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Il governo dei Maroni

La ministra Lamorgese decide di nominare Roberto Maroni per guidare la Consulta contro il caporalato. Il governo dei migliori, si sa, per sua costituzione deve tenere dentro tutti e la ministra deve avere pensato che non ci fosse modo migliore per rispondere agli attacchi di Salvini di queste settimane nominando un suo nemico interno, come se non avesse già abbastanza problemi dopo i pessimi risultati delle amministrative.

Maroni del resto è lo stesso che in questi ultimi mesi non ha lesinato critiche al segretario della Lega (nonostante l’abbia inventato lui, ve lo ricordate?, quando prese a ramazzare con la scopa di saggina una Lega che era ai minimi storici per i disastri combinati da Umberto Bossi): «Umberto Bossi, stratega per eccellenza, aveva una visione», disse Maroni al Foglio. «Usava me come tattico, sì, ma si capiva che guardava lontano. E io non voglio certo parlare male di Salvini, però insomma, qui la tattica rischia di sconfinare nell’assenza di progetto per il domani della Lega. Non a caso i governatori sul territorio non ragionano così». Sempre sul Foglio Maroni attaccò Salvini quando si trattò di trovare un candidato in Regione Lombardia (poi ci misero Fontana) e qualche malalingua disse che Maroni puntasse a un ministero: accusò Salvini di aver usato nei suoi confronti «metodi staliniani». «In tanti si affannano a dire che io non sarò ministro», spiegò Maroni, «ma chi vuole fare il ministro? Non pretendevo di sentirmi dire che sono stato un bravo governatore, pretendevo però che il segretario del mio partito non utilizzasse la mia scelta di vita per cercare di colpirmi». E poi l’affondo: «Io sono un leninista convinto, uno che crede nella leadership. Ma non avrei mai creduto di trovarmi di fronte un leader stalinista».

Qualcuno gode: guardate che bello scherzetto ha fatto Lamorgese a Salvini, si dicono dandosi di gomito, come se il governo fosse una cosa talmente poco seria da poter diventare il cortile delle scaramucce. Pochi, vedo, rimangono sul punto: nominare in un ruolo così delicato per quanto riguarda disperazioni e diritti un ex ministro dell’Interno che diede il via alla stagione dei respingimenti (con tanto di condanna all’Italia, come nel caso Hirsi), un ex ministro che difese con i denti quella legge Bossi-Fini che creò la sacca di disperati invisibili che sono il serbatoio perfetto per il caporalato, un ex ministro che voleva prendere le impronte digitali ai bambini rom, un ex ministro che volle il trattenimento nei Cie per 18 mesi è un’evidente scelta politica. Una pessima scelta politica.

Lo dice benissimo l’associazione Terra! (che di caporalato si occupa da anni) che nel suo comunicato scrive: «Desta stupore la decisione di istituire un ulteriore organo – oltre al già esistente Tavolo Caporalato – presieduto dagli stessi Ministeri e impegnato nella stessa missione, cioè l’attuazione del Piano Triennale di contrasto allo sfruttamento lavorativo. Riteniamo infatti che la moltiplicazione dei luoghi deputati a dare impulso alle iniziative contro il caporalato abbia come effetto il rallentamento dei processi decisionali e, quindi, il raggiungimento degli obiettivi. La scelta della ministra Lamorgese – dichiara Fabio Ciconte, direttore di Terra! – ha come effetto l’indebolimento degli spazi di democrazia, di confronto e dialogo sul tema del caporalato, che ci ha visti finora protagonisti, al fianco dei sindacati e di tante reti associative, nel ripensamento della filiera agroalimentare e nella tutela dei diritti di tutti gli attori del comparto. Affidare ad una personalità con la storia e le idee di Maroni la presidenza di un organo che replica le azioni portate avanti in altri Tavoli, renderà complicata la consultazione degli attori coinvolti nell’azione di contrasto». E ancora: «Conosciamo bene la storia politica dell’ex ministro del Lavoro e dell’Interno, e del suo partito, la Lega, che negli anni scorsi ha contribuito a creare nel paese un clima di persecuzione nei confronti delle persone migranti, che risiedono nelle nostre città e lavorano nelle nostre campagne. Da oggi, a Roberto Maroni viene affidata una delle sfide più difficili del nostro tempo: il contrasto allo sfruttamento di quelle stesse persone che lui e i suoi colleghi di partito avrebbero voluto espellere, spesso residenti negli insediamenti informali che punteggiano la nostra penisola, sgomberati con forza negli anni in cui alla testa del Ministero dell’Interno c’era Matteo Salvini. La nomina giunge come un attacco netto a tutte le vittime di caporalato e anche a quelle associazioni, come la nostra, che, nel corso di questi anni, si sono spese con determinazione per l’approvazione della legge anti caporalato, un provvedimento criticato e deriso dalla Lega, che più volte ha chiesto di modificarlo, ritenendolo “persecutorio” nei confronti dei datori di lavoro e dei caporali».

Che dite, tutto bene?

Buon venerdì.

