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Il ddl Zan muore grazie ai voti dei nuovi centristi progressisti moderati sauditi

Tanto tuonò che piovve, merda. Il ddl Zan si è appena disintegrato grazie ai voti dei nuovi centristi progressisti moderati sauditi con buona pace di chi davvero ha creduto che ci fosse una reale volontà politica o anche solo appena appena un barlume di idea intorno a una legge che avrebbe potuto fare esistere persone invisibili che continueranno a essere invisibili ancora.

Il ddl Zan si polverizza al Senato perché Italia Viva deve offrire qualcosa in cambio al centrodestra dove ha bussato per prendere una stanza in subaffitto (cominciando in Sicilia con Micciché dove Forza Italia Viva finalmente esiste e non è più solo un profumo). Il ddl Zan esce liquefatto dal Senato perché Silvio Berlusconi che più invecchia e più ostinatamente si ama ha creduto alla favola del gatto e la volpe, Salvini e Meloni, mentre gli promettevano che lo appoggeranno alla presidenza della Repubblica chiedendogli in cambio di smoderarsi per non farli apparire troppo stupidi.

Il ddl Zan si incarta al Senato perché siamo un Paese così, dove basta paventare l’idea che loro figlio possa avere voglia di iscriversi a pattinaggio artistico per terrorizzare le famigliole conservatrici che inorridiscono davanti a un maschio soprano. 

Il ddl Zan muore oggi perché certa stampa proprio non riesce a contenersi dal rotolarsi nel fango con notizie false e allarmi (inesistenti) strumentali per vendere qualche copia in più. E il ddl Zan è stato un genere letterario come non si vedeva dai tempi dei terroni e dei marocchini, dove si sono buttati anche quelli che di solito ci tengono a non sgualcirsi i polsini.

Il ddl Zan si è appena disintegrato perché hanno rivenduto come “trattativa” dei miseri calcoli politici. E ogni volta che qualcuno usa una legge per trattare altre cose sue deve semplicemente ingegnarsi a rendere complicato ciò che è e estremamente semplice.

Il ddl Zan è stato affossato perché in fondo l’anima oscurantista è il vero intergruppo con larga maggioranza in Parlamento: sono quelli che ogni volta si proclamano progressisti e poi votano con la Lega e Fratelli d’Italia sui diritti civili, senza nemmeno accorgersene. 

Il ddl Zan muore perché c’è un partito che l’ha votato alla Camera e poi ha cambiato idea e in tutti questi mesi non ci ha spiegato esattamente il perché. Non ci ha spiegato perché la stessa legge che andava bene alla Camera poi non debba andare bene al Senato. Chissà.

Il ddl Zan muore perché perfino alcuni editorialisti che si autodefiniscono progressisti insistono nello scrivere che sarebbero mancati i voti nel centrosinistra quando invece il soggetto della frase dovrebbe essere quel partito di centrocentrocentrodestra.

Il ddl Zan non si farà perché siamo un Paese che guarda all’Europa quando ci serve per togliere tutele e diritti ai lavoratori ma poi guardiamo solo a casa nostra quando si tratta di allinearsi con i diritti che sono già legge negli altri Paesi europei.

Il ddl Zan si incarta perché quando pestano un gay o un trans in fondo se l’è cercata anche lui, poteva essere normale e non gli sarebbe successo niente. La pensano così anche se non hanno il coraggio di dirlo.

Il ddl Zan si polverizza perché gente che in modo molto macho sfoggia la propria sessualità e la propria identità di genere è terrorizzata che qualcuno possa, per conto suo, avere altre preferenze. Sapete perché ne hanno paura? Perché sono gli stessi che hanno bisogno di nascondere sotto la sabbia i temi che non sono in grado di affrontare.

Il ddl Zan si spegne perché se si certifica che odiare qualcuno per le sue preferenze sessuali è una sconcezza si tagliano metà delle dichiarazioni che finiscono sui giornali di esponenti politici che sono semplicemente dei provocatori disgustosi.

Ben fatto. Applausi.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Papa Francesco chiede accoglienza per i migranti, ma nessuno lo ascolta

No, stando zitti non cambia nulla e nemmeno fingendo di essersene dimenticati. Così quei cigliai di migranti accampati a Tripoli, in Libia, davanti alla sede dell’Unhcr sono ancora lì. L’unica differenza è il freddo che comincia a mordere e la pioggia che richiede dei teli di fortuna per trovare un riparo tra il marciapiede e la strada, usando le pareti di alcune abitazioni che fiancheggiano la strada come unico muro di stanze che non esistono. Gli appelli si sprecano, un appello del resto in questi tempi non si nega mai a nessuno, ma l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati ha dichiarato di avere sospeso la propria attività e il risultato degli ultimi rastrellamenti delle milizie libiche nel Paese ha portato migliaia di persone in mezzo alla strada, letteralmente, non è mica una metafora, in attesa di una soluzione che non arriva.

Uomini, donne e bambini sono senza cibo, senza acqua e senza alcun trattamento medico. Un riparo è un’aspirazione che non osano nemmeno: i ripari da queste parti sono i lager che il governo utilizza per contenere i disperati.
Nei giorni scorsi si sono svolte manifestazioni di solidarietà nel Regno Unito, in Svezia, in Canada, in Italia. Poi ci sono state le parole di Papa durante l’Angelus del 24 ottobre: «Ancora una volta chiedo alla comunità internazionale di mantenere le promesse di cercare soluzioni comuni, concrete e durevoli per la gestione dei flussi migratori in Libia e in tutto il Mediterraneo. E quanto soffrono coloro che sono respinti! Ci sono dei veri lager lì».

