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No caro Salvini, quando ti scusi con Bolsonaro non lo fai a nome “del popolo italiano” ma a nome tuo e dei tuoi sgherri

Dice Salvini che si scusa “a nome del popolo italiano” in difesa di Jair Bolsonaro, il pessimo presidente del Brasile che oggi è in gita in Italia, a Pistoia, per commemorare i caduti brasiliani durante il secondo conflitto mondiale dopo esse stato miseramente trattato durante l’ultimo G20.

Salvini del resto ha una strana idea del “popolo”, ritiene di poter parlare a nome di tutti nonostante un gradimento ovviamente parziale, peraltro in crollo da mesi. Ma, caro Salvini, non scusarti a nome mio, no, non disturbarti, facciamo da soli.

Facciamo da soli perché noi sappiamo benissimo che Bolsonaro è quello stesso politico favorevole alla tortura e alla pena di morte, estremista al limite della caricatura (seppur pericolosissima) che negava la pandemia e che nega i cambiamenti climatici. Dovresti, caro Salvini, chiedere ai brasiliani cosa ne pensano di un presidente che ha negato l’esistenza del Covid fin dal principio, osteggiato dalle piazze piene contro di lui mentre in Brasile morivano 608mila persone ufficiali (solo gli USA sono riusciti a fare peggio) senza tenere conto dei morti che non rientrano nelle statistiche: quelli delle favelas, periferie del mondo.

Dovresti sapere, caro Salvini, che quel presidente a cui hai stretto le mani insanguinate teorizza che i vaccini provochino l’insorgenza dell’AIDS, costringendo perfino Facebook a rimuovere il video in cui declamava questa assurdità. Bolsonaro del resto, lo sai Salvini?, è quello che ha testato un farmaco rivenduto come miracoloso contro il Covid (che poi è curioso annunciare al mondo di avere trovato un farmaco di cui si nega l’esistenza, vero Salvini?) e che è stato testato su 645 persone: 200 sono morte e un’indagine è tutt’ora in corso. Avresti dovuto leggere, caro Salvini, le conclusioni dei lavori di una commissione d’inchiesta che ha portato il congresso brasiliano a chiedere che Bolsonaro fosse perseguito per “crimini contro l’umanità” ritrovando 9 reati legati alla sua gestione dell’emergenza Covid, tra cui “prevaricazione”, “ciarlataneria” e “istigazione a delinquere”.

Oppure, caro Salvini, potresti leggerti anche la relazione dell’istituto di ricerca sull’ambiente Imazon, che certifica come tra l’agosto del 2020 e il luglio 2021 la foresta pluviale brasiliana abbia perso a causa del disboscamento e dello sfruttamento illegale 10476 chilometri quadrati di estensione, una superficie pari a quella di tredici New York. È il peggior dato dal 2012, con un calo del 57% rispetto all’anno precedente. E sai Salvini che ha risposto il tuo amico Bolsonaro? Che l’Amazzonia non brucia perché è una foresta umida. Ha detto proprio così. Eppure nel 2019, anno in cui Bolsonaro era già al potere, è stato il periodo peggiore per l’Amazzonia, con  9.178 chilometri quadrati di vegetazione distrutti dal fuoco.

E una benedetta volta sarebbe il caso di sapere cosa ne pensa anche il presidente Draghi, che qualche volta potrebbe fare politica oltre a far di conto, poiché Salvini è un importante membro della maggioranza che sostiene il suo governo.

Una cosa è certa, caro Salvini: quando ti scusi con Bolsonaro non lo fai a nome “del popolo italiano” ma lo fai a nome tuo e dei tuoi sgherri (nemmeno tutti, visto che ti stanno lasciando pure quelli). E ti basterebbe fare un salto in Brasile per sapere cosa ne pensi il popolo brasiliano del tuo amichetto del cuore, l’ennesimo sovranista in cui ti specchi cercando affannosamente un’identità che non funziona più.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

Morena Terraschi su Nuovissimo testamento

un paese in cui ogni emotività è bandita, in cui ogni persona viene privata dei propri slanci fin da neonata finché piccole sacche di ribellione che man mano si fanno rivoluzione cominciano un cambiamento traumatico

