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Guerini, il fuoriclasse del galleggiamento

Siamo nell’epoca in cui la tiepidezza è una virtù. Non è una roba nuova: la scala dei grigi ha partorito presunti leader che avevano così le mani libere per poter dire tutto e il contrario di tutto e quando la politica diventa semplicemente l’arte del galleggiamento e dell’autopreservazione essere incolori e insapori è un asso nella manica. Ora mettiamoci anche l’avvento dei migliori, il fingersi tecnici per non essere costretti a prendere posizioni politiche e così avrete il menu perfetto per sfondare.

La starlette di questo tempo è senza ombra di dubbio il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, e il fatto che non ne abbiate mai sentito parlare significa che l’immersione è stata vincente: fare politica senza farsi vedere è una medaglia da indossare, di questi tempi. Mica per niente Guerini ama definirsi «politico di provincia», sempre intento a smussare lo smussabile per arrotondarsi e stare bene su tutto. Così quel giovane consigliere comunale a Lodi nel 1990 è riuscito a passare indenne alle tempeste senza sgualcirsi il colletto. Ragioniere, laureato in Scienze politiche alla Cattolica di Milano, ufficialmente assicuratore di professione ma da sempre politico a tempo pieno Lorenzo Guerini è lo scaricatore di amicizia più veloce del west solo che a differenza del suo antico nume tutelare Matteo Renzi riesce a farlo con una grazia morbidamente cattolica che non gli incrina la nomea del bravo ragazzo. Da politico più potente del lodigiano si è scrollato di dosso Gianpiero Fiorani (mentre quello affogava con la Banca Popolare di Lodi) come se fosse uno sbuffo di forfora.

Rieletto sindaco nella sua città promise solennemente a tutti gli iscritti del Partito democratico che mai e poi mai avrebbe ceduto alle tentazioni romane. Promessa non mantenuta. Mentre fingeva di essere il ragazzetto di provincia con le braghette corte prese la vice direzione del partito e divenne l’amico più fidato di Matteo Renzi (un altro con una visione mefistofelica dell’amicizia in politica) per il quale tesseva trame adottando sempre il solito copione: mentre Renzi faceva lo spaccone lui ripeteva ossessivo la sua litania di dover «trovare una sintesi» e di «lavorare per un’intesa». Fa niente che poi nel frattempo Renzi abbia ribaltato tutto per davvero, martellando un Pd poi lasciato malconcio: Guerini riesce a mantenere sempre intatta la sua fedina politica, un fantasma sempre capitato lì per caso. Dentro il Pd dopo il successo di Renzi con il 40% alle europee molti sorridevano sentendo “Arnaldo” (così lo chiamava Renzi in omaggio a Forlani) ripetere che…

L’articolo prosegue su Left del 17-23 dicembre 2021

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Ricciardi (M5S) a TPI: “Caro Provenzano, se il Pd vuole davvero il salario minimo basta che votiate la nostra legge”

Riccardo Ricciardi è il nuovo vicepresidente dei Cinque Stelle. Incarna l’anima “progressista” del movimento: durante il governo gialloverde votò contro i decreti sicurezza e la legge sulla legittima difesa. Dopo che la scorsa settimana abbiamo intervistato il vicepresidente del Pd Peppe Provenzano, ora tocca a lui essere interrogato su salari e lavoro, i grandi temi di questi mesi.

Il M5S di Conte è ormai assettato con le nuove nomine. Quali saranno le differenze con il M5S visto fin qui?
«Ci stiamo rinnovando sotto la guida di Giuseppe Conte. Ora il nostro impegno si focalizzerà soprattutto nel radicamento territoriale. Ho fatto per cinque anni il consigliere comunale a Massa: da sempre ci veniva fatta questa richiesta dai nostri iscritti. Oggi finalmente abbiamo persone che si occuperanno di struttura sui territori, formazione, raccolta di progetti della società civile».

Il vero grande tema continua a essere il lavoro. L’Italia è ultima per salari e anche dal punto di vista dei diritti le cose non sembrano andare benissimo. Il Governo Draghi, come prevedibile, non pare in grado di soddisfare i grandi temi che sono sul tavolo e i sindacati sono sul piede di guerra. È possibile invertire la tendenza? Come?
«Con questa Legge di Bilancio si mette al centro il taglio delle tasse. È un fatto che in questo Paese la classe media, la stragrande maggioranza degli italiani, paghi troppe tasse. La sfida sul lavoro è nel Pnrr. Il lavoro si crea se si guarda al futuro. È inutile ragionare con gli schemi di trent’anni fa».

E com’è che si genera lavoro?
«Con aziende che investono sul mercato con idee innovative e dando un nuovo ruolo allo Stato. Quindi meno burocrazia, infrastrutture realmente necessarie, digitalizzazione. Sa un’azienda nel mio comune cos’ha atteso per anni? Il taglio di rami di alberi che intralciavano le enormi merci che dovevano movimentare dal capannone al porto. Se lo Stato ascolta e risponde velocemente, saranno sempre meno le persone che proveranno a eludere le regole: contratti a nero, evasione, sicurezza sul lavoro. Se lo Stato non ti intralcia, come ahimè accade, quelle norme non saranno viste come ostacolo ma come un patto tra soggetti che si rispettano»…
Continua a leggere l’articolo sul settimanale The Post Internazionale-TPI: clicca qui

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Lesa maestà

Dice Matteo Salvini che quello di ieri è stato «uno sciopero farsa». Ci sta, bisogna avere lavorato per sapere riconoscere uno sciopero. Niente di male. Antonio Tajani dice che crede che «lo sciopero non abbia alcun senso: sia dannoso per la ripresa economica. Abbiamo prorogato lo stato di emergenza. Non è questo il modo per andare incontro ai lavoratori. È negativo per i lavori e il nostro Paese». Tajani fa il Tajani, ci sta, è pagato per quello: la ripresa economica per Tajani consiste nell’accontentare il suo elettorato e la disuguaglianza delle misure sicuramente non pende da quella parte.

