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Ipocrisia canaglia

Nostra signora dell’ipocrisia è una sciantosa che sfila tutte le settimane sui quotidiani, indifferente alla logica e alla verità. Questa settimana nostra signoria dell’ipocrisia aleggia, succede spesso, intorno al Viminale dove Matteo Salvini deve avere lasciato un’incontenibile malinconia, se quando qualche allarme si accende da quelle parti non riesce ad arginare la propria rabbia. Solo che è rabbia illogica, controproducente e anche ipocrita, così nostra signora dell’ipocrisia smutanda i personaggi in commedia, lasciando ogni volta una sensazione di disagio difficile perfino da scrivere.

Questa settimana si tratta di attaccare la ministra Lamorgese per le dimissioni del capo dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione del ministero dell’Interno, Michele Di Bari, che ha lasciato la sua posizione dopo l’indagine per caporalato a carico della moglie. È accusata di avere sfruttato numerosi braccianti africani che in Puglia dormivano nella baraccopoli di Borgo Mezzanone. Sia chiaro, che la moglie di un funzionario venga indagata per gli stessi fenomeni criminali su cui dovrebbe vigilare il marito è l’ennesimo sturbo provocato dalla politica quando appare debole nei rapporti tra controllati e controllori. Il punto, però, è che nonostante le dimissioni (opportune) di Michele Di Bari, Salvini e la cricca di sovranisti al completo non sono riusciti a trattenere la bile contro il ministero dell’Interno. In una storia in cui ci sono stranieri, per di più neri, soprattutto illegali, c’è anche un presunto lavoro rubato agli italiani e presunti buonisti. Galleggiano, insomma, tutti gli ingredienti per la retorica salviniana.

Salvini ha attaccato Lamorgese per il ruolo di Michele Di Bari, in seguito alle indagini sul caporalato, ma era stato lui a volerlo al Viminale
Michele Di Bari (YouTube)

Il miglior vaccino per tenere lontana l’ipocrisia è la memoria

Il miglior vaccino per tenere lontana nostra signora dell’ipocrisia è la memoria. Esercitarla rimane un allenamento perfetto per smontare la retorica e per possedere gli elementi utili al giudizio. Chi è Michele Di Bari, il presunto buonista che si arricchisce con gli immigrati e che sarebbe nemico della patria Di Bari è l’ex prefetto di Reggio Calabria che, attraverso i suoi ispettori (e quelli dello Spray inviati dal ministero dell’Interno) si è battuto per smontare Mimmo Lucano e l’esperienza di accoglienza a Riace. Non è una sensazione: il procuratori di Locri Luigi D’Alessio durante la requisitoria del pubblico ministero Michele Permunian – che chiese 7 anni per Mimmo Lucano – disse testualmente che «quello che ha mosso questa indagine è la relazione prefettizia molto dettagliata». Una relazione che già conteneva l’invito di aprire un’indagine («potrebbero emergere anche profili di responsabilità di altra natura di competenza del magistrato penale», si leggeva nelle ultime righe) e che finì in bella mostra sulle pagine de Il Giornale.

Stiamo parlando, insomma, di un prefetto che non era propriamente un buonista e che sicuramente non era celebrato dalla parte dei buonisti. Proprio no. Basti pensare che il viceprefetto Francesco Campolo invece redisse una relazione opposta, che descriveva Lucano come «un uomo che ha dedicato all’accoglienza buona parte della propria vita, combattendo battaglie personali e raccogliendo riconoscimenti internazionali di assoluto prestigio». Ora, attenti a come continua la storia: la relazione positiva del viceprefetto non esce su nessun giornale e Francesco Campolo viene prontamente trasferito dopo essere stato accusato di avere disatteso le aspettative del suo superiore, mentre il suo superiore (proprio Di Bari) viene prontamente promosso con una bella scrivania al Viminale sapete da chi? Dal ministro dell’Interno Matteo Salvini.

Salvini ha attaccato Lamorgese per il ruolo di Michele Di Bari, in seguito alle indagini sul caporalato, ma era stato lui a volerlo al Viminale
La ministra Luciana Lamorgese (Getty)

Matteo Salvini attacca la ministra Lamorgese per le responsabilità di un uomo che lui stesso ha promosso al ministero

Qual è la morale della favola Matteo Salvini attacca la ministra Lamorgese per presunte responsabilità sui comportamenti della moglie di un funzionario che lui stesso ha promosso al ministero. E come lo fa Spostando Di Bari dal cassetto degli amici che si sono messi pancia a terra per smontare la retorica buonista, nel reparto dei buonisti. Quindi se è vero che, secondo il leader della Lega, la situazione al ministero sarebbe disastrosa per colpa di gente come Di Bari, allora Salvini è l’artefice del disastro. Non male, vero? Però, pensateci bene: chi ha il tempo e la voglia di leggersi un pezzo di quasi 700 parole quando basta mettere un cuoricino a un semplice e breve tweet? Con buona pace di nostra signora dell’ipocrisia, che anche oggi ha potuto pascolare tranquilla.

