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Politici dalle gambe corte

Renzi aveva preannunciato un referendum contro il reddito di cittadinanza. Salvini aveva dichiarato di voler cancellare il sussidio. Le cose, però, stanno andando diversamente. Certi leader politici hanno proprio le gambe corte

Poi accade così, improvvisamente arrivano le scadenze, passano le settimane e passano i mesi e alla fine il re si mostra nudo, non accade ciò che era stato minacciato e promesso e si sbriciola tutta la retorica inutile che ha invaso le prime pagine dei giornali. Siamo al 24 settembre e Matteo Renzi ha a disposizione sei giorni per raccogliere 500mila firme per il referendum per l’abolizione del reddito di cittadinanza, la sua “grande mossa politica” che ha concimato per settimane come campagna pubblicitaria del suo libro (come sempre Renzi usa la realtà per promuovere libri, mica il contrario). L’aveva promesso come atto più alto della sua brillante carriera politica (del resto si sa, Matteo va forte coi referendum) e il senatore fiorentino con un grande passato di fronte a sé ci aveva detto che sarebbe stato un grande movimento di popolo. Il popolo però non si è visto e la raccolta delle firme non è nemmeno iniziata: le uniche firme sono quelle delle dediche sulla sua ultima opera letteraria.

E pensare che da quelle parti c’è perfino qualcuno che ritiene “troppo facile” raccogliere firme in modalità digitale per promuovere il referendum: non sarebbe stato quindi “facilissimo” smantellare il reddito di cittadinanza se davvero nel meraviglioso mondo dei due Mattei tutti sono (come dicono) contro il reddito di cittadinanza?

In realtà è accaduto qualcosa (anche qualcosa in più) che in questi mesi ha smascherato i nostri eroi Renzi e Salvini. Il 28 agosto Salvini da Pinzolo annunciava che «in manovra economica l’emendamento per farlo lo metto io, avrà la mia prima firma. Dobbiamo assolutamente cancellare il reddito di cittadinanza». Il 2 settembre in esclusiva al Tg4 (sempre a proposito di indizi) Renzi annunciava il quesito del suo referendum. E poi? E poi niente. Anche per il reddito di cittadinanza nella Lega Salvini si è ritrovato in minoranza con il suo ministro per lo sviluppo economico Giancarlo Giorgetti che ha sempre chiarito che il reddito di cittadinanza non andasse abolito ma modificato. Così il leader della Lega (anche su questo) ha potuto solo ammorbidirsi sulla linea filogovernativa cominciando a parlare di emendamenti e di modifiche. Intanto, ad inizio settembre, si è capito che l’indirizzo del governo era quello di non eliminare il reddito di cittadinanza, ma di pensare piuttosto a modifiche e cambiamenti (d’altronde già il 6 agosto scorso Draghi aveva detto di «condividere in pieno» il «concetto alla base del reddito di cittadinanza»). Così magicamente Renzi riesce l’8 settembre a L’Aria che tira su La7 a dire: «Aver permesso di aprire la discussione sul reddito di cittadinanza ha portato al fatto che Draghi lo cambierà». Ovviamente è falso anche questo: il comitato del governo allo studio delle modifiche è attivo già da marzo. Anche qui siamo al solito Renzi che vorrebbe prendersi il merito che domattina sorga il sole.

Il 20 settembre è a un passo. Renzi aveva promosso il referendum per il prossimo anno ma se dovesse partire la raccolta firme nei prossimi mesi, sarebbe comunque impossibile votare prima del 2025, perché la legislatura scade a marzo 2023 e nell’anno precedente e nei sei mesi successivi non è possibile per legge depositare una richiesta di referendum.

Come hanno le gambe corte certi leader politici, eh?

Buon venerdì.

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Confindustria vuole Draghi anche dopo il 2023, ma la Costituzione non è un prodotto commerciale

Nonostante in molti si ingegnino a dimostrare il contrario (di solito sono quelli che vorrebbero sembrare “vicini al popolo” continuando indisturbati a servire i padroni, sono facili da riconoscere) la politica è molto semplice: si gioca tutto sull’equilibrio, da trovare il più misurato e intelligente possibile, tra gli interessi dei lavoratori e gli interessi di chi ha a cuore solo il fatturato.

Anni passati a demolire il concetto di “lotta di classe”, umiliandolo e sterilizzandolo se non addirittura buttandolo tra i concetti pericolosi eppure siamo sempre qui, alla disputa tra i ricchi con il terrore di non poter diventare ogni anno più ricchi e i poveri che devono accettare le condizioni dei ricchi e stare buone e perfino ringraziare.

Per questo l’accoglienza del Presidente del Consiglio all’assemblea degli industriali, con il presidente di Confindustria Carlo Bonomi a celebrare tutto barzotto gli onori di casa ci dice una cosa chiara e semplice: questo governo che vorrebbe rivendersi come apolitico è in realtà politicissimo e sta piacendo moltissimo agli imprenditori e molto meno ai sindacati dei lavoratori. È un fatto legittimo ma fingere di non vederlo è un abuso di creduloneria.

Così accade che Bonomi ci tenga a farci sapere che “ogni tanto la storia delle istituzioni italiane ci ha riservato un terzo tipo di uomini. Gli uomini della necessità. Personalità che avvertono il dovere di rispondere ai problemi della comunità italiana, prima che l’ambizione di restare a qualunque costo al suo timone. Ecco, Mario Draghi è uno di questi uomini, uomini della necessità”.

