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Tre suicidi in un mese, la strage silenziosa del carcere di Pavia

Tre suicidi tra il 25 ottobre e il 30 novembre nel carcere di Torre del Gallo, a Pavia. Si tratta di 3 detenuti che scontavano una condanna definitiva: un italiano di 36 anni condannato per estorsione, un uomo 47enne condannato per violenze familiari e infine un romeno di 36 anni che avrebbe dovuto scontare ancora 14 mesi. Pochi giorni prima dell’ultimo suicidio, l’associazione Antigone era stata in visita nell’istituto e la presidente di Antigone Lombardia Valeria Verdolini aveva riscontrato «moltissime criticità: strutturali, di sovraffollamento, legate al personale sottodimensionato (medico, in primis, ma anche penitenziario e trattamentale); infine criticità connesse ad una popolazione detenuta particolarmente sofferente che si trova ristretta tra quelle mura, in parte composta da detenuti cosiddetti “protetti”, ovvero isolati dagli altri per tutelarli dai rischi di aggressione (uno dei più grandi reparti protetti del nord Italia con oltre 300 presenze) e in parte portatrice di una fragilità sociale e psichica, situata nella struttura per la presenza dell’articolazione di salute mentale lombarda».

Il presidente di Antigone Patrizio Gonnella riconosce che «ogni suicidio è un caso a sé e va considerato nella sua complessità» ma «è anche vero che quando il numero dei suicidi supera una certa soglia è necessario indagare oltre, per capire se ci sono delle cause di tipo sistemico». Per questo l’associazione che si occupa di detenuti nei prossimi giorni tornerà nell’istituto per un ulteriore sopralluogo. La Garante provinciale dei detenuti Laura Cesaris sottolinea anche l’affanno della medicina penitenziaria che ha costretto un medico a turni di 36 ore poiché «con le dimissioni in massa del personale sono rimasti solo due medici, di cui uno, psichiatra, appunto costretto a fare turni per coprire le guardie». All’interno della struttura risultano inagibili la palestra, la cappella e le sale colloqui. «Questa è una situazione che si trascina da tempo e che va a esasperare altre situazioni, come la presenza alta di detenuti con patologie psichiatriche – spiega Cesaris –. A questo bisogna aggiungere l’assenza di progetti per i detenuti, che possano rappresentare un’alternativa al malessere per la condizione della detenzione, come ad esempio i corsi scolastici, che da quest’anno si sono notevolmente ridotti».

Eleonora Grossi, presidente della Camera Penale di Pavia, all’Agi ha raccontato che dalle informazioni a disposizione «due delle tre persone che si sono tolte la vita avevano problemi psichiatrici»: «Sono molto preoccupata, – dice Grossi – non si sono mai verificati tanti suicidi in un arco così ristretto di tempo. Siamo in contatto con la direttrice con la quale avevano già programmato un accesso al carcere ai primi di gennaio. Alla luce di quello che sta succedendo, vogliamo ancor più capire le cause che hanno spinto questi reclusi a togliersi la vita e quali sono le difficoltà nell’esercitare il controllo che deve essere garantito a questi detenuti». Sono 47 i detenuti suicidi dall’inizio dell’anno, ma lo stato comatoso delle carceri non sembra avere sussulti nel dibattito nazionale.

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Ricordarsi di ricordare chi è Silvio Berlusconi

Il Fatto Quotidiano (che sul tema è uno specialista) ha messo in fila le vicende giudiziarie di Silvio Berlusconi. L’elenco è lungo e piuttosto disgustoso ma vale la pena tenerlo in tasca per le prossime settimane quando sentirete dire che “Berlusconi ha ricevuto una sola condanna e ha scontato la pena”.

L’unica condanna definitiva per Berlusconi è arrivata il 1 agosto del 2013 quando la Cassazione confermò il verdetto d’appello a 4 anni per frode fiscale per il processo sui diritti televisivi Mediaset. Pena decurtata di 3 anni grazie all’indulto. L’ex premier ha scontato la pena in affidamento ai servizi sociali facendo il volontario in un istituto per anziani a Cesano Boscone per essere stato, come hanno scritto gli ermellini nella motivazione del verdetto, «l’ideatore del sistema illecito per consentire la perdurante lievitazione dei costi di Mediaset a fini di evasione fiscale».