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Il caso Assange dimostra che quando c’è da perseguitare giornalisti non c’è differenza tra Stati Uniti e Arabia Saudita (di G. Cavalli)

I cosiddetti Stati autoritari che vengono bastonati (giustamente) dalle organizzazioni umanitarie potrebbero prendere appunti: è possibile perseguitare un giornalista senza sgualcirsi il polsino, con la faccia pulita degli esportatori di democrazia e confidando in una stampa internazionale morbida e distratta.

Julian Assange ha pubblicato file diplomatici che hanno permesso al mondo di conoscere gli intrighi degli Stati Uniti, i crimini commessi nelle cosiddette missioni di pace e un’enorme mole di violazioni della legge da parte dello stesso governo che promette di difenderla. Assange non è diverso dai tanti giornalisti eroi che vengono giustamente celebrati per avere fatto conoscere ciò che il potere vorrebbe tenere nascosto, Assange non è diverso dai testimoni di giustizia che venendo a conoscenza di crimini decidono di renderli pubblici per assicurare la giustizia stessa, Assange non è nemmeno molto diverso dai giornalisti che qui in Italia hanno fatto la storia dell’antimafia quando l’antimafia era una cosa seria, che non si limitava alle beghe di quattro picciotti ma mirava a scardinare i gangli più alti del potere e le sue collusioni mafiose.

Eppure Assange non scalda i cuori e non accelera le penne dei giornalisti che sul suo caso sono stati colti da un’innaturale timidezza. C’è da capirli: immaginate che effetto farebbe sapere che gli Stati Uniti non sono diversi dall’Arabia Saudita assassina di Kashoggi. Immaginate l’effetto che potrebbe fare sapere che i buoni non sono davvero così buoni e assomigliano moltissimo ai cattivi da cui promettono di liberarci.

Ieri l’Alta corte di Londra ha ribaltato la sentenza emessa in primo grado lo scorso gennaio, dando il via libera all’estradizione negli Stati Uniti per rispondere del reato di “verità” e avere raccontato l’approccio assassino degli americani nelle guerre in Afghanistan e Iraq.

Il giudice che ha preso questa decisione è Ian Burnett, un carissimo amico personale di Alan Duncan. Per chi fosse poco informato forse sarebbe importante sapere che Duncan fu il ministro degli Esteri che organizzò lo sgombero di Assange dall’ambasciata ecuadoriana e che nel marzo 2018 in Parlamento definì Assange un “miserabile verme”. Fu il ministro che ammise di voler togliere “il sorrisetto dalla sua faccia” e che regalò “un bellissimo piatto di porcellana dal negozio di souvenir di Buckingham Palace” al presidente dell’Ecuador Moreno per ringraziarlo di avere consegnato Assange. Il giudice amico dell’ex ministro oggi ha detto al mondo che Assange non rischia nulla negli Usa (sono in molti a temere il suicidio del fondatore di Wikileaks) perché “gli Usa hanno prestato tutte le rassicurazioni”.

E allora vediamoli questi Usa rassicuranti con Assange: nel 2017, quando Julian Assange iniziò il suo quinto anno rintanato nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, la Cia cospirò per rapire il fondatore di WikiLeaks, stimolando un acceso dibattito tra i funzionari dell’amministrazione Trump sulla legalità e la praticità di tale operazione. Alcuni alti funzionari della Cia e dell’amministrazione Trump hanno persino discusso dell’uccisione di Assange, arrivando al punto di richiedere “bozze” o “opzioni” su come assassinarlo. Le discussioni sul rapimento o l’uccisione di Assange si sono verificate “ai più alti livelli” dell’amministrazione Trump, ha affermato un ex alto funzionario del controspionaggio: “sembrava che non ci fossero limiti”. Lo scoop che svelò il piano criminale (di Yahoo News) è basato su conversazioni con più di 30 fonti governative.

In sostanza c’è un uomo che, in qualità di editore, ha pubblicato notizie vere che secondo la giustizia britannica può tranquillamente andare a farsi processare in uno Paese che ha programmato la sua eliminazione fisica. Tutto bene? Chissà che invidia i dittatori nel vedere che tutto questo viene chiamate “democrazia occidentale”.

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Giuseppe Provenzano a TPI: “È finito il Pd che odia i poveri”

Del decreto delocalizzazioni se n’è parlato tanto ma qualcuno se l’è dimenticato in un cassetto. Secondo l’ex ministro per il Sud e attuale vicesegretario del Pd Giuseppe Provenzano, «siamo al punto in cui l’ipocrisia nei confronti di migliaia di lavoratori diventa insopportabile».