Tutti felici. Peccato che in pochi si accorgano che se Draghi è il terzo tipo di uomini gli altri due siano quelli democraticamente scelti e eletti e che svolgono i ruoli definiti dalla Costituzione. Ma Bonomi, si sa, ragiona così: se un prodotto fa vendere allora significa non solo che è un buon prodotto ma che è addirittura legittimo poiché solo il fatturato ne certifica la bontà. E Draghi è il prodotto più affidabile che sarebbe mai potuto capitare a Confindustria e compagnia cantante. 

E infatti non è un caso che proprio a Draghi Bonomi si permetta di chiedere soldi alle imprese per la “transizione ecologica” (che sembra sempre di più il salvadanaio da cui pescare senza sensi di colpa, perfino con velleità ambientaliste) e ventila “rischi di chiusura o delocalizzazione” come sottile ricatto da avanzare ogni volta mentre definisce “velleitari” gli obbiettivi del ministro Cingolani.

Poi Bonomi, di fronte a Draghi che lo ascoltava sornione, ha ribadito che “il blocco dei licenziamenti è stato una sciagura” (verrebbe da chiedere: per chi?) E ha avuto il coraggio di affermare che non ci sia stata nessuna emorragia di posti di lavoro quando è stato rimosso (peccato che si sia dimenticato di dire che le persone che sono state riassunte hanno dovuto farlo con contratti più da sfruttati e con meno diritti).

Poi, con la consueta poca contezza del proprio ruolo, si è permesso di esprimere un delicato giudizio su Quota 100 (“è stata un furto ai danni dei soggetti fragili del nostro welfare squilibrato”) e chissà che ne pensa Matteo Salvini.

Insomma ascoltando Bonomi la sensazione è che questa Confindustria abbia la netta sensazione che questo governo potrà portare soddisfazioni ancora maggiori. E non stupisce vedere Bonomi augurarsi di vedere Draghi alla guida del governo il più a lungo possibile, “anche dopo il 2023”. Del resto per Bonomi ritirare dal mercato il prodotto Draghi è un errore commerciale. Peccato davvero che esista quell’inquinamento del libero mercato che si chiamano elezioni.

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Red (Ronnie) Pass

Il giornalista musicale si è rifiutato di esibire la certificazione per entrare al museo di Messina, adducendo problemi di privacy. Per prendere l’aereo però l’aveva mostrata…

L’avevamo scritto qualche giorno fa che la discussione sul Green Pass e sull’uso piuttosto discutibile che la politica ne sta facendo (la sensazione che il Green Pass voglia essere la versione light di un obbligo vaccinale che non hanno il coraggio di imporre si fa di giorno in giorno più consistente) si ingolfa nella pateticità di alcuni personaggi in cerca di un po’ di luce e proprio ieri abbiamo avuto l’ennesima conferma.

Protagonista della farsa triste in atto unico è Red Ronnie, giornalista musicale che in assenza di musica ha deciso di diventare il menestrello di No vax assortiti, lo stesso Red Ronnie che da mesi vede complotti dappertutto, che ieri ha deciso di andare a Messina per vedere la mostra di Caravaggio e si è lanciato in un pindarico sfogo da salvatore del mondo: «Non ci hanno fatto entrare al Museo di Messina. – ha scritto Red Ronnie – Stamattina, come detto stanotte nel video da Art Gallery fadibe’, Fabio Di Bella voleva portarmi a vedere i due quadri di Caravaggio. Ma all’ingresso ci hanno chiesto di esibire il pass verde. Io ho detto che ce l’avevo (e ce l’ho perché ieri ho fatto tampone per prendere l’aereo) ma che non intendevo mostrarlo perché la Costituzione ritiene lo stato di salute di un cittadino un dato sensibile protetto dalla privacy. Ho detto anche che gli avrei firmato una dichiarazione dove asserivo di averlo lo skif pass, ma di farmelo scannerizzare no. Nulla. Hanno chiamato al telefono il direttore che non ha voluto riceverci e ha detto di chiamare i carabinieri. Impedire di godere della cultura, dell’arte, della musica è un obiettivo primario di questo regime».

C’è un aspetto interessante in tutta questa storia: Red Ronnie ha preso un aereo per andare a Messina quindi evidentemente ha mostrato il Green Pass (ovviamente con il tampone, essendo contro i vaccini) per salire in aereo. Quello stesso Green Pass che aveva mostrato per salire in aereo non l’ha mostrato per vedere la mostra adducendo problemi di privacy che invece non gli sono pesati in aeroporto. Per lamentarsi, tra l’altro, ha pensato bene di utilizzare Facebook (che, diciamolo, non è proprio il tempio della privacy) e nella sua ottica complottista è riuscito a immaginare che qualche potere forte sia interessato al boicottaggio della cultura (nel caso di specie addirittura della pittura) che è risaputo essere settore che ingolosisce le lobby (sì, ciao). A questo proposito è notevole il messaggio mandato a Red Ronnie da Stefano Montanari (altro negazionista che vorrebbe curare il Covid con la vitamina D: «Messaggio che mi ha mandato Stefano Montanari. – scrive Red Ronnie – Non hai capito: il problema dei musei non è il virus: è la cultura. Un popolo colto non si farebbe mai calpestare. E, allora, che cosa c’è di più ovvio di vietare la cultura? Il vecchio libro di Ray Bradbury (1953) intitolato Fahrenheit 451 ne parlava già chiaramente».

