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Galbiate, solidarietà e minacce sui social dopo l’interdittiva antimafia per una pizzeria


Il prefetto di Lecco Castrese De Rosa ha emesso un’interdittiva antimafia nei confronti di una pizzeria di Galbiate, “Le chic”. Il locale ha cambiato nome e titolari negli ultimi anni, ma secondo il Prefetto si tratterebbe solo di “un’operazione di cosmesi societaria” e sarebbe sempre legata alle famiglie di ‘ndrangheta Coco-Trovato. Eppure dopo la decisione del prefetto sui social c’è chi difende la pizzeria.
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Scusi, è permesso?

Presentando il ddl sulla Concorrenza il ministro Brunetta ha spiegato che i nuovi controlli alle imprese saranno annunciati in anticipo: «Prima di ogni controllo ci sarà una telefonata per programmarlo, specificarne la natura, individuarne i contenuti e i documenti necessari»

Qualche giorno fa quatto quatto il ministro per la Semplificazione e la Pubblica amministrazione Renato Brunetta ha pronunciato un frase che mette i brividi e che se fosse uscita dalla bocca di qualsiasi altro politico di qualsiasi altro governo oggi campeggerebbe sulle prime pagine di tutti i giornali e infarcirebbe i social indignati di molti capi di partito.

Il governo Draghi invece è il bromuro con cui si rende digeribile tutto, un succo gastrico in azione perenne che riesce a lasciare passare sotto traccia di tutto. Presentando il ddl sulla Concorrenza Brunetta ha annunciato che i nuovi controlli alle imprese saranno annunciati in anticipo. Sì, avete capito bene: Brunetta ha spiegato che «prima di ogni controllo ci sarà una telefonata per programmarlo, specificarne la natura, individuarne i contenuti e i documenti necessari, i giorni in cui arriverà, le risorse umane di cui avrà bisogno. Non ci saranno divise o mitragliette in vista». Dice il ministro che la nuova parola d’ordine sarà «rispetto reciproco» e «civiltà, gentilezza e cortesia».

La frase, osservata con attenzione, dice tutto. Per Brunetta ogni volta che lo Stato assolve il suo dovere di controllare le imprese evidentemente sta disturbando qualcuno, mica sta semplicemente assolvendo il proprio compito di garantire legalità e diritti. Evidentemente Brunetta è abituato a immaginare gli uomini della Guardia di Finanza con mitra spianati mentre controllano i registratori di cassa di qualche fruttivendolo (o forse è semplicemente scioccato dal rapporto con la Guardia di Finanza del suo padrone Berlusconi). Se notate bene nella narrazione di Brunetta spariscono i lavoratori. Nel suo magico mondo che ha nella testa esistono solo imprenditori e Stato, solo loro due. Non ci sono i dipendenti che lavorano in nero, non ci sono i lavoratori che rimangono stritolati nei macchinari per la rimozione di dispositivi di sicurezza al fine di accelerare la produzione, non ci sono lavoratori costretti a svolgere mansioni che non rientrano nei loro compiti. Niente di niente.

Del resto sapete dove ha pronunciato tutto questo Brunetta? Alla tavola rotonda “Procurement pubblico del digitale per la trasformazione del Paese”, promossa da Anitec-Assinform, la branca di Confindustria che raccoglie le imprese del comparto tecnologie per l’informazione. Vedi a volte il caso.

Tutto questo nel Paese con 3 morti al giorno sul lavoro, con 600mila infortuni denunciati, con il lavoro nero che dilaga. Ora immaginate l’imprenditore che con gentilezza avrà modo di “mettere le carte a posto” prima di una qualsiasi ispezione. Che mondo fantastico, eh?

Buon martedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Berlusconi vuole fare il presidente della Repubblica: ma non doveva essere l’era dei “migliori”?

Un continuo, logorante e pericoloso processo di “normalizzazione”. L’ascesa di Mario Draghi e il cosiddetto “governo dei migliori” ha portato con sé un’involuzione che molti aspettavano con ansia, sempre in attesa di qualcuno che legittimasse le loro aspirazioni che sarebbero risultate incredibili e oscene solo qualche mese fa. Siamo a novembre del 2021 e Silvio Berlusconi vuole fare il presidente della Repubblica. Fin qui non ci sarebbe nulla di male, sarebbe l’ennesima boutade di un comico pericoloso che punta sulla proverbiale memoria corta degli italiani per concedersi il lusso di una ritrovata credibilità che è figlia solo della sua posizione di secondo piano per anni. Non stupisce nemmeno che i suoi fedeli Meloni e Salvini scodinzolino felici: che in termini di autorevolezza siano riusciti perfino a fare peggio di lui agli occhi dell’Europa è una cosa che sanno tutti e non c’è niente di più comodo per loro di poter scorrazzare da discoli nel centrodestra parcheggiandolo come padre nobile.