Papa Francesco ha evidenziato che «occorre porre fine al ritorno dei migranti in paesi non sicuri e dare priorità al soccorso di vite umane in mare con dispositivi di salvataggio e di sbarco prevedibile, garantire loro condizioni di vita degne, alternative alla detenzione, percorsi regolari di migrazione e accesso alle procedure di asilo». Anche la Cei ha auspicato: «siano posti in atto interventi efficaci, capaci di garantire il rispetto dei diritti umani e la tutela della persona.  Accogliere, proteggere, promuovere e integrare – verbi indicati dal pontefice – restano la bussola da seguire per affrontare la questione migratoria e trovare soluzioni adeguate a un dramma che continua a mietere vittime e infliggere sofferenze». Giorgia Linardi, portavoce di Sea Watch Italia, una delle tanto odiate Ong impegnate nel Mediterraneo in operazioni di salvataggio dice che le parole di Papa Francesco sono un manifesto da sottoscrivere punto per punto: «l’empatia che emerge dalle parole di Papa Francesco – dice Linardi – è proprio quella che da anni manca alla politica nella gestione dei flussi migratori, «se per politica si intende ancora protezione delle persone e non di altri interessi». «Ma c’è molto da fare anche nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica – conclude Linardi – che davvero non riesce a comprendere il livello di sofferenza che colpisce queste persone».

Ma i politici cattolici, quelli che sventolano il rosario e che anche questo Natale celebrano la loro fede lanciando la solita guerra in difesa del presepe, quando si parla di Libia, diritti e di immigrazione riescono addirittura a farsi scivolare addosso del Santo Padre come se fossero frasi lette di sfuggita su Facebook. Del resto l’Italia con la Libia c’entra eccome: «L’Italia – scrive Annalisa Camilli in un lungo articolo per Internazionale – ha attive in Libia quattro missioni militari: la missione bilaterale di supporto alla Libia, il supporto alla guardia costiera libica, Unsmil (la missione dell’Onu in Libia) ed Eubam (la missione dell’Unione europea per il controllo delle frontiere). Inoltre è presente nel Mediterraneo centrale con le operazioni marittime Mare sicuro della marina militare, con la missione europea Eunavfor Med Irini e con la missione Nato Seaguardian. Dal 2017 Roma ha speso in Libia un totale di 784,3 milioni di euro, di cui 213,9 in missioni militari. Nel complesso i fondi sono aumentati di anno in anno con il doppio obiettivo di fermare l’arrivo di migranti e di accrescere l’influenza italiana nell’ex colonia nel caos dal 2011, dopo la caduta dell’ex dittatore Muammar Gheddafi. Per l’addestramento e il sostegno alla guardia costiera libica lo stanziamento di fondi è passato dai 3,6 milioni di euro nel 2017 ai dieci milioni previsti nel 2020».

Due giorni fa l’Unhcr ha esortato il governo della Libia a rispondere alla situazione disperata di richiedenti asilo e rifugiati con modalità che siano rispettose della dignità e dei diritti umani. Le irruzioni e gli arresti arbitrari compiuti recentemente dalle autorità libiche in aree popolate per lo più da rifugiati e richiedenti asilo hanno provocato numerose morti e portato migliaia di persone in detenzione, molti hanno perso la casa o sono ora ridotti in povertà.
«Dall’inizio delle irruzioni e degli arresti condotti dalle autorità libiche a ottobre per motivi di sicurezza, abbiamo assistito a un drastico deteriorarsi della situazione di richiedenti asilo e rifugiati vulnerabili a Tripoli», ha dichiarato Vincent Cochetel, Inviato Speciale dell’Unhcr per il Mediterraneo occidentale e centrale. «È necessario che le autorità libiche predispongano un piano efficace che ne rispetti i diritti e individui soluzioni durature». Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite a Tripoli sarebbero almeno 3.000 le persone all’addiaccio. Molte hanno subito gli effetti degli attacchi, tra cui la demolizione delle case, e sono fuggite dalla detenzione in condizioni terribili. Altre si sono riunite nella speranza di essere evacuate.

«In seguito alle cosiddette operazioni di sicurezza, essendo rimaste senza casa e avendo perduto tutti i propri effetti personali, molte persone ora dormono al freddo in condizioni di totale insicurezza. È una situazione assolutamente inaccettabile», ha affermato Cochetel. UNHCR e i partner hanno dovuto sospendere le attività presso il Centro CDC per motivi di sicurezza ma continuano a essere impegnati in un dialogo attivo coi rappresentanti dei manifestanti fuori dalla struttura per spiegare loro che il Centro può offrire solo assistenza limitata, tra cui aiuti in denaro e cibo.
Insieme ad altre agenzie delle Nazioni Unite, l’Unhcr si dichiara pronta a sostenere un piano d’azione urgente che possa alleviare le terribili sofferenze patite dai richiedenti asilo e rifugiati in Libia. L’Unhcr continua ad appellarsi alle autorità affinché rispettino la dignità e i diritti umani di richiedenti asilo e rifugiati, mettano fine agli arresti arbitrari e rilascino le persone trattenute in detenzione.

Per strada, sotto i teli cerati da cantiere e riparati con oggetti di fortuna, le persone provano a resistere come si può resistere senza nemmeno sapere cosa permettersi di sperare. Alcuni uomini sono feriti: dei migliaia fuggiti da Gharyan qualche centinaio è riuscito ad arrivare a Tripoli attraversando i boschi e le montagne. Hanno addosso i segni delle milizie, raccontano di molti morti. Nelle scorse ore si è diffusa la voce della scomparsa di Saddam al Saket, un giornalista libico che documentava la situazione.

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Fonte

Pop-eye su Nuovissimo testamento: “una non distopia delle emozioni”

Nuovissimo testamento di Giulio Cavalli è un romanzo di lotta contro una realtà esasperata, anestetizzata. Ma non così distante dalla nostra.

Eleonora R.

Nuovissimo testamento è un romanzo scritto da Giulio Cavalli e pubblicato da Fandango nel febbraio 2021. Cavalli, scrittore e autore teatrale, collabora con diverse testate giornalistiche e ha pubblicato diversi libri d’inchiesta, oltre che romanzi. 

Analfabetismo emozionale

“Quel crac delle vene mentre osservava il solco tondo in spiaggia fu un dolore che non lo lasciò respirare. Era svenuto di faccia, i suoi ristretti l’avevano caricato sul sedile posteriore per avviarsi verso l’ospedale come prevede la procedura se qualcuno non risponde alle sollecitazioni esterne per più di quindici minuti.”

