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Miliardi di euro in arrivo dall’Europa eppure il governo non ha stanziato i fondi per le quarantene

Sarà per questa moda dei due Mattei (Renzi e Salvini, gemelli nella lotta contro i poveri fingendo di lottare contro la povertà) o sarà per questa egemonia confindustriale che sembra avere attecchito benissimo nel Paese ma che l’Inps il 6 agosto abbia fatto sapere che la quarantena per contatto Covid non sia più considerata malattia e che quindi l’assenza non sia più a suo carico sembra avere interessato poco o niente, giusto qualcuno che oggi (19 giorni dopo, evviva!) si accorge del risultato finale della sfortunata novità: alla fine a pagare le conseguenze, anche economiche, dell’emergenza sanitaria saranno ancora una volta i lavoratori. Sempre loro.

L’Istituto, in particolare, ha chiarito che l’indennità di malattia per quarantena Covid non può essere erogata per gli eventi relativi al 2021, ma solo per tutto il 2020 nel limite delle risorse stanziate: i 631 milioni di euro previsti dal legislatore per il 2021 sono svaniti nel nulla, senza nemmeno un plissé da parte dei partiti, nemmeno da quelli che oggi si battono per la gratuità dei tamponi per accarezzare gli sfinteri delle persone che non si vogliono vaccinare. 

Tanto per fare un esempio: TNI Italia (un gruppo di associazioni nato dopo il primo lockdown nel mondo della ristorazione) valuta in circa 600 euro il costo di un’eventuale quarantena sulla busta paga. Chi tirerà fuori questi soldi?

Viene fin troppo facile indovinare: il lavoratore, sicuro. Chi dovrà mettersi in quarantena dovrà presumibilmente usare ferie e permessi, pagando di tasca propria la tutela della propria salute e quella dei colleghi e dei clienti, in nome di un nuovo sovranismo sanitario in cui ammalarsi costa.

La novità porta con sé anche un’ulteriore inevitabile conseguenza: chi ammetterà di avere avuto contatti con un positivo se è consapevole che questo comporterà un inevitabile scontro con il proprio datore di lavoro? Cos’è se non un’istigazione all’omertà?

Poi ci sono i tracciamenti (che fin dall’inizio della pandemia non sono stati il nostro forte) che risentiranno inevitabilmente della nuova misura. Se disincentivi (decurtando ferie, permessi ai lavoratori) la denuncia di contatti con positivi rischi di veder incrementare proprio i positivi?

E badate bene: tutto questo accade in un mondo del lavoro ancora flagellato dalla pandemia, con capi di partito che dai loro hotel a centododici stelle invitano a educarci alla sofferenza, con un “bonus terme” spalmato a piacimento e con miliardi di euro in arrivo dall’Europa per uscire dalla pandemia. Non notate che, al solito, ci sia qualcosa di sbagliato?

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La campana dell’ultimo giro

La situazione all’aeroporto di Kabul continua ad essere drammatica, i talebani stanno smettendo di recitare la parte degli illuminati e il G7 sull’Afghanistan non ha risolto praticamente nulla

È iniziata male ma finirà addirittura peggio. E non solo perché la situazione all’aeroporto di Kabul continua a essere drammatica come può essere drammatica una fiumana di disperati disposti a morire pur di infilarsi in un buco che basterà per pochissimi di loro ma soprattutto perché i talebani stanno lentamente smettendo di recitare la parte degli illuminati e tornano veloci alla propria natura forti della posizione conquistata nel Paese.

«Il 31 agosto ci aspettiamo che tutti i soldati stranieri se ne vadano. Altrimenti sarà considerata un’estensione dell’occupazione», ripetono e gli Usa sembrano non avere intenzione di cimentarsi in nessun braccio di ferro. Persino la resistenza organizzata dal figlio del comandante Massud nella valle del Panjshir non sembra impensierire gli studenti coranici, sempre più convinti che il gioco degli oppositori sia semplicemente una mossa mediatica per ottenere più soldi dai loro possibili finanziatori stranieri e un maggiore peso nella composizione del nuovo governo.

Il G7 di ieri non ha risolto praticamente nulla. Le pressioni di Boris Johnson e di Angela Merkel per ottenere una proroga della permanenza in Afghanistan e salvare più persone possibili hanno trovato il muro degli Usa che hanno anzi chiarito di dover smettere con le evacuazioni alcuni giorni prima per avere il tempo di smontare le basi logistiche e preparare armi e bagagli. E senza gli americani la permanenza dei Paesi europei in Afghanistan diventa praticamente impossibile. Ora la posizione di dialogo con il nemico (che da noi era stata infelicemente strumentalizzata per le tristi liti da cortile dei nostri provincialissimi capi di partito) comincia a farsi strada e perfino Draghi ribadisce la necessità di «mantenere un canale di contatto anche dopo la scadenza del 31 agosto e la possibilità di transitare dall’Afghanistan in modo sicuro».

Mezz’ora prima del summit il portavoce dei Taliban, Zabihullah Mujahid aveva detto chiaramente «I Taliban non permetteranno più ai cittadini afghani di raggiungere l’aeroporto di Kabul, le persone dovrebbero tornare a casa». Per mostrare i muscoli ha aggiunto: «Gli americani stanno facendo qualcosa di diverso, quando c’è la calca sparano e la gente muore. Sparano alla gente. Noi vogliamo che gli afghani siano al sicuro da questo». Un successo di relazioni dopo la disfatta militare, insomma.

