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I professionisti del no

Protesto ergo sum. Che soddisfazione deve essere ritrovarsi in un’Italia così fortemente polarizzata per i rabdomanti del dissenso, quelli che esistono solo quando hanno qualcosa o qualcuno contro cui protestare, quelli che formano la propria identità solo come vittime di una qualsiasi dittatura, quelli che non hanno le proporzioni della Storia (perché la Storia non l’hanno nemmeno studiata ma la incrociano a grandi linee su Facebook) e si sentono protagonisti della Storia. Quelli che ritengono di essere dalla parte giusta semplicemente perché è la parte minoritaria e lì è statisticamente più facile diventare protagonisti, quelli che in fondo non gliene frega niente del tema di cui si discute ma semplicemente si ubriacano sentendo l’odore dello scontro, quelli che sono politicamente irrilevanti e incapaci di confrontarsi e quindi devono inventarsi una realtà sconnessa per svicolare. Quelli che in fondo hanno sempre desiderato una via per riuscire a fare il meno possibile e cosa c’è di meglio di una “battaglia giusta” per scrollarsi di dosso le responsabilità, quelli che sono sempre loro contro il resto del mondo (che poi sono gli stessi che non ce l’hanno fatta per colpa del resto del mondo come unica giustificazione che sta bene su tutto) perché nella loro testa e per il loro alfabeto meriterebbero di essere i re del mondo.

Basta un po’ di realismo per annusare certe componenti della galassia dei No green pass di questi giorni per ritrovare tutti i tipi umani che si ritrovano ogni volta che c’è da sfruttare un dissidio per accarezzare la propria vanità.

Manifestanti contro il Green Pass a Roma (Getty)

Se i dubbi sul Green pass sfociano nel complottismo

Sia chiaro: sulle molte criticità della scelta di adottare il Green pass (nella forma e nella sostanza) in Italia (per fortuna) abbiamo una dignitosissima schiera di professionisti che tutti i giorni provano con perseveranza e professionalità a scriverne nel merito. Qui si parla dei patetici personaggi che il tema non lo conoscono nemmeno, quelli che mettono insieme il Green pass con il complottismo, con la terra che è piatta, con la luna che non è vero che ci siamo mai andati, con le cure omeopatiche per i tumori, con il 5G che elettrificherebbe le ipofisi, con i feti abortiti, con Soros e Bill Gates che di notte studiano come scremare la popolazione mondiale, con le bare che sarebbero state vuote, con le ambulanze per finta e con tutta quella’altra orribile e terribile mare di guano letterario che ogni giorno ricopre qualsiasi discussione.

I mille volti dei No Green pass, dai fascisti ai parlamentari preoccupati

Si riconoscono subito questi novelli crociati nella loro battaglia contro il mondo, sono diversi tipi, tutti replicabili in ogni protesta. C’è l’illuminato. L’illuminato vede cose che tutti gli altri non vedono ma non riesce mai a spiegarsi per bene. Così finisce che l’illuminato chiede agli altri di avere fede senza fargli perdere tempo a dimostrare il fondamento delle proprie tesi. Avete capito bene: l’illuminato non si fida della comunità scientifica senza prendersi la briga di smentirla punto su punto ma chiede comunque che ci si fidi di lui come si adora un totem.

C’è il fancazzista. Quello che ogni giorno cerca un buon motivo per perdonarsi il fatto di non voler fare quello che dovrebbe fare e per non essere costretto a fare i conti con il fallimento di fronte alle proprie responsabilità ha sempre un’urgenza mondiale che lo chiama a fare altro. Sarebbe semplicemente un banalissimo indolente ma per fortuna c’è una pandemia mondiale che gli consente di essere un eroe. C’è l’improvvisamente dirigente. L’improvvisamente dirigente non lo ascoltava nessuno nemmeno quando proponeva un colore per la cancellata del condominio e ora che ha trovato il modo di propagare le sue teorie senza senso dall’altra parte del Paese ha un nutrito stuolo di fan a Canicattì che tutte le mattine gli chiedono se ha dormito bene. L’improvvisamente dirigente solitamente è anche uno che ha sempre lamentato l’autoritarismo dei suoi dirigenti e ora che si trova a dirigere un manipolo di adoratori è il più tirannico di tutti. Ma se qualcuno glielo fa notare dice che deve usare il pugno di ferro perché siamo in guerra per il Green pass. Vuoi mettere l’esibizione di un certificato verde con la gestione di un’azienda o di un dipartimento? Dai. Su.

Manifestazioni contro il Green pass a Roma, il 9 ottobre 2021 (Getty)

C’è il fascista consapevole. Sono fascisti che escono dalle fogne senza farsi notare solo perché c’è parecchio caos in giro. Solo che poi sono talmente fascisti che non riescono a non farsi beccare. Perché sono stupidi, come tutti i fascisti. C’è il fascista inconsapevole. Questo è ancora più pericoloso: vuole combattere per la democrazia ma non si accorge di essere la spalla ideale dei fascisti e alla fine adotta i loro stessi slogan e addirittura le loro stesse canzoni (lo sapete vero su che note suonano i cori di questi ultimi giorni? Studiatele, prego). Il fascista inconsapevole dice che i giornalisti vedono fascismo dappertutto e stamattina non ha nemmeno un dubbio sul fatto che guarda un po’, tu guarda il caso, alla fine ieri hanno sputato contro Liliana Segre.

LEGGI ANCHE: Duce intermittente, l’antifascismo che va praticato ogni giorno.

C’è il complottista. Non serve nemmeno descriverlo. Anzi non lo descriviamo così crederà che sia un complotto contro di lui. C’è il parlamentare in cerca della conferma di seggio. Il parlamentare preoccupato del proprio prolungamento spera ardentemente che ci siano almeno i numeri per garantirgli il seggio. Sarebbe pronto a combattere anche per l’abolizione del gusto di gelato al cioccolato pur di non doversene tornare a casa come un cittadino qualsiasi. C’è il puro e bio. Quello per cui tutto ciò che non lacrima dalla corteccia di un albero è sicuramente nemico del mondo. Rifiuta l’illuminismo e la scienza e si fida solo delle vibrazioni dei suoi sfinteri. Mangia solo 2 tipi di cereali che ordina su Amazon e compra goccine per elevare lo spirito. Tutto ciò che è evoluzione è un intorpidimento della legge naturale. È dispiaciutissimo di non avere più i piedi prensili.

C’è l’arrabbiato. L’arrabbiato cerca solo luoghi in cui poter esercitare la sua rabbia. Ora è il Green pass, ieri erano i negri, poi le buche in città, poi i dipendenti pubblici che non fanno un cazzo, poi i politici che rubano e hanno l’autista. L’arrabbiato tra l’altro è perso, poveretto, perché gli si è frantumato il partito. E infine ci sono gli intellettuali. Gli intellettuali sono fantastici: mettono insieme cose che non c’entrano nulla, fanno lunghi ragionamenti che non dicono niente, ma come appoggiano i congiuntivi loro è qualcosa che profuma di sapienza, i migliori addirittura si avventurano il trapassato remoto. Gli intellettuali scrivono documenti incomprensibili che nessuno legge ma che ci si tiene in tasca per dire: vedi, lo dice perfino lui, guarda come lo spiega bene.