Il punto più preoccupante è che intorno alla candidatura di Berlusconi al Quirinale si è acceso un dibattito che vorrebbe addirittura essere serio, allargato anche nei giornali che si autodefiniscono progressisti e che sull’antiberlusconismo hanno venduto per anni. Il nemico Berlusconi oggi è diventato improvvisamente commestibile perché quando gli interessi in gioco si fanno importanti, perfino il peggior nemico può essere utile per giocare di sponda. E tutto questo è avvilente, immorale e da osteggiare con forza.

C’è innanzitutto il tema giudiziario: Silvio Berlusconi ha subito una condanna definitiva per frode fiscale nel procedimento sui diritti Mediaset ed è attualmente indagato per l’inchiesta sulle stragi del ’93. Il braccio destro di Berlusconi è in carcere perché amorevolmente incontrava boss di Cosa nostra mentre progettava la fondazione di Forza Italia e una recente sentenza ha definitivamente chiarito che la mafia era pagata lautamente dalle aziende di Berlusconi. Ma non è nemmeno solo questo il punto.

Dal lato politico Silvio Berlusconi ha accumulato una serie di disastri con i suoi tre governi (1994, 2001-06, 2008-11) facendo crollare del 3,1% il Pil reale pro capite, Berlusconi è colui che ha distrutto la scuola pubblica (tagliando qualcosa come otto miliardi di euro e cancellando più di 80.000 cattedre) e che ha tagliato i fondi alle forze dell’ordine e alla Giustizia.

Poi c’è un aspetto spaventoso: il presidente della Repubblica ricopre il ruolo di capo del Csm e qualcuno davvero vorrebbe mettere Berlusconi a capo di quella magistratura contro cui si è scagliato per un ventennio per sfuggirle mentre collezionava 38 leggi ad personam. Vi ricordate il lodo Alfano (poi dichiarato incostituzionale) che gli servì per sfuggire al processo a suo carico per corruzione in atti giudiziari insieme a Davide Mills? Vi ricordate quando poi nel 2010, non sapendo più come bloccare i processi Mediaset e Mills, fece approvare una legge che rendeva automatico il “legittimo impedimento” a comparire nelle udienze per sé stesso e per i suoi ministri, il tutto per una durata di sei mesi, prorogabili fino a 18 semplicemente con una certificazione della Presidenza del Consiglio?

Vi ricordate in quell’anno quando il suo governo varò un decreto interpretativo per sanare ex post le irregolarità delle liste del Pdl presentate fuori tempo massimo? Vi ricordate la legge Tremonti? Il decreto n.357 approvato dal Berlusconi I il 10 giugno 1994 detassava del 50% gli utili reinvestiti dalle imprese, purché riguardino l’acquisto di “beni strumentali nuovi”. La neonata società Mediaset utilizzò la legge per risparmiare 243 miliardi di lire di imposte sull’acquisto di diritti cinematografici per film d’annata: che però non sono beni strumentali, ma immateriali, e non sono nuovi, ma vecchi. A sanare l’illegalità intervenne il 27 ottobre 1994 una circolare “interpretativa” Tremonti che fa dire alla legge Tremonti il contrario di ciò che diceva, estendendo il concetto di beni strumentali a quelli immateriali e il concetto di beni nuovi a quelli vecchi già usati all’estero.

Vi ricordate la legge sul falso in bilancio (era il 2002 e Berlusconi aveva cinque processi in corso per quel reato) che cancellò di colpo i suoi 5 processi? E la legge Cirami (quella volgarmente detta del “legittimo sospetto”) per spostare i processi in corso da Milano a Brescia? Vi ricordate il condono fiscale del 2002 con cui Berlusconi cancellò un’evasione di 301 miliardi di lire contestati dai pm con un bollettino postale da 1.800 euro? Oppure la villa in Costa Smeralda con una legge ad hoc? E queste sono solo alcune delle 38.

Qualcuno dice che Berlusconi non possa rimanere incagliato nelle sue cene eleganti con escort perché sono roba privata. Hanno ragione: ciò che spaventa di Berlusconi è il lato pubblico e di governo. Normalizzare la politica berlusconiana in nome di un annacquatissimo moderatismo è un trucco infame. Conviene ricordarselo tutti i giorni.

Leggi anche: Le cancellerie europee preoccupate per il possibile approdo di Berlusconi al Quirinale

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Lavorare sempre di più, pagati sempre meno

In Italia moltissime persone guadagnano appena quel che basta per dormire, mangiare e spostarsi. Salari da fame significa crescita della povertà assoluta. E pensioni da fame. Ecco quello che certa narrazione non prende in considerazione

“Up su la testa!”, un’organizzazione politica di studenti, lavoratori e cittadini che è nata con l’intenzione di lavorare insieme ad altri gruppi, fare rete, costruire coalizioni e percorsi comuni ed essere uno spazio di discussione e approfondimento (gente che cerca di unire nel disgregato e disgregante mare della sinistra italiana) ha lanciato una campagna per il salario minimo (“Sotto dieci è sfruttamento”) che fotografa perfettamente un pezzo di Paese che trova (furbescamente) poco spazio nel dibattito politico.

