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Da Giletti manca solo il fantasma formaggino

Dai, inutile nascondersi: i complotti in Italia proliferano perché sono munti allegramente da una masnada di giornalisti, giornali e televisioni che trovano un bacino interessante senza doversi mettere in concorrenza con chi studia, approfondisce e porta fonti e prove a sostegno delle proprie tesi. Nel mondo dei complotti, non è mica un caso, trovano spazio persone che nel mondo reale sarebbero simpatici scemi del villaggio e che invece si ritrovano a essere quasi profeti.

Non è questione solo di vaccini: il trucco di mettere sullo stesso piano chi esprime critiche strutturate e dubbi sostanziosi sulle decisioni del governo con quelli che credono che la terra sia piatta e il Covid non esista è un’offesa all’intelligenza ed è una forzatura che non rende onore alla platea.

Qualche giorno fa Enrico Mentana ha scritto: «Per me mettere a confronto uno scienziato e uno stregone, sul Covid come su qualsiasi altra materia che riguardi la salute collettiva, non è informazione, come allestire un faccia a faccia tra chi lotta contro la mafia e chi dice che non esiste, tra chi è per la parità tra uomo e donna e chi è contro, tra chi vuole la democrazia e chi sostiene la dittatura». Discorso largamente condivisibile (se non fosse per questa mania di inserire tra gli “stregoni” spesso anche persone che invece avanzano critiche con fondamento). Della stessa opinione anche la neodirettrice del Tg1 Monica Maggioni che dice: «Se ci va di mezzo la vita delle persone non puoi mettere sullo stesso piano uno scienziato e il primo sciamano che passa per strada. Deve tornare a contare la competenza, non tutte le opinioni hanno lo stesso valore». Anche qui si può largamente essere d’accordo se non fosse che in nome della “competenza” sono stati massacrati i diritti del lavoratori, solo per citare un esempio.

Ma il vero mungitore dei complotti rimane saldamente Massimo Giletti che nel suo programma è riuscito a invitare il peggio dei no vax a partire da Tuiach (uno che prima dei vaccini si occupava di anatemi contro gli omosessuali augurandogli la morte in nome di Dio e uno che nega l’olocausto), poi Puzzer (il capobanda di certi portuali a Trieste che voleva essere ricevuto dal Papa e dall’Onu in nome dei suoi 5 minuti di celebrità). Ora Giletti si supera: c’è un povero cretino (dentista) che a Biella decide di presentarsi al vaccino con un braccio di silicone. Viene denunciato per tentata truffa oltre che sospeso dal suo Ordine. Questo riesce addirittura a lamentarsi che i giornalisti gli avrebbero rovinato la vita. Avete capito? Un tizio che si presenta travestito si lamenta di essere vittima della sua stessa idiozia. Sarebbe una tragica storia che fa ridere per povertà morale degna di finire sulle pagine dei giornali di tutto il mondo per poi diventare materia di indagine e eventuale pena e invece Giletti decide di invitarlo in televisione.

Dice Giletti, rispondendo a Mentana, che lui invita questa gente per inchiodarle con le sue astutissime domande. Davvero, un campione: esporre a milioni di spettatori le teorie e i comportamenti amorali di qualche gruppo di disadattati dovrebbe essere addirittura educativo, secondo lui. Ci aspettiamo quindi che inviti musicisti senza bocca che suonano la tromba, qualcuno convinto che il cielo sia una tenda e magari qualche rapito da un extraterrestre. Ma questi, vedrete, a Giletti non interessano perché quello che conta è inseguire il sentimento più peloso dei social per raggranellare un po’ di consenso. Esattamente come fa in politica Matteo Salvini. A proposito: avete mai notato quanto si trovino amichevolmente bene i due? Sarà un caso, anche questo.

Buon martedì.

Nella foto: Matteo Salvini e Massimo Giletti, “L’Arena” 1 novembre 2015

 

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Italia Viva non vuole il contributo di solidarietà perché punisce i ricchi, ma la realtà è che odiano i poveri

Perfino Draghi alla fine si era messo una mano sulla coscienza. Poco dopo che il Censis ci ha informato che le famiglie in povertà dieci anni fa erano meno di un milione e oggi sono più del doppio qualcuno deve avere fatto bene i calcoli sulla riforma dell’Irpef che porta nelle tasche circa 400 euro all’anno ai lavoratori con un reddito individuale di 25mila euro e di quasi 1.000 euro a chi guadagna più di 50mila euro.

Poiché i poveri sono poveri veri, nonostante una malsana litania che li voglia semplicemente sfigati o sconfitti o incapaci, e poiché le forniture stanno schizzando alle stelle il presidente del Consiglio deve avere pensato che chi guadagna più di 75mila euro all’anno avrebbe potuto contribuire i più poveri. Si chiama solidarietà e starerebbe scritta anche nella Costituzione, dovrebbe essere il faro di una seria riforma fiscale che riduca le disuguaglianze ma almeno sarebbe stato il primo passo.

Com’è andata a finire lo sapete benissimo poiché la notizia in questi ultimi giorni ha infiammato il dibattito politico: il centrodestra compatto (perché siamo d’accordo che Italia Viva, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia siano il centrodestra, potremmo anche smetterla di interrogarci su questo) ha votato contro.