Ultimi perché ultimi i divi e le dive decadute. Stavano su tutti i giornali e da un bel poi non li calcola più nessuno. Erano i cantanti più conosciuti della loro generazione e oggi si consolano di essere i cantanti ufficiali dei No-unacosaqualsiasi. Devono aver pensato che se diminuisce la popolarità per non accorgersene basta diminuire il popolo: così in un pozzanghera si sentono ancora in prima serata. Protesto ergo sum, appunto.

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Il business dei Cpr, 44 milioni in 3 anni a soggetti privati per custodire 400 persone nel degrado e senza diritti

Cosa sono i Cpr in Italia? Un “filiera molto remunerativa” senza personale, senza mezzi, senza strutture e senza diritti. È il quadro impietoso che esce dall’ultimo rapporto della Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti civili (CILD, una rete di organizzazioni della società civile nata nel 2014 che lavora per difendere e promuovere i diritti e le libertà di tutti, unendo attività di advocacy, campagne pubbliche e azione legali) che fin dal titolo lascia trasparire le conclusioni: “Buchi neri – la detenzione senza reato nei Centri di permanenza per i rimpatri”.

In Italia attualmente risultano operativi 10 CPR (Milano, Torino, Gradisca d’Isonzo, Roma-Ponte Galeria, Palazzo San Gervasio, Macomer, Brindisi-Restinco, Bari-Palese, Trapani-Milo, Caltanissetta-Pian del Lago) per una capienza di circa 1.100 posti in tutto. Il rapporto evidenzia come nel periodo 2018-2021, siano stati spesi ben 44 milioni di euro per la gestione da parte di soggetti privati di tali 10 strutture, cui vanno sommati i costi relativi alla manutenzione delle stesse e al personale di polizia. «Una media giornaliera – si legge nel rapporto – di spesa pari a 40.150 euro per detenere mediamente meno di 400 persone al giorno che, nel 50% dei casi, verranno private della propria libertà senza alcuna possibilità di essere realmente rimpatriate nel proprio Paese d’origine. La detenzione amministrativa è divenuta, insomma, una “filiera molto remunerativa”, i cui costi sono sostenuti da tutta la società attraverso la leva fiscale.

All’interno di questo sistema di trattenimento si registra, da un lato, una continua spinta alla minimizzazione dei costi da parte dello Stato e, dall’altro, la ricerca della massimizzazione del profitto da parte delle imprese e cooperative cui vengono assegnati gli appalti. Nel mezzo vi sono centinaia di persone trattenute in delle strutture che non rispettano, in molti casi, neanche gli standard dettati dal Comitato europeo per la Prevenzione della Tortura». Negli anni infatti si è registrato un drastico calo di tutti i servizi destinati alla persona e con la riduzione del monte ore (fino al 78% nei centri più grandi) del personale dipendente che ha portato a una cronica mancanza di mediatori culturali (che non coprono tutte le lingue parlate dei trattenuti, come a Torino) e una riduzione del monte ore dei medici (per i CPR più capienti) del 70,8% nel 2018 e del 41,7% nel 2021 mentre per quanto concerne gli psicologi, nel passaggio dal 2017 al 2018/2021 vi è stata una riduzione del monte ore del 55,6%.

Poi ci sono i luoghi: mancano locali di pernottamento differenziati per i richiedenti asilo (come espressamente richiesto dal d.lgs. n.142/2015 e dallo stesso Comitato europeo per la Prevenzione della Tortura), i metri quadri delle singole stanze non sembrano rispettare lo standard dello spazio vitale minimo richiesto dalla Corte Edu, c’è carenza di luce naturale, mancanza di campanelli di allarme, stanze con blatte (come a Palazzo San Gervasio prima dei lavori di ristrutturazione), materassi senza lenzuola, vetri rotti e muffa. Nel rapporto si sottolinea anche come le condizioni igieniche siano pessime e come il cibo non tenga conto delle convinzioni religiose e delle esigenze mediche dei trattenuti. La mancanza di spazi comuni, si legge nel rapporto, «rende tali strutture dei veri e propri “involucri vuoti”, in cui le persone perdono la propria identità per essere ridotte a corpi da trattenere e confinare».

In compenso le società che gestiscono i centri (tra cui alcune multinazionali come Gepsa Italia che fa parte di Engie Francia oppure Ors Italia, con sede a Zurigo, che gestisce Centri di accoglienza e di trattenimento dei migranti in 4 Paesi europei: Svizzera, Germania, Austria e Italia e che nel 2015 è stata nominata in un rapporto di Amnesty International per le condizioni inumane di accoglienza dei migranti nel Centro austriaco di Traiskirchen) «sembrano evidenziare come la detenzione amministrativa sia divenuta, anche nel nostro Paese, un settore molto remunerativo e di attrazione per le multinazionali», sempre con gare d’appalto con il criterio di aggiudicazione basato sull’offerta economica più vantaggiosa. CILD ha anche sottolineato come nonostante la pandemia il numero dei transitati sia rimasto costante pure con il blocco dei rimpatri: trattenimenti sostanzialmente illegittimi poiché «la detenzione nei CPR è esclusivamente propedeutica al rimpatrio».

L’organizzazione dei servizi sanitari all’interno dei CPR appare, a detta dello stesso Garante nazionale, «particolarmente critica», per mancanza di personale e per la «totale assenza di protocolli di prevenzione dei rischi, nonostante i numerosi episodi di autolesionismo che si verificano nei Centri». L’assistenza medica e psicologica è garantita, a ciascun trattenuto, per pochi minuti alla settimana (15 alla settimana nel Centro di Milano, solo per fare un esempio). A questo si aggiunge l’abuso di psicofarmaci (utilizzati spesso come metodo di disciplina, più che come cura) oltre a una più che deficitaria campagna di prevenzione e di profilassi per Covid.

Ovviamente CILD sottolinea anche il fatto che i trattenuti non siano informati dei propri diritti e che non possano difendersi in un sistema giudiziario che non ne rispetta i diritti: la durata delle udienze oscilla tra i 5 e i 10 minuti, le sentenze sono quasi sempre formule di stile. Il numero delle morti nei CPR non è mai stato così elevato come negli ultimi anni: tra giugno 2019 e maggio 2021, sei cittadini stranieri hanno perso la vita mentre scontavano una misura di detenzione amministrativa.

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Regeni, il processo si incaglia per volere di Al Sisi e il governo italiano si dichiara parte civile: ci fate così ingenui?

