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La festa è finita

C’è un passo dell’ultimo rapporto Censis che sembra essere sfuggito ai draghisti, dice: «…il nostro Paese non può essere intrappolato in parole tanto rassicuranti, quanto povere di significato, utili a enfatizzare un impegno generico di programmazione, ma difficilmente capaci di riconnettere la società in un partecipe desiderio di ricostruzione… Tutti avvertono, invece, che per rimettere in cammino l’economia e risaldare la società occorrono interventi concreti e in profondità, che il puro gioco di controllo e mediazione delle variabili sociali è fuori dal tempo».

L’Italia è il Paese con il tasso d’occupazione tra i più bassi d’Europa. L’unico in Ue dove i lavoratori guadagnano meno di 30 anni fa. Questo deve essere sfuggito alla narrazione imperante. L’Italia è il Paese con la maggioranza di donne tra i disoccupati, qui dove i giovani non studiano e non lavorano. E dove almeno 100mila giovani ogni anno se ne vanno invece all’estero per trovare un lavoro dignitoso. L’Italia è il Paese del precariato raccontato come eccitante campo di sfida in cui chi non riesce è semplicemente un perdente che se la deve prendere con se stesso. L’Italia è il Paese dove solo 13 bambini su 100 al Sud trovano un asilo pubblico. L’Italia è il Paese in cui aumentano i poveri che si cibano alle mense o che vivono con gli scarti. È il Paese in cui la patrimoniale ogni volta solleva un vespaio e viene respinta con sdegno dal presidente del Consiglio Mario Draghi. Poi Draghi promette un contributo di solidarietà che invece non arriva per il voto contrario del centrodestra.

L’Italia è il Paese che non riesce a trovare un freno alle delocalizzazioni selvagge mentre qualcuno propone di diventare come certi Paesi senza diritti e con salari da fame per essere più “attrattivi”. L’Italia è un Paese da mettersi le mani sui capelli ogni volta che si ipotizza quali saranno le pensioni per i giovani che stanno cominciando a lavorare ora ed è quel Paese in cui perfino ammalarsi diventa un costo. L’Italia è quel Paese in cui si parla di transizione ecologica continuando a pubblicizzare il nucleare e non si capisce chi e come potrà trovare un futuro nei nuovi mestieri dedicati all’ambiente. L’Italia è quel Paese in cui frequentare le università è un privilegio ben caro. L’Italia è quel Paese in cui il grado d’istruzione è tra i più bassi d’Europa e si discute se la Terra è piatta in prima serata televisiva.

L’Italia è quel Paese in cui si chiede di sognare facendo il rider che, vedrai, ti farà diventare milionario, dove per un giovane con contratti precari è un’illusione farsi una famiglia (tradizionale o meno) ed è quasi impossibile riuscire ad accedere a un mutuo per un casa. L’Italia è il Paese in cui non si riesce a porre un freno a coloro che vivono di rendite su beni pubblici.

In tutto questo in Italia arrivano una pioggia di miliardi che verranno gestiti da una maggioranza che non esiste, solo di comodo, e da un presidente del Consiglio che vorrebbe limitarsi a fare le somme e le sottrazioni.

In questo Paese vi stupisce uno sciopero generale? La luna di miele si è consumata, la festa è finita e quelle parole del rapporto Censis suonano come un cupo ammonimento da intendere velocemente.

Buon giovedì.

 

Nella foto: Matteo Salvini e Massimo Giletti, “L’Arena” 1 novembre 2015

 

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Zaki libero dopo 669 giorni di inferno: ma è ancora sotto processo

Italia e Egitto sono vicini. Questa volta però la comunanza non è questione di soldi, di armi e di interessi torbidi (perché quelli no, quelli non sono mai stati messi veramente in discussione) ma il pianto liberatorio di gioia della madre Hala e di sua sorella Marise nell’aula di tribunale di Mansura, dopo la terza udienza che è durata quattro minuti ma è bastata per sancire la scarcerazione. Essere scarcerati dopo 669 giorni passati in carcere, in un ergastolo cautelare che basterebbe per rendere l’idea di cosa sia l’Egitto di Al-Sisi dove dei presunti post su Facebook possono bastare per essere trattato come il più pericoloso dei criminali.

Patrick Zaki è stato arrestato il 7 febbraio del 2020 appena atterrato all’aeroporto del Cairo dove stava tornando per rivedere la sua famiglia. In quegli anni frequentava un master universitario in studi di genere all’Università di Bologna dopo essere stato già impegnato nel suo Paese in occasione della campagna elettorale di Khaled Ali, avvocato e attivista per i diritti umani che ritira la candidatura denunciando il clima di intimidazione e i numerosi arresti dei suoi collaboratori da parte di Al-Sisi e dei suoi sgherri. Quel giorno, all’aeroporto del Cairo, Zaki viene arrestato da agenti dei servizi segreti. Scompare per 24 ore. Nessuno ha notizie, non sanno niente i suoi familiari e nessuno nei media. Solo il 9 febbraio l’associazione Egyptian Initiative for Personal Rights (associazione umanitaria dove lavorava in qualità di ricercatore) divulga la notizia del suo arresto.