I motivi sono i soliti di una destra che qui da noi fa la destra come in tutto il mondo: ognuno serve i propri interessi e i propri elettori e tutti i partiti in quell’alveo difendono i privilegi dei privilegiati e le ricchezze dei ricchi. Sta bene così. Lascia un po’ perplesso che il prode Salvini si voglia spendere come nuovo difensore dei meno abbienti ma il trucco di infilare rabbia lì dove manca reddito è oliato e sembra funzionare ancora.

Inarrivabile invece la spiegazione data da Luigi Marattin, il deputato economista renziano di Italia Viva, che da tempo ormai viene usato da Renzi per provare a rendere giustificabile l’ingiustificabile e mostrare il petto al lancio di pomodori. Marattin si lancia in un lunga spiegazione con i soliti messaggi promozionali (una presunta “punizione per i ricchi”, la litania del “destra e sinistra che c’entrano poco” e la solita sicumera nell’avere agito “contro” semplicemente perché sono nel giusto) ma sostanzialmente la spiegazione è questa: Italia Viva liscia il pelo a Draghi in ogni occasione ma non perde mai l’opportunità di votare con il centrodestra contro le proposte di Draghi.

Dice Marattin che quelli che guadagnano molto non vogliono togliersi dalle tasche qualche spiccio perché gli spicci non risolvono la povertà. E quindi? Quindi i poveri rimangano poveri e il loro taumaturgo Draghi ancora una volta ha proposto una soluzione evidentemente sbagliata.

È un cortocircuito che farebbe scompisciare dal ridere se non fosse tragico per il Paese: un partito che vorrebbe stare con la sinistra ma che è fidanzato segretamente con la destra, un partito che ci spiega l’economia e la politica con fare da maestrino eppure ha più senatori che elettori, un partito che odia i poveri ma vorrebbe essere ringraziato perché lo fa con passione.

L’editoriale politico più azzeccato rimane un commento su twitter di @stacce2021: «perché togliere 24€ a un ricco pe darne 8 a un povero, quando puoi dire ar povero “attaccatarcazzo?». È un po’ volgare, è vero, ma anche il resto fuori non profuma di buono.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

L’unico Pnrr che funziona

Che alla fine della spesa di tutti i miliardi che ci arrivano dall’Europa il Paese rischi di essere ancora più diseguale lo continua a ripetere Frabrizio Barca (che di disuguaglianze se ne occupa con serietà) e lo stanno vivendo i lavoratori. Dicono che poi sarà tutto bellissimo, bisogna avere pazienza e sembra la favola della rana bollita.

Ma sicuramente c’é qualcuno che quatto quatto continua a incassare vittorie mentre intorno nessuno ne parla: Lorenzo Guerini. Un perfetto ministro della guerra che sembra trasparente eppure sta facendo ricchi i signorotti del settore, figlio della migliore (o peggiore, secondo i punti di vista) educazione democristiana per cui la pace si predica ma non bisogna mai commettere il peccato di farla davvero.

Come racconta l’osservatorio sulle spese militari italiane Milex nel corso del 2021 il ministro della Difesa del governo Draghi, Lorenzo Guerini, ha sottoposto all’approvazione del Parlamento un numero senza precedenti di programmi di riarmo: diciotto in tutto, di cui ben tredici di nuovo avvio, per un valore già approvato di oltre 11 miliardi di euro e un onere complessivo previsto di oltre 23 miliardi. Dando il via libera a questi programmi, quasi tutti trasmessi alle Camere a tambur battente nell’arco di otto settimane tra fine settembre e metà novembre (due trasmessi ad agosto), le Commissioni parlamentari competenti (Bilancio e Difesa) hanno autorizzato (o lo faranno entro fine anno) spese per quasi 300 milioni nel 2021 e oltre 400 milioni nel 2022. I pareri favorevoli sono stati espressi sempre all’unanimità.

A beneficiarne è soprattutto l’Areonautica militare per oltre 6 miliardi e mezzo di euro complessivi: dall’avvio della fase di ricerca e sviluppo del nuovo caccia di sesta generazione Tempest (2 miliardi dei 6 previsti) ai nuovi eurodroni classe Male, dai nuovi aerei da guerra elettronica Gulfstream alle nuove aerocisterne per il rifornimento in volo Kc-46, dal nuovo sistema di difesa aerea Nato al nuovo centro radar spaziale di Poggio Renatico.

Ben 2,4 miliardi di euro sono per i programmi interforze: i droni kamikaze per le forze speciali e soprattutto le nuove batterie missilistiche antiaeree basate sui missili Aster: il programma più caro, da oltre 2,3 miliardi di euro.

Come faceva notare Oxfam lo scorso aprile «se i governi rinunciassero alle spese militari per sole 26 ore, avremmo 5,5 miliardi di dollari a disposizione per salvare 34 milioni di persone dalla fame nei prossimi mesi in Paesi piegati da guerra, pandemia e cambiamenti climatici». Se poi teniamo conto che il cliente migliore rimane l’Egitto che ci uccise Giulio Regeni (dai 7,4 milioni di euro del 2017 ai 69,1 del 2018, agli 817,7 del 2019 sino a quasi un miliardo dello scorso anno) insieme a Paesi come il Qatar, il Turkmenistan, l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, la Cina (peraltro oggetto di un embargo dell’Ue), la Turchia e Israele, ci possiamo rendere benissimo conto quanto interessi dalle parti del ministro Guerini la questione dei diritti umani.

