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Intanto la Lega implode

Presidenti di regione, sindaci e i militanti più ortodossi stanno preparando un’offensiva contro il loro leader Matteo Salvini per via della sua tattica di stare contemporaneamente al governo e all’opposizione

Come va dalle parti della Lega di Matteo Salvini? Va male, va molto male, e questa volta non si tratta di una semplice opinione ma basta mettere in fila i fatti che stanno imbarazzando gran parte del partito.

Presidenti di regione, sindaci e i militanti più ortodossi stanno preparando un’offensiva contro il loro leader Salvini per chiarire una volta per tutte i danni di questa schizofrenica tattica di stare contemporaneamente al governo e all’opposizione. Sono in molti che non gradiscono (per usare un eufemismo) le strizzate d’occhio ai No Vax e anche l’aver votato gli emendamenti di Fratelli d’Italia ha innervosito gente che nella Lega conta parecchio. Oltre tutto a Salvini si contesta anche di non avere ottenuto nessun risultato politico riuscendo a farsi superare da tutti: troppo altalenante per essere ritenuto “responsabile” e troppo remissivo con Draghi per poter essere considerato davvero “un oppositore”.

Di sicuro ci sarà un congresso. La data sarà fissata subito dopo le amministrative (dove il centrodestra, ai sondaggi di oggi, non sembra essere messo troppo bene in nessuna della città che contano) e a Salvini verrà chiesto di dare conto dell’enorme consenso che aveva alle europee e che è riuscito a disperdere in pochi mesi (a favore dell’avversaria interna Giorgia Meloni).

Giancarlo Giorgetti, Luca Zaia, Massimiliano Fedriga, Attilio Fontana (solo per citare i più importanti) non sopportano la deriva neofascista, complottista e piena di personaggi improbabili dell’ultim’ora (come Claudio Borghi e Francesca Donato) che imperversano con le loro uscite a dir poco pittoresche. Gli amministratori della Lega temono che la loro fatica venga sprecata, in termini di credibilità, da chi cerca di infiammare i social per ottenere in cambio un po’ di visibilità.

«Questo è un partito da due anni commissariato a tutti i livelli: dobbiamo fare i congressi – dice Roberto Marcato, assessore regionale veneto e “fedelissimo” di Zaia, che aveva già tuonato contro i fascisti nel Carroccio – Lo reclamano migliaia di militanti, è un fatto di democrazia»: la frase è molto più pesante e significativa di quello che sembri.

Poi c’è la grana Durigon: l’ex sottosegretario al Mef si era dimesso con la promessa di Salvini di diventare vicesegretario con la delega del Sud ma Giorgetti in primis (e poi molti altri) si è messo di traverso e non se n’è fatto niente. Una persona molto vicina a Salvini dice letteralmente che «Durigon si è messo a fare il pazzo» e circola voce (l’ha scritto qualche giorno fa anche Il Fatto Quotidiano) che possa esserci addirittura una trattativa di Durigon per approdare in Fratelli d’Italia, proprio alla corte di quella Giorgia Meloni che è sempre più convinta di essere la prossima leader del centrodestra.

A questo aggiungete che proprio Salvini qualche giorno fa è riuscito per l’ennesima volta a rimediare una figura barbina dicendo che «le varianti nascono come reazione al vaccino, è il mestiere del vaccino» (e allora verrebbe da chiedergli perché si sia vaccinato, tra l’altro) quando l’Oms (ma praticamente tutto il mondo della scienza) dice chiaramente: «Più persone vengono vaccinate, più ci aspettiamo che la circolazione diminuisca, il che porterà ad avere meno mutazioni».

Avanti così. Daje Matteo.

Buon lunedì.

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Se il talebano ha le chiavi di casa

Una settimana politica passata interamente ad avvitarsi sul Green Pass. Il dibattito dei capi di partito, sostenuti da una stampa piuttosto indolente, scivola tra le posizioni, le giravolte e le finte trattative (utile solo ad accarezzare frange di elettorato) su una misura che dimostra perfettamente la tiepidezza e la confusione. E riuscire a creare caos pur essendo smunti è un capolavoro di disagio generale.

Il balletto di Salvini e lo stillicidio del governo sul Green Pass

Da una parte ci sono i simulatori contrari al Green Pass che hanno espresso il meglio di sé: Matteo Salvini è ancora convinto che per accontentare la fame dei suoi (ex) elettori più sfegatati e No Vax basti davvero fingere di essere contrari per poi votare a favore raccontando la favola di avere ottenuto qualche miglioramento, sognandosi una mediazione che nei fatti non è avvenuta. Poi (e questo l’ha sempre fatto anche quando gli capitava il caso di dover leccare i suoi elettori più razzisti o più fascisti) mentre lui si impegna a fare il “responsabile” sguinzaglia qualcuno dei suoi a fare la parte del piromane (Borghi e Donato irresistibili in questi ultimi giorni). Vuole essere al governo e all’opposizione, responsabile ma non rinunciare ai voti degli irresponsabili, amico di Giorgia Meloni e anche suo avversario e in questo gioco di doppi ruoli alla fine si è perso. Come in quella gara estiva che si svolge camminando in circolo per vedere chi rimane senza la sedia e si capisce benissimo chi verrà eliminato per la posizione sfortunata che gli è capitata in questo giro, esattamente così. A proposito: l’unico Matteo Salvini di cui preoccuparsi si chiama Giorgia Meloni e vola nei sondaggi e ha le mani libere stando all’opposizione. Lo scrivo la milionesima volta e lo scriverò un milione di volte ancora: perdersi l’alba per maledire il tramonto non è il modo migliore per essere preparati al futuro. Dall’altra parte c’è il governo che è riuscito a infilarsi in questo stillicidio di Green Pass che ogni giorno viene affiliato a una nuova categoria, sempre intenti a trovare modi per “indurre” a vaccinarsi senza doversi prendere la briga di rendere la vaccinazione obbligatoria (che è quello che lo stesso Draghi aveva dichiarato di voler fare). Finirà con un bel Green Pass di cittadinanza e saremo a posto così.

