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Gaza chiusa da 900 giorni alla stampa estera

Novecento giorni. Nessun giornalista straniero è entrato a Gaza in modo indipendente dall’ottobre 2023. Il 13 aprile, la Foreign Press Association in Israele — che rappresenta giornalisti di 130 testate — ha depositato una mozione d’urgenza alla Corte Suprema per anticipare la decisione sul divieto. La risposta: nuova proroga. Scadenza al 24 maggio. La nona.

Il governo israeliano presenta le memorie come materiale classificato, inaccessibile alla FPA e ai suoi legali. La FPA non può replicare ad argomenti che non conosce. «I rinvii hanno reso ridicolo il processo legale», ha dichiarato Tania Kraemer, presidente della FPA. «È ora che i giudici mettano fine a tutto questo.» Si sono uniti come amici della corte il CPJ, RSF e l’Unione dei giornalisti in Israele.

Le ragioni del divieto si sono aggiornate: prima i combattimenti, poi gli ostaggi, infine la guerra con l’Iran. Thibaut Bruttin, direttore generale di RSF, ha scritto che il governo punta a posticipare «l’ingresso dei reporter» perché sa che una sentenza favorevole cambierebbe l’opinione pubblica mondiale. Oltre 220 giornalisti palestinesi sono stati uccisi a Gaza. Almeno 70, secondo RSF, erano stati identificati come obiettivi.

Il 16 aprile Ciriani ha confermato alla Camera la sospensione del rinnovo del memorandum di cooperazione militare con Israele. La lettera è stata inviata da Crosetto a Israel Katz il 13 aprile. Il testo non è pubblico. Il deputato M5S Pellegrini ha depositato richiesta formale per accedervi in Commissione Difesa.

Ieri le prime imbarcazioni della Global Sumud Flotilla sono salpate da Barcellona verso la Sicilia, con Open Arms e la Arctic Sunrise di Greenpeace. Partenza per Gaza il 24 aprile da Siracusa. «Il buio di Gaza non è un effetto collaterale», ha scritto il CPJ il 13 aprile. «È una scelta».

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Un Paese ridotto a osservatore

Giorgia Meloni ieri a Parigi, seduta accanto a Emmanuel Macron, quello stesso Macron che per anni ha incarnato tutto ciò che lei giurava di combattere: l’eurocrazia arrogante, il globalismo, il nemico ideologico. Sorridente. Collaborativa. Quasi commossa di esserci.

Ricordate il piano? L’Italia come “ago della bilancia” tra Trump e l’Europa. Il ponte transatlantico. Meloni aveva il filo diretto con Mar-a-Lago, il numero di Musk, la foto con Trump incorniciata nel cuore. Mentre gli altri leader europei venivano trattati dal presidente americano come dipendenti in mora, lei era l’eccezione. L’amica speciale.

Quel privilegio è durato fino al giorno in cui Trump ha cominciato ad attaccarla. Sui dazi, sul Papa, sull’Europa. Ha capito che per Washington era solo un’altra europea da usare quando serve e ignorare quando non serve.

Il guardone di Parigi

Prima l’Italia al Board of Peace come “Paese osservatore”, una formula che Tajani ha difeso con la faccia di chi sa che sta dicendo qualcosa di imbarazzante ma proprio non riesce a fermarsi. Osservatori. Paganti. L’opposizione chiedeva se l’Italia facesse “il guardone dal buco della serratura”: la risposta era sì.

Adesso la logica si ribalta. Trump definisce il vertice di Parigi su Hormuz “molto triste”. Meloni è lì con Macron, Starmer e Merz ad annunciare che l’Italia metterà a disposizione proprie navi, proprio quelle che Washington considera un ostacolo alla propria strategia.

L’ago della bilancia si è rotto. Quello che resta è materiale di risulta.

C’è una continuità quasi poetica tra il “Paese osservatore” di Tajani e la Meloni di Parigi. In entrambi i casi l’Italia arriva quando gli altri hanno già deciso e ringrazia di essere stata invitata. La costante non è la posizione geopolitica – quella cambia con il vento – ma il ruolo: chi non costruisce le stanze dove si decide, ma ottiene, con fortuna, un posto in fondo alla sala.