Del resto stiamo parlando dello stesso ministero che in occasione della revoca dell’export di bombe e missili all’Arabia Saudita, accusata di crimini di guerra in Yemen dall’Onu ebbe il coraggio di scrivere: «Il dicastero della Difesa, in conclusione, rimarca come le recenti restrizioni imposte alle esportazioni verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, avendo suscitato perplessità presso le Autorità locali, possano configurare un potenziale rischio di natura economica per tutto il volume dell’export nazionale generalista verso i citati Paesi”. In parole semplici: sono preoccupati per le ricadute economiche, mica per i morti ammazzati.

Non è incredibile che di tutto questo non se ne parli? Non è incredibile che su questo tutto il Parlamento sia compatto e veloce?

Buona rinascita a tutti e buon lunedì.

 

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Evado al massimo

Avviso ai cani da tartufo che stanno spendendo questi ultimi mesi per scovare il percettore di 400 euro al mese di qualche reddito di cittadinanza magari senza meritarselo, avviso anche a quelli che dipingono un Paese trascinato dai tanti imprenditori onesti che rimangono strangolati da questi indolenti lavoratori che sognano solo il modo per poterli gettare sul lastrico e avviso per una certa classe politica che si sta spremendo per dirci che questo Paese precipita per colpa dei sussidi: mentre tutto il can can sui “furbetti” che riempiono i giornali costano 174 milioni di euro di truffe, ieri la Commissione europea ci ha raccontato che solo nel 2019 il tasso di evasione Iva è di 30,1 miliardi di euro.

I furbetti ci costano 174 milioni di euro, gli evasori Iva 30,1 miliardi

Centosettantaquattro milioni contro 30,1 miliardi: si nota la differenza fin lì? E chissà che ne dicono tutti gli europeisti che si appuntano le stellette al petto e intonano peana dedicati all’Ue che l’Italia è prima in classifica per evasione Iva in valore nominale e sfiora il podio nella vergognosa classifica per maggior divario tra gettito previsto e riscosso con il 21,3 per cento, dietro solo a Romania (34,9 per cento), Grecia (25,8 per cento), Malta (23,5 per cento) e Lituania (21,4 per cento), tutti Paesi che qui dalle nostre parti vengono indicati come culle di imprenditoria bifolca mentre i nostri giocano a fare gli eccellenti. Pensate che se dovesse partire domani una campagna biliosa contro gli evasori ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta per scegliere tra i tanti casi di evasori processati e condannati su tutto il territorio nazionale, ci sarebbero perfino nomi eccellenti da mettere in prima pagina con tanto di foto facilmente riconoscibile e perfino il contorno di qualche vippismo. Non si dovrebbe nemmeno aspettare il presunto mafiosetto di quartiere rubapolli per sparare qualche editoriale indignato perché si potrebbe pescare nel mazzo degli uomini di successo che veneriamo tutti i giorni e ospitiamo in televisione per parlare di giovani anche se non sono giovani, di povertà anche se non sono mai stati poveri, di lavoro basso anche se non si sono mai sporcati le mani, di politica perché qui da noi vendere molto champagne dà il diritto di parlare di politica e mai una volta che parlino di evasione fiscale. Sarebbe un intervento spettacolare, magari in penombra come i collaboratori di giustizia.

reddito di cittadinanza e evasione Iva: il rapporto
La compilazione del modulo per il reddito di cittadinanza (Getty Images)l

Continuiamo a fare i forti con i deboli e gli agnellini con i forti

E chissà perché anche sulle truffe allo Stato non si riesce a uscire dallo schema del fare i forti con i deboli e poi diventare agnellini con i forti. Perché sarebbe curioso sapere come riescano a dormire coloro che hanno il sonno disturbato per il reddito di cittadinanza e intanto stanno in un Paese in cui le cifre dell’evasione costano 4 mia euro al secondo, 240 mila euro al minuto, un tassametro da 14 milioni e 400 mila euro all’ora. Immaginate di scriverlo così, di ripeterlo tutti i giorni in tutti i telegiornali, immaginate i “signora mia!” che di leverebbero dalle cucine. Perché seguendo poi il trucco della strumentalizzazione di cui abusano certi leader sarebbe fin troppo semplice applicare queste cifre agli ospedali che avremmo potuto attrezzare, agli asili che avremmo potuto costruire, alle ferrovie che avremmo potuto migliorare e così via in una lunghissima lagna che sicuramente farebbe presa diventando virale in men che si dica.

Quell’articolo dimenticato della Costituzione

Tanto che ci siamo, sarebbe che curioso sapere perché a nessuno venga voglia (è un lavoro complesso, è vero, ma i risultati migliori sono sempre figli di ragionamenti complessi) di sventolare la Costituzione (che va di moda solo se torna utile e che diventa un reperto se cozza con certi propositi) che all’articolo 53 dice che «tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva», discendendo direttamente dai principi costituzionali di solidarietà e uguaglianza, che della Costituzione sono gli articoli 2 e 3, mica delle note a fondo pagina. Però quello è un articolo pericoloso perché è lo stesso che afferma che il sistema tributario è informato a criteri di progressività, l’esatto contrario di ciò che da anni avviene qui in Italia dove i cultori della flat tax vengono indicati come progressisti dimenticandosi che sarebbero perfino incostituzionali.