Salvini e meloni sul green pass mentre i femminicidi aumentano
Matteo Salvinie. Giorgia Meloni (da Instagram)

Da inizio 2021, 47 donne sono state uccise da ex partner o mariti

Una settimana passata a parlare di questo (e delle tattiche fumose) e intanto nel Paese accade che accadano cose. Che disdetta, questi politici che non possono nemmeno permettersi serenamente di dedicarsi alle proprie piccole gare. È accaduto ad esempio che solo nell’ultima settimana (e bisogna stare a vedere nel tempo in cui verrà pubblicato questo articolo, visto l’impressionante ritmo delle tragedie) siano ben sei le vittime di femminicidio. Sono 47 le donne uccise dall’inizio dell’anno dall’odio di compagni, mariti o ex. Dal primo gennaio al 5 settembre (il giorno in cui è stata uccisa Chiara Ugolini dal suo vicino di casa violento, fascista e vigliacco) in Italia c’erano stati 186 omicidi in tutto; 76 vittime erano donne e tranne 10 di loro (quindi ben 66) sono state uccise in ambito familiare e/o affettivo. Ieri a Noventa Vicentina Pierangelo Pellizzari ha ucciso la moglie Rita Amenze prima dell’inizio del turno di lavoro. Quattro colpi di pistola strati in sequenza. Gli stessi suoni di Kabul. Lei lo stava lasciando. In Sardegna nel giro di poche ore a Sennori (Sassari) un uomo ha sparato alla fidanzata ferendola gravemente e poi togliendosi la vira. A Cagliari Paolo Randaccio ha ucciso a coltellate nella loro sala da pranzo Angelica Salis, sua moglie. Lei il giorno precedente era uscita di casa urlando e chiedendo aiuto in un bar sotto casa. Mercoledì hanno arrestato Filippo Asero che a Bronte a ucciso con 30 coltellate Ada Rotini nel giorno precedente all’udienza della loro separazione. «Il fenomeno della violenza contro le donne è un fenomeno aberrante che ha visto numeri aumentare durante la pandemia», ha detto la ministra Bonetti. Benissimo. Ma la pandemia è “finita” e le morti invece continuano.

Dove sono finiti i “femministi italiani” che accusavano le femministe di non occuparsi delle donne afghane?

Piuttosto varrebbe la pena fare una riflessione: perché il “codice rosso” spesso non funziona? Perché i cosiddetti “reati spia” (che in molti caso preannunciano l’omicidio) non allertano chi di competenza? Sono domande tutte politiche a cui dovrebbe rispondere la politica ma questa settimana, poveretti, erano impegnati su altro. Volendo essere un po’ cattivi sorge anche un’altra domanda: dove sono i “femministi italiani” che fino a poco fa accusavano le femministe italiane di non occuparsi delle donne afghane? Dove sono ora loro, nerboruti maschi sempre intenti a insegnarci il femminismo che c’è da occuparsi delle donne italiane? Kabul non è molto lontana e i talebani qui da noi si confondo tra la folla dello struscio della domenica pomeriggio: quasi il 90 per cento delle donne uccise viene assassinato da una persona che conosce, quasi il 50 per cento dal partner, tra il 10 e il 12 per cento da un ex, il 20 per cento da un familiare, il 4 per cento da una persona comunque nella cerchia delle amicizie. Sono ammazzate da quelli che nella vulgata popolare sono quelli che le dovrebbero “difendere”. I talebani qui hanno addirittura le chiavi di casa, dormono nello stesso letto, guardano di fianco sul divano lo stesso programma alla tv. A proposito: il 74,5 per cento degli assassini di donne è italiano. Quindi non funziona nemmeno la caccia allo straniero. Cari italiani, se proprio non riuscite a difendere le vostre donne almeno fateci il piacere di non ammazzarle.

Ora provate a scorrere con gli occhi l’articolo che avete letto arrivando fin qui: paragonate le energie e i quintali d’inchiostro sul fumus intorno al Green Pass e i litri di sangue che scorrono su quello che intanto accadeva. Avrei potuto venderli separati, i due editoriali, e guadagnarci il doppio: il fatto è che vederli così vicino, uno dopo l’altro, quello di cui si è parlato e quello che intanto accadeva, magari riesce a ristabilire le proporzioni e a suggerire le priorità. Magari. No?

L’articolo Se il talebano ha le chiavi di casa proviene da Tag43.it.