Sullo sfondo rimane anche la solita Europa frammentata e inumana che non riesce nemmeno a trovare un’ombra di linea comune sull’accoglienza. I talebani controllano ormai i confini con i Paesi limitrofi (che sono già stati chiusi) e dalla riunione dei 7 non si è nemmeno riusciti a trovare una linea comune per eventuali corridoi umanitari. Stesso discorso per quanto riguarda il riconoscimento formale con il nuovo regime: I leader del G7 hanno fatto sapere che i rapporti della comunità internazionale coi talebani dipenderanno dalle azioni future del gruppo, la stessa formula che avevano usato qualche giorno fa ministri degli Esteri dei Paesi del G7 al termine di una riunione che avrebbe dovuto preparare quella di ieri e che invece riporta le stesse conclusioni. Nessun passo in avanti.

Qualcuno propone di coinvolgere Cina e Russia nella gestione della crisi: «Credo che il G20 possa aiutare il G7 nel coinvolgimento di altri Paesi che sono molto importanti perché hanno la possibilità di controllare ciò che accade in Afghanistan», ha detto Draghi ai suoi colleghi, riferendosi anche all’Arabia Saudita, alla Turchia e all’India.

Suona la campana dell’ultimo giro, quella che arriva insolente per risvegliarci dalla trance alcolica (o agonistica, ché di campane dell’ultimo giro ne esistono diverse ma la tristezza del senso di fine è sempre la stessa). Finirà male, com’era ovvio che fosse, bastava leggere la storia per intero fino a qui.

Buon mercoledì.

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Se la politica diserta l’addio a Gino Strada e va in massa al meeting di CL

Alla camera ardente allestita per Gino Strada si sono presentate circa undicimila persone. Sapete quanti rappresentanti del governo o delle massime istituzioni sono state presenti? Zero. Zero assoluto. Del resto, visitare Gino Strada mentre il mondo ha gli occhi sulle macerie afghane dovute all’avidità dell’Occidente è qualcosa che richiede un certo pelo sullo stomaco, una capacità di dissimulazione che viene difficile perfino ai politici più spericolati.

Gino Strada, del resto, come dice sua figlia, va benissimo come icona da morto, come andava bene da vivo solo mentre era chiuso in sala operatoria. Altrimenti toccherebbe rispondere alle accuse che per tutta la vita ha brillantemente argomentato contro i signori della guerra che ora si mettono in posa mentre prendono in braccio i bambini davanti alle televisioni del mondo.

La politica, si sa, si compie votando in Parlamento, decidendo al governo, scegliendo le parole da usare e decidendo dove essere presenti (e dove non essere presenti) e i politici nostrani erano tutti, ma proprio tutti, a baciare la pantofola di Comunione e Liberazione al meeting di Rimini.

Come tutti gli anni la festicciola di fine anno di una combriccola parareligiosa riesce magicamente a coniugare tutti, destra e sinistra e buoni e cattivi e perfino il presidente della Repubblica: tutti concentrati a mettere in scena lo spettacolo di una classe dirigente in tournée come se fosse in circo per farsi applaudire dai ciellini. Mentre gli eredi di Gino Strada corrono a suturare le ferite del mondo a Rimini oggi, martedì 24 agosto 2021, Matteo Salvini ci ha spiegato che la ministra Lamorgese no, non va bene e ne chiede le dimissioni perché sarebbe colpevole di essere troppo poco feroce con i disperati del Mediterraneo (nonostante in termini di disumanità Lamorgese abbia comunque ottenuto grandi risultati nella solita guerra alla solidarietà).

Il solito inarrivabile Salvini: subito dopo aver messo in discussione una delle ministre più rappresentative del Governo Draghi – di cui fa parte, anche se finge di non saperlo – risponde alle critiche sul suo sottosegretario Durigon – quello che vorrebbe cancellare la memoria di Falcone e Borsellino per deviarla su Arnaldo Mussolini – dicendo: “Ragioneremo io e Durigon su cosa è più utile fare. Di perdere tempo con il passato non ne ho assoluta voglia”.

Capito? La ministra si prende a cannonate in pubblica piazza, mentre il suo nostalgico sottosegretario compagno di partito è una questione che si deve risolvere nel tinello di via Bellerio.

Sulla politica estera, al meeting di Comunione e Liberazione, abbiamo ascoltato Giorgia Meloni puntare il dito contro Biden per la gestione della guerra in Afghanistan dimenticando 20 anni di storia recente e il suo idolo Trump che decise il ritiro delle truppe.

A proposito di Afghanistan: il renziano Ettore Rosato ci fa sapere, sempre dal meeting di Comunione e Liberazione, che dobbiamo organizzare l’accoglienza dei profughi e che “tra l’altro molti di loro sono persone istruite, colte che conoscono lingue”. Chissà cosa gli avrebbe risposto Gino sentendo questo classismo perfino nella solidarietà.

Meloni si è anche lamentata di essere additata come omofoba solo perché si oppone al Ddl Zan. Ma che strano: un’amica di Orban ed Erdogan (noti omofobi) che si oppone a una legge contro l’omotransfobia e che si è inventata una “ideologia gender” che esiste solo nei bigini della destra peggiore viene accusata di essere nemica della comunità Lgbti. Che vergogna, signora mia.

Ovviamente al meeting di CL non poteva mancare un attacco contro i poveri, colpevoli di essere poveri e che si meritano di essere poveri, perché se sono poveri non può significare altro che siano dei falliti e indolenti.

“Io lo sento dire ogni giorno da centinaia di imprenditori, commercianti, lavoratori. Il reddito di cittadinanza sta creando enormi problemi, sta provocando un deserto economico, e anche morale perché disincentiva alla politica. Crea solo un deserto economico e morale perché diseduca le persone alla fatica e alla sofferenza”, dice Matteo. No, no, non è il solito Matteo Renzi che tuona come al solito contro il reddito di cittadinanza: è l’altro Matteo, sempre più gemello, Matteo Salvini, che chiede scusa per averlo votato.