«Tantissime e tantissimi di noi – scrivono nel loro manifesto – nonostante anni di esperienza, studi, sforzi, fatica, non sono indipendenti e soddisfatti della propria condizione di vita. C’è chi è costretto a rimanere a lungo in casa con i genitori, chi ci torna dopo anni di tentativi, c’è chi condivide la casa con amici e sconosciuti nonostante siano passati molti anni dalla fine degli studi. C’è chi lavora tante ore con una paga oraria ridicola e c’è chi è costretto a un part-time dietro il quale si nascondono straordinari non pagati, sfruttamento e ricatti, c’è chi non trova lavoro e chi emigra per averne uno, chi lavora per un decennio nella stessa azienda con una partita Iva senza mai avere ferie e contributi, chi passa da uno stage non retribuito a un finto tirocinio sottopagato, chi prende la metà del suo collega di scrivania pur svolgendo le stesse mansioni, chi ha visto aumentare le proprie bollette a dismisura per lo smartworking e chi viene licenziato perché l’azienda delocalizza all’estero».

Si prende atto che moltissime persone guadagnano appena quel che basta per dormire, mangiare e spostarsi. E se è vero che il denaro non dà la felicità è pur vero che la serenità di non vivere aggrappati sempre per un pelo al fine mese dovrebbe essere un diritto dei lavoratori, al di là della retorica sulla nobiltà della fatica. Il salario medio italiano oggi è di 12.400 euro in meno rispetto a quello di un tedesco, l’Italia insieme a pochi altri Paesi ha nel 2019 salari che sono più bassi rispetto a quelli del 2007 e in Italia più di 5 milioni di lavoratrici e lavoratori guadagnano meno di 10.000 euro all’anno.

Come scrivono giustamente quelli di Up «il lavoro povero non è un problema solo della singola persona, ma è una piaga che si abbatte su tutto il Paese. Salari più bassi significa meno consumi, meno investimenti, meno crescita economica. Salari più bassi significa crescita della povertà assoluta. Il lavoro povero non è un problema che riguarda solo l’Italia di oggi, ma anche quella del futuro. Salari da fame oggi significa pensioni da fame domani. Lavorare sotto i dieci euro l’ora facilita la concorrenza al ribasso, la guerra tra poveri, la competizione tra chi lavora, meccanismi tossici che danneggiano le persone comuni a vantaggio di chi trae profitto dalla nostra fatica. Lavorare in condizioni precarie senza adeguati ammortizzatori sociali e  senza una forma realmente inclusiva di  reddito di cittadinanza vuol dire essere tutte e tutti costantemente sotto ricatto. La vittima di questo ricatto è l’intero Paese».

Tutto questo ovviamente viene disarticolato da una certa narrazione che dipinge gli italiani come un popolo di sfaticati intenti al proprio divano (nonostante i 142.000 stagionali di questa estate siano la cifra più alta degli ultimi anni, anche quando non esisteva il reddito di cittadinanza). L’articolo 36 della nostra Costituzione dice che «il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a se’ e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa».

Mi pare un punto centrale per qualsiasi per qualsiasi Piano nazionale di ripresa e resilienza. C’è qualcuno lì fuori che vuole farsene carico per uscire dalla narrazione di governo? Sarebbe utile saperlo in tempi brevi.

Buon lunedì.

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Governo balneare

Alla fine ci toccherà ripiegare sulle spiagge di cittadinanza, un metro quadrato di sabbia per almeno una settimana all’anno concesso ai cittadini come bromuro per evitare la virulenta crisi di astinenza del sogno vacanziero italiano. Mario Draghi ha capito in fretta come funziona in politica: se devi prendere una decisione che scontenta qualcuno del tuo governo basta non prenderla, inventarsi qualche burocratico intoppo e infine sperare che tutto vada ben aspettando che la matassa la sbrogli qualcun altro. Non male il capolavoro di risultare un decisionista ed europeista radicale e nel frattempo decidere di non decidere facendo incazzare l’Europa.

In Italia un ombrellone è per sempre 

La mancata liberalizzazione delle spiagge italiane a opera proprio di quelli che vorrebbero liberalizzare tutto è un capolavoro di italianità che potrebbe essere assurto a paradigma. Dentro c’è tutto il democristianissimo indugiare di chi teme anche da adulto l’uomo nero con questi “poveri imprenditori” che riescono a fare muro fottendosene delle regole. A questo aggiungeteci che le spiagge sarebbero, almeno sulla carta, un bene pubblico, il capolavoro di inettitudine è perfetto. Eppure è fondamento dello Stato che un bene x venga affidato a y attraverso un bando di gara pubblico e consultabile, con il dovere politico e morale di stabilire un giusto prezzo e delle giuste modalità. A fine “affitto”, come avviene i poveri cristi, ci si dovrebbe ritrovare al tavolo per stabilire nuovi prezzi e nuove modalità e decidere di continuare il rapporto. Dovrebbe essere così, certo, ma in Italia un ombrellone è per sempre, come i diamanti, e la proroga è la maschera con cui nascondere l’impaurita indolenza.