Nuovissimo testamento, Giulio Cavalli

Nello Stato di DF il governo ha ideato un vaccino da somministrare alla nascita ad ogni cittadino per estirpare l’empatia e le emozioni. 

Sono eliminati tutti gli stimoli; i colori sono soprattutto bianco e grigio nelle diverse tonalità; l’arte, la musica, i libri, i film sono vietati. Il cibo somministrato, in base alla dieta settimanale, non ha nessun sapore: si mangia per nutrirsi, non per soddisfare le proprie papille gustative. Le coppie esistono solo per fare figli e i partner sono assegnati dal governo a turnazione. 
I bambini vengono allontanati dalle madri naturali e inseriti in istituti governativi; non si sa cosa succeda agli anziani dopo aver perso la funzionalità procreativa. 

“…stavi leggendo, ma non si possono leggere libri, aveva detto lei, hai portato in casa un libro e ci hai messo tutti nei guai, no no aveva detto Andrea ora lo butto…”

ivi, Cap. 4 

Solo i governanti, che vivono in una cittadella a parte, non hanno rinunciato alle emozioni. Nel reparto ospedaliero di Disturbi affettivi si incontrano i protagonisti di questo romanzo. Ognuno di loro è lì per una ragione: chi per essere stato scoperto a leggere, chi per aver pianto, chi per essersi aggrappato a un ricordo. 
Tutti campanelli d’allarme di un risveglio emotivo. 

Ricorsi storici tra le Brigate Sentimentali e Alan Moore

[ATTENZIONE: SPOILER]

È chiaro che per i governanti di DF sia molto facile controllare e guidare un popolo che non prova desideri, ambizioni ed emozioni. Ogni cittadino segue il protocollo che lo stato ha emesso, ognuno è solo, vige l’individualismo. Esiste però un movimento sotterraneo e silenzioso che spaccia libri, musica, abiti colorati, cacao, spezie, cibo e liquori che mandano in visibilio le papille gustative, fanno nascere fiammelle di speranza e voglia di lottare per il proprio diritto a provare emozioni. 

Sono le Brigate Sentimentali alle quali si uniscono i protagonisti del romanzo prendendo parte alla lotta.

“Per questo avete provocato disperazione, per costruire emozioni bisogna averne il vocabolario mentre i cittadini di DF sono analfabeti.”

ivi, Cap. 15

Il primo attentato delle Brigate sentimentali avviene in metropolitana. 
Alcuni cittadini, travolti dalla Sinfonia n. 5 di Beethoven, resteranno interdetti dalla sua bellezza. Altri, in balia di un vortice di emozioni fuori controllo, perderanno la ragione e anche la vita: d’altronde, un mondo controllato dall’alto e in cui ognuno sa perfettamente cosa fare è confortante. 

Malinconia, di Munch (una delle tele, 1891 c.ca). Il pensiero di Kierkegaard ha influenzato molto l’artista norvegese.

Kierkegaard, filosofo danese, spiegò bene come l’uomo sia vittima della sua stessa libertà: la possibilità di scegliere pone l’uomo davanti a infinite possibilità, generando angoscia. Ecco come i cittadini di DF, non possedendo gli strumenti per riconoscere e gestire le emozioni, ne sono rimasti travolti.

Le Brigate Sentimentali escogiteranno, poi, un piano per somministrare l’antidoto al vaccino a tutti i cittadini, al fine di liberare le emozioni, sbaragliare la vecchia classe politica e dare vita a un Nuovissimo testamento. Qui inizia l’ultima battaglia a suon di democrazia. 

“…forse farsi governare è nell’animo umano più di quanto avessimo capito, ci vuole un’innaturale sconsideratezza per ambire alla libertà.”

ivi, Cap. 24

La Sinfonia n. 5 di Beethoven  ha uno stretto collegamento con il famoso fumetto (e film) V per Vendetta (Moore, 1982; McTeigue, 2005). D’altronde, Alan Moore ha utilizzato Beethoven anche nel suo Miracleman, mentre nella pellicola dedicata a V gli è stato preferito Tchaikovsky, escludendo così il parallelismo tra la Quinta e il cinque in numeri romano.
Come ben sappiamo, ogni autoritarismo per reggersi deve controllare la cultura e l’arte principali nemici dell’ideologia. Infatti V userà queste due armi per risvegliare le coscienze e il libero arbitrio, proprio come le Brigate Sentimentali. 

La Quinta di Beethoven intreccia V per Vendetta e Nuovissimo testamento.

Visto che siamo in tema di riferimenti non possiamo non sentire il sapore Orwelliano tra le pagine di Nuovissimo testamento. In 1984, un classico della letteratura novecentesca, Orwell critica la società del tempo: come V per Vendetta anche qui troveremo un regime che, però, non mostrerà una speranza per il futuro nemmeno nel finale.

A proposito di conclusioni, quella di Nuovissimo testamento di Cavalli ha un sapore amaro: non tutti sono pronti ad essere liberi. L’autore non lascia via di scampo, la fiamma della speranza di rovesciare l’ordine costituito si spegne. Tutto cambia per restare uguale.

La trappola narrativa

Nuovissimo testamento è un romanzo in cui anche la struttura narrativa è perfettamente conforme alla storia. Le parole si susseguono una all’altra sulla carta come un fiume in piena, assumendo una forma ossessiva e urgente.

La punteggiatura e scarsa, pensieri e dialoghi si sovrappongono senza essere distinti con virgolette o trattini. Questo può rendere faticosa la lettura ma anche intrappolare il lettore in questo flusso di parole senza riuscire a chiudere il libro prima di essere arrivato all’ultima pagina. 

Auspicabile realtà o tremenda distopia?

Questo Romanzo potrebbe rientrare in un episodio di Black Mirror, Serie TV che ha giocato molto sulle rappresentazioni alternative della realtà. Si parte da un aspetto reale e lo si esaspera fino all’estremo; il pubblico rimane inizialmente sconcertato dall’apparente assurdità di quello che sta vedendo ma, dopo una breve riflessione, si accorge che la realtà prospettata non è così distante dalla propria.