Meloni è arrivata al governo promettendo di cambiare l’Europa dall’interno. Oggi è a Parigi a sperare di rientrarci dalla finestra.

Sorridente. Accanto a Macron. L’ago della bilancia, diventata la presidente del Paese osservatore, come certi anziani davanti ai cantieri.

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Accordo Ue-Israele, raccolto un milione di firme in 10 Stati europei per fermarlo. Nel silenzio dei media

Un milione di firme in tre mesi. Record assoluto nella storia delle Iniziative dei Cittadini Europei: nessun’altra, dall’istituzione dello strumento nel 2009, aveva tagliato quella soglia così in fretta. Il 14 aprile 2026 l’iniziativa “Giustizia per la Palestina” ce la fa, in un quarto del tempo massimo concesso dalla legge europea, superando le soglie nazionali in dieci stati membri.

Eppure la notizia del giorno, in Italia, è un’altra. Giorgia Meloni annuncia dal Vinitaly di Verona la sospensione del rinnovo automatico del memorandum di cooperazione militare con Israele, undici articoli di cornice firmati nel 2003. Un gesto che gli stessi israeliani, stando al sito Ynet, descrivono come “privo di contenuto reale”. Occupa tutte le prime pagine. Il milione di europei che invocano formalmente la sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele resta nel silenzio.

La macchina democratica che nessuno racconta

L’Iniziativa dei Cittadini Europei (Ice), strumento introdotto dal Trattato di Lisbona, impone alla Commissione di rispondere formalmente se un milione di firme validate arriva da almeno sette stati membri entro un anno. L’Ice “Giustizia per la Palestina”, lanciata il 13 gennaio 2026 dall’Alleanza della Sinistra Europea, ha impiegato novantadue giorni. Le soglie nazionali sono state superate in dieci paesi, tre in più rispetto al minimo. Sul podio: Francia con 370mila firme, Italia con quasi 250mila, Spagna terza.

Il dato francese è il più clamoroso. Il giornalista Adrien Le Louarn ha segnalato su X che durante i tre mesi nessun media eccetto L’Humanité aveva coperto l’iniziativa. Trecentosettantamila firme, il 477 per cento della soglia nazionale superata, zero articoli nei giornali. Un repost aggiunge: “La stessa identica cosa sta succedendo in Italia”. La copertura italiana è rimasta ai margini: Il Manifesto, Eunews, L’Indipendente, poi L’Espresso al traguardo. La stessa Ansa ha inserito la notizia come coda dell’articolo sul memorandum: prima il gesto del governo, poi il milione di cittadini che usano lo strumento più rigoroso della democrazia europea.

Sei mesi per rispondere

La Commissione non è obbligata a proporre la sospensione, solo a discuterne. Ursula von der Leyen, nel discorso sullo Stato dell’Unione di settembre 2025, aveva annunciato di voler sospendere alcune clausole commerciali dell’accordo, quelle sul trattamento preferenziale al 37 per cento dell’export israeliano, più il congelamento dei fondi bilaterali. Misure giudicate insufficienti: l’Ice chiede la sospensione totale dell’accordo del 1995, l’intera cornice di cooperazione politica ed economica. E quelle misure non sono mai state implementate. La capogruppo Left all’Europarlamento Manon Aubry lo ricorda: la promessa di von der Leyen «è stata abbandonata nel corso dei mesi». L’alto rappresentante Ue Kaja Kallas aveva fatto circolare un documento con le opzioni. Rimasto senza esito.

La posizione italiana ha una data. A maggio 2025, quando la proposta olandese di avviare la procedura di revisione dell’accordo Ue-Israele arrivò al Consiglio Affari Esteri, l’Italia votò contro. Ieri Meloni ha sospeso il memorandum bilaterale. Elly Schlein ha definito la mossa tardiva, chiedendo che Roma smetta di fare ostruzionismo «sulla sospensione dell’accordo di associazione Ue-Israele, su cui cresce il consenso tra gli Stati membri».