Avere poi una classe politica (in gran parte di sfaticati) che si pone l’obiettivo di “educare le persone alla fatica e alla sofferenza” e viene applaudita di gran lena rende perfettamente l’idea sullo stato delle cose.

Poi c’è Antonio Tajani: Tajani di quella Forza Italia che qui da noi ha smantellato la sanità pubblica (e con CL ha reso la Lombardia regina degli interessi privati della sanità privata) che chiede di “rifondare il sistema sanitario”. Applausi anche qui. E alla fine, ascoltandoli, viene perfino da ringraziarli di non essere passati da Gino. Meglio così.

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Il fondotinta sulla narrazione

Tommaso Claudi (persona dalle indubbie qualità morali per il coraggio e per la dedizione alla causa) viene definito “console” a Kabul. L’ambasciatore, intanto, a differenza di altri colleghi, se n’è andato dall’Afghanistan…

È iniziata la tipica fase in cui ci imbattiamo ogni volta che l’Occidente combina disastri in qualche Paese straniero e ha l’urgenza di apparire con la faccia del buono. Diceva Gino Strada (e lo ripete spesso e bene sua figlia Cecilia) che per fare bene la guerra bisogna imparare a usare bene le parole che servono per compiere la truffa in modo chirurgico: le missioni di pace che sono stracariche di armamenti ne sono un fulgido esempio ma anche le bombe che dovrebbero essere “intelligenti” o peggio i cosiddetti “danni collaterali” (che sono civili innocenti rimasti ammazzati per terra) rendono perfettamente l’idea di un’operazione di disinfestazione utile a fare apparire vero ciò che invece non lo è.

Le foto dei soldati che salvano i bambini, ad esempio, sono certamente funzionali per una superficiale impressione in cui i buoni sono talmente buoni da apparire salvifici e i bambini vengono tratti in salvo grazie all’attenzione dei soldati occidentali che con le loro mani li strappano dall’inferno: quei bambini vengono strappati dalle loro famiglie che non sanno mai se riusciranno a mettersi in salvo da una situazione in cui gli Stati che vorrebbero apparire come salvatori hanno responsabilità enormi. Non solo: sono gli stessi soldati che puntano i loro fucili contro quei bambini nei campi profughi in giro per il mondo. Non solo: sono gli stessi soldati che hanno addestrato quelli che ora sono diventati carnefici, sono gli stessi soldati che esportano la democrazia a suon di bombe.

Certo non è facile tenere la barra dritta e mantenere un equilibrio di osservazione, restando lucidi. Però, sia detto, questa insopportabile trasformazione in “buoni” è innocente e immorale. Ieri in Italia è esplosa la fiabesca narrazione di Tommaso Claudi, definito “console” su tutti i siti dei principali media mentre viene fotografato indaffarato a salvare bambini. Peppe Marici, portavoce del ministro degli affari esteri Di Maio, ha confezionato un zuccheroso tweet: «Oltre quel muro c’è la speranza. Grazie al nostro console a #Kabul Tommaso Claudi. Non si sta risparmiando, senza sosta, fino all’ultimo». Benissimo. Peccato che Claudi (persona dalle indubbie qualità morali per il coraggio e per la dedizione alla causa) non sia “console” ma semplice “secondo segretario generale” (come fa notare mazzetta su twitter) e questa morbida narrazione serve per non dire che l’ambasciatore Vittorio Sandalli se n’è andato dall’Afghanistan in fretta e furia. Non solo: la Farnesina nei giorni scorsi ha confezionato una nota esultante in cui ci dice che l’Ambasciata italiana a Kabul è stata ricostituita, udite udite, a Roma (sembra uno scherzo, lo so). Nella nota si dice che a Kabul è rimasto un “presidio diplomatico” che altro non è quel Tommaso Claudi facente funzioni di console ma che non lo è visto che non esiste nessun consolato italiano. Se a qualcuno viene il dubbio che tutti gli ambasciatori per motivi di sicurezza se ne siano andati allora vale la pena sapere che l’ambasciatore britannico è molto apprezzato in patria proprio perché è rimasto, l’ambasciatore tedesco incontra e tratta di persona con i talebani, l’ambasciatore francese a Kabul è indaffaratissimo, come quello dell’Unione, l’ambasciatore spagnolo a Kabul dice che non rientrerà fino a che l’ultimo spagnolo e l’ultimo collaboratore degli spagnoli non avranno lasciato l’Afghanishtan. E se vi è capitato di leggere giornali entusiasti per l’italiano Pontecorvo, definito “ambasciatore” si sono dimenticati che lavora per la Nato. 

Questo è solo un piccolo esempio eppure racconta moltissimo della comunicazione in tempo di guerra. E qui, se ci pensate bene, siamo sempre in guerra: pensate come sta messa la comunicazione.

Buon martedì.

(foto da Twitter)

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Salvini finge di non essere al Governo: sbraita contro Lamorgese senza proporre nessuna soluzione

Matteo Salvini si è incagliato. Come un giradischi rotto che insiste ossessivo a suonare la solita canzone da mesi ripete sempre le stesse cose, cambia solo qualche aggettivo e l’immagine a corredo dei suoi post, non riesce a trovare un guizzo, non trova un nuovo concetto, nemmeno mezzo straccio di slogan, niente di niente.