11 settembre, dove siamo ora? Gli uomini che cadono dal cielo di Kabul ci hanno fatto tornare al punto di partenza

“11 settembre 2001, dove eravate?”, chiedono oggi moltissimi giornali. Si sa, l’aspetto emozionale è utile per sviluppare empatia facile ma è utile anche a chi ha bisogno di umanizzare la guerra per rivendere la vendetta come giustizia. 11 settembre 2001, dove siamo ora? È cambiata la percezione del terrore e del terrorismo, questo sicuro, e la paura è diventata un’arma di governo potentissima. Certo, come sottolinea con la solita puntualità l’Ispi, “nell’ultimo decennio il numero di attacchi terroristici di matrice jihadista è aumentato di 6 volte rispetto al decennio precedente” (quindi la lotta al terrorismo ha dato combustibile all’ingrossarsi del terrorismo) e 20 anni dopo (lo dice sempre Ispi) ci sono quasi quattro volte più militanti islamici sunniti oggi di quanti ce ne fossero l’11 settembre 2001 e restano inoltre attivi quasi 100 gruppi estremisti islamici.

I numeri però vanno usati e vanno osati: gli attacchi terroristi successivi a quello dell’11 settembre negli Usa hanno provocato 91 morti. Negli USA sono morte nel frattempo 566 morti per sparatorie di massa. Il processo di trasformazione della sensibilità per il terrorismo ha creato, come spesso succede, terrorismi brutti, sporchi e cattivi e terrorismi che invece non vengono raccontati. Sono passati 20 anni, siamo ancora qua.

Dove siamo oggi? Siamo alla resa dei conti per quanto riguarda la fallibilità dell’esportazione di democrazia: la forza militare americana (e la NATO) attraversano uno dei loro punti più bassi di credibilità. Sono morte 900mila persone nelle guerre post-11 settembre di cui almeno 335mila civili. Sono stati spesi dagli USA 8 trilioni di dollari: sempre Ispi sottolinea come “la guerra afghana è durata più delle due guerre mondiali e delle operazioni in Vietnam, con la perdita di 2500 soldati US, 67mila militari afghani e 47 mila civili”.

Cosa siamo oggi? Ci eravamo ripromessi di curare l’odio degli altri e intanto abbiamo concimato l’odio interno. I populismi di destra sparsi in giro per il mondo da quell’11 settembre hanno raccolto e manipolato barili di islamofobia per incendiare gli umori: Ispi sottolinea come “se nel 2000 ci furono solo 12 aggressioni anti-musulmane negli Stati Uniti segnalate all’FBI, nel 2001 divennero 93, e nel 2020 se ne contano 227”. Per toccare l’aria qui da noi basterebbe anche solo leggere i comunicati stampa e i tweet dei nostri leader più destrorsi. Anche “l’importazione della democrazia” non è andata benissimo, no.

In Afghanistan l’impertinente sceneggiatura della Storia ci ha lasciato uomini che cadono dal cielo, ancora, come se questi vent’anni avessero semplicemente fatto il giro per tornare al punto di partenza. Nel frattempo gli USA hanno speso 233 miliardi di dollari per l’assistenza sanitaria ai veterani di guerra in Afghanistan, 433 miliardi di dollari per l’aumento del budget del dipartimento della Difesa, 532 miliardi di dollari di interessi stimati sui prestiti di guerra, i 60 miliardi di dollari di budget afghano del Dipartimento di Stato e 1055 miliardi di dollari del dipartimento della Difesa. Tutto questo per lasciare un Paese più povero di com’era, con i talebani ancora al potere.

Dove siamo oggi? Quando gli Usa 20 anni fa invadevano l’Afghanistan (ripetendo il messaggio “non siamo venuti qui solo per catturare Osama Bin Laden, Al Qaeda e coloro i quali aiutano Osama Bin Laden”) venivano diffusi filmati in cui gli afghani si erano rasati barba e capelli, le donne si erano tolte il burqa e ballavano a ritmo di musica. Abbiamo passato 20 anni a tenere i riflettori su Kabul mentre nelle zone rurali i cittadini provavano la terribile esperienza della guerra. 20 anni dopo siamo sommersi dalla narrazione che ora la guerra sia “più sicura” grazie ai droni. Nel sud del Paese, nella provincia di Kandahar, il 7 ottobre del 2001 è avvenuto il primo attacco con droni nella storia dell’umanità. L’obiettivo era il leader dei talebani Mullah Mohammad Omar che però morì un decennio dopo per cause naturali. Fu solo il primo di una serie di casi: qualche settimana fa dopo la caduta di Kabul è riapparso Khalil ur-Rahman Haqqani, leader talebano della famigerata Rete Haqqani: lui, come Khalil ur-Rahman o suo nipote Sirajuddin (vice leader dei talebani), erano stati dichiarati “uccisi” dagli USA. Vengono chiamati “fantasmi” perché regolarmente riappaiono vivi e vegeti. E allora chi hanno ucciso quei droni? Nel 2014, il gruppo britannico per i diritti umani Reprieve ha rivelato che tra il 2002 e il 2014 in Pakistan e Yemen, i tentativi di uccidere 41 uomini tramite droni armati hanno provocato la morte di circa 1.147 persone. 20 anni dopo dovremmo sapere che no, che la guerra non è diventata buona e giusta e che i combattenti talebani sono capaci di nascondersi dai droni con successo a differenza dei civili agricoltori, negozianti o tassisti che ci rimangono uccisi. Anche qui siamo, ora.