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Salvare naufraghi non è reato, chiesta archiviazione per la Mare Jonio: “Legittimo non chiamare i libici”

Chissà che fegato amaro si faranno in questi giorni tutti quelli che hanno impunemente pensato di poter legiferare contro le leggi, quelli che per anni hanno sparso (e insistono ancora) fantasiose soluzioni prive di qualsiasi fondamento, quelli che davvero credono di poterci convincere che la Libia fosse un “porto sicuro” e che la cosiddetta Guardia costiera libica non sia semplicemente un manipolo di criminali finanziati con i nostri soldi. Sono passati solo pochi giorni dalla sentenza del Tribunale di Napoli che ha condannato il comandante della nave “Asso 28” per avere riconsegnato a Tripoli dei naufraghi raccolti in mare (ribadendo che no, che la Libia non è “un porto sicuro”) e ora la Procura di Agrigento (con il procuratore aggiunto Salvatore Vella e la pm Cecilia Baravelli) chiede l’archiviazione per la nave Mare Jonio dell’Ong Mediterranea accusata di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina perché, secondo la Procura, la cosiddetta Guardia costiera libica in realtà non può soccorrere nessuno perché in realtà cattura e deporta.

Sotto la lente della magistratura era finito il comandante della Mare Jonio e il capomissione di Mediterranea Saving Humans per un soccorso effettuato il 9 maggio 2019, quando durante una missione di osservazione e monitoraggio nel Mediterraneo centrale, avevano individuato in acque internazionali in zona SAR di competenza attribuita alla Libia, a circa 35 miglia a nord di Zuara, un piccolo gommone sovraccarico di trenta persone, tra cui due donne incinte, una bambina di 2 anni – la piccola Alima – e diversi minori non accompagnati, che stava imbarcando acqua e aveva il motore in avaria. A bordo dell’imbarcazione improvvisata al limite dell’affondamento c’erano persone provenienti da Ciad, Bangladesh, Sudan, Camerun, Mali, Costa d’Avorio, Nigeria e Burkina Faso, prive di qualsiasi dispositivo di sicurezza, che agli inquirenti hanno poi raccontato di avere perso ogni speranza e di essere intenti a pregare.

Una volta soccorsi, la Mare Jonio aveva rifiutato qualsiasi contatto con le Autorità libiche, disobbedendo agli ordini provenienti dal Ministero dell’Interno italiano che voleva imporre di consegnare questi naufraghi alla cosiddetta Guardia costiera di Tripoli. La Mare Jonio aveva fatto rotta verso nord, sbarcando la mattina successiva tutte le 30 persone salvate nel porto sicuro di Lampedusa. Qui era scattata un’operazione di polizia della Guardia di Finanza, agli ordini del Viminale, con il sequestro della nave, durato fino all’agosto successivo, e l’apertura delle indagini a carico del capitano Massimiliano Napolitano e del coordinatore ed armatore Beppe Caccia, da due anni e mezzo indagati per reati quali il “favoreggiamento aggravato dell’immigrazione clandestina” e due violazioni del Codice della Navigazione.

Ora la Procura della Repubblica di Agrigento nella richiesta di archiviazione al Gip riconosce che quel comportamento fosse legittimo per aver “adempiuto al dovere di salvataggio di persone in pericolo di vita in mare” e al loro successivo sbarco in un porto sicuro. Non solo: secondo i pm proprio la situazione in Libia e i comportamenti criminali della cosiddetta Guardia costiera libica giustificherebbero il rifiuto da parte della nave Mare Jonio di comunicare con loro e soprattutto di sottoporsi al coordinamento delle autorità di Tripoli. La Procura riconosce anche come giusta e legittima la scelta di richiedere il porto sicuro di sbarco (“Place of Safety”) alle sole Autorità italiane e dirigersi senza esitazione a Lampedusa.

Anche per quanto riguarda le presunte violazioni del Codice della Navigazione per il mancato rispetto della Diffida della Direzione Marittima di Palermo ad “effettuare in modo stabile e organizzato operazioni di salvataggio in mare” senza aver ottenuto “le necessarie autorizzazioni e certificazioni” (una leva giuridica usata spesso per impantanare le navi delle ONG) la Procura di Agrigento afferma con chiarezza che «la Mare Jonio non era tenuta a dotarsi di alcuna certificazione SAR (…) poiché non esiste nell’ordinamento italiano alcuna preventiva certificazione diretta alle imbarcazioni civili per lo svolgimento di tale attività», così come non è ammissibile l’idea di stabilire «un numero massimo di naufraghi imbarcabili» durante un’operazione di soccorso, che rimane materia di esclusiva valutazione del Comandante della nave impegnata. La Procura tra l’altro racconta anche di avere richiesto il 20 giugno 2019 «all’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr-Acnur) e, in particolare, all’Ufficio della Rappresentanza Regionale per il Sud Europa, se la Libia possa essere considerata un “Place of safety” (Pos)» ed avere ottenuto il successivo 3 ottobre la risposta con in allegato «un rapporto nel quale, dopo aver ripercorso i conflitti in corso in Libia nell’anno 2019, si esaminava la situazione di richiedenti asilo, rifugiati e migranti in quei territori».