Giulio Cavalli ci riporta a DF, quel paese che aveva visto arrivare sulle sue coste una spaventosa marea di corpi senza vita e che si fece fortezza e galera. Lo ritroviamo a distanza di anni, ora a DF ogni emotività è bandita. Un vaccino somministrato agli abitanti fin da neonati ne inibisce per sempre i picchi emozionali, non li elimina del tutto ma li riduce e minimizza. Il risultato è una società monocolore, in cui tutto è programmato e incasellato: neonate e neonati vengono portati via alle madri e allevati tutti insieme, man mano che crescono vengono indirizzati al mestiere più adatto, un rigido sistema gestisce promozioni e privilegi, si sposano per 5 anni all’unico scopo di avere una figlia o un figlio, hanno una cerchia ristretta di persone con cui socializzare, a 70 anni si traferiscono nelle case del riposo. Vengono govevnati da una classe dirigente che non viene vaccinata, che quindi mantiene intatte le proprie emozioni e la propria capacità di controllo e repressione. Questo sistema che dura da lunghi anni però, comincia a rilevare delle crepe, ogni tanto qualcuno (come Fausto Albini dalla cui storia inizia il romanzo) ha una crisi, un mancamento emozionale e viene ricoverato allo scopo di ricalibrare le emozioni che stanno lentamente emergendo. Ci sono però dei ribelli, persone che nascondono accuratamente il loro risveglio emozionale, che si rivolgono al mercato nero per soddisfare i propri bisogni, ribelli che ad un certo punto diventano dei veri rivoluzionari, che riescono a risvegliare DF dal suo letargo emotivo con conseguenze meravigliose e spaventose. Una distopia sorprendente, coraggiosa nel usare come espediente narrativo un vaccino come strumento di controllo (praticamente la convinzione di moltissimi complottisti), mai facile nello sviluppo della trama, assolutamente non compiacente nella conclusione. Consigliato quanto se non più del primo.

(fonte)

Il populismo dei migliori

Prospettiva Socialista, collettivo di controdeduzione critica sulla società contemporanea, su twitter lo spiega lucidamente: Quando il Governo di Mario Draghi ha giurato, nell’opinione pubblica si respirava un’aria di conciliazione nazionale dopo i battibecchi del 2020. Questo governo serviva a tutti. Questa narrazione, forse nella sua ingenuità, è l’antitesi della democrazia come l’abbiamo conosciuta. Nel campo della ragionevolezza e della tolleranza, la democrazia è questo: conflitto perpetuo tra idee e quindi interessi contrastanti nella società. Dall’altro capo, sfruttando spesso la narrazione secondo cui non esisterebbero più le ideologia, si sostiene l’idea di un personaggio messianico in grado di appacificare questi interessi contrastanti. Non è una storia nuova: si pensi che Fritz Lang venne accusato di nazismo proprio in virtù dell’ultima scena di Metropolis che, secondo alcuni, avrebbe abbracciato la narrazione interclassista propria del nazismo. E di certo non è tipica solo del marxismo, come narrazione: perfino due autori moderati come Acemoglu e Robinson hanno individuato nel conflitto per l’allocazione delle risorse il fondamento, de facto, del potere politico. Quella del Personaggio voluto dal Fato, un novello figlio di Asinio Pollione, potrebbe essere ingenuità. Ma a voi la scelta: l’alternativa è che chi la predica ha ben compreso la natura conflittuale, ma ha scelto di stare dalla parte del più forte.

Sarebbe il caso di rendersene conto in fretta, escludendo gli interessati commentatori bari che non vedono l’ora di far passare una certa ideologia padronale come salvezza collettiva, perché un governo del popolo non può esistere semplicemente perché non esiste un solo popolo. Esistono condizioni e situazioni diverse che richiedono diversi interventi. Questo è esattamente il populismo che dicono di voler combattere. Non siamo tutti sulla stessa barca, nonostante facciano di tutto per convincercene. Il figlio di chi ha un genitore che può garantirgli una casa, un lavoro quasi finto e un patrimonio per non avere preoccupazioni per un paio di generazioni è molto diverso da chi fatica a pagare un mutuo che è riuscito a strappare ipotecando l’unica casa dei suoi genitori e deve accettare qualsiasi lavoro per avere uno stipendio qualsiasi poiché inizia ogni mese con un debito da onorare.

Quando riusciremo una volta per tutte a essere leali su questo punto allora possiamo tornare a parlare di politica, uscendo da questo brodino che ci propongono tutte le sere chiamandoci uguali perché tutti italiani. Solo riconoscendo le diversità si riesce a dare un nome ai propri bisogni e a quel punto si riesce ad ascoltare le soluzioni che no, non valgono “per l’Italia” ma valgono per i diversi contesti. E così magari i nostri leader di partito smettono di fare a gara tra chi lecca meglio l’amministratore delegato Draghi e cominciano a fare politica, sul serio.

Buon martedì.

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Cara infermiera no pass, se avesse studiato saprebbe che gli ebrei nei campi non si “concentravano”, ma venivano ammassati per diventare cenere

Dunque, capiamoci. Dei temerari No Green pass, che poi sono l’evoluzione dei No vax che poi sono l’involuzione di quelli che hanno bisogno di un nemico per esistere e spesso per giustificare i propri fallimenti e le proprie brutture, decidono di travestirsi da ebrei sotto il nazismo per paventare una presunta dittatura sanitaria. Forti questi No Green pass del nuovo millennio che lamentano di non avere libertà e per esternare il proprio lamento si prendono la libertà di essere schifosi. Usare la Shoah per parlare di Green pass è qualcosa che riesce a marcire dentro l’ignoranza, la mancanza di rispetto per le vittime, un’enorme sopravvalutazione del proprio disagio sociale e un’enorme distaccamento dalla realtà.