Di certo lo sciopero di ieri è il primo atto di lesa maestà nei confronti del governo Draghi e molto chiaramente si sono potute vedere le parti in campo. Nessun leader di partito tranne Bersani e Fratoianni ha appoggiato esplicitamente lo sciopero. Pd e M5s da equilibristi auspicano “il dialogo”, peccato che le domande dei lavoratori (una distribuzione Irpef più equa, un maggiore contributo per le famiglie più povere per il rialzo dei consumi, una seria posizione sulle delocalizzazioni, maggiori stanziamenti per la sanità) siano chiarissime e a mancare siano le risposte. Ed è curioso che chi non risponde a una domanda si lamenti della mancanza di dialogo.

Inarrivabili quelli che dicono che non è il momento di scioperare: in Italia cinque milioni di lavoratori percepiscono un salario inferiore ai 10 mila euro lordi l’anno. Tra disoccupati e inattivi si contano quattro milioni di persone. Tre milioni sono i precari, 2,7 milioni i part time involontari. Il Censis ha elaborato dati Ocse da cui si deduce che siamo l’unico Paese industrializzato in cui, negli ultimi 30 anni, le retribuzioni sono calate (del 2,9%). Un arretramento che neanche in Grecia e in Spagna si è verificato. Francia e Germania hanno visto crescere i redditi da lavoro di oltre il 30%. In tutto questo stanno arrivando miliardi dall’Europa. Se non ora, quando?

Pessima, seppur prevedibile, la reazione dei giornali: Repubblica ieri non citava nemmeno lo sciopero, il Corriere della Sera ieri ne parlava a pagina 16 in poche righe, Il Messaggero un trafiletto sotto il titolo “disagi”. Se serviva uno sciopero per tastare il polso della stampa italiana eccovi serviti. Dario Di Vico ieri sul Corriere scriveva di  una «gauche italiana pervicacemente affezionata a una centralità del conflitto capitale-lavoro». Magari Di Vico, magari.

Una cosa è certa, questo Paese si è completamente disabituato alla cultura del conflitto (essenziale in democrazia). Il fatto che ora ci sia Draghi ha aggiunto l’aggravante della lesa maestà. Il presidente di Confindustria Bonomi ci ha fatto sapere di essere stato “triste” per lo sciopero. Sapesse come sono tristi i lavoratori sottopagati o disoccupati. Il punto è che di Paesi reali ce ne sono veramente due: gli sfruttati e gli sfruttatori. Una volta l’avrebbero chiamata “lotta di classe” ma se oggi ci si permette di scriverlo questi chissà come si intristiscono ancora.

Buon venerdì.

 

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Lo sciopero generale relegato in un trafiletto: ecco a voi i giornali che non danno notizie, le seppelliscono

Non avevo letto da nessuna parte che oggi scioperassero anche i quotidiani. Deve essere una forma di solidarietà il fatto che su Repubblica di oggi non compaia nemmeno una riga, una che sia una, sullo sciopero generale a Roma a Piazza del Popolo con Maurizio Landini e Pier Paolo Bombardieri, e sulle iniziative interregionali previste a Bari, Cagliari, Milano e Palermo.

Il Corriere della Sera invece ha optato per uno sciopero dolce e ha deciso di informare i suoi lettori con un trafiletto a pagina 16, dando per scontato che esistano almeno 15 pagine di notizia con priorità maggiore dello sciopero di oggi. Complimenti a loro: in questi giorni di carestia di notizia evidentemente sono oberati dalla realtà.

Lasciamo perdere i giornali liberali e addirittura confindustriali. Quelli di non parlare di sciopero (o addirittura di scriverne solo per demonizzarlo) ce l’hanno stampato nel mandato editoriale ma che i due quotidiani nazionali che si autodefiniscono “progressisti” abbiano deliberatamente deciso di bucare la notizia di oggi rende perfettamente l’idea dell’epoca difficile in cui stiamo, qui dove è ritenuto anacronistico e inelegante parlare di lavoratori e di povertà, immersi in un borghesissimo “nascondere per non farci i conti” degno dei salotti più scollegati dalla realtà.

Del resto i segnali c’erano tutti, questo sciopero ha rimesso in moto vecchi meccanismi che si sono ripetuti sfacciatamente senza avere nemmeno il timore di essere riconosciuti come abusi: ripetere che per uno sciopero “non è questo il momento” come avviene regolarmente in ogni sciopero di ogni periodo storico, lamentarsi per i disagi di qualche ora per non dovere aprire una discussione sul futuro (che è esattamente quello che tenta di fare uno sciopero) e lamentare la mancanza di “capacità di contrattazione dei sindacati nelle sedi opportune” dimenticando che lo sciopero è una sede opportuna sancita dalla Costituzione.

Sempre i soliti tic di un’Italia padronale che sogna di seppellire quanto prima le parole e i modi che furono dei lavoratori per pretendere i propri diritti aspirando a una pacificazione che per loro è l’accettazione permanente di un’oppressione.

Non che non ci siano riusciti, anzi: se ti permetti di scrivere che la lotta di classe sia utile oggi ti saltano al collo intravedendo brigatisti dappertutto. Dichiarare “vecchia” una rivendicazione è il modo migliore (benché stupido, ma forse funziona proprio perché è stupido) per smontare una rivendicazione. Ma se i lavoratori del 2021 li volete chiamare con qualsiasi modernissimo nome continueranno ad avere i soliti vecchi problemi: salari che non crescono mentre tutto intorno è una fanfara di “ripartenza” e di “crescita”, una distribuzione non equa dei soldi dello Stato e dell’Europa, un’impunità delle aziende in piratesche delocalizzazioni.

Su Il Messaggero e su Il Mattino la notizia dello sciopero è data in taglio basso, poche righe, a pagina 9. Titolo: “Disagi in vista”. Ma il vero disagio, qui, è in un pezzo dell’informazione che fa da cameriera alla politica per ottundere le notizie invece di darle. Giornali che non danno notizie, le seppelliscono.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Se avessimo il coraggio di fare la pace

Già li sento: ancora un articolo sulle armi sulla guerra, ancora lo spazio di un buongiorno usato per questo quando si potrebbe benissimo criticare qualche influencer sperando di accumulare così punti da influencer e fare tantissimi clic? Lo so, mi spiace, il tema mi sta tremendamente a cuore perché non riesco a capacitarmi del tempo e dello spazio dato ai 500 euro al mese per qualche poveraccio (e pochi, pochissimi truffatori fisiologici) mentre si tace sulla spesa militare e soprattutto sui danni collaterali che portano le armi, ovvero la guerra.