Sono le stesse testimonianze di torture, di abusi, di stupri, di violenza sessuale e di traffico di essere umani anche da parte di funzionari dello Stato libico che da anni vengono raccontate da taluni media rimanendo inascoltate dalla politica, dall’Italia, dall’Europa e dalla comunità internazionale. In quella lettera Unhcr ricordava «ai comandanti, che si trovano ad assistere persone in situazioni di emergenza in mare, non può essere chiesto, ordinato, e gli stessi non possono sentirsi costretti, a sbarcare in Libia le persone soccorse, per paura di incorrere in sanzioni o ritardi nell’assegnazione di un porto sicuro». Valgono più di tutto le parole dei Pubblici Ministeri di Agrigento: «certamente non può essere criminalizzata in sé lo svolgimento dell’attività di salvataggio di vite umane in mare, che anzi costituisce un obbligo giuridico per ciascun uomo di mare».

Ora, in attesa della decisione del Gip, appaiono in bilico anche le altre inchieste contro navi delle Ong che sono finite indagate per gli stessi reati e perfino i numerosi fermi amministrativi che il nuovo corso della ministra Lamorgese utilizza per fare la guerra ai salvataggi in mare, fingendo di non farla a differenza del suo predecessore Salvini. Che il salvataggio non possa essere criminalizzato ma sia un obbligo era chiaro a chiunque avesse chiaro il principio di solidarietà e conoscesse un minimo le leggi dello Stato (e quelle internazionali). Che non sia chiaro al governo italiano e all’Europa (oltre a qualche importante esponente politico) rende perfettamente l’idea della sciatteria con cui l’immigrazione sia diventata una frusta da agitare per concimare consenso. Peccato che, mentre lentamente da noi i tribunali rimettono a posto ciò che è giusto, qualche migliaio di persone ogni giorno soffre indicibili sofferenze e muoia in nome dell’interessata indolenza della politica tutta intorno.

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Alla fine tutti a scodinzolare da Berlusconi

L’immagine più potente del disastroso momento del centrodestra è la finta serenità sputata ai giornali ieri di Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni mentre passeggiano, sorridono, si abbracciano, si baciano e fanno comunella a Villa Grande, la ex dimora del regista Zeffirelli sull’Appia oggi residenza romana di Berlusconi. È un incredibile salto indietro nel tempo, negli anni 90, quando la politica che si era fatta marketing era convinta di potersi raccontare sulle pagine patinate senza il bisogno di raccontare i contenuti.

L’incontro di ieri (fortemente voluto da Berlusconi che è convinto di poter tenere a bada i suoi giovani, inesperti e troppo focosi alleati) porta con sé la nostalgia dei tempi andati, come quelle cene di classe molti anni dopo quando tutti si ritrovano un po’ ammaccati dalla vita, piuttosto imbolsiti e pateticamente incagliati sugli amori e le simpatie che erano allora perché vuoti di emozioni presenti. La linea politica che esce dall’incontro dei tre leader è un comunicato bulgaro che non vale nemmeno la pena leggere, ripete quel “volemose bene” che è la strategia di uscita più banale per le situazioni complesse. Berlusconi dice che sono tutti “uniti” e che ha intenzione di “sostenere Draghi e di tenere unito il centrodestra” come se non fosse un fatto su cui riflettere che due partiti su tre sostengano il governo mentre Fratelli d’Italia sta bellamente a sollazzarsi all’opposizione.

L’idea della federazione lanciata da Salvini è finita nel cassetto delle sparate buone per un paio di articoli di giornale mentre quello che esce è per l’ennesima volta un commissariamento del Cavaliere che vuole riproporsi come leader. Anche la recita di Salvini e Meloni che sono amici per la pelle è qualcosa a cui non crede più nessuno.

Ma c’è un punto sostanziale che racconta bene il degrado: Silvio Berlusconi ieri pare che abbia raccontato ai suoi discoli di Lega e FdI che mancherebbero solo una trentina di voti per coronare il suo sogno di diventare presidente della Repubblica. E questo è il punto cruciale che racconta la sensazione: il centrodestra che si lamenta di avere perso male le elezioni amministrative per mancanza di proposte di spessore sta davvero brigando convinto di poter eleggere presidente della Repubblica un uomo che si è seduto al tavolo con Cosa Nostra e che ne ha finanziato le attività con le sue società.

Basta questo, solo questo, per rappresentare il momento.

Buon giovedì.

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Memento Draghi semper

Finita la buriana delle elezioni vale la pena tornare su questo refrain che ci ritroviamo praticamente tutti i giorni soffiato da diversi capi di partito che insistono nel dirci che la cosa migliore che potrebbe capitarci sia un Draghi dopo il 2023, perfino dopo il 2028 e chissà forse fino al 2050.

La politica italiana, soprattutto la parte più miope, serba questo desiderio, quasi un riflesso incondizionato, di trovare il modo più indolore per fermare tutto com’è, congelare lo scorrere dei problemi e dei desideri e quindi riuscire a non doversi impegnare per un Paese che cambia continuamente nei bisogni e nelle decisioni. Non serve certo in fine analista politico per intendere che i capi partito e parlamentari eletti anelano all’errore zero confidando in un certo immobilismo. Nel dire “teniamoci Draghi” c’è tutta l’inettitudine di chi crede che basti il nome senza nemmeno sforzarsi di dirci “per fare cosa”.

Draghi in questo è utilissimo: prende decisioni che i partiti non avrebbero mai il coraggio di prendere e comunque guida un governo sostenuto da partiti che possono in continuazione farci sapere di non essere d’accordo con ciò che fa il governo di cui sono parte. Praticamente sono saliti su un pullman con l’unica preoccupazione di fare delle belle foto ricordo del viaggio e con l’impegno di ricordarsi di fare le pipì durante le soste.

