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Buccinasco non era tranquilla: la ‘ndrangheta non è mai andata via, ma forse ne abbiamo parlato poco


L’omicidio di Paolo Salvaggio ha riacceso i riflettori su Buccinasco. Ma la cittadina dell’hinterland di Milano è ancora quella in cui la ‘ndrangheta allegramente risiede e non dismette le sue abitudini criminali. Non è mai andata via, la ‘ndrangheta, da Buccinasco e se si è ammorbidita l’attenzione nei suoi confronti, contribuendo a un’ingiustificata pacificazione generale, i motivi sono da cercare altrove.
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A proposito di dittatura sanitaria

L’allarme arriva dall’indagine “Mai dati!” presentata durante il Congresso nazionale dell’Associazione Luca Coscioni: in 15 ospedali il 100 % dei ginecologi è obiettore di coscienza. Ed è un dato che non compare nella Relazione sulla 194 del ministero della Salute

In Italia ci sono almeno 15 ospedali in cui il 100% dei ginecologi è obiettore di coscienza. È il dato principale che emerge dall’indagine “Mai dati!” presentata in anteprima durante il Congresso nazionale dell’Associazione Luca Coscioni, a cura di Chiara Lalli, docente di Storia della Medicina, e Sonia Montegiove, informatica e giornalista. Un dato che non compare nella Relazione sulla legge 194/78 del ministero della Salute, che, aggregando i dati per Regione, di fatto non rende pubbliche le percentuali di obiettori sulle singole strutture. Secondo la Relazione, infatti, il massimo di obiettori che risulta è dell’ 85,8%  in Sicilia.

L’indagine di Lalli e Montegiove, nata con l’obiettivo di appurare se la legge 194/78 sulla interruzione volontaria della gravidanza sia effettivamente applicata, evidenzia come la Relazione sulla stessa legge del Ministero della salute pubblicata lo scorso 16 settembre e i dati in essa contenuti restituiscano una fotografia poco utile, sfocata, parziale di quanto avviene realmente nelle strutture ospedaliere del nostro Paese.

Alla richiesta di accesso civico a tutte le Asl e alle aziende ospedaliere censite dal ministero della Salute, ha risposto circa il 60% (al 30 settembre 2021). I risultati dell’indagine saranno aggiornati non appena saranno disponibili tutte le risposte.

Tra i dati più interessanti emersi finora, le 15 strutture ospedaliere in cui il 100% dei ginecologi è obiettore e i 5 presidi in cui la totalità del personale ostetrico o degli anestesisti è obiettore. Ci sono poi 20 ospedali con una percentuale di medici obiettori che supera l’80%. E altri 13 quelli con una percentuale di personale medico e non medico e superal’80%.

Le Regioni in cui ci sono ospedali con il 100% di ginecologi obiettori di coscienza sono Lombardia, Liguria, Piemonte, Veneto, Toscana, Umbria, Marche, Basilicata, Campania, Puglia.

Ci sono molti modi per non attuare una legge: quello di rendere inaccessibili i dati per  verificarne l’attuazione è il più vigliacco eppure è molto popolare. Il diritto negato, tra l’altro, è scritto nero su bianco tra le leggi dello Stato. E forse sarebbe il caso di essere terribilmente concreti nell’attuazione dei diritti, oltre che nell’enunciazione.

Buon martedì.

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Paolo Salvaggio, un omicidio che “parla”: era in contatto con la ‘ndrangheta e la sacra corona unita


Quello di Paolo Salvaggio a Buccinasco è un omicidio che “parla” e di cui si deve parlare. Le modalità dell’uccisione del 60enne, broker di droga in grado di tenere i contatti con diverse associazioni criminali di provenienze diverse, dalla ‘ndrangheta alla sacra corona unita, sono state eclatanti: un’esecuzione in pieno giorno. Questo omicidio parla e ora bisogna quanto prima riuscire a leggerne le parole.
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Predappiochismo

Vale la pena di spiegare a Giorgia Meloni quale sia la matrice dell’attacco squadrista alla sede della Cgil a Roma. Ecco chi sono Roberto Fiore, Giuliano Castellino e gli altri arrestati

Rubo il titolo a Pippo Civati per riconoscenza verso la comunità di Possibile, il partito da lui fondato e ora egregiamente retto dalla segretaria Beatrice Brignone, che sul tema dell’antifascismo ha sempre tenuto la barra dritta in un’epoca di pendoli. E rubo a lui anche l’idea di presentare a Giorgia Meloni un ventennio di girato perché possa farsi un’idea di quello di cui stiamo parlando.