E così dopo avere fotografato la sua bilancia per dirci che è ingrassato di tre chili durante la sua permanenza in Calabria e quindi si metterà a dieta (sempre sull’onda dei politici che avrebbero voluto essere influencer e che ci informano delle loro attività intestinali ) oggi prova a fare un po’ di rumore con un tweet che è la sindone del suo essersi arenato: “Rave party con morti e feriti che durano giorni – scrive Salvini – orde di baby gang che terrorizzano da tempo la riviera romagnola e non solo, dopo navi francesi e tedesche, oggi una nave con bandiera norvegese lascerà 322 immigrati in Italia. Lamorgese, dove sei?”. 

Vale la pena spulciarlo: l’ex ministro dell’Interno mette insieme una questione di ordine pubblico (il rave), una questione culturale che ha a che fare con l’infanzia e l’educazione (le presunte “baby gang”) e una questione umanitaria (i salvataggi nel Mediterraneo) tutti sotto l’ombrello della “sicurezza” dimostrando ancora una volta di non avere nessuna contezza politica (oltre che empatia, ma quella rientra nel suo personaggio di “cattivissimo me” che ormai non fa più nemmeno sorridere i bambini) dei temi di cui vorrebbe trattare.

La sua retorica ormai è stantia, zoppicante, prevedibile e la sua propaganda sembra non volere tenere conto della contemporaneità rendendolo terribilmente sgraziato.

Solo che Salvini continua a fingere di dimenticare che questa volta al governo c’è seduto anche lui, lui e tutta la sua truppa di salviniani che si stanno ottenendo nell’entusiasmo e sembra funzionare poco o niente la narrazione della Lega al governo per “pungolare” Draghi: il sottosegretario della ministra Lamorgese, solo per fare un esempio, è il leghista Molteni e perfino gli elettori salviniani si chiedono perché il Capitano non chiami il suo compagni di partito piuttosto che sputare qualche tweet.

La profezia di Giorgia Meloni si avvera ogni giorno di più: Salvini all’angolo che si consuma mentre lei con le mani libere che cresce nei sondaggi. Resta da capire quanto questa sia una buona notizia per il Paese poiché i due sembrano sovrapponibili nelle idee, differenti solo per i contesti che si trovano ad affrontare. E forse ci stiamo occupando del Salvini sbagliato.

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Democrazia da asporto

L’Occidente insiste nel suo approccio paternalistico e fallimentare da esportatori di democrazia, nonostante il disastro sia sotto gli occhi di tutti

No, non vanno benissimo le cose in Afghanistan e l’Occidente continua a non farci una bella figura. Per niente. Nonostante la pelosa attenzione ai drammi rimbalzati su tutti i media (perché la sofferenza, si sa, comunque rende parecchio in termini di ascolti) la situazione dell’aeroporto di Kabul smutanda la debolezza di Usa ed Europa incapaci perfino di salvare il salvabile, di imbarcare quelli che dovrebbero essere i salvati secondo gli accordi con i talebani e di riuscire a non sfilacciare le famiglie.

Negli ultimi 7 giorni almeno 20 persone sono morte nei pressi dell’aeroporto: si tratta di civili che facevano parte della massa accalcata mentre cercavano di cogliere l’occasione di abbandonare il Paese. E il numero è indicato da fonti ufficiali della Nato, presumibilmente per difetto. Migliaia di persone (secondo alcune stime Usa sarebbero almeno 20mila) tentano disperatamente di arrivare ai bordi delle piste mentre alcuni bambini per non rimanere incastrati nella calca vengono passati di mano in mano, come un feretro ancora vivo, per essere lasciati ai soldati. Dentro al dramma di un genitore che decide di scindersi dal proprio figlio perdendolo pur di salvarlo c’è tutto l’orrore di questi giorni.

A proposito di bambini: sempre di più si perdono e scompaiono. L’allarme è stato lanciato da media locali come l’emittente ‘Ariana‘, che ha raccontato la storia di una famiglia di Kabul che si sta prendendo cura di un bambino rimasto incastrato nel filo spinato e che, nonostante gli sforzi, non è ancora riuscita a rintracciare i suoi genitori. Il bambino, che ha circa 6 anni, ha dichiarato che la sua famiglia è arrivata in aeroporto per fuggire dal Paese. Apparentemente suo padre è caduto tra la folla e da quel momento in poi il bambino ha perso i contatti con entrambi i genitori. Giornalisti locali riferiscono che diverse persone stanno postando foto di bambini scomparsi all’aeroporto.

I talebani, dal canto loro, hanno gioco facile nel filtrare le persone grazie ai presidi intorno alla zona: si raccontano bastonate e ci sono diversi filmati di colpi da arma da fuoco. Alcuni testimoni raccontano che i talebani chiederebbero 1.500/2.000 euro per fare avvicinare le persone alla pista. Tutto questo mentre sono proprio loro ad accusare: “L’America, con tutta la sua potenza e le sue strutture… non è riuscita a portare l’ordine all’aeroporto. C’è pace e calma in tutto il Paese, ma c’è caos solo all’aeroporto di Kabul”, dicono. Peccato che non sia per niente così: mentre tutti gli occhi del mondo sono puntati su Kabul nelle zone rurali del Paese arrivano frammenti di notizie che raccontano violenze e addirittura rapimenti di bambini nei confronti degli afghani che hanno collaborato con l’Occidente, come ritorsione.

Biden la definisce l’“evacuazione più difficile della storia”, un’operazione “difficile e dolorosa” e intanto ha attivato il programma d’emergenza della Civil Reserve Air Fleet (Craf), richiedendo l’uso anche di aerei civili. Un piano nato 70 anni fa in piena Guerra Fredda, nel 1952, dopo il ponte aereo di Berlino del 1948, quello organizzato dalle potenze occidentali per aiutare i cittadini di Berlino Ovest rimasti isolati col blocco delle vie di comunicazione messo in atto dall’Unione Sovietica. Solo due volte si è ricorsi a una decisione così estrema: in occasione della prima guerra del Golfo nel 1991 e della guerra in Iraq nel 2002. I primi aerei di linea sarebbero già in volo e il Dipartimento della difesa americano potrebbe rafforzare nei prossimi giorni la sua richiesta.