La democrazia è molto più semplice di come qualcuno si sforza di raccontarla per renderla ostica: se Draghi ha intenzione di continuare a fare il presidente del Consiglio gli basterà trovare una coalizione (o un partito unico, che renderebbe meglio l’idea) che lo sostenga alle prossime elezioni rinunciando ai proprio giochetti di segreteria e soprattutto che si prenda la responsabilità di un’agenda di interventi che non può fingere che sia capitata per caso o per emergenza.

Forse vale la pena anche notare come i sostenitori del Draghi dopo Draghi siano in gran parte gli stessi che ci rifilano sonori pipponi sull’astensione e sull’allontanamento della gente dalla politica: quanta voglia vi verrebbe di votare in un Paese in cui i segretari di partito si fanno fintamente la guerra tra di loro e poi in ogni intervista ci confessano di sognare di farsi altri 5 anni di gita insieme deresponsabilizzati dalla presenza di un taumaturgo che sono riusciti a travestire da agente esterno della politica?

Negare la politica per autopreservarsi è l’atteggiamento più fastidioso che si possa cogliere in un partito, in un periodo politico, in un governo: possiamo tranquillamente dire che in questi mesi stiamo assistendo a un capolavoro del genere.

Buon mercoledì.

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L’ex senatore di Forza Italia Pittelli è stato nuovamente arrestato per mafia, ma la politica fa finta di non vedere

Il postino a casa Pittelli suona sempre due volte, solo che all’avvocato di Catanzaro, ex senatore di Forza Italia, il postino porta ordini di arresto. Già arrestato nel maxi processo Rinascita-Scott, accusato di essere il ponte tra la ‘ndrangheta, la massoneria e la politica (i magistrati lo definiscono senza troppi giri di parole “l’affarista massone dei boss della ‘ndrangheta calabrese che grazie a lui è riuscita a relazionarsi con i circuiti bancari, con le società straniere, con le università e con le istituzioni tutte”) l’ex Forza Italia (poi passato alla corte di Giorgia Meloni prima di finire nei guai) è ora uno dei 29 destinatari di custodia cautelare firmata dal giudice per le indagini preliminari Vincenza Bellini su richiesta del procuratore di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri, dell’aggiunto Gaetano Paci e dei sostituti della Dda Gianluca Gelso, Paola D’Ambrosio e Giorgio Panucci.

Anche in questo caso l’accusa è di concorso esterno in associazione mafiosa. Pittelli si trovava agli arresti domiciliari ed è stato ricondotto in carcere. In questo caso, i pm che hanno indagato indicano Pittelli come “uomo politico, professionista, faccendiere di riferimento avendo instaurato con la ‘ndrangheta uno stabile rapporto ‘sinallagmatico’, caratterizzato dalla perdurante e reciproca disponibilità”.

Secondo l’accusa Pittelli avrebbe garantito la sua generale disponibilità nei confronti del sodalizio a risolvere i più svariati problemi degli associati, sfruttando le enormi potenzialità derivanti dai rapporti del medesimo con importanti esponenti delle istituzioni e della pubblica amministrazione”. Secondo gli investigatori, infatti, l’ex senatore Pittelli aveva “illimitate possibilità di accesso a notizie riservate e a trattamenti di favore”. Per questo “veicolava informazioni all’interno e all’esterno del carcere tra i capi della cosca Piromalli detenuti in regime carcerario ai sensi dell’articolo 41 bis”. I boss che avrebbero usufruito del rapporto con Pittelli sono Giuseppe Piromalli detto “Facciazza” e il figlio Antonio Piromalli reggente della cosca.

Ma come accaduto anche tra le carte del processo Rinascita-Scott, ciò che colpisce è che Pittelli avrebbe addirittura avuto un ruolo «da “postino” per conto dei capi della cosca Piromalli, nella perizia balistica relativa all’omicidio del giudice Antonino Scopelliti», il sostituto procuratore generale della Corte di Cassazione ucciso il 9 agosto del 1991 in un agguato a Campo Calabro, nel reggino, mentre rientrava a casa a bordo della sua autovettura. In particolare, l’ex parlamentare, secondo l’accusa, avrebbe sottoposto all’attenzione di un indagato, ritenuto «soggetto di estrema fiducia» della famiglia mafiosa Piromalli di Gioia Tauro, «una missiva proveniente da Antonio Piromalli finalizzata a far risultare un pagamento tracciato e quietanzato per il consulente tecnico che avrebbe dovuto redigere la consulenza per conto di Giuseppe Piromalli detto “Facciazza” indagato quale mandante, in concorso con altri capi di cosche di ‘ndrangheta e di Cosa nostra siciliana, dell’omicidio del giudice Scopelliti facendosi portavoce delle esigenze della cosca». In sostanza, per la Dda reggina, avrebbe pianificato «un sistema al fine di eludere la tracciabilità del denaro necessario alle strategie difensive, proveniente da profitti criminali».

Al centro delle nuove indagini ci sarebbe Rocco Delfino, per anni socio e procuratore speciale della “Ecoservizi Srl”, una ditta di trattamento di rifiuti speciali di natura metallica con affari su tutto il territorio nazionale e internazionale. Rocco Delfino per anni è stato ritenuto uomo vicino alla cosca dei Molé mentre oggi appare collegato alla cosca Piromalli (“tutore” della cosca, secondo i magistrati) e avrebbe promosso un’associazione volta al traffico illecito di rifiuti mediante la gestione di aziende, come la “Mc Metalli srl” e la “Cm Servicemetalli srl”, fittiziamente intestate a soggetti terzi ma riconducibili alla diretta influenza e al dominio della sua famiglia.