Nel 2024 gli scambi tra Ue e Israele hanno raggiunto i 42,6 miliardi di euro. Il Servizio europeo per l’Azione esterna aveva certificato la violazione dell’articolo 2, quello che condiziona la partnership al rispetto dei diritti umani. Dal cessate il fuoco del 10 ottobre 2025, Israele ha ucciso altri 738 palestinesi a Gaza. Un milione di europei invocano formalmente la sospensione. Bruxelles ha sei mesi per rispondere. I giornali quei tre mesi li hanno avuti, e hanno trovato altro da fare.

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Crisi energetica, la ricetta di von der Leyen che assomiglia a quella di Draghi: spegni la luce, salvi l’Europa

In Italia i consumi energetici delle famiglie pesano per il 25,4% dei consumi finali totali. Trasporti e industria insieme ne assorbono il 56,4%. I dati vengono da Eurostat e dall’Ispra, sono verificabili e non controversi. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen invece, il 13 aprile scorso, ha spiegato ai giornalisti a Bruxelles come affrontare la crisi energetica in corso: «L’energia meno costosa è ovviamente quella che non usiamo». Bisogna ridurre la domanda, ha aggiunto, «nel pieno rispetto della libera scelta dei consumatori». Il termine chiave è quello: consumatori. Le famiglie. Il riscaldamento di casa. È lì che si risolve la crisi energetica europea, mentre il Medio Oriente brucia e i prezzi del gas tornano a salire.

Il trucco è vecchio

Ci sono precedenti illustri. Il 7 aprile 2022, durante la conferenza stampa dopo l’approvazione del Documento di economia e finanza, l’allora presidente del Consiglio Mario Draghi si rivolse così ai cronisti: «Ci chiediamo se il prezzo del gas possa essere scambiato con la pace. Di fronte a queste due cose, cosa preferiamo: la pace oppure star tranquilli con l’aria condizionata accesa tutta l’estate?». E poi, direttamente a un giornalista: «Lei cosa si risponde, preferisce la pace o il condizionatore d’aria acceso?». Il contesto era l’ipotesi di un embargo sul gas russo, ma la struttura retorica era già quella: il problema energetico è tuo, dipende dal tuo comportamento, dai tuoi apparecchi domestici, dalle tue scelte. L’industria, i trasporti, la struttura del mercato: pezzi di scenario che spariscono dal palco mentre il riflettore illumina il salotto di casa.

Il meccanismo non è invenzione europea. Nel 2004 BP commissionò all’agenzia Ogilvy & Mather una campagna da oltre 200 milioni di dollari per lanciare il primo calcolatore di impronta di carbonio individuale. L’obiettivo dichiarato era l’efficienza, quello reale spostare la responsabilità dalla produzione fossile al consumatore finale. L’idea funzionò abbastanza da diventare senso comune: il problema energetico ha un nome, ed è il tuo stile di vita. Nessuna compagnia petrolifera nel mirino.

Quando i numeri non tornano

Torniamo ai dati. Secondo Eurostat, nel 2023 il consumo finale di energia nell’Unione europea si ripartisce così: trasporti al 32%, famiglie al 26,3%, industria al 24,6%. In Italia la quota residenziale si ferma al 25,4% dei consumi finali, mentre trasporti e industria insieme superano il 56%. L’Enea ha certificato che nel 2024 a trainare la ripresa dei consumi è stata la mobilità, cresciuta del 3%, e il settore civile, cresciuto del 2,5%. I consumi industriali invece sono calati del 3%, in linea con la crisi della manifattura europea. Quindi la domanda che von der Leyen vuole ridurre riguarda chi, esattamente?

Risposta della Commissione: i consumatori, nel pieno rispetto della loro libera scelta. La formula è elegante perché lascia intendere che nessuno verrà obbligato a nulla, che la riduzione sarà un atto volontario, civico. Solo che il mercato energetico europeo scarica i costi delle crisi sulle tariffe domestiche molto più velocemente di quanto le scarichi sulle bollette industriali. Nel primo semestre del 2025, stando a Eurostat, i prezzi per i consumatori non domestici nell’Ue sono aumentati dello 0,9%. L’invito alla virtù dei consumatori vale poco quando la bolletta è già una forma di razionamento.