L’Occidente intanto insiste nel suo approccio paternalistico e fallimentare da esportatori di democrazia. Nonostante il disastro sotto gli occhi di tutti non si riesce a capire che perché le democrazie attecchiscano rimangono fondamentali l’educazione, la cooperazione sociale (che è stata una fetta minuscola dell’enorme mole di soldi spesi in Afghanistan) e l’autodeterminazione. Se i soldi della guerra fossero stati divisi per ogni abitante afghano oggi ognuno di loro avrebbe preso 200mila euro: questo per rendersi conto dell’assurdità di un investimento bellico che non ha portato nessun risultato, nemmeno militare.

E da noi? Da noi si insiste con la visione ombelicale di ciò che accade e così ci ritroviamo ad avere sprecato una giornata sorbendoci chi dalle file della destra si domanda dove siano “le nostre femministe?” giusto per accendere un po’ di bile. Come scrive giustamente Michela Murgia, “non hanno tempo, le femministe, per curare anche la strana malattia intermittente del sovranismo locale, che si manifesta invocandole quando c’è da criticare gli abusi stranieri, ma sbeffeggiandole in tutte le circostanze in cui si occupano degli abusi in casa nostra”. Le femministe (e le associazione che operano lì) sono dove sono sempre state: al fianco delle donne. Il punto è che le donne afghane (come tutte le altre) non vanno “salvate” ma vanno messe in condizione di non avere bisogno di salvarsi. Ma questo è un argomento evidentemente troppo complesso per chi ha il pelo sullo stomaco di lucrare anche su un dramma del genere.

Buon lunedì.

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Kabul de neige

Vorrebbero sembrare degli statisti e invece sono solo dei cortilai. I cortilai sono dei miniaturizzatori che riescono a fare entrare nello spazio di un cortile questioni di enorme complessità come se fossero beghe tra vicini su un calzino steso che gocciola dal balcone di sopra. Hanno la fenomenale capacità di rendere tutto basso, gretto, infeltrito, campanilistico, provinciale, ottuso e nel tempo stesso di volerlo rivendere come un’apicale intuizione per costruire una chiave di lettura globale del mondo e della contemporaneità. Li riconosci, i cortilai, perché strepitano e si spruzzano scambiando la polvere per dibattito, banalizzano tutto convinti che qualsiasi loro unghia incarnita sia una questione mondiale e poi tra amici si vantano di avere «asfaltato» (dicono così, con la boria di una schiacciasassi arrugginita) l’avversario come se tutto intorno gli altri fossero barzotti per qualsiasi loro tweet.

I partiti sono una roncola da agitare contro le gang avversarie

I cortilai proliferano nel mondo e qui in Italia sono capi di partito, prìncipi ombelicali di partiti che sono ginecei completamente scollegati dal mondo in cui accadono le cose. I partiti, a proposito: anche i partiti nell’era del cortilianesimo si sono trasformati in una roncola da agitare contro le gang avversarie. I cortilai passano tutto il giorno abbarbicati sul loro ramo secco aspettando che il nemico possa compiere un errore, basta un errore qualsiasi, un termine sguincio, uno starnuto troppo slabbrato oppure una frase infelice e poi si buttano in picchiata per screenshottare la presunta vergogna e aizzare tutto il loro pollaio. Da lì in poi è tutta una guerriglia che accade solo sul web, l’esondazione di ciccine87 e fragolini52365 ingoiati come se fosse scoppiata una quarta guerra mondiale e anche se intorno poi le guerre scoppiano davvero entrambe le fazioni rimangono inchiodate lì, recintate nella loro disputa personalissima che più si accende e più si ingoffisce.

Se Conte diventa colpevole di concorso esterno in talebanismo

Accade che il tribolato leader dei grillini Giuseppe Conte, riferendosi alla situazione in Afghanistan inviti la comunità internazionale a «coltivare un serrato dialogo con il nuovo regime che appare, almeno a parole, su un atteggiamento abbastanza distensivo». Il fatto che l’ex Presidente del Consiglio usi l’aggettivo “distensivo” (buono per reclamizzare una tisana) in riferimento ai tutt’altro che distensivi talebani che poco prima avevano messo in scena una bruttina recita di fine anno con cui avrebbero voluto rasserenare il mondo, una conferenza stampa che sembrava una letterina a Babbo Natale recitata da Freddy Krueger. Apriti cielo. I primi a fiutare l’odore del sangue sono gli scherani di Italia viva, gente che subisce Conte come se fosse criptonite, che aizzano le tastiere vomitando una serie di improperi e di accuse come se Conte fosse il capo dei talebani appena entrato a Kabul mitragliando in aria.

Lo spettacolo da fuori è indecente ma soprattuto è immorale: mentre la gente muore e rischia di morire per molto tempo questi si tirano i capelli

L’equazione cortilaia è semplice: non si discute nel merito di proposte di azioni diplomatiche ma si fa sanguinare l’aggettivo per dimostrare che Conte è colpevole di concorso esterno in talebanismo e quindi loro che hanno contribuito alla sua caduta sono in sostanza la Primavera araba di cui avevamo assoluto bisogno. Nessun cenno alle madri che sono disposte a lacerarsi pur di lasciare in salvo i propri figli, nessun cenno alle centinaia di migliaia di afghani in un pericoloso limbo burocratico parcheggiati in Europa, nessun cenno a come fare uscire i disperati da lì e come poterli accogliere qui, niente di niente. Il dibattito diventa una sfida tra barzotti i cui toni farebbero impallidire il guerrigliero più smodato e i cui volumi potrebbero a far apparire il tutto come il prologo di una crisi planetaria. E invece è una rissa, una di quelle risse lente e storte dopo l’orario di chiusura del pub. Quegli altri, manco a dirlo, rispondono allineandosi subito alla modalità bassissima. Lo spettacolo, da fuori, è indecente ma soprattuto è immorale: mentre la gente muore e rischia di morire a lungo questi si tirano i capelli. Mica per niente arriva Draghi a dire semplicemente «basta» e risulta un gigante: basta poco, in mezzo ai nani.