Meno della metà delle spiagge italiane è liberamente fruibile

Come scrive Legambiente nel suo rapporto sulle spiagge le concessioni sul demanio costiero sono 61.426 (erano 52.619 nel 2018), «di queste 12.166 rappresentano concessioni per stabilimenti balneari, contro le 10.812 del 2018, con un aumento del 12,5 per cento. Si può stimare che dal 2000 a oggi siano raddoppiate». Le restanti sono concessioni legate a campeggi, pesca o produzione. «Complessivamente si può stimare che meno di metà delle spiagge del Paese sia liberamente accessibile e fruibile per fare un bagno». Accade così che in regioni come la Liguria, la Campania o l’Emilia Romagna trovare una spiaggia libera diventi un’impresa (quasi il 70 per cento delle spiagge è occupato da stabilimenti balneari). Se vi capita di passare dal Comune di Gatteo, in Provincia di Forlì-Cesena, potete lasciare la paletta e il secchiello nel bagagliaio, non c’è nemmeno un centimetro che non sia a pagamento. A Pietrasanta (Lu), Camaiore (Lu), Montignoso (Ms), Laigueglia (Sv) e Diano Marina (Im) siamo al 90 per cento di occupazione e non è troppo difficile immaginare che quel 10 per cento siano scogli degradati e degradanti. Insomma sono libere perché troppo brutte.

Dalle concessioni lo Stato incassa 115 milioni a fronte di un giro d’affari di 15 miliardi 

Capita di guardare i numeri delle concessioni e viene da pensare: «Vabbè, almeno lo Stato incassa qualcosa». E qui arriva il peggio: su un totale di 29.689 concessioni demaniali marittime, 21.581 pagavano un canone inferiore a 2.500 euro all’anno. Lo Stato incassa 115 milioni e quelli muovono un giro di affari di circa 15 miliardi di euro. A volte i numeri sono così, basta metterli in fila per disegnare i contorni di un’ingiustizia. E se volete rovinarvi ancora di più la giornata potete anche appuntarvi che dei 115 milioni che lo Stato dovrebbe incassare ne è riuscito a recuperare solo 83. Gli arretrati? 235 milioni dal 2017. Così accade, lo dice sempre Legambiente, che nel 2020 le 59 concessioni balneari del comune di Arzachena, nella Costa Smeralda, hanno versato allo Stato in tutto un canone di 19 mila euro l’anno. «Una media di circa 322 euro ciascuna l’anno. Praticamente nulla se confrontati ai 400 euro giornalieri richiesti per un ombrellone con due lettini all’Hotel Romazzino di Porto Cervo». Non è immorale un guadagno così stratosferico su un bene pubblico? Qui sta tutto.

L’Europa balbetta nel dover riprendere un europeista come Draghi

Ma il punto politico è la solita Italietta che ci frantuma con il ritornello del “ce lo chiede l’Europa” e poi dal 2006 non ha ancora fatto ciò che l’Europa ci chiedeva di fare. Nei governi precedenti gli illuminati editorialisti ci dicevano che la colpa era degli esecutivi non all’altezza della Ue. Ora con Draghi che della Ue è una diretta emanazione era facile confidare un’inversione di rotta (non sono del resto i sovranisti a urlare che siamo sotto una “dittatura europea”?). Confidenza sbagliata. Draghi e i suoi decidono di aspettare e hanno chiamato l’aspettare “censimento”. L’Europa balbetta piuttosto imbarazzata nel dover sculacciare il figliol prodigo. In realtà da anni anche il Consiglio di Stato e l’Antitrust dicono di darsi una mossa ma il risultato è praticamente nullo. L’importante è stanare l’evasore con il reddito di cittadinanza che infiamma l’opinione pubblica. Il risultato finale, guarda la coincidenza, è sempre lo stesso: bastonare i poveri e condonare i ricchi. Ma che ce ne fotte. Tanto nei prossimi giorni probabilmente piove.

L’articolo Governo balneare proviene da Tag43.it.

Altro che invasione, sugli sbarchi dei migranti si scatena la solita ammuina sovranista

Il numero rimbalza in certa retorica sovranista che prova a riprendersi gli spazi perduti e tra i gruppi antimmigrazionisti che cercano conforto per la propria xenofobia: i circa 60mila sbarchi avvenuti quest’anno in Italia per qualcuno dovrebbero essere il segnale chiaro della rapida decadenza del nostro Paese, del “fallimento” della ministra Lamorgese e soprattutto un buon motivo per l’eterno ritorno della presunta invasione.

