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La variante sovranista

Che spudorata tenerezza. L’Europa e gli Usa, che ora tremano per la nuova variante sudafricana, le hanno perfino trovato il nomignolo con la quindicesima lettera dell’alfabeto greco, quell’Omicron breve che forse vorrebbe essere un augurio. Chiudete gli aeroporti, si dicono al telefono, convinti che il mondo abbia una scala antincendio che permetta una discesa tranquilla anche nei più gravi casi di emergenza. Chiudono i porti, chiudono gli aeroporti, diventano torvi con gli altri (e gli altri erano cinesi, poi lodigiani, ora sudafricani) e non sanno che il virus viaggia veloce, come le merci ma senza bisogno di autostrade e pedaggi.

La miopia di chi è convinto di salvarsi blindandosi

Un’ora fa, scrivo e sono le 11 e 22, 61 persone sono arrivate a Amsterdam dal Sudafrica e sono tutte positive, ieri un paziente contagiato dalla variante Omicron è stato individuato in Belgio e la pandemia avrebbe già dovuto insegnarci che a meno che quello non abbia vissuto gli ultimi giorni surgelato avrà visto gente, ci avrà parlato, si sarà strusciato su passanti che l’hanno oltrepassato, se gli è andata bene avrà avuto pure un caldo contatto fisico. Anni di pandemia e dirigenti del mondo occidentale tribolano davanti alle sciagurate novità con lo sguardo corto di è convinto di potersi barricare e fare di tutti gli altri una periferia.

I ricchi stanno erogando più richiami di quante prime dosi siano usate nelle nazioni povere

La variante Omicron sudafricana avrebbero benissimo potuto chiamarla variante M come miopia, oppure E come egoismo o meglio ancora avrebbero potuto chiamarla S come stupidità. Sono mesi che si invita a ragionare su un mondo che no, non finisce al cancello del nostro cortile ma ha bisogno di essere curato con solidale eguaglianza per guarire, sono mesi che i Paesi più ricchi del mondo scrivono su carta intestata che il vaccino debba essere una sfida globale eppure l’Africa ha il 17 per cento della popolazione mondiale e il 3 per cento delle dosi di vaccino. Oggi nel mondo si somministreranno più terze dosi che prime dosi, i ricchi stanno erogando più richiami di quante prime dosi siano usate nelle nazioni dei poveri. Non è solo una questione di etica (che gliene fotte a questi dell’etica, nelle scuola la sostituirebbero volentieri con un’ora in più di catena di montaggio), è una questione di efficacia: credere di sconfiggere una pandemia globale (quindi interconnessa) con un disconnesso intervento in base al reddito è un’idiozia evidente fin dai primi mesi.

Il sovranismo sanitario non funziona e non funzionerà

Il programma Covax dell’Oms, con la sua solita liturgia del “che bravi i ricchi che aiutano i poveri a casa loro”, promette la vaccinazione del 70 per cento degli africani entro luglio 2022 ma con le sporadiche donazioni di qualche milione di dosi non si risolverà il problema. Pensateci, quale sindaco governerebbe la sua città vaccinando solo una parte dei suoi cittadini fino alla terza dose e lasciando indietro interi quartieri? Verrebbe preso per irresponsabile, cretino e in malafede. Sicuro. Quante altre ondate dovranno arrivare prima che qualcuno sottolinei l’immoralità di chi non liberalizza il brevetto del vaccino che può farci ripartire? La chiamano sudafricana ma la variante che riempie i giornali in queste ore ha il retrogusto del capitalismo, sempre lui, che tratta anche il Covid come un problema da risolvere per sé prima di dedicarsi agli altri. Siamo di fronte a un sovranismo sanitario che non funziona e non funzionerà: uscirci tutti insieme sarebbe stata l’unica illuminata e responsabile strada da perseguire. Lo capiranno tardi. Lo capiranno solo quando il virus intaccherà ancora più sensibilmente i loro soldi.