L’Italia paga la bolletta elettrica più cara d’Europa: 108 euro per megawattora come media annua 2024, contro i 78 della Germania, i 63 della Spagna e i 58 della Francia. Questa forbice non la chiude il risparmio domestico. La chiuderebbe una politica sui meccanismi di formazione dei prezzi, sui sussidi nascosti alle fonti fossili. Argomenti assenti, come al solito, nel comunicato della Commissione. Il condizionatore rimane spento. L’Europa ringrazia.

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Il «modo più soft» secondo Crosetto ha un fascicolo penale

«Il modo più soft, più leggero possibile». Così il ministro della Difesa Guido Crosetto (Fratelli d’Italia) descriveva, il 2 ottobre 2025 ospite di Paolo Del Debbio su Retequattro, l’abbordaggio israeliano alla Global Sumud Flotilla. L’azione israeliana, spiegava, «poteva essere compiuta in modo più o meno violento». Era andata bene. Ringraziava il ministro israeliano Israel Katz perché non era…

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Memorandum Italia-Israele, stop con 70mila morti di ritardo

La Procura di Roma ha aperto un’indagine per tortura contro i militari israeliani che nel settembre 2025 intercettarono e detennero gli attivisti della Global Sumud Flotilla. Il legal team ha dichiarato: “È stata riconosciuta la gravità di quanto accaduto”. Arturo Scotto, deputato del Pd, lo ha definito “un fatto rilevante”. Lo stesso giorno il governo Meloni ha comunicato il mancato rinnovo del memorandum di cooperazione in materia di difesa con Israele, vigente da vent’anni. Il 14 aprile 2026, dallo stesso Stato, sulla stessa materia: un atto della magistratura e uno dell’esecutivo.

La Procura nomina il reato: tortura. Il governo nomina l’azione: sospensione del rinnovo automatico. Il senatore M5S Pirondini ha dichiarato che la decisione “arriva con settantamila morti di ritardo”. Giovanni Donzelli, FdI, ha precisato: “Non c’è nessuna forzatura. È sospensione del rinnovo, non risoluzione dell’accordo”. La Global Sumud Flotilla è in mare dal 12 aprile. La flotta italiana salperà dalla Sicilia il 23 aprile: una trentina di natanti cui si uniranno le venti imbarcazioni da Marsiglia, attualmente in Calabria.

L’indagine per tortura della Procura riguarda la missione 2025 di quella stessa Flotilla. Un attacco israeliano su un veicolo della polizia a Gaza City ha ucciso quattro persone, il 14 aprile, tra cui un bambino di tre anni che passava vicino al bersaglio. La nonna Samia al-Malahi ha dichiarato ad AP: «Che colpa ha il bambino? Stava camminando per strada.» L’Idf: «È stata eliminata una minaccia immediata.» Da ottobre 2025, secondo il ministero della salute di Gaza, i morti nelle operazioni israeliane nella Striscia hanno superato 750 nonostante il cessate il fuoco vigente. Il memorandum si rinnovava da solo. Per vent’anni. La Procura di Roma gli ha dato un nome: tortura.

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Memorandum Italia-Israele, stop con 70mila morti di ritardo

La Procura di Roma ha aperto un’indagine per tortura contro i militari israeliani che nel settembre 2025 intercettarono e detennero gli attivisti della Global Sumud Flotilla. Il legal team ha dichiarato: “È stata riconosciuta la gravità di quanto accaduto”. Arturo Scotto, deputato del Pd, lo ha definito “un fatto rilevante”. Lo stesso giorno il governo Meloni ha comunicato il mancato rinnovo del memorandum di cooperazione in materia di difesa con Israele, vigente da vent’anni. Il 14 aprile 2026, dallo stesso Stato, sulla stessa materia: un atto della magistratura e uno dell’esecutivo.