Chi rema contro il dl delocalizzazioni e perché?
«All’indomani dei licenziamenti brutali della Gkn, si è levato un coro unanime di solidarietà dalla politica. Dopo che il giudice di Firenze li ha dichiarati illegittimi, addirittura il ministro Giorgetti ha espresso soddisfazione. Ora che la procedura di licenziamento è ripartita, e abbiamo la prova che un giudice non basta e che servono nuove norme contro le delocalizzazioni, lo stesso Giorgetti e, a quanto pare, qualche consigliere economico di Palazzo Chigi, hanno firmato un decreto già scritto, con un’opposizione non dichiarata. Ma i casi si moltiplicano, penso alle oltre 200 donne sull’Appenino bolognese. Il dramma dei lavoratori, delle loro famiglie e delle comunità locali colpite da chiusure dettate da ragioni meramente speculative impone di intervenire ora».

A sinistra dicono che il Pd sia troppo timido e che c’è un ddl già pronto da votare. Perché quella strada è impraticabile?
«Timidezza sarebbe chiedere, come stiamo facendo noi e tanti nostri sindaci, un decreto d’urgenza del Governo? Il testo Orlando-Todde è un punto di partenza, riafferma la responsabilità sociale delle grandi imprese, lo fa per tutelare lavoratori e capacità produttiva. Se ci saranno le condizioni per migliorarlo ancora, noi ci siamo. L’ho detto parlando con i lavoratori: se non si supera l’opposizione nella maggioranza di governo, come si può pensare di superarla in Parlamento? Non si può aspettare l’esito, peraltro assai incerto, dell’iter parlamentare sulla proposta di legge scritta dai giuristi democratici e dai lavoratori della Gkn e depositata da qualche deputato. Abbiamo il dovere di intervenire prima. C’è chi preferisce sventolare la bandiera, io vorrei che dessimo una risposta ai lavoratori. E la risposta serve adesso».

Anche sulla riforma Irpef il governo Draghi sembra dimenticarsi una fascia di cittadini e, guarda caso, sempre i più poveri? Che posizione ha il Pd? Come superare il mancato contributo di solidarietà?
«Accantonare il contributo di solidarietà proposto da Draghi è un errore, ma ha rivelato una cosa che ha molti sembra sfuggire. All’interno di questo governo di emergenza nazionale ci sono forze di destra, e in questo passaggio si sono rivelate in tutta la loro essenza: a fronte di un Paese che soffre, non sono disposti nemmeno a chiedere 200 euro a chi ne guadagna più di 75 mila. Quanto alla riforma fiscale, nella maggioranza ci sono visioni opposte: noi vogliamo una tassa di successione sui grandi patrimoni, la Lega vuole la Flat tax. La rimodulazione dell’Irpef è stato un compromesso. Il Pd ha posto la priorità di alleggerire il carico fiscale sui redditi medio-bassi. Ne beneficeranno al 95 per cento lavoratori dipendenti e pensionati. Con la revisione delle detrazioni aumenta la progressività. E il taglio dei contributi va nella direzione auspicata dal sindacato. Sono stato il primo a porre un problema anche di metodo. Il dialogo sociale deve riprendere e continuare».

Per leggere l’intervista completa vai sul settimanale The Post Internazionale-TPI: clicca qui

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Il Pnrr? Si comunica da solo: nessun giornalista nel concorsone di Draghi per attuare il Recovery

Il concorsone per reclutare gli esperti sul Pnrr? Convocato in ritardo e con soli 5 giorni di preavviso per aderire. Eppure la notizia non ha trovato spazio su quasi nessun quotidiano italiano. Non solo: tra i 1.500 esperti selezionati per l’attuazione del Piano ci sono zero (0!) esperti in comunicazione e informazione digitale. Eppure è l’Europa a chiederli: «L’Europa prevede indicazioni specifiche su comunicazione pubblica del Next Generation Eu, l’Italia non ha un Piano ma solo un sito web. Il digitale è l’ambito prioritario per il rilancio e la crescita, non c’è una figura prevista per l’utilizzo efficace ed efficiente delle piattaforme digitali di comunicazione – dice il presidente di PA Social e Fondazione Italia Digitale Francesco Di Costanzo –. La riforma della comunicazione pubblica è ferma quando servirebbe urgentemente una svolta digitale, siamo in ritardo di anni».Proprio la pandemia ci ha dimostrato quanto sia importante la trasparenza e la comunicazione per gestire al meglio fenomeni complessi e per costruire credibilità e fiducia nelle istituzioni. Figure che sono state centrali nella gestione della pandemia per garantire trasparenza, dialogo e interazione, e che oggi vengono ignorate per la gestione di una montagna di soldi.

Evidentemente qualcuno è convinto che il Pnrr si comunichi da solo oppure più semplicemente che solo il fatto che sia stato Draghi a gettarne le basi dovrebbe metterci al riparo dal sospetto che avvengano le solite furberie che in Italia sono sempre accadute anche quando si trattava di pochi spicci.Eppure era stato proprio Draghi a dirci che in quei 248 miliardi «…c’è il destino del Paese, la misura di quello che sarà il suo ruolo nella comunità internazionale… È questione non solo di reddito e benessere, ma di valori civili e sentimenti che nessun numero e nessuna tabella potrà mai rappresentare». Era il 26 aprile di quest’anno e ora tutto sembra diventato materia da burocrati rinchiusi negli uffici. Attendiamo con fiducia.