Il processo per la morte di Giulio Regeni dunque si incaglia sull’ennesimo intoppo. La verità del resto è un bene raro e prezioso, per questo qualcuno vorrebbe risparmiarla. Dopo il rapimento di Giulio, dopo la tortura, dopo la morte con indicibili sofferenze (come scrive la Procura di Roma), dopo la protervia di Al Sisi che dice di non “accettare lezioni dall’Europa sui diritti umani”, dopo i depistaggi di Stato ora è tutto da rifare.

La terza sezione della corte d’Assise di Roma ha deciso che gli atti devono tornare al giudice per l’udienza preliminare perché non ci sarebbe la prova che i quattro imputati (gli 007 egiziani Tariq Sabir, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, tutti accusati di sequestro di persona e l’ultimo anche per omicidio) siano a conoscenza del processo aperto in Italia a loro carico.

Nel dispositivo della sentenza si legge: “L’acclarata inerzia dello Stato egiziano a fronte di tali richieste del ministero della Giustizia italiano, certamente pervenute presso l’omologa autorità egiziana, seguite da reiterati solleciti per via giudiziaria e diplomatica nonché da appelli di risonanza internazionale, effettuato dalle massime autorità dello Stato italiano, ha determinato l’impossibilità di notificare agli imputati, presso un indirizzo determinato, tutti gli atti del procedimento a partire dall’avviso di conclusione delle indagini. Gli imputati, dunque, non sono stati raggiunti da alcun atto ufficiale“. I giudici sottolineano che “le richieste inoltrate tramite rogatoria all’autorità giudiziaria egiziana contenenti l’invito a fornire indicazioni sulle compiute generalità anagrafiche e sugli attuali residenza o domicilio utili per acquisire formale elezione di domicilio ai fini della notificazione degli atti del procedimento instaurato a loro carico non hanno avuto alcun esito”. Bisogna quindi ripartire dall’udienza preliminare.

«Riteniamo importante che il governo italiano abbia deciso di costituirsi parte civile. Prendiamo atto con amarezza della decisione della Corte che premia la prepotenza egiziana. È una battuta di arresto, ma non ci arrendiamo. Pretendiamo dalla nostra giustizia che chi ha torturato e ucciso Giulio non resti impunito. Chiedo a tutti voi di rendere noti i nomi dei 4 imputati e ribaditelo, così che non possano dire che non sapevano», ha commentato l’avvocato Alessandra Ballerini, legale della famiglia Regeni, lasciando l’aula bunker di Rebibbia al termine dell’udienza.

La nuova udienza del gup, infatti sarà fissata entro gennaio 2022. In quella sede il giudice dovrà intraprendere tutte le strade possibili che il tribunale potrà intraprendere, a cominciare da una nuova rogatoria in Egitto, per rendere effettiva e non solo presunta la conoscenza agli imputati del procedimento a loro carico. Entro 20 giorni tutti gli atti del processo, circa 15 faldoni, torneranno all’attenzione del giudice Pierluigi Balestrieri che dovrà quindi fissare una nuova udienza.

La decisione di ieri rientra nel campo del Diritto e l’Italia (a differenza dell’Egitto) ha dimostrato di essere una democrazia utilizzando uno strumento di garanzia per gli imputati e per un Paese che invece non ha mai dimostrato in questa vicenda nessuna collaborazione e nessun rispetto delle leggi.

Ma la vicenda di Giulio Regeni, nonostante in molti fingano di non capirlo, è una vicenda politica, fortissimamente politica. L’Al Sisi che non rende noti alla Procura di Roma i domicili dei suoi uomini accusati di avere rapito, torturato e ucciso il giovane studente italiano è lo stesso Al Sisi che è ritenuto un “partner ineludibile” dai nostri rappresentanti di governo (a partire da Alfano quando era ministro fino ai giorni nostri). Appare piuttosto ipocrita stupirsi dell’arroganza del presidente egiziano fingendo di non sapere che il combustibile della sua prepotenza sia nei rapporti dorati che i nostri ministri intrattengono con lui pur di fare affari con gli armamenti.

A proposito di armi: nel 2008, il Consiglio europeo ha adottato una risoluzione che definisce le norme per il controllo dell’export di armamenti e dovrebbe essere vincolante per gli Stati membri: sono otto criteri impediscono l’export di armi verso paesi che le utilizzano per la repressione interna o in regioni dove possono contribuire all’instabilità, oltre agli Stati che violano i diritti umani e le convenzioni internazionali. In Italia tra l’altro ci sarebbe una legge nazionale (la legge 185 del 1990) che viene regolarmente calpestata oltre al Trattato Onu del 2013, che tutti i membri dell’Ue hanno ratificato, Italia inclusa. Pochi hanno fatto caso alle parole del ministro Guerini il 28 luglio dell’anno scorso quando con molto candore disse: «in seguito all’omicidio di Regeni la Difesa, in completa sintonia e raccordo con le altre amministrazioni dello Stato, in primis con il ministero per gli Affari esteri e la cooperazione internazionale, ha prontamente diradato il complesso delle relazioni bilaterali con l’omologo comparto egiziano».

Il ministro della Difesa, sempre bravo a fingersi trasparente, si è dimenticato che nel 2016, l’anno della morte di Regeni, la Polizia italiana ha addestrato in diversi centri i poliziotti di al-Sisi oltre a spedire in Egitto un migliaio di computer e di apparecchi; che dal 13 al 16 novembre 2017, una delegazione del Comando generale del Corpo delle capitanerie di porto ha fatto visita ufficiale per incontrare la Guardia costiera egiziana; che nel gennaio 2018 l’Italia spediva in Egitto 4 elicotteri AugustaWestland già in uso alla Polizia di Stato e il ministero dell’Interno cofinanziava al Cairo un progetto di “formazione nel settore del controllo delle frontiere e della gestione dei flussi migratori”; che il Comando generale del Corpo delle capitanerie di porto si è recato nuovamente in visita ad Alessandria d’Egitto dal 25 al 27 giugno 2018 («L’Italia reputa l’Egitto un partner ineludibile nel Mediterraneo, affinché quest’area raggiunga un assetto stabile, pacifico e libero dalla presenza terroristica», disse l’allora ministra Trenta); che il 13 agosto 2018 era la nuova fregata multimissione (Fremm) “Carlo Margottini” della Marina militare a recarsi ad Alessandria d’Egitto per svolgere con la Marina egiziana “un breve ma intenso addestramento, che ha permesso al personale delle due fregate di misurarsi in un contesto multinazionale”; che il 22 novembre 2018 una delegazione della Forza aerea egiziana, accompagnata da rappresentanti del gruppo militare-industriale Leonardo S.p.a., si recava in visita al 61° Stormo e alla Scuola internazionale di volo con sede nell’aeroporto di Galatina (Lecce); «Italia ed Egitto hanno completato nel 2019 un programma congiunto per l’individuazione degli effetti dell’esposizione alle radiazioni in caso di un’emergenza nucleare e delle contro-misure e dei trattamenti che possono essere predisposti», come rivela un recentissimo dossier dello Science for peace and security programme della Nato; che a Roma dal 25 al 27 maggio 2016 si è tenuto un meeting in ambito nucleare-chimico-batteriologico tra Italia e Egitto tenuto segreto e rivelato da un dossier della Nato. A questo aggiungete (Guerini sbadatamente se n’è dimenticato, accidenti) le due fregate Fremm, le navi militari costruite da Fincantieri, preparate in Italia per il governo egiziano per un affare di circa un miliardo di euro.