Nel 2018 l’evasione fiscale è stata di 110 miliardi

E se tutto questo vi sembra poco allora potremmo allargare il discorso all’evasione fiscale generale: nel 2018 l’evasione fiscale in Italia è stata di quasi 110 miliardi di euro, 109,8 miliardi per la precisione. È la stima, in attesa della riforma fiscale, dell’ufficio studi della Cgia di Mestre, secondo cui il mancato introito vale oe 6 punti di Pil. «In ae parole, per ogni 100 euro di gettito versato all’erario da cittadini e imprese, 15 sono rimasti nei portafogli degli evasori», ha spiegato l’associazione. Chissà che qualcuno non provi un po’ di imbarazzo per quel suo accanimento al “piccolo colpevole” mentre con l’aa mano continua a lisciare la schiena del “grande”. I furbetti in Italia sono furboni con le spalle molto larghe e con le amicizia molto giuste.

L’articolo Evado al massimo proviene da Tag43.it.

In Italia aumentano i complottisti: per 3 milioni il Covid è un’invenzione…

È un’Italia a tratti spaventosa quella che esce dal 55esimo rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese: irrazionale, insoddisfatta, spaventata, sempre più povera, che dissipa competenze, più difficile per i giovani e le donne e condizionata da internet. Il rapporto presentato ieri a Roma infatti racconta che accanto a una maggioranza ragionevole si è levata in questo ultimo anno «un sonno fatuo della ragione, una fuga fatale nel pensiero magico, stregonesco, sciamanico, che pretende di decifrare il senso occulto della realtà». Nel Paese ci sono circa 3 milioni di persone (il 5,9% degli italiani) per cui il Covid è solo un’invenzione.

Per il 10,9% il vaccino è inutile e inefficace. Per il 31,4% è un farmaco sperimentale e le persone che si vaccinano fanno da cavie. Per il 12,7% la scienza produce più danni che benefici. Non è un caso che si osservi «una irragionevole disponibilità a credere a superstizioni premoderne, pregiudizi antiscientifici, teorie infondate e speculazioni complottiste»: si passa dal 5G che dovrebbe essere una tecnologia per controllare le menti (e nonostante sembri uno sparuto gruppetto ci crede il 19,9% degli italiani) fino a un 5,8% di italiani che si dichiara “sicuro” che la terra sia piatta e un 10% convinto che l’uomo non sia mai sbarcato sulla Luna. Secondo il Censis «la teoria cospirazionistica del “gran rimpiazzamento” ha contagiato il 39,9% degli italiani, certi del pericolo della sostituzione etnica: identità e cultura nazionali spariranno a causa dell’arrivo degli immigrati, portatori di una demografia dinamica rispetto agli italiani che non fanno più figli, e tutto ciò accade per interesse e volontà di presunte opache élite globaliste» (e qui sarebbe interessante valutare l’impatto di certa retorica politica). Si tratta di una ripartenza che vede due tensioni opposte: chi traduce l’attesa in preparazione di un nuovo inizio e chi chi rifugge dalla consapevolezza che la realtà è aa cosa rispetto alla propria rappresentazione.

Secondo il Censis la fuga nell’irrazionale è l’esito di aspettative insoddisfatte. L’81% degli italiani ritiene che oggi è molto difficile per un giovane vedersi riconosciuto nella vita l’investimento di tempo, energie e risorse profuso nello studio. Il 35,5% è convinto che non conviene impegnarsi per laurearsi, conseguire master e specializzazioni, per poi ritrovarsi invariabilmente con guadagni minimi e rari attestati di riconoscimento. Per due terzi (il 66,2%) nel nostro Paese si viveva meglio in passato. Sono più della metà (il 51,2%) gli italiani convinti che non ci sia nessuna possibilità di tornare al benessere del passato e infatti solo il 15,2% degli italiani ritiene che dopo la pandemia la propria situazione economica sarà migliore. Per la maggioranza (il 56,4%) resterà uguale e per un consistente 28,4% peggiorerà. Intanto il patrimonio delle famiglie a causa della diminuzione del reddito lordo (-3,8% in termini reali nel decennio) si è ridotto nell’ultimo decennio (2010-2020) del 5,3% in termini reali. E le cose non sembrano andare meglio: a ottobre 2021 il rialzo dei prezzi alla produzione nell’industria è stato consistente: +20,4% su base annua. Si registra un +80,5% per l’energia, +13,3% per la chimica, +10,1% per la manifattura nel complesso, +4,5% per le costruzioni.

Si perde fiducia anche nella formazione scolastica: l’80,8% degli italiani (soprattutto i giovani: l’87,4%) non riconoscono una correlazione diretta tra l’impegno nella formazione e la garanzia di avere un lavoro stabile e adeguatamente remunerato. E intanto rimaniamo un Paese in cui quasi un terzo degli occupati possiede al massimo la licenza media. Inevitabile la guerra generazionale: il 74,1% dei giovani tra i 18-34 anni ritiene che ci siano troppi anziani a occupare posizioni di potere nell’economia, nella società e nei media, enfatizzando una opinione comunque ampiamente condivisa da tutta la popolazione (65,8%). I Neet, i giovani che non studiano e non lavorano, costituiscono una eclatante fragilità sociale del nostro Paese. Tra tutti gli Stati europei, l’Italia presenta il dato più elevato, che negli anni continua a aumentare.

