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La chiamano pace, si legge petrolio

Ma dove vanno a finire i soldi per le nostre missioni di guerra che qui tutti si ostinano a chiamare missioni di pace? A mettere il naso tra i costi ci ha pensato Greenpeace che ha pubblicato un rapporto che ancora una volta, accade quasi sempre, dimostra come le azioni siano molto diverse dalle parole a dai buoni propositi che vengono divulgati: il 64% del budget italiano per le missioni militari (circa 797 milioni di euro) è stato speso «per operazioni volte a tutelare la “sicurezza energetica” del Paese» ovvero per tutelare gli interessi fossili inviando militari a proteggere le attività di ricerca, estrazione e importazione di gas e petrolio. La Spagna  ha speso 274 milioni di euro, pari al 26 per cento, la Germania 161 milioni di euro, pari al 20 per cento della sua spesa annuale per le missioni militari. Tutti assieme, nel 2021 i tre Paesi spendono oltre 1,2 miliardi di euro per missioni militari “fossili” – un totale di più di 4 miliardi di euro negli ultimi quattro anni (2018-2021).

Per questo Greenpeace chiede uno stop immediato alla protezione militare degli asset petroliferi e gasiferi. Nell’era della crisi climatica, una tale politica non si limita a dissipare fondi pubblici, ma mette anche a repentaglio la salute umana, perché sostiene il consumo di risorse che rappresentano un reale pericolo per il pianeta.

Per il 2021, l’Italia ha approvato 40 missioni militari per una spesa di circa 1,2 miliardi di euro. Il fulcro dell’impegno tricolore è il cosiddetto “Mediterraneo allargato”, con il maggior dispiegamento in Iraq e Libia, due Paesi che insieme garantiscono circa un terzo delle importazioni petrolifere italiane. Malgrado i gravi scontri, l’anno scorso Eni ha estratto 61 milioni di barili di petrolio equivalente dai giacimenti libici. Lo stretto legame tra il dispiegamento militare e gli interessi dell’azienda è particolarmente evidente nel caso della missione “Mare sicuro”: anche se il nome potrebbe evocare il salvataggio dei migranti, la prima “attività” ufficiale dell’operazione è la «sorveglianza e protezione delle piattaforme dell’Eni ubicate nelle acque internazionali prospicienti la costa libica». La relazione governativa precisa che la missione «assicura con continuità la sorveglianza e la protezione militare alle piattaforme dislocate nelle acque internazionali antistanti le coste libiche, la protezione al traffico mercantile nazionale operante in area». Tra i compiti della missione, anche quelli connessi alla controversa missione a supporto della Guardia costiera libica, che ogni anno suscita proteste fuori e dentro il Parlamento, ma poi viene immancabilmente approvata. Audito in Parlamento, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha confermato che “Mare Sicuro” è un dispositivo «a protezione degli interessi nazionali nell’area». “Interessi” che la bozza di discorso inviata ai giornalisti dettagliava in nota: «Impianti petroliferi, traffico mercantile, attività di pesca».

Tra le nuove missioni militari del 2020, il governo ha inserito l’impiego di «un dispositivo aeronavale nazionale per attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nel Golfo di Guinea». L’operazione, in seguito chiamata Gabinia, è stata confermata anche per il 2021, con un impegno finanziario più che raddoppiato (da 9,8 milioni di euro a 23,3 milioni). Malgrado le acque in questione siano infestate dai pirati, il primo compito della missione è «proteggere gli asset estrattivi di Eni, operando in acque internazionali». La necessità di difendere il naviglio mercantile nazionale dagli attacchi dei pirati compare solo al secondo posto. Come precisato da un dossier del Senato, Eni ha piattaforme offshore in Nigeria e in Ghana.

Come scrive Greepace poi non è necessario scomodare i cospirazionisti per collegare l’intervento italiano in Iraq al petrolio. A sancire inequivocabilmente quel legame è stato lo stesso ministro della Difesa illustrando le missioni militari alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato: «Il crollo dell’Iraq, dal punto di vista securitario, avrebbe il potenziale di coinvolgere e travolgere l’intero Medio Oriente», spiegava Guerini nel giugno 2020. «Per l’Italia, questo scenario metterebbe a repentaglio la nostra sicurezza energetica essendo l’Iraq, infatti, il nostro primo fornitore di greggio, rappresentando quindi – in termini “geo-energetici” – un partner di strategica importanza per i nostri approvvigionamenti. In tal senso, la nostra significativa presenza militare si traduce anche quale elemento fondamentale di una strategia di avvicinamento tra Roma e Baghdad volta a stabilire solide e più profonde relazioni in tutti gli ambiti». Anche nel 2021, il ministro ha presentato l’impegno italiano in Iraq con argomentazioni esplicitamente energetiche: «Nel quadrante mediorientale è confermato il nostro impegno in Iraq, Paese di elevata priorità strategica, sia sul piano degli equilibri regionali, sia a tutela dei nostri interessi nazionali, a partire dal tema prioritario degli approvvigionamenti energetici». La stessa relazione governativa, trasmessa alle Camere nel luglio 2021, considera l’instabilità politica dell’area mediorientale «una fonte di criticità per l’Italia in materia di sicurezza, di flussi migratori e politica energetica, che identifica Libia, Iraq e Penisola Arabica quali punti cardine per la sicurezza dei nostri approvvigionamenti».

Per quanto riguarda il Mediterraneo orientale anche quest’anno Guerini ha ribadito l’importanza energetica del Mediterraneo orientale: «Il Mare Nostrum è oggi protagonista di un processo di territorializzazione mirato ad acquisire il controllo delle cospicue risorse energetiche presenti, attraverso una competizione sempre più accesa tra attori regionali e potenze esterne». In questa competizione l’Italia intende avere un ruolo: come annunciato già nel 2020, «al fine di assicurare una maggiore presenza, sono già state previste, nell’ambito di operazioni in corso ed esercitazioni già programmate, periodiche elongazioni nell’area da parte di assetti nazionali marittimi».

