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Il Green Pass non è un dogma: ecco perché se ne può discutere senza essere no vax

Il tema è complesso, molto più articolato di come spesso viene affrontato e non è certo buono per essere stropicciato per sfamare opposte e radicali tifoserie. L’estensione del green pass nelle prossime settimane, soprattutto nel mondo del lavoro, pone un’importante riflessione sulla libertà. Da una parte c’è chi crede che la libertà sia l’ambiente dell’individualismo spinto, faccio quello che voglio soprattutto finché le regole me lo consentono, mentre dall’altra si insiste sulla libertà che non esiste senza un piano relazionale e che non può slegarsi da una responsabilità collettiva.

Poi c’è il tema della salute, anche questo troppo serio per non essere preso sul serio: il diritto di mettere a rischio la propria salute (non accade forse con il fumo, con l’alcol o con qualsiasi altra sregolatezza?) non ha nulla a che vedere con il diritto di mettere a rischio la salute degli altri: non è vietato viaggiare in autostrada a 200 all’ora con i fari spenti per il gusto di intaccare la libertà personale ma semplicemente per il dovere di evitare per quanto possibile che qualcun altro rimanga coinvolto in un incidente. Il concetto sembra così banale, eppure sfugge.

È anche vero però che il sistema sanitario nazionale (e la Costituzione) prevedono l’obbligo di curare tutti, indipendentemente dalle loro scelte personali (e per fortuna) e quindi avvelenare i pozzi con idee strampalate come quella di addebitare i ricoveri a chi rifiuta il vaccino non porta nessun altro risultato oltre al crollo della serietà del dibattito.

Che l’uscita dalla pandemia avvenga solo grazie al vaccino è il pensiero comune della scienza ed è una lezione della Storia: chi rifiuta il vaccino adducendo misteriosi complotti mondiali o peggio ancora presunti piani di stermini di massa è stupido e pericoloso. La stupidità è da sempre nemica della democrazia e chi la cavalca per interessi politici è un immorale fallito.

Però una riflessione sul green pass che ora sostanzialmente serve per qualsiasi cosa forse conviene davvero farla. Ad esempio, è possibile sapere sulla base di quali analisi tecniche è stata presa questa decisione? Quali sono i criteri, gli studi e i dati sui quali si è deciso di adottare questa misura e poi estenderla? Per essere più precisi: al raggiungimento di quale risultato verrà tolto? A che percentuale di vaccinati? Al raggiungimento di quanti decessi per settimana? Al raggiungimento di che numero di nuovi casi al giorno? Davvero non è pericoloso porre una misura senza chiarire un obiettivo?

Perché le leggi e le regole di una democrazia sono un cosa seria e sentire che l’obbligo di green pass nei luoghi di lavoro “serve a ovviare alla mancata messa in sicurezza dei mezzi di trasporto” (come ad esempio ha dichiarato Lina Palmerini durante una puntata di Otto e mezzo) oppure sentire (come ha detto il ministro Brunetta) che viene adottato un decreto legge che entrerà in vigore solo fra un mese per sfruttare intanto “l’effetto annuncio” è qualcosa che non ha niente a che vedere con il diritto. E noi siamo un Paese fondato sul diritto.

Per questo bisognerebbe essere molto cauti nell’additare come “no green pass” tutti coloro che pongono dei dubbi. Roberto Perotti (economista e accademico bocconiano) a Radio1 ha detto quello che tutti pensano e che non hanno il coraggio di dire: “Il green pass è un modo per obbligare le persone a vaccinarsi senza introdurre un obbligo vaccinale”.

Ecco allora lo snodo fondamentale: se si ritiene che il vaccino sia la migliore soluzione per uscire dalla pandemia (e su questo quasi tutti sono d’accordo) allora la politica dovrebbe prendersi la responsabilità di fare politica senza paternalismi e senza misure che servono per “indurre a”. Che l’Italia adotti un’estensione del green pass che non è presente per ora in nessuno Stato è un fatto politicamente rilevante, oltre che sanitario.

