altre baracche che non sono state toccate dalle fiamme: chiamare insediamento una discarica in cui i topi, gli avanzi, gli scarti e le persone hanno tutti lo stesso destino è un modo perfino vigliacco per disinfettare la realtà e le parole.

Ieri mattina il padre era uscito come tutte le mattine per andare a lavorare, gli uomini da queste parti valgono solo per i chili che riescono a sollevare e per le ore che riescono a lavorare senza farsi logorare dalla fatica. La madre si era allontanata per qualche minuto e al suo ritorno la baracca era avvolta dalle fiamme. Gli investigatori non escludono che si tratti di un sistema di riscaldamento di una stufa a legna. Nei giornali oggi leggerete che resta da chiarire se i bambini siano stati sorpresi dalle fiamme nel sonno o se le cause siano riconducibili alle esalazioni da monossido di carbonio. Si aspetta la perizia medico-legale, ma la perizia sociale è presto fatta guardandosi intorno. Poi, ovviamente sono partite le solite dichiarazioni di rito: il sottosegretario all’Interno Carlo Sibilia si dice «vicino alla tragedia che ha colpito la comunità di Stornara in provincia Foggia. Non possiamo che, ancora una volta, richiamare l’attenzione sulla sicurezza, anche delle fragili comunità, affinché un evento drammatico come questo non debba ripetersi. Mai più».

Anche il “mai più” dovrebbe essere vietato nella bocca dei politici che lo pronunciano sapendo benissimo che Stornara non sta mica solo in Puglia, che Stornara è una situazione che si ritrova in tutto il Paese e visto cosa accade nel Mediterraneo o in Bielorussia c’è addirittura da ringraziare di essere solo così poco disperati. è intervenuto anche Matteo Salvini: «Una tragedia inaccettabile, che dovrebbe imporre a tutti l’urgenza di liberare questi bimbi da illegalità, sfruttamento e povertà. Una preghiera per questi morti». Ma le preghiere per i morti non servono a niente se non sono accompagnate dai provvedimenti per i vivi. Le parole che invece vale la pena ascoltare sono quelle del sindaco di Stornara Rocco Calamita, uno che con quella disperazione pelosa ci ha a che fare tutti i giorni. E infatti senza troppi giri di parole scrive: «Né mi dà conforto o lenisce il dolore, il fatto che questa amministrazione avesse in più occasioni segnalato e portato a conoscenza a tutte le autorità competenti la situazione drammatica anche sotto il profilo sanitario del campo rom. Simili eventi non dovrebbero verificarsi, anche perché troppo spesso a pagarne le conseguenze sono gli unici realmente non colpevoli».

Sì, perché quello scempio di quel campo abusivo da quelle parti lo conoscono e lo conoscevano tutti ed è troppo facile oggi credere di avere il diritto di indossare il lutto. Ieri un cittadino raccontava di essere tremendamente arrabbiato «perché abbiamo questa situazione a un passo da noi e nessuno ha mai fatto niente o alzato la voce». In quel buco di immondizia e lamiere scaldate troppo poco e scaldate troppo male ci vivono almeno 1.000 persone (numeri ufficiali non ce ne sono) e non ci crede nemmeno il più sprovveduto che un migliaio di persone possano rimanere lì per caso senza che nessuno intorno si metta una mano sulla coscienza o nel peggiore delle ipotesi anche solo una mano tra le carte che decidono ciò che è legale e ciò che è giusto. «Spero che la politica nazionale affronti e risolva questo fenomeno tragico che ormai non ha più confini – scrive il sindaco Calamita – e interessa tanto la nostra comunità, quanto quella foggiana, pugliese, nazionale e internazionale. Vi è l’impegno di questo sindaco e della intera amministrazione comunale a fare – ha concluso il primo cittadino – quanto possibile per sostenere la famiglia colpita da questo evento». E andrebbe premiato il coraggio di un sindaco che ci avverte che no, che non stiamo scrivendo un pezzo su un tragico evento in una piccola comunità locale ma stiamo scrivendo di un tempo in cui si ritiene possibile rinchiudere i poveri e i disperati in recinti dove avviene la sospensione di qualsiasi diritto.