Il commento migliore a Red Ronnie lo scrive su Facebook Giancarlo Trim: «Per salire sull’aereo hai mostrato il tuo documento di identità, hai consegnato te stesso all’operatore che ti ha fatto il tampone, Hai mostrato il certificato con l’esito del tampone e lo hanno scansionato, Poi ti sei fatto scansionare tu dalla testa ai piedi e pure il pisellino, per mostrare che non avevi armi, ecc. E poi hai affidato loro i tuoi bagagli, che sono stati ispezionati dagli operatori… Insomma, privacy sotto zero E poi vai A Messina e non vuoi mostrare il Green Pass?».

Ah, a proposito: non contento della figura barbina ieri sera Red Ronnie si è inventato una diretta con il sindaco di Messina, Cateno De Luca, quello che faceva inseguire i suoi cittadini dai droni per ottenere qualche articolo sul giornale.

Ora si può dire che la farsa è davvero completa.

Buon giovedì.

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Jo Squillo col niqab al Gf Vip: così la tv spazzatura banalizza la tragedia delle donne afghane

Ci sono molti modi per riuscire nella mirabile impresa di abbracciare una causa giusta e rimediare comunque una pessima figura, ma Jo Squillo al Grande Fratello Vip che indossa il niqab come se fosse un pittoresco abito di scena per stupire la platea è forse uno dei peggiori esempi di banalizzazione nel peggiore contesto, con i peggiori coprotagonisti, con la peggiore conduzione e con il peggiore pubblico possibile.

Accade che Jo Squillo, annusando la golosità del tema della donne in Afghanistan (e c’è da augurarsi che volesse essere una furba mossa di marketing, perché l’idea che possa averlo fatto in buona fede atterrisce perfino di più) decida di presentarsi in diretta con il niqab, le mani giunte e gli occhi da cucciolo abbandonato, circondata dagli altri partecipanti allo show che come prefiche hanno assunto la loro migliore posa pietosa, tutti immersi nella parte di quelli che credono di avere inventato il “reality civile” che dalla casa del Grande Fratello esporta democrazia.

«Anche in un momento così di gioia e di leggerezza è chiaro che noi donne, e anche gli uomini, non possiamo dimenticare e creare degli atti di solidarietà per le sorelle di Kabul», ha detto Jo Squillo con le mani a scodella (roba che nemmeno nei peggiori presepi viventi del saggio di Natale) e il conduttore Alfonso Signorini commosso e partecipe che fiutando il sangue invita tutti al fragoroso applauso (e che fai? Non applaudi le donne afghane?) senza nemmeno farsi sfiorare dalla curiosità di quale sia la creazione “degli atti di solidarietà per le sorelle di Kabul” in una scenetta che imita l’immagine stereotipata delle vittime credendo davvero di poter diventare simbolo di un problema complesso che richiede studio, serietà e analisi.

Ma il peggio deve ancora arrivare. Signorini resiste due minuti nella posizione del contrito e poi invita “Jo Squillo con il niqab” ( che sembra il titolo di una commedia sexy all’italiana degli anni ’70) definendo il niqab “burka” (non sia mai che si dia l’impressione di saperne qualcosa, si rischierebbe l’alienazione dei telespettatori a sembrare troppo “professoroni”) perché, dice Signorini: «mica posso vederti tutta la puntata così, mi fai impressione».

Insomma, Signorini dice quello che gli altri non hanno il coraggio di dire: lo scherzo è bello se dura poco, altro che donne afghane, c’è da preparare la sfida di danza e le risse per lo share. L’importante è avere il materiale per infarcire i social, per una bella foto da dare in pasto a Instagram e qualche hashtag #solidarietà da spalmare su Twitter.

La conclusione poi è un capolavoro dell’indecenza: Jo Squillo decide di chiudere con una botta di bassezza ancora più bassa (sfidando l’impossibile) lasciando come chiosa della sua performance un quesito che rimbalza per la casa: “ma come fanno a indossarlo sempre?”, chiede.

L’estetica è l’unica chiave di lettura del mondo, ovviamente, e in effetti ci sentiamo tutti in colpa per non avere considerato nei nostri articoli sull’Afghanistan il caldo dittatoriale dato dal niqab, esattamente il problema peggiore per qualsiasi donna costretta a indossarlo. Così ancora una volta si riesce a usare il corpo delle donne afghane a scopo politico, questa volta dalla parte dei buoni ma sempre con le stesse imbarazzanti modalità.

La lezione è sempre la stessa: la pericolosità di chi non ha gli elementi per sapere leggere l’opportunità e il contesto è qualcosa che andrebbe presa tremendamente sul serio. Ma del resto essere inopportuni è la virtù più richiesta in certa televisione. Peccato che questa volta non siano bastati nemmeno i corpi dei concorrenti, ma si sia deciso addirittura di andarsi a prendere quelli già martoriati in una situazione molto più seria di un dopolavoro videosorvegliato mandato in diretta nazionale.

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Salvini ha spaccato la Lega cercando di rincorrere FdI senza capire che la Meloni ha già preso il suo posto

Ha ragione Massimiliano Fedriga quando dice che Francesca Donato non è certo “una colonna della Lega che ha abbandonato il partito” ma Fedriga (come il suo gran capo Salvini) omette di dire che sono proprio i Donato, Bagnai, Borghi, Siri e Pillon che tengono il partito con un piede fuori dal governo che sta svuotando il partito di voti.

È vero, l’europarlamentare Donato probabilmente finirà in qualche partito laterale (si parla di Italexit di Gianluigi Paragone) oppure sparirà nella schiera di Fratelli d’Italia ma che la Lega di Salvini si stia spaccando e esaurendo è un fatto politico che ormai più nessuno riesce a nascondere.