Sommando tutte le missioni “fossili” citate, si arriva a circa 749 milioni di euro nel 2021, 523 nel 2020, 489 nel 2019 e 529 nel 2018, pari al 64% della spesa totale per le missioni militari del 2021, al 50% per il 2020, al 47,6% per il 2019 e al 51% per il 2018. A queste cifre va aggiunta la quota parte dei costi di supporto per le operazioni militari italiane all’estero, registrate alla voce «stipulazione dei contratti di assicurazione del personale, trasporto del personale, dei mezzi e dei materiali e realizzazione di infrastrutture e lavori connessi con le esigenze organizzative e di sicurezza dei contingenti militari nelle aree in cui si svolgono le missioni internazionali» (pari a 76 milioni di euro l’anno). Si può quindi concludere che le missioni a protezione delle fonti fossili siano costate alle casse italiane circa 797 milioni di euro per il 2021, 560 per il 2020, 525 per il 2019 e a 568 per il 2018.

Petrolio e armi, il binomio perfetto. Bella questa transizione ecologica e questo impegno per la pace, vero?

Buon venerdì.

Nella foto: piattaforma Eni in Ghana, 28 novembre 2017

 

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“Caro Draghi, ho due case e guadagno bene: mi spiega perché deve abbassare a me le tasse e non ai più poveri?”

In Italia più di 2 milioni di cittadini sono in stato di povertà, lo dicono chiaramente i numeri e la pandemia (che non sembra finire presto) sta continuando a pesare sui lavoratori. 25 milioni di lavoratori e pensionati sfiorano o raggiungono a malapena i 25mila euro di reddito. Una nota curiosa: quei 25 milioni sarebbero il primo partito d’Italia, rappresenterebbero il 68% degli elettori votanti alle politiche del 2018.

Fuori dal coro unanime che osanna il governo dei migliori e che applaude ogni nuovo provvedimento c’è un’ampia fetta di italiani che si domanda perché il taglio delle tasse di 8 miliardi voluto da Draghi (di cui 7 sull’Irpef e uno sull’Irap) debba favorire chi guadagna più di 60/70mila euro all’anno dimenticandosi completamente quelli che guadagnano 1.000 euro al mese. Davide Maria De Luca, giornalista di Domani, sul suo profilo Twitter l’ha detto semplice semplice: «Ho un buono stipendio, – scrive De Luca – un ottimo contratto e una casa di proprietà. Economicamente la pandemia non l’ho praticamente sentita. Ma il governo Draghi, nella sua saggezza, ha ritenuto giusto che fossi io, e quelli come me, a ricevere il taglio di tasse più corposo di questa riforma». È solo una delle tante voci che stanno intervenendo in questi giorni: gente che non ritiene equo ottenere vantaggi fiscali nella propria posizione. Filippo Barbera – citato anche dal deputato Nicola Fratoianni – professore di sociologia dei processi economici e del lavoro all’università di Torino, scrive: «Gent.mo Presidente Draghi, ho 51 anni, sono Professore ordinario, pago un mutuo più che sostenibile. Ho una casa in città e una in campagna. Mi piace quello che faccio, guadagno bene senza essere straricco. MA PERCHÈ MI DEVE ABBASSARE LE TASSE?».

Della stessa idea sono anche i sindacati che qualche giorno fa hanno incontrato il ministro dell’Economia Daniele Franco: «ma non ha senso che chi guadagna 100 mila euro ha lo stesso vantaggio di chi ne prende 20 mila: il contrario della progressività», ha dichiarato Landini della CGIL. Sbarra (CISL) dice che «i redditi bassi non sono priorità per questo governo» e Bombardieri (UIL) ha raccontato che «il ministro si è presentato senza un pezzo di carta e con un’intesa blindata, ma quelle sono scelte sbagliate».

Il percorso è sempre quello che piace soprattuto a destra: invece di puntare a ridurre le disuguaglianze si preferisce cercare di dare le stesse possibilità di partenza a tutti. La chiamano uguaglianza ma è equità. Uguaglianza e equità sono due concetti profondamente diversi e due posizionamenti politici estremamente diversi. Non è un caso che la riforma che ha in testa Draghi renda felici tutti quelli che (soprattutto a destra) insistono in una tassazione flat per tutti, contravvenendo alla progressività fiscale che sta scritta nella Costituzione.

Come scrivono Salvatore Morelli, Economista presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Roma Tre e membro del gruppo di coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità, e Antonio Scialà, Professore Associato in Scienza delle Finanze presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Roma Tre, su Jacobin Italia: “in questo senso, parlare di «ceti medi», come molti hanno fatto in questi giorni, sarebbe fuorviante: ciò che nel dibattito pubblico si chiama «reddito medio» è in realtà un reddito medio-alto. È bene ricordare, infatti, che è sufficiente guadagnare circa 100.000 euro di reddito per entrare nell’1% della popolazione adulta con redditi Irpef più alti e circa 35.000 euro per entrare nel top 10%. Questa soglia scende fino a circa 30.000 euro al Sud e sale a circa 40.000 euro al Nord. Dunque il taglio delle tasse premierà principalmente i lavoratori dipendenti e pensionati con redditi alti e la riforma avrà delle ripercussioni distributive anche geografiche, nonché tra centro e periferia”.

Un punto è incontrovertibile: questa riforma è un ulteriore erosione della progressività fiscale, come avviene da decenni e basterebbe notare chi ne sorride soddisfatto per comprenderne la natura.

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Il ddl Zan muore grazie ai voti dei nuovi centristi progressisti moderati sauditi

Tanto tuonò che piovve, merda. Il ddl Zan si è appena disintegrato grazie ai voti dei nuovi centristi progressisti moderati sauditi con buona pace di chi davvero ha creduto che ci fosse una reale volontà politica o anche solo appena appena un barlume di idea intorno a una legge che avrebbe potuto fare esistere persone invisibili che continueranno a essere invisibili ancora.