Nel palazzo presidenziale di Kabul intanto ci ritroviamo comandanti che rivendicano la propria detenzione a Guantanamo e un ministro con un’enorme taglia sula sua testa per terrorismo. Dove siamo 20 anni dopo? Siamo qui. E chissà che non siano bastati 20 anni perché gli analisti e i politici abbiano imparato ad allargare lo sguardo.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Cpr di Milano, “si entra uomini e si esce zombie”

Si è tenuto ieri pomeriggio nella Sala Caduti di Nassirya a Palazzo Madama l’incontro con la stampa del senatore Gregorio de Falco e i rappresentanti della rete di associazioni “Mai più lager – NO ai CPR” in cui è stato presentato il report dell’accesso presso il Centro di Permanenza per il Rimpatrio di Milano, invia Corelli n. 28, del Senatore nelle giornate del 5 e 6 giugno di quest’anno. «Un incontro necessario per dare contezza di una realtà che altrimenti non sarebbe conosciuta – ha detto de Falco – perché qui non si tratta di una poca attenzione per i luoghi ma per i diritti».

De Falco ha raccontato di avere trovato nel centro circa 40 persone, «ognuna con una sua storia di vita, accomunate dal fatto di esser qui in Italia da tanti anni in una permanenza brutale che crea problemi psicologici e psichiatrici anche a chi non ne aveva». De Falco ha raccontato di avere assistito a diversi atti di autolesionismo e ha puntato il dito sulle responsabilità: «Sapete qual è il problema? Nelle carceri il responsabile è lo Stato mentre nei Cpr c’è una commistione tra vari soggetti, lo Stato rappresentato dalle Prefetture e i privati che si accaparrano la gestione attraverso bandi e la suddivisione delle responsabilità non è mai chiara». De Falco ha raccontato di avere chiesto senza ottenerlo il registro degli accessi («e mi domando in relazione a che presenza il gestore venga pagato dallo Stato», ha aggiunto, «visto che l’ultimo dato diceva 51 presenza mentre in realtà erano 44») e di non avere ottenuto nemmeno il registro degli eventi critici. «Parliamo di un mondo altro in cui si viene trattenuti dopo un’udienza che dura dai 3 ai 5 minuti: in quel tempo si decide della libertà di una persona, una persona che non ha compiuto alcun reato, che è semplicemente non italiano»·

Teresa Florio, della rete “Mai più lager – NO ai CPR” costituita nel 2018 a Milano e che raccoglie realtà attive sul territorio che hanno avuto modo di esaminare la situazione durante i diversi governi che si sono succeduti, ha raccontato di avere avuto modo di visitare il centro solo grazie alla presenza del Senatore poiché non l’ingresso è vietato alla stampa e alla società civile, se non in rarissimi casi. «Il primo diritto violato è la salute – ha detto – poiché a Milano la Prefettura non ha sottoscritto nessun protocollo con l’ATS per l’assistenza medica ai trattenuti. Teniamo conto che si parla di detenzione che durano mesi. Poi ci sono i numeri: oltre 30 morti in 20 anni, 5 solo negli ultimi 2. C’è poi il diritto negato di corrispondenza che dovrebbe essere garantita sulla carta e invece la sottrazione del telefono avviene immediatamente all’ingresso, mentre non è possibile ottenere carta e penna se non sotto stretta sorveglianza. Questo preclude anche il diritto alla difesa o a presentare i reclami scritti che sarebbero previsti da regolamento»· Florio ha anche puntato il dito sulla gestione affidata ai privati con gare che premiano semplicemente il maggior ribasso. «C’è poi la questione del dispendio economico: lo sanno i cittadini che costi enormi ci sono solo per trattenere una minima parte degli irregolari, tenendo conto che solo il 50% di loro viene rimpatriata mentre gli altri escono con un foglio di via e rimangono sul nostro territorio con il terrore di essere fermati di nuovo? Qui viene criminalizzata la clandestinità».

Per questo suonano senza senso le storie come quella di un lavoratore straniero che ha lavorato per ben 25 anni qui da noi alle Ferrovie dello Stato per ritrovarsi poi rinchiuso nel Cpr dopo avere perso un lavoro («per gli italiani è un dramma ma per gli stranieri è addirittura una tragedia», ha detto De Falco) oppure quella di L.A. che si è praticato dei tagli profondi, ingeriva stoffa e oggetti metallici, si è fratturato degli arti per poi essere ingessato, togliersi il gesso e fratturarsi di nuovo per finire a un Tso. Oppure A.O. sposato con una cittadina europea (e con una figlia europea) che è stato rinchiuso mentre transitava dall’Italia in attesa di documenti. «È un processo di zombizzazione, quelli che entrano sono normali e escono zombie per i troppi psicofarmaci e le mancate cure». Sotto gli occhi di tutti.

L’articolo Cpr di Milano, “si entra uomini e si esce zombie” proviene da Il Riformista.