La copertina di “The Entire History of You” (Black Mirror) immaginata da Butcher Billy.

Anche Cavalli in Nuovissimo testamento racconta una realtà estremizzata. Identificare questo romanzo come appartenente al genere “distopico” può essere ingannevole: il provare emozioni è talvolta considerato una debolezza nella società attuale, un lusso che non ci si può permettere. 
Inoltre non provare emozioni protegge dal dolore, dalla paura e dal sentire in generale: mica male, no?

Ci sono domande che sorgono spontanee durante la lettura di Nuovissimo Testamento:
Saremmo disposti a farci iniettare il vaccino per smussare le spigolosità e prediligere la più noiosa rotondità affettiva? 
Saremmo davvero propensi ad avere relazioni esclusivamente formali che non richiedano sforzo emotivo pur di calmierare il rischio di soffrire? 

Oggi provare empatia viene spesso tradotto come buonismo, assumendo quindi un significato negativo. 
È terrificante: se l’essere umano perdesse la capacità di empatizzare e di provare emozioni, allora rinuncerebbe alla sua umanità. E questa sembra essere la lezione più profonda di Cavalli e del suo Nuovissimo testamento.

ER

(l’articolo originale è qui)

Eccola, Forza Italia Viva

L’agenzia viene battuta nel tardo pomeriggio e lascia pochi dubbi:

= FI: in Sicilia siglato accordo politico con Italia Viva = AGI0494 3 POL 0 R01 / = FI: in Sicilia siglato accordo politico con Italia Viva = (AGI) – – “Oggi sigliamo un accordo politico forte, stretto e serio tra Sicilia futura-IV e Forza Italia”.

L’alleanza tra il forzista Micciché e Matteo Renzi diventa ufficiale in previsione delle prossime elezioni comunali a Palermo e le elezioni regionali siciliane. In un mese i due hanno coronato il loro sogno: a settembre Matteo Renzi era in tour in Sicilia per promuovere il suo libro (ovvio) e c’è stato il primo incontro. Poi la cena con menu di ravioli mascarpone e bottarga, agnello dei monti lucani e biscotto di paprika dolce all’enoteca Pinchiorri. «Vogliamo far prevalere l’impostazione moderata e centrista, evitare gli eccessi sovranisti e populisti» ha detto il capogruppo regionale renziano Nicola D’Agostino. Si parte con un “intergruppo” di 15 parlamentari e poi liste uniche per amministrative e Regionali. Del resto bastava buttare l’occhio sul programma della “Leopoldina siciliana” (giuro, si chiama così) ovvero la scuola politica organizzata dal senatore renziano e siciliano Davide Faraone con Mara Carfagna e Giancarlo Giorgetti per farsi un’idea.

Da Italia Viva fanno sapere che si parla «solo di un’intesa locale», peccato che siano gli stessi che pochi mesi fa dicevano “noi con Forza Italia mai e poi mai” e poi si buttavano in grasse risate. E siamo arrivati fin qui.

Per carità, che Matteo Renzi (insieme a Calenda) sogni di formare in Italia un polo liberale che penda verso il centrodestra è un’idea legittima e forse nemmeno poi così male. Ci sono alcuni passaggi da segnalare: parliamo di quello stesso politico (lui e i suoi sfegatati fan) che ancora fino a ieri insisteva di essere “più a sinistra” della sinistra. Parliamo di quello che per un enorme fraintendimento e lassismo generale ha guidato il principale partito di centrosinistra italiano. Stiamo parlando di un’orda spesso fanatica che fino a ieri pomeriggio definiva “invenzioni” gli abboccamenti tra Renzi e il partito di Berlusconi. Insomma ci sono anni di simulazione antisportiva che ogni volta che veniva segnalata accendeva un putiferio. Ecco ora si sa che il putiferio era cretino.

In fondo che sia finalmente sbocciata Forza Italia Viva è un bene per chiarire le posizioni in campo. È andata come è andata. Anzi, è andata come si sapeva che sarebbe andata. Lo sapevano tutti, tranne i fan di Italia Viva.

Buon mercoledì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

L’algoritmo dell’odio

Quello che sta raccontando Frances Haugen, ex data scientist di Facebook, è un tema politicissimo

Abbiamo passato (giustamente) anni a discutere di odio applicato alla politica, alla società. Stiamo discutendo degli effetti che l’odio ha sulle nostre vite e sulla nostra economia. Poi, improvvisamente, ci siamo convinti che l’odio sia così e soprattutto che i social possano essere così. Una resa incondizionata di fronte all’architettura del web: ci siamo detti che il mondo va così e la gente è fatta così.

Quello che sta spiegando in giro per il mondo Frances Haugen, ex data scientist di Facebook, ora definita “talpa” perché ha deciso di raccontare ciò che ha visto all’interno del colosso è un tema politicissimo. Haugen nel Regno Unito di fronte ai legislatori che stanno lavorando a norme sui social media ha spiegato in che modo i gruppi di Facebook amplificano l’odio online: gli algoritmi, in sintesi, danno la priorità all’engagement e spingono ai margini le persone con interessi generali. In sostanza più odi e più funzioni, su Facebook e poi a cascata nella vita e nella politica, dove gli algoritmi social si sono fatti forma mentis.

Ha detto Haugen: «Il social network vede la sicurezza come una fonte di costo, celebra la cultura delle startup di ‘accorciare i percorsi’»e “senza dubbio” peggiora il clima di odio. «Gli eventi che stiamo vedendo in tutto il mondo, come in Myanmar e in Etiopia sono i capitoli iniziali perché la classifica basata sull’engagement fa due cose: dà priorità e amplifica i contenuti estremi che dividono e polarizzano e li concentra».

Haugen aveva già consegnato al Congresso americano documenti di ricerca interna che aveva copiato di nascosto prima di lasciare il suo lavoro in Facebook. Un consorzio di 17 testate giornalistiche americane ha ricevuto i documenti, già in parte raccontati nelle scorse settimane dal Wall Street Journal che rivelano come Menlo Park abbia in modo riservato e meticoloso ‘tracciato’ i conflitti nel mondo reale esacerbati sulla piattaforma, ignorato i consigli dei dipendenti sui rischi di alcune pratiche, esponendo comunità vulnerabili in tutto il mondo a messaggi pericolosi e incendiari.