Giorgia Meloni, appunto, costretta a dire qualcosa sul fascistissimo attacco alla Cgil di Roma da parte di schifosi fascisti ci ha illuminato con la sua ipotesi di uno “squadrismo organizzato” aggiungendo che non è importante che la matrice sia fascista o meno. Fantastica Giorgia Meloni che è diventata così brava a fare zig zag in mezzo allo sterco inventandosi tutti gli aggettivi e le perifrasi possibili: siamo passati dai patrioti, ai sovranisti, poi gli italiani, poi ora gli squadristi. L’importante è non pronunciare la parolina magica senza la quale non riuscirebbe nemmeno a raccattare i voti per gestire il proprio condominio. Se andiamo avanti così questi sono così vigliacchi che si metteranno d’accordo di sostituire la parola “camerati” con “zucchine” e cammineranno per le vie del centro inzucchinandosi e sentendosi davvero dei rivoluzionari.

Allora vale la pena spiegare a Giorgia Meloni, piuttosto deboluccia a scuola quando si trattava dell’ora di Storia, quale sia la matrice. A Roma sono stati arrestati Roberto Fiore e Giuliano Castellino. Roberto Fiore ha 62 anni, è uno dei fondatori di Forza Nuova, a 19 anni fu tra i fondatori del movimento neofascista eversivo Terza Posizione, negli anni Ottanta venne condannato per associazione sovversiva e banda armata ma come tutti i fascisti scappò come un coniglio per rientrare in Italia a condanna prescritta.

Giuliano Castellino ha 45 anni e attualmente è il leader locale di Forza Nuova a Roma. In passato aveva fatto parte della Destra di Francesco Storace, e prima ancora di Fiamma Tricolore. Lotta contro il Green pass ma vigliaccamente è andato a cercarsi il Green pass per poter andare allo stadio: basterebbe questo per dare un’idea dello spessore. Nel 2017, cercò di impedire lo sgombero di un appartamento popolare del quartiere Trullo di Roma che era stato assegnato a una famiglia di origine eritrea: fu condannato per violenza, lesioni e resistenza a pubblico ufficiale e anche per manifestazione non autorizzata. Sempre nel 2019 aggredì un giornalista e un fotografo dell’Espresso durante una manifestazione neofascista al cimitero del Verano; l’anno scorso è stato condannato in primo grado. Ha subito numerosi Daspo, per non farlo entrare allo stadio. Attualmente è sotto regime di sorveglianza speciale, una condizione di controllo da parte delle forze dell’ordine che può essere applicata alle persone ritenute socialmente pericolose.

Tra gli arrestati c’è Luigi Aronica, 65 anni, conosciuto come Er pantera, ex appartenente ai Nar, quei Nuclei armati rivoluzionari accusati negli anni 70 e 80 di aver dato animato la stagione degli anni di piombo anche attraverso stragi e attentati. Aronica in particolare, fu condannato a 18 anni e 2 mesi nell’ambito del processo Nar 1.

Poi c’è Fabio Corradetti, 20 anni ma già in ascesa nell’ala romana di Forza Nuova, per ora ancora conosciuto come il “figlioccio di Castellino”. Un paio di anni fa, in occasione dei suoi 18 anni, fu sorpreso insieme a un altro gruppo di coetanei a lanciare sassi contro una pattuglia dei carabinieri nel quartiere Valle Aurelia. È stato condannato.

Poi c’è Biagio Passaro, il leader del movimento IoApro, l’associazione dei ristoratori più intransigenti che vorrebbero aprire tutto perché, dicono, stanno perdendo troppi soldi. Infine c’è l’organizzatrice della manifestazione Pamela Testa: basta scorrere il suo Facebook per vedere quanto ami Fiore e Castellino.

Ora, cara Giorgia Meloni, è chiara la matrice?

Buon lunedì.