Del resto qui in Italia c’è stato il tempo dove si spendeva una lacrima per Gino Strada dappertutto, anche i suoi nemici più ostinati, e ora pochi si prendono la briga di farsi carico della sua riflessione sul valore della pace. Anche in Parlamento i pacifisti sono merce rarissima. Il progetto è praticamente compiuto: rendere “idealista” un proposito politico è il modo migliore per neutralizzarlo.

Ve li ricordate gli articoli ogni volta che un premio Nobel dice qualcosa Benissimo, qui di Nobel ne abbiamo 50 (dicasi 50) che dicono di avere trovato una soluzione con un’arma bianca infallibile: la logica. I 50 Nobel hanno scritto un appello (che trovate qui) per ridurre le spese militari e leggerlo attutisce la sensazione di essere alieni:

«La spesa militare, a livello globale, è raddoppiata dal 2000 ad oggi, arrivando a sfiorare i duemila miliardi di dollari statunitensi all’anno. Inoltre, è in aumento in tutte le aree del mondo. I singoli governi sono sotto pressione e incrementano la spesa militare per stare al passo con gli altri Paesi. Il meccanismo della controreazione alimenta una corsa agli armamenti in crescita esponenziale, il che equivale a un colossale dispendio di risorse che potrebbero essere utilizzate a scopi migliori.

In passato, la corsa agli armamenti ha spesso condotto a un’unica conseguenza: lo scoppio di guerre sanguinose e devastanti. Noi vogliamo presentare una semplice proposta per l’umanità: che i governi di tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite si impegnino ad avviare trattative per una riduzione concordata della spesa militare del 2 per cento ogni anno, per cinque anni.

La nostra proposta si basa su una logica elementare:

  • Le nazioni nemiche ridurranno la spesa militare, e così facendo rafforzeranno la sicurezza dei rispettivi Paesi, pur conservando l’equilibrio delle forze e dei deterrenti.
  • L’accordo siglato servirà a contenere le ostilità, riducendo il rischio di futuri conflitti.
  • Enormi risorse verranno liberate e rese disponibili, il cosiddetto «dividendo della pace», pari a mille miliardi di dollari statunitensi entro il 2030.

La metà delle risorse sbloccate da questo accordo verrà convogliata in un fondo globale, sotto la vigilanza delle Nazioni Unite, per far fronte alle istanze più pressanti dell’umanità: pandemie, cambiamenti climatici e povertà estrema. L’altra metà resterà a disposizione dei singoli governi. Così facendo, tutti i Paesi potranno attingere a nuove e ingenti risorse, che in parte si potranno utilizzare per reindirizzare le notevoli capacità di ricerca dell’industria militare verso scopi pacifici nei settori di massima urgenza.

La storia dimostra che è possibile siglare accordi per limitare la proliferazione degli armamenti: grazie ai trattati Salt e Start, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica hanno ridotto i loro arsenali nucleari del 90 percento dagli anni Ottanta ad oggi. I negoziati da noi proposti avranno una buona possibilità di successo, perché fondati su un ragionamento logico: ciascun attore sarà in grado di beneficiare dalla riduzione degli arsenali del nemico, e così pure l’intera umanità. In questo momento, il genere umano si ritrova ad affrontare pericoli e minacce che sarà possibile scongiurare solo tramite la collaborazione. Cerchiamo di collaborare tutti insieme, anziché combatterci».

In mezzo a troppe ciance la trovo una delle lettere più belle, coraggiose e lucide di questi ultimi mesi.

Buon giovedì.

Qui i firmatari:

  1. Hiroshi Amano (Nobel per la fisica)
  2. Peter Agre (Nobel per la chimica)
  3. David Baltimore (Nobel per la medicina)
  4. Barry C. Barish (Nobel per la fisica)
  5. Steven Chu (Nobel per la fisica)
  6. Robert F. Curl Jr. (Nobel per la chimica)
  7. Johann Deisenhofer (Nobel per la chimica)
  8. Jacques Dubochet (Nobel per la chimica)
  9. Gerhard Ertl (Nobel per la chimica)
  10. Joachim Frank (Nobel per la chimica)
  11. Sir Andre K. Geim (Nobel per la fisica)
  12. Sheldon L. Glashow (Nobel per la fisica)
  13. Carol Greider (Nobel per la medicina)
  14. Harald zur Hausen (Nobel per la medicina)
  15. Dudley R. Herschbach (Nobel per la chimica)
  16. Avram Hershko (Nobel per la chimica)
  17. Roald Hoffmann (Nobel per la chimica)
  18. Robert Huber (Nobel per la chimica)
  19. Louis J. Ignarro (Nobel per la medicina)
  20. Brian Josephson (Nobel per la fisica)
  21. Takaaki Kajita (Nobel per la fisica)
  22. Tawakkol Karman (Nobel per la pace)
  23. Brian K. Kobilka (Nobel per la chimica)
  24. Roger D. Kornberg (Nobel per la chimica)
  25. Yuan T. Lee (Nobel per la chimica)
  26. John C. Mather (Nobel per la fisica)
  27. Eric S. Maskin (Nobel per l’economia)
  28. May-Britt Moser (Nobel per la medicina)
  29. Edvard I. Moser (Nobel per la medicina)
  30. Erwin Neher (Nobel per la medicina)
  31. Sir Paul Nurse (Nobel per la medicina e presidente emerito della Royal Society)
  32. Giorgio Parisi (Nobel per la fisica)
  33. Jim Peebles (Nobel per la fisica)
  34. Sir Roger Penrose (Nobel per la fisica)
  35. Edmund S. Phelps (Nobel per l’economia)
  36. John C. Polanyi (Nobel per la chimica)
  37. H. David Politzer (Nobel per la fisica)
  38. Sir Venki Ramakrishnan (Nobel per la chimica e presidente emerito della Royal Society)
  39. Sir Peter Ratcliffe (Nobel per la medicina)
  40. Sir Richard J. Roberts (Nobel per la medicina)
  41. Michael Rosbash (Nobel per la medicina)
  42. Carlo Rubbia (Nobel per la fisica)
  43. Randy W. Schekman (Nobel per la medicina)
  44. Gregg Semenza (Nobel per la medicina)
  45. Robert J. Shiller (Nobel per l’economia)
  46. Stephen Smale (Medaglia Fields per la matematica)
  47. Sir Fraser Stoddart (Nobel per la chimica)
  48. Horst L. Störmer (Nobel per la fisica)
  49. Thomas C. Südhof (Nobel per la medicina)
  50. Jack W. Szostak (Nobel per la medicina)
  51. Olga Tokarczuk (Nobel per la letteratura)
  52. Srinivasa S. R. Varadhan (Premio Abel per la matematica)
  53. Sir John E. Walker (Nobel per la chimica)
  54. Torsten Wiesel (Nobel per la medicina)
  55. Roberto Antonelli (Presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei)
  56. Patrick Flandrin (Presidente dell’Académie des Sciences, Francia)
  57. Mohamed H.A. Hassan (Presidente della World Academy of Sciences)
  58. Annibale Mottana (Presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei)
  59. Anton Zeilinger (Presidente dell’Academy of Sciences, Austria)
  60. Carlo Rovelli and Matteo Smerlak, organizzatori.