Però ci sono anche le prescrizioni. Il primo processo è All Iberian dal nome della società capofila della Finivest offshore. Cuore del processo la tangente più alta mai versata a un singolo politico: 23 miliardi di lire in nero a Bettino Craxi, leader socialista e amico di Berlusconi che gli paracaduta il denaro tra il gennaio e l’ottobre del 1991 poco dopo il via libera alla legge Mammì (approvata nell’agosto del 1990) che di fatto si limitava a cristallizzare l’esistente e mettere un sigillo normativo al duopolio Rai-Fininvest senza un vero tetto pubblicitario e spot senza limiti. Condannato in primo grado il 13 luglio 1998 per il solo finanziamento illecito, in secondo grado questo reato è già prescritto e la Cassazione il 22 novembre 2000 conferma ma «non emerge negli atti processuali l’estraneità dell’imputato». C’è poi il caso Lentini-Milan con il clamoroso acquisto del giocatore del Torino. L’ipotesi dei pm milanesi era che i 10 miliardi al presidente granata per agevolare il passaggio non siano mai stati iscritti a bilancio, dunque versati in nero. Il reato viene dichiarato prescritto dalla II sezione del Tribunale grazie alla solita concessione delle attenuanti generiche e alla riduzione dei termini di prescrizione introdotta dalla nuova legge sul falso in bilancio, varato dal governo dello stesso imputato. C’è poi la prescrizione per i bilanci Fininvest 1988 – 1992, quella per il consolidato Fininvest sempre grazie alle nuove regole sul falso in bilancio. C’è poi la prescrizione Mondadori (corruzione giudiziaria), il processo sulla cosiddetta guerra di Segrate che oppose Carlo De Benedetti a Berlusconi per il controllo del gruppo. Per l’ex Cavaliere, sempre grazie alle attenuanti generiche e alla contestazione di corruzione semplice e non in atti giudiziari, arriva una prescrizione. In sede civile la Cir dell’ingegnere però incassa 564,2 milioni di euro. Grazie comunque alla sentenza del processo penale che riconosceva che corruzione ci fu. Prescritto anche il processo Mills per corruzione giudiziaria con l’accusa per Berlusconi di aver pagato l’avvocato inglese ideatore delle società offshore con 600mila dollari in cambio di due false testimonianze nei processi Guardia di Finanza e All Iberian. Tra lodi e legge ex Cirielli per il leader di Fi arriva la sentenza di non luogo a procedere, prescrizione anche se solo in Cassazione per il legale inglese. Nel carnet delle prescrizioni c’è poi il caso della compravendita senatori. È del 2 luglio 2018 la conferma da parte della Cassazione sulla corruzione del senatore Idv, Sergio De Gregorio, pagato 3 milioni di euro per passare dal centrosinistra al centrodestra votando la sfiducia al governo Prodi nel 2008. L’ex parlamentare aveva invece patteggiato una condanna a 20 mesi nel 2013. «È del tutto pacifico che Berlusconi abbia agito con assoluta coscienza e volontà di corrompere un senatore della Repubblica» avevano scritto i giudici dell’appello. C’è poi il caso del nastro-Unipol. La VI sezione penale della Cassazione, il 31 marzo 2015, conferma la prescrizione per rivelazione di segreto d’ufficio per Paolo e Silvio Berlusconi per la storia dell’intercettazione della telefonata tra l’ex segretario degli allora Ds, Piero Fassino, e l’ex amministratore delegato di Unipol, Giovanni Consorte, nella quale l’ex sindaco e ministro pronunciò una famosa frase che suonava così: “Abbiamo una banca“ pubblicata da Il Giornale. Gli ermellini avevano scritto che era impossibile assolvere perché era indubbio che il placet dell’ex presidente del Consiglio aveva avuto «efficacia determinante ai fini della pubblicazione della notizia» da parte del quotidiano edito dal fratello sulla tentata scalata alla Bnl in quei mesi in cui era esploso il rikiso bancario e le relative inchieste.

Ci sono poi tre processi Ruby (minorenne marocchina – presente alle feste di Arcore e spacciata per la nipote dell’ex presidente Mubarak). Sul tema c’è una sentenza significativa: il 18 ottobre è diventata definitiva la condanna di Gianpaolo Tarantini a 2 anni e 10 mesi per reclutamento e favoreggiamento della prostituzione di donne che venivano accompagnate nelle residenze di Berlusconi.

Berlusconi ha beneficiato di due amnistie. Per il reato di falsa testimonianza ovvero aver mentito al Tribunale di Verona sulla sua iscrizione alla P2. Nell’ambito del fascicolo sui fondi neri Macherio: uno dei falsi in bilancio contestati è stato amnistiato. Altri due andarono prescritti, mentre fu pronunciata sentenza di assoluzione per la frode fiscale e l’appropriazione indebita.

Infine c’è la questione giudiziaria più abnorme: quella condanna a Marcello Dell’Utri per avere fatto da intermediario tra Berlusconi e Cosa Nostra.

Questo solo il lato giudiziario. Ma non si tratta solo di giustizia, dentro c’è anche un’enorme questione morale. Poi, con calma, vediamo quello politico. Tanto per capire di chi stiamo parlando come possibile prossimo presidente della Repubblica.

Buon venerdì.

 

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L’Aids continua ad uccidere: “L’epidemia entra nel suo quinto decennio”

Di Aids se ne parla sempre meno. Sarà che la pandemia Covid-19 sembra avere ormai occupato tutti gli spazi di informazione scientifica ma quella che viene considerata una malattia minore se non addirittura quasi debellata nel 2020 ha contagiato almeno 310.000 bambini, uno ogni due minuti, e ne ha uccisi almeno 120.000, uno ogni cinque minuti. Sono i numeri allarmanti del nuovo rapporto Unicef su Hiv e Aids – “Hiv and Aids Global Snapshot” – che avverte: la pandemia prolungata da Covid-19 sta aggravando le disuguaglianze che hanno a lungo guidato l’epidemia di Hiv, esponendo i bambini vulnerabili, gli adolescenti, le donne in stato di gravidanza e le madri che allattano a un rischio maggiore di perdere i servizi salvavita di prevenzione e trattamento dell’Hiv.