Sì, è vero che non c’è soddisfazione più grossa che vedere i pericolosi no vax costretti a correre a vaccinarsi per non perdere il reddito, ma siamo sicuri che sia la strada più intellettualmente onesta? Siamo d’accordo che l’obbligo vaccinale sia (come dice Selvaggia Lucarelli) un privilegio gratuito per continuare a vivere in salute? Sì, perfetto. Allora non si abusi di strumenti collaterali.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Ne usciremo ricchissimi

I colossi della farmaceutica che hanno prodotto i vaccini anti Covid grazie ad ingenti investimenti pubblici hanno ottenuto ricavi monstre. Ma le tasse sugli utili di Moderna e Pfizer – denunciano Emergency e Oxfam – sono state di appena il 7% e il 15%. E i prezzi per dose sono aumentati fino a 24 volte il costo stimato di produzione

Per una indomabile inclinazione verso quelli che dicono le cose senza troppi inutili condizionamenti non ho potuto non apprezzare il comunicato che hanno confezionato Oxfam e Emergency in vista dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite e del summit virtuale sul Covid che il presidente Usa Joe Biden intende convocare in concomitanza con l’assemblea Onu, mentre tutti si preoccupano di grattare sulla superficie dei retroscena o si rincorrono per conoscere in anticipo il menu.

Oxfam e Emergency raccontano senza troppi giri di parole che: «Grazie ai monopoli sui vaccini anti-Covid19, Moderna, Pfizer e BioNTech stanno realizzando profitti astronomici, con i due colossi americani che inoltre stanno pagando imposte irrisorie. A fronte di un investimento pubblico complessivo nel 2020 di oltre 8,3 miliardi di dollari a carico dei contribuenti americani ed europei per lo sviluppo dei vaccini, le 3 aziende hanno registrato nel primo semestre dell’anno ricavi per 26 miliardi di dollari, con un margine di profitto superiore al 69% nel caso di Moderna e BioNTech, mentre resta non formalmente verificabile quello di Pfizer. I ricavi sono da capogiro, grazie alla vendita di oltre il 90% delle dosi prodotte al miglior offerente tra i paesi ricchi e rincari del prezzo per dose, fino a 24 volte il costo stimato di produzione».

Non solo: «A fronte di livelli di redditività esorbitanti nel primo semestre dell’anno in corso, le 2 aziende americane, Pfizer e Moderna, hanno mostrato un profilo contributivo difficilmente definibile come congruo: Moderna ha versato nel primo semestre 2021 un’aliquota effettiva di appena il 7% e Pfizer del 15%. Aliquote così basse sono sintomatiche di un sistema fiscale distorto ed iniquo, che consente a corporation con ricavi miliardari di pagare, in proporzione, molto meno di quanto versano al fisco famiglie, che hanno il lavoro come unica fonte di reddito».

«Sulla base dei dati nei rendiconti trimestrali del 2021 – prosegue la nota – la People’s vaccine alliance stima che Moderna abbia registrato, nel primo semestre 2021, ricavi dalle vendite del suo vaccino per oltre 6 miliardi di dollari, con profitti per 4,3 miliardi. La società prevede di realizzare vendite di dosi di vaccino per 20 miliardi di dollari nell’arco dell’intero 2021. Nel frattempo ha versato su scala globale un’aliquota fiscale a una cifra (7%), contribuendo per appena 322 milioni di dollari».

I vaccini, insomma, sono una manna dal cielo per le casse delle aziende farmaceutiche che hanno goduto di straordinari aiuti di soldi pubblici. Ci si aspetterebbe perlomeno un’etica anche morbida per quello che riguarda i profitti e soprattutto ci si aspetterebbe la responsabilità di non creare un monopolio su ciò che oggi riesce a sbloccare la vivibilità e l’economia. E invece niente. Come notano Oxfam e Emergency «i Paesi ricchi che iniziano la somministrazione delle terze dosi mentre la maggior parte dei Paesi fatica a garantire le prime dosi al proprio personale sanitario, evidenziano la drammatica iniquità nel modo di condurre la nostra battaglia contro il virus».

Di fronte a tutto questo, per mera utilità politica, tace la destra che dovrebbe accostarsi al tema della responsabilità e della solidarietà (due temi di cui non conoscono nemmeno il vocabolario) ma tacciono anche quegli altri che sono terrorizzati dal rischio di apparire No vax e preferiscono abbracciare la via della banalità.

Così i poveri muoiono, i ricchi si salvano pagando lautamente e i cosiddetti “salvatori” si arricchiscono in modo smisurato. Ed è una perfetta fotografia del mondo disuguale in cui viviamo. Ed è anche la perfetta testimonianza della codardia con cui continuano a subirlo.