Fonte

Sì vax, ma senza coraggio

Sarebbe il caso che il governo governi. Se vuole rendere obbligatorio il vaccino lo faccia, anziché continuare a limare sulle categorie per il green pass, costringendo a vaccinarsi di rimbalzo

La politica è l’arte della mediazione ma spesso dietro questo aforisma si cela la tiepidezza di chi non vorrebbe decidere. Le perquisizioni a casa di no vax che diventano barzotti sui loro gruppi Telegram mentre sognano di posizionare il tritolo sotto il Parlamento sono qualcosa che non bisogna sottovalutare ma converrebbe anche ricordare che alla resa dei conti, quando si sono messi in testa di bloccare i treni in tutta Italia, nelle stazioni c’erano perfino più iscritti a Italia Viva.

Di sicuro però c’è che solo il 65,9% degli italiani ha completato il ciclo vaccinale (tenendo conto anche di quelli che sotto i 12 anni non si possono vaccinare) e il numero è ben lontano da garantire una certa sicurezza. Dialogare con i no vax più convinti cercando di convincere gli inconvincibili è una mossa che disvela una certa povertà politica, che si affida alla persuasione piuttosto che alla decisione.

Insomma, per dirsela tutta, sarebbe il caso che il governo governi: Mario Draghi aveva risposto convintamente «sì» alla domanda sull’obbligo vaccinale e ora continua a limare sulle categorie per il green pass. Essere paternalisti non serve per difendersi dal prendere decisioni.

Come scrive giustamente Vitalba Azzolini per Domani (perché qualche volta conviene citare colleghi che ci hanno visto lungo): «Non è chiaro perché, con l’attuale decreto, siano assoggettate all’obbligo di certificazione verde solo alcune categorie di lavoratori, né quali siano i criteri di priorità seguiti. Sul piano del diritto non si comprende perché si ricorra a diversi decreti-legge per disporre estensioni successive a pochi giorni di distanza, creando confusione».

E poi: «Pare che un’estensione ulteriore della certificazione verde ad altre e più numerose categorie di lavoratori sarà sancita la prossima settimana con un nuovo decreto che, insieme a quello appena emanato, andrà ad aggiungersi alle norme dei decreti precedenti in tema di “green pass” e ai relativi emendamenti in sede di conversione. Ciò renderà necessario un coordinamento tra le regole dei diversi provvedimenti, tenendo anche conto – tra le altre cose – della spiegazione data via Faq alle regole stesse, talora in modo non del tutto conforme a una loro interpretazione testuale e sistematica. Il labirinto delle disposizioni in tema di contrasto al Sars-CoV-2 è ormai oltremodo complesso – per usare un eufemismo – con buona pace dell’obiettivo di semplificazione e razionalizzazione normativa messo per iscritto nel Piano nazionale di ripresa e resilienza e a cui il governo si è impegnato nei confronti dell’Unione Europea».

Allora facciamo che il governo dei migliori governi in modo migliore: prenda decisioni, abbia coraggio e la smetta di usare metodi che sono semplicemente una forma di paternalismo insopportabile. Se vuole rendere obbligatorio il vaccino lo renda obbligatorio senza costringere a vaccinarsi di rimbalzo. Meglio una legge che renda obbligatorio il vaccino (ci sono tutti gli strumenti legislativi per poterlo fare) oppure un’applicazione generalizzata del green pass che non penalizzi ingiustamente alcune categorie esentandone altre.

Abbiate coraggio. Forza, su.

Buon venerdì.

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Il capolavoro politico di Salvini: sul Green Pass non ha toccato palla ed è riuscito a scontentare tutti

Finge di avere una strategia ma non gli crede più nessuno. Non ci credono i suoi detrattori (ovvio, sono lì per quello) ma non ci credono nemmeno i suoi “amici” interni che a dire la verità da un po’ di mesi non vedono l’ora che il leader si sbricioli per poterlo mettere da parte: ieri Matteo Salvini si è incartato sul primo decreto Green Pass (che prevede il certificato nei ristoranti al chiuso, negli spettacoli al chiuso e all’aperto, nelle palestre e nelle piscine) annunciando prima il ritiro degli emendamenti della Lega per dimostrarsi collaborativo (mai affidarsi alle promesse di collaborazione di un turbo-individualista) e per chiedere al governo di togliere la fiducia poi in aula la Lega ha votato quegli stessi emendamenti però proposti da Giorgia Meloni.

Ricapitolando, per semplificare: la Lega aveva vergato emendamenti per affossare una decisione che lei stessa aveva avvallato in Consiglio dei ministri, poi ci ha ripensato e poi ci ha ripensato ancora votandoli a firma di Fratelli d’Italia: una contraddizione al cubo che, nella sostanza, è semplicemente il vuoto cosmico politico.

Per rendersi conto della cifra politica vale la pena rileggere l’intervento di Borghi (diventato in questi mesi un idolo trascurabile dei no Green Pass): “In un primo momento c’era stato un rifiuto totale da parte del governo verso tutte le nostre istanze e allora era stata votata la soppressione (in commissione, ndr). Ma noi vogliamo cercare di procedere in un clima costruttivo: anche a seguito di quell’atto politico forte sono stati già riconosciuti miglioramenti e altri sono allo studio. Arrivare a un dialogo e a compromessi è esattamente quello che un Parlamento dovrebbe fare, invece che il muro contro muro”.