Appaiono già evidenti le prime discrepanze: la Polizia nei suoi verbali scrive di avere arrestato Zaki l’8 febbraio (il giorno successivo all’arresto effettivo) a un posto di blocco nel quartiere Jadyala, Mansura. I capi d’accusa sono i soliti che da queste parti servono per zittire i cosiddetti “dissidenti”: minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento alle proteste illegali, sovversione, diffusione di false notizie, propaganda per il terrorismo. I mezzi d’informazione sdraiati sulla dittatura di Al-Sisi raccontano anche che Zaki a Bologna starebbe preparando una tesi sull’omosessualità e per incitare la popolazione contro lo Stato. Tutto ovviamente falso. Quello che si sa, tramite l’avvocato di Zaki, è che il giovane sarebbe stato torturato per almeno 17 ore consecutive con pugni allo stomaco, alla schiena e con scariche elettriche dalle forze di sicurezza egiziane, esattamente come accadde per Giulio Regeni. Non è un caso che tra le domande dei suoi torturatori ci siano anche i presunti rapporti con Giulio Regeni, con la sua famiglia e con il suo impegno politico. Le torture, ça va sans dire, viene negata dal Procuratore Generale dell’Egitto, Hamada el-Sawy.

L’inferno carcerario di Zaki comincia a Talkha per continuare poi nel carcere di Mansura e infine nel carcere di Tora. I 669 giorni sono passati con continui slittamenti della detenzione preventiva (di 15 o 45 giorni) mentre il caso Zaki intanto veniva sollevato all’attenzione internazionale. Il giorno successivo al suo arresto in Italia, a Bologna, viene organizzata già la prima manifestazione “Libertà Patrick” mentre l’Università di Bologna costituisce un gruppo di crisi e la Farnesina comincia a monitorare il caso. L’11 gennaio di quest’anno Zaki diventa cittadino onorario dei Bologna e poco dopo una petizione lancia l’idea di dare la cittadinanza italiana allo studente per esercitare ulteriore pressione sul governo egiziano. Passano tre mesi e il 14 aprile il Senato approva la richiesta al governo per la cittadinanza italiana, richiesta a cui il governo non ha mai dato corso.

Ieri Zaki dalla gabbia per gli imputati ha ringraziato l’Italia alzando il pollice a un diplomatico italiano presente in aula. «Salto dalla gioia», è stato il commento della mamma. «Grazie Italia per questo risultato» ha dichiarato invece il padre rivolto ai due diplomatici italiani presenti a Mansura. «Vi siamo molto grati per tutto quello che avete fatto», ha detto George Zaki abbracciandoli. Così la giornata che rischiava di essere funesta per la condanna (non appellabile) che molti temevano ha riportato un risultato insperato. Certo. Zaki è stato scarcerato ma continua a essere sotto processo: «Uno spiraglio, la luce finalmente, ha scritto sui social il segretario del Pd Enrico Letta mentre il ministro degli Esteri Luigi Di Maio parla di «un primo obiettivo raggiunto».

«Mi metto nei suoi panni, non so se già stasera ma molto presto Patrick Zaki riuscirà a dormire su un letto diverso dal cemento del pavimento della prigione di Tora dove è rimasto negli ultimi 22 mesi. Quindi questo già nell’immediato un enorme sollievo», ha dichiarato il portavoce di Amnesty International in Italia Riccardo Noury, che da subito ha seguito la vicenda. «Soddisfatto per la scarcerazione» si dice il presidente del Consiglio Mario Draghi che promette di continuare a seguire la vicenda.

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La politica flebile

Ci avevano detto che la politica, di colpo, era diventata una roba serissima. Sarebbe stata una bella notizia dopo anni passati tra i “vaffanculo”, il Papeete, le scissioni per la creazione di partiti con qualche piccolo leader e le sue vestali e dopo anni passati a vedere i meme  su Facebook per umiliare gli avversari.

Ci avevano detto che ora era il momento del “merito”, di quelli bravi, di quelli che fanno le cose per bene e d’improvviso persino i guasconi sembravano essere diventati bravi ragazzi. E con questo feticcio del merito e della serietà ci siamo ritrovati tra i nuovi protagonisti quel Calenda che era “così bravo” da rispondere a tutti, sempre calmo a spiegare le cose, insieme agli altri che avevano capito bene che sembrare professorali (più che professionisti) era la moda della stagione.