Non bisogna essere fini analisti politici per capire che lo spazio occupato da Salvini (quello dell’opposizione urlata, muscolare e dura disponibile perfino ad accarezzare i complotti per continuare a partorire nuovi nemici immaginare) non sia compatibile con la presenza nei banchi di un governo che dell’equilibrio, della misura (e perfino della sbiaditezza) fa la propria cifra politica.

Gli errori inanellati da Salvini del resto ormai cominciano ad accumularsi: dopo avere costruito il proprio bacino di voti sulla sfrontatezza e sul mito dell’uomo forte Salvini è riuscito ad apparire tonto e debolissimo facendosi bastonare nel primo governo Conte, è apparso poco credibile mentre urlacciava contro i grillini suoi ex compagni di governo (mentre erano ancora fresche le foto in cui apparivano abbracciati e sorridenti) e ora paga lo scotto di essere elemento dell’ammucchiata di maggioranza.

Ovvio che se decidi di capitalizzare il tuo essere “ferocemente contro” paghi pegno nel momento in cui ti ammorbidisci. Altrettanto ovvio è che Salvini abbia dovuto ammorbidirsi per tentare di ammantarsi di quel minimo di credibilità che voleva utilizzare per proporsi come futuro leader del centrodestra e di governo.

Entrambe le missioni sono fallite: nella posizione politica occupata oggi dalla Lega è inevitabile che la linea di Giorgetti e compagnia cantante (che godono non poco mentre assistono all’erosione del loro segretario) sia la più efficace, forse perfino inevitabile. Ed è una naturale conseguenza che sia proprio Giorgia Meloni con Fratelli d’Italia l’unica ad apparire opportuna in quello spazio precedentemente occupato da Salvini.

A proposito di Giorgia Meloni: per un vizio tutto italiano di combattere le persone piuttosto che i modi e contenuti forse sarebbe il caso (lo ripetiamo da tempo su queste pagine) di capire che il nuovo Salvini è già da un pezzo Giorgia Meloni, è lei ad avere ereditato il velato razzismo, la carezzevole vicinanza agli ambienti estremisti e il piglio ai limiti del negazionismo che piace tanto ai No vax e ai No qualsiasi cosa.

Se la battaglia politica è quella di combattere un certo sovranismo nazionalista che attraversa l’Europa forse conviene lasciare Salvini a sbriciolarsi per conto suo e cominciare ad ascoltare con attenzione le pericolose valutazioni di quella che potrebbe essere a capo della coalizione di centrodestra data per favorita alle prossime elezioni politiche. L’hanno capito perfino i transfughi leghisti che si spostano in massa verso Fratelli d’Italia. Chissà quando lo capiranno certi editorialisti.

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Armi di migrazioni di massa

Mentre si tenta di instillare almeno il senso minimo di umanità e accoglienza, ci ritroviamo a uno stadio successivo in cui le migrazioni vengono usate come armi bianche. Come spiega bene la politologa Usa Jelly M. Greenhill nelle sue ricerche

Il 30 agosto del 2010 il Colonnello Muhammar Gheddafi a Roma presso la caserma Salvo D’Acquisto tenne un intervento fiume di oltre quaranta minuti tutto incentrato sulla pagina del colonialismo e su inquietanti scenari disegnati dall’avanzata dell’immigrazione africana. Ad ascoltarlo c’è il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, si festeggiava il secondo anniversario del Trattato di Amicizia italo-libico. Gheddafi parlò della Libia come «ponte» privilegiato tra l’Africa e l’Europa. Chiese 5 miliardi di euro perché, disse, «l’Europa un domani potrebbe non essere più europea e diventare addirittura nera perché in milioni vogliono venire in Europa».

La Storia è ciclica e noi continuiamo a dimenticarcene. Avere una classe dirigente superficiale e ignorante significa fare riaccadere fatti già visti come se fossero nuovi, stupirsi ogni volta per lezioni che invece avrebbero dovuto essere mandate a memoria. Se non si impara dalla Storia si ricade negli stessi errori e oltre all’immorale peccato di non avere l’esperienza per leggere il presente accade anche l’umiliazione di meravigliarsi.

Jelly M. Greenhill è una studiosa e ricercatrice americana della Kennedy School of Government, a Harvard, e le sue ricerche sono finite pubblicate in un libro per i tipi della Cornell University Press, disponibili in Italia grazie alla Leg, la Libreria Editrice Goriziana, dal titolo Armi di migrazione di massa. Deportazione, coercizione e politica estera. Greenhill prende in considerazione 56 casi di migrazioni usate come armi per esercitare pressione politica su altri Stati. Secondo Greenhill dal 1951 al 2016 si sono verificati almeno 75 episodi di “migrazione ingegnerizzata” (questa è la definizione che usa nei suoi studi) per persuadere non militarmente alcuni Stati vicini a compiere determinate azioni o comunque per influenzarne le scelte politiche.

L’anno scorso, solo per citare un caso, la Turchia (dopo avere incassato l’impegno dell’Europa di versarle qualcosa come 6 miliardi di euro per “contenere” il flusso migratorio con un accordo considerato piuttosto controverso da molti giuristi internazionali) aprì le frontiere, era il 27 febbraio dell’anno scorso, per esercitare pressione sull’Europa. La stessa Libia negli ultimi anni ha utilizzato il rubinetto dei migranti per ottenere, aprendolo e chiudendolo secondo la necessità, soldi e protezione dall’Europa.