Qui non si tratta solo di calpestare le vittime di uno dei periodi più bui della storia per rivendicare il diritto di bere liberamente uno Spritz, qui si tratta di sfoggiare la propria ignoranza per dare spessore alle proprie strampalate teorie. E essere ignoranti, soprattutto in periodo di pandemia mondiale proprio ora che si intravede una luce che potrebbe riaccendere un po’ di futuro, è un danno collettivo di cui ci si deve prendere la responsabilità.

No, l’ignoranza non è un vezzo da poter impunemente sfoggiare e da tollerare come se fosse un incidente: essere ignoranti su temi che riguardano la salute collettiva (e la tenuta economica e sociale di un Paese) è una colpa da condannare se l’ignoranza viene addirittura esibita come un vanto. Siamo il Paese in cui ci ritroviamo dei Barillari all’interno delle istituzioni regionali che possono permettersi di sputare teorie che non sarebbero nemmeno degne per lo scemo del bar sotto casa, siamo il Paese in cui una parlamentare come Sara Cunial riesce a ritagliarsi uno spicchio di popolarità perché ha l’impudicizia di sparare teorie che nemmeno i più spericolati avrebbero il coraggio di appoggiare.

Siamo il Paese in cui cantanti e comici decaduti abbracciano teorie farlocche per provare a concimare un po’ di pubblico, lo stesso pubblico che li ha dimenticati e infine siamo il Paese in cui un’infermiera “laureata presso se stessa” come Giusy Pace ha la faccia tosta di farsi intervistare da un quotidiano nazionale per spiegarci l’ideazione dell’orrida scenetta dell’Auschwitz dei nostri tempi. Giusy Pace (No Green pass che ha il green pass per lavorare, e solo questo dà l’idea della schifosa perdita delle proporzioni) dopo essersi fatta immortalare in quella recita vergognosa ha il coraggio di dirci che si tratta di un “fraintendimento” (come nella migliore tradizione dei cretini) per poi spiegarci che no, che non si trattava di un campo di concentramento ma di un “senso della concertazione” (dice proprio così): “noi ci siamo concentrati in uno spazio per manifestare il proprio dissenso” dice rispondendo a un giornalista, aggiungendo che il filo spinato fosse “una protezione. Si mette per proteggere. Per noi aveva quel significato”.

E allora cara Giusy Pace le conviene dismettere la sua triste carriera fattoriale e studiare la storia, quella che non si trova su Facebook in qualche gruppo di esaltati ma dentro i libri di scuola: saprebbe che no, che gli ebrei non si “concentravano” per manifestare il proprio dissenso ma venivano ammassati per diventare cenere e quel filo spinato che per lei è “una protezione” era il recinto del campo della morte per impedire di cercare la libertà.

Una cosa è certa, in dittatura non viene concesso di essere rivoluzionari ma nemmeno cretini e la signora Pace avrebbe potuto assaggiare con mano cosa significhi la libertà di dissentire. Il punto ora diventa un altro: questi sono liberi di non essere d’accordo ma noi siamo liberi di dirgli che fanno schifo. E fare schifo da persone libere e vivere dovendo usare come zerbino persone che sono state imprigionate e poi morte è il punto più basso della stupidità umana. E per quello, cara signora Pace, il vaccino non esiste.

L’articolo originale scritto per TPI è qui

La legge di sbilancio

La riforma del reddito di cittadinanza così come pensata riesce nel miracoloso risultato di non essere più un freno allo sfruttamento e al ribasso dei salari

Circolava perfino una certa soddisfazione nelle settimane in cui Mario Draghi difendeva a spada tratta il reddito di cittadinanza (o almeno il suo principio) mentre i liberisti più spinti lo bombardavano da ogni lato confidando in suo affondamento. Ad un certo punto avrebbe potuto subentrare anche un certo gusto nel vedere deluse le speranze di chi con la sua battaglia per la demolizione del reddito di cittadinanza non vedeva l’ora di accreditarsi come il liberista più liberista egli altri. Anche coloro che contro il reddito di cittadinanza avevano lanciato uno scintillante referendum alla fine erano ritornati in buon ordine (ovviamente in sordina, perché non si sapesse della loro magra figura di capi popolo senza popolo) a più miti consigli.