Invece continuiamo a essere nella politica flebile, con e prima più di prima, con l’unica differenza che questi sanno usare il congiuntivo. Ciò che è accaduto per le elezioni suppletive su Roma con Conte che avrebbe dovuto candidarsi e con Calenda che dice “allora mi candido anch’io” come due maschi alfa che si sfidano a duello (usando il campo nobile che dovrebbe essere la politica) è solo l’ultimo di una serie di eventi che dimostra benissimo come la strategia sia sempre quella della scaramuccia, come non esista pensiero ma solo pulsione, come alla fine non ci sia differenza tra il populismo popolare e il populismo delle élite, con l’unica differenza che il secondo traveste il classismo da ideologia.

Non è nemmeno un caso che Calenda si ritrovi a scrivere «Ogni 5S dovrebbe restare fuori da qualsiasi incarico superiore alla vendita di lattine di chinotto allo stadio. E mi impegnerò attivamente per conseguire questo risultato», un post che nemmeno Renzi nei suoi momenti di formicolio peggiore riuscirebbe a partorire. Questi sognano un’oligarchia che preveda un diritto di voto in base al censo ma poiché non hanno il coraggio di tenere una posizione così vergognosa fingono di voler parlare di competenze.

In questo quadro sarà difficilissimo il percorso di avvicinamento allo sciopero generale dei sindacati. Molti proveranno (e ci riusciranno) a spostare il dibattito sugli scioperanti che non sono altro che l’ennesima dimostrazione dei fannulloni che loro continuano a vedere dappertutto. Rimanere nel merito delle cose sarà difficilissimo, esattamente come avveniva con i saltimbanchi di prima. L’unica differenza è che questi non si farebbero mai fotografare a petto nudo in spiaggia. O forse no, se cercate bene trovate anche questo.

Buon mercoledì.

Nella foto: Matteo Salvini e Massimo Giletti, “L’Arena” 1 novembre 2015

 

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Viene in Italia per una vita migliore, ma muore legato mani e piedi: il dramma di Abdel

Abdel Latif aveva 26 anni ed è morto alle 4 del mattino del 29 novembre nel reparto psichiatrico dell’ospedale San Camillo di Roma. È morto su un lettino di contenzione, ufficialmente per “arresto cardiocircolatorio”. Latif era arrivato a ottobre, su un barcone, a Augusta. Appena arrivato è stato trasferito come di consueto su una nave per la quarantena, la Gnv, per essere poi immediatamente trasferito: «Come ormai quasi di prassi in Italia – scrivono gli attivisti della campagna LasciateCIEntrare – per chi proviene dalla Tunisia, non era riuscito a manifestare la volontà di richiedere protezione internazionale ed era stato inviato in direttissima al Cpr di Ponte Galeria». Gli accordi tra Italia e Tunisia sono oliati e i rimpatri praticamente automatici, senza troppe preoccupazione per i diritti umani.

Il consigliere regionale di +Europa nel Lazio, Alessandro Capriccioli, racconta la sequenza degli eventi: «Dalla documentazione che abbiamo visionato risulta che il giovane tunisino era affetto da problemi psichiatrici e che il 23 novembre, a seguito di una richiesta da parte della Asl finalizzata all’approfondimento della valutazione psichiatrica, è stato portato al pronto soccorso dell’ospedale Grassi. Da qui, dopo due giorni, il giovane è stato trasferito al Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (Spdc) dell’ospedale San Camillo, in cui risulta essere stato sottoposto a contenzione tutti i giorni fino al 27, anche se non è specificato con quali tempistiche». Il fatto che non siano specificati gli orari della fine della contenzione, solitamente usata solo per il tempo necessario ai farmaci di fare effetto, lasciano presagire il terribile dubbio che Latif sia stato legato con mani e polsi al letto per tre giorni. «Va chiarito se al momento della morte fosse legato perché nelle carte sanitarie non è indicato. Gli esami del sangue erano regolari, non sembrava ci fossero problemi di salute», dice il garante per i detenuti Mauro Palma.

I familiari in Tunisia raccontano che il ragazzo fosse in ottima salute e non avrebbe mai mostrato disagi psichiatrici. La madre di Abdel è riuscita a sentire il figlio appena sbarcato: «La mamma aspettava una telefonata del tutto diversa, attendeva che il figlio partito per cercare un’alternativa di vita la chiamasse per dirgli che andava tutto bene: è stato straziante sentire le sue urla dall’aa parte del telefonò», ha raccontato il deputato tunisino Majdi Karbai, eletto in Italia nella circoscrizione esteri con il partito di sinistra Attayar. Karbai ha diverse domande: «Perché alla famiglia è stata comunicata immediatamente la morte per cause naturali? Perché sul corpo del ragazzo non è stata disposta immediatamente l’autopsia?». Il direttore del Cpr Enzo Lattuga ha cercato di ricostruire la vicenda: «Conoscevo quel giovane ed era in salute, stava bene. È uscito con le sue gambe. Non ho idea di cosa sia successo in quella struttura. Ho solo ricevuto una telefonata in cui sono stato informato della sua morte».