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La chiamano pace, si legge petrolio

Ma dove vanno a finire i soldi per le nostre missioni di guerra che qui tutti si ostinano a chiamare missioni di pace? A mettere il naso tra i costi ci ha pensato Greenpeace che ha pubblicato un rapporto che ancora una volta, accade quasi sempre, dimostra come le azioni siano molto diverse dalle parole a dai buoni propositi che vengono divulgati: il 64% del budget italiano per le missioni militari (circa 797 milioni di euro) è stato speso «per operazioni volte a tutelare la “sicurezza energetica” del Paese» ovvero per tutelare gli interessi fossili inviando militari a proteggere le attività di ricerca, estrazione e importazione di gas e petrolio. La Spagna  ha speso 274 milioni di euro, pari al 26 per cento, la Germania 161 milioni di euro, pari al 20 per cento della sua spesa annuale per le missioni militari. Tutti assieme, nel 2021 i tre Paesi spendono oltre 1,2 miliardi di euro per missioni militari “fossili” – un totale di più di 4 miliardi di euro negli ultimi quattro anni (2018-2021).

Per questo Greenpeace chiede uno stop immediato alla protezione militare degli asset petroliferi e gasiferi. Nell’era della crisi climatica, una tale politica non si limita a dissipare fondi pubblici, ma mette anche a repentaglio la salute umana, perché sostiene il consumo di risorse che rappresentano un reale pericolo per il pianeta.

Per il 2021, l’Italia ha approvato 40 missioni militari per una spesa di circa 1,2 miliardi di euro. Il fulcro dell’impegno tricolore è il cosiddetto “Mediterraneo allargato”, con il maggior dispiegamento in Iraq e Libia, due Paesi che insieme garantiscono circa un terzo delle importazioni petrolifere italiane. Malgrado i gravi scontri, l’anno scorso Eni ha estratto 61 milioni di barili di petrolio equivalente dai giacimenti libici. Lo stretto legame tra il dispiegamento militare e gli interessi dell’azienda è particolarmente evidente nel caso della missione “Mare sicuro”: anche se il nome potrebbe evocare il salvataggio dei migranti, la prima “attività” ufficiale dell’operazione è la «sorveglianza e protezione delle piattaforme dell’Eni ubicate nelle acque internazionali prospicienti la costa libica». La relazione governativa precisa che la missione «assicura con continuità la sorveglianza e la protezione militare alle piattaforme dislocate nelle acque internazionali antistanti le coste libiche, la protezione al traffico mercantile nazionale operante in area». Tra i compiti della missione, anche quelli connessi alla controversa missione a supporto della Guardia costiera libica, che ogni anno suscita proteste fuori e dentro il Parlamento, ma poi viene immancabilmente approvata. Audito in Parlamento, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha confermato che “Mare Sicuro” è un dispositivo «a protezione degli interessi nazionali nell’area». “Interessi” che la bozza di discorso inviata ai giornalisti dettagliava in nota: «Impianti petroliferi, traffico mercantile, attività di pesca».

Tra le nuove missioni militari del 2020, il governo ha inserito l’impiego di «un dispositivo aeronavale nazionale per attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nel Golfo di Guinea». L’operazione, in seguito chiamata Gabinia, è stata confermata anche per il 2021, con un impegno finanziario più che raddoppiato (da 9,8 milioni di euro a 23,3 milioni). Malgrado le acque in questione siano infestate dai pirati, il primo compito della missione è «proteggere gli asset estrattivi di Eni, operando in acque internazionali». La necessità di difendere il naviglio mercantile nazionale dagli attacchi dei pirati compare solo al secondo posto. Come precisato da un dossier del Senato, Eni ha piattaforme offshore in Nigeria e in Ghana.

Come scrive Greepace poi non è necessario scomodare i cospirazionisti per collegare l’intervento italiano in Iraq al petrolio. A sancire inequivocabilmente quel legame è stato lo stesso ministro della Difesa illustrando le missioni militari alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato: «Il crollo dell’Iraq, dal punto di vista securitario, avrebbe il potenziale di coinvolgere e travolgere l’intero Medio Oriente», spiegava Guerini nel giugno 2020. «Per l’Italia, questo scenario metterebbe a repentaglio la nostra sicurezza energetica essendo l’Iraq, infatti, il nostro primo fornitore di greggio, rappresentando quindi – in termini “geo-energetici” – un partner di strategica importanza per i nostri approvvigionamenti. In tal senso, la nostra significativa presenza militare si traduce anche quale elemento fondamentale di una strategia di avvicinamento tra Roma e Baghdad volta a stabilire solide e più profonde relazioni in tutti gli ambiti». Anche nel 2021, il ministro ha presentato l’impegno italiano in Iraq con argomentazioni esplicitamente energetiche: «Nel quadrante mediorientale è confermato il nostro impegno in Iraq, Paese di elevata priorità strategica, sia sul piano degli equilibri regionali, sia a tutela dei nostri interessi nazionali, a partire dal tema prioritario degli approvvigionamenti energetici». La stessa relazione governativa, trasmessa alle Camere nel luglio 2021, considera l’instabilità politica dell’area mediorientale «una fonte di criticità per l’Italia in materia di sicurezza, di flussi migratori e politica energetica, che identifica Libia, Iraq e Penisola Arabica quali punti cardine per la sicurezza dei nostri approvvigionamenti».

