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La fuffa di cittadinanza

Il governo dei migliori aveva istituito un comitato scientifico di valutazione per valutare le eventuali modifiche del reddito di cittadinanza. A un certo punto è sembrata perfino una buona idea visto che dai partiti arrivavano cannonate (sia da destra che dal presunto centro-centro-centro-centro-sinistra che poi nei fatti sta più a destra della destra) che principalmente puntano a indicare i percettori del reddito di cittadinanza come una massa di fannulloni anche un po’ sfigati. Si è accesa perfino la speranza che il governo dei migliori si affidasse ai migliori mantenendo fede alle aspettative (che ormai sono un dogma, qui in giro) e che finalmente si potessero legge proposte vere su cui dibattere con dati alla mano e non partendo dai deliri del Briatore di turno.

Chiara Saraceno è la presidente del Comitato scientifico per la valutazione del Reddito di cittadinanza e il 16 novembre in un lungo articolo ha disegnato la reale situazione: «Il comitato scientifico di valutazione ha indicato dieci proposte per modificare il reddito di cittadinanza. Il governo ha scelto un’aa strada, ostacolando i beneficiari», scrive Saraceno, che spiega come «il rapporto è stato reso pubblico il 9 novembre, ma i suoi risultati e relative proposte erano già stati anticipati al ministro del Lavoro e portati al tavolo in cui veniva definita la legge di bilancio» e che «poco o nulla di quanto proposto dal comitato ha trovato accoglimento. Al contrario, alcune delle modifiche inserite sembrano rispondere più a una narrazione più o meno fantasiosa e ideologica, e pesantemente negativa, sui beneficiari del reddito di cittadinanza che a una analisi dei dati empirici. In particolare, – scrive Saraceno – la narrazione per cui i beneficiari rifiuterebbero le offerte di lavoro perché il Rdc dà loro abbastanza di che vivere, non trova riscontro empirico non solo nelle somme effettivamente percepite – 577 euro in media per famiglia, non per individuo, al mese – ma neanche in dati attendibili. Manca infatti una base dati nazionale che documenti le offerte effettivamente fatte ai beneficiari “occupabili” (un terzo circa di tutti i beneficiari) e i rifiuti da parte di questi ultimi. Non è ancora stata risolta la questione di come mettere in comunicazione e condivisione centri per l’impiego che dipendono dalle regioni. Quello che sappiamo è che meno di un terzo dei teoricamente “occupabili” è stato preso in carico da un Cpi. Il che non significa che abbia ricevuto una proposta di lavoro o di formazione, ma che il suo caso ha cominciato a essere esaminato. Quindi la stretta inserita in finanziaria, in base alla quale le offerte rifiutabili senza decadere dal beneficio non sono più tre, ma due, ha valore puramente simbolico, che rafforza l’idea dei beneficiari come pigri nullafacenti, evitando di mettere a fuoco la carenza di politiche attive e la mancanza di domanda di lavoro di qualità adeguata alle basse qualifiche della stragrande maggioranza dei beneficiari».

E anche sulla scelta di considerare la seconda offerta di lavoro come sempre congrua e irrinunciabile Saraceno scrive che è  «come se un imprenditore veneto andasse a cercare possibili lavoratori tra i beneficiari campani o siciliani e questi potessero permettersi i costi di spostamento, oe che organizzativi, stanti i bassi salari cui possono aspirare con le loro qualifiche. Se l’attivazione verso il lavoro non sta funzionando come ci si aspettava, quindi, non è “colpa dei beneficiari”, ma della scarsità, quando non assenza, di politiche attive, unita alla scarsità di una domanda di lavoro adeguata alle caratteristiche di questa particolare offerta».

Le proposte (frutto di un lavoro serio che si basa sui numeri e non sui sentimenti politici) erano in tutto 10:

  1. La modifica della scala di equivalenza che al momento penalizza le famiglie con minorenni e quelle numerose, non solo rispetto all’importo (cosa che può essere in parte corretta dall’introduzione dell’assegno unico), ma anche rispetto all’accesso. Viene proposto di dare ai minorenni lo stesso coefficiente degli adulti e di alzare a 2,8 (rispetto al 2,1 attuale) il coefficiente massimo. Contestualmente la soglia massima di reddito per una persona sola potrebbe essere diminuita a 5.600 euro e l’importo massimo del Rdc a 450;
  2. L’abbassamento a cinque anni del requisito di residenza per gli stranieri, in modo da poter intervenire tempestivamente sulle condizioni di disagio, prima che si cronicizzino
  3. La modulazione del contributo per l’affitto in base alla numerosità della famiglia.
  4. La considerazione di una parte del patrimonio mobiliare come reddito ai fini della determinazione del beneficio, in modo da evitare oggettive disparità di trattamento.
  5. la modifica dei criteri di congruità dell’offerta di lavoro, per tenere meglio conto delle basse qualifiche e della distanza dal mercato del lavoro di molti beneficiari pur teoricamente “occupabili”, per incoraggiarli a fare esperienze di lavoro anche parziali e temporanee, ma considerando congrue dal punto di vista della distanza solo offerte nel raggio di 100 km.
  6. Riduzione dell’attuale altissima aliquota marginale che scoraggia il lavoro regolare, portandola dall’80 al 60 per cento e senza limiti di tempo, ma fino alla soglia di imposizione fiscale.
  7. Eliminazione dell’imposizione di una dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro da parte di tutti i beneficiari, richiedendola solo a coloro che vengono indirizzati ai centri per l’impiego, in modo da evitare inutili duplicazioni di prese in carico da parte di questi e dei servizi sociali
  8. Estensione degli incentivi ai datori di lavoro che offrono un contratto almeno annuale a tempo pieno oppure a orario parziale ma a tempo indeterminato, sospendendo anche, in attesa di un aumento dell’efficienza dei centri per l’impiego e delle piattaforme, l’obbligo a registrarsi sulla piattaforma apposita.
  9. Consentire che i partecipanti ai progetti di utilità collettiva – Puc – vengano individuati sulla base delle competenze e interessi.
  10. Eliminare la norma, controproducente e in radicale contrasto con ogni principio di gestione prudente del bilancio familiare, che richiede di spendere integralmente il beneficio mensile, salvo venir decurtato il mese successivo della somma non spesa.