Nel caso di Gheddaffi più del terrorismo o dell’instabilità del mercato petrolifero, egli, scrive Greenhill, riuscì a «esercitare una valida, seppur non convenzionale forma di coercizione nei confronti della più grande unione politica ed economica del mondo» basata su tre punti di pressione deliberata: 1) la creazione, 2) la manipolazione, 3) lo sfruttamento dei migranti e dei rifugiati. Migranti e rifugiati che, letteralmente presi nel gioco di equilibrio e pressione fra Stati canaglia e Stati bersaglio, sono le vere vittime di quelli che Greenhill non esita a definire «disastri innaturali».

Come spiega Greenhill servono almeno tre attori perché la migrazione ingegnerizzata funzioni: i generatori (coloro che innescano crisi sistemiche migratorie come Gheddafi), gli agenti provocatori (soggetti terzi rispetto agli Stati, che possono trasformare una crisi limitata in una crisi di ampie proporzioni facendo pressione e orientando l’opinione pubblica e le azioni umanitarie) e gli opportunisti (coloro che minacciano di chiudere i confini). Insomma, quello che stiamo vivendo ora è stato analizzato e teorizzato anni fa.

Mentre quasi tutti non se ne accorgono la Bielorussa sta usando in questi giorni lo stesso sistema per vendicarsi delle sanzioni imposte dall’Europa spingendo migliaia di migranti (soprattutto afghani e iracheni) verso la Polonia e la Lituania. Chi paga le conseguenze di questo gioco? I migranti, ovviamente. L’altro ieri al confine tra Polonia e Bielorussia ne sono morti 4 (muoiono spesso per congelamento) tra cui una donna che ha lasciato tre figli.

Mentre si tenta di instillare almeno il senso minimo di umanità e accoglienza (che starebbero scritti tra le carte del diritto internazionale) noi ci ritroviamo a uno stadio successivo in cui le migrazioni vengono usate come armi bianche. Se i disperati diventano armi significa che sono strumenti di morte, quindi niente a che vedere con i vivi, più morti dei morti. E solo la consapevolezza di questo terribile passaggio ci permette di progettare (o almeno sperare o combattere per) un ritorno alla giustizia sociale.

I costi dell’ignoranza e dell’ipocrisia, lo scrive sempre Greenhill, «sono quei costi politici e simbolici che possono essere inflitti quando esiste una disparità reale o percepita tra un impegno dichiarato verso valori e norme liberali e azioni che invece contraddicono tale impegno».

A volte basta un po’ di studio, di memoria e di cultura per scoprire la banalità dell’inganno. Chissà che qualcuno non tenga a mente questa lezione e che ne renda conto alla cosiddetta classe dirigente. Chissà.

Buon mercoledì.

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Insorge il sole sulla Gkn

Il Tribunale del lavoro di Firenze ha accolto il ricorso della Fiom e ha revocato l’apertura dei licenziamenti collettivi. È una prima vittoria, ma che sia stato un giudice a ribadire alcuni diritti fondamentali dei lavoratori dà l’idea dell’assenza della politica e di una visione politica del mondo del lavoro

Intanto ci è arrivato il tribunale. Il Tribunale del Lavoro di Firenze ha revocato l’apertura dei licenziamenti collettivi dei 422 dipendenti della Gkn di Campi Bisenzio, la multinazionale controllata dal fondo finanziario Melrose. Il Tribunale certifica che l’azienda ha provato a scavalcare il sindacato tenendo all’oscuro i lavoratori delle reali intenzioni programmando una finta chiusura temporanea lo scorso 9 luglio adducendo inesistenti motivazioni legati alla produzione quando sapevano che i dipendenti non sarebbero più rientrati. Secondo il giudice la multinazionale ha violato l’articolo 28 dello Statuto dei Lavoratori mettendo in atto comportamenti anti sindacali e perfino l’accordo del giugno 2020 tra le Rsu e l’azienda. Dopo la sentenza l’azienda ha comunicato di aver dato «immediata esecuzione» a quanto stabilito dal giudice revocando la procedura «senza che ciò possa considerarsi acquiescenza» e «con ogni più ampia riserva di impugnazione».

Addirittura, secondo la ricostruzione del tribunale, la decisione sarebbe stata presa l’8 luglio in un consiglio di amministrazione in cui si era deciso di delocalizzare la produzione di assi e semiassi (l’attività che si svolgeva nel sito fiorentino) in Polonia. Per il giudice, nel comunicare i licenziamenti collettivi con una email, il 9 luglio scorso, la Gkn è venuta meno al «democratico e costruttivo confronto che dovrebbe caratterizzare le posizioni delle parti». «Pur non essendo in discussione la discrezionalità dell’imprenditore rispetto alla decisione di cessare l’attività di impresa (espressione della libertà garantita dall’art. 41 Cost. ), nondimeno la scelta imprenditoriale deve essere attuata con modalità  rispettose dei principi di buona fede e correttezza contrattuale, nonché del ruolo e delle prerogative del sindacato», scrive il giudice del Lavoro di Firenze, Anita Maria Brigida Davia. Gkn «nel decidere l’immediata cessazione della produzione – si legge nel decreto –  ha contestualmente deciso di rifiutare la prestazione lavorativa dei 422 dipendenti (il cui rapporto di lavoro prosegue per legge fino alla chiusura della procedura di licenziamento collettivo), senza addurre una specifica ragione che imponesse o comunque rendesse opportuno il suddetto rifiuto, il che sicuramente contrario a buona fede e rende plausibile la volontà di limitare l’attività del sindacato». «Quanto al rispetto del ruolo del sindacato stesso – chiarisce il giudice – appare significativa la chiusura di 24 ore per “par collettivo” (permesso annuo retribuito), concordata con motivazione rivelatasi successivamente pretestuosa e artatamente programmata per il giorno successivo a quello fissato per decidere la cessazione di attività, in modo da poter comunicare la suddetta cessazione ai lavoratori e al sindacato con lo stabilimento già chiuso».