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La politica è ormai latitante sulla mafia

L’ultimo alito di un vero dibattito a livello nazionale è stata la penosa diatriba sulla mafia che in Lombardia non esisteva secondo alcuni importanti esponenti del centrodestra. Era novembre del 2010. Se vi sforzate a cercare l’ultima volta che avete sentito parlare di mafie tutti ma proprio tutti i media, i politici, le copertine, i telegiornali, la gente al bar, i colleghi in ufficio bisogna tornare indietro di 11 anni. Poi, chissà perché, l’argomento si è involuto da emergenza a fisiologico danno, i partiti hanno svogliatamente inserito la lotta alla criminalità organizzata nei loro opuscoli elettorali più per non farne notare l’assenza che per un reale coinvolgimento, le agenzie stancamente lanciano l’arresto di qualche personaggio noto sempre con il solito schema, perfino le reazioni sono sempre uguali a se stesse da poterle anticipare prima che avvengano. L’antimafia in Italia è tornata a essere il faticoso passatempo degli affezionati e anche le associazioni più influenti sono sempre più fiacche nel reale coinvolgimento della società civile.

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Ranucci parla di politica e a certi politici non piace: ecco perché lo ricoprono di fango

Pensare che i giornalisti eroi funzionano sempre così bene, vendono parecchio, stringono intorno a sé la politica di ogni colore e si meritano hashtag di solidarietà. Funzionava così, una volta, poi invece agli eroi si è chiesto di occuparsi solo di bassa manovalanza mafiosa, di ladri di polli oppure di ciò che accade fuori dal nostro Paese. La qualità più richiesta ai giornalisti eroi ora è l’allarmare senza citare nessuno, raccontare gli intrighi riuscendo a dimenticarsi quelli che brigano, raccontare fenomeni di corruzione senza corrotti e corruttori, parlare di mafia limitandosi solo ai mafiosi, magari un bel speciale sui furti investigando solo sui derubati, senza ladri. Deve esserci un nuovo modello di giornalista coraggioso che sta tutto il giorno con un sorriso mellifluo e non adombra mai nessuno.

Altrimenti non si spiegherebbe come mai un giornalista, Sigfrido Ranucci, sia coperto da mesi di fango, accusato delle peggiori oscenità senza nemmeno un sussulto in suo difesa, senza provare un po’ di vergogna nel vivere in un Paese in cui un unico giornalista sia stato accusato praticamente di tutto, spesso sempre dalla stessa parte politica, con la placida differenza della politica sempre famelica in cerca di nuovi eroi (mi raccomando, non disturbanti).

Si passa dalla vecchia storia di presunti 45mila euro pagati a una società lussemburghese tirata fuori dal renziano Luciano Nobili per insinuare che Report avesse pagato una fonte per ordire un complotto contro Matteo Renzi. Nobili in quell’occasione si era addirittura superato: aveva sbagliato a indirizzare l’interrogazione parlamentare (il ministero dell’Economia non è competente in materia), si era beccato una minaccia di querela dalla società accusata (Tarantula) e poi ha ci ha deliziato con un mirabile dietrofront al grido di «forse mi hanno detto una stupidaggine». Eh già, l’importante è spargere l’ombra del dubbio.

Poi c’è stato un esilarante impegno per raccontare che esistessero presunte mail complici tra Ranucci e l’ex portavoce di Giuseppe Conte, Rocco Casalino, sempre per inoculare il dubbio che Ranucci fosse “al soldo” di qualcuno. Il fango, anche in quel caso, è durato ben poco vista l’inconsistenza della diceria ma intanto il ventilatore ha sparso un po’ di macchi in giro, ancora.

Poi c’è stato il tentativo di bollare Ranucci come stupido no vax per una puntata di Report. Sono tempi così: permettersi di criticare alcune decisioni o di indagare alcune responsabilità sulla pandemia derubrica tutto al “complottismo” e le tensioni sociali rendono ancora più semplice il trucco.