E allora sarebbe da chiedere chiaramente, guardandosi dritti negli occhi, ai ministri Guerini e Di Maio e al presidente Draghi: davvero credete che la costituzione in giudizio come parte civile della Presidenza del Consiglio basti per “lavare” una relazione che si incaglia su quattro indirizzi mentre stringe le mani insanguinate per miliardi di euro? Davvero credete che qui fuori si sia tutti così tremendamente ingenui, quasi cretini?

L’articolo proviene da TPI.it qui

Consegnò oltre 100 migranti ai libici, condannato comandante della Asso 28

La notizia è una bomba perché conferma che la legge, anche in questa melassa che tutto ottunde in tema di migrazioni, per fortuna esiste ancora e funziona ma soprattutto la notizia è importante perché smentisce per l’ennesima volta tutta la narrazione su cui poggia quasi l’intero arco parlamentare (seppur in modi diametralmente opposti ma coincidenti nelle conclusioni): la Libia non è un porto sicuro, riportare la gente in Libia è un reato e le autorità di Tripoli non sono legittimate a fare razzia di disperati nel Mediterraneo.

Era il 30 luglio del 2018 e la nave “Asso 28” si trovava poco distante dalla piattaforma di Sabratah della “Mellitah Oil & Gas” (una joint venture fra Eni e la compagnia statale petrolifera libica). Il comandante della nave avvista un gommone bianco con a bordo 101 persone. Il rimorchiatore di proprietà della compagnia Augusta, battente bandiera italiana, recupera i naufraghi. Tripoli in quel periodo aveva già registrato la sua zona Sar (l’area di ricerca e soccorso) con l’interessato sostegno del governo italiano. Peccato che nessuna autorità internazionale ritenga la Libia un “porto sicuro” (nonostante l’ostinata tiritera di molti politici dalle nostre parti) e che quindi qualsiasi consegna di naufraghi alla Libia e alla cosiddetta Guardia costiera libica non sia prevista da nessuna norma nonostante torni comodissima ai governi che qui da noi si succedono.

Il comandante della Asso 28 viene contattato dalla nave Open Arms attraverso il capo missione Riccardo Gatti e racconta di avere imbarcato tutti e di essere in viaggio per riportarli a Tripoli avendo ricevuto “ordini dalla Libia”. Quella conversazione (pubblicata da Nello Scavo di Avvenire l’anno scorso) risulterà fondamentale per le indagini: Asso 28 avrebbe dovuto fare riferimento alla giurisdizione italiana e invece decise di puntare verso la Libia. «L’operazione di soccorso è stata gestita interamente dalla Guardia Costiera Libica che ha imposto al comandante dell’Asso 28 di riportare i migranti in Libia», disse al tempo un portavoce dell’ENI. L’armatore (l’Augusta Offshore) raccontò di essersi coordinato con il “Marine department di Sabratah”: peccato che non esista da nessuna parte e che perfino a Tripoli negano di averne mai sentito parlare. In più sulla Asso 28 sarebbe salito un non meglio precisato “funzionario libico” di cui ancora oggi non si conoscono le generalità nonostante le norme costringano il comandante a registrare tutte le persone a bordo.

Ora il Tribunale di Napoli ha condannato a un anno il comandante della nave Asso28 per avere abbandonato i migranti che aveva soccorso e averli riconsegnati alla Libia. La sentenza conferma che le norme internazionali, la Convenzione di Ginevra sui diritti dell’uomo, il Diritto della navigazione e il Testo unico sull’immigrazione in vigore in Italia contano molto di più di ciò che torna comodo far credere. E il fatto che ora le navi civili che aiuteranno i respingimenti potranno essere indagate e sottoposte a processo spiega benissimo perché le Ong del Mediterraneo siano dei testimoni scomodi per tutti. Rimane però un punto sostanziale: se la legge Italiana riconosce illegittimi i respingimenti e le consegne dei naufraghi alla Libia come può lo Stato italiano (lo Stato di quella stessa legge) continuare a fingere di non vedere e spingersi a finanziare l’illegittima Guardia costiera per agevolare il ritorno alla prigionia? Se il comandante della Asso 28 è stato condannato non è evidente il favoreggiamento per lo stesso reato del nostro governo e del Parlamento? Perché le leggi che valgono nei tribunali di Napoli non valgono come direttive per i comportamenti, i finanziamenti e i rapporti del governo? Abbiamo un (presunto, visto che siamo in primo grado di giudizio) esecutore: chi sono i mandanti e i favoreggiatori?

Tra l’altro proprio ieri un gruppo di 32 migranti ha fatto causa allo Stato di Malta: raccontano che nell’aprile del 2020 dopo essere stati salvati da un peschereccio sono stati trattenuti su alcune imbarcazioni turistiche controllate dal governo maltese ma tenute fuori dalle sue acque territoriali senza essere mai stati informati del loro diritto di chiedere asilo, trattenuti su una prigione galleggiante in barba a qualsiasi legge. Anche in questo caso la “libera dimenticanza delle norme” sembra essere il metodo preferito per disfarsi del problema. E ieri si è avuta notizia delle ennesime vittime. Libya Observer ha pubblicato un breve filmato in cui si intravedono i corpi senza vita di 15 persone a bordo di una zattera di legno con a bordo 140 migranti. La cosiddetta Guardia costiera libica afferma di aver soccorso lunedì «una barca di legno rotta che trasportava 140 migranti e ha trovato 15 cadaveri a bordo mentre si dirigevano verso le coste dell’Ue».

L’Unhcr ha confermato che 15 migranti sono annegati nel naufragio di cui ha dato notizia la ong Alarm Phone. «Recuperati i corpi di 15 persone quando 2 imbarcazioni sono arrivate questa sera alla base navale di Tripoli», ha commentato Unchr. «A 177 sopravvissuti sono stati forniti aiuti», viene aggiunto precisando che «alcuni (…) necessitavano di assistenza medica urgente». L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) certifica che sulla «rotta mediterranea centrale», quella che dalla Libia porta all’Italia, quest’anno sono stati contati 474 morti e 689 dispersi a fronte dei 381 decessi e 597 persone scomparse nel 2020. A questi si aggiungono 26.314 migranti riportati in Libia (l’anno scorso sono stati 11.891) in barba a qualsiasi legge nazionale e internazionale. E questa volta non lo scriviamo solo noi, l’ha sentenziato un giudice a Napoli.

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Sì, ma i tamponi?

L’altro ieri sono stati scaricati 563.186 Green pass. 369.415 in seguito a un tampone, 88.924 sono stati emessi per avvenuta vaccinazione e 4.847 per guarigione da Covid.