Ora invece ci si può tranquillamente disilludere: la legge di bilancio del governo dei migliori promette di mantenere tutte le peggiori aspettative in termine di rafforzamento delle disuguaglianze. La differenza tra Draghi e gli altri è sempre la stessa: fare senza dire e farlo con un’elegantissima educazione. La riforma del reddito di cittadinanza così come pensata infatti riesce nel miracoloso risultato di non essere più un freno allo sfruttamento e al ribasso dei salari rendendo ben felici i politici più confindustriali. Come spiega benissimo Marta Fana la riforma prevede che l’ammontare del reddito di cittadinanza venga trasferito direttamente alle imprese anche se l’offerta di lavoro riguarda contratti a termine, in apprendistato o in somministrazione, anche part-time. Offerte di lavoro che i lavoratori non potranno rifiutare per non perdere il beneficio del sussidio. Si costringono così i lavoratori ad accettare qualsiasi offerta (anche la più vergognosa) e si trasferiscono i sussidi dalle persone alle imprese anche se queste offrono sfruttamento e precarietà esattamente come chiedeva Confindustria e tutta la sua corte. Come sottolinea l’associazione “Up – su la testa” inoltre i suoi percettori vedranno il loro assegno ridursi di 5 euro al mese fin quando non sottoscrivono un contratto di lavoro. Non conta se riceveranno o meno un’offerta, dal primo giorno di reddito parte un conto alla rovescia con la costante minaccia di perdere il sostegno. Una misura che avrebbe dovuto disarticolare un mercato del lavoro che rende schiavi ora con un piccolo ritocco riesce a ottenere il risultato opposto. Chapeau.

A questo si aggiunga anche un trucco per abbassare ulteriormente i salari con l’apprendistato che continua a esistere senza avere più nessun significato, permettendo di assumere come apprendisti lavoratori indipendentemente dalla loro età, dalla loro esperienza acquisita se questi si trovano in Cig. Anche in questo caso è bastata la retorica della riqualificazione (che ormai sempre di più è semplicemente un sinonimo di riciclaggio al ribasso di forza lavoro) per giustificare un abominio.

E se è vero che passa da 2 a 52 milioni il fondo per gli sgravi contributivi alle imprese che riducono il divario salariale tra lavoratori e lavoratrici vale la pena segnalare che nella legge vengono previsti circa 290 milioni di euro per ciascuno degli anni 2022, 2023, 2024 per la pianificazione e la realizzazione degli eventi del Giubileo 2025. Tanto per dare un’idea delle priorità.

L’importante è fare e non dire. Tutto diventa così tremendamente elegante.

Buon lunedì.

Nella foto: il presidente del Consiglio Draghi e il ministro dell’Economia Franco

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La banalità del male minore

Si potrebbe chiamare colonialismo della narrazione, disinfettare i comportamenti dell’Occidente o dei presunti Stati moralmente superiori. È l’atteggiamento che rende la stessa notizia pelosa e brutta se proveniente da qualche Paese lontano e un semplice accidente se il fatto avviene qui da noi. L’esempio più significativo nella storia recente è l’avversione spasmodica e totale nei confronti dei Talebani che si prendono l’Afghanistan. I Talebani sono (e lo sono davvero) brutti, sporchi e cattivi, perché non rispettano le donne –  addirittura le uccidono – che vengono viste solo come strumento per prolungare la specie. Viene comodo identificare la mancanza di diritti con un solo Stato perché ci assolve e semplifica e non c’è aspirazione più grande del sentirsi lontani e assolti dalle brutture del mondo, immaginandosi in un’isola felice (che sia l’Italia, l’Europa o l’Occidente).

Poi capita di scrivere, che so, che le donne benché compiano due terzi del lavoro della popolazione mondiale abbiano solo il dieci per cento del reddito complessivo e già non ti seguono più. Numeri troppo grandi, porzioni troppo grosse di mondo rendono il concetto complesso e si perde il filo. Molto più comodo dirci che fanno schifo i Talebani e stiamo a posto così. Anche oggi le donne degli altri le abbiamo difese. Più del 50 per cento della popolazione libica, ad esempio, ritiene inaccettabile che le donne abbiano un lavoro retribuito, eppure la Libia è un partner di cui non possiamo fare a meno.

Dal dibattito sul trattamento riservato alle persone gay in Arabia Saudita, a quello nel nostro Paese

Nei giorni scorsi si è parlato molto del trattamento riservato alle persone gay e trans in Arabia Saudita (che Paese meraviglioso che siamo, un fulgida civiltà che si ritrova a paragonarsi all’Arabia Saudita. Merito di un ex presidente del Consiglio, che si è messo a fare il porta a porta con i sultanati in giro per il mondo). Sembrava perfino essere emerso un quadro rassicurante, che comunque noi non fossimo messi così male, fossimo meglio dei sauditi. Almeno quello. Poi, però, qualcuno si è permesso di sottolineare che nell’area europea solo Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Italia, Lettonia, Moldavia, Polonia, Russia, Turchia e Ucraina non abbiano una tutela di legge nei confronti della comunità Lgbtqi+. Apriti cielo. Non sia mai che ci si permetta di dirlo: i Talebani non rispettano le donne e gli Emirati non rispettano i gay. Non complicate le cose. Dai, per favore, su.