Ora gli onorevoli Davide Faraone (guarda un po’, sempre della scuderia di Renzi) e Andrea Ruggeri di Forza Italia estraggono dal cilindro una lettera che accuserebbe Ranucci di essere un molestatore. Pensate la coincidenza: tutto accade proprio nella giornata contro la violenza sulle donne quando è molto più semplice entrare in tendenza sui social. Peccato che chiarezza su quella lettera Sigfrido Ranucci l’abbia chiesta già da tempo presentando l’estate scorsa una denuncia alla magistratura. «Credo che il nobile esercizio della funzione di controllo da parte di un parlamentare dell’istituto della vigilanza, mai abbia toccato un livello così basso», dice Ranucci e in effetti viene difficile dargli torto.

In tutto questo, vale la pena ricordarlo, Ranucci è anche sotto protezione per minacce di mafiosi che lo vorrebbero volentieri ammazzare. Minacce, queste sì, verificate e riscontrate dalla magistratura.

Ma Ranucci si è messo in testa di parlare di politica, non gli entra in testa che per essere un eroe qui da noi devi essere omeopatico e sempre cortese con tutti. Il giornalismo che piace a tutti è un lungo, ben pagato, pranzo di gala.

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Il super green pass è l’ultima trovata di un governo che non ha il coraggio di imporre il vaccino obbligatorio

Prima osservazione: se un decreto come quello sul super green pass (a proposito, forti questi nomi come livelli di un videogioco) fosse uscito da un governo che non fosse “dei migliori” oggi avremo le pagine dei giornali che grondano vendetta e certi Mattei che si starebbero immolando sull’altare della libertà usurpata. Funziona così: offrire a tutti un posto a tavola funziona da bromuro anche per i rivoluzionari più incalliti.

C’è da tutelare la salute pubblica, questo è chiaro a tutti, e c’è da evitare il sovraffollamento degli ospedali di fronte a dati che non sono confortanti. Mario Draghi (che in cuor suo, c’è da scommetterlo, tutto si augurava tranne che una quarta ondata che rischia di offuscare la narrazione dell’uomo della ripartenza) dice che bisogna “prevenire per conservare”, questo sarebbe il sentimento del nuovo decreto. Solo che il principio di precauzione è sempre un rischio perché in nome della prevenzione può valere tutto e il suo contrario. Il principio di precauzione tra l’altro è anche una scappatoia politica che nulla ha a che vedere con il piglio decisionale che qualcuno si ostina a voler intravedere in questo governo: diciamocelo chiaramente, qual è l’obiettivo del green pass?

Sarebbe bello sentire la politica dire chiaramente che il super green pass è l’affilamento del tentativo precedente di obbligare i no vax a vaccinarsi senza avere il polso di imporre un obbligo vero per non gravare sugli ospedali che stanno andando in sofferenza. Solo che se Draghi o chi per esso avesse dichiarato apertamente il fine di questo decreto avrebbe dovuto dirci (perché così dice la legge e la Costituzione) quale sarebbe la percentuale di vaccinati che si deve raggiungere per la decadenza dello stato d’emergenza (precauzionale) e avrebbe dovuto dirci in quanto tempo il governo pensa di raggiungere quella percentuale. Il diritto, come ha ripetuto più volte la Corte costituzionale, si fonda sulle evidenze scientifiche fotografate in un determinato momento. Con l’obbligo di green pass, anche se rinforzato, invece sembra valere tutto. La “preoccupazione” non è una base giuridica su cui emanare decreti. Tutti i provvedimenti che limitano la libertà (anche in un periodo di difficile pandemia come questo dove le situazioni si evolvono rapidamente) hanno bisogno di essere supportati da criteri di proporzionalità, necessarie e adeguatezza ma la sensazione è che, anche in questo caso, si ritenga tutto questo un burocratico fastidio da poter scavalcare in nome della suprema preoccupazione.