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Dai, davvero, ora basta. È fascismo e chiamare le cose con il loro nome è il primo passo per una leale democrazia

Dai, davvero, basta. Basta con questo favoreggiamento esterno al fascismo che qualcuno vorrebbe vendere per equilibrio moderato. Basta con questi che con i fascisti e con i fascismi riempiono di preferenze qualche candidato farlocco che non riuscirebbe a esprimere un concetto più complesso di un scimmiesco braccio alzato.

Basta con questi leader che si stupiscono per lo stesso letame che concimano di nascosto, basta con i finti sorpresi che se non puzzassero di fascismo sarebbero ancora a fare i camerieri del solito Berlusconi, basta con questi partiti in cui il patriottismo è solo un fascismo sotto mentite spoglie (perché i fascisti sono storicamente dei vigliacchi travestiti) e tutto intorno i giornalisti fanno finta di non saperlo.

Basta con questa retorica sui vincitori e sui vinti che avete calpestato e strumentalizzato per farne un condono. Basta con queste citazioni a cazzo di cane che estrapolate da libri che non avete mai aperto, di intellettuali che avete scoperto su qualche sito di aforismi e basta pure con la scusa delle rievocazioni storiche: la melma non si commemora, la melma si condanna, anche decenni dopo.

Basta con questi partitini che usano qualsiasi difficoltà e qualsiasi dibattito come leve per accendere uno scontro che riesca a minare lo Stato. Basta con questi presunti leaderini che sono solo ammaestratori del menare le mani, che hanno precedenti penali per cui non li vorremmo nemmeno come vicini di pianerottolo e invece vengono addirittura ammantati di chissà quale spessore. Giuliano Castellino e Roberto Fiore sono due patetici bulli, violenti che guadagnano spessore solo per l’immobilismo di chi dovrebbe vigilare.

Basta con queste Prefetture e questo ministero dell’Interno e questi sindaci che si mobilitano per “vigilare” gli ingressi di quattro stranieri disperati, che si ingegnano per acquistare panchine su cui non si possa sedere uno sconfitto, che sono sempre bravissimi a scovare la povertà per chiamarla degrado e poi si fanno passare sotto gli occhi fascisti e fascismi vietati dalla Costituzione.

Basta anche con queste forze dell’ordine e questi servizi d’ordine che sono sempre così efficienti quando devono contenere i disoccupati o le manifestazioni per i diritti e poi sono sempre così sbadati da lasciare arrivare un nugolo di bolsi nostalgici di mezza età all’interno della sede principale del principale sindacato dei lavoratori italiano.

Basta anche con questo vilipendio alla bandiera. Quella bandiera italiana che impugnate con le vostre mani sozze e che adorate come un totem è figlia dell’antifascismo. State sventolando la croce sulla vostra storia infame, vorreste ergervi a difensori di una Patria che vi disconosce per Costituzione.

Basta anche con questi no vax, no green pass e no una cosa qualsiasi che prestano al fianco a quattro camerati che li stanno tenendo per la gola. I “leader” dei chi contesta le decisioni del governo (legittimamente) hanno il dovere di chiamarsi fuori da questi invasati. Molti (legittimi) contestatori hanno il dovere di capire che sono strumentalizzati da fascisti dementi: il leader di Forza Nuova Giuliano Castellino è quel bamboccione che il green pass è corso a farselo fare per andare ad agitarsi allo stadio. La capite l’ipocrisia?

Basta, davvero, basta. Quello che Giorgia Meloni chiama squadrismo (lei che è esperta in tutti gli -ismi ma la parola fascismo non riesce nemmeno a pronunciarla) è fascismo. Ha tutti gli ingredienti del fascismo: l’arroganza, lo spregio per le regole, la violenza, l’organizzazione per minare lo Stato.

Chiamare le cose con il loro nome è il primo passo per una leale democrazia. Essere intolleranti con gli intolleranti è un dovere civile. Sciogliere le organizzazioni neofasciste è un dovere costituzionale. Dai, davvero, basta.

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Il Morisi che è in noi

È un confine sottile, che risulta stretto perché richiede onestà intellettuale, lealtà e educazione alla complessità. Tutta roba che già va pochissimo di moda nella vita quotidiana, figurarsi nella politica, dove l’iperbole è l’unico strumento per posizionarsi e esistere. Il caso Morisi (meglio, il caso di come questi hanno forgiato il caso Morisi) è la fotografia perfetta della tossicità del dibattito politico italiano. Dentro c’è tutto, una ratatouille di guardoni, garantisti pelosi, benpensanti bencattolici, minimizzatori per convenienza, carnefici che vorrebbero fare le vittime e vittime che diventano di carnefici (e questo ci starebbe pure, perché la vendetta è la reazione più onesta in questo marasma di ipocrisia).