Secondo i dati dell’Unicef 160.000 bambini di età compresa tra 0 e 9 anni hanno contratto l’Hiv, portando il numero totale di bambini in questa fascia di età che vivono con l’Hiv a 1,03 milioni, 150.000 adolescenti tra i 10 e i 19 anni hanno contratto l’Hiv, portando il numero totale di adolescenti a 1,75 milioni (di cui 120.000 sono ragazze) e 120.000 bambini e adolescenti sono morti per cause legate all’Aids (86.000 da 0 a 9 anni e 32.000 da 10 a 19 anni).
Mentre in Africa orientale e meridionale, i nuovi contagi annuali tra gli adolescenti sono diminuiti del 41% dal 2010, in Medio Oriente e Nord Africa i contagi sono aumentati del 4% nello stesso periodo. 15,4 milioni di bambini hanno perso uno o entrambi i genitori per cause legate all’Aids l’anno scorso. Tre quarti di questi bambini, 11,5 milioni, vivono in Africa sub-sahariana. I bambini rimasti orfani a causa dell’Aids rappresentano il 10% di tutti gli orfani del mondo, ma il 35% di tutti gli orfani vive nell’Africa subsahariana.

«L’epidemia di Hiv entra nel suo quinto decennio nel contesto di una pandemia globale che ha sovraccaricato i sistemi sanitari e limitato l’accesso ai servizi salvavita. Nel frattempo, la crescente povertà, i problemi di salute mentale e gli abusi stanno aumentando il rischio di contagio per i bambini e le donne», ha detto il Direttore generale dell’Unicef Henrietta Fore. «A meno che non intensifichiamo gli sforzi per risolvere le disuguaglianze che guidano l’epidemia di Hiv, che sono ora esacerbate dal Covid-19, rischiamo di vedere più bambini contagiati dall’Hiv e più bambini che perdono la loro lotta contro l’Aids». Il rapporto evidenzia che molti paesi hanno subito interruzioni significative nei servizi per l’Hiv a causa del Covid-19 all’inizio del 2020. I test dell’Hiv per i neonati nei paesi ad alto impatto sono diminuiti dal 50 al 70%, con l’inizio di un nuovo trattamento per i bambini sotto i 14 anni che è diminuito dal 25 al 50%. I blocchi hanno contribuito ad aumentare i tassi di contagio a causa dei picchi di violenza di genere, dell’accesso limitato alle cure di follow-up e della mancanza di prodotti chiave.

Diversi paesi hanno anche subito riduzioni sostanziali nelle consegne nelle strutture sanitarie, nei test Hiv materni e nell’inizio del trattamento antiretrovirale dell’Hiv. In un esempio estremo, la copertura della terapia antiretrovirale tra le donne in stato di gravidanza è scesa drasticamente nell’Asia meridionale nel 2020, dal 71% al 56%. Anche se la fruizione dei servizi è ripresa nel giugno 2020, i livelli di copertura rimangono molto al di sotto di quelli precedenti al Covid-19, e la vera portata dell’impatto rimane sconosciuta. Inoltre, nelle regioni fortemente colpite dall’Hiv una pandemia prolungata potrebbe interrompere ulteriormente i servizi sanitari e ampliare i divari nella risposta globale. Nel 2020, in Africa sub-sahariana si è registrato l’89% dei nuovi contagi pediatrici da Hiv e l’88% dei bambini e degli adolescenti che vivono con l’Hiv in tutto il mondo, con le ragazze adolescenti che hanno sei volte maggiori probabilità di essere contagiate dall’Hiv rispetto ai ragazzi. Circa l’88% delle morti di bambini legate all’Aids sono avvenute nell’Africa sub-sahariana. È allarmante che 2 bambini su 5 che vivono con l’Hiv in tutto il mondo non conoscano il loro stato, e che poco più della metà dei bambini stia ricevendo un trattamento antiretrovirale.

Secondo il rapporto, nonostante alcuni progressi, nell’ultimo decennio i bambini e gli adolescenti hanno continuato a rimanere indietro in tutte le regioni. La copertura della terapia è molto indietro rispetto a quella delle madri in gravidanza (85%) e degli adulti (74%). La percentuale più alta di bambini che ricevono il trattamento antiretrovirale si registra in Asia meridionale (95%), seguita da Medio Oriente e Nord Africa (77%), Asia orientale e Pacifico (59%), Africa orientale e meridionale (57%), America Latina e Caraibi (51%) e Africa occidentale e centrale (36%). La tragica situazione dei minori affetti da Aids dimostra ancora una volta come le diseguaglianze, esattamente come accade per i vaccini Covid, impattino sulla diffusione della malattia. Con i farmaci oggi a disposizione non si muore più di Aids, se la malattia viene presa e trattata per tempo, ma non è ancora possibile sradicare il virus dell’Hiv dall’organismo. Ammalarsi di Aids nelle zone già povere del mondo invece spesso è una condanna morte.