Del resto siamo il Paese in cui per i prossimi mesi fioccheranno i morti di freddo sotto i ponti delle più celebrate città d’Italia (sempre confidando che la stampa provi il senso di responsabilità di raccontarlo), siamo il Paese in cui non metteranno piede per non disturbare il nostro Natale i disperati che vengono accalappiati nel Mediterraneo dai lacci della cosiddetta Guardia costiera libica che paghiamo per sanificare la nostra coscienza. Continuiamo a essere il Paese in cui essere troppo poveri per possedere una casa viene considerata una sconfitta. Se non hai una casa allora significa che non sei all’altezza. Se non sei stato all’altezza allora ti mettiamo ai bordi dentro la baracca. Se nella tua baracca si muore di freddo e il fuoco ti brucia i figli ti promettiamo una medaglia di latta con su scritto “mai più”. Aspettando il prossimo giro.

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Fonte

Guerini, il fuoriclasse del galleggiamento

Siamo nell’epoca in cui la tiepidezza è una virtù. Non è una roba nuova: la scala dei grigi ha partorito presunti leader che avevano così le mani libere per poter dire tutto e il contrario di tutto e quando la politica diventa semplicemente l’arte del galleggiamento e dell’autopreservazione essere incolori e insapori è un asso nella manica. Ora mettiamoci anche l’avvento dei migliori, il fingersi tecnici per non essere costretti a prendere posizioni politiche e così avrete il menu perfetto per sfondare.

La starlette di questo tempo è senza ombra di dubbio il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e il fatto che non ne abbiate mai sentito parlare significa che l’immersione è stata vincente: fare politica senza farsi vedere è una medaglia da indossare, di questi tempi. Mica per niente Guerini ama definirsi «politico di provincia», sempre intento a smussare lo smussabile per arrotondarsi e stare bene su tutto. Così quel giovane consigliere comunale a Lodi nel 1990 è riuscito a passare indenne alle tempeste senza sgualcirsi il colletto. Ragioniere, laureato in Scienze politiche alla Cattolica di Milano, ufficialmente assicuratore di professione ma da sempre politico a tempo pieno Lorenzo Guerini è lo scaricatore di amicizia più veloce del west solo che a differenza del suo antico nume tutelare Matteo Renzi riesce a farlo con una grazia morbidamente cattolica che non gli incrina la nomea del bravo ragazzo. Da politico più potente del lodigiano si è scrollato di dosso Gianpiero Fiorani (mentre quello affogava con la Banca Popolare di Lodi) come se fosse uno sbuffo di forfora.

Rieletto sindaco nella sua città promise solennemente a tutti gli iscritti del Partito democratico che mai e poi mai avrebbe ceduto alle tentazioni romane. Promessa non mantenuta. Mentre fingeva di essere il ragazzetto di provincia con le braghette corte prese la vice direzione del partito e divenne l’amico più fidato di Matteo Renzi (un altro con una visione mefistofelica dell’amicizia in politica) per il quale tesseva trame adottando sempre il solito copione: mentre Renzi faceva lo spaccone lui ripeteva ossessivo la sua litania di dover «trovare una sintesi» e di «lavorare per un’intesa». Fa niente che poi nel frattempo Renzi abbia ribaltato tutto per davvero, martellando un Pd poi lasciato malconcio: Guerini riesce a mantenere sempre intatta la sua fedina politica, un fantasma sempre capitato lì per caso. Dentro il Pd dopo il successo di Renzi con il 40% alle europee molti sorridevano sentendo “Arnaldo” (così lo chiamava Renzi in omaggio a Forlani) ripetere che…

L’articolo prosegue su Left del 17-23 dicembre 2021

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SOMMARIO

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Ricciardi (M5S) a TPI: “Caro Provenzano, se il Pd vuole davvero il salario minimo basta che votiate la nostra legge”

Riccardo Ricciardi è il nuovo vicepresidente dei Cinque Stelle. Incarna l’anima “progressista” del movimento: durante il governo gialloverde votò contro i decreti sicurezza e la legge sulla legittima difesa. Dopo che la scorsa settimana abbiamo intervistato il vicepresidente del Pd Peppe Provenzano, ora tocca a lui essere interrogato su salari e lavoro, i grandi temi di questi mesi.