Un’organizzazione di prestanome per riuscire ad operare sul mercato senza incappare in interdittive antimafia. Il tutto avveniva con il concorso attivo di uomini dell’Agenzia Nazionale dei beni Sequestrati e Confiscati alla criminalità organizzata. TSono stati arrestati gli ex amministratori giudiziari Giuseppe Antonio Nucara e Alessio Alberto Gangemi che erano stati nominati dal Tribunale di Reggio e dall’Agenzia nazionale per gestire la “Delfino srl”.

Nell’ordinanza si legge che Giancarlo Pittelli “si adoperava anche per tentare di ‘intermediare’ con magistrati che dovevano trattare procedimenti di prevenzione nei confronti delle società del Delfino, quale il consigliere Marco Petrini (arrestato per corruzione dalla Procura Dda di Catanzaro), nonché procedimenti amministrativi al Consiglio di Stato, dinanzi al consigliere dottor Frattini, nella inconsapevolezza di quest’ultimo”.

E chissà intanto che ne pensa la sonnacchiosa città di Catanzaro, lì dove Pittelli in questi ultimi mesi è stato addirittura dipinto come un perseguitato dalla borghesia che fremeva per poter partecipare a una delle sue rinomate cene. E chissà se prima o poi la politica (Forza Italia e Fratelli d’Italia sono i partiti che hanno tenuto Pittelli sul palmo di mano) vorrà dirci come possa accadere che un avvocato che si prostituisce alle cosche possa essere scambiato per un valido dirigente politico. Anche perché, non so se l’avete notato, di mafia se ne parla poco, pochissimo, quasi niente.

L’articolo proviene da TPI.it qui

“Migliorare il reddito di cittadinanza”, la Chiesa chiede interventi per la misura simbolo dei grillini

In Italia ci sono già un milione di poveri assoluti in più rispetto al periodo pre-pandemia, arrivando alla cifra record di 5,6 milioni di persone in stato di povertà assoluto (circa 2 milioni di nuclei familiari). In occasione della Giornata internazionale di lotta alla povertà (17 ottobre) la Caritas ha presentato il Rapporto 2021 su povertà ed esclusione sociale dal titolo “Oltre l’ostacolo” prendendo in esame le statistiche ufficiali sulla povertà, i dati di fonte Caritas, il tema dell’usura e del sovra-indebitamento, la crisi del settore turistico, lo scenario economico-finanziario e le politiche di contrasto alla povertà.

Nel 2020 Caritas (potendo contare su 6.780 servizi a livello diocesano e parrocchiale e oltre 93mila volontari a cui si aggiungono circa 1.300 volontari religiosi e 833 giovani in servizio civile) ha sostenuto più di 1,9 milioni di persone. Di questi il 44% sono “nuovi poveri”, persone che si sono rivolte al circuito Caritas per la prima volta per effetto, diretto o indiretto, della pandemia. Disaggregando i dati per regione si scorgono alcune importanti differenze territoriali che svelano quote di povertà “inedite” molto più elevate; tra le regioni con più alta incidenza di “nuovi poveri” si distingue la Valle d’Aosta (61,1%,) la Campania (57,0), il Lazio (52,9), la Sardegna (51,5%) e il Trentino Alto Adige (50,8%). La pandemia ha acuito anche le povertà pre-esistenti: cresce anche la quota di poveri cronici, in carico al circuito delle Caritas da 5 anni e più (anche in modo intermittente) che dal 2019 al 2020 passa dal 25,6% al 27,5%; oltre la metà delle persone che si sono rivolte alla Caritas (il 57,1%) aveva al massimo la licenza di scuola media inferiore, percentuale che tra gli italiani sale al 65,3% e che nel Mezzogiorno arriva addirittura al 77,6%. Siamo quindi di fronte a delle situazioni in cui appare evidente una forte vulnerabilità culturale e sociale, che impedisce sul nascere la possibilità di fare il salto necessario per superare l’ostacolo.

Il 64,9% degli assistiti dichiara di avere figli; tra loro quasi un terzo vive con figli minori. Rispetto alle condizioni abitative, oltre il sessanta per cento delle persone incontrate (63%) vive in abitazioni in affitto, Il 5,8% dichiara di essere privo di un’abitazione, il 2,7% è ospitato in centri di accoglienza. Percentuali queste ultime che si legano chiaramente alla condizione degli “homeless”, i cui numeri anche per il 2020 risultano tutt’altro che trascurabili. Le persone senza dimora incontrate dalle Caritas sono state 22.527 (pari al 16,3% del totale), per lo più di genere maschile (69,4%), stranieri (64,3%), celibi (42,4%), con un’età media di 44 anni e incontrati soprattutto nelle strutture del Nord. Oltre un terzo delle persone sostenute dal circuito Caritas (il 37,8%) è supportato anche da alcuni servizi pubblici, il 19,9% dichiara di percepire il Reddito di Cittadinanza.