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“Caro Draghi, ho due case e guadagno bene: mi spiega perché deve abbassare a me le tasse e non ai più poveri?”

In Italia più di 2 milioni di cittadini sono in stato di povertà, lo dicono chiaramente i numeri e la pandemia (che non sembra finire presto) sta continuando a pesare sui lavoratori. 25 milioni di lavoratori e pensionati sfiorano o raggiungono a malapena i 25mila euro di reddito. Una nota curiosa: quei 25 milioni sarebbero il primo partito d’Italia, rappresenterebbero il 68% degli elettori votanti alle politiche del 2018.

Fuori dal coro unanime che osanna il governo dei migliori e che applaude ogni nuovo provvedimento c’è un’ampia fetta di italiani che si domanda perché il taglio delle tasse di 8 miliardi voluto da Draghi (di cui 7 sull’Irpef e uno sull’Irap) debba favorire chi guadagna più di 60/70mila euro all’anno dimenticandosi completamente quelli che guadagnano 1.000 euro al mese. Davide Maria De Luca, giornalista di Domani, sul suo profilo Twitter l’ha detto semplice semplice: «Ho un buono stipendio, – scrive De Luca – un ottimo contratto e una casa di proprietà. Economicamente la pandemia non l’ho praticamente sentita. Ma il governo Draghi, nella sua saggezza, ha ritenuto giusto che fossi io, e quelli come me, a ricevere il taglio di tasse più corposo di questa riforma». È solo una delle tante voci che stanno intervenendo in questi giorni: gente che non ritiene equo ottenere vantaggi fiscali nella propria posizione. Filippo Barbera – citato anche dal deputato Nicola Fratoianni – professore di sociologia dei processi economici e del lavoro all’università di Torino, scrive: «Gent.mo Presidente Draghi, ho 51 anni, sono Professore ordinario, pago un mutuo più che sostenibile. Ho una casa in città e una in campagna. Mi piace quello che faccio, guadagno bene senza essere straricco. MA PERCHÈ MI DEVE ABBASSARE LE TASSE?».

Della stessa idea sono anche i sindacati che qualche giorno fa hanno incontrato il ministro dell’Economia Daniele Franco: «ma non ha senso che chi guadagna 100 mila euro ha lo stesso vantaggio di chi ne prende 20 mila: il contrario della progressività», ha dichiarato Landini della CGIL. Sbarra (CISL) dice che «i redditi bassi non sono priorità per questo governo» e Bombardieri (UIL) ha raccontato che «il ministro si è presentato senza un pezzo di carta e con un’intesa blindata, ma quelle sono scelte sbagliate».

Il percorso è sempre quello che piace soprattuto a destra: invece di puntare a ridurre le disuguaglianze si preferisce cercare di dare le stesse possibilità di partenza a tutti. La chiamano uguaglianza ma è equità. Uguaglianza e equità sono due concetti profondamente diversi e due posizionamenti politici estremamente diversi. Non è un caso che la riforma che ha in testa Draghi renda felici tutti quelli che (soprattutto a destra) insistono in una tassazione flat per tutti, contravvenendo alla progressività fiscale che sta scritta nella Costituzione.

Come scrivono Salvatore Morelli, Economista presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Roma Tre e membro del gruppo di coordinamento del Forum Disuguaglianze e Diversità, e Antonio Scialà, Professore Associato in Scienza delle Finanze presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Roma Tre, su Jacobin Italia: “in questo senso, parlare di «ceti medi», come molti hanno fatto in questi giorni, sarebbe fuorviante: ciò che nel dibattito pubblico si chiama «reddito medio» è in realtà un reddito medio-alto. È bene ricordare, infatti, che è sufficiente guadagnare circa 100.000 euro di reddito per entrare nell’1% della popolazione adulta con redditi Irpef più alti e circa 35.000 euro per entrare nel top 10%. Questa soglia scende fino a circa 30.000 euro al Sud e sale a circa 40.000 euro al Nord. Dunque il taglio delle tasse premierà principalmente i lavoratori dipendenti e pensionati con redditi alti e la riforma avrà delle ripercussioni distributive anche geografiche, nonché tra centro e periferia”.

Un punto è incontrovertibile: questa riforma è un ulteriore erosione della progressività fiscale, come avviene da decenni e basterebbe notare chi ne sorride soddisfatto per comprenderne la natura.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Natale tra giochi e filo spinato, il tragico contrasto dei bimbi migranti

Sull’isola greca di Samos è stato inaugurato un nuovo centro di accoglienza per i migranti finanziato dall’Unione Europea. Andrea Costa, presidente e coordinatore di Baobab Experience, appena ha ricevuto una foto dell’area giochi all’interno del nuovo centro, con scivoli e fino spinato, non è riuscito a trattenersi: «Buon Natale! (pagheremo caro, pagheremo tutto)», ha scritto sul suo profilo Facebook. «La foto me l’ha mandata un’attivista stamattina- spiega Costa a Il Riformista – In questo periodo della polemica sulla fake news del Natale abolito faceva contrasto perché questo campo si inaugura proprio sotto Natale con un parco giochi per bambini e con una recinzione che ricorda un periodo buio della nostra vita».