Il ddl Zan si polverizza al Senato perché Italia Viva deve offrire qualcosa in cambio al centrodestra dove ha bussato per prendere una stanza in subaffitto (cominciando in Sicilia con Micciché dove Forza Italia Viva finalmente esiste e non è più solo un profumo). Il ddl Zan esce liquefatto dal Senato perché Silvio Berlusconi che più invecchia e più ostinatamente si ama ha creduto alla favola del gatto e la volpe, Salvini e Meloni, mentre gli promettevano che lo appoggeranno alla presidenza della Repubblica chiedendogli in cambio di smoderarsi per non farli apparire troppo stupidi.

Il ddl Zan si incarta al Senato perché siamo un Paese così, dove basta paventare l’idea che loro figlio possa avere voglia di iscriversi a pattinaggio artistico per terrorizzare le famigliole conservatrici che inorridiscono davanti a un maschio soprano. 

Il ddl Zan muore oggi perché certa stampa proprio non riesce a contenersi dal rotolarsi nel fango con notizie false e allarmi (inesistenti) strumentali per vendere qualche copia in più. E il ddl Zan è stato un genere letterario come non si vedeva dai tempi dei terroni e dei marocchini, dove si sono buttati anche quelli che di solito ci tengono a non sgualcirsi i polsini.

Il ddl Zan si è appena disintegrato perché hanno rivenduto come “trattativa” dei miseri calcoli politici. E ogni volta che qualcuno usa una legge per trattare altre cose sue deve semplicemente ingegnarsi a rendere complicato ciò che è e estremamente semplice.

Il ddl Zan è stato affossato perché in fondo l’anima oscurantista è il vero intergruppo con larga maggioranza in Parlamento: sono quelli che ogni volta si proclamano progressisti e poi votano con la Lega e Fratelli d’Italia sui diritti civili, senza nemmeno accorgersene. 

Il ddl Zan muore perché c’è un partito che l’ha votato alla Camera e poi ha cambiato idea e in tutti questi mesi non ci ha spiegato esattamente il perché. Non ci ha spiegato perché la stessa legge che andava bene alla Camera poi non debba andare bene al Senato. Chissà.

Il ddl Zan muore perché perfino alcuni editorialisti che si autodefiniscono progressisti insistono nello scrivere che sarebbero mancati i voti nel centrosinistra quando invece il soggetto della frase dovrebbe essere quel partito di centrocentrocentrodestra.

Il ddl Zan non si farà perché siamo un Paese che guarda all’Europa quando ci serve per togliere tutele e diritti ai lavoratori ma poi guardiamo solo a casa nostra quando si tratta di allinearsi con i diritti che sono già legge negli altri Paesi europei.

Il ddl Zan si incarta perché quando pestano un gay o un trans in fondo se l’è cercata anche lui, poteva essere normale e non gli sarebbe successo niente. La pensano così anche se non hanno il coraggio di dirlo.

Il ddl Zan si polverizza perché gente che in modo molto macho sfoggia la propria sessualità e la propria identità di genere è terrorizzata che qualcuno possa, per conto suo, avere altri orientamenti. Sapete perché ne hanno paura? Perché sono gli stessi che hanno bisogno di nascondere sotto la sabbia i temi che non sono in grado di affrontare.

Il ddl Zan si spegne perché se si certifica che odiare qualcuno per il suo orientamento sessuale è una sconcezza si tagliano metà delle dichiarazioni che finiscono sui giornali di esponenti politici che sono semplicemente dei provocatori disgustosi.

Ben fatto. Applausi.

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Ennesima giravolta di Renzi: chiedeva ai suoi avversari di rinunciare all’immunità ma ora è lui a volerla

Ora davvero sarebbe curioso ascoltare cosa dicono i fan più sfegatati di Matteo Renzi, quelli che hanno inteso Italia Viva come un fan club a forma di partito, qualcosa che non c’entra niente con la politica ma rientra nella sfrenata idolatria, dove la coerenza non è minimamente percepita.

Sarebbe curioso sentire cosa ne pensino delle parole di Renzi già dieci anni fa, il 22 febbraio 2011 quando ospite di Otto e Mezzo su La7, era ancora sindaco e fingeva bene la parte dell’innovatore per puntare ancora più in alto, all’ipotesi di reintrodurre l’immunità parlamentare ripristinando l’autorizzazione a procedere abrogata nell’ottobre 1993 in piena tempesta Tangentopoli e quindi aumentare le garanzie per i membri del Parlamento Renzi rispose deciso «No, oggi mi sembra più o meno una barzelletta. Sono contrario. Se vogliamo cambiare gli articoli della Costituzione che parlano dei parlamentari bisognerebbe avere il coraggio di dire che i parlamentari andrebbero dimezzati e che andrebbe dimezzata anche l’indennità» aggiungendo serafico che «la logica” dell’immunità parlamentare “è stata messa in Costituzione, quindi è una cosa seria, aveva un valore, ma in un altro momento, in un altro contesto».

O quando nel 2016 sfidò i grillini dicendo «rinunciate all’immunità, io non ce l’ho» e poi a Di Maio «se Di Maio è un uomo rinunci all’immunità». Piacerebbe sapere cosa ne pensano i suoi sostenitori oggi che Renzi decide invece di avvalersi dell’immunità parlamentare, tra l’altro questa volta senza nemmeno gridare ai quattrocento come è abituato a fare tutti i giorni per qualsiasi inezia, quatto quatto in un giorno di fine estate presentando all Procure di Firenze “formale intimazione di astenersi dallo svolgimento di qualsivoglia attività investigativa preclusa dall’art. 68 della Costituzione e dell’articolo 4 della legge 140/2003, nonché nell’utilizzare conversazioni e corrispondenza casualmente captate senza previa autorizzazione della Camera di appartenenza” come i peones parlamentari che si trincerano dietro all’immunità per non rischiare nemmeno di rischiare. Perché qui in ballo c’è un piano politico e di credibilità.