Prendere un numero decontestualizzato e gettarlo come carne viva tra le fauci dei propri elettori è un esercizio banale che non richiede competenze e educazione alla complessità. «Se oggi ne sbarcano 60mila – dicono gli agitatori – ricordatevi che eravamo a 52.000 sbarchi in un anno quando si insediò al Ministero dell’Interno Matteo Salvini». L’associazione è perfino immediata: a giugno 2018 i media e l’opinione pubblica erano permeati da una presunta emergenza di un’Italia che si sarebbe sbriciolata per colpa dei poveretti che arrivavano dal mare e il tentativo di tornare a quei tempi sembra un’impresa accessibile. Qualcuno si lancia ancora più spericolatamente: «Ad agosto del 2019 eravamo a 8.500 sbarchi, ora siamo al collasso!», si sente urlacciare in giro e tutti a immaginare e temere un sistema al collasso, un Paese sotto stress per i troppi arrivi e una soglia non più sostenibile.

Facciamo un po’ di ordine. Matteo Villa, responsabile per le migrazioni per l’Ispi (l’Istituto per gli studi di politica internazionale) ricorda come il quadro internazionale sia profondamente cambiato: diversamente dal 2014-2017, quando oltre il 90% degli sbarcati in Italia partiva dalla Libia, oggi gli arrivi sono ben distribuiti tra Libia e Tunisia. E si registrano aumenti su tutte le rotte (Turchia, Grecia, Albania). Le migrazioni irregolari via mare si sono anche “regionalizzate”: le persone che arrivano in Italia dalla Tunisia sono per oltre il 70% tunisine; la maggioranza relativa delle persone in fuga dalla Libia è originaria del Bangladesh, ed era nel paese da tempo. Sta accadendo che la Tunisia sia in inginocchio a causa del crollo del turismo per la pandemia (il turismo è circa il 10% del Pil nazionale) mentre in Libia non si registra un maggior flusso di migranti ma semplicemente le persone intrappolate cercano di fuggire a ritmi superiori rispetto al 2019.

Sulla Libia poi rimane sempre l’annosa questione dei potentati locali che aprendo e chiudendo i rubinetti dell’emigrazioni riescono a esercitare pressione sull’Europa per chiedere di volta in volta più soldi. Denaro che puntualmente (Italia in testa) arriva ai libici con la cretina speranza che quelli possano davvero fungere da tappo a un fenomeno sistemico che non si ferma di certo addestrando e pagando violenti rastrellatori. Quindi siamo di fronte a qualcosa di inaudito? No, per niente. Come scrive Ispi «già nel 2011, nel corso delle Primavere arabe e in particolare della Rivoluzione tunisina, circa 60.000 persone sbarcarono sulle coste italiane. E nel periodo 2014-2017 si registrarono tra i 110.000 e i 180.000 sbarchi l’anno. Insomma, malgrado la pandemia abbia aggravato le condizioni nei paesi di partenza e contribuito a un rapido aumento degli sbarchi, siamo ancora molto lontani dal periodo degli “alti sbarchi” in Italia».

Per esempio le persone all’interno del sistema di accoglienza italiano non sono aumentate (siamo a 80.486 persone) e continuano a essere meno della metà rispetto al 2017 (erano 190.674). Le richieste di asilo sul suolo italiano stanno tutt’altro che esplodendo essendo stabili (al di là di un breve rialzo dovuto allo stop per il lockdown a inizio 2020), quelle su cui le Commissioni territoriali devono ancora pronunciarsi sono ai minimi dal 2015. E nonostante la retorica sovranista negli ultimi 7 anni il numero di stranieri in Italia è sempre rimasto stabile, perfino negli anni della cosiddetta “grande invasione”, registrando un leggero calo negli ultimi 4 anni. Tutto questo, vale la pena ricordarlo, in un quadro nazionale più che desolante: nel corso del 2020 la popolazione italiana si è ridotta del 6,4%, e per la prima volta da decenni si è ridotta (del 5,1%) persino la popolazione straniera residente nel nostro Paese.

E le Ong contro cui ancora Salvini e Meloni alzano la voce? Anche qui sotto sotto c’è poco o niente: nel 2021 le Ong sono state responsabili del 13% del totale degli sbarchi in Italia. Esattamente quanto nel 2019, quando gli arrivi in Italia erano ai minimi. Conviene guardarli con lo sguardo largo i numeri, per riconoscere meglio gli allarmi dagli allarmisti.

L’articolo Altro che invasione, sugli sbarchi dei migranti si scatena la solita ammuina sovranista proviene da Il Riformista.

Fonte

Abolite i semafori rossi

Era prevedibile, era previsto, è successo. La lotta contro il reddito di cittadinanza continua imperterrita avvalendosi dei soliti cliché e le notizie di Ferrari, yacht e altro hanno dato una bella spinta per rinvigorire l’opera di scassamento del sussidio a favore dei poveri.

Sia chiaro, il tema non è nemmeno il reddito di cittadinanza, questi semplicemente odiano i poveri al posto di odiare la povertà e non riescono a sopportare che una quota di denaro pubblico possa finire in mano agli indigenti sottraendola alle imprese. Il gioco è tutto qui: credono nella teoria del gocciolamento (diamo i soldi alle imprese poi qualche briciola resterà a terra per tutti) ma non hanno il coraggio di dichiararlo apertamente e quindi deviano su indignazioni cicliche contro il reddito di cittadinanza.