Nella foto: bambini a Idlib, Siria, dopo un attacco aereo, 12 marzo 2020

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Perché lo sciopero?

Che il nostro Paese negli ultimi anni abbia perso molta cultura dello sciopero (e del lavoro) è evidente semplicemente osservando la classe dirigente che ci ritroviamo ma che uno sciopero determini la fine della luna di miele col governo dei migliori evidentemente dà fastidio a molti se è vero che in questi giorni fioccano gli editoriali zeppi di “disagi” provocati dallo sciopero proclamato da Cgil e Uil. Ieri qualche illuminato addirittura proponeva uno sciopero “lavorante” per non provocare troppi fastidi. So che a prima vista la proposta potrebbe ingolosire, peccato che non abbia nulla a che vedere con lo sciopero, appunto.

Ma in tutto questo baccano sullo sciopero la grande maggioranza dei media e dei politici si sono dimenticati di evidenziare le ragioni della protesta. Che strano, non sia mai che poi la gente rischi di essere d’accordo con i sindacati. Perché scioperano? Principalmente per due ragioni: perché la riforma dell’Irpef non tocca le tasche di chi guadagna meno di 15mila euro (a proposito dell’avversione verso i poveri che da queste parti raccontiamo da mesi) e perché la crisi energetica (sempre a proposito della “transizione ecologica” per cui l’Europa sta tornando fuori parecchi soldi) alla fine la pagano i cittadini (anche qui senza nessuno contributo di solidarietà dei più ricchi per il disaccordo del centro destra e d’Italia viva, che è sempre centrodestra).

Per quanto riguarda l’Irpef le simulazioni parlano chiaro: risparmia soprattutto il ceto medio, ovvero la fascia che ha un reddito lordo annuo compreso tra i 28mila e i 50mila euro. Si andrà da un risparmio di circa 320 euro all’anno per chi ha un reddito di 30mila euro fino a un massimo di 920 euro per chi ha un reddito di 50mila euro. Per le due fasce più basse i risparmi saranno minori: per chi ha un reddito di 20mila euro si stima un risparmio di 100 euro. Sono scelte, scelte politiche, e in politica esiste il diritto di non essere d’accordo, per fortuna. I sindacati pensano che bisognasse «far crescere i redditi a partire da quelli più bassi». Semplice, lineare. Tanto per capirsi.

Sul secondo punto il presidente del Consiglio Mario Draghi invece aveva proposto di escludere per un anno dalla riduzione dell’Irpef i redditi oltre i 75 mila euro e di usare quei soldi come “contributo di solidarietà” per permettere alle fasce più deboli di affrontare il problema dell’aumento dei costi dell’energia. Il segretario Landini l’ha spiegato piuttosto chiaramente: «Questo è un problema molto serio – ha dichiarato -. In questo Paese la maggioranza che sostiene il governo non sa cosa vuole dire vivere con 20, massimo 30 mila euro all’anno. La riforma fiscale del governo è profondamente sbagliata perché anziché ridurre le aliquote andava allargata la base imponibile dell’Irpef e accentuata la progressività del sistema». Il governo ha deciso quindi di aiutare le famiglie più bisognose nel pagamento delle bollette con 2 miliardi di euro complessivi. Anche in questo caso basta fare due calcoli per capire che basterebbero forse fino a marzo.

Questi sono i motivi dei “disagi”. Di questo in un Paese con una responsabile cultura politica e dello sciopero dovreste sentire parlare. Poi si può essere d’accordo o meno ma no, quello che sta accadendo in questi giorni non è una questione di code, ritardi e disservizi. Almeno per non andare fuori tema.

Buon mercoledì.

 

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Il ministero della Difesa arma i militari libici e l’Europa paga

Poiché probabilmente non basta il calpestamento dei diritti umani in Libia e poiché poco hanno inciso le polemiche per i soldi che il nostro governo continua a regalare alla cosiddetta Guardia costiera libica (che altro non è che un manipolo di criminali) lo scorso 20 ottobre la Direzione centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere del ministero dell’Interno ha dato avvio alla stipula di un Accordo di collaborazione con l’Agenzia industrie difesa, nell’ambito del programma di “supporto alla gestione integrata del confine e delle migrazioni in Libia” cofinanziato dall’Unione europea e dal governo italiano (ha preso il via il 15 dicembre 2017) nel quale si stipula una collaborazione  con l’Aid – Agenzia industrie difesa, l’ente che gestisce gli stabilimenti del ministero della Difesa e che fornisce mezzi e sistemi bellici alle forze armate per i programmi di formazione, addestramento e riarmo della Guardia costiera libica contro migranti e migrazioni.

