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Brutta aria in Polonia

Quando si dice che un certo nazismo (e fascismo) di ritorno è molto più di un’impressione forse si potrebbe guardare in Polonia

Se ne parla poco quasi niente ma in Polonia si avanza a grandi falcate verso una democrazia, una non degna di essere chiamata tale. E lo so che, dirà qualcuno, con tutti i problemi che abbiamo figurarsi se possiamo trovare anche le energie per occuparci della Polonia eppure i grandi mali del mondo, ce lo insegna la storia, accadono proprio mentre non ci si accorge (o non ci si vuole accorgere) degli scricchiolii tutti intorno.

Deve solo superare il passaggio in Senato la legge che permette al governo di avere il controllo assoluto sui media: sostanzialmente impedisce che i proprietari stranieri abbiano il controllo dei mezzi di informazione ma nella pratica la nuova legge serve per costringere il gruppo statunitense Discovery a cedere la sua quota di maggioranza del canale Tvn che attraverso Tvn24 è uno dei pochi rimasti a essere molto critico con il governo. Non è un caso che la legge sia soprannominata “lex anti Tvn” e che il governo saluti con molto favore l’eventuale attuazione: il potere quando ha bisogno di fare il prepotente perché non riesce a governare secondo le regole della democrazia ha bisogno di silenziare il dissenso. Che tutto ciò accada alla luce del sole e così vicino a noi è roba che dovrebbe interessarci.

Manca invece solo la firma del presidente nazionalista conservatore Andrzej Duda alla legge che fissa il tetto massimo di 30 anni per impugnare le decisioni in tribunale per quel che riguarda la restituzione ai superstiti dell’Olocausto delle proprietà sequestrate dalle autorità polacche durante l’era comunista. Inizialmente la legge era stata addirittura pensata con pene detentive per chi menzionava eventualità complicità polacche coi nazisti nell’Olocausto (poi questa parte era troppo grossa e hanno dovuto ritirarla). Decidere con una scure di silenziare i reclami e le decisioni pendenti nei tribunali amministrativi significa di fatto provare a cancellare un pezzo di storia, se non addirittura riscriverlo.

In Europa, a dire la verità, qualcuno ha deciso di farsi sentire. Il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli ha scritto su Twitter: «Il voto di ieri sera sulla legge sui media #lexTVN in Polonia è molto preoccupante. Se la legge entrerà in vigore minaccerà seriamente la televisione indipendente nel Paese. Non ci può essere libertà senza media liberi» e la vicepresidente della Commissione europea responsabile per i Valori dell’Unione, Vera Jourova ha ha detto che la «legge polacca sulle trasmissioni invia un segnale negativo. Serve un’iniziativa per la libertà dei media in tutta la Ue per difenderne la libertà e sostenere lo stato di diritto».

Tutto questo tra l’altro avviene in un Parlamento praticamente esautorato dopo che il premier Mateusz Morawiecki (in foto, ndr) ha espulso il suo vice e ministro dello sviluppo Jaroslaw Gowin che a sua volta ha annunciato che il suo partito Alleanza sarebbe uscito dall’esecutivo. Ed è per questo che la maggioranza ha dovuto racimolare i voti fino all’ultradestra antisemita.

Quando si dice che un certo nazismo (e fascismo) di ritorno è molto più di un’impressione forse si potrebbe guardare in Polonia, dove scrive e vota le leggi. Ed è una questione politica di tutti.

Buon venerdì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Intitolate un parco a Durigon

Per chi ancora non lo sapesse Claudio Durigon è un ex dirigente del sindacato di destra Ugl che, come è già accaduto, avrebbe svenduto il suo sindacato in cambio di un posto in Parlamento. Nelle file della Lega è conosciuto per la sua vicinanza politica (e fisica) a Matteo Salvini e perché è riuscito in pochissimo tempo a compiere un’ascesa che l’ha portato fino a diventare sottosegretario al ministero dell’Economia.

L’inchiesta di Fanpage “Follow che money” ha ricostruito come il ragioniere Durigon abbia sostanzialmente “regalato” i locali del sindacato Ugl alla “bestia” di Salvini, con una commistione di ruoli che non è piaciuta a molti all’interno del sindacato: in quella stessa inchiesta si sente Durigon dire in un fuori onda di stare assolutamente tranquilli sull’inchiesta che riguarda i 49 milioni di euro della Lega perché «quello che fa le indagini sulla Lega lo abbiamo messo noi», riferendosi a un generale della Guardia di Finanza. Sarebbe bastata già quella frase per ritenere Durigon inopportuno in un importante ruolo di governo ma dalle parti di Draghi e dei migliori non è accaduto nulla.