Anche le donne pagano la pandemia: il tasso di attività femminile (la percentuale di donne in età lavorativa disponibili a lavorare) a metà anno è al 54,6%, si è ridotto di circa 2 punti percentuali durante l’emergenza pandemica e rimane lontanissimo da quello degli uomini, pari al 72,9%, collocando l’Italia all’ultimo posto in Europa. Cresce inevitabilmente l’utilizzo di internet per provvedere alle proprie necessità (58,6%), per le relazioni sociali (55,3%) e per lavorare o studiare (55,2%). Ci sono anche risvolti positivi: la pandemia ha portato a una riscoperta del valore della solidarietà. Un terzo degli italiani ha partecipato a iniziative di solidarietà legate all’emergenza sanitaria, aderendo alle raccolte di fondi per associazioni non profit, per la Protezione civile o a favore degli ospedali. Infine il parere degli italiani sulla gestione dell’emergenza da parte delle istituzioni: il 20,7% degli italiani ritiene che abbia prodotto buoni risultati, per il 56,3% è stata abbastanza adeguata, per il 23,0% inadeguata. Per ripartire servirà molto di più di qualche decreto.

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Tre suicidi in un mese, la strage silenziosa del carcere di Pavia

Tre suicidi tra il 25 ottobre e il 30 novembre nel carcere di Torre del Gallo, a Pavia. Si tratta di 3 detenuti che scontavano una condanna definitiva: un italiano di 36 anni condannato per estorsione, un uomo 47enne condannato per violenze familiari e infine un romeno di 36 anni che avrebbe dovuto scontare ancora 14 mesi. Pochi giorni prima dell’ultimo suicidio, l’associazione Antigone era stata in visita nell’istituto e la presidente di Antigone Lombardia Valeria Verdolini aveva riscontrato «moltissime criticità: strutturali, di sovraffollamento, legate al personale sottodimensionato (medico, in primis, ma anche penitenziario e trattamentale); infine criticità connesse ad una popolazione detenuta particolarmente sofferente che si trova ristretta tra quelle mura, in parte composta da detenuti cosiddetti “protetti”, ovvero isolati dagli altri per tutelarli dai rischi di aggressione (uno dei più grandi reparti protetti del nord Italia con oltre 300 presenze) e in parte portatrice di una fragilità sociale e psichica, situata nella struttura per la presenza dell’articolazione di salute mentale lombarda».

Il presidente di Antigone Patrizio Gonnella riconosce che «ogni suicidio è un caso a sé e va considerato nella sua complessità» ma «è anche vero che quando il numero dei suicidi supera una certa soglia è necessario indagare oltre, per capire se ci sono delle cause di tipo sistemico». Per questo l’associazione che si occupa di detenuti nei prossimi giorni tornerà nell’istituto per un ulteriore sopralluogo. La Garante provinciale dei detenuti Laura Cesaris sottolinea anche l’affanno della medicina penitenziaria che ha costretto un medico a turni di 36 ore poiché «con le dimissioni in massa del personale sono rimasti solo due medici, di cui uno, psichiatra, appunto costretto a fare turni per coprire le guardie». All’interno della struttura risultano inagibili la palestra, la cappella e le sale colloqui. «Questa è una situazione che si trascina da tempo e che va a esasperare altre situazioni, come la presenza alta di detenuti con patologie psichiatriche – spiega Cesaris –. A questo bisogna aggiungere l’assenza di progetti per i detenuti, che possano rappresentare un’alternativa al malessere per la condizione della detenzione, come ad esempio i corsi scolastici, che da quest’anno si sono notevolmente ridotti».

Eleonora Grossi, presidente della Camera Penale di Pavia, all’Agi ha raccontato che dalle informazioni a disposizione «due delle tre persone che si sono tolte la vita avevano problemi psichiatrici»: «Sono molto preoccupata, – dice Grossi – non si sono mai verificati tanti suicidi in un arco così ristretto di tempo. Siamo in contatto con la direttrice con la quale avevano già programmato un accesso al carcere ai primi di gennaio. Alla luce di quello che sta succedendo, vogliamo ancor più capire le cause che hanno spinto questi reclusi a togliersi la vita e quali sono le difficoltà nell’esercitare il controllo che deve essere garantito a questi detenuti». Sono 47 i detenuti suicidi dall’inizio dell’anno, ma lo stato comatoso delle carceri non sembra avere sussulti nel dibattito nazionale.

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Ricordarsi di ricordare chi è Silvio Berlusconi

Il Fatto Quotidiano (che sul tema è uno specialista) ha messo in fila le vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi. L’elenco è lungo e piuttosto disgustoso ma vale la pena tenerlo in tasca per le prossime settimane quando sentirete dire che “Berlusconi ha ricevuto una sola condanna e ha scontato la pena”.

L’unica condanna definitiva per Berlusconi è arrivata il 1 agosto del 2013 quando la Cassazione confermò il verdetto d’appello a 4 anni per frode fiscale per il processo sui diritti televisivi Mediaset. Pena decurtata di 3 anni grazie all’indulto. L’ex premier ha scontato la pena in affidamento ai servizi sociali facendo il volontario in un istituto per anziani a Cesano Boscone per essere stato, come hanno scritto gli ermellini nella motivazione del verdetto, «l’ideatore del sistema illecito per consentire la perdurante lievitazione dei costi di Mediaset a fini di evasione fiscale».