Molte domande e, come spesso accade quando si tratta di Cpr, pochissime risposte. L’unica certezza è che Abdel Latif è il settimo morto in due anni all’interno dei Cpr, dove spesso i detenuti vengono imbottiti di psicofarmaci senza adeguata prescrizione medica. Sappiamo anche della vergognosa convenzione tra l’Italia e la Tunisia (che prende dal nostro governo 8 milioni di euro) per garantire la sorveglianza delle coste del Mediterraneo e per rimpatriare velocemente i migranti che vengono prelevati dalle navi quarantena, rinchiusi nei Cpr per qualche giorno e poi rimpatriati senza nemmeno avere il tempo di presentare domanda per essere riconosciuti come rifugiati. Da gennaio a oggi sono più di 1.600 rimpatri con lo Stato “amico”, talvolta con vere e proprie retate tra gli sbarcati. Evidentemente la volontà politica è questa. Poi, ogni tanto, un morto è semplicemente un effetto collaterale.

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Da Giletti manca solo il fantasma formaggino

Dai, inutile nascondersi: i complotti in Italia proliferano perché sono munti allegramente da una masnada di giornalisti, giornali e televisioni che trovano un bacino interessante senza doversi mettere in concorrenza con chi studia, approfondisce e porta fonti e prove a sostegno delle proprie tesi. Nel mondo dei complotti, non è mica un caso, trovano spazio persone che nel mondo reale sarebbero simpatici scemi del villaggio e che invece si ritrovano a essere quasi profeti.

Non è questione solo di vaccini: il trucco di mettere sullo stesso piano chi esprime critiche strutturate e dubbi sostanziosi sulle decisioni del governo con quelli che credono che la terra sia piatta e il Covid non esista è un’offesa all’intelligenza ed è una forzatura che non rende onore alla platea.

Qualche giorno fa Enrico Mentana ha scritto: «Per me mettere a confronto uno scienziato e uno stregone, sul Covid come su qualsiasi altra materia che riguardi la salute collettiva, non è informazione, come allestire un faccia a faccia tra chi lotta contro la mafia e chi dice che non esiste, tra chi è per la parità tra uomo e donna e chi è contro, tra chi vuole la democrazia e chi sostiene la dittatura». Discorso largamente condivisibile (se non fosse per questa mania di inserire tra gli “stregoni” spesso anche persone che invece avanzano critiche con fondamento). Della stessa opinione anche la neodirettrice del Tg1 Monica Maggioni che dice: «Se ci va di mezzo la vita delle persone non puoi mettere sullo stesso piano uno scienziato e il primo sciamano che passa per strada. Deve tornare a contare la competenza, non tutte le opinioni hanno lo stesso valore». Anche qui si può largamente essere d’accordo se non fosse che in nome della “competenza” sono stati massacrati i diritti del lavoratori, solo per citare un esempio.

Ma il vero mungitore dei complotti rimane saldamente Massimo Giletti che nel suo programma è riuscito a invitare il peggio dei no vax a partire da Tuiach (uno che prima dei vaccini si occupava di anatemi contro gli omosessuali augurandogli la morte in nome di Dio e uno che nega l’olocausto), poi Puzzer (il capobanda di certi portuali a Trieste che voleva essere ricevuto dal Papa e dall’Onu in nome dei suoi 5 minuti di celebrità). Ora Giletti si supera: c’è un povero cretino (dentista) che a Biella decide di presentarsi al vaccino con un braccio di silicone. Viene denunciato per tentata truffa oltre che sospeso dal suo Ordine. Questo riesce addirittura a lamentarsi che i giornalisti gli avrebbero rovinato la vita. Avete capito? Un tizio che si presenta travestito si lamenta di essere vittima della sua stessa idiozia. Sarebbe una tragica storia che fa ridere per povertà morale degna di finire sulle pagine dei giornali di tutto il mondo per poi diventare materia di indagine e eventuale pena e invece Giletti decide di invitarlo in televisione.

Dice Giletti, rispondendo a Mentana, che lui invita questa gente per inchiodarle con le sue astutissime domande. Davvero, un campione: esporre a milioni di spettatori le teorie e i comportamenti amorali di qualche gruppo di disadattati dovrebbe essere addirittura educativo, secondo lui. Ci aspettiamo quindi che inviti musicisti senza bocca che suonano la tromba, qualcuno convinto che il cielo sia una tenda e magari qualche rapito da un extraterrestre. Ma questi, vedrete, a Giletti non interessano perché quello che conta è inseguire il sentimento più peloso dei social per raggranellare un po’ di consenso. Esattamente come fa in politica Matteo Salvini. A proposito: avete mai notato quanto si trovino amichevolmente bene i due? Sarà un caso, anche questo.