La Procura nomina il reato: tortura. Il governo nomina l’azione: sospensione del rinnovo automatico. Il senatore M5S Pirondini ha dichiarato che la decisione “arriva con settantamila morti di ritardo”. Giovanni Donzelli, FdI, ha precisato: “Non c’è nessuna forzatura. È sospensione del rinnovo, non risoluzione dell’accordo”. La Global Sumud Flotilla è in mare dal 12 aprile. La flotta italiana salperà dalla Sicilia il 23 aprile: una trentina di natanti cui si uniranno le venti imbarcazioni da Marsiglia, attualmente in Calabria.

L’indagine per tortura della Procura riguarda la missione 2025 di quella stessa Flotilla. Un attacco israeliano su un veicolo della polizia a Gaza City ha ucciso quattro persone, il 14 aprile, tra cui un bambino di tre anni che passava vicino al bersaglio. La nonna Samia al-Malahi ha dichiarato ad AP: «Che colpa ha il bambino? Stava camminando per strada.» L’Idf: «È stata eliminata una minaccia immediata.» Da ottobre 2025, secondo il ministero della salute di Gaza, i morti nelle operazioni israeliane nella Striscia hanno superato 750 nonostante il cessate il fuoco vigente. Il memorandum si rinnovava da solo. Per vent’anni. La Procura di Roma gli ha dato un nome: tortura.

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Memorandum Italia-Israele, stop con 70mila morti di ritardo

La Procura di Roma ha aperto un’indagine per tortura contro i militari israeliani che nel settembre 2025 intercettarono e detennero gli attivisti della Global Sumud Flotilla. Il legal team ha dichiarato: “È stata riconosciuta la gravità di quanto accaduto”. Arturo Scotto, deputato del Pd, lo ha definito “un fatto rilevante”. Lo stesso giorno il governo Meloni ha comunicato il mancato rinnovo del memorandum di cooperazione in materia di difesa con Israele, vigente da vent’anni. Il 14 aprile 2026, dallo stesso Stato, sulla stessa materia: un atto della magistratura e uno dell’esecutivo.

La Procura nomina il reato: tortura. Il governo nomina l’azione: sospensione del rinnovo automatico. Il senatore M5S Pirondini ha dichiarato che la decisione “arriva con settantamila morti di ritardo”. Giovanni Donzelli, FdI, ha precisato: “Non c’è nessuna forzatura. È sospensione del rinnovo, non risoluzione dell’accordo”. La Global Sumud Flotilla è in mare dal 12 aprile. La flotta italiana salperà dalla Sicilia il 23 aprile: una trentina di natanti cui si uniranno le venti imbarcazioni da Marsiglia, attualmente in Calabria.

L’indagine per tortura della Procura riguarda la missione 2025 di quella stessa Flotilla. Un attacco israeliano su un veicolo della polizia a Gaza City ha ucciso quattro persone, il 14 aprile, tra cui un bambino di tre anni che passava vicino al bersaglio. La nonna Samia al-Malahi ha dichiarato ad AP: «Che colpa ha il bambino? Stava camminando per strada.» L’Idf: «È stata eliminata una minaccia immediata.» Da ottobre 2025, secondo il ministero della salute di Gaza, i morti nelle operazioni israeliane nella Striscia hanno superato 750 nonostante il cessate il fuoco vigente. Il memorandum si rinnovava da solo. Per vent’anni. La Procura di Roma gli ha dato un nome: tortura.

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Lo scioccato e i suoi servi

«Sono scioccato da Meloni. Pensavo avesse coraggio, mi sbagliavo.» Donald Trump lo ha detto ieri al Corriere della Sera. Vale la pena rileggere la frase: il presidente degli Stati Uniti, che Meloni auspicava potesse vincere il Nobel per la pace, la chiama codarda. Tre anni e mezzo di devozione riassunti in una riga. In quarantott’ore Palazzo Chigi ha sospeso il rinnovo automatico del memorandum…

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Pnrr, la scadenza del 30 giugno si avvicina: 60 misure perentorie al 49% di avanzamento