Haugen aveva detto di fronte al Congresso americano: «Quando abbiamo capito che le compagnie di tabacco nascondevano i danni che provocavano, il governo è intervenuto. Quando abbiamo capito che le auto erano più sicure con le cinture di sicurezza, il governo è intervenuto. E oggi, il governo sta intervenendo contro le compagnie che hanno nascosto le prove sugli oppioidi. Vi imploro di fare lo stesso in questo caso. In questo momento, Facebook sceglie le informazioni che miliardi di persone vedono, modellando la loro percezione della realtà. Anche coloro che non usano Facebook sono influenzati dalla radicalizzazione delle persone che lo usano. Un’azienda che ha il controllo sui nostri pensieri, sentimenti e comportamenti più profondi necessita di una supervisione reale».

Non sembra anche a voi che non si parli solo di Facebook ma del mondo qui intorno, perfino delle proteste che attraversano il Paese in questi giorni?

Buon martedì.

Nella foto: attivisti a Taguig a est di Manila, nelle Filippine, protestano davanti alla sede di Facebook

Per approfondire, Left del 22-28 ottobre 2021

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SOMMARIO

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Ennesima giravolta di Renzi: chiedeva ai suoi avversari di rinunciare all’immunità ma ora è lui a volerla

Ora davvero sarebbe curioso ascoltare cosa dicono i fan più sfegatati di Matteo Renzi, quelli che hanno inteso Italia Viva come un fan club a forma di partito, qualcosa che non c’entra niente con la politica ma rientra nella sfrenata idolatria, dove la coerenza non è minimamente percepita.

Sarebbe curioso sentire cosa ne pensino delle parole di Renzi già dieci anni fa, il 22 febbraio 2011 quando ospite di Otto e Mezzo su La7, era ancora sindaco e fingeva bene la parte dell’innovatore per puntare ancora più in alto, all’ipotesi di reintrodurre l’immunità parlamentare ripristinando l’autorizzazione a procedere abrogata nell’ottobre 1993 in piena tempesta Tangentopoli e quindi aumentare le garanzie per i membri del Parlamento Renzi rispose deciso «No, oggi mi sembra più o meno una barzelletta. Sono contrario. Se vogliamo cambiare gli articoli della Costituzione che parlano dei parlamentari bisognerebbe avere il coraggio di dire che i parlamentari andrebbero dimezzati e che andrebbe dimezzata anche l’indennità» aggiungendo serafico che «la logica” dell’immunità parlamentare “è stata messa in Costituzione, quindi è una cosa seria, aveva un valore, ma in un altro momento, in un altro contesto».

O quando nel 2016 sfidò i grillini dicendo «rinunciate all’immunità, io non ce l’ho» e poi a Di Maio «se Di Maio è un uomo rinunci all’immunità». Piacerebbe sapere cosa ne pensano i suoi sostenitori oggi che Renzi decide invece di avvalersi dell’immunità parlamentare, tra l’altro questa volta senza nemmeno gridare ai quattrocento come è abituato a fare tutti i giorni per qualsiasi inezia, quatto quatto in un giorno di fine estate presentando all Procure di Firenze “formale intimazione di astenersi dallo svolgimento di qualsivoglia attività investigativa preclusa dall’art. 68 della Costituzione e dell’articolo 4 della legge 140/2003, nonché nell’utilizzare conversazioni e corrispondenza casualmente captate senza previa autorizzazione della Camera di appartenenza” come i peones parlamentari che si trincerano dietro all’immunità per non rischiare nemmeno di rischiare. Perché qui in ballo c’è un piano politico e di credibilità.

Sul piano politico tocca sottolineare che il senatore Renzi decide di usare l’immunità non per un nobile reato di opinione nel libero esercizio del suo ruolo di senatore ma per un’inchiesta di traffico d’influenze illecite, di riciclaggio e di finanziamento illecito ai partiti: si sta cercando di capire quali siano i movimenti e le motivazioni dello spostamento di soldi, niente a che vedere con il legittimo esercizio di ideali.

Dal punto di vista politico è curioso anche che Renzi richieda l’immunità per un’inchiesta che per ora interessa undici persone (tra cui i suoi più stretti collaboratori ma non lui): Renzi rivede il corso di un processo che ha sempre definito sbagliato? Un’incredibile preveggenza, non c’è che dire. Poi c’è la questione della credibilità e coerenza ma su questo capitolo il senatore fiorentino ha già dimostrato di essere quello che è, mica per niente i sondaggi danno Italia Viva in una picchiata che assomiglia a una sparizione. Il tarlo è sempre lo stesso: ma come si può difendere in una roba così?

L’articolo proviene da TPI.it qui

Il chierichetto della guerra

Il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha chiesto al Parlamento di poter spendere oltre 6 miliardi di euro per comprare nuove armi. Con 6 miliardi di euro si costruiscono 120mila asili nido, si attrezzano 75mila posti letto in terapia intensiva, e così via

I ministri più talentuosamente spaventosi sono quelli che non esistono, quelli che riescono ad agire sotto traccia spostando miliardi di euro mentre sulle colonne dei giornali si accapigliano su qualche sparuto milione, quelli che pesano moltissimo nel bilancio dello Stato eppure quando li vedi sembrano dei boy scout in gita a Roma, con l’espressione incredula di chi scoppierebbe a ridere confessando di essere arrivato fin lì.

Al ministero della Difesa c’è Lorenzo Guerini, uomo politico che ha avuto come più grande pregio quello di essere l’amichetto del cuore di Matteo Renzi in quel periodo in cui perfino il lattaio di Renzi finiva in qualche consiglio di amministrazione. Guerini però con Renzi ha rotto quando è nata Italia Viva e i ben informati dicono che Matteo non l’abbia presa benissimo, no. Del resto, pensateci bene, perché rischiare di scendere dal tram quando si è già arrivati alla fermata più prestigiosa. Guerini attraversa i governi e li attraverserà ancora a lungo, la scuola democristiana insegna l’arte della facoltosa immersione, e alla Difesa sta facendo cose di cui non si sente mai parlare in giro.