Punto iniziale: il signor Luca Morisi non era un tecnico che lavorava per Salvini, ma era un consigliere che lavorava con Salvini, portandosi dietro la delega sulla comunicazione. La sua ipocrisia svelata è un fatto politico, con buona pace del leader leghista che è laureato in sputtanamento all’università della vita. Chi è venuto a dirci che non avremmo dovuto scrivere che il padre della Bestia fosse nel privato l’esatto obiettivo della sua bile social e che abbracciasse gli stessi comportamenti che così disumanamente additava è semplicemente qualcuno che vorrebbe convincerci che esista il diritto di fare i moralisti senza avere morale. Una cagata pazzesca, direbbe Fantozzi. Se Morisi fosse stato collegabile alla sinistra (e per la Bestia sono di sinistra tutti quelli che non sbavano sulle scarpe di Salvini) oggi il web sarebbe invaso di neologismi aguzzi sulle sue abitudini sessuali, sulle sue dipendenze e sulla nazionalità dei suoi amanti. Capiamoci bene: questi sono gli stessi che hanno portato una bambola gonfiabile sul palco presentandola come Laura Boldrini. Sono gli stessi che hanno dato in pasto minorenni sui social (ve lo ricordate il figlio di Selvaggia Lucarelli?). Sono gli stessi che hanno trasformato gente comune (senza nessun ruolo pubblico) in nemici pubblici per settimane. Se esistesse un dio del senso del limite, a Salvini che parla di diritto alla privacy avrebbe seccato la lingua, avrebbe incendiato il dito attaccato al citofono mentre stanava presunti spacciatori in diretta nazionale.

L'errore più grande che è stato fatto nel giudicare il caso Morisi è aver usato gli stessi toni e metodi che avrebbe utilizzato lui
Luca Morisi e Matteo Salvini (Facebook)

Credere di demolire un partito usando un presunto reato significa non avere il senso delle proporzioni

Però il tema è che Morisi (e la Lega a strascico) aveva quest’insana abitudine di infilarsi nel letto degli altri, non è ciò che accadeva nel suo letto. E qui passiamo alla bestialità virale di questi giorni: credere di poter demolire politicamente un partito, usando un presunto reato come una presunta cessione di droga significa non avere il senso delle proporzioni. Che una boccetta di droga liquida sia un buon motivo per chiedere le dimissioni di Salvini è esattamente la sineddoche cretina che l’algoritmo della Bestia ha utilizzato per anni: se un nero infastidisce una vecchietta allora cacciamo tutti i neri. Se un islamico ruba un pollo allora arrestiamo tutti gli islamici. Se un Morisi si lascia andare a una serata al di fuori della nostra morale, allora cacciamo tutti i leghisti. La sentite come suona inefficace e stupida?


Mentre si srotolava la cronaca, diventando una lingua di voyeurismo mi sono anche detto che no, non saremmo stati capaci di scendere così in basso e invece è accaduto: la Bestia si è trasferita nei cosiddetti buoni che non hanno perso occasione di raccontarci particolari, che nulla avevano a che vedere né con il punto politico né con l’aspetto giudiziario. Le chat in cui Morisi e i suoi compagni di serata si raccontano le proprie preferenze sessuali sono uno stigma appiccicato alla notizie per solleticare gli stessi istinti che così bene ha sgrillettato Morisi. Questi l’hanno fatto con un eloquio più profumato, ma l’intento è esattamente identico. Entrare nelle mutande di Morisi per punirlo di essere entrato nelle nostre mutande è una legge del taglione. Ha quella consistenza lì, è il ladro lasciato in giro senza mano, è bestiale, appunto.