Mancano settantasette giorni. Avanzamento finanziario: 49%. Openpolis ha incrociato i dati del portale Italia Domani, aggiornati al 26 febbraio 2026, con le decisioni di esecuzione del Consiglio europeo. Il risultato è una fotografia che il governo di Giorgia Meloni non appende nei comunicati stampa: delle 60 misure del Piano nazionale di ripresa e resilienza per cui il termine del 30 giugno è perentorio, quelle che coinvolgono 45.506 cantieri e 60,4 miliardi di fondi europei, la spesa effettuata si ferma alla metà. Esattamente: il 49%.

Meloni ha dichiarato di recente di aver “liberato decine di miliardi di euro” e di essere “la prima nazione in Europa in avanzamento del Pnrr”. La Corte dei Conti, nella relazione sul primo semestre 2025, aveva certificato che a fine 2024 erano effettivamente investiti 63,9 miliardi su 194 totali, il 33% delle risorse complessive. Bruxelles ha già respinto la richiesta di proroga oltre agosto 2026.

Il labirinto delle regole

Il punto più critico, del resto, è che ancora oggi nessuno sa cosa succederà ai progetti rimasti a metà. La normativa europea non contempla uno scenario di “mancato completamento”: si limita a descrivere meccanismi preventivi e poteri sostitutivi. La cosiddetta clausola di reversal stabilisce che gli obiettivi già raggiunti e già pagati non possano essere cancellati. Per tutto il resto, il quadro è nebuloso.

Il governo ha risposto moltiplicando i dispositivi di emergenza. Il decreto 95/2025 ha autorizzato il Fondo per l’avvio di opere indifferibili come sostituto dei fondi Pnrr per i cantieri che avevano già rinunciato al piano europeo, purché le gare fossero state aggiudicate entro la fine del 2025. Il decreto-legge 19/2024 aveva già previsto la possibilità di spostare progetti dal Pnrr alla politica di coesione. Per oltre 23,5 miliardi di euro si ricorrerà a strumenti finanziari che consentono di firmare accordi entro il 30 giugno e completare i lavori dopo: energia, infrastrutture idriche, digitale, housing universitario, agroalimentare.

La scadenza del 30 giugno è allo stesso tempo inderogabile e parzialmente aggirabile, a seconda dello strumento normativo applicato. Una costruzione di scatole cinesi assemblata pezzo per pezzo ogni volta che una scadenza si avvicinava troppo. Così il governo può dichiarare che non si perderà un euro, senza dover spiegare come.

Pnrr, i numeri che non compaiono nei comunicati

Le misure più indietro raccontano la qualità dell’attuazione meglio di qualsiasi conferenza stampa. Il superamento degli insediamenti abusivi in agricoltura, intervento che incrocia lavoro nero e caporalato, è all’1,2% di avanzamento finanziario. La digitalizzazione dei parchi nazionali al 3,3%. Le cosiddette “isole verdi” al 6%, nonostante il portale di Infratel le dichiari completate: una discrepanza che Openpolis segnala senza riuscire a spiegare.

I cantieri ferroviari verso il Sud sono già fuori tempo. La Salerno-Reggio Calabria ha speso il 3,54% dei fondi Pnrr assegnati rispetto all’8% preventivato; la Roma-Bari è al 34,76% di avanzamento rispetto al 59% atteso. Il Terzo Valico dei Giovi, secondo la timeline pubblicata da Affarinternazionali, non concluderà i lavori entro giugno: rischio concreto di perdere 200 milioni di finanziamenti europei.

Secondo la circolare del ministero dell’Economia e delle Finanze, il certificato di ultimazione dei lavori emesso entro il 30 giugno è l’unico documento che conta. Qualsiasi spesa effettuata dopo il 31 agosto non sarà ammissibile nel perimetro Pnrr. Senza quel certificato andrà trovato un finanziamento alternativo per non lasciare le opere a metà.

Che è esattamente quello che il governo aveva promesso non sarebbe mai accaduto. Mancano settantasette giorni. L’avanzamento è al 49%.

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