Cosa sta facendo Guerini? Come racconta Luciano Bertozzi in un suo articolo Guerini ha ordinato: tranche di elicotteri multiruolo Light utility helicopter (Luh) per i carabinieri, con un costo di 246 milioni di euro; programma pluriennale di ammodernamento e rinnovamento per lo sviluppo di un sistema europeo di aeromobili a pilotaggio remoto (cioè senza pilota): costo di 1.903 milioni; veicoli ad alta tecnologia per la mobilità tattica terrestre dei carabinieri: costo 112 milioni di euro; implementazione, potenziamento e aggiornamento di una capacità di Space situational awareness (Ssa), basata su sensori (radar e ottici) e un centro operativo Ssa per la conoscenza di oggetti spaziali artificiali: costo di 90 milioni di euro.

E ancora, aggiornamento e completamento della capacità di comando e controllo multidominio delle Brigate dell’esercito italiano: costo di 501 milioni; acquisizione di ulteriori 175 veicoli di nuova generazione Vtlm Lince 2 per l’esercito italiano (mezzi ampiamente usati nelle missioni italiane all’estero): costo 385 milioni; ammodernamento e rinnovamento dei sistemi missilistici di difesa aerea navale Principal anti air missile system (Paams) e dei radar per la sorveglianza a lunga distanza imbarcati sulle navi Andrea Doria e Caio Duilio: costo di 640 milioni; munizioni a guida remota per le forze speciali.

Infine, ammodernamento, rinnovamento e potenziamento della capacità nazionale di difesa aerea e missilistica a protezione del territorio nazionale e dell’Alleanza atlantica, e a garantire la protezione di teatro alle forze schierate in aree di operazione: costo 2.378 milioni di euro.

Guerini ha appena chiesto al Parlamento di poter spendere oltre 6 miliardi di euro per comprare nuove armi. Del resto il ministro della Difesa italiano, all’incontro Nato del 17-18 febbraio, aveva annunciato di voler aumentare la spesa militare (in termini reali) da 26 a 36 miliardi di euro annui. Manlio Dinucci sul Manifesto del 23 febbraio scorso scriveva: «l’Italia si è impegnata a destinare almeno il 20% della spesa militare all’acquisto di nuovi armamenti all’interno della Nato. Per questo, appena entrato in carica, il 19 febbraio Guerini ha firmato un nuovo accordo con 13 paesi dell’Alleanza atlantica più Finlandia, denominato Air Battle Decisive Munition, per l’acquisto congiunto di “missili, razzi e bombe che hanno un effetto decisivo in battaglia aerea”».

Con 6 miliardi di euro si costruiscono 120mila asili nido, si attrezzano 75mila posti letto in terapia intensiva, si costruiscono 48mila case popolari, si costruiscono 1.200 chilometri di autostrada. E così via, solo per dare un’idea di ordine di grandezza.

Poi ci sarebbe la domanda delle domande? Perché in Italia non esiste mai un dibattito sul convertire le spese militari in sedi civili? Bisognerebbe chiederlo a Guerini. Ma Guerini è uno di quei ministri che non esistono.

Buon lunedì.

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L’unione fa la farsa

Chissà se Lorenzo Jovanotti nella sua giovanile e debordante ingenuità avrebbe mai potuto immaginare che il verso di una sua canzone diventasse perseverante programma politico che ciclicamente ritorna. Solitamente accade così: una parte politica (il centrosinistra più spesso) vince una tornata elettorale, le amministrative nel caso specifico. Vince (anche questo ormai è un genere letterario) perché dall’altra parte sono talmente scassati da non mettere insieme un mazzo di candidati che eviti di dire una castroneria al giorno, di farsi beccare con qualche grottesco nostalgico nelle liste, in una sola parola di di litigare. Una presunta coalizione politica che si fa opposizione in Parlamento, d’altronde, è già un capolavoro di fantasia. Non ha tutti i torti Salvini che si lamenta di un tran tran familiare con Giorgia Meloni così difficile da governare.

Ma dicevamo, il centrosinistra vince le amministrative e si coglie la sensazione che circoli perfino un po’ di stupore. Ci si aspetterebbe che la sonante vittoria sia il primo passo di un rafforzamento delle posizioni, di un maggiore convincimento delle proprie azioni, invece arriva regolare la sindrome del tuttodentrismo. Poiché abbiamo vinto – dicono – perché non proviamo a vincere di più mettendoci tutti insieme? Il tuttodentrismo è una cosa così, qualcosa molto vicino all’hybris, topos politico che coglie chi ancora è convinto che i voti dei partiti si possano sommare come gli ingredienti di un’amatriciana. Che gli elettori siano un capitale che puoi spostare come un giroconto, attraverso un paio di clic. Che il gioco delle elezioni sia solo una questione matematica di insiemi inscalfibili da mischiare a piacimento.

Dopo le elezioni ritorna ciclica l’idea di una grande coalizione

Ecco quindi, con le urne ancora calde, l’idea fulminante: perché non facciamo una coalizione che vada da Che Guevara a Madre Teresa? Perché non facciamo una grande coalizione contro il nemico unico per vedere come funziona? Perché non mettere insieme Fratoianni, Renzi, il Pd, Calenda, Conte e chi ne ha più ne metta? L’idea, bisogna ammetterlo, è perfino simpatica. Ve li vedete Calenda e Fratoianni redigere nello stesso governo un qualsiasi documento di programmazione economica che debba spartire i sussidi tra lavoratori e imprese? Ve li immaginate Conte e Renzi tutti i giorni, a una certa ora, impegnati nella commemorazione delle loro Idi di marzo? Oppure quelli del Pd, che ancora hanno i ancora i lividi, mentre se ne vanno a zonzo per il Transatlantico a Montecitorio e decidono che regalo fare all’emiro per il suo prossimo compleanno? E Calenda che confabula fitto fitto con Paola Taverna per stabilire le strategie economiche?