La Fondazione Gimbe ha analizzato i dati delle vaccinazioni negli ultimi giorni e ha registrato un incremento praticamente nullo negli ultimi giorni: il numero di nuovi vaccinati, ovvero delle persone che hanno deciso di effettuare la prima dose, è sceso da 493mila a 378mila. È il secondo calo settimanale consecutivo: un -23,2% in 7 giorni. Si stima che i lavoratori senza protezione siano ancora 3,8 milioni: da oggi c’è bisogno di 7,5-11,5 milioni di tamponi antigenici rapidi. Nell’ultima settimana ne sono stati fatti solo 1,2 milioni.

Secondo Federfarma, circa due terzi dei test vengono eseguiti nelle farmacie private ma solo 8.331 su circa 19mila, oltre a 327 centri privati, hanno aderito all’accordo che garantisce i test a prezzo calmierato.

Dove e come si faranno tutti questi tamponi? Qualcuno ci ha pensato?

«Per far fronte all’aumento del fabbisogno di test – spiegava qualche giorno fa il presidente di Gimbe Nino Cartabellotta – è urgente sia ampliare il numero di farmacie e altre strutture autorizzate che aderiscono all’accordo, sia potenziare l’attività per aumentare il numero di tamponi. Alla vigilia del 15 ottobre – prosegue – la politica e il mondo del lavoro devono fare i conti con alcune ragionevoli certezze. Innanzitutto l’attuale sistema che punta su farmacie e centri autorizzati non potrà garantire, almeno nel breve termine, un’adeguata offerta di tamponi antigenici rapidi a prezzo calmierato. In secondo luogo le proposte avanzate negli ultimi giorni (estendere validità dei tamponi a 72 ore, tamponi “fai da te”), oltre a non avere basi scientifiche presentano rischi di tipo sia sanitario, sia medico-legale e assicurativo. Infine, il numero dei nuovi vaccinati già da alcune settimane lasciava presagire un consistente ‘zoccolo duro‘ di lavoratori che, nonostante l’approssimarsi del 15 ottobre, non intende vaccinarsi volontariamente».

La sensazione è che l’introduzione dell’obbligo del Green pass sia stata fatta con un po’ troppa leggerezza sull’effettiva disponibilità dei tamponi oppure che non abbia sortito gli effetti sperati nell’incitamento a vaccinarsi.

E poi ci sarebbe la soluzioni che ripetiamo da settimane: il vaccino obbligatorio. Ma sembra davvero così difficile.

Buon venerdì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

No, il Tapiro d’oro ad Ambra Angiolini non è satira, ma becero gossip sulla pelle di una donna tradita

La trasmissione Striscia la notizia con il suo inviato Valerio Staffelli ha deciso di consegnare il Tapiro d’oro ad Ambra Angiolini che se lo sarebbe meritato perché è stata lasciata dal suo compagno, l’allenatore della Juventus Massimiliano Allegri, e questa cosa deve aver fatto riderissimo Antonio Ricci e la sua truppa.

La figlia di Angiolini (siano benedetti questi ragazzi che stanno crescendo imponendo una modernità dei modi e dei diritti che può farci molto bene) non è stata zitta: «So bene che, in quanto personaggio pubblico, secondo alcuni è giusto che la sua vita, anche quella privata, venga sbandierata ai quattro venti. Ma è davvero necessario infierire?», ha scritto sul suo account Instagram.

Ma c’è un punto importante in tutta questa storia: che la relazione tra Angiolini e Allegri sia finita l’hanno riportato numerosi giornali di gossip raccontando di un tradimento del mister della Juventus che sarebbe stato una della cause della fine.

Ricapitolando: un uomo tradisce la sua compagna (entrambi personaggi pubblici) e la trasmissione Striscia la notizia decide di “premiare” scanzonando la tradita. La vedete la miseria? Dietro quel premio c’è una serie di punti che vanno osservati.

Primo, la satira. «Era per ridere, è satira», spiega qualcuno in queste ore utilizzando (a casaccio) il diritto di satira senza conoscerne la storia e il significato. La satira si realizza nel momento in cui attraverso la risata si mostrano debolezze e mancanze dei potenti che altrimenti sarebbe difficile mostrare.

Per questo la satira si fa contro i re: distruggere attraverso il sorriso la prepotenza di chi detiene un qualsiasi potere è lo spazio in cui i giullari riescono a prendersi delle libertà che difficilmente verrebbero concesse. Se Striscia la notizia avesse voluto fare satira avrebbe potuto consegnare il Tapiro a Massimiliano Allegri per il suo pisellino in fuori gioco: questa sarebbe stata satira. Non capire tra il traditore e la tradita chi dei due è il più debole appare un errore piuttosto grossolano. Fare satira sulle vittime rischia di essere semplicemente un’esposizione al pubblico ludibrio, qualcosa molto vicino alla rivittimizzazione.

Secondo, la donna. Guarda caso ancora una volta è la donna a essere messa sotto la lente. Che incredibile coincidenza, vero? Consegnare il Tapiro alla donna tradita veicola sotto traccia il messaggio che Ambra non sia stata in grado di “tenersi” il suo compagno.

In fondo la fedeltà maschile (questo lo dice anche l’evoluzione del codice penale) è qualcosa che le donne si devono meritare assolvendo tutti i propri doveri. Cosa c’è di meglio di un Tapiro per dire a Angiolini che fa molto ridere il fatto di non essere stata all’altezza del suo uomo stallone? Se è stata tradita significa che qualcosa avrà sbagliato, in qualcosa sarà stata deficitaria.

La fedeltà di un uomo bisogna guadagnarsela tutti i giorni mentre la fedeltà della donna è data per scontata (mica per niente era un reato fino a non molto tempo fa). Quel Tapiro dice “cara Ambra ci hai provato ad essere la compagna di quel figo di Allegri ma lui, si sa, sta in quel mondo dove i maschi proprio non riescono a tenere a bada il proprio pene. Peccato. Ridiamoci su”. E le battute di Staffelli su Allegri e il suo fuoriclasse Dybala confermano la modalità: troppi campioni, peccato.

Terzo, la televisione. Una televisione che ancora nel 2021 ritiene il sentimento un vezzo da sventolare per costruirci una notizia. Come se si giocasse alle figurine si mischiano le carte per immaginare gli accoppiamenti e per mettere in vetrina le prede e i cacciatori. Se qualcuno è un personaggio pubblico allora ci si sente in diritto di grufolare nel suo privato. Chi se ne fotte di tutti quelli che stanno intorno (i figli, ad esempio).

Una televisione che ancora nel 2021 trova simpatica l’idea di assediare una donna tradita per sbertucciarla di fronte alle telecamere. Una televisione che ancora usa il modello dell’esposizione della sfigata che è stata lasciata. Modelli che erano stupidi e vecchi 20 anni fa e che nella redazione di Striscia fanno ridere ancora quattro maschi invecchiati che sono scollegati dal tempo.