Però ci sono anche le prescrizioni. Il primo processo è All Iberian dal nome della società capofila della Finivest offshore. Cuore del processo la tangente più alta mai versata a un singolo politico: 23 miliardi di lire in nero a Bettino Craxi, leader socialista e amico di Berlusconi che gli paracaduta il denaro tra il gennaio e l’ottobre del 1991 poco dopo il via libera alla legge Mammì (approvata nell’agosto del 1990) che di fatto si limitava a cristallizzare l’esistente e mettere un sigillo normativo al duopolio Rai-Fininvest senza un vero tetto pubblicitario e spot senza limiti. Condannato in primo grado il 13 luglio 1998 per il solo finanziamento illecito, in secondo grado questo reato è già prescritto e la Cassazione il 22 novembre 2000 conferma ma «non emerge negli atti processuali l’estraneità dell’imputato». C’è poi il caso Lentini-Milan con il clamoroso acquisto del giocatore del Torino. L’ipotesi dei pm milanesi era che i 10 miliardi al presidente granata per agevolare il passaggio non siano mai stati iscritti a bilancio, dunque versati in nero. Il reato viene dichiarato prescritto dalla II sezione del Tribunale grazie alla solita concessione delle attenuanti generiche e alla riduzione dei termini di prescrizione introdotta dalla nuova legge sul falso in bilancio, varato dal governo dello stesso imputato. C’è poi la prescrizione per i bilanci Fininvest 1988 – 1992, quella per il consolidato Fininvest sempre grazie alle nuove regole sul falso in bilancio. C’è poi la prescrizione Mondadori (corruzione giudiziaria), il processo sulla cosiddetta guerra di Segrate che oppose Carlo De Benedetti a Berlusconi per il controllo del gruppo. Per l’ex Cavaliere, sempre grazie alle attenuanti generiche e alla contestazione di corruzione semplice e non in atti giudiziari, arriva una prescrizione. In sede civile la Cir dell’ingegnere però incassa 564,2 milioni di euro. Grazie comunque alla sentenza del processo penale che riconosceva che corruzione ci fu. Prescritto anche il processo Mills per corruzione giudiziaria con l’accusa per Berlusconi di aver pagato l’avvocato inglese ideatore delle società offshore con 600mila dollari in cambio di due false testimonianze nei processi Guardia di Finanza e All Iberian. Tra lodi e legge ex Cirielli per il leader di Fi arriva la sentenza di non luogo a procedere, prescrizione anche se solo in Cassazione per il legale inglese. Nel carnet delle prescrizioni c’è poi il caso della compravendita senatori. È del 2 luglio 2018 la conferma da parte della Cassazione sulla corruzione del senatore Idv, Sergio De Gregorio, pagato 3 milioni di euro per passare dal centrosinistra al centrodestra votando la sfiducia al governo Prodi nel 2008. L’ex parlamentare aveva invece patteggiato una condanna a 20 mesi nel 2013. «È del tutto pacifico che Berlusconi abbia agito con assoluta coscienza e volontà di corrompere un senatore della Repubblica» avevano scritto i giudici dell’appello. C’è poi il caso del nastro-Unipol. La VI sezione penale della Cassazione, il 31 marzo 2015, conferma la prescrizione per rivelazione di segreto d’ufficio per Paolo e Silvio Berlusconi per la storia dell’intercettazione della telefonata tra l’ex segretario degli allora Ds, Piero Fassino, e l’ex amministratore delegato di Unipol, Giovanni Consorte, nella quale l’ex sindaco e ministro pronunciò una famosa frase che suonava così: “Abbiamo una banca“ pubblicata da Il Giornale. Gli ermellini avevano scritto che era impossibile assolvere perché era indubbio che il placet dell’ex presidente del Consiglio aveva avuto «efficacia determinante ai fini della pubblicazione della notizia» da parte del quotidiano edito dal fratello sulla tentata scalata alla Bnl in quei mesi in cui era esploso il rikiso bancario e le relative inchieste.

Ci sono poi tre processi Ruby (minorenne marocchina – presente alle feste di Arcore e spacciata per la nipote dell’ex presidente Mubarak). Sul tema c’è una sentenza significativa: il 18 ottobre è diventata definitiva la condanna di Gianpaolo Tarantini a 2 anni e 10 mesi per reclutamento e favoreggiamento della prostituzione di donne che venivano accompagnate nelle residenze di Berlusconi.

Berlusconi ha beneficiato di due amnistie. Per il reato di falsa testimonianza ovvero aver mentito al Tribunale di Verona sulla sua iscrizione alla P2. Nell’ambito del fascicolo sui fondi neri Macherio: uno dei falsi in bilancio contestati è stato amnistiato. Altri due andarono prescritti, mentre fu pronunciata sentenza di assoluzione per la frode fiscale e l’appropriazione indebita.

Infine c’è la questione giudiziaria più abnorme: quella condanna a Marcello Dell’Utri per avere fatto da intermediario tra Berlusconi e Cosa Nostra.