Cosa ao serve per capire quale sia la matrice di questo governo? Cosa ao serve per smetterla con questa narrazione del governo apolitico?

Buon giovedì.

Nella foto: il presidente del Consiglio Mario Draghi, il ministro del Lavoro e delle politiche sociali Andrea Orlando e il ministro dell’Economia Daniele Franco

 

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Confine tra Polonia e Bielorussia, tra lacrimogeni e ipocrisia muore il diritto internazionale

Per farsi un’idea del dramma che si sta consumando basterebbe ascoltare le parole di Abou Elias, un padre disperato appena arrivato in una delle città di confine polacche per cercare sua figlia Hilda Naaman, una dottoressa di 25 anni che stava arrivando in Europa dalla Siria. «Non può più camminare. Le unghie di mia figlia sono state strappate. I bielorussi sono venuti di notte, picchiandoli con un bastoncino elettrico… dicendo loro di andare in Polonia. I polacchi li hanno accolti solo per riportarli indietro», ha spiegato Abou Elias ai giornalisti della Reuters. Abou Elias è siriano, vive in Svezia ed è arrivato in Polonia perché conosce bene l’orrore e la disperazione di un viaggio migratorio ai confini dell’Europa, che lui stesso ha percorso nel 2014. Racconta di avere sentito la figlia al telefono solo in una manciata di occasioni. La figlia gli avrebbe raccontato che le autorità bielorusse chiedevano ai migranti di pagare 1.000 dollari solo per avere il 20% di carica della batteria di loro telefoni. «Lei è qui, a 40 chilometri di distanza, ci stanno giocando… La Polonia non li fa entrare, e l’altra (Bielorussia) non permette loro di tornare indietro. Non sono persone. Sono mostri, mostri, mostri», spiega tra le lacrime.

Ieri sono scoppiati scontri tra i rifugiati bloccati e le guardie di frontiera polacche al confine polacco-bielorusso. Secondo il Ministero della Difesa Nazionale polacco i rifugiati al valico di frontiera di Kuznica che cercavano di entrare in Polonia avrebbero lanciato pietre contro le milizie polacche, che hanno risposto usando cannoni ad acqua e gas lacrimogeni. I cannoni d’acqua e i gas lacrimogeni sono solo un peggioramento delle precarie condizioni delle persone incastrate tra le due frontiere, senza cibo né cure. Il governo polacco ieri ha dichiarato che «il comportamento aggressivo dei migranti è coordinato dai servizi bielorussi e monitorato dai droni. A seguito di un attacco da parte di persone ispirate dalla parte bielorussa, uno dei poliziotti è rimasto gravemente ferito». Ovviamente le affermazioni non sono verificabili visto che l’accesso ai giornalisti continua a essere vietato. Di certo c’è che i bielorussi la scorsa notte hanno cominciato a spostare le persone accampate ancora più vicine al confine polacco che rimane controllato da già di 20mila uomini dell’esercito. Il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov ha condannato le azioni delle forze polacche bollandole come «assolutamente inaccettabili», in una conferenza stampa denunciando la violazione di «tutte le norme concepibili del diritto internazionale umanitario e altri accordi della comunità internazionale». Di tutt’altro avviso Jens Stoltenberg, segretario generale della NATO, che ha detto che l’alleanza è «profondamente preoccupata per il modo in cui il regime di Lukashenko sta usando i migranti vulnerabili come tattica ibrida contro altri paesi, e questo sta effettivamente mettendo a rischio la vita dei migranti». Il blocco è sempre lo stesso: la Russia che continua a sostenere Lukashenko mentre la comunità occidentale prende le parti della Polonia.

L’Europa intanto ha ufficializzato nel corso della riunione dei ministri degli Esteri dei 27 Stati membri l’estensione del regime di sanzioni nei confronti della Bielorussia anche alle entità che organizzano o contribuiscono ad attività del regime di Aleksander Lukashenko che facilitano l’attraversamento illegale delle frontiere esterne dell’Ue. Il Consiglio UE ha chiarito per bocca del suo Alto rappresentante per gli Affari Esteri, Josep Borrell che «questa decisione riflette la determinazione dell’Unione europea a resistere alla strumentalizzazione dei migranti a fini politici. Stiamo respingendo questa pratica disumana e illegale. Al tempo stesso continuiamo a sottolineare l’inaccettabile repressione in atto da parte del regime contro la propria popolazione e noi risponderemo di conseguenza». Borrel ha anche puntato il dito contro la Russia dicendo di «non conoscere i segreti dei contatti tra Putin e Lukashenko. Ma è evidente che Lukashenko fa quello che fa perché conta sul forte sostegno della Russia. Lukashenko non poteva fare ciò che sta facendo senza un forte sostegno della Russia. Che poi ci sia un nesso con l’aumento delle truppe in Ucraina non posso saperlo». Dura la reazione del presidente bielorusso: «Ci minacciano di sanzioni. Ok, aspettiamo e vediamo. Pensano che io stia scherzando. Che sia una minaccia vuota. Niente del genere. Combatteremo. Abbiamo raggiunto il limite. Non c’è spazio per una ritirata».

La Polonia intanto annuncia la costruzione di un muro entro la metà del 2022 mentre i contratti verranno firmati non prima del 15 dicembre. Il costo complessivo sarà di 353 milioni di euro, con i lavori che andranno avanti per 24 ore al giorno – divise in 3 turni – e partiranno prima della fine dell’anno. Il ministro degli Interni polacco Mariusz Kaminsky considera il muro «un investimento assolutamente strategico e prioritario per la sicurezza della nazione e dei suoi cittadini». Sarà lungo ben 180 km e alto 5,5 metri. La difesa dei confini tra l’altro sposta un’enorme mole di denaro. Come racconta Nello Scavo per Avvenire «prima di oggi le imprese hanno beneficiato del budget di 1,7 miliardi di euro del Fondo per le frontiere esterne della Commissione europea (2007-2013) e del Fondo per la sicurezza interna – frontiere (2014-2020) di 2,76 miliardi di euro. Per il nuovo bilancio Ue (2021-2027), la Commissione europea ha stanziato 8,02 miliardi di euro al Fondo per la gestione integrata delle frontiere; 11,27 miliardi di euro a Frontex (di cui 2,2 miliardi di euro saranno utilizzati per acquisire e gestire mezzi aerei, marittimi e terrestri) e almeno 1,9 miliardi di euro di spesa totale (2000-2027) per le sue banche dati di identità e Eurosur (il sistema europeo di sorveglianza delle frontiere)».