C’è tutto in un’inchiesta di Stampalibera.it qui ma vedrete che difficilmente la notizia raggiungerà i giornali nazionali o provocherà un pur piccolo tormento all’interno del nostro Parlamento. Il programma è uno dei tanti progetti che l’Unione europea ha finanziato a supporto delle fragilissime e controverse istituzioni libiche Come scrive Antonio Mazzeo «La Prima Fase vede un contributo diretto UE di 42.223.927 euro tramite il Fondo Fiduciario d’Emergenza per l’Africa istituito dalla Commissione Europea il 20 ottobre 2015 “per affrontare le cause profonde della migrazione illegale in Africa”. L’implementazione delle attività e la gestione tecnica, logistica e amministrativa del progetto è affidata al Ministero dell’Interno della Repubblica italiana che ha garantito un contributo finanziario di 2.231.256 euro».

Nella scheda predisposta dalla Commissione europea si legge che «tra i suoi principali obiettivi ci sono il rafforzamento degli enti libici competenti nella sorveglianza marittima e delle operazioni Sar (Search and rescue, ricerca e soccorso, nda) e nel contrasto dei transiti di frontiera irregolari; la realizzazione delle infrastrutture di base che consentano alla guardia costiera libica di organizzare nel migliore dei modi le attività di sorveglianza delle frontiere; l’assistenza nella definizione e dichiarazione della Regione Sar di competenza libica con adeguate procedure operative; lo sviluppo delle attività di controllo delle frontiere terrestri nel deserto, focalizzando l’attenzione nelle aree dei confini meridionali assai colpite dagli attraversamenti illegali». Detto in parole povere siamo alle solite: si tratta di catturare e riportare nei lager libici i poveri disperati che riescono a mettersi in mare (spesso pagando gli stessi scafisti che poi si travestono da militari) fottendosene di ciò che dice e scrive tutta la comunità internazionale. Un genocidio non solo tollerato ma addirittura organizzato e pagato dall’Europa.

La fase 2 del Progetto di gestione delle frontiere infatti, scrive Mazzeo, «giustifica il sostegno alla famigerata guardia costiera libica con la necessità di “rafforzare le operazioni di ricerca e soccorso e ridurre ancora di più il numero delle persone che muoiono in mare”, fornendo contestualmente “una risposta alla crisi della migrazione nel Mediterraneo centrale nel rispetto della legge internazionale e dei diritti umani”. I mezzi e le modalità dell’aiuto italiano e Ue? L’impostazione e l’equipaggiamento di un “Centro mobile Mrcc (Maritime rescue coordination centre)”, la fornitura di “nuove unità navali Sar” (non meno di tre) e “l’implementazione di attività comuni di manutenzione e riparazione delle unità in Libia”».

Per superarsi in ipocrisia addirittura scrivono che «ulteriore obiettivo trasversale della Fase II del progetto è il miglioramento delle condizioni dei diritti umani dei migranti e dei rifugiati, specialmente per le donne e i minori, cercando di garantire che le autorità libiche indirizzino la loro azione nel rispetto dei diritti umani in occasione delle intercettazioni Sar e durante le procedure di sbarco in cooperazione con Oim e Unhcr». Peccato che ogni interferenza libica in mare (e soprattuto ogni deportazione in Libia) non possa essere migliorata “nei diritti umani” visto che è illegale per natura.

Non si trovano nemmeno più le parole per scrivere un accanimento contro la disperazione come questo. E l’indifferenza è una colpa che non si estinguerà facilmente.

Buon martedì.

Nella foto: frame da un video di Sea Watch su un attacco della guardia costiera libica in zona Sar maltese contro un’imbarcazione di migranti, 1 luglio 2021 (vedi qui)

 

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Roma, ultima frontiera

«Che poi vista da qui al tramonto, con lo scirocco che tiene a bada la puzza, le luci in lontananza, i rumori in sottofondo, con tutti questi campi e l’attesa delle volpi, la città appare bellissima».
È un condensato poetico di tutto il romanzo il finale di Se bruciasse la città, il nuovo romanzo di Massimiliano Smeriglio, fra senso di naufragio e bellezza che non lascia scampo. Uscito il 9 dicembre per l’editore Giulio Perrone, è un canto d’amore, ruvido e potente, per Roma, per le sue periferie, i suoi quartieri di “nuova” generazione di cui lo scrittore indaga le contraddizioni, senza sottacerne la ferocia.
Fin dal suo esordio con Garbatella combat zone (Voland, 2010) la Capitale è il cuore, la scena pulsante, direi la vera protagonista della scrittura di Smeriglio, alimentata da passione politica e abbondanti lettura di narrativa americana. «Quello per Roma è un amore tossico», ironizza lo scrittore e parlamentare europeo. «E spesso, negli ultimi anni è un dolore. Lo è vedere la città perdere la coscienza di sé, della propria identità, del proprio modo di essere».
Da qui la dedica del libro: «Alla mia città, che non vuole vivere e non vuole morire»?
Roma è una città destinata ad esserci sempre ma ciò non significa che la città sia viva. Stiamo parlando di Roma, è evidente, ma io questo nome non lo uso mai, perché penso che sia un titolo che dovremmo meritarci. In questa fase non corrisponde alla storia, all’ambizione, al ruolo che questa città dovrebbe avere nel mondo. Ma per me rimane un luogo con potenzialità enormi.
Potenzialità anche dentro quella terra desolata che è oggi l’estrema periferia?
Anche dentro l’agro romano, dove c’è tutto e il contrario di tutto: ci sono i rifiuti tossici e c’è una terra che non è più in grado di produrre nulla. Tuttavia, se uno si ferma un secondo, dentro quel paesaggio c’è una dimensione che toglie il fiato. I protagonisti di Se bruciasse la città però non sono per nulla consapevoli del luogo che abitano. Ma le persone sono i luoghi che abitano. E questo genera una atmosfera di spaesamento.
Certa periferia sconta non tanto la distanza geografica dal centro, quanto la distanza dai servizi, dai luoghi di cultura, dalla possibilità di esercitare i propri diritti?
Mi interessava raccontare una realtà di quartiere dove non c’è più neanche una dimensione minima di storia orale, di racconto. Accade quando il quartiere non è più tale ma è la borgata di ultima generazione, dove puoi trovare abitazioni povere ma anche ville con piscina. Ci possono…