Costa chiarisce che non farebbe «mai paragoni con Shoah. Lo fanno i no vax e la roba mi fa orrore» ma aggiunge che «immaginare bambini siriani afghani e iracheni rinchiusi lì mi fa dire “questa scena io l’ho già vista”. Avrebbero potuto mettere un muretto colorato con disegni, un cancello di legno (visto che purtroppo il campo deve essere chiuso) ma non può essere nel 2021 che l’Ue finanzi una roba del genere mentre ci stiamo commuovendo per i bambini in Bielorussia al di là del filo spinato o alla frontiera bosniaco-croata, per i bambini morti nel Mediterraneo oppure per i minori respinti alla frontiera di Ventimiglia. C’è qualcosa di forte che stride con tutto questo clamore che c’è stato con il Natale: la notizia vera è proprio questa fotografia». Del resto il presidente di Baobab ritene che «il Natale è accoglienza, grotta, i Re Magi e tutto quel mondo variegato presente nello spirito natalizio. Quel campo è a Samos ma può essere il campo di Lipa, può essere ovunque. Oltre al discorso di aprire le frontiere e salvare la gente in mare esistono anche le leggi in difesa dei diritti dei bambini. Quei minori rimarranno lì per mesi, forse per anni».

Del resto questi sono i giorni in cui il Natale comincia ad essere sventolato proprio da certi sovranisti e xenofobi mostrando tutta l’ipocrisia del Natale che riesce a disinteressarsi dei diritti dei migranti: «Questo è il vero tema – racconta Costa – e ti dimostra quanto sia finta questa discussione intorno ai valori e al presepe. Volendo scavare, e lo dico da ateo felice di festeggiare il Natale, si dimostra come queste battaglie siano assolutamente finte. Mai in nessuna parola di queste persone c’è la difesa dei veri valori. Ti rendi conto di come sia una roba usata esclusivamente per voler far passare un altro messaggio: non si difende il Natale, si difendono, lo dice il Papa stesso, i privilegi e si colpiscono i diritti umani, i diritti dell’uomo, delle donne e dei bambini».

Il tema è sempre lo stesso. Secondo Costa «l’Europa politica non è all’altezza. Fortunatamente c’è un’Ue che è quella degli attivisti, dei solidali, dei volontari. Ci sono persone in questa parte fortunata del mondo che capiscono il dramma perché magari tra 100 anni saremo noi a cercare rifugio da un’altra parte». E forse capiremo la lezione.

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Dopo il ddl Zan, la nuova maggioranza Italia Viva-centrodestra affossa anche la legge anti-lobby

C’è qualcuno che potrebbe sinceramente credere che questo Parlamento abbia i numeri per votare una seria legge che regoli l’attività di lobbing, per ottenere maggiore trasparenza e soprattutto per inserire una norma che vieti ai decisori pubblici di svolgere almeno per tre anni attività lobbistica? E infatti non vi sbagliate, proprio no.

Ieri in commissioni Affari costituzionali della Camera si discuteva della proposta di legge che prova a regolamentare il cosiddetto fenomeno delle porte girevoli, ovvero quello scambio tra politica e affari dove i rappresentanti dell’una si mischiano con gli interessi dell’altra, che rappresenta da sempre un vulnus delle democrazie.

Il disegno di legge raccoglie tre diverse ddl (uno del Pd con prima firma Marianna Madia, uno di Iv con Silvia Fregolent e uno di M5s con Francesco Silvestri) e prevede un registro in cui inserire i portatori di interessi e le loro attività. Il testo unificato redatto dalla relatrice Vittoria Baldino (M5S) prevedeva inizialmente di escludere la possibilità di iscriversi al Registro per tre anni dopo la fine del mandato per tutti i “decisori pubblici”, vale a dire “i membri del Parlamento e del Governo”, gli amministratori delle Regioni e dei Comuni con più di 300mila abitanti e i membri delle autorità indipendenti ma dopo la discussione di diversi emendamenti era stata trovata la mediazione di escludere dall’iscrizione al registro solo per un anno esclusivamente i membri del Governo nazionale e regionale, mentre per i parlamentari e gli altri soggetti l’esclusione valeva solo durante il loro mandato.

La sintesi finale è stata messa al voto (con parere favorevole del governo espresso dalla sottosegretaria Deborah Bergamini) ma la renziana Fregolent ha deciso di votare contro con tutto il centrodestra, ripetendo di fatto il solito schema di “maggioranza alternativa” che si ripete in queste settimane (lo stesso che ha affossato il Ddl Zan) e soprattutto, come ha sottolineato il capogruppo del Pd in Commissione Stefano Ceccanti, «per far pesare i propri voti, anche in vista del voto per il Quirinale».