E qui, come al solito, esce tutta l’ipocrisia di questa Europa che finge di incastrarsi per poche migliaia di migranti. Quanto costerebbe accogliere quelle poche persone (sarebbero circa 3.500) a differenza di tutti gli armamenti? Perché nessuno fa notare che la quasi totalità dei migranti sul confine polacco sono potenzialmente meritevoli di protezione internazionale visto che provengono tutti da territori di guerra? Perché nessuno ha storto la bocca quando ad agosto 20mila afghani attraversano ogni giorno il confine con il Pakistan? Perché non ci si ricorda che l’85% dei rifugiati risiede ancora nei Paesi d’origine come l’Africa, l’Asia, Medioriente e Sud America? Dove sta il diritto internazionale su quelle persone all’addiaccio che sono diventate semplicemente un alibi per uno scontro economico e politico, carne di propaganda per sovranisti e regimi? La risposta, c’è da scommetterci, non arriverà presto.

L’articolo Confine tra Polonia e Bielorussia, tra lacrimogeni e ipocrisia muore il diritto internazionale proviene da Il Riformista.

Fonte

Italia, la silenziosa signora della guerra

Le migrazioni sono solo l’ultimo stadio di una catena di eventi, soprattutto povertà, cambiamenti climatici ma prima di qualsiasi aa cosa la guerra. Che in tutti questi anni si riesca a parlare di migrazioni senza mai fare un minimo cenno alla guerra (tranne per l’Afghanistan ma è stata una svista quasi umana che è durata giusto qualche settimana) è la fotografia dell’ipocrisia di chi con la guerra continua ad arricchirsi e di chi in politica silenzioso e sotterraneo (vedi alla voce Lorenzo Guerini, ministro alla Difesa con una soporifera assenza pubblica) continua a fomentare le guerre fingendo di essere un portavoce della pace.

Tra le guerre di cui si parla sempre troppo poco (a dire la verità di tutte le guerre si parla sempre troppo poco) quella in Yemen è una delle più taciute poiché Arabia Saudita e Emirati Arabi sono troppo amici per permetterci di sporcare le foto ricordo (inutile specificare amici di chi, ci si arriva facile facile). In Yemen dopo sei anni di guerra c’è la peggior crisi umanitaria del mondo: sono stati sinora uccisi o feriti 18.400 civili e due terzi della popolazione – cioè circa 20 milioni di persone – richiedono assistenza alimentare, esposti alla crisi pandemica da Covid, le cui dimensioni sono difficili da valutare. In particolare sono state colpite le infrastrutture civili, comprese le scuole e gli ospedali. Nel Paese mancano il carburante e i servizi di base, e spadroneggiano le milizie abusive locali.

The Weapon watch (l’osservatorio sulle armi nei porti europei e mediterranei) ci fa sapere che lo scorso 12 novembre «con qualche giorno di ritardo sul previsto, la nave “Bahri Abha” è arrivata in porto di Genova, accolta dal solito massiccio schieramento di polizia per scongiurare proteste violente che né a Genova né in ai porti italiani si sono mai verificate». Scrive Weapon watch: «Notizie in attesa di conferma indicano che la Bahri Abha sta trasportando decine di carri armati, un gran numero di casse e contenitori di esplosivi, container di merci infiammabili. Ogni 2-3 settimane, una nave della compagnia Bahri passa da Genova. Da molti anni. Weapon watch ha raccolto e pubblicato dal 2019 ad oggi innumerevoli prove che queste navi violano la legge 185/1990 e il Trattato internazionale sul commercio delle armi convenzionali. Tutto ciò continua ad accadere nell’apparente inerzia delle autorità e del governo italiano, in realtà con il loro pieno sostegno, e anzi su istigazione degli interessi economici coinvolti si è applicata la repressione di polizia a chi osa contestare il “traffico di morte” che continua a svolgersi sotto i nostri occhi».

Cosa trasportano le navi saudite? Ecco qui: «Si va dagli shelter e dai gruppi elettrogeni prodotti dalla società Teknel Srl di Roma ai cannoni Caesar, canons équipés d’un système d’artillerie della francese Nexter, motorizzati Renault su telai Mercedes-Unimog. Poi abbiamo visto una parte degli oe 700 blindati Lav (Light armoured vehicles) mod. 6.0 fabbricati da General dynamics e il cui acquisto ha generato uno scandalo economico-finanziario in Canada. E anche sono passati da Genova i blindati Patria Amv 1 di produzione finlandese, i soli concorrenti sul mercato dei Lav di General dynamics. Notevoli i quantitativi di main battle tanks visti o documentati nelle stive delle navi Bahri, soprattutto gli Abrams M1a2 e probabilmente anche del modello Seepv 3, recente versione con importanti upgrade elettronici. E persino mezzi specializzati come gli Howitzer 109A6 Paladin e i M88A2 Hercules (Heavy equipment recovery combat utility lift and evacuation system). E, sempre, container e container di munizioni pesanti, missili, esplosivi, in particolare quelle prodotte dalle americane Raytheon e Lockheed Martin, dal gruppo tedesco Rheinmetall, dalla spagnole Defex e Maxam. Non sono mancati gli elicotteri. Sono stati notati gli AH-64 Apache prodotti da Boeing, elicotteri d’attacco che portano la scritta (in arabo e inglese) “God bless you”. Nella nave Bahri Abha, in porto a Genova in queste ore, sono stati rilevati almeno una mezza dozzina di Sikorsky UH-60M Black Hawk, in dotazione alla Guardia nazionale saudita».