Quindi, ha concluso Borghi, “sarebbe offensivo da parte nostra chiudere la porta prima di vedere l’esito della discussione: noi confidiamo che il governo accolga alcune modifiche di buon senso e in attesa di vedere cosa avverrà, la Lega si asterrà sull’emendamento soppressivo dell’articolo 3″.

Risultato? Emendamenti bocciati, figura piuttosto molle (e intanto Giorgia Meloni continua ad apparire sempre più dura e convincente) e il capolavoro politico di scontentare tutti, sia da una parte che dall’altra. 

Partono ovviamente gli attacchi. Matteo Salvini tenta di salvare il salvabile e oggi si fa intervistare dal Corriere della Sera dicendo di avere “garantito un equilibrio tra il diritto alla salute e quello al lavoro.” (Non si capisce bene come non avendo ottenuto nulla in aula, al di là della figura barbina) e poi buttandola in caciara parlando di “tamponi gratuiti” (che nulla avevano a che vedere con la discussione).

Poi balbetta di avere avvisato Draghi (come se notificare a qualcuno che si sta facendo una cazzata renda meno scemi) e infine rivendica di avere “portato a casa l’estensione di validità del Green Pass da 9 a 12 mesi” e di avere “messo in sicurezza gli albergatori che rischiavano di perdere clienti a pranzo e cena”: tutte decisioni prese collegialmente dal governo.

Insomma, il disturbatore interno non disturba più nessuno e l’oppositore non riesce a fare opposizione: ben fatto, Matteo.

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Crisi climatica e carenza di vaccini: milioni di bambini non andranno a scuola, ma non importa a nessuno

Inizia la scuola. In Italia siamo messi maluccio, come l’anno scorso con in più i vaccini (ma sotto i 12 anni i bambini non si vaccinano e in compenso abbiamo come sempre una tonnellata di “raccomandazioni)” ma nel mondo la situazione è nera, nerissima. Già prima della pandemia 258 milioni di minori in tutto il mondo (parliamo di un sesto della popolazione totale in età scolare, una proporzione enorme) non avevano accesso all’istruzione e ora il virus aumenterà ancora di più questi numeri.

Crisi climatica, carenza di vaccini per il Covid-19, sfollamenti, attacchi alle scuole e mancanza di connessione digitale stanno infatti mettendo a rischio l’accesso all’istruzione. In 48 Paesi nel mondo, in particolare, l’educazione è ad altissimo rischio.

Secondo le analisi di Save the Children, contenute nel nuovo rapporto “Build Forward Better”, sono milioni i bambini ancora impossibilitati ad andare a scuola a causa delle misure di sicurezza per il Covid-19, dell’impatto economico della pandemia e dei continui attacchi all’istruzione.

Gli Stati con sistemi educativi a “rischio estremo” – secondo l’indice redatto da Save the Children – sono Repubblica Democratica del Congo, Nigeria, Somalia, Afghanistan, Sud Sudan, Sudan, Mali e Libia, seguiti da Siria e Yemen in “alto rischio”.

Difficoltà si registrano anche nelle nazioni più ricche, come l’Italia dove, dopo un anno e mezzo di DAD, si registra una importante perdita di apprendimento, con una “dispersione implicita” che sale di 2,5 punti nella media nazionale, con importanti disparità territoriali ed una drammatica ricaduta in particolare nel Mezzogiorno.

I risultati, manco a dirlo, li toccheremo con mano nel futuro prossimo: secondo le previsioni nel 2030 il 20% dei giovani (compresi tra i 14 e i 24 anni) e il 30% degli adulti non saranno capaci di leggere. Metà dei 720 milioni di studenti nel mondo avranno un livello di istruzione molto basso. Le più penalizzate, manco a dirlo, saranno le donne: sono 9 milioni le studentesse che dovrebbero frequentare la scuola primaria, ma che probabilmente non vi accederanno mai, rispetto ai 3 milioni di coetanei.

Poi c’è l’economia: la chiusura delle scuole potrebbe portare a una riduzione della crescita economica globale dello 0,8% annuo, con perdite maggiori nei Paesi a basso e medio reddito. Sempre Save The Children, in una sua recente ricerca, aveva illustrato come i minori dei Paesi più poveri avessero perso il 66% in più di giorni di scuola rispetto ai coetanei che vivono in realtà più ricche.

“Il Covid-19, però, è solo uno dei fattori che sta mettendo a rischio l’istruzione e la vita dei bambini di oggi e di domani. – dice Daniela Fatarella, direttrice generale di Save the Children Italia. – Circa la metà dei 75 milioni di minori la cui istruzione viene interrotta ogni anno lo fa a causa di minacce climatiche e ambientali come cicloni, inondazioni e siccità. Gli eventi legati al clima hanno già contribuito a costringere oltre 50 milioni di bambini a lasciare le loro case, ma non possiamo dimenticare i conflitti, gli odiosi attacchi alle scuole in Paesi come Nigeria e Yemen, la situazione in Siria e infine quella dell’Afghanistan dove – prosegue – già prima dell’escalation di violenze, bambini e soprattutto bambine faticavano a poter frequentare la scuola e che ora rischiano di non rivedere più i banchi”.