Sul piano politico tocca sottolineare che il senatore Renzi decide di usare l’immunità non per un nobile reato di opinione nel libero esercizio del suo ruolo di senatore ma per un’inchiesta di traffico d’influenze illecite, di riciclaggio e di finanziamento illecito ai partiti: si sta cercando di capire quali siano i movimenti e le motivazioni dello spostamento di soldi, niente a che vedere con il legittimo esercizio di ideali.

Dal punto di vista politico è curioso anche che Renzi richieda l’immunità per un’inchiesta che per ora interessa undici persone (tra cui i suoi più stretti collaboratori ma non lui): Renzi rivede il corso di un processo che ha sempre definito sbagliato? Un’incredibile preveggenza, non c’è che dire. Poi c’è la questione della credibilità e coerenza ma su questo capitolo il senatore fiorentino ha già dimostrato di essere quello che è, mica per niente i sondaggi danno Italia Viva in una picchiata che assomiglia a una sparizione. Il tarlo è sempre lo stesso: ma come si può difendere in una roba così?

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Fininvest finanziò Cosa Nostra, ma sui giornali non lo ha scritto praticamente nessuno

Forse, mi son detto, è il religioso rispetto del silenzio elettorale prima delle amministrative che ha reso certa stampa così sbadata da non accorgersi della sentenza della Corte di Cassazione secondo cui non è un reato scrivere che la società Fininvest di Silvio Berlusconi ha finanziato Cosa Nostra ed è stata in rapporti con la mafia.

Anche perché è durato ben sette anni il processo contro il magistrato Luca Tescaroli e il giornalista Ferruccio Pinotti per il loro libro “Colletti sporchi” in cui avevano “evocato il coinvolgimento di Fininvest nel riciclaggio di denaro di provenienza mafiosa”.

E forse sarebbe una notizia da dare quella che per l’ennesima volta viene certificata da un tribunale, ovvero la vicinanza tra Silvio Berlusconi e la mafia: quello stesso Berlusconi che qualcuno prova addirittura a spingere verso il Quirinale e che, non solo a destra, si ha molta fretta di riabilitare per poter quanto prima creare un grande centro, come melassa che torni ai fasti del “dentro tutti” per spartirsi il potere.

Un Paese che rimuove con tanta facilità che appartenenti a Cosa Nostra ricevessero da Berlusconi attraverso il gruppo Fininvest 200 milioni di lire al mese a titolo di contributo e che Riina nel 1991 disse di avere Berlusconi e Dell’Utri “nelle mani” è un Paese che difficilmente potrà risultare credibile nelle sue alchimie politiche e anti-mafiose.

C’è stato negli anni un lento processo di normalizzazione delle colpe di Berlusconi, utilissimo al centrodestra per ripulirsi senza pulirsi e al centrosinistra per evitare di fare i conti con la storia. È una pacificazione collusa, immorale e vergognosa: lo dice anche questa ennesima sentenza.
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A Bonomi danno fastidio le richieste dei partiti ma sfortunatamente per lui siamo in democrazia

Invidio al presidente di Confindustria Carlo Bonomi la fantasmagorica capacità di esprimere ogni volta, anche solo in poche frasi, la sua eccezionale visione antidemocratica del mondo e un’ignoranza delle funzioni del Parlamento che sfoggia con smodata fierezza.

Sì, perché se un giornalista qualsiasi, un politico, un commentatore o una persona qualsiasi al bar avesse il coraggio di esprimere gli stessi concetti del patron di Confindustria sarebbe nel migliore dei casi additato come un ignorantello un po’ arrogante se non addirittura un pericoloso insurrezionalista contro la Costituzione.

Bonomi in un’intervista al Corriere della Sera ci dice che «Draghi sa cosa serve al Paese per crescere ma i partiti invece non l’hanno ancora capito». E fin qui siamo sul campo delle opinioni legittime personali anche se un po’ ingenue: che un Parlamento che sostiene praticamente in toto un governo abbia delle idee diverse rientra tra le normali conseguenze del diritto di rappresentanza e viene piuttosto semplice immaginare che un partito di sinistra abbia visioni diverse da un partito di destra, almeno per rispetto dei cittadini che li hanno votati.

Ma Bonomi continua come una slavina, dicendoci che i partiti «stanno dando l’assalto alla diligenza com’è successo in tutte le manovre finanziarie precedenti, in cui ognuno di solito dà battaglia per la sua bandierina». E qui ovviamente Bonomi, iscritto con grande gioia al partito unico del fatturato a tutti i costi, dimentica che quella che chiama “bandierina” è esattamente il cuore della politica, le “bandierine” sono le idee (nel migliore dei casi gli ideali) che i partiti sono chiamati a sostenere in Parlamento. Capiamo che per lui sia così fastidioso dover tenere conto di interessi che non siano semplicemente i sussidi pubblici per le imprese dei suoi associati, ma per fortuna uno Stato funziona così.

Infine il colpo da fuoriclasse: «Siamo sicuri che il governo sappia bene ciò che va fatto – aggiunge -, ma i partiti lo assediano». Ha detto proprio così. I partiti, questi partiti sporchi e cattivi, si permettono di assediare un presidente del Consiglio che dovrebbe invece fare un giro di telefonate ai suoi amici più stretti (e non viene difficile che in quel gruppo di watshapp ci sia anche il caro Bonomi) per poi sedersi a scrivere e firmare i suoi decreti senza questi fastidiosi partiti che rallentano il lavoro del Re. Viene il dubbio che per Bonomi i partiti siano più o meno una sorta di sindacati con cui bisogna fare finta di avere a che fare ma che devono starsene all’angolo senza rompere troppo in quei diritti che troppo spesso rallentano la produzione.