Per quanto riguarda il Mediterraneo orientale anche quest’anno Guerini ha ribadito l’importanza energetica del Mediterraneo orientale: «Il Mare Nostrum è oggi protagonista di un processo di territorializzazione mirato ad acquisire il controllo delle cospicue risorse energetiche presenti, attraverso una competizione sempre più accesa tra attori regionali e potenze esterne». In questa competizione l’Italia intende avere un ruolo: come annunciato già nel 2020, «al fine di assicurare una maggiore presenza, sono già state previste, nell’ambito di operazioni in corso ed esercitazioni già programmate, periodiche elongazioni nell’area da parte di assetti nazionali marittimi».

Sommando tutte le missioni “fossili” citate, si arriva a circa 749 milioni di euro nel 2021, 523 nel 2020, 489 nel 2019 e 529 nel 2018, pari al 64% della spesa totale per le missioni militari del 2021, al 50% per il 2020, al 47,6% per il 2019 e al 51% per il 2018. A queste cifre va aggiunta la quota parte dei costi di supporto per le operazioni militari italiane all’estero, registrate alla voce «stipulazione dei contratti di assicurazione del personale, trasporto del personale, dei mezzi e dei materiali e realizzazione di infrastrutture e lavori connessi con le esigenze organizzative e di sicurezza dei contingenti militari nelle aree in cui si svolgono le missioni internazionali» (pari a 76 milioni di euro l’anno). Si può quindi concludere che le missioni a protezione delle fonti fossili siano costate alle casse italiane circa 797 milioni di euro per il 2021, 560 per il 2020, 525 per il 2019 e a 568 per il 2018.

Petrolio e armi, il binomio perfetto. Bella questa transizione ecologica e questo impegno per la pace, vero?

Buon venerdì.

Nella foto: piattaforma Eni in Ghana, 28 novembre 2017

 

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“Caro Draghi, ho due case e guadagno bene: mi spiega perché deve abbassare a me le tasse e non ai più poveri?”

In Italia più di 2 milioni di cittadini sono in stato di povertà, lo dicono chiaramente i numeri e la pandemia (che non sembra finire presto) sta continuando a pesare sui lavoratori. 25 milioni di lavoratori e pensionati sfiorano o raggiungono a malapena i 25mila euro di reddito. Una nota curiosa: quei 25 milioni sarebbero il primo partito d’Italia, rappresenterebbero il 68% degli elettori votanti alle politiche del 2018.

Fuori dal coro unanime che osanna il governo dei migliori e che applaude ogni nuovo provvedimento c’è un’ampia fetta di italiani che si domanda perché il taglio delle tasse di 8 miliardi voluto da Draghi (di cui 7 sull’Irpef e uno sull’Irap) debba favorire chi guadagna più di 60/70mila euro all’anno dimenticandosi completamente quelli che guadagnano 1.000 euro al mese. Davide Maria De Luca, giornalista di Domani, sul suo profilo Twitter l’ha detto semplice semplice: «Ho un buono stipendio, – scrive De Luca – un ottimo contratto e una casa di proprietà. Economicamente la pandemia non l’ho praticamente sentita. Ma il governo Draghi, nella sua saggezza, ha ritenuto giusto che fossi io, e quelli come me, a ricevere il taglio di tasse più corposo di questa riforma». È solo una delle tante voci che stanno intervenendo in questi giorni: gente che non ritiene equo ottenere vantaggi fiscali nella propria posizione. Filippo Barbera – citato anche dal deputato Nicola Fratoianni – professore di sociologia dei processi economici e del lavoro all’università di Torino, scrive: «Gent.mo Presidente Draghi, ho 51 anni, sono Professore ordinario, pago un mutuo più che sostenibile. Ho una casa in città e una in campagna. Mi piace quello che faccio, guadagno bene senza essere straricco. MA PERCHÈ MI DEVE ABBASSARE LE TASSE?».

Della stessa idea sono anche i sindacati che qualche giorno fa hanno incontrato il ministro dell’Economia Daniele Franco: «ma non ha senso che chi guadagna 100 mila euro ha lo stesso vantaggio di chi ne prende 20 mila: il contrario della progressività», ha dichiarato Landini della CGIL. Sbarra (CISL) dice che «i redditi bassi non sono priorità per questo governo» e Bombardieri (UIL) ha raccontato che «il ministro si è presentato senza un pezzo di carta e con un’intesa blindata, ma quelle sono scelte sbagliate».