Malava Yousafzai (la più giovane vincitrice del Premio Nobel per la pace) dice “essere la prima della classe non ha nessuna importanza, se non puoi studiare affatto. Quando qualcuno ti toglie la penna di mano, allora sì che capisci davvero quanto sia importante l’istruzione”. Eccoci qui.

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Afghanistan: che fine hanno fatto i bambini?

L’Unicef ha registrato 300 bambini afgani evacuati dal Paese, non accompagnati e separati dalle proprie famiglie. Ma è un numero destinato a crescere. E in Afghanistan sono 10 milioni i piccoli che hanno bisogno di assistenza umanitaria

Le scene dell’aeroporto di Kabul hanno fatto il giro del mondo. I bambini passati di mano in mano, con i genitori che accettavano lo strappo pur di salvarli. Di bambini poi si sono riempiti la bocca tutti, perfino i più sovranisti dei più destrorsi sovranisti, quelli che ci dicevano che bisognasse “salvare i bambini” e noi ci siamo permessi fin dall’inizio di fare notare che dividere le famiglie fosse davvero un modo discordante con la sacralità della “famiglia tradizionale” che proprio loro continuano a cavalcare.

Ma che fine hanno fatto i bambini? L’Unicef e i suoi partner hanno registrato circa 300 bambini non accompagnati e separati evacuati dall’Afghanistan. Ma sono numeri assolutamente precari, destinati a crescere mentre proprio in questi giorni sono in corso le identificazioni. Parliamo di circa 300 bambini che non hanno accanto a loro nessun legame famigliare, vulnerabili e scossi. Per questo Unicef ieri ha raccomandato che «durante i processi di tracciamento e ricongiungimento, i bambini dovrebbero ricevere un’accoglienza alternativa sicura e temporanea, preferibilmente con parenti o in un contesto familiare. La collocazione all’interno di centri di accoglienza dovrebbe essere l’ultima risorsa, e solo temporanea».

Dice Henrietta Fore, direttrice generale del’Unicef: «I governi dei Paesi in cui si trovano i membri della famiglia di bambini separati e non accompagnati dovrebbero cooperare e facilitare il ricongiungimento e percorsi migratori sicuri e legali per questi bambini, se ciò è nel superiore interesse del bambino. La definizione di membri della famiglia dovrebbe essere abbastanza ampia affinché i bambini non accompagnati possano essere affidati in sicurezza a parenti che si prendano cura di loro. Allo stesso modo, i bambini che viaggiano con adulti di fiducia dovrebbero rimanere con loro se ciò è nel loro superiore interesse. Separare i bambini da adulti che conoscono e dai quali ricevono cure potrebbe causare ulteriori problemi. Tutti i bambini hanno il diritto di stare con le loro famiglie. Le parti coinvolte nell’evacuazione e nell’accoglienza delle persone che fuggono dall’Afghanistan dovrebbero compiere ogni sforzo per evitare la separazione delle famiglie in primo luogo. Questo significa assicurare un adeguato coordinamento tra gli attori civili e militari, stabilire una registrazione di base dei bambini e delle famiglie, e verificare le liste di volo».

La solidarietà non si decanta, la solidarietà si attua mettendo in campo tutti gli strumenti a disposizione. Ora, passati i giorni convulsi dell’assalto all’aeroporto per la fuga, è il tempo di stabilire le priorità e di trovare le soluzioni. Quei bambini (così come tutti gli afgani) non durano il tempo utile per essere filmati in qualche servizio di un telegiornale ma esistono anche (e soprattutto) dopo, mentre soggiornano in centri di accoglienza senza avere la bussola per immaginare una ricostruzione affettiva. Non è un questione di bontà, è quello che si deve fare. A proposito: in Afghanistan più di 550mila persone sono state sfollate a causa del conflitto e 10 milioni (10.000.000) dei bambini hanno bisogno di assistenza umanitaria. Il dolorosissimo disastro è qui, ora, sotto i nostri occhi.

Buon mercoledì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Il 75% dei vaccini anti-Covid è concentrato in soli dieci Paesi, ma al G20 se ne sono accorti solo ora

Partiamo dai numeri che fanno spavento e che fotografano impietosamente la realtà: ad oggi sono oltre cinque miliardi le dosi di vaccino anti-Covid somministrate nel mondo. Ma il 75% di questi vaccini è concentrato in soli dieci Paesi. Solo l’1,4% della popolazione dei Paesi a basso reddito ha ricevuto almeno una dose di vaccino ma i potenti del pianeta, quelli che sono fortissimi a confezionare comunicati stampa che grondano umanità e tenerezza sembrano non esserne interessati.

In occasione dell’ultimo G20 dei giorni scorsi i ministri della Salute riuniti in concistoro hanno annunciato l’altisonante “Patto di Roma” (sulla solennità dei titoli, in compenso, sono fortissimi) annunciando “un cambio di passo” e promettendo di attivarsi “perché nessuno venga lasciato indietro”.

Molta retorica, alle solite, che finge di non tenere conto che il rischio di disuguaglianze nella distribuzioni dei vaccini fosse stato segnalato a inizio pandemia e che il disgustoso risultato attuale (con il prevedibile risultato della povertà direttamente proporzionale alla mortalità) sia figlio di una tardiva presa di coscienza. Sempre che la presa di coscienza poi si traduca in fatti un po’ più sostanziosi di un Patto a favore di telecamera. 