E infatti Bonomi aggiunge: «un partito dà battaglia per le pensioni, un altro per il reddito di cittadinanza, un terzo per qualcos’altro ancora”, prosegue il numero uno degli industriali. “La sensazione – dichiara Bonomi – è che ancora oggi i partiti non abbiano capito che bisogna concentrare le risorse sulla crescita e sulla produttività». Il presidente di Confindustria insomma vorrebbe un mondo che si riducesse a un solo dio laico: la produttività. Tutto il resto è secondario.

Peccato solo che Bonomi nemmeno questa volta abbia avuto il coraggio di dirci quell’idea che gli sta in gola ma non riesce a sputare: aboliamo i partiti, facciamo così, e in Parlamento ci assumiamo con contratto a tempo determinato solo dei commerciali che propaghino le idee dell’amministratore delegato seduto a Palazzo Chigi. Che mondo triste che c’è nella testa e nelle parole di Bonomi.

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L’ex senatore di Forza Italia Pittelli è stato nuovamente arrestato per mafia, ma la politica fa finta di non vedere

Il postino a casa Pittelli suona sempre due volte, solo che all’avvocato di Catanzaro, ex senatore di Forza Italia, il postino porta ordini di arresto. Già arrestato nel maxi processo Rinascita-Scott, accusato di essere il ponte tra la ‘ndrangheta, la massoneria e la politica (i magistrati lo definiscono senza troppi giri di parole “l’affarista massone dei boss della ‘ndrangheta calabrese che grazie a lui è riuscita a relazionarsi con i circuiti bancari, con le società straniere, con le università e con le istituzioni tutte”) l’ex Forza Italia (poi passato alla corte di Giorgia Meloni prima di finire nei guai) è ora uno dei 29 destinatari di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Vincenza Bellini su richiesta del procuratore di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri, dell’aggiunto Gaetano Paci e dei sostituti della Dda Gianluca Gelso, Paola D’Ambrosio e Giorgio Panucci.

Anche in questo caso l’accusa è di concorso esterno in associazione mafiosa. Pittelli si trovava agli arresti domiciliari ed è stato ricondotto in carcere. In questo caso, i pm che hanno indagato indicano Pittelli come “uomo politico, professionista, faccendiere di riferimento avendo instaurato con la ‘ndrangheta uno stabile rapporto ‘sinallagmatico’, caratterizzato dalla perdurante e reciproca disponibilità”.

Secondo l’accusa Pittelli avrebbe garantito la sua generale disponibilità nei confronti del sodalizio a risolvere i più svariati problemi degli associati, sfruttando le enormi potenzialità derivanti dai rapporti del medesimo con importanti esponenti delle istituzioni e della pubblica amministrazione”. Secondo gli investigatori, infatti, l’ex senatore Pittelli aveva “illimitate possibilità di accesso a notizie riservate e a trattamenti di favore”. Per questo “veicolava informazioni all’interno e all’esterno del carcere tra i capi della cosca Piromalli detenuti in regime carcerario ai sensi dell’articolo 41 bis”. I boss che avrebbero usufruito del rapporto con Pittelli sono Giuseppe Piromalli detto “Facciazza” e il figlio Antonio Piromalli reggente della cosca.

Ma come accaduto anche tra le carte del processo Rinascita-Scott, ciò che colpisce è che Pittelli avrebbe addirittura avuto un ruolo «da “postino” per conto dei capi della cosca Piromalli, nella perizia balistica relativa all’omicidio del giudice Antonino Scopelliti», il sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione ucciso il 9 agosto del 1991 in un agguato a Campo Calabro, nel reggino, mentre rientrava a casa a bordo della sua autovettura. In particolare, l’ex parlamentare, secondo l’accusa, avrebbe sottoposto all’attenzione di un indagato, ritenuto «soggetto di estrema fiducia» della famiglia mafiosa Piromalli di Gioia Tauro, «una missiva proveniente da Antonio Piromalli finalizzata a far risultare un pagamento tracciato e quietanzato per il consulente tecnico che avrebbe dovuto redigere la consulenza per conto di Giuseppe Piromalli detto “Facciazza” indagato quale mandante, in concorso con altri capi di cosche di ‘ndrangheta e di Cosa nostra siciliana, dell’omicidio del giudice Scopelliti facendosi portavoce delle esigenze della cosca». In sostanza, per la Dda reggina, avrebbe pianificato «un sistema al fine di eludere la tracciabilità del denaro necessario alle strategie difensive, proveniente da profitti criminali».

Al centro delle nuove indagini ci sarebbe Rocco Delfino, per anni socio e procuratore speciale della “Ecoservizi Srl”, una ditta di trattamento di rifiuti speciali di natura metallica con affari su tutto il territorio nazionale e internazionale. Rocco Delfino per anni è stato ritenuto uomo vicino alla cosca dei Molé mentre oggi appare collegato alla cosca Piromalli (“tutore” della cosca, secondo i magistrati) e avrebbe promosso un’associazione volta al traffico illecito di rifiuti mediante la gestione di aziende, come la “Mc Metalli srl” e la “Cm Servicemetalli srl”, fittiziamente intestate a soggetti terzi ma riconducibili alla diretta influenza e al dominio della sua famiglia.

Un’organizzazione di prestanome per riuscire ad operare sul mercato senza incappare in interdittive antimafia. Il tutto avveniva con il concorso attivo di uomini dell’Agenzia Nazionale dei beni Sequestrati e Confiscati alla criminalità organizzata. TSono stati arrestati gli ex amministratori giudiziari Giuseppe Antonio Nucara e Alessio Alberto Gangemi che erano stati nominati dal Tribunale di Reggio e dall’Agenzia nazionale per gestire la “Delfino srl”.

Nell’ordinanza si legge che Giancarlo Pittelli “si adoperava anche per tentare di ‘intermediare’ con magistrati che dovevano trattare procedimenti di prevenzione nei confronti delle società del Delfino, quale il consigliere Marco Petrini (arrestato per corruzione dalla Procura Dda di Catanzaro), nonché procedimenti amministrativi al Consiglio di Stato, dinanzi al consigliere dottor Frattini, nella inconsapevolezza di quest’ultimo”.