Il percorso è sempre quello che piace soprattuto a destra: invece di puntare a ridurre le disuguaglianze si preferisce cercare di dare le stesse possibilità di partenza a tutti. La chiamano uguaglianza ma è equità. Uguaglianza e equità sono due concetti profondamente diversi e due posizionamenti politici estremamente diversi. Non è un caso che la riforma che ha in testa Draghi renda felici tutti quelli che (soprattutto a destra) insistono in una tassazione flat per tutti, contravvenendo alla progressività fiscale che sta scritta nella Costituzione.

Come scrivono Salvatore Morelli, Economista presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Roma Tre e membro del gruppo di coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità, e Antonio Scialà, Professore Associato in Scienza delle Finanze presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Roma Tre, su Jacobin Italia: “in questo senso, parlare di «ceti medi», come molti hanno fatto in questi giorni, sarebbe fuorviante: ciò che nel dibattito pubblico si chiama «reddito medio» è in realtà un reddito medio-alto. È bene ricordare, infatti, che è sufficiente guadagnare circa 100.000 euro di reddito per entrare nell’1% della popolazione adulta con redditi Irpef più alti e circa 35.000 euro per entrare nel top 10%. Questa soglia scende fino a circa 30.000 euro al Sud e sale a circa 40.000 euro al Nord. Dunque il taglio delle tasse premierà principalmente i lavoratori dipendenti e pensionati con redditi alti e la riforma avrà delle ripercussioni distributive anche geografiche, nonché tra centro e periferia”.

Un punto è incontrovertibile: questa riforma è un ulteriore erosione della progressività fiscale, come avviene da decenni e basterebbe notare chi ne sorride soddisfatto per comprenderne la natura.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Il ddl Zan muore grazie ai voti dei nuovi centristi progressisti moderati sauditi

Tanto tuonò che piovve, merda. Il ddl Zan si è appena disintegrato grazie ai voti dei nuovi centristi progressisti moderati sauditi con buona pace di chi davvero ha creduto che ci fosse una reale volontà politica o anche solo appena appena un barlume di idea intorno a una legge che avrebbe potuto fare esistere persone invisibili che continueranno a essere invisibili ancora.

Il ddl Zan si polverizza al Senato perché Italia Viva deve offrire qualcosa in cambio al centrodestra dove ha bussato per prendere una stanza in subaffitto (cominciando in Sicilia con Micciché dove Forza Italia Viva finalmente esiste e non è più solo un profumo). Il ddl Zan esce liquefatto dal Senato perché Silvio Berlusconi che più invecchia e più ostinatamente si ama ha creduto alla favola del gatto e la volpe, Salvini e Meloni, mentre gli promettevano che lo appoggeranno alla presidenza della Repubblica chiedendogli in cambio di smoderarsi per non farli apparire troppo stupidi.

Il ddl Zan si incarta al Senato perché siamo un Paese così, dove basta paventare l’idea che loro figlio possa avere voglia di iscriversi a pattinaggio artistico per terrorizzare le famigliole conservatrici che inorridiscono davanti a un maschio soprano. 

Il ddl Zan muore oggi perché certa stampa proprio non riesce a contenersi dal rotolarsi nel fango con notizie false e allarmi (inesistenti) strumentali per vendere qualche copia in più. E il ddl Zan è stato un genere letterario come non si vedeva dai tempi dei terroni e dei marocchini, dove si sono buttati anche quelli che di solito ci tengono a non sgualcirsi i polsini.

Il ddl Zan si è appena disintegrato perché hanno rivenduto come “trattativa” dei miseri calcoli politici. E ogni volta che qualcuno usa una legge per trattare altre cose sue deve semplicemente ingegnarsi a rendere complicato ciò che è e estremamente semplice.

Il ddl Zan è stato affossato perché in fondo l’anima oscurantista è il vero intergruppo con larga maggioranza in Parlamento: sono quelli che ogni volta si proclamano progressisti e poi votano con la Lega e Fratelli d’Italia sui diritti civili, senza nemmeno accorgersene. 

Il ddl Zan muore perché c’è un partito che l’ha votato alla Camera e poi ha cambiato idea e in tutti questi mesi non ci ha spiegato esattamente il perché. Non ci ha spiegato perché la stessa legge che andava bene alla Camera poi non debba andare bene al Senato. Chissà.

Il ddl Zan muore perché perfino alcuni editorialisti che si autodefiniscono progressisti insistono nello scrivere che sarebbero mancati i voti nel centrosinistra quando invece il soggetto della frase dovrebbe essere quel partito di centrocentrocentrodestra.

Il ddl Zan non si farà perché siamo un Paese che guarda all’Europa quando ci serve per togliere tutele e diritti ai lavoratori ma poi guardiamo solo a casa nostra quando si tratta di allinearsi con i diritti che sono già legge negli altri Paesi europei.