L’intervista prosegue su Left del 10-16 dicembre 2021

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Legge di bilancio e Meridione, una norma tarata male

Sempre più grave, sempre più pressante, sempre più sconvolgente è l’attacco che il governo Draghi, con la complicità di tutti o quasi i partiti presenti nel Parlamento, sta portando al Mezzogiorno. Nella Legge di bilancio, infatti, viene riproposto un metodo di ripartizione dei fondi pubblici che danneggia il Sud, non riconoscendogli quanto gli spetterebbe di diritto. Per capire cosa è successo, però, occorre fare un passo indietro.

La modifica del Titolo V della Costituzione, avvenuta nel 2001, doveva portare alla definizione dei Lep (Livelli essenziali delle prestazioni) che avrebbero dovuto essere uno strumento per garantire l’applicazione, in tutte le Regioni, degli stessi standard minimi di qualità per i servizi pubblici essenziali (come istruzione, salute, assistenza sociale, ecc.). Una volta definiti questi standard minimi, lo Stato sarebbe dovuto intervenire per sostenere finanziariamente quei territori che ne avessero avuto necessità al fine di fornire i servizi della qualità stabilita. Tuttavia, in 20 anni, i Lep non sono mai stati definiti.

Successivamente la legge sul federalismo fiscale del 2009 prevedeva che lo Stato colmasse integralmente – tramite un fondo perequativo – il gap tra la capacità fiscale e il fabbisogno degli enti locali. Anche questo però non è avvenuto. Addirittura quando nel 2015 il leghista Giorgetti, attuale braccio destro di Draghi, chiese una simulazione della perequazione al 100% i dati non vennero mai resi pubblici, perché «se fosse stata applicata la legge Calderoli ai comuni del Sud sarebbero arrivati decine e decine di milioni in più, anche centinaia» come rivelato da Sigfrido Ranucci nell’inchiesta di Report sul federalismo fiscale che andò in onda nel novembre 2019. In un’audizione del 2015 alla Commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo da lui presieduta all’epoca, l’onorevole Giorgetti chiese cosa succederebbe «se applicassimo non il 20 per cento, ma il 100 per cento della perequazione». Quale sarebbe l’effetto di una perequazione piena? Per poi commentare…

L’articolo prosegue su Left del 10-16 dicembre 2021

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SOMMARIO

L’articolo originale scritto per Left è qui

L’inganno della decarbonizzazione basata sulla cattura e stoccaggio e uso della CO2

Ipotizza qualcuno che i 150 milioni di euro indicati nell’articolo 153 della legge di Bilancio possano essere destinati al finanziamento del maxi deposito di CO2 che Eni intende realizzare nell’Alto Adriatico. Dal ministero, interrogati, per ora non rispondono. Si sente in giro un gran vociare a sostegno dell’uso e stoccaggio della CO2 (il cosiddetto Ccus, Carbon capture use and storage) come tecnologia per produrre idrogeno da metano che verrebbe incontro alle esigenze della cosiddetta transizione ecologica, quella che dalle nostre parti sta diventando sempre di più un alibi per continuare a produrre anidride carbonica contribuendo all’attuale trend di crescita esponenziale del disastro ambientale. E perseverando scelleratamente a privatizzare utili e socializzare i costi.

Un lungo elenco di docenti universitari e di ricercatori (vi metto l’elenco qui sotto per non ingolfare l’articolo) ha scritto in questi giorni un appello al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al presidente del Consiglio Mario Draghi per smontare la tesi di chi sostiene che la cattura e stoccaggio del carbonio (Ccs) e il suo eventuale utilizzo (Ccus) è un’importante tecnologia di riduzione delle emissioni che può essere applicata a tutto il sistema energetico come un’utile “soluzione ponte” in grado di contribuire alla riduzione delle emissioni, affiancando le rinnovabili nel difficile percorso della transizione. Per una serie di motivi.

Primo. Le compagnie petrolifere sono tra le principali responsabili delle emissioni di gas climalteranti di cui abbiamo imparato a riconoscere e misurare gli effetti – disastrosi – su scala planetaria. Le attività di produzione di energia sono responsabili del 75% delle emissioni di gas serra dell’Ue (Eea, European economic area, 2021) ed oggi il sistema energetico dell’Ue si basa per tre quarti sui combustibili fossili. È irragionevole chiedere che l’industria del petrolio debba innanzitutto rimettere ordine in casa propria, attingendo a risorse proprie senza scaricare sulla fiscalità generale l’onere degli investimenti necessari per la decarbonizzazione? È socialmente accettabile, dunque, che siano proprio le vittime delle emissioni di gas climalteranti a dover risarcire i “carnefici”, già abbondantemente assistiti con 19 miliardi di euro l’anno di Sussidi ambientalmente dannosi, sopportando per una seconda volta il costo dell’abbattimento della CO2?

Secondo. L’iniezione e lo stoccaggio della CO2 nei pozzi in via di esaurimento o già esauriti daranno nuova linfa alle attività estrattive di gas e petrolio. Non è casuale che lo stoccaggio del carbonio sotterraneo su scala commerciale sia stato finora effettuato solo in giacimenti di petrolio o gas operativi (recupero avanzato di petrolio/gas) e non in altre formazioni geologiche. Un dubbio ed una domanda sorgono spontanei: Eni intende forse incrementare i quantitativi estratti e prolungare il ciclo di vita dei giacimenti nell’Alto Adriatico iniettando e stoccando CO2 nei suoi pozzi più longevi? È socialmente accettabile continuare ad estrarre quantità aggiuntive di gas e nuovo petrolio per altri 25 anni grazie alla tecnologia del Ccus?