Come racconta il giornalista Antonio Mazzeo su il manifesto «a metà marzo, le abitazioni di alcuni militanti del Collettivo autonomo lavoratori portuali (Calp) sono state perquisite dagli agenti della Digos su mandato della Procura della Repubblica. Gli inquirenti genovesi hanno contestato un’incredibile serie di reati, tra cui l’associazione per delinquere, la resistenza a pubblico ufficiale, il lancio di oggetti pericolosi, l’attentato alla sicurezza pubblica dei trasporti, ecc… “Dallo sciopero indetto due anni fa per bloccare un carico destinato alla guerra in Yemen, a oggi, passando per la manifestazione di un anno fa contro il transito di esplosivi a bordo di un’aa Bahri diretti alla guerra siriana, gli armatori sauditi attraverso l’agenzia genovese Delta e il Terminal Gmt avevano chiesto a più riprese alla Procura la testa dei portuali”, scrivono i militanti del Calp. “Per quale colpa? Per avere messo in pratica, con le associazioni e i movimenti contro la guerra e per i diritti civili ciò che il Parlamento ha approvato poco dopo lo sciopero nel porto di Genova: lo stop alla vendita di bombe e missili ad Arabia e Emirati”».

Sì, lo so, non l’avete letto da nessuna parte. Osservare e interrogare sugli armamenti richiede la schiena piuttosto dritta e soprattutto provoca l’irritazione dei signori della guerra che muovono molti, moltissimi soldi. Però varrebbe la pena riempirsi un po’ meno la bocca della parola pace e provare a praticarla. Per questo conviene scriverne e sperare che la voce arrivi a chi dovrebbe dare risposte. Si fa così, la pace.

Buon mercoledì.

* In foto, il ministro della Difesa Guerini partecipa alla cerimonia di giuramento degli allievi della scuola militare Teulié di Milano

 

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Caro Signorini, nel mondo reale l’aborto è un diritto sancito dalla legge

Cosa accade se un programma che lucra sulla vita delle persone, condotto da uno che da una vita mangia rovistando tra le intimità personali ed esponendole al pubblico, deve furiosamente alzare gli ascolti? Esagera, esagera ancora, esagera sempre di più, perché l’immondizia televisiva ha una pancia sempre affamato a e delle fauci che si spalancano ogni giorno.

Così ieri Alfonso Signorini, uno che utilizza lo stesso registro morale per parlare delle flatulenze di un concorrente del Grande Fratello e per discettare di diritti civili, ci ha fatto sapere di essere contro l’aborto, un diritto inalienabile che è stato conquistato sulla pelle delle donne e con una battaglia politica e sociale che a Signorini converrebbe ripassare nelle pause in sala trucco.

Ha fatto di più, Signorini: stizzito e schizzinoso durante la diretta di una trasmissione in prima serata seguita da milioni di persone (un pubblico molto trasversale per età e per formazione culturale) ci ha fatto sapere che “loro” sono contro “qualsiasi forma di aborto, anche dei cani”.

La frase di Signorini è curiosa perché riesce in una manciata di parole a commettere un’imponente serie di errori, roba da fisica nucleare. 

Innanzitutto sarebbe curioso sapere se Signorini sia consapevole che fuori dal suo studio esista un mondo reale in cui l’aborto è un diritto sancito dalla legge, se sa che là fuori ci sono donne che grazie a questa legge si sono salvate la vita scampando ad aborti clandestini compiuti con ferri da calza in qualche retrobottega.

Chissà se a Signorini qualcuno abbia mai comunicato che quella legge è stata votata dal 68% delle persone e che ancora oggi si combatte per non farsela sfilare di mano dai tanti Signorini sparsi in Parlamento e per farla rispettare in mezzo a questa selva di medici obiettori (Signorini sa che in Molise una legge dello Stato viene praticata solo all’Ospedale Cardarelli di Campobasso?). A proposito di aborto “in ogni sua forma, anche quello dei cani” di cui parla Signorini: perché non va a farsi un giro in Polonia per toccare con mano cosa sia un aborto terapeutico, un aborto dopo una violenza sessuale o altro?

C’è poi un altro aspetto fondamentale: chi sarebbero quei “noi” a nome di cui Signorini parla? Sono le reti Mediaset? Sono i suoi concorrenti (che sono rimasti servilmente in silenzio per non rovinare lo spettacolo e per non rischiare di apparire degli intellettuali occupandosi di qualcosa in più del loro prossimo gioco nella casa)?

Sarebbe curioso sapere come possa accadere che un conduttore possa sentirsi padrone di un’etica condivisa come se il suo programma di intrattenimento fosse davvero un prodotto che possa aspirare ad avere un ruolo nell’etica pubblica. Chi rappresenta Signorini? L’associazione dei cattolici misogini razzisti che lucrano sulle vite degli altri? 

Tanto alla fine vedrete che non accadrà nulla. Non ci saranno scuse pubbliche del conduttore, non ci sarà un alito da parte dei concorrenti, non ci sarà un moto dagli ospiti del programma, Mediaset è troppo impegnata a controllare il fatturato dei propri clienti per occuparsi anche di diritti, certo giornalismo addirittura fomenterà questo nuovo idolo che parla da un pulpito così comodo e così deresponsabilizzante.

Intanto anche ieri, ancora una volta, si è fatto audience sul corpo delle donne. Bravi così, bravi tutti.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Fedez, i cantieri e gli umarell

Ieri la giornata politica ha parlato di Fedez. Anzi, peggio. Anche ieri la politica e il giornalismo politico hanno pensato bene di parlare di Fedez che solo per avere registrato un dominio internet (fedezelezioni2023) si è ritrovato preso sul serio. Del resto non è facile riempire le pagine di politica in quest’epoca in cui tutti sono proni a Draghi e ai draghismi, tutti sospesi come se questo non fosse un governo ma un balsamo da gustare in attesa che torni la politica, una benedetta sospensione in cui scrivere di quello che accade nel Paese può essere scambiato come un tentativo di guastare la benedetta opera del manovratore.

Giorni interi sprecati a parlare di Quirinale come se nel Paese non esistano problemi contingenti da affrontare con urgenza, leader politici che ora hanno promesso di rimettersi a cuccia per lasciare passare indenne la prossima manovra finanziaria senza nemmeno prendersi la briga di spiegare cosa abbiano intenzione di metterci dentro. La notizia è che hanno promesso che faranno i bravi e che Fedez forse vuole fare politica. Capite il sotto vuoto?