E chissà intanto che ne pensa la sonnacchiosa città di Catanzaro, lì dove Pittelli in questi ultimi mesi è stato addirittura dipinto come un perseguitato dalla borghesia che fremeva per poter partecipare a una delle sue rinomate cene. E chissà se prima o poi la politica (Forza Italia e Fratelli d’Italia sono i partiti che hanno tenuto Pittelli sul palmo di mano) vorrà dirci come possa accadere che un avvocato che si prostituisce alle cosche possa essere scambiato per un valido dirigente politico. Anche perché, non so se l’avete notato, di mafia se ne parla poco, pochissimo, quasi niente.

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Salvini voleva “prendersi il Paese”, ma non è riuscito a conquistare neanche Varese

È tutto fumo e niente arrosto il petto in fuori che per mesi Salvini ha mostrato all’opinione pubblica e ha sfoggiato nelle sue interviste che brulicavano sicumera. È la proiezione di un centrodestra che nei risultati rimane impastato in una coalizione che non trova una “matrice” (cit. Giorgia Meloni) e che esce malissimo dalle elezioni amministrative.

Capiamoci: che le elezioni amministrative sarebbero state il primo passo per una grande cavalcata che li avrebbe portati a “prendersi il Paese” (parole testuali di Matteo Salvini). E ne esce male anche Giorgia Meloni, forse ora finalmente consapevole che la sua crescita di consenso è frutto soprattutto di un travaso di voti tutti interni alla coalizione, figli di una mancata durezza imputata al segretario della Lega (che intanto al suo interno invece viene accusato di essere troppo poco diplomatico) che lei è riuscita a strappare restando fuori dal governo.

E forse sarebbe il caso di rendersi conto che no, che Salvini non ha già in mano il prossimo governo e anche Giorgia Meloni si può battere scrollandosi di dosso quel senso di prevista confitta che troppe volte si è annusato in giro.

Le parole di Salvini in questi minuti poi dimostrano perfettamente come il continuo spostare il baricentro della discussione senza mai affrontare gli argomenti ma semplicemente sorpassandoli di striscio risultati ripetitivo e sciocco: alla fine di una tornata elettorale che ha eletto il sindaco della capitale, di Torino, di Milano e di molte altre importanti città in Italia trovare il modo e il tempo per attaccare la ministra Lamorgese in conferenza stampa è un segnale di evidente debolezza che dimostra una volta di più il suo imbarazzo.

Del resto stiamo parlando dello stesso Salvini che proprio oggi in mattinata ha riconosciuto che la matrice degli scontri a Roma fu fascista (sì, incredibile, ha usato proprio questo termine) e che i lavoratori non devono essere pestati dalle forze dell’ordine mentre manifestano. C’è un aspetto curioso in tutto questo: Salvini ha lanciato il suo tweet per attaccare Lamorgese (ma va?) Ma si è dimenticato che la repressione del dissenso e la sua criminalizzazione è frutto di quei Decreti sicurezza che lui sventola tutt’ora come vittoria. Del resto gli è sempre stato difficile capire che comprimere i diritti degli altri finisce sempre per comprimere i propri diritti, nel corso delle cose.

La Lega che perde a Varese del resto è una notizia che sarebbe stata inimmaginabile fino a pochi mesi fa (a Varese in molti pensava che fosse arrivato il tempo di riuscire a strappare la città al centrosinistra e Varese tra le altre cose è il fortino elettorale di Roberto Maroni che nella Lega cominciano a rimpiangere in molti) e che il feudo di Durigon, Latina, sia rimasto al centrosinistra nonostante nella Lega si sentisse futuri padroni della città.

Se Salvini piange anche Giorgia Meloni non sorride: la crescita di Fratelli d’Italia (prevista da tutti) non ha cambiato gli equilibri delle coalizioni in campo e ora sarà molto più difficile rivendicare una leadership automatica che lei e i suoi fedelissimi ritenevano automatica. Giorgia Meloni infatti a differenza degli altri cui di partito non è uscita con nessuna dichiarazione immediata.

Infine c’è la questione dei destrorsi più esagitati che fino a qualche mese fa credevano in Salvini e Meloni e che oggi si sentono abbandonati: i no vax sono solo una parte di chi vedeva nei due i possibili liberatori dalla “dittatura sanitaria” e oggi ormai si sentono traditi.

Al di là di tutte le considerazioni di rito la partita delle amministrative finisce otto a uno per il centrosinistra. I candidati sindaci di centrosinistra alle amministrative hanno battuto quelli di centrodestra in 8 sui 10 capoluoghi richiamati a votare al secondo turno. Rivendere la conferma del sindaco a Trieste come una vittoria è troppo anche per chi per mesi ha dopato la proiezione di se stesso.

Meloni e Salvini hanno occupato per mesi i media da vincitori ma sono molto meno di quello che temono i loro avversari. Queste elezioni cambiano le proporzioni.

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Regeni, il processo si incaglia per volere di Al Sisi e il governo italiano si dichiara parte civile: ci fate così ingenui?

Il processo per la morte di Giulio Regeni dunque si incaglia sull’ennesimo intoppo. La verità del resto è un bene raro e prezioso, per questo qualcuno vorrebbe risparmiarla. Dopo il rapimento di Giulio, dopo la tortura, dopo la morte con indicibili sofferenze (come scrive la Procura di Roma), dopo la protervia di Al Sisi che dice di non “accettare lezioni dall’Europa sui diritti umani”, dopo i depistaggi di Stato ora è tutto da rifare.

La terza sezione della corte d’Assise di Roma ha deciso che gli atti devono tornare al giudice per l’udienza preliminare perché non ci sarebbe la prova che i quattro imputati (gli 007 egiziani Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, tutti accusati di sequestro di persona e l’ultimo anche per omicidio) siano a conoscenza del processo aperto in Italia a loro carico.