Gli appelli alla diplomazia e alla comunicazione con i talebani

Fuori ci sono i fatti e i fatti oltre che tragici sembrano tragicamente irraggiungibili per questa classe dirigente: l’aeroporto di Kabul è diventato l’unico buco per sperare in un po’ di ossigeno ma è presidiato dai talebani che fungono di filtro otturato. C’è gente disposta a morire sulla banchina (o aggrappata ai motori di un aereo che decolla) piuttosto che imbarcarsi con Caronte. L’Afghanistan è diventato uno Stato in cui l’unica legge che vale è quella di un certo dio: legge pericolosissima perché non c’è niente di più pericoloso di uomini che declinano presunte divinità in regolamenti. Volendo vedere ci sarebbero anche le parole di Lakhdar Brahimi, veterano delle Nazioni Unite, che qualche giorno fa ha detto ad Al Jazeera che l’Onu dovrebbe intensificare gli sforzi diplomatici in Afghanistan: «È tempo di diplomazia». Ci sarebbe anche Lucia Castellina (una che viene trattata con riverenza perfino dai cortilai) che prova a ricordare che «politica significa anche dialogare con il nemico». C’è Josep Borell, il rappresentante della diplomazia Ue, che invita ad aprire un canale di comunicazione con chi ha vinto la guerra in Afghanistan senza che questo significhi riconoscere il nuovo Emirato, anche per non lasciare che Cina e Russia prendano il controllo. Il giornalista Nico Piro, uno che di Afghanistan ne sa parecchio, che ricorda che gli Usa in questi giorni stanno dialogando proprio con i talebani per provare a gestire le evacuazioni dall’aeroporto. Filippo Grandi, Alto Commissario dell’Onu per i rifugiati, in un’intervista al Corriere della Sera dice: «Non abbiamo altra scelta. Noi umanitari siamo abituati a essere molto realisti: non tutti i nostri interlocutori ci piacciono, ma sono quelli che abbiamo e dobbiamo lavorare con loro. In questo momento ci si appiglia, con un po’ di opportunismo, alle evacuazioni, ripeto dovute e sacrosante, ma fra poco finiranno. Dopodiché occorrerà costruire questa relazione e usarla per far pressione sulle cose a cui teniamo».

La vergogna di non provare nemmeno a essere coerenti

Insomma, c’è la complessità, quella che ai cortilai non interessa perché escono dal proprio pianerottolo solo per comprare le sigarette e leggersi nella rassegna stampa. Poi, volendo, ci sarebbero anche i tiranni con cui qualche cortilaio intrattiene fruttuosi rapporti amicali per convegni e conferenze e ci sarebbe la Libia che è l’amante ben pagata per talebanizzare il Mediterraneo e ci sarebbe perfino il dittatore «di cui non possiamo fare a meno» (come disse Draghi) Erdogan. Ci sarebbe anche la vergogna di non provare nemmeno a essere coerenti. Ma i cortilai non vedono al di là della staccionata, figurarsi se hanno la sensibilità di riconoscere la vergogna.

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Ma che si può fare?

Come salvare la popolazione afghana in pericolo? Lo suggeriscono i giuristi dell’Asgi: piano di evacuazione, ingresso in Europa anche senza visto, procedure rapide per il riconoscimento dell’asilo. Questa è politica, non retorica o propaganda

Cosa si può fare è la domanda che attraversa tutte le persone angosciate per la situazione in Afghanistan di questi giorni. Escludendo la retorica politica e la propaganda servono soluzioni immediate per lenire l’emergenza umanitaria che è sotto gli occhi di tutto il mondo. C’è un tempo per le riflessioni, per le analisi e per i mea culpa (sì, ciao) ma ora si tratta di mettere in sicurezza le molte persone che rischiano la vita.

La politica italiana e europea si sente assolta trovando la soluzione condivisa di salvare “quelli che hanno collaborato con noi” (dove il “noi” potete sostituirlo con un Paese qualsiasi europeo) cadendo ancora una volta nell’indecente postura dell’Occidente che si sente in dovere di salvare i disperati solo per eventuali meriti (come quello di avere collaborato, appunto) e non per le disperazioni. Il giorno in cui l’Occidente imparerà ad accogliere qualcuno che arriva senza niente, che non ha niente, che non sa niente e che sulla battigia allarga le braccia e dice sono qui, sono nudo sarà sempre troppo tardi. Del resto hanno finto di piangere Gino Strada che insegnava proprio questo (salvare tutti, curare tutti) passandoci indenni. Beati loro.