E invece no, non funziona così. E finché non si capirà che proprio la debolezza giuridica di queste scelte è il più gran regalo che si possa fare ai contestatori incalliti, si continuerà a essere facilmente criticabili e colpiti nella propria autorevolezza. Come nel caso dei vaccini che sono stati proposti come “liberazione immediata di tutti i rischi” (errore della politica e di certa scienza troppo impegnata a incensarli per convincere senza prendersi la responsabilità di raccontare la complessità che comunque è sempre a favore dei vaccini) ci si ritrova di fronte a un certo paternalismo che deve valere come giustificazione di tutto.

Come sta facendo notare qualcuno c’è un’enorme differenza tra scegliere il super green pass come condizione necessaria per andare al cinema o al ristorante rispetto a un obbligo vaccinale che avrebbe avuto come sanzione il non entrare in un cinema e in quello stesso ristorante. Fingere di non capirlo renderà tutto molto più complicato. Il presidente emerito della Corte Costituzionale Giovanni Maria Flick ripete che l’obbligo vaccinale sarebbe un intervento “più lineare e consentito dalla Costituzione” ma per farlo serve fare politica sul serio, non basta sembrare buoni padri di famiglia profondamente preoccupati.

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Salario minimo? Ce lo chiede l’Europa

Chissà come sono saltati sulla sedia tutti i finto-europeisti, che usano l’Ue per fomentare la finanza e poi se ne dimenticano quando si tratta di diritti, leggendo che l’Europarlamento ha approvato il mandato concordato dalla Commissione per l’occupazione e gli affari sociali (443 voti a favore, 192 contro e 58 astensioni) per avviare i colloqui con i governi dell’Unione Europea su una direttiva che garantirà a tutti i lavoratori dell’Ue un salario minimo equo e adeguato.

Quel salario minimo che da noi è visto come il diavolo perché, si sa, potrebbe turbare il sonno di un’imprenditoria che spesso investe sulla ricerca di schiavi più che investire nella qualità del proprio lavoro, dei diritti e dei prodotti. Chissà come saranno terrorizzati del fatto che l’Europarlamento propone due soluzioni: un salario minimo legale (il livello salariale più basso consentito per legge) o la contrattazione collettiva fra i lavoratori e i loro datori di lavoro. Salario minimo e contrattazione collettiva qui da noi sono state attaccate da più parti in tutti questi anni perché i valenti liberali hanno provato a convincerci che fossero la rovina dell’economia. L’Europa non sembra essere d’accordo.

Chissà se qualcuno non si vergognerà di avere cassato il dibattito sul salario minimo qui da noi (dibattito sempre trattato come una fisima di pochi brigatisti dell’economia) e ora gli tocca prendere atto che invece ne stanno parlando tutti.

Intanto in Germania stanno portando il salario minimo a 12 euro; 12 euro è il salario medio di un lavoratore italiano. Quindi il più povero in Germania guadagnerà come un italiano medio. Si nota la differenza A proposito: Banca d’Italia dice che le imprese non crescono perché non investono, mica per il costo del lavoro (lo scrive qui).

Quanto deve essere dura fare i conti con la realtà.

Buon venerdì.

 

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Curavano i profughi, la procura archivia indagine su coppia di Trieste

Sarà quest’ansia di vedere trafficanti dappertutto o sarà l’idiosincrasia per la solidarietà, ma l’archiviazione di Gian Andrea Franchi e la moglie Lorena Fornasir dopo averli additati come finissimi capibanda dediti al personale arricchimento grazie al traffico di essere umani è l’ennesima spregevole pagina di una magistratura e di una politica che osserva con sospetto la solidarietà e puntualmente cerca (fallendo) di criminalizzarla.