Così alla Camera si rimane con un registro che ad esempio sul ministero dello Sviluppo economico ha un’agenda inchiodata allo scorso agosto e che contiene solo 270 iscritti senza mai tenere traccia di nessun incontro tenuto da qualche lobbista con un singolo deputato. Al Senato va ancora peggio: nessun registro e nessuna volontà di introdurlo.

Vale la pena fare un fiaccola precisazione: la legge non avrebbe interessato le attività del leader di Italia Viva Matteo Renzi che ufficialmente non rappresenta interessi di aziende private ma si occupa di conferenze retribuite da Stati esteri.

Insomma sarebbe stata comunque una legge blanda ma evidentemente in questi tempi non è possibile aspirare nemmeno a quello.

La nuova maggioranza Italia Viva-centrodestra invece continua a marciare insieme mentre l’elezione del Presidente della Repubblica si avvicina. Questa forse è la notizia peggiore. Chissà se Draghi si è accorto di tenere insieme un governo che è solo sulla carta.

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Morisi: l’ipocrisia non si archivia

Il caso Luca Morisi verrà probabilmente presto archiviato. La Procura di Verona – scrive il Corriere – chiederà a breve l’archiviazione per “particolare tenuità del fatto” nei confronti dell’ex responsabile della comunicazione di Matteo Salvini, che ad agosto era stato indagato per droga dopo che i Carabinieri, su segnalazione di due giovani romeni con i quali aveva trascorso la notte, avevano scoperto nella sua casa di Belfiore una piccola quantità di cocaina.

Subito sono partite le urla sguaiate di destrorsi e primati nazionali per dirci che «era solo fango», che «non c’è nulla» e che la macchina del fango nei confronti dell’inventore della Bestia leghista gli ha rovinato la vita e ha danneggiato la Lega. Qualcuno addirittura vorrebbe spiegarci che non avrebbe dovuto dimettersi.

Tutto questo inutile vociare è cretino. Spostare sul lato giudiziario la vicenda di Luca Morisi è un trucco che non ha niente a che vedere con la realtà. Morisi (e la Lega a ricaduta) ha passato anni a colpire con violenza attraverso la sua comunicazione gli stranieri, gli omosessuali e i consumatori di droga dipingendoli come il male assoluto di un’italianità che andava perdendosi e come segnali di una decadenza culturale, sociale e politica. Sia chiaro: l’ha fatto lui, l’ha scritto lui, l’ha suggerito lui a Salvini nell’orecchio, l’ha radicato lui nella comunicazione del partito. Sostanzialmente Morisi per anni ha additato in pubblico come appestati coloro che avevano gli stessi atteggiamenti che adottava in privato. Questo è il punto: l’ipocrisia di una politica che condanna brutalmente modalità che poi nascostamente adotta.

L’ipocrisia è il peggior peccato per un politico e Luca Morisi aveva un ruolo politico. Di questo stiamo parlando. Su questo sarebbe curioso ascoltare le risposte. Spostare la discussione su un altro piano è una fuga. L’avevamo scritto quando venne fuori questa storia e lo ripetiamo adesso: che dicono alla Lega dell’ennesimo caso che smaschera la loro ipocrisia

Questo ci interessa. L’ipocrisia non si archivia.

Buon mercoledì.

 

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Il fatto di avere una figlia non è un’attenuante bensì un’aggravante: qualcuno lo spieghi al tifoso molestatore

«Ho un figlia, capitemi»: puntuali come una sventura arriva il pentimento lacrimevole di Andrea Serrani, il quarantacinquenne anconetano tifoso della Fiorentina che all’uscita dallo stadio non ha trovato niente di meglio da fare che sputarsi su una mano per tirare una sculacciata alla giornalista Greta Beccaglia, in collegamento per una trasmissione televisiva regionale. Solo che Andrea Serrani è finito su tutte le televisioni e social mentre infoiato ha esibito tutta la sua tossica mascolinità e quindi ora gli tocca fare il pentito perché la figura di merda, si sa, pesa più del reato.

Probabilmente qualcuno gli avrà anche spiegato che quella che lui ritene una leggerezza in realtà è un reato che, ci auguriamo, come reato andrà punito. Non serve, come si chiede in giro, “una punizione esemplare”: serve quello che è giusto e stabilito dalla legge, anche solo quello basterà per lanciare un segnale chiaro.

E, c’era da scommetterci, le scuse di Serrani sono della stessa pasta del suo gesto: ci dice che non voleva essere “un gesto sessista” e “nemmeno un’allusione sessuale” perché il macho Serrani evidentemente tocca indifferentemente culi alle donne e scroti agli uomini ritenendo di essere simpatico; ci fa sapere che non è “una persona cattiva” (e infatti non verrà mica processato per cattiveria ma più banalmente per violenza sessuale); dice che sta “passando tutti i dispiaceri del mondo” (perché invece Greta Beccaglia si sarà sentita benissimo dopo essere stata investita da un’orda di uomini come lupi affamati); si lamenta di avere “lavorato per una vita” e poi “guardate dove è finita questa cosa per uno sbaglio”, perché ovviamente come tutti pretende comprensione. 