Ma cosa si potrebbe fare? Una risposta seria e importante l’ha formulata l’Asgi (l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione) che indica come prioritario «fare tutto il possibile per evacuare la popolazione locale che ritenga non ulteriormente sopportabile lo stato di privazione dei diritti e delle libertà democratiche». «Tale piano di evacuazione – scrive Asgi – dovrebbe tenere in considerazione innanzitutto le esigenze delle categorie maggiormente bisognose e vulnerabili in questo momento, ovvero almeno donne, minori di età, persone anziane, appartenenti a gruppi e comunità, religioni, posizioni politiche ed etnie che non si riconoscono nell’annunciato nuovo governo, ex collaboratori a qualsiasi titolo del personale civile e militare straniero sino ad ora presente a diverso titolo in Afghanistan. Inoltre, deve essere immediatamente garantita l’evacuazione di tutti  coloro che erano in attesa di partire a seguito di autorizzazione per ricongiungimento familiare e sono ora impossibilitati a farlo».

Per quanto riguarda l’ingresso in Europa «essendo di fatto impossibile il rilascio di visti di ingresso da parte della autorità consolari europee in Afghanistan è, dunque, necessario modificare gli allegati al Reg. (CE) 15/03/2001 n. 539/2001 (o sospenderne temporaneamente gli effetti) e così prevedere la possibilità di ingresso in Europa in esenzione di specifico visto per i cittadini afghani» e anche l’Italia «ha il dovere di garantire o, comunque, agevolare in ogni modo l’ingresso tramite le proprie frontiere marittime, aeree e terrestri dei cittadini afghani che ivi si presentino anche in esenzione di visto e fornire loro tutte le informazioni utili affinché gli stessi possano accedere alla richiesta di protezione internazionale. È difatti di palmare evidenza il diritto di tutti costoro al riconoscimento del diritto di asilo che la Costituzione italiana riconosce quale diritto fondamentale ai sensi dell’art. 10, co. 3».

L’instabilità dell’Afghanistan richiede di trasferire immediatamente «alle rappresentanze consolari italiane nei Paesi limitrofi (insieme agli altri servizi consolari) anche le competenze relative al rilascio di visti di ingresso per i cittadini afghani, in particolare quelli per ricongiungimento familiare o comunque il rilascio di visti umanitari, garantendo procedure rapide e semplificate che non tengano conto del mancato soggiorno regolare del richiedente nel Paese in cui la rappresentanza consolare è situata. Occorre infatti tenere conto del fatto che, in ragione dell’emergenza epidemiologica e dei connessi ritardi dell’Ambasciata italiana a Kabul, molte pratiche di ricongiungimento di familiari di cittadini afghani soggiornanti in Italia risultano a tutt’oggi bloccate. Allo stesso modo occorrerà tenere conto e facilitare il reingresso di cittadini afghani titolari di un permesso di soggiorno italiano che, per varie ragioni, risultano essere bloccati in Afghanistan».

«È poi indispensabile che, facendo uso di tutti gli strumenti normativi attualmente a disposizione, i cittadini afghani comunque presenti in Italia ed in Europa possano accedere con immediatezza alla procedura per il riconoscimento della protezione internazionale». «Solamente nel caso in cui  motivi  concreti e tassativamente previsti dalla legge ostino al riconoscimento della protezione internazionale dovrà, comunque, essere rilasciato a tutte le persone di nazionalità afghana che ne facciano richiesta un permesso di soggiorno a titolo di protezione speciale, ai sensi degli artt. 5 e 19, d.lgs. 286/98». Occorre poi «sospendere i trasferimenti dall’Italia verso altri Stati membri di cittadini afghani» nonché «porre fine alle prassi illegittime di respingimento verso Paesi che non garantiscono il diritto di asilo e un’adeguata tutela dei diritti umani, nonché contrastare l’implementazione di accordi di riammissione e/o finalizzati a trasferire forzatamente i cittadini afghani in Paesi terzi considerati sicuri».

Piano di evacuazione per la popolazione vulnerabile e che richiede di andar via, consentire l’ingresso anche senza visto, procedure rapide per il riconoscimento dell’asilo e sospendere i rimpatri: per chi dice “cosa si può fare” ecco un’ipotesi di soluzione. Le lacrime finte e il dolore di polistirolo servono a poco. La politica deve fare politica. Questa è politica.

Buon venerdì.

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Salvini, la famiglia prima di tutto ma non se sono profughi: la proposta senza senso di accogliere solo donne e bambini

Ci sono molti modi per cannibalizzare un territorio che è spolpato da 20 anni di guerra feroce e inutile, poi caduto nelle mani di quegli stessi per cui 20 anni fa ci si era mossi e che ora sono tornati riaccendendo le stesse paure e l’odore degli stessi errori di vent’anni prima: anche l’Afghanistan entra nella centrifuga paradossale e cretina di Matteo Salvini, ovviamente con nessun interesse reale per la vicenda ma banalmente per accarezzare gli sfinteri del proprio elettorato senza stordirlo con troppa complessità.

“Corridoi umanitari per donne e bambini in pericolo certamente sì. Porte aperte per migliaia di uomini, fra cui potenziali terroristi, assolutamente no”, ha detto Matteo Salvini con la faccia tronfia di chi si illude di essere riuscito ad apparire compassionevole ma duro, difensore della propria Patria simulando un minimo interesse per le patrie degli altri.

Peccato che basta metterci un secondo di testa, accendere un minimo di logica per accorgersi che la frase non ha nessun senso. Una “cagata pazzesca” come la definirebbe Fantozzi. Dentro c’è l’assurda idea di considerare donne e bambini elementi separati dagli uomini, di fatto proponendo una classificazione per genere e per età delle persone da salvare dimenticandosi totalmente che le famiglie solitamente invece siano composte da tutti e tre gli elementi. Ed è piuttosto curioso che lo strenuo difensore della “famiglia tradizionale” immagini invece famiglie spaccate in giro per l’Europa senza nessuna possibilità di coinvolgimento.