Che un docente di filosofia in pensione di 84 anni e una psicoterapeuta di 67 anni potessero essere collegati a una rete criminale di altre 32 persone avrebbe potuto già sollevare qualche dubbio alla Digos di Trieste e al Servizio per il Contrasto all’estremismo e al terrorismo esterno, gli stessi che si sono presentati a casa della coppia alle 5 del mattino per prelevare documenti, cellulare e computer alla ricerca di prove a sostegno dell’ipotesi di reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Solo che quella abitazione è anche la sede dell’Associazione Linea d’Ombra ODV per cui Franchi e Fornasir, tutti i giorni, allestiscono un piccolo presidio medico all’esterno per offrire prima assistenza ai migranti che percorrendo la cosiddetta rotta balcanica passano il confine croato per arrivare fin lì. Dal 2019 la coppia arriva tutte le sere in piazza della Libertà a Trieste, dove vive, per dare testimonianza di «un atto di resistenza alla criminalità dei confini e dell’esistenza di persone rese invisibili e disumanizzate», come spiegano i due. Curano le ferite che i migranti si procurano durante il lunghissimo viaggio a piedi, Lorena Fornasir arriva con il suo conosciutissimo carrettino verde che contiene bende, antinfiammatori e antidolorifici. Tutto è sempre avvenuto in pubblico, sotto gli occhi delle forze dell’ordine e della cittadinanza.

Gian Andrea Franchi viene indagato per fatti risalenti a luglio del 2019 (lo stesso anno di fondazione della loro associazione) «con le aggravanti ad effetto speciale del concorso di tre o più persone e dell’uso di documenti contraffatti, con l’ulteriore aggravante d’aver commesso il fatto al fine di trarre profitto. Sotto i riflettori degli investigatori finisce l’ospitalità data a una famiglia iraniana di quattro persone, due genitori e i figli di 9 e 11 anni, che non sapeva dove passare la notte e che era partita la mattina successiva in treno per raggiungere la Germania.
Poco dopo viene indagata anche Lorena Fornasir e l’inchiesta dal tribunale di Trieste passa al tribunale di Bologna poiché Fornasir è anche giudice onorario presso il tribunale dei minori di Trieste e dunque presente nei ranghi della magistratura della città.

Il tribunale e il giudice per le indagini preliminari di Bologna hanno semplicemente letto le carte e emesso l’archiviazione. Archiviazione disposta «non emergendo elementi che consentano la sostenibilità dibattimentale dell’accusa». L’indagine triestina si inserisce nel clima pesante nei confronti di chi fornisce assistenza ai migranti. Il “reato di solidarietà” evidentemente viene cercato con pervicacia da chi si ostina a credere che i bisogni dei migranti sfuggano al diritto nazionale e internazionale. «Il succo di questa vicenda – spiega la coppia – sta appunto nel rendere ancora una volta evidente il carattere politico delle denunce nei confronti degli attivisti solidali con i migranti: così è caduta la denuncia contro Mediterranea e prima ancora quella contro Carola Rackete. Crediamo che cadrà anche quella di Andrea Costa di Baobab di Roma. Diverso è caso di Mimmo Lucano perché gli inquirenti ritengono che si tratti di un esempio pericoloso in quanto avrebbe potuto diffondersi presso altri piccoli comuni spopolati come esempio di rinascita sociale».

Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir ora promettono di «continuare la lotta» e stanno già organizzando il loro prossimo viaggio in Bosnia dove regolarmente vanno per portare aiuti, vestiti e medicinali. Ancora una volta si scopre che la solidarietà non è reato. Un po’ tardi, come sempre.

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La morte di Madina è una vergogna per l’Ue. Ma la sentenza in Italia è stata oscurata

Madina Hussiny, nel 2017, aveva appena sei anni. Veniva dall’Afghanistan e con la sua famiglia aveva intrapreso la cosiddetta rotta balcanica, il percorso via terra che ogni giorno vede migliaia di migranti in cerca di un futuro migliore in Europa. Madina era arrivata in Croazia passando da Pakistan, Iran, Turchia, Bulgaria e Serbia. Quando ha messo piede nel vecchio continente, i militari hanno rispedito indietro lei e suoi cari senza nemmeno esaminare la loro richiesta d’asilo, come prevede il diritto internazionale. I migranti erano complessivamente 14, di cui sei bambini, e dopo essere stati respinti di notte hanno seguito i binari della ferrovia per tornare in Serbia. Su quei binari è passato il treno che ha ucciso Madina. Oggi, a quattro anni di distanza, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha accertato la violazione del diritto alla vita da parte della Croazia e ha condannato il trattamento inumano nei confronti dei bambini, la privazione illegale della libertà, l’ingiusta espulsione dal territorio europeo. Una sentenza sancisce ancora una volta l’illegalità dell’Europa nella politica adottata sull’immigrazione.