Terzo. La cattura, il trasporto e lo stoccaggio della CO2 sono parte di un processo circolare che vede al suo centro la produzione di idrogeno da fonti fossili (idrogeno blu). Finanziare il Ccus significherebbe dunque dare la stura alla produzione di idrogeno blu e, di conseguenza, all’estrazione ed al consumo di gas in un orizzonte temporale che si spinge fino al 2050, ben oltre, quindi, il punto di non ritorno. Sono questi i tempi di una transizione sostenibile? Anche questo è socialmente accettabile?

Quarto. Lo stoccaggio di CO2 in pozzi in via di esaurimento o già esauriti esime i concessionari di coltivazione dall’effettuare costosissime attività di ripristino ambientale: dai 15 ai 30 milioni di euro per singola piattaforma, secondo il Roca di Ravenna (Ravenna Offshore Contractors Association – Energy Contractors). Considerato che le piattaforme di Eni in mare sono 138 (fonte: Progetto Poseidon, Eni), riconvertire le stesse piuttosto che smantellarle eviterebbe costi stimabili mediamente in oltre 3,15 miliardi di euro. Perché polverizzare gli investimenti già fatti in opere per la ricerca e l’estrazione di idrocarburi – si chiedono gli iscritti al partito fossile – quando quelle stesse infrastrutture potrebbero essere riutilizzate per stoccare la CO2? Per quale ragione – si interrogano invece altri -, per evitare di appesantire i bilanci delle compagnie Oil&Gas, la collettività dovrebbe contribuire al finanziamento di costosissimi progetti privati di cattura, trasporto, iniezione e stoccaggio di CO2? Siamo alle solite: si privatizzano i profitti e si socializza tutto il resto, esternalità negative comprese. Quale straordinaria concentrazione di intelligenze sarebbe in grado di farlo digerire all’opinione pubblica

Quinto. Eni sa perfettamente, e non da ieri, che il Ccus costituisce un’arma formidabile per sviluppare un nuovo mercato, con potenzialità e profittabilità come pochi altri. Eni ed Enel ci avevano già lavorato sopra, giungendo a perfezionare nel 2008 un accordo strategico di cooperazione per lo sviluppo delle tecnologie di cattura, trasporto e stoccaggio dell’anidride carbonica. La CO2 estratta dalla centrale Enel a carbone di Brindisi, una volta liquefatta, avrebbe dovuto essere un giorno stoccata da Eni nel giacimento esaurito di Stogit a Cortemaggiore.

Due anni prima, nel 2006, al termine degli studi condotti sui possibili depositi sotterranei della CO2 nel quadro del progetto Confitanet, a cui prese parte anche l’Eni, l’Ingv (Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia) era giunto ad affermare che «I potenziali di stoccaggio nel nostro paese ci permetterebbero tranquillamente di mandare avanti le nostre centrali a carbone ed a gas naturale con criteri Zeffpp (Zero emissions fossil fuel power plant) e di ripulire i cieli dalle ingenti emissioni delle nostre raffinerie», mentre nell’ottobre del 2007 Il Sole 24 Ore si era spinto fino a prefigurare la nascita di un mercato della CO2 di dimensioni planetarie «fatto di impianti innovativi per la cattura e il trattamento delle emissioni di centrali a carbone di nuova generazione, di gasdotti per la CO2, pompaggio negli strati geologici profondi (acquiferi salini sotto i 1500 metri, a prova anche di rischio sismico), di unità di controllo e monitoraggio dei depositi, non molto diversi da quelli oggi utilizzati per il metano dalla Stogit» in cui «…  i gestori elettrici che l’adotteranno non dovranno più acquistare i certificati verdi, ma anzi ne riceveranno gratuitamente perché dotati di impianti che vanno ben oltre i limiti di emissioni prefissati nel trattato (di Kyoto)». Se questo un giorno dovesse accadere, sarebbe da biasimare? Tutto sommato la nostra è un’economia di mercato… Le cose non stanno esattamente così. In un Paese in cui la partita energetica la giocano in pochi (Eni, Snam, Terna ed Enel), con il placet di governo, Parlamento, Arera (Autorità di regolazione per energia reti e ambiente), Autorità per la concorrenza e Cassa depositi e prestiti; in cui il mancato insediamento della Commissione Pniec-Pnrr sta causando gravi ritardi nel processo di autorizzazione di centrali solari con potenza maggiore di 10 Mw; in cui Stato e Regioni non riescono a trovare la quadra sul permitting di impianti per la produzione di energia da fonte rinnovabile; in cui appare sempre più inverosimile raggiungere l’obiettivo, tanto caro al ministro Cingolani, di 114 gigawatt rinnovabili al 2030, il Ccus si candida ad essere una comoda scorciatoia (in attesa del nucleare, ovviamente!) e rischia di compromettere seriamente un serio percorso di decarbonizzazione del sistema di produzione e consumo che dovrebbe avere invece nella razionalizzazione/taglio selettivo dei consumi energetici, nella ricerca dell’efficienza e nella crescita della generazione distribuita i pilastri di un modello energetico realmente sostenibile.

Si attendono risposte. Buon lunedì.