È una prima vittoria, certo, ma che sia stato un tribunale a ribadire alcuni diritti fondamentali dei lavoratori (grazie anche a quello Statuto dei lavoratori che molti vorrebbero smantellare) su un ricorso della Fiom dà l’idea dell’assenza della politica, di una visione politica del mondo del lavoro e di una chiara interpretazione del mondo. Enrico Letta ieri twittava: «Avevano ragione i lavoratori, avevano ragione i sindacati e avevamo ragione noi ad accusare la #GKN di aver violato ogni regola. Il Tribunale di Firenze l’ha sancito. Ora si fermino e si volti pagina». Benissimo certo ma per voltare pagina basterebbe che il partito di Letta (che sta al governo) decida di prendere in mano ad esempio il documento che proprio i lavoratori della Gkn con l’aiuto dei Giuristi democratici hanno scritto in otto punti per la stesura di una legge contro le delocalizzazioni. Un documento che parte dalla considerazione che «delocalizzare un’azienda in buona salute, trasferirne la produzione all’estero al solo scopo di aumentare il profitto degli azionisti, non costituisce libero esercizio dell’iniziativa economica privata, ma un atto in contrasto con il diritto al lavoro, tutelato dall’art. 4 della Costituzione».

Come scriveva ieri Deborah Lucchetti su Il Manifesto: «L’idea che la contesa si gioca sulle regole e sulla capacità dello Stato di tornare ad essere protagonista e regolatore dell’economia: la chiamata dei giuristi a scrivere la legge contro le delocalizzazioni selvagge davanti ai cancelli insieme agli operai, sovverte la prassi di un diritto sempre più ammorbidito, scritto per le imprese e il mercato sotto la pressione di migliaia di lobbisti, lontano dal dettato costituzionale e dal bene comune, secondo il fallimentare principio neoliberista dello Stato minimo in un mercato autoregolato».

In tutto questo tra l’altro, come fa notare Marta Fana, «il Fondo Melrose – i proprietari della Gkn- perde in meno di tre ore il 4,3%. A conferma che questi fondi non sono altro che entità finanziarie che speculano sulla morte dell’attività produttiva e sui licenziamenti di massa».

Per questo la lotta della Gkn riguarda tutti: si tratta di decidere che priorità dare ai diritti dei lavoratori, se davvero c’è la voglia di rimettere in equilibrio il lavoro inteso come diritto dei lavoratori e non solo fatturato e utili. Vale la pena leggere con attenzione il comunicato del collettivo di lavoratori del sito di Campi Bisenzio: «Ci dicono che abbiamo vinto il ricorso per condotta antisindacale. Vedremo le conseguenze pratiche. La palla ripassa ancora più pesante al governo. Non osate far ripartire quelle lettere. Cambiate la legge subito», scrivono i lavoratori su Facebook. «La mobilitazione continua perché non c’è salvezza fuori dalla mobilitazione. E perché ci sono trent’anni di attacchi al mondo del lavoro da cancellare. Stiamo imparando tante cose in questa lotta. Iniziamo anche a masticare qualcosa di finanza. E quindi, fossimo un azionista Plc Melrose, inizieremmo a pensare che forse i nostri soldi non sono proprio in buone mani. Inizieremmo a diversificare il portafoglio. È una semplice opinione, sia chiaro. Noi non siamo azionisti del resto. Siamo gli operai Gkn. E questo è quanto. Noi non giochiamo in Borsa. Facciamo semiassi. E insieme a tutti voi, noi #insorgiamo».

Buon martedì.

(foto di Andrea Sawyerr dalla pagina Fb del Collettivo di fabbrica lavoratori Gkn)

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SentenzaCC 921

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La vittoria di Hassan: prima sconfigge sul ring il pugile coi tatuaggi nazisti, poi lo manda ko con le sue parole

Ci sono molti modi per tirare pugni, ci sono modi molto eleganti per mandare al tappeto qualcuno senza violenza. L’incontro di pugilato valido per il titolo italiano di boxe nella categoria Superpiuma è una storia in cui i pugni durante l’incontro sono solo una minima parte di una vicenda disperante nel suo complesso.

C’è il pugile Michele Broili ricoperto di tatuaggi dichiaratamente nazisti: simboli inequivocabili come quello sul pettorale sinistro, cioè quello delle Schutzstaffel, le SS naziste. Accompagnato dal totenkopf, il teschio usato proprio dai reparti paramilitari nazisti sulle divise. E poi il numero 88, chiaro riferimento all’”Heil Hitler”. E per non lasciare altri dubbi, Broili si è anche fatto tatuare sull’addome un enorme castello coronato con la scritta: “Ritorno a Camelot”, il raduno che si tiene ogni cinque anni organizzato dal Veneto Fronte Skinheads.

La Federazione pugilistica italiana si è accorta degli orrendi messaggi portati sul corpo di Michele Broili solo alla conclusione del match. Una disattenzione curiosa per uno sport che proprio sulla lettura dei particolari e sulla velocità di osservazione di corpi fonda tutta la sua tecnica.