Il M5S di Conte è ormai assettato con le nuove nomine. Quali saranno le differenze con il M5S visto fin qui?
«Ci stiamo rinnovando sotto la guida di Giuseppe Conte. Ora il nostro impegno si focalizzerà soprattutto nel radicamento territoriale. Ho fatto per cinque anni il consigliere comunale a Massa: da sempre ci veniva fatta questa richiesta dai nostri iscritti. Oggi finalmente abbiamo persone che si occuperanno di struttura sui territori, formazione, raccolta di progetti della società civile».

Il vero grande tema continua a essere il lavoro. L’Italia è ultima per salari e anche dal punto di vista dei diritti le cose non sembrano andare benissimo. Il Governo Draghi, come prevedibile, non pare in grado di soddisfare i grandi temi che sono sul tavolo e i sindacati sono sul piede di guerra. È possibile invertire la tendenza? Come?
«Con questa Legge di Bilancio si mette al centro il taglio delle tasse. È un fatto che in questo Paese la classe media, la stragrande maggioranza degli italiani, paghi troppe tasse. La sfida sul lavoro è nel Pnrr. Il lavoro si crea se si guarda al futuro. È inutile ragionare con gli schemi di trent’anni fa».

E com’è che si genera lavoro?
«Con aziende che investono sul mercato con idee innovative e dando un nuovo ruolo allo Stato. Quindi meno burocrazia, infrastrutture realmente necessarie, digitalizzazione. Sa un’azienda nel mio comune cos’ha atteso per anni? Il taglio di rami di alberi che intralciavano le enormi merci che dovevano movimentare dal capannone al porto. Se lo Stato ascolta e risponde velocemente, saranno sempre meno le persone che proveranno a eludere le regole: contratti a nero, evasione, sicurezza sul lavoro. Se lo Stato non ti intralcia, come ahimè accade, quelle norme non saranno viste come ostacolo ma come un patto tra soggetti che si rispettano»…
Continua a leggere l’articolo sul settimanale The Post Internazionale-TPI: clicca qui

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Lesa maestà

Dice Matteo Salvini che quello di ieri è stato «uno sciopero farsa». Ci sta, bisogna avere lavorato per sapere riconoscere uno sciopero. Niente di male. Antonio Tajani dice che crede che «lo sciopero non abbia alcun senso: sia dannoso per la ripresa economica. Abbiamo prorogato lo stato di emergenza. Non è questo il modo per andare incontro ai lavoratori. È negativo per i lavori e il nostro Paese». Tajani fa il Tajani, ci sta, è pagato per quello: la ripresa economica per Tajani consiste nell’accontentare il suo elettorato e la disuguaglianza delle misure sicuramente non pende da quella parte.

Di certo lo sciopero di ieri è il primo atto di lesa maestà nei confronti del governo Draghi e molto chiaramente si sono potute vedere le parti in campo. Nessun leader di partito tranne Bersani e Fratoianni ha appoggiato esplicitamente lo sciopero. Pd e M5s da equilibristi auspicano “il dialogo”, peccato che le domande dei lavoratori (una distribuzione Irpef più equa, un maggiore contributo per le famiglie più povere per il rialzo dei consumi, una seria posizione sulle delocalizzazioni, maggiori stanziamenti per la sanità) siano chiarissime e a mancare siano le risposte. Ed è curioso che chi non risponde a una domanda si lamenti della mancanza di dialogo.

Inarrivabili quelli che dicono che non è il momento di scioperare: in Italia cinque milioni di lavoratori percepiscono un salario inferiore ai 10 mila euro lordi l’anno. Tra disoccupati e inattivi si contano quattro milioni di persone. Tre milioni sono i precari, 2,7 milioni i part time involontari. Il Censis ha elaborato dati Ocse da cui si deduce che siamo l’unico Paese industrializzato in cui, negli ultimi 30 anni, le retribuzioni sono calate (del 2,9%). Un arretramento che neanche in Grecia e in Spagna si è verificato. Francia e Germania hanno visto crescere i redditi da lavoro di oltre il 30%. In tutto questo stanno arrivando miliardi dall’Europa. Se non ora, quando?

Pessima, seppur prevedibile, la reazione dei giornali: Repubblica ieri non citava nemmeno lo sciopero, il Corriere della Sera ieri ne parlava a pagina 16 in poche righe, Il Messaggero un trafiletto sotto il titolo “disagi”. Se serviva uno sciopero per tastare il polso della stampa italiana eccovi serviti. Dario Di Vico ieri sul Corriere scriveva di  una «gauche italiana pervicacemente affezionata a una centralità del conflitto capitale-lavoro». Magari Di Vico, magari.