Dai diritti civili alla condizione delle donne, ha ormai preso piede una narrazione che giustifica le proprie colpe guardando chi sta peggio
Matteo Renzi e Mohammed bin Salman (Twitter)

Il colonialismo della narrazione punta a identificare un Paese con un male e a dipingere noi stessi come quelli del comunque bene, nonostante qualche piccolo problema. Le impiccagioni che avvengono in giro per il mondo funzionano sempre, raccolgono visualizzazioni e portano pubblicità e mostrano profili stranieri che dovrebbero spingerci a dire che bravi che siamo, che fortuna essere qui, nei Paesi in cui queste cose non succedono.

L’esecuzione di John Marion Grant negli Usa, dove non si taglia la testa ma si usano le iniezioni letali

Qualche giorno fa negli splendenti Usa (quelli che il colonialismo della narrazione l’hanno inventato per mondare le schifezze compiute in giro per il mondo) John Marion Grant è stato giustiziato nella camera della morte del penitenziario dello Stato dell’Oklahoma. Poiché l’Occidente a cui noi siamo così affezionati è evidentemente più civile hanno deciso di non impiccarlo e non tagliargli la testa, ma iniettargli un’elegantissima dose di Midazolam, utile a far perdere conoscenza al condannato prima di iniettargli gli altri due farmaci che lo ammazzano alla meravigliosa maniera occidentale.

Solo che qualcosa deve essere andato storto (sia chiaro: è andato storto il farmaco, mica la nostra meravigliosa democrazia occidentale, eh) e John Grant al posto di perdere conoscenza ha cominciato ad avere convulsioni violentissime che gli hanno fatto strappare i civilissimi lacci con cui l’avevano inchiodato alla sedia, ha vomitato almeno una ventina di volte e ha sofferto come un cane per 21 minuti. Poi, bontà del grandioso Occidente, la culla del diritto ha vinto e John Grant è morto. La scena è stata raccontata dai familiari di John Grant che, poiché non siamo mica Talebani, hanno avuto il privilegio di assistere all’esecuzione per potersi accertare che non ci fossero riprovevoli gesti di maleducazione da parte del boia. Un piccolo particolare: John Grant non ha mai ricevuto in questi anni l’assistenza psicologica e le cure mentali di cui avrebbe avuto bisogno. Ma questo è solo un dettaglio.

Dai diritti civili alla condizione delle donne, ha ormai preso piede una narrazione che giustifica le proprie colpe guardando chi sta peggio
John Marion Grant (Facebook)

Anche in Italia le donne muoiono, ammazzate da mariti, fidanzati ed ex compagni

Qui in Italia ad esempio le donne muoiono, anche qui vengono ammazzate dai mariti, fidanzati o dagli ex compagni eppure non avviene come nei Paesi che ci fanno tanto spavento. Qui muoiono per amore e l’amore, lo sappiamo bene noi che siamo la culla della letteratura, porta a questi spiacevoli scompensi. Il colonialismo della narrazione funziona su tutto, come il cacio. Sta bene sui diritti dei lavoratori, sta bene sui diritti delle donne, sta bene sui diritti dei gay. Mostrare che c’è qualcuno che sta peggio di noi dovrebbe bastarci per sentirci dei privilegiati e quindi smetterla di cercare ossessivamente più diritti. Accontentavi di ciò che avete, dicono, e non aspirate a altro. Se vi viene il dubbio di non essere rispettati ecco qui la pagina del giornale che vi dice che quelli stanno peggio di voi. E se avete voglia di manifestare state tranquilli: c’è qualche Paese retrogrado che avrà sicuramente bisogno di voi.

L’articolo La banalità del male minore proviene da Tag43.it.

Il sogno infranto di Benjamin si chiamava Europa, la sua vita spezzata a 17 anni sull’asfalto di Tripoli

Si chiamava Benjamin e aveva 17 anni. A inizio mese anche lui era stato arrestato dalle autorità libiche in quell’enorme rastrellamento condotto dal governo, ufficialmente per motivi di sicurezza e di lotta al narcotraffico, che ha portato nei centri di detenzione ufficiali oltre 5.000 persone rinchiuse nelle solite condizioni che tutto il mondo conosce. Viene perfino difficile riscriverlo di nuovo, eppure i migranti intrappolati in Libia continuano a chiederlo: continuate a scrivere, scrivono, voi giornalisti continuate a raccontare come siamo noi qui, prima o poi qualcosa si muoverà.

I centri di detenzione libici sono stati mostrati al mondo. Ci sono le immagini, ci sono i video, ci sono le testimonianze. Finire in un centro di detenzione controllato dallo Stato significa smettere di essere uomo diventare topo, dormire in mezzo agli escrementi se si riesce ad avere la fortuna di ritagliarsi lo spazio necessario, significa sfiorare la morte per l’inedia che assale per la troppa fame e per la troppa sete, significa essere carne da violentare se si è donna, carne da fare urlare se si è uomo, perché le urla le possano sentire i famigliari che devono spedire altri soldi. Benjamin a 17 anni aveva passato l’orrore ed era stato rilasciato alcuni giorni fa. I rastrellamenti del governo hanno riempito i centri ufficiali che cominciavano a scoppiare e gli occhi, seppur tiepidi, della comunità internazionale hanno fatto il resto. La liberazione in Libia è un concetto strano, anche la libertà non ha lo stesso suono come in molti altri Paesi del mondo: essere liberi a Tripoli significa avere l’opportunità di affrontare altre privazioni fisiche e economiche per tentare la traversata. Come possa andare a finire nel Mediterraneo lo sanno tutti, lo sanno i profughi soprattutto ora che la bella stagione è finita e il mare comincia ad ingrossarsi più spesso e lo sappiamo noi che ogni giorno vediamo sfilare i numeri, anche se abbiamo imparato a diventarne impermeabili.