Buon venerdì.

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La sai l’ultima?

Pippo Franco, candidato per il centrodestra alle comunali di Roma con Michetti, nella trasmissione L’Aria che tira ha detto che i vaccini sono «una cosa notoriamente sperimentale». La frase funziona parecchio in certi ambienti eppure è falsa. Come spiega l’Agenzia italiana per il farmaco, per esempio

La politica come arte della banalizzazione è una moda che non smette di scivolare sempre più in basso, rappresentando degnamente questo tempo in cui la complessità è vissuta come inutile fardello, una sorta di burocrazia morale e intellettuale che appesantisce questi tifosi della semplicità nella sua accezione povera, quella veloce e senza spessore.

Roma come sempre è il salotto che raccoglie l’antologia delle storture politiche, un po’ perché è il centro geografico dei palazzi che tutti aspirano ad abitare e un po’ perché le telecamere e i microfoni su Roma inseguono anche le pulci quando tossiscono pur di riempire una cronaca che ogni giorno vorrebbe essere letteratura.

Così si passa dall’incredibile carrellata di tipi umani candidati (dal ragazzino con il Rolex che sfida i comunisti con il Rolex in una battaglia politica interessante come un cinturino, alla candidata complottista da cui tutti prendono le distanze ma che ormai è irremovibile in lista, dal solito fascista imbarcato all’insaputa di tutti eppure così comodo per rendere potabili i fascisti, a Sgarbi promesso assessore e così via) alla guerra di chi spara la cretinata più cretina per ritagliarsi un briciolo di visibilità, i suoi 5 minuti di celebrità.

Ieri poteva essere la giornata in cui il candidato Calenda ci fa sapere che la prima cosa che farebbe per Roma sarebbe una telefonata a Bertolaso come suo vice (del resto il mondo ideale di Calenda è un popolo di suoi vice che così sarebbero troppo comodi per osare contraddirlo) e invece alla ribalta è salito Pippo Franco. Ora, sul serio, scrivere un editoriale su vaccini e politica che abbia come focus Pippo Franco è la sindone dell’era grottesca che stiamo attraversando, chissà i posteri che mal di testa proveranno mentre si impegnano a decifrare questi tempi eppure pensate che in questa incessante sfilata su vaccini e virus in fondo di artisti decaduti se ne sono visti parecchi, gente che pur di avere l’illusione di scaldare ancora un pubblico è persino disposta a scoreggiare in pubblico per non sentirsi decadente.

Pippo Franco è stato ospite di Myrta Merlino nella trasmissione L’Aria che tira per dirci la sua sui vaccini. Virologi che fanno gli artisti e artisti che fanno i virologi, che delizia. Pippo Franco è candidato con Michetti, quello stesso Michetti che due giorni fa aveva dichiarato di non poter «invitare» i cittadini a vaccinarsi contro la Covid-19 – dicendo che i vaccini sono ancora «sperimentali». Dice Pippo Franco: «Stiamo parlando di una cosa che sappiamo è notoriamente sperimentale. Mi basta solamente una persona che è morta per il vaccino per renderlo sperimentale». E via.

La frase funziona parecchio in certi ambienti eppure è falsa. «Gli studi che hanno portato alla messa a punto dei vaccini Covid-19 non hanno saltato nessuna delle fasi di verifica dell’efficacia e della sicurezza previste per lo sviluppo di un medicinale, anzi, questi studi hanno visto la partecipazione di un numero assai elevato di volontari, circa dieci volte superiore a quello di studi analoghi per lo sviluppo di altri vaccini», spiega per esempio l’Agenzia italiana per il farmaco (Aifa) sul suo sito ufficiale. Come scrive nel dettaglio Facta, i vaccini contro la Covid-19 sono stati sviluppati in tempi particolarmente rapidi non perché siano stati abbassati gli standard di sicurezza, ma perché si è accelerato grazie ai grandi investimenti economici messi in campo anche dai governi nazionali.