Il ddl Zan si incarta perché quando pestano un gay o un trans in fondo se l’è cercata anche lui, poteva essere normale e non gli sarebbe successo niente. La pensano così anche se non hanno il coraggio di dirlo.

Il ddl Zan si polverizza perché gente che in modo molto macho sfoggia la propria sessualità e la propria identità di genere è terrorizzata che qualcuno possa, per conto suo, avere altri orientamenti. Sapete perché ne hanno paura? Perché sono gli stessi che hanno bisogno di nascondere sotto la sabbia i temi che non sono in grado di affrontare.

Il ddl Zan si spegne perché se si certifica che odiare qualcuno per il suo orientamento sessuale è una sconcezza si tagliano metà delle dichiarazioni che finiscono sui giornali di esponenti politici che sono semplicemente dei provocatori disgustosi.

Ben fatto. Applausi.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Ennesima giravolta di Renzi: chiedeva ai suoi avversari di rinunciare all’immunità ma ora è lui a volerla

Ora davvero sarebbe curioso ascoltare cosa dicono i fan più sfegatati di Matteo Renzi, quelli che hanno inteso Italia Viva come un fan club a forma di partito, qualcosa che non c’entra niente con la politica ma rientra nella sfrenata idolatria, dove la coerenza non è minimamente percepita.

Sarebbe curioso sentire cosa ne pensino delle parole di Renzi già dieci anni fa, il 22 febbraio 2011 quando ospite di Otto e Mezzo su La7, era ancora sindaco e fingeva bene la parte dell’innovatore per puntare ancora più in alto, all’ipotesi di reintrodurre l’immunità parlamentare ripristinando l’autorizzazione a procedere abrogata nell’ottobre 1993 in piena tempesta Tangentopoli e quindi aumentare le garanzie per i membri del Parlamento Renzi rispose deciso «No, oggi mi sembra più o meno una barzelletta. Sono contrario. Se vogliamo cambiare gli articoli della Costituzione che parlano dei parlamentari bisognerebbe avere il coraggio di dire che i parlamentari andrebbero dimezzati e che andrebbe dimezzata anche l’indennità» aggiungendo serafico che «la logica” dell’immunità parlamentare “è stata messa in Costituzione, quindi è una cosa seria, aveva un valore, ma in un altro momento, in un altro contesto».

O quando nel 2016 sfidò i grillini dicendo «rinunciate all’immunità, io non ce l’ho» e poi a Di Maio «se Di Maio è un uomo rinunci all’immunità». Piacerebbe sapere cosa ne pensano i suoi sostenitori oggi che Renzi decide invece di avvalersi dell’immunità parlamentare, tra l’altro questa volta senza nemmeno gridare ai quattrocento come è abituato a fare tutti i giorni per qualsiasi inezia, quatto quatto in un giorno di fine estate presentando all Procure di Firenze “formale intimazione di astenersi dallo svolgimento di qualsivoglia attività investigativa preclusa dall’art. 68 della Costituzione e dell’articolo 4 della legge 140/2003, nonché nell’utilizzare conversazioni e corrispondenza casualmente captate senza previa autorizzazione della Camera di appartenenza” come i peones parlamentari che si trincerano dietro all’immunità per non rischiare nemmeno di rischiare. Perché qui in ballo c’è un piano politico e di credibilità.

Sul piano politico tocca sottolineare che il senatore Renzi decide di usare l’immunità non per un nobile reato di opinione nel libero esercizio del suo ruolo di senatore ma per un’inchiesta di traffico d’influenze illecite, di riciclaggio e di finanziamento illecito ai partiti: si sta cercando di capire quali siano i movimenti e le motivazioni dello spostamento di soldi, niente a che vedere con il legittimo esercizio di ideali.

Dal punto di vista politico è curioso anche che Renzi richieda l’immunità per un’inchiesta che per ora interessa undici persone (tra cui i suoi più stretti collaboratori ma non lui): Renzi rivede il corso di un processo che ha sempre definito sbagliato? Un’incredibile preveggenza, non c’è che dire. Poi c’è la questione della credibilità e coerenza ma su questo capitolo il senatore fiorentino ha già dimostrato di essere quello che è, mica per niente i sondaggi danno Italia Viva in una picchiata che assomiglia a una sparizione. Il tarlo è sempre lo stesso: ma come si può difendere in una roba così?

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Fininvest finanziò Cosa Nostra, ma sui giornali non lo ha scritto praticamente nessuno

Forse, mi son detto, è il religioso rispetto del silenzio elettorale prima delle amministrative che ha reso certa stampa così sbadata da non accorgersi della sentenza della Corte di Cassazione secondo cui non è un reato scrivere che la società Fininvest di Silvio Berlusconi ha finanziato Cosa Nostra ed è stata in rapporti con la mafia.

Anche perché è durato ben sette anni il processo contro il magistrato Luca Tescaroli e il giornalista Ferruccio Pinotti per il loro libro “Colletti sporchi” in cui avevano “evocato il coinvolgimento di Fininvest nel riciclaggio di denaro di provenienza mafiosa”.