Claudio Durigon, il 4 agosto, durante un evento elettorale per le amministrative a Latina, ha proposto di revocare l’intitolazione del parco cittadino a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino per dedicarlo ad Arnaldo Mussolini, fratello del duce e direttore amministrativo del Popolo d’Italia. Sul palco di Latina, insieme a Durigon, c’era il leader della Lega Matteo Salvini, che ovviamente non ha preso le distanze dalle sue parole e anzi sarà andato in solluchero per avere trovato un altro come lui pronto a grattare gli sfinteri di un certo suo elettorato.

Solleticare la bava fascista infangando la memoria di Falcone e Borsellino è una bassezza che riesce perfino a fare schifo ai neofascisti per quanto è strumentalmente ripugnante. Il presidente dell’Anpi Gianfranco Pagliarulo l’ha definita “una farsa macabra” e una frase “che mina la democrazia”. Del resto Durigon entrando nel governo lo scorso 1 marzo ha giurato sulla Costituzione. Ovviamente il sottosegretario ha provato a correggere il tiro dicendo: «Ma io non pensavo ad Arnaldo Mussolini, io pensavo a mio nonno Raffaele, non un fascista ma vero democristiano e uomo di Chiesa, con tre sorelle suore. L’ha fatta lui Latina, anzi Littoria, assieme a tutti gli altri coloni». La toppa lo definisce perfettamente.

Pd, M5S e Leu chiedono a Draghi di ritirargli immediatamente le deleghe di governo. Elena Loewenthal sulla Stampa scrive che queste uscite sono il simbolo di un Paese «rassegnato a queste nostalgie», perché «questo fascismo di ritorno è il contraltare di un’assenza di coscienza storica, del fatto che l’Italia deve ancora fare i conti con quella memoria e con una responsabilità collettiva capace di appropriarsi di quel capitolo terribile della nostra storia».

Badate bene: Durigon è lo stesso che nel 2019 propose il premio Nobel per la pace a Matteo Salvini per dei suoi presunti salvataggi di vite nel Mediterraneo, quelle stesse azioni che a Salvini sono costate un processo. Confuso sulla storia e sulle leggi, insomma.

Per ora Draghi tace. La Lega finge di non sapere, con la testa sotto la sabbia. Intanto, se ci pensate bene, si potrebbe intitolare un parco a Durigon per ricordarci quale sia la natura della Lega e quali siano gli ingredienti di questo governo che vorrebbe essere apolitico e invece tiene dentro anime così.

Buon giovedì.

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Perché odiano il reddito di cittadinanza

Nemmeno lo spiffero del presidente Draghi che ha difeso con forza il principio del reddito di cittadinanza (ma i migliori, si sa, sono migliori solo quando dicono concetti che tornano utili) ha fermato la battaglia a testa bassa di Matteo Renzi e compagnia cantante contro la misura.

C’è innanzitutto una riflessione da fare: il reddito di cittadinanza ci permette, giorno dopo giorno, di riconoscere con maggiore facilità da che parte stiano i diversi esponenti politici, se sono appiattiti sul reddito di cittadinanza alle imprese (li chiamano sussidi perché fa più figo) o ai poveri. Meglio così. Chissà che qualcuno prima o poi si svegli e la smetta di ritenersi di centrosinistra.

Italia viva in testa, con la Lega poco dietro (sempre per quella vecchia storia degli amorosi sensi tra i due Mattei) insistono nella visione moraleggiante di una gioventù italiana che preferisce “stare sdraiata sul divano” a prendere sussidi invece di “soffrire, rischiare, provare”.

Ma c’è un punto sostanziale che va ribadito con forza: a Renzi e compagnia cantante (Confindustria in testa) disturba che il reddito di cittadinanza (che per il 30% finisce a chi ha meno di 20 anni) permetta ai giovani di dire no a contratti di miseria che sono ben al di sotto di qualsiasi soglia di sopravvivenza. Una certa imprenditoria italiana impazzisce all’idea di non poter pescare schiavi e non è un caso che tra le proposte di modifica ci sia quella di avere l’obbligo di accettare lavori anche al di sotto dell’assegno del reddito di cittadinanza con un’eventuale integrazione a carico dello Stato. Per farla breve si tratterebbe di uno schiavismo di cittadinanza non solo tollerato ma addirittura in concorso con lo Stato. Un capolavoro, insomma.