Nel dispositivo della sentenza si legge: “L’acclarata inerzia dello Stato egiziano a fronte di tali richieste del ministero della Giustizia italiano, certamente pervenute presso l’omologa autorità egiziana, seguite da reiterati solleciti per via giudiziaria e diplomatica nonché da appelli di risonanza internazionale, effettuato dalle massime autorità dello Stato italiano, ha determinato l’impossibilità di notificare agli imputati, presso un indirizzo determinato, tutti gli atti del procedimento a partire dall’avviso di conclusione delle indagini. Gli imputati, dunque, non sono stati raggiunti da alcun atto ufficiale“. I giudici sottolineano che “le richieste inoltrate tramite rogatoria all’autorità giudiziaria egiziana contenenti l’invito a fornire indicazioni sulle compiute generalità anagrafiche e sugli attuali residenza o domicilio utili per acquisire formale elezione di domicilio ai fini della notificazione degli atti del procedimento instaurato a loro carico non hanno avuto alcun esito”. Bisogna quindi ripartire dall’udienza preliminare.

«Riteniamo importante che il governo italiano abbia deciso di costituirsi parte civile. Prendiamo atto con amarezza della decisione della Corte che premia la prepotenza egiziana. È una battuta di arresto, ma non ci arrendiamo. Pretendiamo dalla nostra giustizia che chi ha torturato e ucciso Giulio non resti impunito. Chiedo a tutti voi di rendere noti i nomi dei 4 imputati e ribaditelo, così che non possano dire che non sapevano», ha commentato l’avvocato Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni, lasciando l’aula bunker di Rebibbia al termine dell’udienza.

La nuova udienza del gup, infatti sarà fissata entro gennaio 2022. In quella sede il giudice dovrà intraprendere tutte le strade possibili che il tribunale potrà intraprendere, a cominciare da una nuova rogatoria in Egitto, per rendere effettiva e non solo presunta la conoscenza agli imputati del procedimento a loro carico. Entro 20 giorni tutti gli atti del processo, circa 15 faldoni, torneranno all’attenzione del giudice Pierluigi Balestrieri che dovrà quindi fissare una nuova udienza.

La decisione di ieri rientra nel campo del Diritto e l’Italia (a differenza dell’Egitto) ha dimostrato di essere una democrazia utilizzando uno strumento di garanzia per gli imputati e per un Paese che invece non ha mai dimostrato in questa vicenda nessuna collaborazione e nessun rispetto delle leggi.

Ma la vicenda di Giulio Regeni, nonostante in molti fingano di non capirlo, è una vicenda politica, fortissimamente politica. L’Al Sisi che non rende noti alla Procura di Roma i domicili dei suoi uomini accusati di avere rapito, torturato e ucciso il giovane studente italiano è lo stesso Al Sisi che è ritenuto un “partner ineludibile” dai nostri rappresentanti di governo (a partire da Alfano quando era ministro fino ai giorni nostri). Appare piuttosto ipocrita stupirsi dell’arroganza del presidente egiziano fingendo di non sapere che il combustibile della sua prepotenza sia nei rapporti dorati che i nostri ministri intrattengono con lui pur di fare affari con gli armamenti.

A proposito di armi: nel 2008, il Consiglio europeo ha adottato una risoluzione che definisce le norme per il controllo dell’export di armamenti e dovrebbe essere vincolante per gli Stati membri: sono otto criteri impediscono l’export di armi verso paesi che le utilizzano per la repressione interna o in regioni dove possono contribuire all’instabilità, oltre agli Stati che violano i diritti umani e le convenzioni internazionali. In Italia tra l’altro ci sarebbe una legge nazionale (la legge 185 del 1990) che viene regolarmente calpestata oltre al Trattato Onu del 2013, che tutti i membri dell’Ue hanno ratificato, Italia inclusa. Pochi hanno fatto caso alle parole del ministro Guerini il 28 luglio dell’anno scorso quando con molto candore disse: «in seguito all’omicidio di Regeni la Difesa, in completa sintonia e raccordo con le altre amministrazioni dello Stato, in primis con il ministero per gli Affari esteri e la cooperazione internazionale, ha prontamente diradato il complesso delle relazioni bilaterali con l’omologo comparto egiziano».

Il ministro della Difesa, sempre bravo a fingersi trasparente, si è dimenticato che nel 2016, l’anno della morte di Regeni, la Polizia italiana ha addestrato in diversi centri i poliziotti di al-Sisi oltre a spedire in Egitto un migliaio di computer e di apparecchi; che dal 13 al 16 novembre 2017, una delegazione del Comando generale del Corpo delle capitanerie di porto ha fatto visita ufficiale per incontrare la Guardia costiera egiziana; che nel gennaio 2018 l’Italia spediva in Egitto 4 elicotteri AugustaWestland già in uso alla Polizia di Stato e il ministero dell’Interno cofinanziava al Cairo un progetto di “formazione nel settore del controllo delle frontiere e della gestione dei flussi migratori”; che il Comando generale del Corpo delle capitanerie di porto si è recato nuovamente in visita ad Alessandria d’Egitto dal 25 al 27 giugno 2018 («L’Italia reputa l’Egitto un partner ineludibile nel Mediterraneo, affinché quest’area raggiunga un assetto stabile, pacifico e libero dalla presenza terroristica», disse l’allora ministra Trenta); che il 13 agosto 2018 era la nuova fregata multimissione (Fremm) “Carlo Margottini” della Marina militare a recarsi ad Alessandria d’Egitto per svolgere con la Marina egiziana “un breve ma intenso addestramento, che ha permesso al personale delle due fregate di misurarsi in un contesto multinazionale”; che il 22 novembre 2018 una delegazione della Forza aerea egiziana, accompagnata da rappresentanti del gruppo militare-industriale Leonardo S.p.a., si recava in visita al 61° Stormo e alla Scuola internazionale di volo con sede nell’aeroporto di Galatina (Lecce); «Italia ed Egitto hanno completato nel 2019 un programma congiunto per l’individuazione degli effetti dell’esposizione alle radiazioni in caso di un’emergenza nucleare e delle contro-misure e dei trattamenti che possono essere predisposti», come rivela un recentissimo dossier dello Science for peace and security programme della Nato; che a Roma dal 25 al 27 maggio 2016 si è tenuto un meeting in ambito nucleare-chimico-batteriologico tra Italia e Egitto tenuto segreto e rivelato da un dossier della Nato. A questo aggiungete (Guerini sbadatamente se n’è dimenticato, accidenti) le due fregate Fremm, le navi militari costruite da Fincantieri, preparate in Italia per il governo egiziano per un affare di circa un miliardo di euro.