Quando il dibattito si fa basso, si creano fazioni estreme che riescono ad avere specularmente torto

E così stare in mezzo diventa difficile. Quando il dibattito si fa basso quasi sempre si creano due fazioni estreme che riescono nella mirabile impresa di avere specularmente torto. Quindi ci si prova a sgolare che no, che il caso Morisi non è un fatto che deve stare fuori dalla politica. Ma anche che no, che la descrizione pelosa delle sue azioni, che svelano la sua ipocrisia, non sono di interesse per il dibattito. In questo momento provare a dire una cosa del genere ovviamente riesce a renderti antipatico a entrambi. Non è una gran mossa di marketing giornalistico, insomma: i garantisti pelosi dicono che sei troppo poco garantista e i vendicatori della notte dicono che sei troppo molle. Poi ci sarebbe il presunto reato, che probabilmente non esiste nemmeno. E tutto si complica di più.

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Dodici Paesi Ue vogliono muri anti-migranti: da una parte noi con i nostri diritti, dall’altra bestie da allontanare

In fondo l’Europa è questa roba qui, questa che avrebbe dovuto essere “casa” comune e invece si è fatta “cassa” comune sempre attenta a lasciare passare le merci e a bloccare le persone. Non è una questione che può sorprendere che 12 Paesi su 27 decidano di prendere carta e penna per chiedere all’Europa di avere il coraggio di fare quello che è, senza troppi formalismi, e pagare di tasca sua i muri e i fili spinati che questi vorrebbero costruire illudendosi di bloccare la disperazione con qualche mattone.

Un bel pezzo dell’Europa sogna di farsi isola, di spalancare i confini per ingollarsi di soldi, di merci, di petrolio e di gas e allo stesso tempo di filtrare le persone suddividendole in utili e inutili, uno stomaco mai sazio di roba e intollerante alle persone.

È vero che i sovranisti di casa nostra hanno smodatamente esultato per la lettere dei loro colleghi sovranisti e frugali europei, ma è altresì vero che questa Europa è la stessa che, nei fatti, ha appaltato proprio a loro le frontiere, li ha lasciati liberi di bastonare e torturare per respingere, che sta concedendo alla Libia in questi giorni di mettere in atto una strutturata operazione di pulizia etnica in nome di una presunta “sicurezza” (i sovranisti sono come il McDonald, in qualunque posto del mondo tu vada hanno tutti lo stesso pessimo sapore, usano gli stessi ingredienti).

La lettera dei 12 mette per iscritto un vento che si vorrebbe nascondere ma che spira fortissimo: pochi giorni fa le immagini del reportage di Lighthouse, organizzazione giornalistica indipendente, dalla frontiera fra Bosnia e Croazia ci hanno mostrato eserciti fantasma non riconoscibili che seviziano donne, bambini e disperati. Lighthouse sostiene di poter dimostrare che le milizie-ombra che proteggono i confini dell’Unione fanno capo ai governi dei Paesi coinvolti e a Frontex, cioè all’Europa: sta dicendo che i muri a forma di manganelli li paghiamo noi.

Ci sono confini che delimitano l’essere uomini, da questa parte siamo noi con i nostri diritti e dall’altra invece ci sono bestie da punire e allontanare. Questa è l’Europa che lucra su un presunto “diritto alla sicurezza” e che ha lasciato completamente perdere la sicurezza dei diritti per tutti, è un circolo privato che vorrebbe circondarsi di mare e avere le chiavi dell’unico ponte levatoio.

“I confini non esistono in natura”, ha detto ieri don Luigi Ciotti in un’intervista a Famiglia Cristiana: “Sono convenzioni che quando diventano frontiere invalicabili generano ingiustizie, violenze, guerre. Oggi i confini si manifestano da un lato come distanza e come diseguaglianza, dall’altro come processi di esclusione e come atti di respingimento. I “confini” lasciano passare le merci ma spesso sbattono la porta in faccia a persone che scappano da conflitti, miseria, drammatiche conseguenze dei cambiamenti climatici”.

No, non è solo una questione di 12 Paesi che esagerano con le richieste. Questa à l’Europa che ad aprile 2019 con Christophe Castaner, ministro di Macron, si disse addirittura d’accordo con le immorali gesta di Salvini ministro dell’Interno. È l’Europa in cui la Commissaria all’immigrazione Ylva Johansson dice candidamente “non ho nulla contro di loro che stanno costruendo muri. Ma non si può fare con i fondi europei: sono gli Stati membri dell’Ue che hanno deciso di tagliarli sull’immigrazione”. E la politica italiana non sembra nemmeno agitarsi. È un tempo buio. L’Europa avrebbe voluto essere la culla della civiltà e invece giorno dopo giorno diventa un cortile triste di un condominio sempre più arrabbiato.