L’assegno medio percepito dai beneficiari del Rdc è di 586 euro: credere che quella cifra possa essere minimamente gratificante dal punto di vista professionale, umano e di realizzazione significa non avere nessun contatto con la realtà. Nella sua replica a Italia viva pubblicata da La Stampa la sottosegretaria al Lavoro Maria Cecilia Guerra lo dice chiaramente: «Si può essere poveri anche senza essere pigri». Sempre Guerra nel suo intervento smonta anche una retorica truffaldina sul reinserimento nel mondo del lavoro dei percettori di reddito: «È molto difficile collocare persone che, nel 67% dei casi (Inps), non hanno avuto nessun rapporto col mercato del lavoro nei due anni precedenti l’introduzione del Rdc e che hanno un tasso di scolarità molto basso. Ma lo è ancora di più in un periodo in cui l’occupazione è calata, dal febbraio 2020 al febbraio 2019, di 846 mila unità. In questo contesto, per legge, dall’aprile del 2020 si è deciso di sospendere gli obblighi relativi all’accettazione di offerte di lavoro per i percettori di Rdc».

«I numeri dei nostri istituti pubblici – dice Guerra -, davvero inoppugnabili, ci dicono altro anche sul rapporto Rdc-lavoro: circa metà delle persone che ricevono il Rdc non sono attivabili al lavoro. Anche perché spesso già lavorano: nel 57% dei nuclei beneficiari sono presenti persone occupate»: in sostanza in Italia si è poveri anche lavorando. E questo sarebbe il punto vero di cui bisognerebbe avere il coraggio di parlare. Tutto questo in un Paese dove gioiellieri o titolari di stabilimenti balneari (solo per citare due delle categorie che regolarmente sono in fondo delle classifiche Mef sulle dichiarazioni dei redditi, ben al di sotto dei pensionati) beneficiano di agevolazioni che non spettano invece ad un operaio neo assunto.

Il reddito di cittadinanza può essere migliorato? Eccome. Ma prima di qualsiasi discorso conviene comprendere bene chi è strumentalmente critico perché disinteressato alla povertà. È una questione di onestà intellettuale e onestà politica. Ed è una questione anche di ecologia del dibattito.

Buon mercoledì.

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Terra bruciata

Il sesto rapporto del gruppo intergovernativo dell’Onu sul climate change dimostra che siamo di fronte a un problema enorme e urgente che richiederebbe una programmazione veloce e seria e che ancora una volta viene sottovalutato

Non lascia molti dubbi e nemmeno troppo spazio alle interpretazioni il sesto rapporto dell’IPCC (Gruppo intergovernativo dell’Onu sul cambiamento climatico): il caldo del pianeta cresce in modo più rapido e intenso rispetto almeno agli ultimi 2000 anni e le responsabilità sono tutte dell’uomo (com’è scientificamente provato) nonostante il negazionismo delle carampane che ancora si ostinano nella loro narrazione.

La temperatura media globale è cresciuta di 1.1°C rispetto al periodo 1850-1990 e nei prossimi 20 anni sforerà il tetto di 1.5°C. Se non ci sarà un’immediata, rapida e su larga scala riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, limitare il riscaldamento globale tra 1.5° e 2°C, come negli intenti dell’Accordo di Parigi nel 2015, sarà fuori discussione.

A seguito del riscaldamento climatico, il livello medio dell’innalzamento del livello del mare fra il 1901 e il 2020 è stato di 20 cm, con una crescita media di 1,35 mm/anno dal 1901 al 1990 e una crescita accelerata di 3.7 mm/anno fra il 2006 e il 2018. In pratica, il livello dei mari sale a ritmo triplo rispetto al XX secolo. Nel 2019, le concentrazioni atmosferiche di CO2 sono state le più alte degli ultimi 2 milioni di anni, e le concentrazioni di metano (CH4) e protossido di azoto (N2O) le più alte degli ultimi 800mila anni.