Ormai però Pippo Franco è il nuovo idolo. Ora ci manca Martufello che ci spiega la composizione dei vaccini, poi Alvaro Vitali che in tv ci delizia con una lezione di ginecologia e infine Bertolaso che ci viene proposto come soluzione operativa per sistemare Roma. Magari aggiungeteci anche l’Arabia Saudita come esempio di diritti e di democrazia e la povertà come freno dell’imprenditoria e tanto che ci siete anche i femminicidi come invenzione dei poteri forti femministi e pure l’Afghanistan come esempio della fulgida esportazione della democrazia.

E in una situazione così viene quasi paura a svegliarsi domani e chiedere: “la sai l’ultima?”. Siamo pronti a tutto.

Buon giovedì.

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Zaki a processo nel silenzio dell’Italia: dopo 2 anni in cella il nostro Paese se ne lava le mani

Sarà per questa fastidiosa sensazione di essere rassicurati con quel vuoto fare paternalistico che si usa con chi è considerato troppo molesto ma dietro la prima udienza avvenuta ieri a Mansura in Egitto che ha confermato la custodia cautelare del trentunenne studente dell’Università di Bologna Patrick Zaki rimbomba con insistenza una certa domanda: ma esattamente cosa ha fatto l’Italia per Patrick Zaki?

Partiamo dall’inizio: l’ergastolo cautelare di Patrick Zaki è iniziato nel febbraio del 2020 all’aeroporto del Cairo, quando lo studente decise di tornare in Egitto per prendersi una pausa dagli studi qui in Italia. Per mesi non si è saputo nulla nemmeno sui suoi capi d’imputazione. Il fatto che fosse rinchiuso nel carcere di Tora, lì dove il governo di Al-sisi rinchiude tutti i suoi più importanti oppositori politici, lasciava ovviamente intendere che l’accusa fosse di natura politica. Oggi sappiamo che è accusato per un articolo scritto nel 2019 sulla persecuzione dei cristiani copti in Egitto (che gli vale un’accusa per “diffusione, in patria e all’estero, di notizie false contro lo Stato egiziano”).

Tutto questo dopo 19 mesi di carcere (oltre il periodo massimo consentito dalla legge egiziana per reati di questo tipo), dopo accuse sempre piuttosto vaghe per alcuni post su Facebook di certi profili che si sono rivelati persino falsi e dopo un interrogatorio avvenuto quattro giorni fa per alcuni suoi scritti risalenti addirittura al 2013. È caduta, per ora, l’accusa di terrorismo per cui Zaki avrebbe rischiato una condanna fino a 25 anni di carcere. Allo stato attuale la pena massima potrebbe essere di 5 anni di reclusione ma certo non tranquillizza che lo studente sia processato davanti a un “tribunale d’emergenza per la sicurezza dello stato”, la cui procedura non prevede diritto d’appello.

In Italia, in mezzo a molti comunicati più o meno convinti (e più o meno convincenti) di solidarietà al ragazzo si registrano due mozioni nelle due camere approvate a maggioranza che chiedevano al governo di “avviare tempestivamente mediante le competenti istituzioni le necessarie verifiche” per l’eventuale concessione della cittadinanza italiana. Peccato che le mozioni non fossero vincolanti, che la risposta del sottosegretario agli Esteri, Manlio Di Stefano, nello scorso luglio fosse piuttosto blanda («Dobbiamo dirci le cose in modo molto chiaro: alle valutazioni tecniche, ci sono anche valutazioni più ampie che devono tenere conto delle circostanze di contesto», – disse Di Stefano – la cittadinanza «può avere effetti negativi») e che il governo ha deciso sostanzialmente di ignorarle senza nemmeno concederci il lusso di ottenere una spiegazione chiara. Nell’elenco dei buoni propositi si registra anche l’ultima puntata di buoni propositi con il ministro Di Maio che durante un evento elettorale a Bologna (la città adottiva di Zaki) 5 giorni fa ci rassicurava dicendoci che il governo «continua a lavorare ogni giorno» con l’obiettivo di «portare in libertà Patrick Zaki e restituirgli tutti i suoi diritti». Anche in questo caso non ci è dato l’onore di sapere esattamente il “come”.

Di certo l’Italia con l’Egitto di Al-sisi continua a mantenere proficui rapporti economici e militari e di certo c’è che dal Cairo continua a rimbombare anche la morte senza verità e senza giustizia di un altro studente su cui si spendono quintali di parole da parte della politica: Giulio Regeni. Alla luce di tutto questo le rassicurazioni mielose infastidiscono e poco altro e si torna alla domanda iniziale. Esattamente cosa sta facendo l’Italia?