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E li chiamano pro vita

I gruppi in Italia che vorrebbero decidere della vita degli altri sono tanti e compositi e quasi tutti adorano lo Stato del Missouri perché si oppone all’aborto e all’eutanasia. Peccato che proprio il Missouri abbia appena giustiziato un uomo nonostante la sua disabilità mentale

In Italia abbiamo il “Movimento per la la vita”, nato addirittura nel 1980, poi la Onlus Pro-Vita e per non farci mancare niente perfino gli “Universitari per la vita” che si occupano di propaganda all’interno delle università. L’associazione “Difendere la vita con Maria” (inutile dire quale sia la matrice) è presente in 13 regioni d’Italia. I gruppi di chi vorrebbe decidere della vita degli altri sono tanti e compositi e quasi tutti adorano lo Stato del Missouri per la forza con cui si oppone all’aborto e all’eutanasia. Tutti missouriani ben contenti di poter portare uno Stato occidentale (e “evoluto” nella percezione collettiva) come esempio del loro modo di intendere il mondo.

Peccato che quello stesso Missouri (talmente innamorato della “vita” da sentirsi in diritto di governare quelle degli altri anche invadendo le loro libertà) abbia giustiziato con un’iniezione letale Ernest Lee Johnson, 61 anni: poco dopo l’una di notte, ora italiana, di mercoledì 6 ottobre il suo cuore ha smesso battere. Johnson è stato condannato per un triplice omicidio di commessi in un negozio nel 1994 (lo sentite questo profumo di vita nell’uccidere qualcuno che ha ucciso?). Solo che Johnson non è un criminale qualunque: Johnson aveva la capacità di comprensione di un bambino di 8 anni, aveva la sindrome feto–alcolica perché la madre, alcolizzata, beveva durante la gravidanza, e inoltre gli era stato rimosso un quinto del tessuto cerebrale per via di un tumore che gli portava numerosi episodi di epilessia. La condanna a morte è stata emessa nel 1995 e l’ultimo appello per salvargli la vita è stato respinto tre ore prima dell’esecuzione. Motivazione? Il detenuto non sarebbe stato in grado di dimostrare il suo ritardo mentale.

A questo aggiungeteci che la Corte Suprema federale degli Stati Uniti ha in due occasioni dichiarato incostituzionale l’esecuzione di persone con disabilità mentale e di persone con ritardo mentale rimandando comunque la decisione ai singoli Stati. E a niente è servito anche l’appello del Papa che si era scomodato per il caso specifico (per la pena di morte aspettiamo ancora qualche secolo).

Così per l’ennesima volta si ha la dimostrazione che non c’è niente di più facile dell’usare la vita per fare propaganda oppure semplicemente per una fottuta paura della libertà.

Buon venerdì.

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Il Pd ha vinto le amministrative, ma non può pensare di restare appiattito sul governo Draghi

Il centrosinistra vince dicono dalle parti del Partito Democratico e hanno ragione ad esserne soddisfatti. Fino a qualche mese fa la cavalcata di Salvini e Meloni, con Berlusconi al traino, sembrava essere inarrestabile e nemmeno il più incauto degli ottimisti avrebbe potuto pensare che in queste elezioni amministrative il PD potesse festeggiare un risultato che immediatamente lo proietta come riabilitato alla corsa e punto centrale della possibile prossima coalizione.

L’avvento del governo Draghi e le mosse tutte sbagliate in casa Lega (non ultimo l’affare Morisi) ha determinato la possibilità di nuovi equilibri prima inimmaginabili e anche lo sgonfiamento del Movimento 5 Stelle (questo sì assolutamente atteso, sarebbe bastato non esserne ciechi tifosi) pone Letta in posizione di assoluta superiorità.

Il centrosinistra ha vinto le amministrative (nonostante Giorgia Meloni veda un “pareggio”, beata lei) ma il futuro del centrosinistra continua a essere piuttosto nebuloso e conoscendo bene le attitudini da quelle parti non viene difficile immaginare che la tattica del “lasciare tutto così” sia molto popolare tra qualche dirigente del partito.