Questo solo il lato giudiziario. Ma non si tratta solo di giustizia, dentro c’è anche un’enorme questione morale. Poi, con calma, vediamo quello politico. Tanto per capire di chi stiamo parlando come possibile prossimo presidente della Repubblica.

Buon venerdì.

 

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L’Aids continua ad uccidere: “L’epidemia entra nel suo quinto decennio”

Di Aids se ne parla sempre meno. Sarà che la pandemia Covid-19 sembra avere ormai occupato tutti gli spazi di informazione scientifica ma quella che viene considerata una malattia minore se non addirittura quasi debellata nel 2020 ha contagiato almeno 310.000 bambini, uno ogni due minuti, e ne ha uccisi almeno 120.000, uno ogni cinque minuti. Sono i numeri allarmanti del nuovo rapporto Unicef su Hiv e Aids – “Hiv and Aids Global Snapshot” – che avverte: la pandemia prolungata da Covid-19 sta aggravando le disuguaglianze che hanno a lungo guidato l’epidemia di Hiv, esponendo i bambini vulnerabili, gli adolescenti, le donne in stato di gravidanza e le madri che allattano a un rischio maggiore di perdere i servizi salvavita di prevenzione e trattamento dell’Hiv.

Secondo i dati dell’Unicef 160.000 bambini di età compresa tra 0 e 9 anni hanno contratto l’Hiv, portando il numero totale di bambini in questa fascia di età che vivono con l’Hiv a 1,03 milioni, 150.000 adolescenti tra i 10 e i 19 anni hanno contratto l’Hiv, portando il numero totale di adolescenti a 1,75 milioni (di cui 120.000 sono ragazze) e 120.000 bambini e adolescenti sono morti per cause legate all’Aids (86.000 da 0 a 9 anni e 32.000 da 10 a 19 anni).
Mentre in Africa orientale e meridionale, i nuovi contagi annuali tra gli adolescenti sono diminuiti del 41% dal 2010, in Medio Oriente e Nord Africa i contagi sono aumentati del 4% nello stesso periodo. 15,4 milioni di bambini hanno perso uno o entrambi i genitori per cause legate all’Aids l’anno scorso. Tre quarti di questi bambini, 11,5 milioni, vivono in Africa sub-sahariana. I bambini rimasti orfani a causa dell’Aids rappresentano il 10% di tutti gli orfani del mondo, ma il 35% di tutti gli orfani vive nell’Africa subsahariana.

«L’epidemia di Hiv entra nel suo quinto decennio nel contesto di una pandemia globale che ha sovraccaricato i sistemi sanitari e limitato l’accesso ai servizi salvavita. Nel frattempo, la crescente povertà, i problemi di salute mentale e gli abusi stanno aumentando il rischio di contagio per i bambini e le donne», ha detto il Direttore generale dell’Unicef Henrietta Fore. «A meno che non intensifichiamo gli sforzi per risolvere le disuguaglianze che guidano l’epidemia di Hiv, che sono ora esacerbate dal Covid-19, rischiamo di vedere più bambini contagiati dall’Hiv e più bambini che perdono la loro lotta contro l’Aids». Il rapporto evidenzia che molti paesi hanno subito interruzioni significative nei servizi per l’Hiv a causa del Covid-19 all’inizio del 2020. I test dell’Hiv per i neonati nei paesi ad alto impatto sono diminuiti dal 50 al 70%, con l’inizio di un nuovo trattamento per i bambini sotto i 14 anni che è diminuito dal 25 al 50%. I blocchi hanno contribuito ad aumentare i tassi di contagio a causa dei picchi di violenza di genere, dell’accesso limitato alle cure di follow-up e della mancanza di prodotti chiave.

Diversi paesi hanno anche subito riduzioni sostanziali nelle consegne nelle strutture sanitarie, nei test Hiv materni e nell’inizio del trattamento antiretrovirale dell’Hiv. In un esempio estremo, la copertura della terapia antiretrovirale tra le donne in stato di gravidanza è scesa drasticamente nell’Asia meridionale nel 2020, dal 71% al 56%. Anche se la fruizione dei servizi è ripresa nel giugno 2020, i livelli di copertura rimangono molto al di sotto di quelli precedenti al Covid-19, e la vera portata dell’impatto rimane sconosciuta. Inoltre, nelle regioni fortemente colpite dall’Hiv una pandemia prolungata potrebbe interrompere ulteriormente i servizi sanitari e ampliare i divari nella risposta globale. Nel 2020, in Africa sub-sahariana si è registrato l’89% dei nuovi contagi pediatrici da Hiv e l’88% dei bambini e degli adolescenti che vivono con l’Hiv in tutto il mondo, con le ragazze adolescenti che hanno sei volte maggiori probabilità di essere contagiate dall’Hiv rispetto ai ragazzi. Circa l’88% delle morti di bambini legate all’Aids sono avvenute nell’Africa sub-sahariana. È allarmante che 2 bambini su 5 che vivono con l’Hiv in tutto il mondo non conoscano il loro stato, e che poco più della metà dei bambini stia ricevendo un trattamento antiretrovirale.