La notizia, però, non l’avete letta in giro. Del resto i cosiddetti “respingimenti informali” sono una prassi che tutta l’Ue adotta con consapevole leggerezza, fregandosene dei diritti umani di cui si riempie spesso la bocca. La rotta balcanica, come il Mediterraneo, è un cimitero di semivivi in cui l’unica legge è il respingimento e la violenza. La Croazia condannata in questa storia è semplicemente l’esecutrice dell’Ue, che infatti dal 2017 al 2020 ha sborsato 13 milioni di euro per gestire i confini e i flussi migratori. Il peloso europeismo di questo tempo ha sconsigliato molti direttori e caporedattori italiani di riportare con impeto la notizia. Nella sentenza si legge che «è tempo di rivedere l’intero sistema e adattare i trattati che proteggono i rifugiati alla luce delle sfide attuali». Ma nessuno disturbi il manovratore.

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Suicidio assistito, per Mario si allungano i tempi: “Trappola burocratica, anche il governo è inadempiente”

«Una grave trappola burocratica messa in atto ai danni di Mario da 14 mesi, il tribunale si è già espresso». La sensazione è che in fondo all’Associazione Luca Coscioni si aspettassero intoppi sulla vicenda di Mario (nome di fantasia), il paziente marchigiano tetraplegico immobilizzato da 10 anni che ha chiesto da oltre un anno all’azienda ospedaliera locale che fossero verificate le sue condizioni di salute per poter accedere legalmente in Italia ad un farmaco letale per porre fine alle sue sofferenze, in applicazione della sentenza di incostituzionalità della Corte Costituzionale n. 242/2019 che indica le condizioni di non punibilità dell’aiuto al suicidio assistito.

Ieri il Comitato etico ha attestato la presenza delle quattro condizioni stabilite dalla Corte Costituzionale, ma in serata la Regione Marche con una nota «chiarisce che sarà il Tribunale di Ancona a decidere se il paziente tetraplegico di 43 anni potrà avere diritto al suicidio medicalmente assistito. Il Comitato Etico da parte sua ha sollevato dubbi sulle modalità e sulla metodica del farmaco che il soggetto avrebbe chiesto (il tiopentone sodico nella quantità di 20 grammi, senza specificare come dovesse essere somministrato)». «Da avvocato non capisco il comunicato della Regione Marche. – dice l’avvocata Filomena Gallo, codifensore di Mario e Segretaria dell’associazione Coscioni – Lo scorso giugno è stata emessa una decisione del tribunale di Ancona chiara: è l’azienda sanitaria a dover verificare le modalità del suicidio assistito». In effetti lo scorso 9 giugno il Tribunale Ordinario di Ancona, come si legge nella sentenza, ha imposto «all’Asur Marche di provvedere, previa acquisizione del relativo parere del Comitato etico territorialmente competente, ad accertare se […] le modalità, la metodica e il farmaco prescelti siano idonei a garantirgli (a Mario ndr) la morte più rapida, indolore e dignitosa possibile» e «invece – dice Gallo – su quel punto non è stato scritto nemmeno una riga dai medici».

La Segretaria dell’associazione Coscioni è convinta che «semplicemente Asur Marche sta dilatando i tempi di attesa di Mario che da 15 giorni soffre e attende questo parere dopo essersi sottoposto a tutte le verifiche necessarie. La Corte Costituzionale ha chiaramente detto che l’aiuto al suicidio non è reato quando il malato è nelle condizioni stabilite. Il parere del Comitato etico è importante perché è la prima volta che un malato viene sottoposto a verifica dai medici di una struttura pubblica. Avrebbe potuto non avere i requisiti. Li ha. Ora ci dobbiamo occupare delle modalità. Il tribunale ha dato compito all’Asur Marche di verificare le modalità. Oggi abbiamo avuto il mandato da Mario di procedere in tutti i modi possibili contro Asur Marche perché questa inadempienza determina ulteriori giorni di attesa per lui. C’è una relazione che descrive nel dettaglio quanto dolore e quanta sofferenza Mario deve sopportare ogni giorno. Ha rifiutato qualsiasi altro tipo di comportamento perché vuole essere capace cosciente e in ascolto del proprio corpo fino all’ultimo».