E allora sarebbe da chiedere chiaramente, guardandosi dritti negli occhi, ai ministri Guerini e Di Maio e al presidente Draghi: davvero credete che la costituzione in giudizio come parte civile della Presidenza del Consiglio basti per “lavare” una relazione che si incaglia su quattro indirizzi mentre stringe le mani insanguinate per miliardi di euro? Davvero credete che qui fuori si sia tutti così tremendamente ingenui, quasi cretini?

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No, il Tapiro d’oro ad Ambra Angiolini non è satira, ma becero gossip sulla pelle di una donna tradita

La trasmissione Striscia la notizia con il suo inviato Valerio Staffelli ha deciso di consegnare il Tapiro d’oro ad Ambra Angiolini che se lo sarebbe meritato perché è stata lasciata dal suo compagno, l’allenatore della Juventus Massimiliano Allegri, e questa cosa deve aver fatto riderissimo Antonio Ricci e la sua truppa.

La figlia di Angiolini (siano benedetti questi ragazzi che stanno crescendo imponendo una modernità dei modi e dei diritti che può farci molto bene) non è stata zitta: «So bene che, in quanto personaggio pubblico, secondo alcuni è giusto che la sua vita, anche quella privata, venga sbandierata ai quattro venti. Ma è davvero necessario infierire?», ha scritto sul suo account Instagram.

Ma c’è un punto importante in tutta questa storia: che la relazione tra Angiolini e Allegri sia finita l’hanno riportato numerosi giornali di gossip raccontando di un tradimento del mister della Juventus che sarebbe stato una della cause della fine.

Ricapitolando: un uomo tradisce la sua compagna (entrambi personaggi pubblici) e la trasmissione Striscia la notizia decide di “premiare” scanzonando la tradita. La vedete la miseria? Dietro quel premio c’è una serie di punti che vanno osservati.

Primo, la satira. «Era per ridere, è satira», spiega qualcuno in queste ore utilizzando (a casaccio) il diritto di satira senza conoscerne la storia e il significato. La satira si realizza nel momento in cui attraverso la risata si mostrano debolezze e mancanze dei potenti che altrimenti sarebbe difficile mostrare.

Per questo la satira si fa contro i re: distruggere attraverso il sorriso la prepotenza di chi detiene un qualsiasi potere è lo spazio in cui i giullari riescono a prendersi delle libertà che difficilmente verrebbero concesse. Se Striscia la notizia avesse voluto fare satira avrebbe potuto consegnare il Tapiro a Massimiliano Allegri per il suo pisellino in fuori gioco: questa sarebbe stata satira. Non capire tra il traditore e la tradita chi dei due è il più debole appare un errore piuttosto grossolano. Fare satira sulle vittime rischia di essere semplicemente un’esposizione al pubblico ludibrio, qualcosa molto vicino alla rivittimizzazione.

Secondo, la donna. Guarda caso ancora una volta è la donna a essere messa sotto la lente. Che incredibile coincidenza, vero? Consegnare il Tapiro alla donna tradita veicola sotto traccia il messaggio che Ambra non sia stata in grado di “tenersi” il suo compagno.

In fondo la fedeltà maschile (questo lo dice anche l’evoluzione del codice penale) è qualcosa che le donne si devono meritare assolvendo tutti i propri doveri. Cosa c’è di meglio di un Tapiro per dire a Angiolini che fa molto ridere il fatto di non essere stata all’altezza del suo uomo stallone? Se è stata tradita significa che qualcosa avrà sbagliato, in qualcosa sarà stata deficitaria.

La fedeltà di un uomo bisogna guadagnarsela tutti i giorni mentre la fedeltà della donna è data per scontata (mica per niente era un reato fino a non molto tempo fa). Quel Tapiro dice “cara Ambra ci hai provato ad essere la compagna di quel figo di Allegri ma lui, si sa, sta in quel mondo dove i maschi proprio non riescono a tenere a bada il proprio pene. Peccato. Ridiamoci su”. E le battute di Staffelli su Allegri e il suo fuoriclasse Dybala confermano la modalità: troppi campioni, peccato.

Terzo, la televisione. Una televisione che ancora nel 2021 ritiene il sentimento un vezzo da sventolare per costruirci una notizia. Come se si giocasse alle figurine si mischiano le carte per immaginare gli accoppiamenti e per mettere in vetrina le prede e i cacciatori. Se qualcuno è un personaggio pubblico allora ci si sente in diritto di grufolare nel suo privato. Chi se ne fotte di tutti quelli che stanno intorno (i figli, ad esempio).

Una televisione che ancora nel 2021 trova simpatica l’idea di assediare una donna tradita per sbertucciarla di fronte alle telecamere. Una televisione che ancora usa il modello dell’esposizione della sfigata che è stata lasciata. Modelli che erano stupidi e vecchi 20 anni fa e che nella redazione di Striscia fanno ridere ancora quattro maschi invecchiati che sono scollegati dal tempo.

Ultimo, l’uomo. Il traditore ha potuto assistere bello tranquillo nella sua casa di Torino allo spot di sponda della sua mascolinità. Nessuno osi disturbare il mister, che ha cose troppo serie da fare. Chissà che pacche sulle spalle per avere mostrato indirettamente in prima serata la sua vorace mascolinità. Ben fatto, bravi, davvero.

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