Benjamin uscito dal centro di detenzione ha raggiunto gli altri, sono migliaia, che a Tripoli dormono per strada poco distanti dalla sede dell’UNHCR che però ha interrotto la propria attività perché “impossibilitata a proseguire”. I migranti appesi al marciapiede sono la fotografia perfetta di cosa siano la libertà e i diritti di questa gente secondo il governo libico, ma anche per la comunità internazionale che li osserva da lontano: hanno il diritto di dormire per strada, di farsi erodere dalla pioggia, di mendicare. Sono liberi di essere perseguitati. Ne scrivevamo su queste pagine pochi giorni fa: nemmeno il Papa e la Chiesa che rappresenta, quella che molti invocano quando devono legittimare le proprie battaglie politiche, sono riusciti a smuovere niente. Banmat Barkhat, per tutti Benjamin, mentre caracollava insieme alle altre 3.000 persone accampate e sospese in un limbo di umanità e di diritto è stato investito da un’auto di notte. La sua felpa a quadrettoni rossi e neri è rimasta sull’asfalto come un sacco di iuta, Benjamin era molle come uno degli orologi di Dalì e i compagni di sventura cercavano di soccorrerlo scuotendolo per avere un segno di vita. Non ce l’ha fatta. Chi l’ha investito se n’è andato senza nemmeno un fremito di rimorso. Ancora ieri i migranti accampati ne piangevano la perdita e chiedevano all’Europa di aprire gli occhi, di smettere di finanziare tutto quell’orrore.

I contrabbandieri con i migranti rimasti senza casa e all’addiaccio sotto teli di plastica hanno potuto alzare i prezzi: ora servono almeno 1.500/2.000 dollari per tentare di raggiungere l’Italia o Malta attraverso il Mar Mediterraneo. «Molti di noi cercano di attraversare via mare perché abbiamo perso fiducia nell’UNHCR per trovare vie legali per uscire». Qualcuno racconta di avere amici che sono riusciti a sfuggire ai rastrellamenti ma portano ancora addosso i segni delle fruste. Molti non si sa nemmeno dove siano finiti. Di sicuro alcuni sono morti che non rientreranno mai in nessun elenco ufficiale e gli altri che sono riusciti a nascondersi non escono perché temono di essere rapiti. Del resto i rifugiati sano bene che quest’anno solo 345 persone hanno lasciato la Libia grazie ai corridoi umanitari. Nel 2020 erano stati 811. Negli ultimi mesi la Libia impedisce i voli di evacuazioni per vulnerabili e richiedenti asilo. L’UNHCR avrebbe ricevuto una “conferma verbale” che i voli potrebbero riprendere a breve ma non c’è nulla di ufficiale.

Il portavoce dell’UNHCR Tarik Argaz ha detto: «I nostri team stanno già preparando tutta la logistica necessaria per riprendere le evacuazioni il prima possibile. Tuttavia, ciò potrebbe richiedere del tempo poiché alcuni di quelli prioritari per i voli sono attualmente in detenzione, a causa delle operazioni di sicurezza. Altri non possono essere raggiunti poiché le loro case sono state demolite, e gli sono stati portati via gli effetti personali e i telefoni». Ad ottobre più di 2.800 persone si sono messe in salvo in Europa. 1016 sono state salvate dalla flotta civile e più di 1.800 sono arrivate in autonomia (ovvero pagando a caro prezzo gli sfruttatori) a Lampedusa. Accanto a questi numeri ci sono, solo nel mese di ottobre, più di 1.700 persone respinte illegalmente in Libia dalla cosiddetta Guardia costiera libica. Nonostante i tribunali e le organizzazioni umanitarie del mondo continuino a dire che riportare i migranti in Libia sia contro qualsiasi legge e qualsiasi accordo sui diritti umanitari l’opera di respingimento in mezzo al Mediterraneo della Guardia costiera libica (pagata e addestrata direttamente dell’Italia) continua incessantemente.