Del resto il dilatarsi dei tempi in tutta questa storia è, secondo Gallo, significativo: «Abbiamo fatto una diffida, una denuncia penale. A giugno. Le visite sono iniziate a settembre. Siamo a novembre. La dignità della sua scelta è tirata all’estremo. Non sono tempi burocratici, non c’è volontà politica di dare risposte. Non c’è stata volontà politica dal ministro della Salute che non ha preteso immediata attuazione della sentenza Corte Costituzionale. Mario ha avuto la forza di andare addirittura personalmente in tribunale. Ad agosto dall’Asur hanno inviato un diniego senza nemmeno visitare il paziente. Lui ha voluto sempre agire nella piena legalità. Mario ha dovuto accettare due giudizi del tribunale civile. Il ministro ha il dovere di fare applicare le sentenza erga omnes della Corte Costituzionale che ha valore di legge dal giorno dopo la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale. Quella volontà va rispettata e chi la aiuta non è più perseguibile». Per Filomena Gallo è «mancanza di volontà politica diffusa e concreta. Il presidente del Consiglio avrebbe dovuto azionare gli strumenti per l’esecuzione di quella sentenza, l’Amur Marche è in Italia e deve rispettare le nostre leggi. Oggi non rispetta nemmeno la decisione del tribunale di Ancona. Si tratta di mancanza di volontà politica e di grande crudeltà». Per questo l’associazione Coscioni ha diffidato anche il governo «che avrebbe potuto azionare i propri potere per fare applicare la legge».

Intanto lo scontro si sposta anche in Parlamento dove ieri era in discussione il testo di legge (che unifica le 7 diverse proposte) che è un accordo tra le parti politiche che non fa altro che ribadire ciò che la Corte costituzionale ha già riconosciuto con la sentenza Cappato/Dj Fabo. Ieri i relatori Bazoli (Pd) e Provenza (M5S) hanno espresso parere contrario agli emendamenti sull’eutanasia legale: «Per loro, la legge deve riguardare solo le procedure di ciò che è già legale (grazie alla Corte costituzionale sul mio processo): l’aiuto medico al suicidio – dice Marco Cappato, tesoriere dell’Associazione Coscioni – Secondo Bazoli e Provenza, dunque, una persona totalmente paralizzata dovrebbe essere discriminata nella possibilità di essere aiutata a morire anche se si trovasse nelle condizioni, stabilite dalla Consulta, di sofferenza insopportabile, dipendenza da cure salvavita e patologie irreversibili. In ogni caso, dalla proposta dei relatori continuano a essere esclusi anche i malati che non siano dipendenti da trattamenti di sostegno vitale, come solitamente accade per i malati di cancro».

Riccardo Magi, deputato e presidente di +Europa, chiede al presidente della Camera Fico «che i lavori di commissione proseguano oggi, domani, dopodomani e sabato. Altrimenti si vada in Aula ‘in stato di relazione’, cioè con il testo unificato adottato come testo base, o con la prima proposta di legge delle abbinate che in questo caso sarebbe la legge di iniziativa popolare sulla liceità dell’Eutanasia». La politica decide come spesso accade di non decidere. Per questo secondo Cappato «di fronte a tale scelta politica dei principali gruppi parlamentari che sulla carta avrebbero potuto non essere ostili alla regolamentazione dell’eutanasia, è evidente che l’unico strumento per arrivare all’eutanasia legale come in Belgio, Olanda, Spagna, Lussemburgo e Portagallo sarà il Referendum di abrogazione parziale del reato di “omicidio del consenziente” sottoscritto da 1.240.000 cittadini».