Così scrivere di tutto il resto rischia di diventare un’attività collaterale, finire nel cassetto degli agitatori e mica di quelli che danno le notizie. Sono momenti che ciclicamente tornano quelli in cui alzare il dito per porre domande o allungarlo per indicare un problema viene vissuto con fastidio. Ma non è il giornalismo proprio questo perseverante insistere? E allora insistiamo, insistiamo nonostante il fatto che più di 100 agenti e funzionari penitenziari rinviati a giudizio per avere massacrato di botte dei detenuti sia rimasto lì solo soletto nel buongiorno di ieri come se fosse una favola nordica da leggere di passaggio o qualcosa di esotico per un’effimera sorpresa.

Lo scorso fine settimana ad esempio è accaduto (oe agli editorialisti che si sono spremuti su Fedez) che i sindacati dell’edilizia tutti insieme abbiano manifestato a Roma raccontando che mentre piovono soldi sul settore (un po’ per i bonus del governo e un po’ perché in Italia la “ripresa” si misura sempre con i chili di cemento) quelli continuano a morire: i dati dell’Inail mostrano un aumento del 16% delle denunce di infortuni nelle costruzioni tra gennaio e settembre 2021 rispetto allo stesso periodo del 2020 (segnato, va ricordato, dal lockdown): da 17.891 a 21.236, di cui 87 mortali. Nel solo mese di settembre sono state 1.826. Si lavora di più, si muore di più, si viene pagati di meno.

Ci hanno ricordato che la patente a punti per le imprese (che dovrebbe agevolare quelle che seguono le regole e che rispettano le norme di sicurezza) è stata annunciata 12 anni fa e non è mai stata attuata. Ci hanno dovuto ricordare che sarebbe ora di aggiungere al codice penale l’aggravante per infortunio mortale sul lavoro che consisterebbe di contestare l’omicidio doloso (e non colposo come avviene adesso) e magari riuscire a bloccare i beni dell’imprenditore che quando viene condannato è già riuscito a vendere tutto (o a intestarlo a qualche testa di legno) lasciando senza soldi la famiglia delle vittime, cornuti e mazziati.

Ci hanno ricordato (a proposito dei giovani che dovrebbero cambiare il Paese) che l’aspettativa di vita dei lavoratori del settore è tra le più basse. L’80% delle malattie professionali colpisce gli over 55. E un quarto dei morti in cantiere quest’anno era over 60, in alcuni casi addirittura over 70.

Ci hanno ricordato che gli ispettori sui cantieri sono troppo pochi (ma va?) e che arrivano sempre tardi quando le aziende sono già state avvisate. Ci hanno ricordato che la politica del massimo ribasso spinge le aziende a fare in fretta e che per accarezzare la fretta i caschi e le corde salvavita sono una perdita di tempo.

Intanto ieri a Cerreto Guidi (Firenze) un operaio di 51 anni, che stava lavorando in un cantiere per la realizzazione di un collettore fognario nei pressi del depuratore, ha perso la vita ribaltandosi con lo schiacciasassi che stava guidando, finendo in un fossato. A Bellizzi (Salerno) un operaio di 57 anni ha perso la vita in un incidente sul lavoro avvenuto  in un’abitazione. L’uomo, secondo una prima ricostruzione dei fatti, stava ispezionando la canna fumaria di una stufa a pellet in un appartamento di via Olmo quando, per cause ancora ignote, ha perso l’equilibrio ed è caduto nel vuoto battendo la testa.

Il Paese reale, al di là di Fedez. Ma ormai gli umarell non guardano nemmeno i cantieri, rimangono incantati di fronte agli influencer.

Buon martedì.

 

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L’articolo originale per Left qui https://left.it/2021/11/16/fedez-i-cantieri-e-gli-umarell/

Se serviva un altro esempio di quanto sia autoreferenziale il circolino della politica eccolo qui

Che spettacolo spettacolare osservare gli editorialisti politici contriti per essere stati perculati da Fedez in occasione dell’uscita del suo prossimo album ma, soprattutto, che triste spettacolino non accorgersi che spostare il focus su Fedez quando il tema vero è la rarefatta credibilità di certo giornalismo che ha preso sul serio una mossa di marketing (che puzzava di promozione a un chilometro di distanza) e ora convulsamente fa i capricci.

Accade che Fedez registri un dominio (fedezelezioni2023.it) e subito si scatena un circo di intellettuali e di leader politici che si spintona per dire la sua. C’è il leader politico che ci tiene a dirci che Fedez dovrebbe limitarsi a fare il suo lavoro (e fa niente che molti di quelli un lavoro non saprebbero nemmeno inventarselo se non fossero lì a fare politica), c’è il giornale che addirittura grida al pericolo degli “influencer in politica” (e sono gli stessi che non si sono mai accorti del pericolo dei politici che vogliono fare gli influencer), c’è il critico d’arte politicante che ne approfitta per scoreggiare qualche insulto, ci sono gli omofobi che puntano sulle unghie dipinte, ci sono i falliti invidiosi che sputano bile, c’è qualche intellettuale che si sente in competizione con un rapper cantante, c’è stato il solito fallocrate che ci ha tenuto a dirci che la moglie di Fedez è più bella di lui (e tutto lo studio giù a ridere), ci sono i fascisti che si sbellicavano immaginando la sinistra che ripartiva da Fedez (sono quelli che hanno Montesano e Pippo Franco come maître à penser), ci sono stati gli analisti politici che hanno studiato un’ipotesi che non è mai esistita, ci sono stati i giornali che si sono leccati i baffi al solo pensiero di poter mettere Fedez nel titolo di quelle pagine che svogliatamente leggono in pochi e così via.

Una sequela di mediocrità nel dibattito pubblico che ora si indigna non per l’enorme granchio preso ma perché Fedez (ovviamente) annuncia di avere fatto tutto per lanciare il suo nuovo album (sai com’è, un cantante che promuove un album, che roba straordinaria, eh). E in queste ore si assiste a una pletora di persone che si considerano serie che si lamentano di non essere stati presi sul serio, come se la vergogna non sia l’avere dei media completamente scollegati dalla realtà (quello spazio occupato da Fedez poteva essere riempito con le crisi, gli orrori e le povertà che scorrono ogni giorno) ma sia del cantante che ha osato sfiorare l’ambito politico.