Quanto possono valere le leggi italiane e internazionali in un Paese in cui ormai non vige nemmeno il principio minimo di umanità. Una volta rientrati in Libia i profughi pescati in mezzo al mare ricominciano daccapo: vengono rinchiusi di nuovo nei centri di detenzione, ancora violenze, altri soldi da pagare poi se va bene ci si riprova di nuovo. A Tripoli tra gli accampati sui marciapiedi c’è qualcuno che racconta di avere ripetuto il ciclo dieci volte. Poi ci sono i morti, diciamo i morti che si possono contare perché muoiono sotto gli occhi di qualche testimone o perché galleggiano sull’acqua e vengono fotografati: a ottobre sono almeno 84 persone decedute nel Mediterraneo centrale. Ma contare i morti è difficile: avere occhi per capire la realtà significa riuscire a superare le ostilità di chi ritiene le Ong e le loro navi addirittura la vera radice del male. Il Mediterraneo ormai è un enorme cimitero liquido in cui anche essere testimoni è un’impresa titanica. Del resto l’Europa è la finanziatrice di tutto questo orrore. Com’è pensabile che voglia risolverlo?

L’articolo Il sogno infranto di Benjamin si chiamava Europa, la sua vita spezzata a 17 anni sull’asfalto di Tripoli proviene da Il Riformista.

Fonte

Ciao ciao nuovo Ulivo

Con il voto sul ddl Zan l'”alleanza larga” è già diventata un’idea vecchia. «Nella giornata di ieri si è sancita una rottura, anche una rottura di fiducia, a tutto campo con Italia Viva», ha detto il segretario del Pd

Succede ogni volta così ed è accaduto anche questa volta: il centrosinistra esce vittorioso quasi inaspettatamente da una tornata elettorale (questa volta erano le elezioni amministrative) e subito qualcuno lancia la proposta di un “nuovo Ulivo”, ogni volta un modello nuovo, ogni volta con l’idea di metterci dentro tutti tranne quelli sporchi e cattivi che sono troppo sporchi e troppo cattivi per starci dentro. È la teoria politica dell’ammasso: se sommo componenti avrò la somma dei voti indipendentemente dalla coerenza delle idee. Non funziona mai, non ha mai funzionato però ogni volta ce se ne dimentica.

Anche questa volta il Pd per bocca di Enrico Letta ha deciso di lanciare l’amo. Ci sta, Enrico Letta è riconosciuto per le grandi doti di mediazione e qualcuno avrà pensato che se non ci riesce Letta a tenere insieme Renzi e Fratoianni non ci riuscirà mai più nessuno. A questo si aggiunga che Letta non ha proprio dei trascorsi felici con Renzi e il suo decidere di mettere da parte l’acredine era un gesto elegante in mezzo a un’ineleganza forsennata come quella che ieri ha applaudito con cori da stadio. Ma si sapeva che sarebbe finita male.

E infatti ieri brandendo il ddl Zan il nuovo Ulivo è già diventato un’idea vecchia. «Nella giornata di ieri si è sancita una rottura, anche una rottura di fiducia, a tutto campo. Italia Viva ma complessivamente con la parte che ha votato in quel modo», ha detto il segretario del Pd a Radio Immagina.«Italia viva immediatamente ha cominciato a prendersela con noi. Chi reagisce così ha qualcosa da nascondere. Una reazione così vocale, sguaiata, la dice lunga».

Matteo Renzi ha dato la sua versione dei fatti in risposta: «Martedì, alla riunione al Senato, Zan e gli esponenti Pd e 5 stelle hanno detto, questo è il testo prendere o lasciare. Hanno detto, muro contro muro. Bravi, con questa scelta suicida avete distrutto il Ddl Zan».

Alessandro Zan intervistato dal Corriere della Sera dice la sua: «Quando è arrivato il governo di Draghi il partito di Renzi si è messo in testa di voler essere l’ago della bilancia del Senato». Per Zan è questo il motivo per cui i renziani sono passati dal sì compatto al ddl alla Camera all’apertura alle modifiche al testo per andare incontro alle richieste delle destre: «Basta sentire le dichiarazioni di Davide Faraone, il presidente di Italia viva al Senato – dice Zan – Parla e sembra che a parlare sia Salvini».

Perfino Calenda sembra avere perso la pazienza e lancia un messaggio a Renzi: «Dovremmo lavorare insieme e costruire un grande polo riformista. Ma come possiamo farlo credibilmente se continui così! Fermati un secondo a riflettere. Te lo chiedo pubblicamente dopo averlo fatto tante volte privatamente. Fermati», dice il leader di Azione. E poi: «Ma come cavolo ti viene in mente di legarti all’Arabia Saudita e allearti con Micciché»

A proposito di Micciché, il ras siciliano di Forza Italia dice chiaramente che il progetto è un “tutti dentro” ma nel centrodestra: «Stare tutti insieme. Con gli uomini di Renzi e Salvini insieme. Perché Salvini non dovrebbe accettare un allargamento verso il centro?».

Questa è la partita (giocata come al solito sulla pelle degli invisibili). Si può dire che il “nuovo Ulivo” sia già rinsecchito. Ora ci si può dedicare a cose più serie?