Eppure questa storia del tizio in Ferrari che percepisce il reddito di cittadinanza è talmente fragile che si smonterebbe in un secondo: possibile che non sia evidente che non si comprano Ferrari con l’assegno dello Stato? Possibile che non ci si renda conto che il tizio con la Ferrari che rientra nei parametri della povertà è molto più gravemente un evasore? Possibile che non sia chiarissimo che il furto allo Stato, quel fatidico percettore di reddito di cittadinanza seduto su una Ferrari, sta tutto nei soldi non versati al fisco? No, niente.

Stessa cosa per i mafiosi: ma davvero siamo talmente in geni da accettare di scandalizzarci per il reddito di cittadinanza e non per un’appartenenza criminale? Che pensano i nostri geni liberisti di destra e di simulata sinistra? Che i mafiosi redigano regolare denuncia dei redditi? Dai, davvero, è una roba da non credere.

Che il dibattito sul reddito di cittadinanza sorvoli temi di inaudita gravità è qualcosa che fa esplodere il cervello. I furbetti della legge 104 (che prevede permessi e congedi straordinari retribuiti ai lavoratori con disabilità grave ed ai familiari che prestano assistenza) vengono stanati quasi quotidianamente. Avete mai sentito qualche cretino che proponga di abolirla? Ma lo capite il giochetto?

Questi odiano il reddito di cittadinanza come odierebbero qualsiasi altra misura di contrasto alla povertà perché sono classisti. Tutto qui. Provate a pensarci: come rispondereste a un politico che propone l’abolizione del semaforo rosso perché ci sono troppi furbetti che non aspettano il verde? E soprattutto, avete mai sentito qualcuno proporre un’altra misura di un altro tipo?

Forse sarebbe il caso di uscire da questa narrazione benpensante. Dal 2019 sono stati controllati 161.868 percettori e sono state scovate 11mila irregolarità per un danno stimato di 97 milioni di euro. Solo nell’anno 2019 sono state ispezionate 142mila aziende e ne sono state trovate 99mila irregolari per un danno stimato di 1 miliardo e 270 milioni di euro. Le vedete le proporzioni?

Come sottolinea giustamente Simone Fana con questo governo siamo al ritorno alla Fornero, alla liberalizzazione del contratto a termine, alla coercizione al lavoro per i percettori del RdC, ai contributi a pioggia alle imprese, indipendentemente dalla qualità del lavoro: davvero non abbiamo altro di cui occuparci?

Buon venerdì.

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Giornalisti giornalisti, giornalisti impiegati

Undici anni fa tutti impazzivano di gioia per Wikileaks che aveva dimostrato come il governo Usa fosse colpevole di atti orribili in tutto il mondo. Oggi Julian Assange, che attende il verdetto dei giudici britannici decisivo per la sua vita, è finito nel dimenticatoio

«Dai retta a me, questo non è un Paese da giornalisti giornalisti, è un Paese da giornalisti impiegati», diceva nel film dedicato a Giancarlo Siani il suo direttore Sasà, nel celebre film Fortàpasc. E questa divisione tra i “giornalisti con la schiena dritta” e quelli che invece semplicemente svolgerebbero diligentemente il proprio compitino è una costante anche nell’opinione pubblica, ancora di più in questi ultimi anni in cui i media sono accusati di tutte le sconcezze del mondo.

Eppure i giornalisti giornalisti dovrebbero essere coloro che informano riportando notizie che i potenti non vorrebbero fare sapere. 11 anni fa tutto il mondo impazziva di gioia per Wikileaks e i documenti rilasciati che dimostravano come il governo Usa fosse colpevole di atti orribili in tutto il mondo. Erano quelle stesse azioni che i più arguti potevano solo sospettare e che invece stavano scritte nero su bianco, con nomi e cognomi. Intorno a quell’onda si accodarono tutti i più importati giornali del mondo e Julian Assange divenne un’icona, da stampare sulle magliette: se c’era un “giornalista giornalista” era indiscutibilmente lui. Mica per niente fioccarono i premi (l’Economist, Le Monde, Yoko Ono….) e quell’enorme mole di documenti (qualcosa come dieci milioni dal 2006 a oggi) venne ritenuta la chiave per leggere il presente.

Poi tutto si è spento. Anzi, peggio, molti si sono pentiti. Il giornalista giornalista Assange ha fatto la fine del topo scappando di Paese in Paese per sfuggire agli Usa. Eppure anche qui non dovrebbe sorprendere: incriminare come attentatore della sicurezza nazionale colui che ha avuto la forza di svelare gli orrori americani in Iraq e Afghanistan sembrava una mossa troppo banale per funzionare. Invece funziona, eccome. Così mentre si attende il verdetto della giustizia britannica sulla richiesta di estradizione Usa (Assange, accusato di pirateria informatica e addirittura di spionaggio, rischia una condanna monstre a 175 anni di galera) il mito è decaduto e interessa a pochissimi. L’icona è diventata un disturbo da trattare con indifferenza. La deferenza si è involuta in fastidio.