Evidentemente dalle parti della Federazione devono avere preso troppo alla lettera l’arte dello schivare e speravano di portare a casa l’incontro fino all’ultimo suono dell’ultima campanella. Così, quando è scoppiato il putiferio, sono subito corsi ai ripari con una nota piuttosto maldestra in cui definiscono il comportamento di Broili “inaccettabile e stigmatizzato da sempre dalla Federazione pugilistica italiana, la quale è costantemente schierata contro ogni forma di violenza, discriminazione e condotta illecita e/o criminosa”.

Del resto quello stesso corpo campeggiava anche su una locandina della Trieste boxe night (evento organizzato dall’associazione sportiva Ardita per cui il pugile è tesserato e con il patrocinio del Comune di Trieste): il nazista travestito da pugile era stato scelto addirittura come testimonial, per dire.

Poiché ogni tanto la realtà poi regala sceneggiature inarrivabili è accaduto che Broili sia stato battuto da Hassan Nourdine, nuovo campione italiano della categoria Superpiuma, nato in Marocco. Chissà come brucia la sconfitta.

E poi come se non bastasse, dopo averlo mandato al tappeto, Nourdine ha rilasciato un’intervista a La Stampa in cui dice: “Volevo fare un bel match e vista la situazione c’è stato anche più gusto a vincere. Ho trovato quelle scritte oscene. Durante le operazioni di peso io e il mio allenatore Davide Greguoldo siamo rimasti allibiti, anche se non abbiamo fatto nessuna segnalazione”.

E questo perché “pensavo di aver visto male, non volevo crederci. Poi abbiamo deciso di concentrarci sull’incontro, eravamo lì per quello. In quel momento non aveva senso mettersi a fare polemiche”. Notevole anche il gancio che Nourdine lancia alla Federazione, rispondendo a chi lo invitava a non disputare il match (come se fosse compito dei pugili risolvere le inadempienze dei dirigenti): “noi siamo andati a Trieste per fare il nostro lavoro. La Federazione doveva accorgersi dall’inizio che questo pugile aveva quelle simpatie. Incitare all’odio è punito dalla legge”, ha detto l’italo-marocchino. 

Ed è una storia in cui sembra vincere la giustizia, almeno quella morale. Chissà che prima o poi non arrivi anche la giustizia sportiva.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Intanto, il mondo reale

Al corteo a sostegno dei lavoratori della Gkn di Campi Bisenzio ieri a Firenze hanno partecipato migliaia di persone. Dall’Anpi agli studenti, dagli operai delle fabbriche minacciati dalla scure dei licenziamenti agli abitanti della città. Scesi in piazza con la parola d’ordine partigiana “Insorgiamo”

Non ha il fremito giornalistico delle manifestazioni di sparuti partecipanti buoni per essere intervistati con la sicurezza che diranno qualche cretinata buona da rilanciare in qualche video che sicuramente farà qualche clic e quindi la manifestazione di ieri a Firenze, qualcosa come 25mila persona almeno a sfilare per le strade della città, probabilmente finirà solo tra le pagine di chi si occupa di lavoro da anni, di chi si sforza di proporre una fotografia del momento attuale che non sia semplicemente uno spot confindustriale.

A sostegno dei lavoratori della Gkn di Campi Bisenzio, fabbrica da sempre portatrice di eccellenza italiana che è finita sotto la scure del fondo finanziario Melrose, il corteo autorganizzato dalla Rsu e dal Collettivo della fabbrica ha visto sfilare le bandiere partigiane della Brigata Sinigaglia e dell’Anpi Oltrarno e di Campi Bisenzio, protagoniste della liberazione della città dal nazifascismo nel 1944. Perché non si tratta semplicemente di una crisi aziendale: è una discussione molto più larga di natura democratica.

Quel 9 luglio i 422 lavoratori si erano ritrovati liberi per uno strano “permesso collettivo”. Qualcuno se n’era andato al mare con la famiglia, qualcuno provava a informarsi. Un calo di lavoro, si diceva, solo un piccolo calo di lavoro, rassicuravano dall’azienda. Lo stabilimento di via fratelli Cervi a Campi Bisenzio produce materiali (assi e semiassi) di alta qualità e soprattutto è situato in una posizione strategica per il suo principale cliente, Stellantis-Fca, la multinazionale di cui fanno parte Fiat Chrysler Automobiles e il francese Psa Group. E invece alle 10 del mattino arriva la comunicazione terribile del licenziamento per tutti.

Ieri i drappi rossi con la scritta “insorgiamo” erano tra le persone e perfino alle finestre. C’erano gli striscioni dell’Embraco di Torino e della Whirlpool di Napoli, una rappresentanza della Rsu della Piaggio di Pontedera, gli operai della Sanac di Massa Carrara e quelli del distretto tessile di Prato. Non c’era in piazza semplicemente una categoria ma una composizione incredibile che sa bene, come scrive Naomi Klein in The Shock Doctrine, che il Potere approfitta dei momenti di crisi, per spingere ancor più l’acceleratore su speculazioni e aumento del profitto per pochi ai danni dei più che si concretizzano in politiche di stampo neoliberista. Del resto qui da noi ci si dimentica spesso che tra il 2000 e il 2019 in Germania e in Francia si è registrato un aumento del salario lordo annuale del +18,4% e +21,4%, mentre in Italia del +3,1%. Tra il 2007 e il 2019 in Italia lo stipendio annuale lordo è passato da 30.172 euro a 30.028. Per capirsi basta sapere che la Germania ha segnato un +6.000 euro.