Buon venerdì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Cronaca dell’oscurantismo

Con il voto segreto sulla “tagliola”, il provvedimento che contiene misure di prevenzione e contrasto della discriminazione e della violenza per sesso, genere o disabilità è sostanzialmente affossato, anche se Zan promette ancora battaglia

In Senato ieri sono arrivati tutti alla spicciolata. Nel Partito democratico erano convinti in mattinata erano convinti di avere 146 voti contro 143. Nel centrodestra Calderoli spera che si voti prima di pranzo perché poi avrebbero potuto perdere alcuni dei loro. Nel Pd erano tranquilli. Si sbagliavano.

Per avere un’idea dello spessore della discussione basta ripercorrere alcuni interventi. Si parte con Cucca di Italia Viva che lascia subito intendere le intenzioni: «Oggi stiamo segnando una pagina buia della storia del Parlamento stiamo arroccandoci su soluzioni ideologiche. Urlo fermiamoci. Abbiamo tempo. Mediamo», dice. Del resto manipolare i diritti in ideologia è il trucco antico della destra.

Barboni del gruppo Forza Italia Berlusconi Presidente-Udc ci mette un po’ del solito benaltrismo: «Questo disegno di legge non salva vite ma forse tutela diritti. Credo ci sia un problema più importante: la crisi economica». Evidentemente Barboni non sa che la politica ha il dovere di occuparsi di più cose contemporaneamente.

Balboni di Fratelli d’Italia ovviamente la butta sul reato di opinione: «Con questa legge si vuole perseguire una penalità ulteriore: introdurre un vero reato di opinione. Con questa legge non rendiamo punibile solo atti di violenza e istigazione alla violenza. Ma rendiamo punibili anche l’istigazione alla discriminazione». Poveretti, temono di non poter più urlare “frocio” a qualcuno. Poi si supera: «Potrebbe diventare reato che un bambino ha una madre e un padre, che un uomo non partecipi a competizioni femminili di donne, di quel religioso arrestato alla metropolitana di Londra che predicava che Dio ha creato uomo e donna». Questo per rendersi conto del livello.

Ronzulli di Forza Italia ha lo slogan già pronto: «Questa legge non combatte l’omofobia è una copertina patinata». E poi: «Se volete imporre ai bambini di 3 anni le teorie gender fluid siamo qui per impedirlo. Non lo voteremo mai». Ancora con la teoria gender, del resto in un’intervista a Fanpage anche Renzi aveva avuto il coraggio di citare una teoria che non esiste da nessuna parte. Romeo della Lega riesce a vincere il premio della cretinata del giorno: «Bisogna dare ai bambini il tempo necessario per essere ciò che vogliono. Si vuole obbligare i bambini a cambiare sesso». Complimenti. La Russa di Fratelli d’Italia dice «Per tanti anni mi sono sentito molto discriminato e non per motivi di sesso e religione ma appartenenza politica. E quindi sono molto sensibile alle discriminazioni. Ma il #ddlZan è un tentativo surrettizio di introdurre un pensiero unico». Poveretto, è stato discriminato.

Si chiede il voto segreto sulla tagliola. Finisce 154 a 131. Applausi scroscianti e festeggiamenti animaleschi del centrodestra. Applaudire un mancato progresso sui diritti ha un nome: oscurantismo. Il ddl Zan è sostanzialmente morto anche se Zan promette ancora battaglia. Del resto anche la comunità Lgbt aveva detto di preferire nessuna legge a una pessima legge. L’Italia resta senza una legge contro l’omotransfobia. Partono le accuse incrociate ma quello che conta è che non si è fatto nessun passo sui diritti. Basta rileggere le dichiarazioni del centrodestra per capire che l’ipotesi di una mediazione con loro è solo una giustificazione meschina. Renzi non c’era, occupato in Arabia Saudita insieme al principe Bin Salman per un evento del FII Institute, la fondazione nel cui board siede proprio l’ex premier.

Alessandro Zan la spiega benissimo: «Una forza politica si è sfilata e ha flirtato con la destra sovranista solo per un gioco legato alla partita del Quirinale. Una battuta d’arresto che comunque non ci ferma è solo momentanea». A proposito: questo è lo stesso Parlamento che voterà il prossimo presidente della Repubblica.

Tanti auguri.

Buon giovedì.

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Omicidio a Buccinasco, lo sfogo del sindaco: “Istituzioni assenti, non serve l’antimafia da salotto”


“Non serve l’antimafia da salotto”. A poco più di due settimane dall’omicidio di Paolo Salvaggio, eclatante esecuzione in stile mafioso compiuta in pieno giorno a Buccinasco, il sindaco Rino Pruiti si sfoga con Fanpage.it: “Chi le ha viste le istituzioni? A me non ha chiamato nessuno”. Pruiti lamenta la mancanza dello Stato, anche in relazione alla causa che oppone il Comune allo storico boss di ‘ndrangheta Papalia: “Se perderò quella causa non mi ricandiderò perché significa che qui io non servo a niente”.
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