Buon martedì.

Nella foto: Matteo Salvini e Massimo Giletti, “L’Arena” 1 novembre 2015

 

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Italia Viva non vuole il contributo di solidarietà perché punisce i ricchi, ma la realtà è che odiano i poveri

Perfino Draghi alla fine si era messo una mano sulla coscienza. Poco dopo che il Censis ci ha informato che le famiglie in povertà dieci anni fa erano meno di un milione e oggi sono più del doppio qualcuno deve avere fatto bene i calcoli sulla riforma dell’Irpef che porta nelle tasche circa 400 euro all’anno ai lavoratori con un reddito individuale di 25mila euro e di quasi 1.000 euro a chi guadagna più di 50mila euro.

Poiché i poveri sono poveri veri, nonostante una malsana litania che li voglia semplicemente sfigati o sconfitti o incapaci, e poiché le forniture stanno schizzando alle stelle il presidente del Consiglio deve avere pensato che chi guadagna più di 75mila euro all’anno avrebbe potuto contribuire i più poveri. Si chiama solidarietà e starerebbe scritta anche nella Costituzione, dovrebbe essere il faro di una seria riforma fiscale che riduca le disuguaglianze ma almeno sarebbe stato il primo passo.

Com’è andata a finire lo sapete benissimo poiché la notizia in questi ultimi giorni ha infiammato il dibattito politico: il centrodestra compatto (perché siamo d’accordo che Italia Viva, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia siano il centrodestra, potremmo anche smetterla di interrogarci su questo) ha votato contro.

I motivi sono i soliti di una destra che qui da noi fa la destra come in tutto il mondo: ognuno serve i propri interessi e i propri elettori e tutti i partiti in quell’alveo difendono i privilegi dei privilegiati e le ricchezze dei ricchi. Sta bene così. Lascia un po’ perplesso che il prode Salvini si voglia spendere come nuovo difensore dei meno abbienti ma il trucco di infilare rabbia lì dove manca reddito è oliato e sembra funzionare ancora.

Inarrivabile invece la spiegazione data da Luigi Marattin, il deputato economista renziano di Italia Viva, che da tempo ormai viene usato da Renzi per provare a rendere giustificabile l’ingiustificabile e mostrare il petto al lancio di pomodori. Marattin si lancia in un lunga spiegazione con i soliti messaggi promozionali (una presunta “punizione per i ricchi”, la litania del “destra e sinistra che c’entrano poco” e la solita sicumera nell’avere agito “contro” semplicemente perché sono nel giusto) ma sostanzialmente la spiegazione è questa: Italia Viva liscia il pelo a Draghi in ogni occasione ma non perde mai l’opportunità di votare con il centrodestra contro le proposte di Draghi.

Dice Marattin che quelli che guadagnano molto non vogliono togliersi dalle tasche qualche spiccio perché gli spicci non risolvono la povertà. E quindi? Quindi i poveri rimangano poveri e il loro taumaturgo Draghi ancora una volta ha proposto una soluzione evidentemente sbagliata.

È un cortocircuito che farebbe scompisciare dal ridere se non fosse tragico per il Paese: un partito che vorrebbe stare con la sinistra ma che è fidanzato segretamente con la destra, un partito che ci spiega l’economia e la politica con fare da maestrino eppure ha più senatori che elettori, un partito che odia i poveri ma vorrebbe essere ringraziato perché lo fa con passione.

L’editoriale politico più azzeccato rimane un commento su twitter di @stacce2021: «perché togliere 24€ a un ricco pe darne 8 a un povero, quando puoi dire ar povero “attaccatarcazzo?». È un po’ volgare, è vero, ma anche il resto fuori non profuma di buono.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

L’unico Pnrr che funziona

Che alla fine della spesa di tutti i miliardi che ci arrivano dall’Europa il Paese rischi di essere ancora più diseguale lo continua a ripetere Frabrizio Barca (che di disuguaglianze se ne occupa con serietà) e lo stanno vivendo i lavoratori. Dicono che poi sarà tutto bellissimo, bisogna avere pazienza e sembra la favola della rana bollita.

Ma sicuramente c’é qualcuno che quatto quatto continua a incassare vittorie mentre intorno nessuno ne parla: Lorenzo Guerini. Un perfetto ministro della guerra che sembra trasparente eppure sta facendo ricchi i signorotti del settore, figlio della migliore (o peggiore, secondo i punti di vista) educazione democristiana per cui la pace si predica ma non bisogna mai commettere il peccato di farla davvero.