Ma non solo: Salvini parte dall’assunto che tutti gli uomini afghani siano evidentemente pericolosi e “terroristi”, dimenticando di fatto (o ignorando per troppa pochezza storica e culturale) che i terroristi a cui si riferisce (cioè quelli dell’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001) siano del Paese con cui va a braccetto il suo amico Renzi. Pregiudizio e ignoranza: il mix perfetto per il razzismo, ovviamente.

Ma il capolavoro dell’idiozia è questo: “E mentre a Kabul i talebani riportano in vigore la sharia, la violenta legge islamica, in Italia stanno per sbarcare 166 e 322 clandestini da due navi di ONG con bandiera tedesca e norvegese. Io il 15 settembre andrò a processo perché ho difeso il mio Paese, qualcun altro dorme…”, scrive Salvini.

Qui dentro c’è tutto il sottovuoto spinto della sua propaganda: mischiare argomenti diversi ed erroneamente descritti facendo un giro largo per parlare di sé. L’uomo che giudica i colpevoli solo leggendo i titoli di Libero si rivende come eroe perché rinviato a giudizio (lui che sputa di solito perfino sugli indagati) e in un tweet mette dentro sharia (chiamandola erroneamente “violenta legge islamica”), bandiere tedesche e norvegesi, clandestini che non lo sono (anche in questo caso lo decide un percorso giuridico) e un processo di cui lui stesso ha già deciso la sentenza. Badate bene: è il Salvini che banchetta in giro per l’Italia raccogliendo firme per un referendum sulla giustizia. Fate un po’ voi.

L’articolo proviene da TPI.it qui

La democrazia percepita

Dicono che siano diversi da quelli di una volta. Ecco come i “democraticissimi” talebani hanno subito dato un’idea della loro democratica maturazione: morti e feriti tra i civili a Jalalabad, donne e bambini picchiati. E, infine, la dichiarazione: «Non discuteremo quale tipo di sistema politico dovremmo applicare. È la legge della Sharia»

Qualcuno finge perfino di crederci in questa guerra di narrazioni e diplomazie che i talebani siano davvero diversi da quelli di una volta, pronti come sono stati a rassicurare la comunità internazionale con una conferenza stampa e interviste che sembrano uscite da quelle brutte scuole di politica fatte per corrispondenza.

Mercoledì sono scesi in piazza centinaia di giovani a Jalalabad che hanno sostituito le bandiere bianche talebane con il vessillo nazionale afghano nero, rosso e verde. I “democraticissimi” talebani hanno subito dato un’idea della loro democratica maturazione uccidendo 3 persone e ferendone almeno 12. Il reporter di un’agenzia di stampa locale, Babrak Amirzada, ha riferito di essere stato picchiato mentre riprendeva le proteste.

Alberto Zanin, coordinatore medico del centro chirurgico per vittime di guerra di Emergency a Kabul, ha raccontato di conflitti a fuoco nell’aeroporto di Kabul: «Ci sono feriti da arma da fuoco perchè qualcuno sta impedendo di avvicinarsi agli aerei, anche se ci viene difficile capire chi fa che cosa. Stamattina la situazione era ancora calda, con raffiche contro i civili, ma ad ora non abbiamo ancora ricevuto feriti dall’aeroporto».

Nella provincia di Bamiyan i talebani hanno fatto saltare in aria la statua di Abdul Ali Mazari, leader di una milizia sciita ucciso dai talebani nel 1996. Lo riferiscono Associated Press e Al Jazeera. Mazari era un comandante della minoranza etnica Hazara, perseguitata dal regime sunnita talebano.

Dovrebbe esserci un accordo tra talebani e Usa per consentire un “passaggio sicuro” verso l’aeroporto di Kabul (presidiato da soldati americani e preceduto da posti di blocco dei talebani) ma il Guardian scrive di testimonianze di botte e frustate a bambini e donne per impedire loro l’accesso all’aeroporto. Circolano immagini di un una donna e un bambino con ferite alla testa dopo essere stati picchiati nel tentativo di aggirare il posto di blocco.

Poi c’è la vicenda dell’ex presidente Ashraf Ghani accusato di essere un traditore vigliaccamente scappato portandosi con sé 170 milioni di euro: in un video su Facebook l’ex presidente dell’Afghanistan (riparato negli Emirati Arabi Uniti dove è stato accolto “per motivi umanitari”) nega tutto dicendo di non avere avuto nemmeno il tempo di indossare le scarpe e raccontando: «Mi hanno costretto a evacuare». Nell’Arg, il palazzo presidenziale, ci sarebbero stati «militanti stranieri che cercavano stanza dopo stanza». È dovuto scappare per non fare la fine del presidente Najibullah, per evitare che «il presidente venisse ucciso di fronte agli afghani un’altra volta» e per «evitare un bagno di sangue a Kabul».

Shabnam Dawran, nota giornalista e presentatrice della tv di Stato afghana RTA ha raccontato di essere stata cacciata dai talebani dal suo luogo di lavoro: «Nonostante indossassi l’hijab e avessi il mio pass identificativo, i talebani mi hanno detto che il regime è cambiato e di andare a casa», ha dichiarato.

Poi c’è il punto forte. «Non ci sarà alcun sistema democratico perché non ha alcuna base nel nostro Paese». Lo ha detto un alto esponente dei talebani Waheedullah Hashimi in un’intervista alla Reuters, pubblicata sul sito dell’agenzia. «Non discuteremo quale tipo di sistema politico dovremmo applicare in Afghanistan perché è chiaro. È la legge della sharia e basta». Insomma ci si basa sulla legge dettata da Dio, quella che (come la Storia ci insegna) è facilissima da manipolare a piacimento. Come succede da sempre.

Così alla fine la democrazia diventa come la fede: una sensazione percepita.

Buon giovedì.

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