Dal rapporto esce anche un desolante quadro dell’occupazione: l’Italia, che già nel 2019 registrava oltre 2 milioni di giovani Neet (persone non impegnate nello studio, né nel lavoro né nella formazione) tra i 15-29 anni e alti tassi di disoccupazione, con la pandemia registra un forte calo del numero di occupati (-682mila unità). È interessante notare come tra loro il 52,3% è costituito da donne, che incidono solo per il 41% sul totale degli occupati, e il 55% è costituito da giovani tra i 15 e i 34 anni, giovani-adulti che pesano sul totale degli occupati appena per il 21,2%. Anche sul fronte educativo le conseguenze sono state assai gravi, collegate per lo più alla chiusura delle scuole per due anni scolastici consecutivi (2019-20 e 2020-21). In Italia il 78% delle scuole italiane ha garantito le video-lezioni con gli insegnanti, con frequenze più elevate per quelle secondarie di primo grado (pari all’86%) e per gli istituti del Nord, con punte vicine al 90% in Valle d’Aosta, Friuli-Venezia Giulia ed Emilia-Romagna.

Nel Mezzogiorno si registrano performance più basse della media (76%), con i valori minimi in Molise (69%) e Campania (71%). Complessivamente gli studenti che non hanno partecipato alle video-lezioni risultano quasi 600mila, pari all’8% degli iscritti, con un minimo di esclusi nelle regioni del Centro (5%) e valori più elevati (9%) nel Mezzogiorno (con un massimo del 13% in Sardegna). La crisi occupazionale e economica ha dato una spinta anche all’usura e al sovraindebitamento: nel rapporto si legge che nelle zone che sono state “rosse” più a lungo il reddito “si è ridotto di oltre il 50 per cento per un nucleo ogni 20; è stato decurtato tra i 25 e i 50 punti percentuali per 10 famiglie su 100; si è abbassato tra 1 punto a 25 punti percentuali per il 18,4 per cento della popolazione e solo un piccolo gruppo di privilegiati ha visto aumentare il proprio reddito (2,6%)”.

Grave crisi anche per il settore turistico: «In Italia, nel 2017, il turismo rappresentava il 6% del valore aggiunto nel nostro paese. Assoturismo stima una perdita di quasi 84 milioni di pernottamenti di turisti italiani e 157,1 milioni di turisti stranieri, con un calo degli arrivi di quasi il 62%. Il crollo delle presenze si è tradotto in una drastica contrazione della domanda di beni e servizi in diversi settori: la stima è di oltre 50 miliardi di euro». A Ischia il 70% degli operatori turistici non lavora: nel 2019 la Caritas sfamava 500 famiglie, mentre oggi sono 2.500 in gran parte formate da lavoratori stagionali che non hanno ricevuto nessun tipo di supporto economico. A Venezia, per fare un esempio, nei primi 9 mesi del 2020 si sono registrati 5 milioni in meno di arrivi (- 59,5%) e 18,5 milioni in meno di presenze (- 53,5%). La componente straniera ha registrato un calo del 73,1% degli arrivi.

Dal rapporto della Caritas esce uno scenario italiano molto meno “ottimista” di quello che viene raccontato con gran sicumera in certi ambienti. Per questo l’organismo pastorale della Cei raccomanda un pacchetto complessivo di interventi che prevede tra le altre cose anche il riordino e rafforzamento del Reddito di cittadinanza (ebbene sì, il tanto vituperato Reddito di cittadinanza) prevedendo un miglioramento nell’intercettare meglio la povertà assoluta (più della metà delle famiglie in povertà assoluta non riceve il RdC), ampliare alcuni criteri di accesso (come la diminuzione del numero di anni di residenza richiesti e una scala di equivalenza non discriminatoria verso le famiglie più numerose e che non le sfavorisca rispetto ai nuclei con uno o due componenti) e un miglioramento dei servizi e delle azioni per l’inserimento lavorativo.

E leggendo i dati e le opinioni di chi con la povertà ci ha a che fare tutti i giorni (sfamando gli affamati, proprio come dice quel Vangelo tanto sventolato e poco praticato) è ancora più evidente lo scollamento tra una narrazione che ancora si illude di poterla nascondere (se non addirittura criminalizzare) e un Paese che si ritroverà sempre di già (e sempre più duramente) a doverci fare i conti.

 

L’articolo “Migliorare il reddito di cittadinanza”, la Chiesa chiede interventi per la misura simbolo dei grillini proviene da Il Riformista.

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La percentuale che conta

Con le vittorie a Roma e Torino, il centrosinistra amministra ora otto dei dieci comuni italiani più popolosi. Ma il numero che ci interessa è quel 56,06% di persone che non sono andate a votare. È un numero storico (in peggio) perfino rispetto al risultato del 2016 e che deve far riflettere

Il giorno dopo vincono tutti. È normale, funziona sempre così: dicono di avere vinto quelli che vincono e perfino quelli che perdono fingono di esserne vincitori. Con le vittorie a Roma e Torino, il centrosinistra amministra ora otto dei dieci comuni italiani più popolosi, compresi i primi cinque (Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Bologna, Firenze e Bari). Il bilancio dei venti comuni capoluogo al voto in questa tornata elettorale: Centrosinistra 15 (+7) Centrodestra 4 (-3) Centro 1 (=). Tra i 119 comuni superiori ai 15.000 abitanti che andavano al voto in questa tornata elettorale, 42 sono stati conquistati dal centrosinistra (più 16 dal Csx+M5s), 30 dal centrodestra e 18 dai civici. 