L’articolo Zaki a processo nel silenzio dell’Italia: dopo 2 anni in cella il nostro Paese se ne lava le mani proviene da Il Riformista.

Fonte

Que viva Michetti

Fugge da un dibattito alla Cisl, dà buca alla Meloni, scivola sui vaccini, dopo aver imbarcato candidati impresentabili. L’uomo di Meloni e Salvini alle amministrative di Roma potrebbe riuscire nella grande impresa di perdere nella città in cui il centrodestra poteva aspirare a vincere

Nella campagna elettorale per le amministrative a Roma Enrico Michetti, candidato per il centrodestra, riesce a stupire ogni giorno per l’impressionante collezione di figure barbine, una dopo l’altra, con una continuità che rischia seriamente di incoronarlo come testimonial di un centrodestra che pur essendo maggioranza nel Paese (secondo i sondaggi) rischia di riuscire a fallire in tutte le città che contano.

Ha iniziato la sua campagna elettorale insistendo su Giulio Cesare, su Ottaviano Augusto, sulla superiorità degli acquedotti rispetto alle Piramidi e altre amenità storiche. Tutto interessante, per carità, il problema si pone ogni volta che si affronta un tema d’attualità: qualche giorno fa alla sede romana della Cisl si parlava di rifiuti e trasporti e Michetti deve avere pensato che sia davvero noioso parlare di questa angusta contemporaneità così dopo qualche minuto ha deciso bene di alzarsi e di andarsene. Fulminante la battuta di Calenda: «Aveva la biga in seconda fila».

Ma il capolavoro Michetti l’ha fatto a Ostia dove Giorgia Meloni è arrivata per sostenerlo e in mezzo a un bagno di folla ha cominciato a salutare tutti i presenti in attesa del suo candidato sindaco che nel centrodestra sembrano già avere scaricato quasi tutti. Lui, Enrico Michetti, ha pensato bene di non presentarsi adducendo “motivi di agenda”. Che impegni aveva? Era a Prati a stringere mani. Un capolavoro. A questo aggiungete la sua dichiarazione sui vaccini («non sono un tecnico, non posso occuparmi di un farmaco di cui non conosco la composizione per cui non posso invitare qualcuno alla somministrazione», ha dichiarato) e poi allo stesso modo ha deciso di non occuparsi di termovalorizzatori (prima contrario, poi favorevole), Pnrr, trasporti. Insomma, Michetti è candidato sindaco a sua insaputa, par di capire, nella migliore tradizione del centrodestra.

A questo aggiungete che, nella migliore tradizione del centrodestra recente, Michetti ha imbarcato al solito qualche candidato con nostalgie fasciste (con tanto di tatuaggi inneggianti al Duce e braccio teso), una candidata complottista e negazionista (di cui non scrivo il nome per non regalarle nemmeno la pubblicità di sponda della vergogna) e un ex bancarottiere.

Viva Michetti, davvero, l’uomo che potrebbe riuscire nella grande impresa di perdere nella città in cui il centrodestra poteva aspirare a vincere. Intanto Salvini e Meloni sulla sua testa continuano a duellare, peggiorando la situazione. E con candidati così viene quasi la tentazione di sperare nel futuro, nonostante i sondaggi, anche sul piano nazionale.

Buon mercoledì.

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In Italia aumentano le bollette, in Spagna si tolgono gli sgravi alle compagnie energetiche: caro Cingolani, nota la differenza

Se non fosse ammantato da quest’aurea di “migliore” che protegge tutto il governo il ministro Cingolani oggi sarebbe sventolato con strilli sulle prime pagine di tutti i giornali che fanno della competenza un feticcio per colpire i propri avversari politici. La recitata sorpresa con cui il ministro della Transizione ecologica (resta da capire in quale direzione si stia transitando) è riuscito a presentarsi a un convegno della Cgil a Genova e annunciare, con la sorpresa di chi stava passando di là per caso, che “lo scorso trimestre la bolletta elettrica è aumentata del 20 per cento, il prossimo trimestre aumenta del 40 per cento“, dicendolo con la leggerezza di un amministratore di condominio che appiccia un avviso sulla porta dell’ascensore.