Ultimo, l’uomo. Il traditore ha potuto assistere bello tranquillo nella sua casa di Torino allo spot di sponda della sua mascolinità. Nessuno osi disturbare il mister, che ha cose troppo serie da fare. Chissà che pacche sulle spalle per avere mostrato indirettamente in prima serata la sua vorace mascolinità. Ben fatto, bravi, davvero.

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Afghanistan, a che punto siamo?

La minaccia della fame, la sanità al collasso e l’oppressione dei talebani. «La situazione è disastrosa. Si sta preparando una tempesta perfetta», ha detto Ylva Johansonn, Commissaria europea agli Affari interni

C’è una partita in corso sull’Afghanistan e forse sarebbe il caso di parlarne prima che ci scoppi in faccia un’altra volta e ancora ci fingiamo stupiti come se non ce l’aspettassimo. Dall’inizio della crisi afgana sarebbero 22mila i cittadini evacuati in 24 Paesi Ue ad agosto del 2021 ma rimangono i 3 milioni di sfollati fino all’anno scorso e qualcosa come circa 700mila sfollati interni di cui tener conto.

L’Europa si sta muovendo su un doppio binario: un’accoglienza dei profughi afgani controllata che faccia riferimento solo alle persone più vulnerabili (con tutti i limiti che l’interpretazione del concetto di vulnerabilità ogni Stato compie molto a modo suo) e un aiuto ai profughi interni. «La situazione in Afghanistan è disastrosa. Si sta preparando una tempesta perfetta. Oltre il 90% degli afgani affronta la minaccia della fame, il sistema sanitario rischia il collasso. E così l’economia. Ci sono notizie preoccupanti di oppressione, coloro che hanno lavorato con noi e condividono i nostri valori hanno molto da perdere: interpreti e le loro famiglie sono vittime di minacce; operatori per i diritti umani vengono arrestati. Ed è peggio per le donne e le ragazze, che spesso hanno paura di andare a scuola o al lavoro: donne giornaliste e dipendenti pubblici licenziate, donne giudici braccate dagli uomini che hanno messo in prigione» ha dichiarato Ylva Johansonn, Commissaria europea agli Affari interni, durante il vertice del 7 ottobre, da lei presieduto insieme all’Alto Commissario Ue, Josep Borrell.

Come al solito però, oltre alle dichiarazioni di rito, sono pochi i Paesi che hanno dato una reale disponibilità ad accogliere gli afgani che verranno (e non parliamo di numeri spaventosi nonostante verranno sicuramente usati per fare spavento visto che Filippo Grandi dell’Unhcr ha parlato di circa 42.500 afghani nei prossimi 5 anni). In compenso ci sono 12 Stati (Austria, Cipro, Danimarca, Grecia, Lituania, Polonia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia e Slovacchia) che chiedono all’Europa di poter costruire muri e di farseli anche pagare. La Grecia l’ha già fatto con la Turchia e la Lituania si sta preparando a farlo per difendersi dalla pressione della Bielorussia.

Il miliardo promesso (l’Afghanistan non si regge in piedi economicamente senza soldi dai Paesi esteri e già ora si stanno fermando alcuni servizi essenziali come la sanità) dall’Europa serve soprattutto a “tenere fermi” i profughi e a evitare problemi di sicurezza. Come al solito insomma sembra che gli assegni servano soprattutto a subappaltare la gestione dei problemi senza un reale e strutturato processo di soluzione. Gli ultimi attentati interni tra l’altro spaventano non poco l’Europa.

In tutto questo l’assenza della Russia e della Cina evidenzia ancora di più la partita che si gioca sul piano internazionale: Putin e Xi Jinping hanno intenzione di percorrere una democrazia parallela a quella occidentale e non hanno avuto remore a invitare Pakistan, Iran e India, a una delegazione dell’Emirato di Kabul nel prossimo summit a Mosca. I Talebani quindi vengono di fatto riconosciuti e legittimati. Del resto per Mosca e Pechino i diritti umani sono da sempre una “questione interna” in cui non mettere bocca. Del resto Cina, Pakistan e Russia hanno tenuto le proprie ambasciate aperte a Kabul.

E come al solito sulla pelle dei disperati si gioca una guerra diplomatica in cui si vorrebbe imporre la propria visione del mondo. Intanto in Europa ci sono circa 290mila afgani a cui negli anni scorsi è stato rifiutato lo status di rifugiati politici che ora appare molto difficile riuscire a rifiutare di nuovo. E quel limbo è qualcosa che va risolto piuttosto in fretta.

L’Afghanistan è sparito dalle prime pagine dei giornali (del resto la notizia sta sempre nei morti e nei disperati mentre urlano ma poi non fanno più notizia mentre lentamente e silenziosamente si consumano) eppure è un tema su cui si decide molta credibilità dell’Europa. Vale la pena ricordarsene.

Buon giovedì.

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La via Crucis dei migranti che strisciano nel sangue: folla di disperati a Tripoli

Immaginate ottocento metri di strada, una strada nel cuore di Tripoli dove c’è la sede Community day Centre dell’Unhcr. Ottocentro metri riempiti di persone che occupano i marciapiedi da entrambi i lati (una lingua più lunga di un chilometro e mezzo) una di fianco all’altra. C’è chi resta sdraiato per non sprecare le forze che avanzano dalla troppa fame, c’è chi si cura come può le ferite della fuga, c’è chi ossessivamente cerca qualche compagno di detenzione e c’è chi si augura semplicemente che tutto finisca. L’ufficio dell’Unchr è chiuso, la Libia esplode anche al proprio interno, sotto gli occhi della comunità internazionale.

Quegli ottocento metri sono una via crucis contemporanea. L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) ci parla di «migranti feriti, stesi a terra in pozze di sangue». Giovedì scorso un migliaio di persone sono fuggite dal centro di detenzione di Al Mabani, i video riprendono un fiume di gente disperata che scappa senza nemmeno sapere dove andare. Al Mabani è un centro governativo aperto all’inizio di quest’anno, uno di quelli che ha l’odore dei soldi italiani europei: nel suo primo mese di attività contava 300 persone detenute, lo scorso venerdì secondo l’Oim contava «più di 3.400 migranti, tra cui 356 donne e 144 bambini, detenuti nel sovraffollato centro di Mabani. Molti erano stati arrestati durante i raid della scorsa settimana nel quartiere di Gergaresh e detenuti arbitrariamente». Durante la fuga disperata sei migranti sono stati uccisi e almeno 24 sono rimasti feriti dalle guardie armate che hanno cominciato a sparare. «L’uso eccessivo della forza e della violenza che spesso portano alla morte è un evento normale nei centri di detenzione libici», afferma il capo della missione dell’Oim Libia Federico Soda. «Alcuni del nostro personale che hanno assistito a questo incidente descrivono migranti feriti in una pozza di sangue che giace a terra. Siamo devastati da questa tragica perdita di vite umane».