Ma il numero che ci interessa è quel 56,06% di persone che non sono andate a votare. È un numero storico (in peggio) perfino rispetto al risultato del 2016. In quell’occasione abbiamo letto pareri illustri che ci hanno spiegato che fosse colpa della caduta delle ideologie, che il mondo non era più quello di una volta e che avremmo dovuto fare tranquillamente i conti con questo drastico calo.

Eppure quel 56,06% è di gran lunga il partito più importante d’Italia. Dentro ci sono coloro che non si sentono rappresentati da nessuno, nemmeno da quel centrosinistra che probabilmente canta con troppa leggerezza vittoria. Sono quelli che non si riconoscono nel governo attuale, che non riesce a prendere certo snobismo di certo centrosinistra (peggio ancora il centro-centro), sono quelli che non si sentono rappresentati più dal M5s che non riesce a essere il partito del dissenso, sono quelli che ce l’hanno a morte con il “tradimento” di Meloni e Salvini.

E la sensazione è che qualcuno si illuda davvero di poter pensare al mondo seguendo questo schema, come se nella storia italiana non sia già accaduto che nel 1993 in risposta al governo Ciampi esplodesse quella Forza Italia che prima non esisteva o come se non fosse successo il boom del Movimento 5 Stelle nel 2013 dopo il governo Monti. Scenari politici di partiti che non c’erano e che improvvisamente hanno assunto un ruolo di primo piano soprattutto dopo cosiddetti governi “tecnici” che hanno pesato nello scollamento dei votanti. E invece a guardarli da fuori sembra che quel pezzo di storia recente non sia mai esistito. E addirittura si osservano i vincitori (ma anche i vinti) convinti che tutto rimarrà come è ora, come se la storia non avesse insegnato nulla.

Buon martedì.

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Salvini voleva “prendersi il Paese”, ma non è riuscito a conquistare neanche Varese

È tutto fumo e niente arrosto il petto in fuori che per mesi Salvini ha mostrato all’opinione pubblica e ha sfoggiato nelle sue interviste che brulicavano sicumera. È la proiezione di un centrodestra che nei risultati rimane impastato in una coalizione che non trova una “matrice” (cit. Giorgia Meloni) e che esce malissimo dalle elezioni amministrative.

Capiamoci: che le elezioni amministrative sarebbero state il primo passo per una grande cavalcata che li avrebbe portati a “prendersi il Paese” (parole testuali di Matteo Salvini). E ne esce male anche Giorgia Meloni, forse ora finalmente consapevole che la sua crescita di consenso è frutto soprattutto di un travaso di voti tutti interni alla coalizione, figli di una mancata durezza imputata al segretario della Lega (che intanto al suo interno invece viene accusato di essere troppo poco diplomatico) che lei è riuscita a strappare restando fuori dal governo.

E forse sarebbe il caso di rendersi conto che no, che Salvini non ha già in mano il prossimo governo e anche Giorgia Meloni si può battere scrollandosi di dosso quel senso di prevista confitta che troppe volte si è annusato in giro.

Le parole di Salvini in questi minuti poi dimostrano perfettamente come il continuo spostare il baricentro della discussione senza mai affrontare gli argomenti ma semplicemente sorpassandoli di striscio risultati ripetitivo e sciocco: alla fine di una tornata elettorale che ha eletto il sindaco della capitale, di Torino, di Milano e di molte altre importanti città in Italia trovare il modo e il tempo per attaccare la ministra Lamorgese in conferenza stampa è un segnale di evidente debolezza che dimostra una volta di più il suo imbarazzo.

Del resto stiamo parlando dello stesso Salvini che proprio oggi in mattinata ha riconosciuto che la matrice degli scontri a Roma fu fascista (sì, incredibile, ha usato proprio questo termine) e che i lavoratori non devono essere pestati dalle forze dell’ordine mentre manifestano. C’è un aspetto curioso in tutto questo: Salvini ha lanciato il suo tweet per attaccare Lamorgese (ma va?) Ma si è dimenticato che la repressione del dissenso e la sua criminalizzazione è frutto di quei Decreti sicurezza che lui sventola tutt’ora come vittoria. Del resto gli è sempre stato difficile capire che comprimere i diritti degli altri finisce sempre per comprimere i propri diritti, nel corso delle cose.

La Lega che perde a Varese del resto è una notizia che sarebbe stata inimmaginabile fino a pochi mesi fa (a Varese in molti pensava che fosse arrivato il tempo di riuscire a strappare la città al centrosinistra e Varese tra le altre cose è il fortino elettorale di Roberto Maroni che nella Lega cominciano a rimpiangere in molti) e che il feudo di Durigon, Latina, sia rimasto al centrosinistra nonostante nella Lega si sentisse futuri padroni della città.

Se Salvini piange anche Giorgia Meloni non sorride: la crescita di Fratelli d’Italia (prevista da tutti) non ha cambiato gli equilibri delle coalizioni in campo e ora sarà molto più difficile rivendicare una leadership automatica che lei e i suoi fedelissimi ritenevano automatica. Giorgia Meloni infatti a differenza degli altri cui di partito non è uscita con nessuna dichiarazione immediata.