Dopo ogni elezione, specie se vinta dalla sinistra, si ripropone il tormentone di una mega coalizione che racchiuda tutti
Carlo Calenda (Getty)

Perché forse sarebbe il caso di essere realisti. È vero o no che Calenda ha deciso di fondare (legittimamente) Azione per dissenso verso il Pd e la sua alleanza con il M5S, oltre che per divergenze evidentemente non sanabili altrimenti? E poi: avete mai dato un’occhiata alle dichiarazioni di Renzi sul Pd, sui grillini, sulla sinistra a sinistra del PD? Che fate? Ci dite, guardate, abbiamo scherzato? Non pare anche a voi che una coalizione così larga disinneschi perfino il senso costituente di alcune forze politiche che ci sarebbero all’interno? Altro aspetto è la questione antropologica. Certo sarebbe un esperimento interessante convincere un nugolo di maschi alfa a cooperare. Una missione da Nobel per la pace. Ma non sono gli stessi che avevano fatto della loro muscolare autonomia un segno distintivo?

Troppo spesso ci si dimentica degli elettori, che votano un partito e le sue idee

C’è naturalmente anche la politica, di cui spesso ci si dimentica: gli elettori (nonostante siano sempre meno e siano sempre più bistrattati) votano un partito e le idee che propone. Certo ci sono voti volatili, dati per vendetta magari contro un odiato nemico, ma valgono pochi spicci, durano un alito e si sciolgono come neve al sole (il M5S insegna). Esattamente quale sarebbe la sintesi delle idee? Esattamente quando è successo che il brodo annacquato sia rivenduto come portata immancabile, perché capace di non dispiacere a nessuno? Che fine ha fatto il gusto? Il tuttodentrismo ha tra gli effetti collaterali uno pericolosissimo: fortifica quelli fuori. Giorgia Meloni, che di politica ne capisce più di come la raccontiamo, l’ha compreso perfettamente e ne sta raccogliendo i frutti. E invece i tuttidentristi non riescono a non cadere nella solita tentazione della tiepida normalizzazione. Non sono bastati evidentemente i decenni a capire che il meno peggio porta sempre al peggio e che le rimpatriate funzionano solo per le band rock.

Dopo ogni elezione, specie se vinta dalla sinistra, si ripropone il tormentone di una mega coalizione che racchiuda tutti
Giuseppe Conte (Getty)

Ci sarebbe, infine, un punto fondamentale che sembrano dimenticare in tanti. Tutti gli astenuti, quella montagna di persone che non vanno a votare perché non trovano risposta alle loro esigenze, quelli, non interessano davvero nessuno? Davvero conviene spendere energie per mischiare i pochi che votano piuttosto che temperare le proposte per quelli che non votano? Niente. Ma vuoi mettere il gusto di lanciare, almeno ogni volta ogni elezione, il «da Che Guevara a Madre Teresa»? Peccato, tra l’altro, che non si vedano Guevara e Madre Teresa in giro. Nemmeno quelle.

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Chi sono gli scafisti, i capri espiatori di procure e politica

Quante volte li abbiamo sentiti nominare, perfino dai politici più cauti che in questi ultimi anni hanno provato a fingere (male) di essere i “buoni” e di non avercela con gli immigrati ma almeno di potercela avere con gli “scafisti”.

Gli scafisti, come molte altre cose nel mondo dell’immigrazione, sono diventati un’etichetta che si appiccica su tutto senza dover fare troppo caso alla complessità. Arrestare gli scafisti è diventato il gesto minimo per non apparire buonisti e per dare una parvenza di “legalità” (quella legalità che fa rima sempre con repressione) e di controllo: arrestare lo scafista è il modo semplice per offrire alla folla un presunto responsabile degli sbarchi, anzi molto spesso l’unico responsabile secondo la semplicistica narrazione.

Il circolo Arci Porco Rosso, che si trova nel multietnico quartiere di Ballarò a Palermo, e Alarm Phone (un progetto gestito dall’8 ottobre 2014 da volontari europei, tunisini e marocchini, che si impegna nel soccorso in mare dei rifugiati) hanno deciso di provare a vederci chiaro con un rapporto («Dal mare al carcere») che denuncia la criminalizzazione dei cosiddetti scafisti incrociando i dati delle forze dell’ordine, delle testimonianze dirette raccolte dalle due associazioni e dagli articoli di stampa. «L’Italia, l’Ue e l’Onu – spiegano gli autori del report – hanno sempre sostenuto che arrestare gli scafisti fosse un modo per combattere il traffico di esseri umani, al fine di prevenire le morti in mare. Ma questo report dimostra che la criminalizzazione degli scafisti ha effettivamente contribuito ad alcuni dei peggiori disastri marittimi della storia recente». Si parte dall’analisi del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (l’art. 12 del Testo Unico Immigrazione previsto dall’ordinamento italiano al fine di scoraggiare, punire, reprimere gli ingressi in violazione delle norme che regolano l’ingresso regolare in Italia e, in tal modo, proteggere i confini dello Stato) che «punisce non solo chi promuove, dirige, organizza, finanzia il traffico di esseri umani, ma anche chi materialmente trasporta migranti sprovvisti di visto di ingresso, e, in generale, chiunque con il proprio comportamento faciliti l’ingresso illegale di stranieri in Italia o in altro Stato europeo».