Come racconta l’osservatorio sulle spese militari italiane Milex nel corso del 2021 il ministro della Difesa del governo Draghi, Lorenzo Guerini, ha sottoposto all’approvazione del Parlamento un numero senza precedenti di programmi di riarmo: diciotto in tutto, di cui ben tredici di nuovo avvio, per un valore già approvato di oltre 11 miliardi di euro e un onere complessivo previsto di oltre 23 miliardi. Dando il via libera a questi programmi, quasi tutti trasmessi alle Camere a tambur battente nell’arco di otto settimane tra fine settembre e metà novembre (due trasmessi ad agosto), le Commissioni parlamentari competenti (Bilancio e Difesa) hanno autorizzato (o lo faranno entro fine anno) spese per quasi 300 milioni nel 2021 e oltre 400 milioni nel 2022. I pareri favorevoli sono stati espressi sempre all’unanimità.

A beneficiarne è soprattutto l’Areonautica militare per oltre 6 miliardi e mezzo di euro complessivi: dall’avvio della fase di ricerca e sviluppo del nuovo caccia di sesta generazione Tempest (2 miliardi dei 6 previsti) ai nuovi eurodroni classe Male, dai nuovi aerei da guerra elettronica Gulfstream alle nuove aerocisterne per il rifornimento in volo Kc-46, dal nuovo sistema di difesa aerea Nato al nuovo centro radar spaziale di Poggio Renatico.

Ben 2,4 miliardi di euro sono per i programmi interforze: i droni kamikaze per le forze speciali e soprattutto le nuove batterie missilistiche antiaeree basate sui missili Aster: il programma più caro, da oltre 2,3 miliardi di euro.

Come faceva notare Oxfam lo scorso aprile «se i governi rinunciassero alle spese militari per sole 26 ore, avremmo 5,5 miliardi di dollari a disposizione per salvare 34 milioni di persone dalla fame nei prossimi mesi in Paesi piegati da guerra, pandemia e cambiamenti climatici». Se poi teniamo conto che il cliente migliore rimane l’Egitto che ci uccise Giulio Regeni (dai 7,4 milioni di euro del 2017 ai 69,1 del 2018, agli 817,7 del 2019 sino a quasi un miliardo dello scorso anno) insieme a Paesi come il Qatar, il Turkmenistan, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, la Cina (peraltro oggetto di un embargo dell’Ue), la Turchia e Israele, ci possiamo rendere benissimo conto quanto interessi dalle parti del ministro Guerini la questione dei diritti umani.

Del resto stiamo parlando dello stesso ministero che in occasione della revoca dell’export di bombe e missili all’Arabia Saudita, accusata di crimini di guerra in Yemen dall’Onu ebbe il coraggio di scrivere: «Il dicastero della Difesa, in conclusione, rimarca come le recenti restrizioni imposte alle esportazioni verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, avendo suscitato perplessità presso le Autorità locali, possano configurare un potenziale rischio di natura economica per tutto il volume dell’export nazionale generalista verso i citati Paesi”. In parole semplici: sono preoccupati per le ricadute economiche, mica per i morti ammazzati.

Non è incredibile che di tutto questo non se ne parli? Non è incredibile che su questo tutto il Parlamento sia compatto e veloce?

Buona rinascita a tutti e buon lunedì.

 

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Evado al massimo

Avviso ai cani da tartufo che stanno spendendo questi ultimi mesi per scovare il percettore di 400 euro al mese di qualche reddito di cittadinanza magari senza meritarselo, avviso anche a quelli che dipingono un Paese trascinato dai tanti imprenditori onesti che rimangono strangolati da questi indolenti lavoratori che sognano solo il modo per poterli gettare sul lastrico e avviso per una certa classe politica che si sta spremendo per dirci che questo Paese precipita per colpa dei sussidi: mentre tutto il can can sui “furbetti” che riempiono i giornali costano 174 milioni di euro di truffe, ieri la Commissione europea ci ha raccontato che solo nel 2019 il tasso di evasione Iva è di 30,1 miliardi di euro.