Infine c’è la questione dei destrorsi più esagitati che fino a qualche mese fa credevano in Salvini e Meloni e che oggi si sentono abbandonati: i no vax sono solo una parte di chi vedeva nei due i possibili liberatori dalla “dittatura sanitaria” e oggi ormai si sentono traditi.

Al di là di tutte le considerazioni di rito la partita delle amministrative finisce otto a uno per il centrosinistra. I candidati sindaci di centrosinistra alle amministrative hanno battuto quelli di centrodestra in 8 sui 10 capoluoghi richiamati a votare al secondo turno. Rivendere la conferma del sindaco a Trieste come una vittoria è troppo anche per chi per mesi ha dopato la proiezione di se stesso.

Meloni e Salvini hanno occupato per mesi i media da vincitori ma sono molto meno di quello che temono i loro avversari. Queste elezioni cambiano le proporzioni.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Il raglio del padrone

Le dichiarazioni del presidente di Grafica Veneta dopo il patteggiamento di due manager dell’azienda per sfruttamento di alcuni lavoratori pakistani

Ricordate la vicenda di Grafica Veneta? A luglio di quest’anno vennero arrestati Giorgio Bertan e Giampaolo Pinton, rispettivamente amministratore delegato e direttore dell’area tecnica di Grafica Veneta, insieme ad altre 9 persone con l’accusa di sfruttare alcuni lavoratori pakistani oltre all’accusa di essere a conoscenza di gravi episodi di caporalato nei confronti degli operai. Se ne parlò molto perché Grafica Veneta stampa i libri che abbiamo tutti negli scaffali e che si trovano dappertutto, i titoli più famosi e venduti, e se ne parlò molto perché a maggio 2020 uno di loro venne trovato con le mani legate dietro la schiena, dopo essere stato pestato, lungo la Statale 16 a Piove di Sacco, poi nei comuni confinanti, ne spuntarono altri quattro e poi altri cinque si presentarono al pronto soccorso di Camposampiero dicendo di essere stati picchiati, seviziati e rapinati di documenti e telefoni.

Secondo il gip, il raid «altro non era che una punizione riservata ai lavoratori che stavano maturando il proposito di ribellarsi (…), recandosi presso un sindacato per avere informazioni sui propri diritti». I lavoratori raccontarono di avere una busta paga di 1.100 euro mensili ma da quei soldi venivano trattenuti «l’affitto di 120 euro e ulteriori 200, 300 o 400 euro». Il tutto, sosteneva l’accusa, per aumentare i profitti di Grafica Veneta, che era «perfettamente consapevole del numero di ore necessarie per svolgere il lavoro che appalta e non a caso, disponendo delle timbrature dei dipendenti Bm Service», aveva «fatto di tutto per non consegnarli alla Polizia giudiziaria». «Nonostante le solide condizioni economiche e la possibilità di operare in maniera regolare», spiegava il procuratore di Padova Antonino Cappelleri, i dirigenti erano «riusciti a delocalizzare un settore nella loro stessa sede, appaltando manodopera a prezzi bassissimi».

Era un perfetto esempio di un modello di imprenditoria che qui da noi funziona così, alla faccia dei diritti che sono solo sulla carta e alla faccia delle lamentele di certi imprenditori che si lamentano di non trovare schiavi. Ai tempi Fabio Franceschi, patron di Grafica Veneta, si disse all’oscuro di tutto e profondamente addolorato, dicendo le solite frasi che si dicono in questi casi («confidiamo nella giustizia») e addirittura proponendo “una donazione” (perché gli faceva schifo pronunciare la parola esatta: risarcimento) ai pakistani.

Com’è finita? I due manager di Grafica Veneta hanno patteggiato. Quindi evidentemente le indagini non erano così fantasiose. Ma in un’orrenda intervista a La Stampa Franceschi dismette le vesti da pentito e mostra la sua vera natura. Dice che i suoi collaboratori hanno patteggiato perché: «La nostra è un’azienda in grande crescita, che non può permettersi di restare concentrata su un problema risolvibile con una sanzione amministrativa. Hanno patteggiato su consiglio degli avvocati e ora sono di nuovo operativi». Insomma, avrebbero accettato di riconoscersi colpevoli di accuse false per non perdere fatturato. Non male, eh?

Ma il meglio deve ancora venire. Accusa i pakistani di avere calunniato la sua celebre impresa (lo sfruttamento lo definisce «un mucchio di falsità», deve essere per questo che hanno patteggiato), dei lavoratori picchiati e legati al bordo della strada dice «avevano la mascherina in faccia per calunniarci. Uno era vestito come uno zingaro», del fatto che vivessero ammassati come topi dice «loro sono un po’ così, pulizia e bellezza non è che facciano parte della loro natura. Comunque vivevano in otto in una casa grande, due in una stanza. Neanche male» e poi si supera comunicandoci la sua visionaria soluzione: «Pakistani, nella mia azienda, non ne voglio più. Hanno litigato, si sono bastonati e ci hanno accusato di un mucchio di falsità. E in cinque anni non hanno imparato una parola di italiano».

Ed è incredibile come un processo concluso con un patteggiamento riesca comunque a dirci molto meno di tutta la natura che invece esce in un’intervista. Perché alla fine la natura non riescono a trattenere. E con la natura, si sa, non si patteggia.

Buon lunedì.

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