Ne consegue che viene posto sullo stesso piano della presunta organizzazione «il membro dell’organizzazione di trafficanti e colui che guida l’imbarcazione, o tiene la rotta, a prescindere dalle circostanze e delle modalità che lo hanno spinto a “contribuire” all’ingresso dei migranti nel territorio italiano». Si capisce così come quello che interessa allo Stato italiano è far di tutto per evitare che persone senza visto di ingresso entrino in Italia e lo fa punendo chiunque contribuisca, volontariamente o no, al viaggio dei migranti verso il suo territorio. Nel report si scopre quindi che lo scafista può essere un “migrante- capitano forzato” «spesso svolto da persone con pochissime, o quasi inesistenti, conoscenze del mare, costrette poco dopo la partenza a guidare l’imbarcazione», come si legge nel report, attraverso la minaccia o l’esercizio di violenza: «i timonieri ci mostrano le cicatrici della violenza subita sulla spiaggia o sulla barca, oppure ci raccontano della violenza a cui hanno assistito quando altri passeggeri hanno rifiutato di svolgere quei ruoli». C’è poi il “migrante-capitano per necessità” che «ha dovuto gestire l’imbarcazione durante momenti di difficoltà e trauma collettivo» oppure «ha dovuto prendere il timone durante i momenti più difficili della traversata, motivo per il quale è poi stato fermato dopo il soccorso».

C’è poi il “migrante-capitano retribuito” che viene pagato (in solido o in natura) per il limitato compito di guidare la barca senza avere a che fare con l’organizzazione del viaggio e con il sospetto “business” della migrazione: «nei campi in Libia, – si legge nel report – prima della partenza, ci sono momenti di prova in cui i candidati per il ruolo devono dimostrare di avere le necessarie competenze, usando il motore allestito in un barile. Spesso la prova viene effettuata davanti agli altri passeggeri, una forma di auto-controllo sulla professionalità del capitano. Infine, notiamo che tutti questi capitani sono loro stessi migranti: il loro ruolo è parte del loro stesso progetto migratorio». Tutte figure molto più complesse dello scafista integrato nell’organizzazione eppure spesso parificati con una colpevole semplificazione da parte delle istituzioni. Il report denuncia anche i «processi politicamente condizionati» a cui questi cosiddetti scafisti vengono sottoposti: «nella caccia allo scafista, capro espiatorio a cui addossare ogni responsabilità, le garanzie processuali vengono meno e quei principi su cui dovrebbe fondarsi ogni procedimento penale vengono con leggerezza violati».

«Per dare un’idea di quello che spesso diventa un accanimento della Procura contro i presunti scafisti – dice il report – un’avvocatessa ha paragonato questi processi a una guerra che richiede una lucidità estrema perché di fronte si ha un avversario, la Procura, che non concederà niente, che chiederà il massimo possibile della pena e cercherà in tutti i modi di ottenerla». Ci si scontra anche con il paradosso per cui adottare una linea difensiva forte, volta a contrastare le false accuse rivolte nei confronti dei capitani spesso porta ad un prolungato periodo di detenzione cautelare in attesa di un giudizio definitivo. Un altro problema che si pone è quello che per un capitano, e in generale per tutti i detenuti stranieri, la fine della pena non significa necessariamente riappropriarsi della propria libertà. Una mediatrice di Medu infatti spiega: «Ricordo un detenuto che aspettava la fine della condanna per prendere un caffè al bar di fronte al carcere. Durante gli anni dietro le sbarre ce l’ha messa tutta per essere una persona migliore una volta uscito dal carcere. Ha perfino conseguito l’attestato di licenza media. “Fuori ci vuole l’attestato”, diceva. Poi il giorno tanto atteso, camicia stirata, barba fatta e un sorriso sul viso. Ma ad attenderlo non c’era una seconda possibilità, ma una volante che lo accompagnava a un centro per il rimpatrio».

Guardando i numeri si scopre che dal 2013 oltre 2500 persone sono state arrestate con l’accusa di essere appunto i famigerati scafisti e la criminalizzazione dei conducenti di barche di migranti in Italia è aumentata costantemente negli ultimi 25 anni, soprattutto dal 2015 e che le conseguenze dell’arresto come scafista hanno un grave impatto sulla vita delle persone, anche se le accuse vengono ritirate. Del resto concentrare le attenzioni sugli scafisti è il modo più semplice per assolvere le vere responsabilità politiche che causano i fenomeni migratori. Trovare “un colpevole” che sia immediatamente riconoscibile (anche se innocente) è il modo migliore per fingere un’idea di sicurezza. Anche se, come dice l’attivista di Alarm Phone Sara Traylor, «mandare le persone in prigione non fermerà la migrazione né la renderà più sicura».

L’articolo Chi sono gli scafisti, i capri espiatori di procure e politica proviene da Il Riformista.

Fonte

Fininvest finanziò Cosa Nostra, ma sui giornali non lo ha scritto praticamente nessuno

Forse, mi son detto, è il religioso rispetto del silenzio elettorale prima delle amministrative che ha reso certa stampa così sbadata da non accorgersi della sentenza della Corte di Cassazione secondo cui non è un reato scrivere che la società Fininvest di Silvio Berlusconi ha finanziato Cosa Nostra ed è stata in rapporti con la mafia.

Anche perché è durato ben sette anni il processo contro il magistrato Luca Tescaroli e il giornalista Ferruccio Pinotti per il loro libro “Colletti sporchi” in cui avevano “evocato il coinvolgimento di Fininvest nel riciclaggio di denaro di provenienza mafiosa”.

E forse sarebbe una notizia da dare quella che per l’ennesima volta viene certificata da un tribunale, ovvero la vicinanza tra Silvio Berlusconi e la mafia: quello stesso Berlusconi che qualcuno prova addirittura a spingere verso il Quirinale e che, non solo a destra, si ha molta fretta di riabilitare per poter quanto prima creare un grande centro, come melassa che torni ai fasti del “dentro tutti” per spartirsi il potere.

Un Paese che rimuove con tanta facilità che appartenenti a Cosa Nostra ricevessero da Berlusconi attraverso il gruppo Fininvest 200 milioni di lire al mese a titolo di contributo e che Riina nel 1991 disse di avere Berlusconi e Dell’Utri “nelle mani” è un Paese che difficilmente potrà risultare credibile nelle sue alchimie politiche e anti-mafiose.

C’è stato negli anni un lento processo di normalizzazione delle colpe di Berlusconi, utilissimo al centrodestra per ripulirsi senza pulirsi e al centrosinistra per evitare di fare i conti con la storia. È una pacificazione collusa, immorale e vergognosa: lo dice anche questa ennesima sentenza.
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