Insuperabile la spiegazione sullo sputo: “stavo tossendo, non ho sputato”, ci spiega. Forse oltre a un avvocato gli conviene cercare un buon pneumologo in giro, anche perché non sono tempi buoni per la tosse questi. L’avvocato, da buon avvocato, confida in una composizione bonaria e invita Greta Beccaglia (che su quasi tutti i giornali viene continuamente chiamata “Greta” perché come tutte le donne non ha un cognome e non ha una professione, è semplicemente una femminuccia da trattare con paternalista tenerezza) a conoscere Serrani per accettare le sue scuse.

Notevole anche Il Resto del Carlino che intervista tutti gli amici di Serrani che trova in giro per dirci che “lo sanno tutti che è un buono”, “un ragazzo di grande forza ma mai violento e affettuoso con le persone” (insomma, gli è uscita una pacca sul culo troppo intensa perché è troppo muscoloso). 

Per non farci mancare niente Andrea Serrani ci dice che ha anche un figlia, come se fosse un’attenuante senza riconoscere che invece è un’aggravante. Il che ci dice almeno due cose: quindi Andrea Serrani sarà sorridente e aperto a tutti quelli che molesteranno per gioco sua figlia ma soprattutto Andrea Serrani non riesce proprio a non usare le donne e infatti alla fine usa la figlia come scudo.

Non male come difesa, davvero. Ha ragione Greta Beccaglia a dire che «le scuse sono il minimo» e che «la giustizia deve fare il suo corso». Molti si lamentano che di questo storia si sia parlato troppo («non siamo tutti così!», urlano nel vento di certe code di paglia), facciamo che ne parli un tribunale. Lì, vedrete, si discuterà di Serrani come l’ennesimo uomo che ha usato il corpo di una donna senza consenso approfittando di un momento di temporanea fragilità, nel pieno di una diretta televisiva. E prima o poi si capirà che Andrea Serrani incarna esattamente il modello culturale da combattere.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Siano beati i tagliatori di teste

Forse non vi è sfuggita la notizia che qualche giorno fa, l’avvocato Stefano Rotondi scriveva sui suoi social: «Sono orgoglioso di annunciare che LabLaw (lo studio dell’avvocato Rotondi, nda) ha vinto il premio come ‘Studio dell’anno Lavoro’ ai TopLegal Awards 2021», aggiungendo le seguenti motivazioni: «Stimato per la proattività e la lungimiranza con cui affianca i clienti. Come nell’assistenza a Gkn per la chiusura dello stabilimento fiorentino e l’esubero di circa 430 dipendenti».

Il post del legale si conclude così: «Lavoro di squadra, passione e dedizione, questi i valori nei quali crediamo e che ci spingono a voler raggiungere traguardi sempre più alti». Il post è stato pubblicato il 24 novembre alle 16:22 ma il 26 novembre è stato cancellato.

Il Collettivo di Fabbrica-Lavoratori Gkn rispose per le rime: «And the winner is… Comunque a noi pare che contro la Fiom di Firenze avete perso non uno ma due articoli 28, la fabbrica ad oggi non è chiusa, e per quanto ci riguarda abbiamo avuto modo di apprezzare la vostra discutibile presenza in sede sindacale dove non ci sembra abbiate tenuto testa a quattro operai in croce nell’assistere un liquidatore in sede sindacale senza nemmeno forse sapere che forma hanno i nostri semiassi. Firmato: i vostri 430 esuberi circa».

Il sindaco di Firenze Nardella si definì «disgustato», il ministro del lavoro Andrea Orlando disse «dobbiamo pensare a cosa sia successo per arrivare a questo punto. Non è giusto vantarsi di un licenziamento. Bisogna riflettere sul come sia possibile che diventi quasi normale che uno rivendichi di aver assistito quel tipo di licenziamento. Se c’è chi lo rivendica – ha concluso ironicamente – magari pensa anche che possa portare qualche prestigio».

Ora siamo, c’era da aspettarselo, al capovolgimento della situazione. L’avvocato Rotondi ieri ha indossato i panni della vittima: «Non esiste un premio per chi licenzia – dice – e nessun premio è stato dato al mio studio perché siamo stati bravi a licenziare, questa è solo una strumentalizzazione mediatica che da una parte posso condividere sotto un profilo umano con i lavoratori interessati, ma non condivido in nessun modo per l’altra parte del mondo». Rotondi ci dice anche che questa situazione «non fa altro che fomentare un odio e una pericolosità sociale inaccettabili. Io sono molto preoccupato per la sicurezza dei miei collaboratori – dice -, della mia famiglia e da ultimo per me. Sono mesi che noi con i nostri partner le istituzioni e la società stiamo cercando di trovare una soluzione da un problema che esiste, questo è fuor di dubbio. Però questo è lo sforzo che è stato premiato dalla società che ci ha dato e indicato tra gli studi migliori in questo settore».

La difesa (deboluccia, tocca ammetterlo) dell’avvocato è interessante: sostanzialmente dice di non avere contribuito alla sistemazione di nessun esubero e di essere stato premiato per la buona volontà (credibile, vero?); riesce ad accusare dei lavoratori licenziati (perché loro no, loro non hanno problemi di sicurezza di sostentamento per i figli e per le loro famiglie) e infine ci fa sapere che «si sta pensando a soluzioni che possano evitare in assoluto qualsivoglia  problema occupazionale e sociale». Quindi, perché avrebbe festeggiato?