Una cosa è certa, questo Paese si è completamente disabituato alla cultura del conflitto (essenziale in democrazia). Il fatto che ora ci sia Draghi ha aggiunto l’aggravante della lesa maestà. Il presidente di Confindustria Bonomi ci ha fatto sapere di essere stato “triste” per lo sciopero. Sapesse come sono tristi i lavoratori sottopagati o disoccupati. Il punto è che di Paesi reali ce ne sono veramente due: gli sfruttati e gli sfruttatori. Una volta l’avrebbero chiamata “lotta di classe” ma se oggi ci si permette di scriverlo questi chissà come si intristiscono ancora.

Buon venerdì.

 

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Lo sciopero generale relegato in un trafiletto: ecco a voi i giornali che non danno notizie, le seppelliscono

Non avevo letto da nessuna parte che oggi scioperassero anche i quotidiani. Deve essere una forma di solidarietà il fatto che su Repubblica di oggi non compaia nemmeno una riga, una che sia una, sullo sciopero generale a Roma a Piazza del Popolo con Maurizio Landini e Pier Paolo Bombardieri, e sulle iniziative interregionali previste a Bari, Cagliari, Milano e Palermo.

Il Corriere della Sera invece ha optato per uno sciopero dolce e ha deciso di informare i suoi lettori con un trafiletto a pagina 16, dando per scontato che esistano almeno 15 pagine di notizia con priorità maggiore dello sciopero di oggi. Complimenti a loro: in questi giorni di carestia di notizia evidentemente sono oberati dalla realtà.

Lasciamo perdere i giornali liberali e addirittura confindustriali. Quelli di non parlare di sciopero (o addirittura di scriverne solo per demonizzarlo) ce l’hanno stampato nel mandato editoriale ma che i due quotidiani nazionali che si autodefiniscono “progressisti” abbiano deliberatamente deciso di bucare la notizia di oggi rende perfettamente l’idea dell’epoca difficile in cui stiamo, qui dove è ritenuto anacronistico e inelegante parlare di lavoratori e di povertà, immersi in un borghesissimo “nascondere per non farci i conti” degno dei salotti più scollegati dalla realtà.

Del resto i segnali c’erano tutti, questo sciopero ha rimesso in moto vecchi meccanismi che si sono ripetuti sfacciatamente senza avere nemmeno il timore di essere riconosciuti come abusi: ripetere che per uno sciopero “non è questo il momento” come avviene regolarmente in ogni sciopero di ogni periodo storico, lamentarsi per i disagi di qualche ora per non dovere aprire una discussione sul futuro (che è esattamente quello che tenta di fare uno sciopero) e lamentare la mancanza di “capacità di contrattazione dei sindacati nelle sedi opportune” dimenticando che lo sciopero è una sede opportuna sancita dalla Costituzione.

Sempre i soliti tic di un’Italia padronale che sogna di seppellire quanto prima le parole e i modi che furono dei lavoratori per pretendere i propri diritti aspirando a una pacificazione che per loro è l’accettazione permanente di un’oppressione.

Non che non ci siano riusciti, anzi: se ti permetti di scrivere che la lotta di classe sia utile oggi ti saltano al collo intravedendo brigatisti dappertutto. Dichiarare “vecchia” una rivendicazione è il modo migliore (benché stupido, ma forse funziona proprio perché è stupido) per smontare una rivendicazione. Ma se i lavoratori del 2021 li volete chiamare con qualsiasi modernissimo nome continueranno ad avere i soliti vecchi problemi: salari che non crescono mentre tutto intorno è una fanfara di “ripartenza” e di “crescita”, una distribuzione non equa dei soldi dello Stato e dell’Europa, un’impunità delle aziende in piratesche delocalizzazioni.

Su Il Messaggero e su Il Mattino la notizia dello sciopero è data in taglio basso, poche righe, a pagina 9. Titolo: “Disagi in vista”. Ma il vero disagio, qui, è in un pezzo dell’informazione che fa da cameriera alla politica per ottundere le notizie invece di darle. Giornali che non danno notizie, le seppelliscono.

L’articolo originale scritto per TPI è qui