Negli ultimi anni è accaduto spesso che la strategia ritenuta vincente fosse quella di non toccare niente, di non spostare niente, di non dire niente pensando (male) che la politica sia una zattera inerme che deve solo farsi trascinare alle prossime elezioni.

Eppure se c’è una condotta suicidaria in questo momento è proprio quella di appiattirsi sul governo Draghi facendosi notare il meno possibile, chiamando l’immobilismo senso di responsabilità e limitandosi a ratificare decisioni che l’idolatria diffusa continua (e continuerà) a mettere in capo a Draghi. Fare i camerieri, semplicemente, non porterà lontano, no.

Il Partito Democratico in questi ultimi mesi si è intestato le battaglia di diritti individuali (a partire dal Ddl Zan) che a fatica troveranno luce ma non può pensare di prendere voti senza prendere una posizione decisa (che non si limiti solo a qualche timido tweet) sui diritti dei lavoratori (schiacciati da una certa narrazione imperante, dalla congiuntura postpandemica e dall’enorme peso che Confindustria esercita su questo governo), sulla transizione ecologica (che no, che non può essere un burocratico impegno da espletare senza coglierne le opportunità), e dalla costruzione e manutenzione di uno stato sociale evidentemente sotto attacco (le guerra ai sussidi sta vivendo un’epoca fiorente e diffusa).

Il Partito Democratico non può permettersi di subire battaglia lontane dal suo ruolo e dalla sua natura che per di più sono già nel paniere di un centro liberale che si sta formando in questi ultimi mesi.

Insomma, il PD potrebbe cogliere l’occasione per fare il PD, senza paura. Perché il serbatoio di voti va coltivato e perché anche queste amministrative hanno dimostrato che, nonostante il bombardamento di certi leader e di certi media, questo è un Paese che ci tiene eccome ai diritti e all’uguaglianza. Se non ora, quando?

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Morti, feriti e famiglie divise: continua il pogrom di Tripoli

In Libia ieri è stato un altro giorno di disperazione e intanto dall’Italia e dall’Europa non si leva nemmeno un sussulto di indignazione. Del resto prendersela con il sicario che sta facendo il gioco sporco (un pogrom ben accetto dalla comunità internazionale contro i richiedenti asilo) sarebbe fastidioso e inopportuno. Mentre il ministero libico continua la sua ingente opera di rastrellamento nel Paese in nome di una non meglio precisata “operazione contro i criminali e i trafficanti di droga” (senza nemmeno preoccuparsi di sventolare un narcotrafficante che sia uno) molte persone si sono accampate all’esterno della sede dell’Unhcr di Tripoli (l’agenzia delle Nazioni Unite specializzata nella gestione dei rifugiati che fornisce loro protezione internazionale ed assistenza materiale) in cerca di aiuto.

Testimonianze sul posto parlano di circa 800 persone accampate all’esterno dell’ingresso dell’agenzia da giorni, spogliate di qualsiasi cosa e affamate. Sono le stesse persone che nei giorni scorsi sono state cacciate dalle proprie abitazioni dai padroni di casa che si sono appropriati dei loro mobili e dei loro averi lasciati durante la fuga per sfuggire ai controlli di polizia. «Ho addosso i vestiti che indossavo giovedì scorso. – racconta uno dei ragazzi in attesa sul marciapiede a Francesca Napoli, avvocata esperta in diritto dell’immigrazione – Ho lasciato tutti i miei vestiti nella mia stanza. Molte auto dei rifugiati sono state saccheggiate dalla polizia insieme ai soldi e ai telefoni». L’unica speranza per loro è essere registrati quanto prima dall’Unhcr per poter risultare come richiedenti asilo e ottenere protezione.