La pensano così anche Oxfam Itali ed Emergency che in risposta al ministro Speranza (che ha parlato di disuguaglianze, ovviamente, piuttosto contrito) gli ricordano che “nella risposta alla pandemia, in termini di accesso globale ai vaccini, nulla si è fatto per definire strategie e strumenti di medio e lungo periodo che, davanti a future pandemie, possano cambiare il paradigma e mettere fine alle vergognose disuguaglianze nell’accesso alle cure”.

“La dichiarazione adottata oggi dalla Ministeriale Salute non offre risposte concrete alla sfida più drammatica e urgente posta dalla pandemia, quella di un vaccino che sia per tutti e ovunque“ – hanno scritto Sara Albiani, policy advisor sulla salute globale di Oxfam Italia, e la presidente di Emergency Rossella Miccio – Servono soluzioni più incisive che rivedano il monopolio a tutela della proprietà intellettuale delle case farmaceutiche, sostengano con forza il trasferimento di tecnologie e know-how e intervengano a supporto della capacità produttiva a livello globale”.

Per questo Oxfam Italia ed Emergency  hanno lanciato un appello perché “possano recuperare nel summit finale il coraggio e l’ambizione per intraprendere un reale cambio di rotta, adottando misure in grado di disinnescare la spirale di disuguaglianza nell’accesso alle cure che la pandemia ha ulteriormente esacerbato, rendendo così attuale e non solo dichiarato il principio dei vaccini come bene pubblico globale”.

A proposito di numeri: l’Oms dichiara come obiettivo quello di vaccinare il 70% delle persone nel mondo entro metà 2022, il Patto di Roma si propone di vaccinare “almeno il 40% della popolazione globale entro la fine del 2021” (cioè nei prossimi quattro mesi). Intanto il resto del mondo attende, attende con la pessima sensazione di essere deluso ancora una volta.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Morte di Fedele Bizzocca, il vero colpevole è lo Stato: è stata omissione di soccorso

Non ha fatto nemmeno in tempo a passare il dolore e lo sgomento per la morte di Nasser Yussef, ufficialmente morto al carcere di Sollicciano con “la testa incastrata nello spioncino della cella” (secondo la versione ufficiale, eppure viene difficile non notare che quello spazio è di una decina di centimetri, una testa in media è larga almeno il doppio e per morire soffocati serve una desolante assenza tutta intorno) che a Trani accade la morte di Fedele Bizzoca.

Bizzoca, si affrettano a scrivere molti giornali, era detenuto da gennaio per spaccio eppure Bizzoca era «persona sofferente di una grave patologia psico-fisica», come scrive l’ufficio del Garante nazionale dei detenuti che aveva verificato «l’incompatibilità con la detenzione in carcere», peraltro «valutata e dichiarata da tempo dalle Autorità sanitarie del carcere e dalla stessa Direzione». Il Garante nazionale nel corso di una visita in Puglia aveva riscontrato «l’assoluta inadeguatezza» della collocazione del detenuto, in una cella senza «alcuna assistenza sanitaria adeguata», tant’è che «le condizioni materiali e igieniche in cui lo si è ritrovato, si presentavano molto oltre ogni parametro di minima decenza e salubrità».

Il tema è sempre lo stesso, decidere se essere un Paese che identifica le persone in base alla loro colpa oppure per i loro bisogni, se essere un Paese in grado di mantenere compatibili i due diversi piani e soprattutto se essere un Paese che riesce a garantire almeno la sopravvivenza delle persone che ha “in custodia”. Perché “custodire” è un atto che contiene molto di più del semplice confinare. Pretende l’uso della cura e l’impegno della rieducazione e determina il grado di salute e di credibilità di una democrazia.

Sono due morti che avvengono in pochi giorni ma fotografano perfettamente la condizione di illegalità in cui versa il sistema penitenziario italiano, discarica silenziosa delle periferie cane dove lo Stato non riesce ad arrivare. Carceri come accumulo di persone “in transito” vero un luogo che non si riesce mai a trovare perché non c’è. Dal carcere di Trani dicono che «non si era riusciti ancor a trovare una struttura idonea, anche fuori regione, per curare la patologia di cui soffriva il detenuto Bizzoca»: tecnicamente è un’omissione di soccorso. Sul carcere di Sollicciano ci si dimentica di dire che gli atti autolesionistici sono nel 2020 sono stati 700: tecnicamente potrebbe essere definito un perseverare diabolico.

Del carcere non interessa a nessuno perché ogni volta che si scrive di un diritto negato tra le celle ci si scontra con l’idea diffusa che la morta sia uno dei possibili effetti collaterali della vendetta. “Se sei colpevole devi accettare di rischiare la vita”, ripete qualche leader politico: l’eccesso di legittima difesa come la sogna qualcuno è una realtà quotidiana che avviene per mano dello Stato. Sarebbe un enorme tema umanitario su cui costruire un’ampia campagna politica. Ma le carceri italiane sono messe così male che non si trova nemmeno mezzo leader politico in grado di strumentalizzarle per il verso giusto. Nemmeno quello.

L’articolo Morte di Fedele Bizzocca, il vero colpevole è lo Stato: è stata omissione di soccorso proviene da Il Riformista.

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