Nella foto: il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani

I firmatari della lettera

  • Vincenzo Balzani, Professore Emerito, Dipartimento di Chimica “G. Ciamician”, Università di Bologna
  • Alessandra Bonoli, Docente di Ingegneria delle Materie Prime e in Resources and Recycling, Dipartimento di Ingegneria Civile, Chimica, Ambientale e Materiali, Università di Bologna
  • Enrico Gagliano, Docente a Contratto in Diritto dell’Energia e dell’Ambiente, Università di Teramo
  • Alessandro Abbotto, Docente di Materiali Organici per Energie Rinnovabili, Università di Milano-Bicocca
  • Raffaele Giuseppe Agostino, Docente di Fisica Sperimentale, Dipartimento di Fisica, Università della Calabria
  • Nicola Armaroli, Chimico, Dirigente di Ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche, Bologna
  • Ugo Bardi, Docente di Chimica Fisica, Dipartimento di Chimica, Università di Firenze
  • Alberto Bellini, Docente di convertitori, macchine e azionamenti elettrici, Dipartimento di Ingegneria dell’Energia Elettrica e dell’Informazione “Guglielmo Marconi”, Università di Bologna
  • Enrico Bonatti, Senior Scientist, Lamont Doherty Earth Observatory, Università della Columbia, CNR ISMAR, Bologna
  • Enrico Brugnoli, CNR Istituto di Ricerca sugli Ecosistemi Terrestri, in atto Addetto Scientifico presso l’Ambasciata d’Italia a Mosca
  • Federico Butera, Professore Emerito, Politecnico di Milano
  • Carlo Cacciamani, Fisico, Responsabile della Struttura IdroMeteoClima, Arpa Emilia Romagna
  • Romano Camassi, Ricercatore, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Sezione di Bologna
  • Sebastiano Campagna, Direttore del Dipartimento di Scienze Chimiche, Biologiche, Farmaceutiche ed Ambientali, Università di Messina
  • Luigi Campanella, già presidente della Società Chimica Italiana, Docente di Chimica dell’Ambiente e dei Beni Culturali, Università “La Sapienza”, Roma
  • Francesco Domenico Capizzi, Chirurgo, Presidente SMIPS (Scienza Medicina Istituzioni Politica Società), Bologna
  • Ingrid Carbone, Ricercatore presso il Dipartimento di Matematica e Informatica, Università della Calabria
  • Daniela Cavalcoli, Docente di Fisica della Materia, Dipartimento di Fisica e Astronomia “Augusto Righi”, Università di Bologna
  • Paola Ceroni, Docente di Chimica Generale e Inorganica, Dipartimento di Chimica “G. Ciamician”, Università di Bologna
  • Marco Cervino, Ricercatore pubblico all’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (ISAC-CNR), Bologna
  • Donata Chiricò, Ricercatore Dipartimento di Culture, Educazione e Società, Università della Calabria
  • Salvatore Coluccia, Professore Emerito, Dipartimento di Chimica, Università degli Studi di Torino
  • Giuliana Commisso, Ricercatore in Sociologia dei Processi Economici e del Lavoro del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università della Calabria
  • Giuseppe De Natale, Dirigente di ricerca dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e già Direttore dell’Osservatorio Vesuviano
  • Elisabetta Della Corte, Ricercatore in Sociologia dei Processi Economici e del Lavoro del Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università della Calabria
  • Claudio Della Volpe, Docente di Chimica Fisica Applicata, Università di Trento
  • Gianfranco Denti, Docente di Chimica Generale ed Inorganica, Università di Pisa
  • Enzo Di Salvatore, Docente di Diritto Costituzionale e Comparato Facoltà di Giurisprudenza, Università di Teramo
  • Walter Ganapini, Membro Onorario, Comitato Scientifico, Agenzia Europea dell’Ambiente
  • Alessandro Gaudio, Ricercatore in Scienze letterarie presso il Dipartimento di Culture, Educazione e Società, Università della Calabria
  • Domenico Giordano, Docente di Diritto Commerciale Facoltà di Giurisprudenza, Università di Teramo
  • Daniela Imbardelli, Ricercatore di Chimica Fisica del Dipartimento di Chimica presso la Facoltà di S.M.F.N., Università della Calabria
  • Massimo La Deda, Docente di Chimica Generale e Inorganica presso il Dipartimento di Chimica e Tecnologie Chimiche, Università della Calabria
  • Pierandrea Lo Nostro, Docente di Chimica Fisica, Dipartimento di Chimica “Ugo Schiff”, Università di Firenze
  • Giulio Marchesini Reggiani, Docente di Scienze Dietetiche, Dipartimento di Medicina e Chirurgia (DIMEC), Università di Bologna
  • Nadia Marchettini, Docente di Scienze Chimiche presso il Dipartimento di Scienze Fisiche, della Terra e dell’Ambiente, Universitàdi Siena
  • Giuseppe Marino, Docente di Analisi Matematica presso il Dipartimento di Matematica e Informatica, Università della Calabria
  • Vittorio Marletto, Dirigente dell’Osservatorio Clima Arpae Emilia Romagna, Bologna
  • Silvia Mazzuca, Docente di Biologia e Botanica presso il Dipartimento di Chimica e Tecnologie Chimiche, Università della Calabria
  • Isabella Nicotera, Docente di Chimica Fisica presso il Dipartimento di Chimica e Tecnologie Chimiche, Università della Calabria
  • Libero Nigro, Docente di Ingegneria Informatica presso il Dipartimento di Ingegneria Informatica, Modellistica, Elettronica e Sistemistica, Università della Calabria
  • Giuseppe Antonio Nisticò, Docente di Fisica Matematica presso il Dipartimento di Fisica, Università della Calabria
  • Maurizio Prato, Docente di Chimica Organica presso il Dipartimento di Scienze Chimiche e Farmaceutiche, Università di Trieste
  • Giuseppe Ranieri, Docente di Chimica Fisica Ambientale presso il Dipartimento di Chimica e Tecnologie Chimiche, Università della Calabria
  • Massimo Scalia, Docente di Fisica Matematica presso il Dipartimento di Matematica, Università “La Sapienza”, Roma
  • Leonardo Setti, Docente del Dipartimento di Chimica Industriale, Università di Bologna
  • Gianni Silvestrini, Direttore scientifico Kyoto Club, Politecnico Milano
  • Francesco Stoppa, Docente di Petrologia e Petografia, Dipartimento di Scienze Psicologiche, della Salute e del Territorio, Università di Chieti- Pescara
  • Micol Todesco, Geologa presso l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, Bologna
  • Sandro Tripepi, Docente di Zoologia presso il Dipartimento di Biologia, Ecologia e Scienze della Terra, Università della Calabria
  • Sergio Ulgiati, Docente di Chimica Ambientale e Analisi del Ciclo di Vita presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie, Università degli Studi di Napoli Parthenope
  • Margherita Venturi, Docente di Chimica all’Università di Bologna
  • Annamaria Vitale, Docente di Sociologia dell’Ambiente, Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali, Università della Calabria

 

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