I furbetti ci costano 174 milioni di euro, gli evasori Iva 30,1 miliardi

Centosettantaquattro milioni contro 30,1 miliardi: si nota la differenza fin lì? E chissà che ne dicono tutti gli europeisti che si appuntano le stellette al petto e intonano peana dedicati all’Ue che l’Italia è prima in classifica per evasione Iva in valore nominale e sfiora il podio nella vergognosa classifica per maggior divario tra gettito previsto e riscosso con il 21,3 per cento, dietro solo a Romania (34,9 per cento), Grecia (25,8 per cento), Malta (23,5 per cento) e Lituania (21,4 per cento), tutti Paesi che qui dalle nostre parti vengono indicati come culle di imprenditoria bifolca mentre i nostri giocano a fare gli eccellenti. Pensate che se dovesse partire domani una campagna biliosa contro gli evasori ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta per scegliere tra i tanti casi di evasori processati e condannati su tutto il territorio nazionale, ci sarebbero perfino nomi eccellenti da mettere in prima pagina con tanto di foto facilmente riconoscibile e perfino il contorno di qualche vippismo. Non si dovrebbe nemmeno aspettare il presunto mafiosetto di quartiere rubapolli per sparare qualche editoriale indignato perché si potrebbe pescare nel mazzo degli uomini di successo che veneriamo tutti i giorni e ospitiamo in televisione per parlare di giovani anche se non sono giovani, di povertà anche se non sono mai stati poveri, di lavoro basso anche se non si sono mai sporcati le mani, di politica perché qui da noi vendere molto champagne dà il diritto di parlare di politica e mai una volta che parlino di evasione fiscale. Sarebbe un intervento spettacolare, magari in penombra come i collaboratori di giustizia.

reddito di cittadinanza e evasione Iva: il rapporto
La compilazione del modulo per il reddito di cittadinanza (Getty Images)l

Continuiamo a fare i forti con i deboli e gli agnellini con i forti

E chissà perché anche sulle truffe allo Stato non si riesce a uscire dallo schema del fare i forti con i deboli e poi diventare agnellini con i forti. Perché sarebbe curioso sapere come riescano a dormire coloro che hanno il sonno disturbato per il reddito di cittadinanza e intanto stanno in un Paese in cui le cifre dell’evasione costano 4 mia euro al secondo, 240 mila euro al minuto, un tassametro da 14 milioni e 400 mila euro all’ora. Immaginate di scriverlo così, di ripeterlo tutti i giorni in tutti i telegiornali, immaginate i “signora mia!” che di leverebbero dalle cucine. Perché seguendo poi il trucco della strumentalizzazione di cui abusano certi leader sarebbe fin troppo semplice applicare queste cifre agli ospedali che avremmo potuto attrezzare, agli asili che avremmo potuto costruire, alle ferrovie che avremmo potuto migliorare e così via in una lunghissima lagna che sicuramente farebbe presa diventando virale in men che si dica.

Quell’articolo dimenticato della Costituzione

Tanto che ci siamo, sarebbe che curioso sapere perché a nessuno venga voglia (è un lavoro complesso, è vero, ma i risultati migliori sono sempre figli di ragionamenti complessi) di sventolare la Costituzione (che va di moda solo se torna utile e che diventa un reperto se cozza con certi propositi) che all’articolo 53 dice che «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva», discendendo direttamente dai principi costituzionali di solidarietà e uguaglianza, che della Costituzione sono gli articoli 2 e 3, mica delle note a fondo pagina. Però quello è un articolo pericoloso perché è lo stesso che afferma che il sistema tributario è informato a criteri di progressività, l’esatto contrario di ciò che da anni avviene qui in Italia dove i cultori della flat tax vengono indicati come progressisti dimenticandosi che sarebbero perfino incostituzionali.

Nel 2018 l’evasione fiscale è stata di 110 miliardi

E se tutto questo vi sembra poco allora potremmo allargare il discorso all’evasione fiscale generale: nel 2018 l’evasione fiscale in Italia è stata di quasi 110 miliardi di euro, 109,8 miliardi per la precisione. È la stima, in attesa della riforma fiscale, dell’ufficio studi della Cgia di Mestre, secondo cui il mancato introito vale oe 6 punti di Pil. «In ae parole, per ogni 100 euro di gettito versato all’erario da cittadini e imprese, 15 sono rimasti nei portafogli degli evasori», ha spiegato l’associazione. Chissà che qualcuno non provi un po’ di imbarazzo per quel suo accanimento al “piccolo colpevole” mentre con l’aa mano continua a lisciare la schiena del “grande”. I furbetti in Italia sono furboni con le spalle molto larghe e con le amicizia molto giuste.

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In Italia aumentano i complottisti: per 3 milioni il Covid è un’invenzione…

È un’Italia a tratti spaventosa quella che esce dal 55esimo rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese: irrazionale, insoddisfatta, spaventata, sempre più povera, che dissipa competenze, più difficile per i giovani e le donne e condizionata da internet. Il rapporto presentato ieri a Roma infatti racconta che accanto a una maggioranza ragionevole si è levata in questo ultimo anno «un sonno fatuo della ragione, una fuga fatale nel pensiero magico, stregonesco, sciamanico, che pretende di decifrare il senso occulto della realtà». Nel Paese ci sono circa 3 milioni di persone (il 5,9% degli italiani) per cui il Covid è solo un’invenzione.