A proposito di competenza: l’aumento dei prezzi internazionali delle materie prime energetiche come gas naturale e petrolio (dovuto alla forte ripresa economica post-pandemia e alle quotazione della CO2) inciderà sul “costo della materia prima energia” che è solo una delle componenti (una serie di voci che vanno dagli oneri di sistema tra cui gli incentivi per le rinnovabili ai costi di trasporto, alle spese di smantellamento del nucleare fino alle varie accise) che compongono il totale delle bollette: quindi le bollette alla fine aumenteranno di circa la metà di quel 40 per cento paventato dal ministro. Così, tanto per chiarire.

E a ben vedere è l’Autorità per l’energia (Arera) che comunica ogni trimestre gli aumenti in arrivo per le famiglie in regime di tutela, quelle cioè che non si sono ancora rivolte al mercato libero: lo farà il primo ottobre e forse è per questo che il ministro ha poi aggiustato il tiro chiarendo che “le variazioni delle bollette sono stabilite ogni trimestre dall’autorità per l’energia sulla base del costo delle materie prime come il gas e dal costo della CO2”.  Ma torniamo al punto: dice Cingolani (è una sua simpatica abitudine ultimamente) che “la transizione ecologica deve andare di pari passo con quella sociale, altrimenti le imprese perdono competitività e i cittadini con reddito medio bassi faticano ulteriormente per pagare dei beni primari come l’energia”.

La frase, c’è da riconoscerlo, lascia piuttosto perplessi: che la transizione ecologica costi è una fatto riconosciuto da tutti (per questo si è pensato a un ministero e per questo l’Europa sta dando all’Italia una parte consistente dei soldi in arrivo) ma che il Ministro sia concentratissimo a sottolineare lo sforzo senza spiegarci quali siano le soluzioni che intende mettere in campo (è il suo ruolo, se non gli crea troppo disturbo) fa il paio con la sua sconclusionata uscita sul nucleare di qualche giorno fa quando ritenne opportuno riaprire il dibattito sul nucleare (con una tecnologia che sarebbe utilizzabile forse nel 2060) senza dirci cos ha intenzione di fare dopodomani.

Che poi in tutte le sue dichiarazioni ci sia come sottotetto a un certo attacco all’ambientalismo lascia ancora più perplessi. In Spagna, ad esempio, la politica ha deciso di fare la politica e ha deciso (per tempo) di predisporre un piano d’urto per abbassare la bolletta. Il premier Sanchez ha dichiarato che ci sono compagnie energetiche che in questo momento stanno facendo “profitti straordinari”, definendo la situazione “inaccettabile”.

Sanchez ha assicurato che “ridurrà questi profitti straordinari” alle compagnie “che possono permetterselo” per ridurre i costi della bolletta per i consumatori e ha illustrato il suo piano per limitare l’impatto dei prezzi nel mercato in quattro punti: riforme strutturali per promuovere un’energia più pulita e meno costosa, misure per proteggere i consumatori più vulnerabili, una riduzione di alcune tasse e la riduzione dei profitti straordinari che alcune compagnie energetiche hanno per trasferirli nella bolletta elettrica. La notate la differenza?

L’articolo proviene da TPI.it qui

Il dramma di Pasquale Francavilla, moribondo in attesa di operazione sbattuto e morto in prigione in poche ore

A Pasquale Francavilla mancano dieci mesi di pena per scontare la sua condanna definitiva inflittagli nel processo “Apocalisse”. Ma la sentenza è stata peggiore, come accade spesso nelle carceri italiane, e alla fine è morto nel carcere di Cosenza. Da alcune settimane le sue condizioni di salute erano peggiorate e il quadro clinico era stato giudicato incompatibile con il regime carcerario dai sanitari che lo avevano in cura ma il magistrato di sorveglianza non era dello stesso avviso e così appena dimesso dall’ospedale l’ha rispedito in cella.