Perfino un premio Nobel per la pace come Adolfo Pérez Esquivel è intervenuto con un appello: «Ai popoli del mondo, chiese, organizzazioni sociali, sindacati, università, giornalisti, mezzi di informazione e governi democratici, alle donne e agli uomini di buona volontà difensori della libertà e dei diritti dei popoli – scrive Esquivel – La vita di Julian Assange è in pericolo. Il governo degli Stati uniti da anni perseguita Julian Assange, colpevole di aver svelato le atrocità che questo governo ha commesso e commette nel mondo: violenze, invasioni, colpi di stato, omicidi, torture, persecuzioni di Paesi di orientamento ideologico diverso, embarghi, crimini che si tenta di nascondere e che restano totalmente impuniti sia dal punto di vista legale che da quello sociale, nel disprezzo dello Stato di Diritto e in violazione dei diritti umani e dei diritti dei popoli». Per questo il nobel chiede perché l’estradizione «sarebbe la condanna a morte di un difensore della libertà di informazione e una grave minaccia alla libertà di stampa».

Sorge un dubbio: forse insieme ai giornalisti giornalisti e ai giornalisti impiegati ci sono anche i cittadini cittadini e i cittadini impiegati. Sasà non ci aveva pensato. È molto peggio di come temeva.

Buon giovedì.

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Strage nelle carceri, da gennaio 109 detenuti morti nel silenzio: 3 suicidi nell’ultima settimana

Eppure la storia ci insegna che il giornalismo funzionerebbe così, ogni volta che accade qualcosa e che poi si ripete diventa tutto una fanfara che mitraglia notizie simili per creare una sensazione (spesso un sensazionalismo) che induca a vendere copie e a collezionare clic. Siamo il Paese che all’improvviso si appassiona agli incidenti di treni per un mese, da quello che è stato una strage agli incidenti sui binari fuorivia di qualche sconosciuto paesello in cui non si è fatto male nemmeno un bullone: siamo il Paese in cui non può accadere nulla di più goloso di un evento che si ripete il giorno dopo. In fondo, pensandoci bene, non è nemmeno un male: la perseverante ripetizione è un elemento fondamentale per esercitare pressione su chi governa e su chi deve intervenire.

Eppure il carcere no, il carcere non riesce mai a diventare “mainstream” come si usa dire in questi tempi, non riesce mai ad appassionare i politici, non infiamma il dibattito, non merita nemmeno una manciata di minuti in qualche trasmissione popolare pomeridiana. Peccato, perché negli ultimi 7 giorni in carcere si sono suicidate 3 persone e 3 morti in 7 giorni nei luoghi in cui la gente viene affidata alla tutela e alla vigilanza dello Stato sono un pilotto che fa accapponare la pelle. Il 25 ottobre scorso un detenuto italiano di 36 anni si è tolto la vita nella Casa Circondariale di Pavia. Il 30 ottobre si è suicidato un internato nella Casa di Reclusione di Isili e il 31 ottobre un detenuto nella Casa Circondariale di Monza. Non perdete nemmeno tempo a cercare la notizia sui giornali perché nessuno si è preso la briga di riportarlo. Si sa, i detenuti sono periferie sociali che al massimo vengono pianti da qualche parente, se ne hanno qualcuno in giro, e rientrano nelle statistiche dei garanti che provano ad alzare la voce con pochissimo successo.

Anche perché i 3 detenuti suicidi sono solo una briciola dei 47 finora dall’inizio dell’anno, gente che aveva in media 40 anni (l’età che si definisce “ma dai, ma così giovane” per quelli qui fuori) e che sono parte dei 109 del totale delle persone recluse decedute per suicidio, malattia o “cause da accertare” (età media 46 anni). La rivista Ristretti Orizzonti (che di carcere si occupa dalla nascita) ha cominciato a tenere conto dei morti in carcere fin dall’anno 2000 con il dossier “Morire di carcere” e da allora ha registrato 3.288 morti (età media delle vittime 45 anni), delle quali 1.215 sono ascrivibili a suicidio (età media delle vittime 41 anni). Per dare un’idea delle proporzioni i decessi causati dal virus Covid-19 sono stati 21 (con un’età media di 65 anni) mentre sono 13 (di 40 anni d’età media) i morti solo durante le rivolte scoppiate tra il 9 e il 10 marzo dell’anno scorso.

Scorrendo i numeri si scopre che tra il 26 e il 27 settembre scorso si sono suicidati Alexandro Riccio nel carcere di Ivrea, Emanuele Impellizzeri a Verona e Mirko Palombo a Benevento. Tutto nel giro di due giorni. Oppure si scopre che Alberto Pastore, che di anni ne aveva solo 24, il 14 maggio di quest’anno si è suicidato nel carcere di Novara. Come scrivono giustamente quelli di Ristretti Orizzonti (che sono anch’essi detenuti) «questa catena di cifre ricorda tanto le cronache di guerra, con le dimensioni degli eserciti, dei “corpi speciali” di combattenti e, infine, con il bilancio di morti e di feriti. La propaganda bellica si cura di far apparire i nemici come semplici quantità numeriche e, allo stesso tempo, di umanizzare i propri soldati, riprendendo la loro partenza – tra abbracci, baci e lacrime -, magari mostrandoli mentre soccorrono gente bisognosa, mentre pregano o giocano a carte».