Un medico e un’infermiera incaricati dall’Oim erano nel centro di detenzione per controlli medici regolari e assistenza quando è scoppiata la rivolta e diversi migranti hanno cercato di fuggire. Le squadre dell’OIM hanno portato quattro dei migranti feriti in una clinica privata e altri 11 nell’ospedale locale. Sono ancora a Mabani a fornire assistenza medica di emergenza. Più di 1.000 migranti in questo centro di detenzione avevano richiesto l’assistenza volontaria per il rimpatrio umanitario dell’Oim e aspettano da mesi a seguito di una decisione unilaterale e ingiustificata della Direzione per la lotta alla migrazione illegale (DCIM) di sospendere i voli umanitari dal paese. L’Oim chiede alle autorità libiche di cessare l’uso eccessivo della forza, porre fine alla detenzione arbitraria e riprendere immediatamente i voli per consentire ai migranti di partire. Anche Medici Senza Frontiere prova (abbastanza inutilmente) ad alzare la voce raccontando che quando ha portato assistenza medica, dopo i pesanti rastrellamenti della scorsa settimana, all’interno dei centri di detenzione governativi ha trovato celle talmente sovraffollate da impedire alle persone di sedersi o di sdraiarsi. Per terra c’erano feriti, persone che non mangiavano da giorni. Già Msf parlava di un tentativo di fuga fermato con una «violenza inaudita» e di «uomini picchiati in modo indiscriminato e poi stipati con forza in alcuni veicoli verso una destinazione sconosciuta».

A Tripoli, su quel marciapiedi, ci sono quelli che sono scappati dall’inferno di Al Mabani ma ci sono anche qualche centinaio di persone che a Tripoli ci sono arrivati dopo una lunga camminata, attraversando le montagne, fuggiti da altri centri di detenzioni. Alcuni testimoni parlano di una fuga di almeno 2.000 persone avvenuta la scorsa settimana da Garian: alcuni sono stati catturati, alcuni sarebbero morti nei boschi sotto gli spari della polizia libica, alcuni sono riusciti ad arrivare. In quegli ottocento metri di strada qualcuno dice che ci sarebbero quasi 4.000 persone, qualcuno parla di centinaia, qui dove l’orrore ormai dorme a cielo aperto anche avere notizie certe diventa difficile. Di sicuro le immagini ci dicono che per terra sono appoggiati anche bambini molto piccoli, dormono sull’asfalto aspettando che qualcuno li assiste. Quelli che hanno le forze per farlo manifestano di fronte alla sede dell’UNCHR: “Per la nostra sicurezza, chiediamo di essere evacuati”, è scritto su uno striscione. “La Libia non è un Paese sicuro per i rifugiati“, si legge in un altro. «Siamo al capolinea» dice una donna fuggita da uno dei tanti centri di detenzione teatri di violenze e maltrattamenti. «Ci hanno attaccato, umiliato, molti di noi sono rimasti feriti», racconta. «Siamo tutti estremamente stanchi. Ma non abbiamo un posto dove andare, veniamo addirittura cacciati dai marciapiedi».

Di numeri ufficiali parla l’Oim: «ci sono quasi 10.000 uomini, donne e bambini intrappolati in condizioni tetre nelle strutture di detenzione ufficiali che hanno un accesso limitato e spesso limitato per gli operatori umanitari», scrive in un comunicato. Persone bloccate nei centri di detenzione libici, senza diritti né garanzie del resto l’agenzia internazionale, Human Right Watch continua a ripetere che «la detenzione dei migranti in Libia è arbitraria in base al diritto internazionale in quanto prolungata, indefinita e non soggetta a controllo giurisdizionale». Nel centro di Tripoli c’è un presepe di disperati che sono scappati dai lager pagati con i nostri soldi e strisciano sull’asfalto. Ogni tanto qualche libico di buon cuore passa per portare qualcosa da mangiare. L’agenzia dell’ONU è chiusa.

L’inferno ormai dura da parecchi giorni ma nella politica italiana non si muove nulla. Non c’è una voce, nemmeno un filo di indignazione. I ministri Guerini e Di Maio forse sono convinti che la questione sia chiusa staccando l’assegno. Forse staranno pensando che finché non arrivano sulle nostre coste stiamo a posto così. Poi, ovviamente, tutti stupiti che questi scelgano il mare pur di non morire di fame o di botte sul marciapiede.

L’articolo La via Crucis dei migranti che strisciano nel sangue: folla di disperati a Tripoli proviene da Il Riformista.

Fonte

Toc toc, è permesso?

Ieri il governo Draghi ha finalmente partorito il Dpcm con le linee guida relative all’obbligo di possesso e di esibizione della certificazione verde Covid-19 da parte del personale della pubblica amministrazione, a partire dal 15 ottobre

So che non si usa molto tra colleghi (per questioni di aziendalismo) fare i complimenti ai giornalisti di un’altra testata ma confesso di ammirare da mesi il lavoro di Vitalba Azzolini che pervicacemente si permette di sottolineare le incongruenze con il diritto di alcune iniziative in tempo di pandemia. Azzolini, che per molti era un idolo ai tempi del governo Conte perché tornava utile come grimaldello per aspirare alla competenza, ultimamente è diventata bersaglio proprio dei filocompetenti compulsivi che la accusano di lisciare il pelo ai no Green pass. Particolare estremamente interessante: lei dice sempre le stesse cose, tiene il punto, eppure viene vista in maniere opposte.

Permettersi di sottolineare criticità sul Green pass ormai è la stessa cosa di quei fascisti che prendono a calci la sede della Cgil. Una gran melassa che appiattisce la discussione e che rende qualsiasi dubbio un complottismo.

Ieri il governo Draghi ha finalmente partorito il Dpcm con le linee guida relative all’obbligo di possesso e di esibizione della certificazione verde Covid-19 da parte del personale delle pubbliche amministrazioni, a partire dal prossimo 15 ottobre. Il 15 ottobre, tra le altre cose, è dopodomani, per dire.

Diamo per scontata, al di là degli istinti di Brunetta, la consapevolezza che la macchina dell’amministrazione pubblica sia fondamentale per uno snello funzionamento dello Stato quindi la domanda sorge spontanea: che impatto avrà il Green pass nel funzionamento degli uffici pubblici? Solo per fare un esempio: come dice Azzolini su Domani «le verifiche delle certificazioni vanno fatte, salvo eccezioni, da dirigenti, che quindi impiegheranno in quest’attività parte del proprio tempo di lavoro, prezioso anche perché ben retribuito. Ciò risponde a una visione del dirigente che, oltre a gestire e supervisionare, deve anche controllare materialmente i sottoposti». Sicuri che vada bene così?

Dicono le linee guida che per le giornate di assenza ingiustificata, dovute alla mancata presentazione del Green pass, «al lavoratore non sono dovuti né la retribuzione né altro compenso o emolumento, comunque denominati, incluse tutte le componenti della retribuzione, anche di natura previdenziale, previste per la giornata lavorativa non prestata». Ma il tema del funzionamento della macchina pubblica di fonte a queste assenze? Come si sostituiscono i lavoratori che non hanno intenzione, per scelta, di avere il Green pass?