Che poi, volendo vedere, sfugge il motivo per cui Fedez (o chiunque altro) non possa misurarsi in politica dove Pippo Franco sognava di essere assessore della capitale d’Italia, dove Berlusconi è stato scambiato per uno statista, dove Renzi era bollato come esempio di coerenza, dove Grillo è stato un guru, dove perfino Salvini è ancora considerato (da pochi, sempre meno) uno che ha idea davvero di come funzioni un ministero.

Se serviva un altro esempio di quanto sia autoreferenziale e basso il circolino della politica italiana eccolo qui pronto. Buon ascolto. La trollata è riuscita. Chapeau, Federico.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Il maxi processo che ci dovrebbe interessare

Se avete voglia di esercitare un po’ di nauseata indignazione e una preoccupata curiosità per rendersi conto di quanto sia pericoloso lo Stato quando smette di essere Stato e di quale sia la condizione senza diritti, addirittura quasi dittatoriale, all’intento di alcuni settori del Paese allora c’è una maxi processo pronto per voi, uno di quelli che dovrebbe occupare tutte le prime pagine dei giornali e invece vedrete che verrà al massimo bisbigliato quando si arriverà alla sentenza.

Il fatto che le presunte vittime siano quelli che normalmente consideriamo “scarti” della società (ovvero i detenuti) e che i presunti colpevoli siano una delle categorie più solidarizzate da certa destra renderà tutto parossistico. È un processo allo Stato ma lo Stato, vedrete, farà finta che sai semplicemente un accidente laterale.

Ieri la Procura di Santa Maria Capua Vetere ha chiesto il rinvio a giudizio per 108 tra agenti e funzionari dell’amministrazione penitenziaria per la vicenda delle violenze ai danni dei detenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere avvenute il 6 aprile 2020. 108 persone non sono mele marce: 108 persone rinviate a giudizio sono perlomeno il terribile sospetto che la violenza sia sistemica e sistematica ed è qualcosa che fa rabbrividire.

I reati contestati a vario titolo sono quelli di tortura, lesioni, abuso di autorità, falso in atto pubblico e cooperazione nell’omicidio colposo di un detenuto algerino, del cui decesso sono accusati 12 indagati. Per ai 12, invece, i pm hanno chiesto l’archiviazione ma è probabile che a questi venga comunque notificato un decreto penale di condanna a pena pecuniaria per non aver, in qualità di pubblici ufficiali, denunciato quello che stava accadendo in carcere. L’udienza preliminare è stata fissata dal gip Pasquale D’Angelo per mercoledì 15 dicembre alle 9:30 nell’aula bunker dello stesso carcere.

Tra quelli che rischiano il processo ci sono elementi che contano della linea di comando: c’è Pasquale Colucci, comandante del Nucleo operativo traduzioni e piantonamenti del centro penitenziario di Secondigliano e comandante del gruppo di “Supporto agli interventi”, l’ex capo delle carceri campane Antonio Fullone, interdetto dal servizio, Tiziana Perillo, comandante del Nucleo operativo traduzioni e piantonamenti di Avellino, Nunzia Di Donato, comandante del Nucleo operativo traduzioni e piantonamenti di Santa Maria Capua Vetere; Anna Rita Costanzo, commissario capo responsabile del reparto Nilo, l’ex comandante della polizia penitenziaria del carcere di Santa Maria Capua Vetere Gaetano Manganelli.

Le telecamere hanno ripreso i detenuti mentre erano costretti a passare in un corridoio formato da agenti penitenziari con manganelli e caschi, prendendo calci, pugni e manganellate. Tra di loro anche un detenuto su sedia a rotelle. Alcuni detenuti furono trascinati già per le scale. Per la Procura e il gip quei comportamenti hanno integrato il reato di tortura (introdotto nel 2017), mai contestato a così tanti pubblici funzionari. Proprio per questo è un processo storico.

C’è un ao piccolo particolare di cui tenere conto: secondo la Procura dopo il 6 aprile del 2020 iniziò l’attività di depistaggio da parte di agenti e funzionari con certificati medici falsificati per dimostrare che gli agenti avevano subito violenze dai detenuti. Gli indagati inoe provarono (invano) anche a manomettere le telecamere.

Ce n’è abbastanza per rischiare di essere una vicenda che fa rabbrividire. Conviene interessarsene ora, subito e molto.

Buon lunedì.

Nella foto: Frame dal video pubblicato dal quotidiano Il Domani

 

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L’articolo originale per Left qui https://left.it/2021/11/15/il-maxi-processo-che-ci-dovrebbe-interessare/

Renzi e il suo travaglio

Danneggiato dal suo narcisismo, come accade a tutti i narcisisti, Renzi ha monopolizzato l’ennesima settimana. Sarà contento, lui: i narcisisti, anche quelli consapevoli di avere imbroccato il sentiero del fallimento, non riescono a trattenere la maledetta voglia di essere al centro del dibattito (illudendosi di esserne il centro) e accettano, nella curva discendente, perfino lo scherno. Purché se ne parli, dicevano: una massima sempre in voga, senza che qualcuno, una volta per tutti spieghi, che sia una cagata pazzesca.

Questa settimana abbiamo saputo un po’ di cose. Sappiamo, ad esempio, che Matteo Renzi pensava di mettere in piedi una temibile macchina da guerra impegnata nella controinformazione e nella propaganda guidata da Fabrizio Rondolino (l’articolo potrebbe giù chiudersi qui), che considera un «ottimo giornalista», come ha detto sornione ieri dalla Gruber. Non stupisce, non è questione solo di Renzi. Il potere ama i giornalisti che supini fanno da amplificatori. Accade da sempre, ovunque. Che sia una cosa schifosa e autoritaria ogni tanto ci dimentichiamo di ricordarcelo.