Per il 10,9% il vaccino è inutile e inefficace. Per il 31,4% è un farmaco sperimentale e le persone che si vaccinano fanno da cavie. Per il 12,7% la scienza produce più danni che benefici. Non è un caso che si osservi «una irragionevole disponibilità a credere a superstizioni premoderne, pregiudizi antiscientifici, teorie infondate e speculazioni complottiste»: si passa dal 5G che dovrebbe essere una tecnologia per controllare le menti (e nonostante sembri uno sparuto gruppetto ci crede il 19,9% degli italiani) fino a un 5,8% di italiani che si dichiara “sicuro” che la terra sia piatta e un 10% convinto che l’uomo non sia mai sbarcato sulla Luna. Secondo il Censis «la teoria cospirazionistica del “gran rimpiazzamento” ha contagiato il 39,9% degli italiani, certi del pericolo della sostituzione etnica: identità e cultura nazionali spariranno a causa dell’arrivo degli immigrati, portatori di una demografia dinamica rispetto agli italiani che non fanno più figli, e tutto ciò accade per interesse e volontà di presunte opache élite globaliste» (e qui sarebbe interessante valutare l’impatto di certa retorica politica). Si tratta di una ripartenza che vede due tensioni opposte: chi traduce l’attesa in preparazione di un nuovo inizio e chi chi rifugge dalla consapevolezza che la realtà è aa cosa rispetto alla propria rappresentazione.

Secondo il Censis la fuga nell’irrazionale è l’esito di aspettative insoddisfatte. L’81% degli italiani ritiene che oggi è molto difficile per un giovane vedersi riconosciuto nella vita l’investimento di tempo, energie e risorse profuso nello studio. Il 35,5% è convinto che non conviene impegnarsi per laurearsi, conseguire master e specializzazioni, per poi ritrovarsi invariabilmente con guadagni minimi e rari attestati di riconoscimento. Per due terzi (il 66,2%) nel nostro Paese si viveva meglio in passato. Sono più della metà (il 51,2%) gli italiani convinti che non ci sia nessuna possibilità di tornare al benessere del passato e infatti solo il 15,2% degli italiani ritiene che dopo la pandemia la propria situazione economica sarà migliore. Per la maggioranza (il 56,4%) resterà uguale e per un consistente 28,4% peggiorerà. Intanto il patrimonio delle famiglie a causa della diminuzione del reddito lordo (-3,8% in termini reali nel decennio) si è ridotto nell’ultimo decennio (2010-2020) del 5,3% in termini reali. E le cose non sembrano andare meglio: a ottobre 2021 il rialzo dei prezzi alla produzione nell’industria è stato consistente: +20,4% su base annua. Si registra un +80,5% per l’energia, +13,3% per la chimica, +10,1% per la manifattura nel complesso, +4,5% per le costruzioni.

Si perde fiducia anche nella formazione scolastica: l’80,8% degli italiani (soprattutto i giovani: l’87,4%) non riconoscono una correlazione diretta tra l’impegno nella formazione e la garanzia di avere un lavoro stabile e adeguatamente remunerato. E intanto rimaniamo un Paese in cui quasi un terzo degli occupati possiede al massimo la licenza media. Inevitabile la guerra generazionale: il 74,1% dei giovani tra i 18-34 anni ritiene che ci siano troppi anziani a occupare posizioni di potere nell’economia, nella società e nei media, enfatizzando una opinione comunque ampiamente condivisa da tutta la popolazione (65,8%). I Neet, i giovani che non studiano e non lavorano, costituiscono una eclatante fragilità sociale del nostro Paese. Tra tutti gli Stati europei, l’Italia presenta il dato più elevato, che negli anni continua a aumentare.

Anche le donne pagano la pandemia: il tasso di attività femminile (la percentuale di donne in età lavorativa disponibili a lavorare) a metà anno è al 54,6%, si è ridotto di circa 2 punti percentuali durante l’emergenza pandemica e rimane lontanissimo da quello degli uomini, pari al 72,9%, collocando l’Italia all’ultimo posto in Europa. Cresce inevitabilmente l’utilizzo di internet per provvedere alle proprie necessità (58,6%), per le relazioni sociali (55,3%) e per lavorare o studiare (55,2%). Ci sono anche risvolti positivi: la pandemia ha portato a una riscoperta del valore della solidarietà. Un terzo degli italiani ha partecipato a iniziative di solidarietà legate all’emergenza sanitaria, aderendo alle raccolte di fondi per associazioni non profit, per la Protezione civile o a favore degli ospedali. Infine il parere degli italiani sulla gestione dell’emergenza da parte delle istituzioni: il 20,7% degli italiani ritiene che abbia prodotto buoni risultati, per il 56,3% è stata abbastanza adeguata, per il 23,0% inadeguata. Per ripartire servirà molto di più di qualche decreto.

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