Secondo il rapporto, nonostante alcuni progressi, nell’ultimo decennio i bambini e gli adolescenti hanno continuato a rimanere indietro in tutte le regioni. La copertura della terapia è molto indietro rispetto a quella delle madri in gravidanza (85%) e degli adulti (74%). La percentuale più alta di bambini che ricevono il trattamento antiretrovirale si registra in Asia meridionale (95%), seguita da Medio Oriente e Nord Africa (77%), Asia orientale e Pacifico (59%), Africa orientale e meridionale (57%), America Latina e Caraibi (51%) e Africa occidentale e centrale (36%). La tragica situazione dei minori affetti da Aids dimostra ancora una volta come le diseguaglianze, esattamente come accade per i vaccini Covid, impattino sulla diffusione della malattia. Con i farmaci oggi a disposizione non si muore più di Aids, se la malattia viene presa e trattata per tempo, ma non è ancora possibile sradicare il virus dell’Hiv dall’organismo. Ammalarsi di Aids nelle zone già povere del mondo invece spesso è una condanna morte.

L’articolo L’Aids continua ad uccidere: “L’epidemia entra nel suo quinto decennio” proviene da Il Riformista.

Fonte

“Caro Draghi, ho due case e guadagno bene: mi spiega perché deve abbassare a me le tasse e non ai più poveri?”

In Italia più di 2 milioni di cittadini sono in stato di povertà, lo dicono chiaramente i numeri e la pandemia (che non sembra finire presto) sta continuando a pesare sui lavoratori. 25 milioni di lavoratori e pensionati sfiorano o raggiungono a malapena i 25mila euro di reddito. Una nota curiosa: quei 25 milioni sarebbero il primo partito d’Italia, rappresenterebbero il 68% degli elettori votanti alle politiche del 2018.

Fuori dal coro unanime che osanna il governo dei migliori e che applaude ogni nuovo provvedimento c’è un’ampia fetta di italiani che si domanda perché il taglio delle tasse di 8 miliardi voluto da Draghi (di cui 7 sull’Irpef e uno sull’Irap) debba favorire chi guadagna più di 60/70mila euro all’anno dimenticandosi completamente quelli che guadagnano 1.000 euro al mese. Davide Maria De Luca, giornalista di Domani, sul suo profilo Twitter l’ha detto semplice semplice: «Ho un buono stipendio, – scrive De Luca – un ottimo contratto e una casa di proprietà. Economicamente la pandemia non l’ho praticamente sentita. Ma il governo Draghi, nella sua saggezza, ha ritenuto giusto che fossi io, e quelli come me, a ricevere il taglio di tasse più corposo di questa riforma». È solo una delle tante voci che stanno intervenendo in questi giorni: gente che non ritiene equo ottenere vantaggi fiscali nella propria posizione. Filippo Barbera – citato anche dal deputato Nicola Fratoianni – professore di sociologia dei processi economici e del lavoro all’università di Torino, scrive: «Gent.mo Presidente Draghi, ho 51 anni, sono Professore ordinario, pago un mutuo più che sostenibile. Ho una casa in città e una in campagna. Mi piace quello che faccio, guadagno bene senza essere straricco. MA PERCHÈ MI DEVE ABBASSARE LE TASSE?».

Della stessa idea sono anche i sindacati che qualche giorno fa hanno incontrato il ministro dell’Economia Daniele Franco: «ma non ha senso che chi guadagna 100 mila euro ha lo stesso vantaggio di chi ne prende 20 mila: il contrario della progressività», ha dichiarato Landini della CGIL. Sbarra (CISL) dice che «i redditi bassi non sono priorità per questo governo» e Bombardieri (UIL) ha raccontato che «il ministro si è presentato senza un pezzo di carta e con un’intesa blindata, ma quelle sono scelte sbagliate».

Il percorso è sempre quello che piace soprattuto a destra: invece di puntare a ridurre le disuguaglianze si preferisce cercare di dare le stesse possibilità di partenza a tutti. La chiamano uguaglianza ma è equità. Uguaglianza e equità sono due concetti profondamente diversi e due posizionamenti politici estremamente diversi. Non è un caso che la riforma che ha in testa Draghi renda felici tutti quelli che (soprattutto a destra) insistono in una tassazione flat per tutti, contravvenendo alla progressività fiscale che sta scritta nella Costituzione.

Come scrivono Salvatore Morelli, Economista presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Roma Tre e membro del gruppo di coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità, e Antonio Scialà, Professore Associato in Scienza delle Finanze presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Roma Tre, su Jacobin Italia: “in questo senso, parlare di «ceti medi», come molti hanno fatto in questi giorni, sarebbe fuorviante: ciò che nel dibattito pubblico si chiama «reddito medio» è in realtà un reddito medio-alto. È bene ricordare, infatti, che è sufficiente guadagnare circa 100.000 euro di reddito per entrare nell’1% della popolazione adulta con redditi Irpef più alti e circa 35.000 euro per entrare nel top 10%. Questa soglia scende fino a circa 30.000 euro al Sud e sale a circa 40.000 euro al Nord. Dunque il taglio delle tasse premierà principalmente i lavoratori dipendenti e pensionati con redditi alti e la riforma avrà delle ripercussioni distributive anche geografiche, nonché tra centro e periferia”.

Un punto è incontrovertibile: questa riforma è un ulteriore erosione della progressività fiscale, come avviene da decenni e basterebbe notare chi ne sorride soddisfatto per comprenderne la natura.

L’articolo originale scritto per TPI è qui