La macchina della propaganda aveva l’obiettivo di schedare e infangare gli avversari

La macchina della propaganda aveva tra i suoi obiettivi quello di schedare e di infangare gli avversari, con notizie intrinsecamente diffamatorie. Dice Renzi, l’ha detto ieri ospite da Lilli Gruber – dove ha collezionato la sua figura peggiore – che quella modalità è la stessa dei suoi avversari (riferendosi al M5S e a Il Fatto Quotidiano). Facciamo che gli crediamo. La notizia, però, è che Matteo Renzi è identico nelle modalità e nell’etica a quelli che lui considera i peggiori sulla faccia della Terra. Anche solo così è una notizia: Renzi certifica la sua convinzione che i fini giustifichino i mezzi. E questa cosa fa schifo, vale la pena ricordarselo.

Dove doveva avvenire tutto questo giochetto sporco? Su server stranieri, quindi non sottoposti alla legislazione italiana. Vi ricordate quando i giornalisti strepitavano per l’interferenza straniera sulla propaganda social di alcuni partiti italiani? È lo stesso. Con una differenza sostanziale: un ex presidente del Consiglio ha nella sua pletora di consiglieri qualcuno convinto che sfuggire alla legge del proprio Paese permetta più libertà. Lasciate perdere tutto il resto, le accuse di rimbalzo e le rivendicazioni, non fa già schifo così?

Ai tempi di Berlusconi dare del ladro a qualcuno era un modo per lenire le proprie colpe

Ai tempi di Berlusconi dare del pregiudicato a qualcuno era un modo per lenire le proprie colpe. Pensateci bene: se si riesce a dimostrare che tutti sono ladri, il ladro diventa meno colpevole, perché la colpa è generalizzata. Roba da terza media o giù di lì, solo che sentirla ancora come giustificazione fa schifo. Straordinario il passaggio in cui Matteo Renzi ci dice che ciò che conta è solo una condanna passata giudicato e non l’inopportunità. Per carità, è un’opinione legittima, così facendo Al Capone sarebbe solo un criminaluncolo. Ma, vabbè. Peccato che a Renzi non sia mai scappato «un pregiudicato!» Infilzato con posa da moschettiere a Berlusconi, al suo amico Verdini e a altri compagnucci della cerchia. Ripetere «pregiudicato» a un giornalista, in una trasmissione televisiva, ossessivo come un misero bot è garantista? Essere seriamente garantisti è un compito difficile: bisogna avere le spalle abbastanza larghe, perché poi si risulta incoerenti. E l’incoerenza, come la falsità o la piccolezza umana o l’insopportabile egocentrismo o l’abitudine a frequentare pessime persone, non sono un reato. Eppure fanno schifo.

Non è un reato nemmeno raccontare un balla in televisione (altrimenti il Parlamento sarebbe decimato) eppure Renzi che dice di avere creato «1 milione e 300mila posti di lavoro» è bugiardo. Durante il suo governo i nuovi occupati sono stati 540mila che si sono ritrovati a dover firmare e poi riformare microcontratti con meno tutele e diritti. Fingere di non saperlo fa schifo.

Renzi ha finto di voler parlare di vaccini, tirato fuori Prodi mentre gli si chiedeva di Bin Salman

Poi c’è il mancato collegamento con la realtà. Andare in una trasmissione, per chiarire cose scritte sul proprio conto e rigirare una puntata per parlare dei propri accusatori è una berlusconata del periodo peggiore. Renzi, che ieri fingeva di voler parlare di vaccini, è riprovevole. Riuscire a tirare fuori Prodi, mentre gli si chiede del tagliagole Bin Salman che fa a pezzi i giornalisti che non gli piacciono in un Arabia Saudita, è una mossa miserabile. A proposito: che pensa Renzi del regime saudita che taglia a pezzi i giornalisti? Perché questa cosa fa terribilmente schifo. E che pensa del fatto che la più grande autorizzazione per forniture all’Arabia Saudita di bombe, quasi 20.000, prodotte in Italia fu approvata quando Matteo Renzi era presidente del Consiglio? Non è bastata una trasmissione per saperlo. Forse a Renzi sfugge che dal suo amichetto saudita la trasmissione di ieri non sarebbe nemmeno andata in onda. Questo è il punto focale: possiamo permetterci di giudicare un politico dalle sue frequentazioni? Certo che sì. Se a Renzi non sta bene se ne faccia una ragione.

Renzi con il 2 per cento ha riportato Salvini al governo

A proposito: dice Renzi che loro con il 2 per cento hanno fatto fuori Salvini. Falso anche questo: con il loro 2 per cento hanno riportato Salvini al governo e perfino quel 2 per cento è un’illusione ottica, dovuta a una mossa parlamentare che non ha niente a che vedere con la politica. Il partito di Renzi esiste solo in Parlamento, perché Renzi (l’incoerente per natura, che contestava chi lasciava il PD senza dimettersi e chi si faceva il suo partito personale) ha fatto esattamente ciò che condannava, riuscendo ad aver un partito che ha più senatori che elettori.

Dice Renzi che fa il conferenziere e nessuna legge glielo vieta. Nessuna legge vieta nemmeno di giudicare la moralità di un politico che fa conferenze per un regime. Pari, patta. Renzi aggiunge che paga le tasse in Italia. Ci mancherebbe, dobbiamo ringraziarlo? Infine, l’amico del criminale riesce a chiamare «reddito di criminalità» una misura (giusta o sbagliata che sia) per combattere la povertà. Ha fatto bene a svelare le carte: Renzi odia i poveri, perché non hanno niente da offrirgli. Bene così.

Renzi e la metafora della rana e lo scorpione

Eppure gli sarebbe bastato poco. Gli sarebbe bastato prendere le distanze da quello che fa schifo e che è ronzato intorno a lui. Ma Renzi è così, come lo scorpione che uccide la rana, mentre gli sta facendo attraversare il fiume. È la sua natura. Ora attenti, sotto questo pezzo si scatenerà l’orda di «ce l’avete sempre con Renzi». Perché questi non si accorgono nemmeno che il dileggio sia l’unica arma (effimera, durerà ancora poco) per restare a galla. E che ciò su cui vale la pena riflettere è il Renzi che è in noi, ancora più di Renzi. E se l’avete già sentita applicata a Berlusconi, avete ragione: è esattamente quella.