Pasquale Francavilla soffriva di una grave patologia vascolare che fino a quattro giorni prima della morte l’aveva costretto sul letto dell’ospedale “Sergio Cosmai” di Cosenza: il detenuto aveva riferito ai suoi familiari che una volta dimesso sarebbe stato trasferito in un altro reparto per essere sottoposto a un intervento chirurgico ma una volta protocollate le dimissioni (con il suggerimento di un altro ricovero in ospedale per le cure del caso) per lui si sono aperte ancora una volta le porte del carcere: «Pasquale – ha spiegato il suo avvocato Mario Scarpelli – è stato ricoverato d’urgenza in ospedale, dieci giorni fa, per la presenza di alcuni trombi. Si trovava nel reparto di terapia intensiva. Cinque giorni fa ho avuto modo di sentirlo tramite video chiamata e mi aveva annunciato l’imminente trasferimento in un altro reparto. L’ho visto sofferente, mi ha detto che lo avrebbero dimesso dall’intensiva e ricoverato in un reparto. Tra un mese avrebbe dovuto sottoporsi ad un altro delicato intervento, ma è tornato in carcere ed è morto perché gli è sopraggiunto un trombo alla gamba».

«La mia collaboratrice – ricorda ancora l’avvocato Scarpelli – è andata subito dal magistrato per capire il motivo di quella disposizione, e in tutta risposta la giudice ha detto che non aveva ancora la cartella clinica». Un fatto, secondo l’avvocato, singolare. «Mi chiedo come sia possibile disporre la carcerazione quando ancora non si ha contezza della situazione clinica! Anche se c’era stata una lettera di dimissioni firmata dal medico dell’ospedale, bisogna prima valutare in base alla cartella», chiosa l’avvocato. Ancora più incredibile è il fatto che, come racconta sempre l’avvocato, «anche il direttore dell’istituto penitenziario è rimasto sorpreso quando inspiegabilmente il magistrato di sorveglianza ha disposto il trasferimento del paziente in carcere». E anche il medico del Sergio Cosmai avrebbe «informato il direttore dell’istituto penitenziario dell’impossibilità di trattenere il paziente in cella e della necessità di lasciarlo in ospedale per via della terapia farmacologica alla quale Francavilla avrebbe dovuto sottoporsi». L’avvocato Scarpelli aveva presentato immediatamente istanza per incompatibilità con il regime carcerario, a distanza di 24 ore però sopraggiunge il decesso. «I medici che lo avevano avuto in cura – aggiunge – avevano confessato ai familiari della vittima la presenza di solo il 5% di possibilità di sopravvivenza». Oggi sarà effettuato l’esame autoptico sul corpo di Francavilla – alla presenza del medico di parte, il dottor Arcangelo Fonti – in attesa di nuovi sviluppi delle indagini avviate dalla Procura di Cosenza che ha aperto un’inchiesta sulla morte del detenuto.

L’avvocato Emilio Enzo Quintieri (già consigliere nazionale dei Radicali Italiani, impegnato in Calabria nell’attività di promozione e tutela dei diritti delle persone detenute o sottoposte a misure restrittive della libertà personale) ha raccontato che nei giorni successivi «tutta la popolazione detenuta sta facendo una battitura (i detenuti stanno dando vita a una protesta battendo forte contro le celle e provocando rumori che si sentono distintamente anche a molti metri di distanza, ndr) contro il Servizio Sanitario dell’Istituto ritenuto responsabile di non aver fornito al loro compagno deceduto le cure necessarie» e ha promesso di segnalare la questione al Collegio del Garante Nazionale dei Diritti delle persone private della libertà personale chiedendo una visita ispettiva presso la Casa Circondariale di Cosenza per gli opportuni accertamenti, oltre a un’interrogazione parlamentare al Ministro della Giustizia.

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Fonte

Falla girare, la firma per il referendum

In 48 ore sono state raggiunte 220mila firme per la depenalizzazione della cannabis. Legalizzare, controllare, tassare è l’unica strada sensata contro il mercato illecito gestito dalle mafie che spinge a passare ad altre sostanze più nocive

Le 220mila firme in 48 ore per il referendum di depenalizzazione della cannabis sono un risultato politico spaventoso, in netta controtendenza con la narrazione che descrive i cittadini lontani dalla partecipazione politica e disinteressati. Se fossimo un Paese normale al posto di sentire Giovanardi o Santanché cianciare di pericolosi scenari (che come al solito non sono supportati da nessun dato ma semplicemente da un miope perbenismo che attanaglia i conservatori) staremmo discutendo di come alla politica probabilmente manchino i temi e gli strumenti per favorire la partecipazione. La firma attraverso l’identità digitale (Spid) ad esempio ha improvvisamente rinvigorito lo strumento referendario che ultimamente appariva sempre di più anacronistico e apre scenari molto interessanti per nuovi modelli di partecipazione.