Nella giornata di ieri si sono sollevate alcune tensioni tra le persone in attesa. In diversi presenti sul posto raccontano di non avere ricevuto cibo per giorni (solo lunedì l’Unhcr aveva distribuito delle merendine ai più fragili e alle famiglie) e in molti hanno protestato. Nel pomeriggio di ieri alcuni funzionari dell’Onu hanno distribuito tonno, fagioli e biscotti per fare fronte all’emergenza. Le immagini mostrano una fiumana di persone per strada che dipendono da un pezzo di carta. Ma qui nell’inferno libico anche i documenti sembrano contare poco: sembra che nel centro di detenzione di Al-Mabani ci siano 66 persone richiedenti asilo che non sono state registrate dall’Unhcr e che quindi rischiano di essere rimpatriati senza poter fare valere i proprio diritti. Dal canto suo intanto il governo libico sta costruendo un database dei migranti: «sulla base delle direttive del Capo dell’Autorità Anti-Immigrazione Illegale, il Dipartimento Informazione e Documentazione dell’Agenzia procede all’inventario e alla registrazione degli immigrati irregolari, per creare una banca dati degli immigrati clandestini che include tutti i loro record in preparazione all’avvio delle procedure di espulsione», recita una nota del ministero dell’Interno.

Sempre ieri diversi migranti (qualcuno dice addirittura 2.000) sarebbero scappati dal centro di Garian per raggiungere Tripoli e la polizia ha aperto il fuoco. In 4 (2 sudanesi, un somalo e un nigeriano) sarebbero rimasti uccisi. Medici Senza Frontiere (che fornisce cure mediche in tre centri della capitale libica) denuncia che il numero di migranti e rifugiati trattenuti nei centri di detenzione a Tripoli è drammaticamente più che triplicato negli ultimi cinque giorni. «Stiamo vedendo le forze di sicurezza adottare misure estreme per detenere arbitrariamente più persone vulnerabili all’interno di strutture gravemente sovraffollate e dalle condizioni disumane» afferma Ellen van der Velden, responsabile delle operazioni di MSF in Libia. «Intere famiglie che vivono a Tripoli sono state fermate, ammanettate e trasportate in diversi centri di detenzione. C’è chi è stato ferito e chi persino ha perso la vita, mentre diverse famiglie sono state divise e le loro case ridotte in cumuli di macerie».

L’insicurezza causata dai raid non ha permesso a MSF di operare con le cliniche mobili che settimanalmente offrono cure mediche ai migranti e rifugiati vulnerabili in città. I raid hanno anche avuto un impatto sulla capacità delle persone di muoversi liberamente e cercare assistenza medica, anche perché chi è sfuggito all’arresto ha paura di uscire di casa. Negli ultimi due giorni, le équipe di MSF sono riuscite a visitare due centri di detenzione dove sono trattenute le persone arrestate nei recenti raid: Shara Zawiya e Al-Mabani (Ghout Sha’al). Nel centro di detenzione di Shara Zawiya, che normalmente trattiene 200-250 persone, i team di MSF ne hanno viste più di 550, tra cui donne in gravidanza e bambini appena nati rinchiusi nelle celle. Circa 120 persone erano costrette a dividersi lo stesso bagno, fuori dalle loro celle c’erano secchi pieni di urina. Al momento della distribuzione dei pasti, è scoppiata una grande agitazione, le donne hanno protestato contro le condizioni in cui sono trattenute all’interno del centro. Nel centro di detenzione di Al-Mabani, i team di MSF hanno visto le celle così sovraffollate che le persone all’interno erano costrette a stare in piedi. Centinaia di donne e bambini sono trattenuti all’aperto, senza zone d’ombra o ripari.

Un membro del team di MSF ha raccolto la testimonianza di alcuni uomini che hanno detto di non mangiare da tre giorni, mentre diverse donne hanno raccontato di ricevere al giorno un unico pasto composto da un pezzo di pane e formaggio. Molti uomini erano in stato di incoscienza e in necessità di ricevere cure mediche urgenti. «Ora più che mai, migranti e rifugiati vivono in una situazione di pericolo e sono intrappolati in Libia senza alternative per fuggire, dato che per la seconda volta quest’anno i voli umanitari sono stati sospesi senza motivo», afferma Van der Velden di MSF.

Intanto la delegazione della Mezzaluna Rossa libica dà notizie di 17 corpi di migranti che cercavano di raggiungere l’Europa sono stati rinvenuti sulle coste della Libia occidentale. Per un altro giorno l’inferno ha svolto la sua missione: governare l’orrore. La fabbrica della tortura libica è in piena produzione. I ministri italiani non hanno il tempo di spendere nemmeno una parola, loro così sempre prodighi di tweet. L’Europa promette che fisserà un incontro per decidere di occuparsene.

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