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Confine tra Bielorussia e Polonia: ora si contano i morti

I membri occidentali del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite hanno fermamente condannato la Bielorussia per l’escalation della crisi sui migranti bloccati al confine con la Polonia, accusando Lukashenko di utilizzare i migranti per destabilizzare il confine orientale dell’Unione europea. Aleksandr Lukashenko, com’era prevedibile, alza il tiro minacciando di bloccare il gas russo verso l’Europa (tra l’altro già alle prese con il caro energia): «Forniamo calore all’Europa e loro minacciano di chiudere la frontiera. E se interrompiamo l’erogazione di gas naturale lì?», ha detto con tono di sfida, riferendosi al gasdotto Yamal-Europe che porta il combustibile in Polonia e Germania. La crisi intanto si allarga. Mentre il commissario all’Economia Ue Paolo Gentiloni avvisa che l’Europa non si farà intimidire la leader dell’opposizione bielorussa Svetlana Tikhanovskaya ripete che il premier bielorusso «bluffa» perché «interrompere la fornitura di gas sarebbe più dannoso per lui che per l’Ue».

Al fianco del regime di Minsk c’è sempre Vladimir Putin che negli ultimi due giorni ha avuto già due telefonate con la cancelliera tedesca Merkel invitando l’Ue a ristabilire i contatti con la Bielorussa mettendo fine all’isolamento. Gli Usa da canto loro segnalano un aumento sospetto di truppe russe al confine con l’Ucraina e temono una replica dell’invasione della Crimea nel 2014, sfruttando il caos generale.

Di certo con i soldati che isolano la zona di confine dai media e dagli operatori umanitari è sempre più difficile ottenere notizie certe sulle reali condizioni dei migranti. Di sicuro c’è che le temperature durante la notte scendono sotto le zero e ci sono vittime, causate soprattutto dall’ipotermia. La Bbc scrive che nelle ultime settimane sarebbero “almeno 7” le persone morte nei pressi dl filo spinato. Il giornale polacco Oko.press racconta di avere ricevuto notizie da una loro fonte irachena presente lì sul posto di un ragazzo di 14 anni curdo morto congelato vicino al valico di Kuznica e prelevato dai servizi bielorussi. La notizia sarebbe stata confermata anche da altri migranti presenti ma le condizioni difficili dei migranti (e le power bank con cui ricaricare i telefoni che si stanno scaricando) rendono difficile la verifica.

Di «diverse tragiche morti registrate nell’area di confine nelle ultime settimane» parla anche un comunicato congiunto dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni che «ricordano agli Stati l’imperativo di prevenire ulteriori perdite di vite umane e garantire il trattamento umano di migranti e rifugiati come priorità assoluta». Le due organizzazioni hanno dichiarato pubblicamente in diverse occasioni che la strumentalizzazione di migranti e rifugiati per raggiungere fini politici è deplorevole e deve cessare. «Approfittare della disperazione e della vulnerabilità di migranti e rifugiati offrendo loro promesse irrealistiche e fuorvianti è inaccettabile e ha gravi conseguenze umane», scrivono nella loro dichiarazione congiunta. Crystal van Leeuwen, responsabile delle emergenze mediche di Medici Senza Frontiere (Msf), ha chiesto che le Ong ottengano urgentemente l’accesso a una zona militarizzata sicura dalla parte polacca e che le richieste di protezione internazionale dei migranti siano rispettate. «Il freddo è la più grande preoccupazione fisica e la mancanza di cibo e acqua», ha detto van Leeuwen. Ma molti dei migranti hanno anche problemi di salute mentale significativi dopo aver trascorso a volte diverse settimane a essere deviati avanti e indietro attraverso il confine. «Queste persone hanno bisogno di riparo, cibo, acqua e assistenza medica», ha detto. «Le loro vite hanno bisogno di protezione e devono essere trattate secondo il diritto dell’Ue e internazionale. Non sono armi, sono esseri umani».

Gli inviati del Guardian nei giorni scorsi raccontano di avere incontrato un gruppo di sette curdi iracheni ai margini della foresta di Białowieża – che attraversa il confine tra la Polonia sud-orientale e la Bielorussia – con una bambina di otto mesi e un bambino di due anni mentre raggiungevano il villaggio polacco di Grodzsik. Chi prova ad arrivare in Polonia dalle foreste racconta di avere visto cadaveri sdraiati a faccia in giù nelle paludi. Molti sono attirati in Bielorussia da agenzie di viaggio che organizzano gli aerei per Minsk. Nelle immagini dall’aeroporto si vedono gruppi di profughi in maglietta e pantaloncini, assolutamente inconsapevoli delle temperature che si ritroveranno ad affrontare. Scesi dall’aereo vengono accolti temporaneamente in hotel gestiti dal regime e poi caricati su autobus e taxi che li trasferiscono al confine polacco e lituano. Le guardie bielorusse poi li spingono oltre alla recinzione. «Alcuni migranti che abbiamo soccorso si sono tagliati la faccia con il filo spinato», racconta l’operatrice volontaria Katarzyna Wappa. I soldati polacchi da canto loro rimangono a presidiare il confine con i fucili puntati e non rispondono alle richieste di acqua, di cibo e di cure delle famiglie assiepate al confine, schiacciate dai soldati bielorussi da una parte e dalle milizie polacche dall’altra. Anche i malati che hanno la fortuna di essere recuperati da un’ambulanza rimangono in ospedale solo il tempo che serve per le prime cure e poi vengono riportate all’addiaccio. All’ospedale Mantiuk di Hajnówka, un ragazzo della Somalia racconta di avere visto i suoi due fratelli morire assiderati. I bambini, raccontano i volontari, stanno avendo reazioni al freddo simili agli attacchi epilettici. Cecilia Rinaldini, inviata per Rai Radio al confine tra Polonia e Bielorussia ha raccolto la testimonianza di una madre che ha partorito nel limbo maledetto e per tre giorni non è stata soccorsa da nessuno. Il neonato non è sopravvissuto.

Ieri manifestanti di estrema destra polacchi hanno invitato i loro militari a sparare agli “invasori”. Ora le temperature continueranno a scendere, l’ecatombe è appena iniziata.

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