Ma il referendum sulla cannabis è un tema che ne tocca molti altri e che permette di porre l’accento su aspetti che per anni sono stati sottaciuti (mentre alcuni partiti, dai Radicali a Possibile, hanno continuato a tenere la barra dritta e a fare costante e informata sensibilizzazione). Sulla giustizia, ad esempio, che è un tema che sembra interessare praticamente tutti, ci si potrebbe confessare che il 35% dei detenuti ha violato le leggi sulle droghe e il 25% di chi si trova in carcere è tossicodipendente: la risposta penale alle droghe non solo non funziona ma costa moltissimo. La regolamentazione del mercato porterebbe dei benefici diretti su molti fronti, non solo in termini di sovraffollamento ma anche in termini di riduzione delle spese di repressione e di ordine pubblico e sicurezza. Per avere un’idea di quanto si risparmierete basti pensare che il professor Ferdindando Ofria, professore associato all’Università di Messina e il suo team, ha calcolato in 541,67 milioni la diminuzione per le spese di magistratura carceraria (calcolata sul numero di detenuti arrestati per possesso di droga leggera e detenuta in carcere) e 228,37 milioni di euro per spese legate ad operazioni di ordine pubblico e sicurezza. Questi sono i numeri, è possibile ragionarci senza troppi pregiudizi?

Intanto partono i soliti slogan di chi sul tema insiste proponendoci pregiudizi che sembrano comunque funzionare. Ci si dice, ad esempio, che il consumo di cannabis favorisce poi il passaggio a droghe più pesanti. È uno dei ritornelli che ritorna praticamente sempre: eppure numerosi studi hanno dimostrato che l’uso di cannabis non facilita il passaggio a sostanze più pericolose, addirittura l’uso frequente lo inibisce. Secondo uno studio pubblicato nel 2014 su Jama (Journal of the American Medical Association) gli Stati che hanno legalizzato la cannabis terapeutica hanno un tasso medio annuo di mortalità da oppioidi inferiore del 24,8% rispetto agli Stati che non l’hanno regolamentata. L’unico reale collegamento fra sostanze che hanno usi personali e sociali differenti rimane il mercato illegale. Sapete qual è l’unico reale collegamento? Il mercato illegale che spinge a passare a altre sostanze, esattamente quel mercato che con la legalizzazione si vorrebbe finalmente disarticolare, tra l’altro togliendo soldi alle mafie che tengono in mano le redini di quel mercato. Come scrive benissimo Civati (che sul tema lavora da anni) la legalizzazione peraltro aumenta (non diminuisce) la distanza da altre sostanze, che rimarrebbero illecite e non sarebbero certo vendute da chi offre cannabis, come accade ora. La legalizzazione distingue la cannabis da altre sostanze più nocive, in termini di impatto sull’organismo e di dipendenza.

A proposito di soldi: che il mercato della droga sia il cuore degli affari delle mafie in Italia è roba che ormai sanno anche i sassi (forse perfino Salvini e Giovanardi): la legalizzazione è una manovra economica che vale miliardi di euro (tra risparmi e entrate fiscali, dirette e indirette), decine di migliaia di posti di lavoro (legali) nelle stime più prudenti, la riduzione della liquidità della mafia e del suo raggio di azione, in contatto con la popolazione, la possibilità di utilizzare le ingenti risorse recuperate per la prevenzione e per la sanità. La criminalizzazione di comportamenti di minimo impatto sociale (mentre rimangono impuniti reati e comportamenti ben più rilevanti dei colletti bianchi e delle mafie) è la strada sbagliata e i risultati lo dimostrano.

Legalizzare, controllare, tassare è l’unica strada sensata. Un giorno riguarderemo questi tempi con gli stessi sorrisi quasi stupiti che riserviamo al  proibizionismo statunitense degli anni 20 in cui la gente rivendicava il diritto di bersi una birra (a proposito di danni, andatevi a vedere gli studi sull’alcol, sempre a proposito di proporzioni). Resta da decidere se si vuole abitare nel passato o nel futuro.

Fatela girare, insomma, quest’idea di firmare il referendum.

Buon martedì.

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SentenzaCC 921

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.