È la retorica dei tagliatori di teste in questo fine 2021, l’inizio di un’epoca che promette per loro grandi regalie: tagliare 422 lavoratori significa contribuire al rilancio economico del Paese. Sembra una storia di provincia e invece è un vento che spira fin nei piani più alti del governo: per molti il Pnrr sarà possibile solo liberandosi dei lacci di legge che tutelano i lavoratori per poi poterli riassumere molto più deboli, molto più schiavi, molto più disponibili alle rinunce. E forse il ministro Orlando dovrebbe spiegarci come sia possibile che uno studio legale sia riuscito a compiere una strage di lavoratori senza trovare uno scoglio. Perché il problema non sono i tagliatori di teste ma gli spifferi di una legge sempre più blanda che gli permette di essere i nuovi beati.

Buon martedì.

 

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Prendiamocela, invece

Greta Beccaglia è una giornalista di Toscana Tv che ieri era all’uscita dei tifosi del Castellani di Empoli per fare il suo lavoro. Se non avete ancora inteso il senso della giornata internazionale contro la violenza sulle donne e se ancora siete convinti che solo il femminicidio sia un evento per cui allarmarsi (e ci sono quelli che nemmeno per quello hanno un sussulto) allora potete guardare con attenzione quei secondi in cui Beccaglia (che su molti giornali di oggi è “Greta” e basta perché le donne, si sa, si chiamano per nome o per parentela) sta facendo il suo lavoro e viene palpeggiata da un passante che ancora eccitato dalla partita pensa bene di sputarsi sulla mano e tirarle una pacca sul sedere. Non finisce qui: pochi secondi dopo altri tifosi, infoiati per il lussurioso binomio calcio-donna le lanciano epiteti schifosi. Uno sognava di consumarla lì sul posto e continuava a ripeterle «Bellissima. Sei bellissima»·

Beccaglia prova ad abbozzare. Risponde dicendo che no, che non è quello il modo, intervistata da Repubblica dice di aver provato a essere “professionale”. In fondo funziona così: alle donne viene richiesto di essere professionali anche quando gli si vomita addosso di tutto. In quei secondi c’è dentro tutto: c’è quello che non si trattiene e fa ciò che il branco sognerebbe di fare, c’è la mancata solidarietà di tutti quelli intorno che rendono il tutto estremamente normale, c’è un reato (perché la molestia è un reato, vale la pena ricordarlo) in diretta televisiva che viene trattato come un prevedibile incidente e c’è perfino la vittimizzazione secondaria di Beccaglia che sui social viene invitata a non indossare quei jeans troppo stretti perché come al solito la donna che lavora deve essere incompetente, non all’altezza e sprovveduta e non fa niente che Greta Beccaglia abbia fatto interviste nel post partita perfino sotto la curva del Boca Juniors, a Buenos Aires, in uno stadio famoso per essere “caldo”. Doveva temere Empoli, invece. C’è anche un altro aspetto: i calciatori in campo erano tutti con un bel segno rosso sul viso per manifestare contro la violenza sulle donne. Insomma, ci sono tutti gli ingredienti, perfino la messinscena.

Dallo studio il conduttore Giorgio Micheletti la invita a continuare («non te la prendere», ripete), poi assume il solito atteggiamento paternalista dicendole che «sono esperienze che aiutano a crescere» e infine la invita a chiudere il collegamento e sbrigarsela da sola. Sarebbe bello capire se Micheletti sia disposto a non prendersela mentre qualcuno gli palpa lo scroto all’esterno di uno stadio e sarebbe curioso sapere quale esperienza di vita possa essere una manata sul culo.

Fatto sta che l’altro ieri in diretta abbiamo assistito a un reato e in questo Paese che vive sui reati (veri o presunti) la roba è considerata una semplice disavventura. Il sito della Fiorentina (che giocava in quello stadio) definisce l’accaduto sul suo sito ufficiale «un gesto stupido e incivile». Eppure meraviglia che ci si meravigli che un gruppo di tifosi veda una donna come oggetto a sua disposizione: è il naturale risultato della narrazione e della cultura patriarcale.

Il tifoso che palpa e il giornalista che minimizza sono figli della stessa cultura, nonostante uno commetta un reato e l’altro semplicemente faccia la figura del cretino: non prendersela è il modo migliore per concimare l’ambiente in modo che succeda di nuovo, sempre di più, sempre peggio.

E allora prendiamocela. Usate tutto questo bifolco giustizialismo che avete sempre contro i disperati per chiedere giustizia, convogliate la rabbia nel verso giusto. Aspettiamo con ansia la notizia che quel tifoso venga identificato e denunciato. Prendersela è il modo migliore per celebrare la giornata contro la violenza sulle donne tutti i giorni dell’anno.

Buon lunedì.

Per approfondire, Left in edicola fino al 2 dicembre 2021

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