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Caro fallocrate

Caro fallocrate,

come ti senti oggi che è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne e tu sei convinto che la cosa non ti tocchi, al massimo un post veloce su Facebook con la manfrina delle donne che non si toccano nemmeno con un fiore o altri gesti facili, veloci, deresponsabilizzanti.

Chissà, caro fallocrate, se poi te ne vai gonfio, tronfio e grondante di gel in ufficio sentendoti un maschio vero mentre rilasci complimenti unti sull’abbigliamento delle tue collaboratrici, mentre ti informi se hanno un fidanzato o meno, mentre inviti insistentemente per un caffè che con quel lavoro non c’entra niente o mentre fai sapere che quelle dovrebbero essere onorate dalla tua attenzione, mica lamentarsi, soprattutto quando tua moglie è in vacanza e non riesci a trattenere l’irresistibile fremito di solitudine del tuo muscolo involontario. Perché sono sicuro caro fallocrate che anche tu sarai uno di quelli che rimane sorpreso che quasi il 70% delle lavoratrici dichiara di aver subito almeno una molestia, quasi 3 lavoratrici su 10 di aver ricevuto domande sulla propria volontà di sposarsi e/o fare figli a un colloquio di lavoro, che  domande insistenti e invadenti sulle proprie relazioni personali le ha ricevute 1 donna su 4, che battute o offese legate al proprio genere, fatte sul lavoro a 2 donne su 10. Lo dicono i dati della ricerca “La cultura della violenza. Curare le radici della violenza maschile contro le donne“, realizzata da WeWorld con Ipsos proprio per la giornata di oggi. Una di quelle ricerche che nelle aziende bisogna fingere di avere letto e magari aggiungerci un po’ di contrizione. Perché sono sicuro, caro fallocrate, che tu sei convinto che quel 70% di donne che hanno subito molestie sul luogo di lavoro ti stupisca, tu e i tuoi colleghi tutti invece così bravi. Come ci si sente a giustificare un mondo pieno di donne molestate e mai nessun molestatore?

Caro fallocrate, all’interno di una relazione sentimentale/familiare il 22% delle donne dichiara di aver ricevuto uno schiaffo/spinta e il 20% una minaccia o un insulto, mentre il 18% ha subito un controllo del proprio telefono o computer e il 17% delle proprie frequentazioni. Nel complesso, all’interno di una relazione, sono 4 su 10 le donne che raccontano di aver subito almeno una molestia o un controllo. Sono certo, caro fallocrate, che non ci sia niente di più facile per te di pensare che tu non c’entri, che il tuo sia amore, forse ami troppo, forse il problema è solo quello.

Caro fallocrate, immagino che ti sia comodo pensare che la violenza sulle donne sia un’emergenza, mica il meccanismo di prevaricazione maschile volto a mantenere (anche inconsapevolmente) quell’asimmetria sociale che si è storicamente radicata. E in fondo non sei solo visto che poco più del 20% degli italiani ritiene che spesso la violenza sia frutto di un raptus momentaneo dell’uomo e il 15% ritiene che spesso sia frutto del fatto che le donne a volte sono esasperanti. Quota simile per quanto riguarda il considerare la violenza come prodotto del troppo amore degli uomini nei confronti di una donna, o dell’abbigliamento della donna considerato troppo provocante. Poco più del 10% ritiene che il tradimento possa giustificare la violenza.

Caro fallocrate, l’incremento di chiamate al 1522, il numero di emergenza per le segnalazioni di violenze e stalking  segna un +79,5% rispetto allo scorso anno, secondo l’Istat. I femminicidi per cui inorridisci sono solo l’ultimo stadio di qualcosa che coltivi tutti i giorni. Facciamo così, per oggi niente smancerie barzotte di solidarietà alle donne. Per oggi pensati, ripensati, fai di meglio. Sarà meglio per tutti.

Buon giovedì.

Nella foto: Manifestazione di Non una di meno, Milano, 25 novembre 2020

 

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