E forse sarebbe una notizia da dare quella che per l’ennesima volta viene certificata da un tribunale, ovvero la vicinanza tra Silvio Berlusconi e la mafia: quello stesso Berlusconi che qualcuno prova addirittura a spingere verso il Quirinale e che, non solo a destra, si ha molta fretta di riabilitare per poter quanto prima creare un grande centro, come melassa che torni ai fasti del “dentro tutti” per spartirsi il potere.

Un Paese che rimuove con tanta facilità che appartenenti a Cosa Nostra ricevessero da Berlusconi attraverso il gruppo Fininvest 200 milioni di lire al mese a titolo di contributo e che Riina nel 1991 disse di avere Berlusconi e Dell’Utri “nelle mani” è un Paese che difficilmente potrà risultare credibile nelle sue alchimie politiche e anti-mafiose.

C’è stato negli anni un lento processo di normalizzazione delle colpe di Berlusconi, utilissimo al centrodestra per ripulirsi senza pulirsi e al centrosinistra per evitare di fare i conti con la storia. È una pacificazione collusa, immorale e vergognosa: lo dice anche questa ennesima sentenza.
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A Bonomi danno fastidio le richieste dei partiti ma sfortunatamente per lui siamo in democrazia

Invidio al presidente di Confindustria Carlo Bonomi la fantasmagorica capacità di esprimere ogni volta, anche solo in poche frasi, la sua eccezionale visione antidemocratica del mondo e un’ignoranza delle funzioni del Parlamento che sfoggia con smodata fierezza.

Sì, perché se un giornalista qualsiasi, un politico, un commentatore o una persona qualsiasi al bar avesse il coraggio di esprimere gli stessi concetti del patron di Confindustria sarebbe nel migliore dei casi additato come un ignorantello un po’ arrogante se non addirittura un pericoloso insurrezionalista contro la Costituzione.

Bonomi in un’intervista al Corriere della Sera ci dice che «Draghi sa cosa serve al Paese per crescere ma i partiti invece non l’hanno ancora capito». E fin qui siamo sul campo delle opinioni legittime personali anche se un po’ ingenue: che un Parlamento che sostiene praticamente in toto un governo abbia delle idee diverse rientra tra le normali conseguenze del diritto di rappresentanza e viene piuttosto semplice immaginare che un partito di sinistra abbia visioni diverse da un partito di destra, almeno per rispetto dei cittadini che li hanno votati.

Ma Bonomi continua come una slavina, dicendoci che i partiti «stanno dando l’assalto alla diligenza com’è successo in tutte le manovre finanziarie precedenti, in cui ognuno di solito dà battaglia per la sua bandierina». E qui ovviamente Bonomi, iscritto con grande gioia al partito unico del fatturato a tutti i costi, dimentica che quella che chiama “bandierina” è esattamente il cuore della politica, le “bandierine” sono le idee (nel migliore dei casi gli ideali) che i partiti sono chiamati a sostenere in Parlamento. Capiamo che per lui sia così fastidioso dover tenere conto di interessi che non siano semplicemente i sussidi pubblici per le imprese dei suoi associati, ma per fortuna uno Stato funziona così.

Infine il colpo da fuoriclasse: «Siamo sicuri che il governo sappia bene ciò che va fatto – aggiunge -, ma i partiti lo assediano». Ha detto proprio così. I partiti, questi partiti sporchi e cattivi, si permettono di assediare un presidente del Consiglio che dovrebbe invece fare un giro di telefonate ai suoi amici più stretti (e non viene difficile che in quel gruppo di watshapp ci sia anche il caro Bonomi) per poi sedersi a scrivere e firmare i suoi decreti senza questi fastidiosi partiti che rallentano il lavoro del Re. Viene il dubbio che per Bonomi i partiti siano più o meno una sorta di sindacati con cui bisogna fare finta di avere a che fare ma che devono starsene all’angolo senza rompere troppo in quei diritti che troppo spesso rallentano la produzione.

E infatti Bonomi aggiunge: «un partito dà battaglia per le pensioni, un altro per il reddito di cittadinanza, un terzo per qualcos’altro ancora”, prosegue il numero uno degli industriali. “La sensazione – dichiara Bonomi – è che ancora oggi i partiti non abbiano capito che bisogna concentrare le risorse sulla crescita e sulla produttività». Il presidente di Confindustria insomma vorrebbe un mondo che si riducesse a un solo dio laico: la produttività. Tutto il resto è secondario.

Peccato solo che Bonomi nemmeno questa volta abbia avuto il coraggio di dirci quell’idea che gli sta in gola ma non riesce a sputare: aboliamo i partiti, facciamo così, e in Parlamento ci assumiamo con contratto a tempo determinato solo dei commerciali che propaghino le idee dell’amministratore delegato seduto a Palazzo Chigi. Che mondo triste che c’è nella testa e nelle parole di Bonomi.

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