Dicono dal governo che mai e poi mai pagheranno il tampone per i dipendenti che non si vogliono vaccinare. È una linea, si può essere d’accordo o meno ma è una linea. Ieri esce una circolare del ministero dell’Interno che invita a fare invece i tamponi gratis ai portuali non vaccinati. Vi pare coerente? Poi, come giustamente fa notare sempre Azzolini: «Il tema è: anche in altri ambiti pubblici, quando il servizio reso sia compromesso a causa delle assenze per mancanza di #greenpass, il datore di lavoro pubblico può pagare i tamponi ai dipendenti, o è imputabile di danno erariale?»

Come è accaduto anche per altri provvedimenti: il governo ci ha detto come intende analizzare l’impatto del Green pass? Negli altri Paesi esistono commissioni che valutano ex ante ed ex post l’impatto e l’efficacia di una misura. Se quella misura, in un determinato periodo di osservazione, non ha raggiunto il suo obbiettivo decade. Qui?

Come scrive Il Post: «Da quando il governo ha annunciato l’obbligo del Green pass per tutti i lavoratori a partire dal 15 ottobre, il numero delle somministrazioni giornaliere del vaccino contro il coronavirus è cresciuto, ma di poco: “l’effetto Green pass”, come è stato definito, si è visto solo nella terza settimana di settembre. Poi la curva delle prime dosi si è abbassata, e dall’inizio di ottobre è tornata ai livelli di febbraio 2021, la prima fase della campagna vaccinale». Quindi?

Sempre a proposito di risultati immagino che lassù al governo siano anche consapevoli che la misura (una delle più rigide del mondo) esacerberà ancora di più gli animi. Come si intende intervenire, al di là dei preannunciati controlli sulle manifestazioni? Oltre alla repressione dei violenti come si intende fare con quei 3, 4 milioni di lavoratori non vaccinati?

Ecco, sarebbe bello dibatterne senza essere additati come amici dei terroristi. Anche perché le analisi ovviamente prevedono il diritto di critica. Piaccia o no. E provate a pensare se tutto questo l’avesse fatto un altro governo cosa sarebbe successo.

Oppure smettano di usare il paternalismo, facciano politica e si prendano la responsabilità dell’obbligo vaccinale.

Buon mercoledì

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Da studente modello a estremista di destra: la storia di Andrea racconta i rischi della radicalizzazione fascista

Ma davvero in Italia il pericolo della radicalizzazione fascista e la pericolosità d’intenti di certi gruppi di estrema destra sono tutta un’invenzione dei giornali? Davvero è tutto un gioco ingigantito in vista dei prossimi ballottaggi per le elezioni amministrative? C’è una storia che rappresenta perfettamente il rischio della propaganda e vale la pena ripercorrerla anche se è di qualche mese fa.

A gennaio di quest’anno viene arrestato un ventiduenne di Savona, Andrea Cavalleri, con un’accusa pesantissima: associazione con finalità di terrorismo e propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale aggravata dal negazionismo.

Fino a tre anni prima Andrea Cavalleri era uno studente modello del liceo classico Chiabrera. Ma soprattutto Andrea Cavalleri era attivamente impegnato con l’Istituto per la Resistenza ottenendo persino un viaggio premio ad Auschwitz con la scuola: il suo tema era stato il migliore di tutto il liceo classico di Savona. Aveva infatti vinto l’ottava edizione del concorso organizzato dal Consiglio regionale ligure: “27 gennaio: Giorno della memoria”.

In rete su un giornale online si ritrova ancora la foto della premiazione. “Il suo lavoro era stato così apprezzato che era stato gratificato da un viaggio in Polonia, ad Auschwitz, per poter approfondire ancora di più le sue conoscenze”, raccontava a La Stampa Alfonso Gargano, preside del liceo.

Tre anni dopo redigeva documenti sul web di matrice neonazista e antisemita con i quali incitava alla rivoluzione violenta contro “lo Stato occupato dai sionisti” ed alla eliminazione fisica degli ebrei, ispirandosi al gruppo suprematista statunitense AtomWaffen Division e alle Waffen-SS naziste. Secondo gli inquirenti Cavalleri (che intanto era profondamente mutato anche nell’aspetto fisico oltre che nelle simpatie politiche) era pronto a fare il “salto” e a commettere un attacco. Cavalleri aveva creato un’organizzazione, Nuovo Ordine Sociale, che puntava al reclutamento di altri volontari e alla pianificazione di atti estremi e violenti a scopo eversivo. Usava le piattaforme di messaggistica online per tenere i contatti con persone che avevano le sue stesse posizioni ideologiche.

Nelle intercettazioni si legge di Cavalleri che dice che “Gli ebrei sono il male primo da eliminare. Gli ebrei sono nati per distruggere l’umanità” e che “Voglio fare una strage a una manifestazione di femministe. Donne ebree e comuniste sono i nostri nemici. Le donne moderne sono senza sentimenti, bambole di carne da sterminare”. Cavalleri aveva anche fondato un canale Telegram, Sole Nero, che contava varie centinaia di iscritti: per essere accettato tra i componenti bisognava sostenere un quiz per verificare il livello di radicalizzazione.

Le organizzazioni di estrema destra (che nell’ultimo decennio sono state caratterizzate dalla fusione tra il retaggio storico fascista o nazista e l’ideologia suprematista d’ispirazione americana) sono spesso oggetto di operazioni di polizia in tutta Europa e alcune, quando sono sfuggite all’attenzione degli inquirenti, hanno portato a termine stragi in vari Paesi come Germania, Norvegia e Svezia. Andrea Cavalleri scriveva che è “Meglio morire con onore in uno school shooting che vivere una vita di merda” e che si dichiarava pronto a commettere una strage: “Io una strage la faccio davvero. L’unica cosa da fare è morire combattendo. Ho le armi. Farò Traini 2.0”. È il mito del lupo solitario: già nel marzo del 2017 Jason Burke sul Guardian spiegava che gli attentatori spesso perdono addirittura la connessione con i circoli estremisti con cui sono entrati in contatto, facendone ideologicamente parte senza nemmeno esserne membri.

Lo studente modello in tre anni era diventato esperto di armi e oggettistica militare. A luglio dello scorso anno gli investigatori avevano sequestrato le armi del padre, collezionista, regolarmente detenute. Un’operazione di polizia amministrativa, legata al mancato aggiornamento di un documento. “In realtà – ha rivelato poi il questore di Savona Giannina Roatta – abbiamo colto l’occasione al volo, perché già seguivamo i discorsi del giovane su Internet e bisognava evitare ogni rischio”.

Siamo davvero sicuri che l’estremismo di destra sia solo una strumentalizzazione politica qui, nel Paese dove già Luca Traini il 3 febbraio del 2018 impugnò una pistola semiautomatica e sparò a diverse persone, tutti africani, ferendone sei e lasciano di proiettili sui muri di negozi e abitazioni?

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