Come disse Dario Salvetti, delegato Rsu Fiom Gkn Firenze, lo scorso 11 agosto: «Loro hanno calcolato tutto e se dobbiamo vincere dobbiamo uscire dal loro calcolo». E uscire dal calcolo è un’esigenza urgente, di cui la politica dovrà prima o poi farsi carico, non potendo fingere troppo a lungo di non saperne nulla.

Ieri si è assistito a una piazza perfino festosa, fiera di rivendicare il diritto al conflitto (che è una parola che qualcuno ha voluto trasformare in spaventosa eppure sta alla base della difesa dei diritti da sempre). E non sarà un caso che proprio ieri si è voluto ricordare che proprio lì vicino, a Campi Bisenzio, qualche ora prima un operaio di 48 anni, Giuseppe Siino, è morto sotto un rullo.

La posta in gioco, ha dichiarato Nicola Fratoianni, è «difendere i diritti del lavoro minacciati in tutto il Paese da un’idea malsana di ripresa della nostra economia, che rischia di fare il ritorno allo sfruttamento la cifra dominante. Uno scenario che non può essere accettato». Sarà una battaglia difficile e lunga, ma è un battaglia ogni giorno più necessaria.

Buon lunedì.

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Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Se 500 mila vi sembran poche

«Sono iniziative prese da altri. Rifletteremo nelle prossime settimane su quale atteggiamento tenere»: le parole del segretario del Partito Democratico Enrico Letta al Corriere della Sera sull’enorme risultato delle 500 mila firme in pochi giorni per il referendum sulla legalizzazione della cannabis sono sincere ma sintomatiche.

Questa settimana è accaduto che alcune forze politiche che non entrano nel dibattito dei giornali e delle televisioni, quelle che da anni si sono intestate delle battaglie con impegno sul territorio e nel mondo dell’associazionismo, quelle che studiano, discutono, approfondiscono e ogni giorno si ritrovano di fronte agli stupidi pregiudizi rivenduti come dogmi da qualche Giovanardi di turno, ora qualche Pillon e così via. Anzi, pensandoci bene anche la parola “intestarsi” è stata svuotata dalla politica diventando più un logo che un contenuto. Sulla legalizzazione della cannabis ci sono forze politiche che ci hanno creduto, sarebbe più giusto scriverlo così.

Il referendum sulla cannabis e una nuova forma di partecipazione

Eppure al di là dell’argomento in questione mezzo milione di firme in così pochi giorni sono un fatto politico enorme, una slavina che potrebbe preannunciare una forma di partecipazione nuova, questa volta non assoggettata a leaderismi di turno oppure a algoritmi nei cassetti di qualche società privata. La possibilità di firmare con lo Spid ha dimostrato una volta per tutte che la mancata partecipazione alla politica (che è sempre uno dei punti di programma di praticamente tutti i partiti in tutte le elezioni) altro non è che figlia dell’indolenza della politica stessa che vorrebbe rimanere comoda a stabilire di giorno in giorno l’agenda del Paese, ritenendosi amministratori delle proprie esigenze con l’unico disturbo di renderle collettive nel modo meno dispendioso possibile.

500 mila firme in così pochi giorni significano anche (comunque la si pensi) che la classe dirigente di questi anni ha sbagliato completamente la lettura della realtà: succede ora con la legalizzazione della cannabis ma accade sempre quando si parla ad esempio di diritti civili, si scorge una furiosa minimizzazione che vorrebbe convincerci che siano solo i leziosi vezzi di qualche sparuto politico che si interessa di bisogni assolutamente marginali, mentre appena si apre uno spiraglio si assiste a una mobilitazione senza precedenti. Si può essere d’accordo o meno con la legalizzazione della cannabis, ma questa settimana ha sancito il completo fallimento politico di chi per anni ha scrollato le spalle con un sorriso menefreghista e superbo. Lo sentiranno quelli che sorridevano mentre non parlavano di certi temi lo schiaffo in pieno viso? E come per la cannabis in giro per il Paese ci sono decine di questioni che non hanno mai trovato nemmeno un domicilio di passaggio nelle agende dei dirigenti politici e che aspettano solo uno zampillo per eruttare.

Il successo del referendum e della democrazia partecipativa

500 mila firme in pochi giorni ci dicono anche che questa politica insiste nel negare (e negarsi) comportamenti che vorrebbe nascondere sotto il tappeto: il consumo di cannabis (come altre centinaia di cose) è una realtà anche se ci si ostina a non raccontarla. E spesso accade che entri prepotentemente nella quotidianità delle famiglie (per i motivi più diversi) che si ritrovano ad affrontare una questione su cui aleggiano solo pregiudizi rivenduti come opinione e pochissima informazione.

E così si ritorna alle parole di Letta: «sono iniziative prese da altri», con il solito snobismo di chi crede di doversi dedicare solo ai punti politici che gli stanno a cuore, come se un partito fosse una comunità endogamica che diventa circolo per le proprie passioni e non un luogo allenato a rispondere in ogni momento ai cambiamenti. Sia chiaro, la risposta di Letta è sincera, ma fotografa un evento che merita di essere analizzato con attenzione: gli “altri” sono cinquecento mila persone che in pochi giorni hanno deciso di mettere a disposizione la propria identità per sottoscrivere una battaglia. E l’hanno fatto con la tanto decantata “democrazia partecipativa” che viene sventolato anche da quelli che sognano di essere delegati ben pagati il più a lungo possibile. Gli altri siamo noi, recitava il testo di una vecchi canzone. Ma gli altri sono soprattutto voti, e non è davvero incredibile che cinquecento mila persone non abbiano nemmeno una rappresentanza minima in Parlamento?

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