Infine viene da chiedersi perché i molti cultori di “verità e giustizia” (quelli leali e quelli presunti) non balzino sulla sedia vedendo le decine di casi di morti per motivi “da accertare” che rimangono impolverati negli anni a venire, come se in fondo il carcerato suicida rientri nella normalità delle cose, nell’inevitabile danno collaterale della detenzione come sistema. L’Organizzazione mondiale della sanità (così in voga in questi anni di pandemia) ha ripetuto decine di volte che i detenuti «rappresentano un gruppo ad alto rischio suicidiario» e noi continuiamo a non riuscire ad affrontare il rischio: «anche se molte volte – scrive l’OMS – non ci è dato di prevedere con precisione se e quando un detenuto tenterà il suicidio o lo porterà a termine, gli agenti di custodia, gli operatori sanitari e il personale psichiatrico possono essere messi in grado di identificare detenuti in crisi suicidaria, stimare il loro rischio e trattare eventuali gesti suicidari». Ma noi continuiamo a non farcela.

L’articolo Strage nelle carceri, da gennaio 109 detenuti morti nel silenzio: 3 suicidi nell’ultima settimana proviene da Il Riformista.

Fonte

Le pensioni che gli interessano davvero

Quasi il 70% dei parlamentari perderebbe la pensione se si dovesse andare a votare prima del 24 settembre del 2022. La notizia non è di poco conto perché si incastra con l’elezione del prossimo presidente della Repubblica, che molti vorrebbero fosse Mario Draghi. Come Giorgetti che addirittura invoca il “semipresidenzialismo”

L’Osservatorio sui Conti pubblici italiani, diretto da Carlo Cottarelli, in una sua analisi racconta che 661 parlamentari su 945 – quasi il 70% degli eletti – perderebbero la pensione se si dovesse andare a votare prima del 24 settembre del 2022.

Come spiega Cpr nel 2012 il vitalizio spettante ai parlamentari al termine del loro mandato è stato sostituito con un trattamento pensionistico simile a quello applicato per gli altri lavoratori, anche se con qualche importante differenza.

Per i parlamentari eletti per la prima volta a partire dal 1 gennaio 2012, il sistema di calcolo della pensione parlamentare è di tipo puramente contributivo. La pensione viene erogata al compimento dell’età di pensionamento pari a 65 anni, anche se per ogni anno di ulteriore mandato oltre la prima legislatura, il parlamentare può anticipare il pensionamento di un anno, sino a un’età minima di 60 anni. La riforma ha però previsto che i parlamentari possano richiedere il trattamento pensionistico solo nel caso in cui abbiano completato almeno un mandato parlamentare della durata di 5 anni. In realtà, a causa del sistema di calcolo semestrale utilizzato, per maturare il diritto alla pensione è sufficiente essere stati in carica per 4 anni, 6 mesi e un giorno nel corso della stessa legislatura. Nel caso questo periodo minimo non sia stato raggiunto, i contributi sociali pagati dai parlamentari sono persi completamente, non potendo essere riagganciati a quelli relativi ad altre attività lavorative. Questo sistema è punitivo rispetto a quello spettante agli altri cittadini, i cui contributi di norma non vengono persi in presenza di un cambiamento di attività.

La perdita per chi non raggiunge il sopra indicato periodo minimo è elevata. Per un deputato che arrivasse a quattro anni e sei mesi di mandato, i contributi versati sarebbero di circa 50 mila euro.

La notizia non è di poco conto perché si incastra con l’elezione del prossimo presidente della Repubblica, là dove in molti vorrebbero mettere Mario Draghi (al di là della spaventosa ipotesi di Silvio Berlusconi). Solo che per mettere Draghi presidente della Repubblica significa sostanzialmente inventarsi un altro governo che sia la fotocopia di questo, senza passare dalle urne che tutti fingono sempre di invocare poi non vogliono mai alla prova dei fatti. Forse è per questo che qualcuno come Giorgetti si spinge addirittura a un invocare un “semi-presidenzialismo” con Draghi che dirige dal Quirinale (e magari Daniele Franco a fargli da controfigura come presidente del Consiglio). Ora, al di là del fatto che a Giorgetti sfugge che il suo sogno abbia bisogno di una modifica della Costituzione, si capisce che, come al solito, c’è una maggioranza intergruppo che attraversa il Parlamento e che farà di tutto per evitare le elezioni.

Non è dietrologia: vale la pena ricordarselo quando seguiremo il turbinio per la presidenza della Repubblica. I discorsi spesso sono alti, gli interessi infinitamente meno.

Buon mercoledì

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.