Dal 2011 le concentrazioni in atmosfera hanno continuato ad aumentare, raggiungendo nel 2019 medie annuali di 410 ppm per l’anidride carbonica (CO2), 1.866 ppb per il metano (CH4) e 332 ppb per il protossido di azoto (N2O), spiega il rapporto. L’influenza umana è la causa principale del ritiro dei ghiacciai a livello globale dagli anni 90 e della diminuzione del ghiaccio marino artico tra il 1979-1988 e il 2010-2019. Basti pensare che l’oceano globale si è riscaldato più velocemente nell’ultimo secolo che dalla fine dell’ultima de-glaciazione (circa 11mila anni fa). «I cambiamenti nell’oceano quali il riscaldamento, le più frequenti ondate di calore marino, l’acidificazione degli oceani e la riduzione dei livelli di ossigeno in mare sono stati chiaramente collegati all’influenza umana», si legge nel rapporto.

In città (e parliamo del 70% della popolazione mondiale) l’impatto dei cambiamenti climatici viene amplificato dalla geometria urbana, dall’altezza dei palazzi, dai materiali che assorbono calore, dalla carenza di aree verdi e di specchi d’acqua, fattori che determinano la formazione di isole di calore, dove le temperature possono superare di diversi gradi quelle medie regionali.

Il segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha detto che il rapporto è un «codice rosso per l’umanità»: ridurre le emissioni inquinanti nel più breve tempo possibile è cruciale per evitare che le temperature aumentino eccessivamente, perciò «non c’è più tempo per scuse o per ritardi». Per Helen Mountford, vicepresidente della sezione clima ed economia del World Resources Institute (WRI) – un’organizzazione non profit che si occupa di misurare le risorse naturali globali – il prossimo decennio sarà «l’ultima vera chance per adottare le azioni necessarie» per limitare l’aumento delle temperature.

Siamo di fronte a un problema enorme e urgente che continua a sembrare l’alambicco di uno sparuto gruppo di persone. Un tema che richiederebbe una programmazione veloce e seria ancora una volta viene sottovalutato in attesa che sia ormai una catastrofe su cui poi lucreranno i soliti noti. C’è bisogno di un attivismo consistente e organizzato che coinvolga più persone possibili. La serietà della politica, piaccia o meno, si misura su questo.

Buon martedì.

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Caro Pd

Ci sono due strade: essere il viatico del centrodestra oppure avere l’onestà intellettuale di dire che c’è molto di sbagliato, molto da cambiare e proporvi per quello

Caro Partito Democratico,

per una prevedibile congiunzione di inetti e di prepotenti ti ritrovi comunque ad avere una fetta importante di elettori che ancora si ritengono di centrosinistra, sarebbe meglio dire centrocentrocentrocentrosinistra che rende meglio l’idea, in un momento storico in cui il centrodestra comunque ha la maggioranza elettorale del Paese. Caro Partito Democratico, tra le poche sicurezze di questo governo dei migliori l’unica credibile al momento è che nel prossimo governo ci saranno Matteo Salvini e Giorgia Meloni, intercambiabili nel ruolo di presidente del Consiglio o di ministro, dipende come si metteranno d’accordo ma alla fine ci saranno loro nella linea di comando, saranno loro, l’uno o l’altro, ma l’odore è quello.

Guardandovi da fuori appare piuttosto sconcertante che la cosa vi interessi poco. Per capirsi: per quanto ancora avete intenzione di fare la gamba silenziosa e complice di un governo che sta preparando il terreno per il centrodestra al potere? Cosa avete da dire, per esempio, sul Mediterraneo che anche questa estate sta diventando il pentolone dell’acqua calda dover lasciare bollire disperati come se fossero rane? Cosa avete da dire della Libia pagata per fare il sacchetto dell’umido del mondo? Pensate che svolta se aveste il coraggio di riconoscere che questa deriva disumana è figlia del vostro minnitismo e della vostra tiepidezza.

Caro Partito Democratico, la politica è molto più semplice di come la vorrebbero fare apparire i feticisti del merito: se è evidente che quegli altri siano i camerieri in Parlamento di alcuni poteri e di alcune lobby richiedo: ma perché voi non prendete le parti di quegli altri? Perché insistete nell’essere il dolcificante inefficace di un caffè che appare amaro?

Il lavoro, caro Partito Democratico, il lavoro: quando ricomincerete a parlare di lavoro? Ma non la solita litania degli incentivi alle imprese che spesso è semplicemente il lubrificante per le martellate contro i lavoratori? Quando ci direte qualcosa su questa aria tossica che insiste nel colpevolizzare le vittime della precarietà? Quando farete una proposta, una che sia una, per dare risposte alla macelleria sociale che sta accadendo mentre intorno c’è tutto questo silenzio?

Caro Partito Democratico, davvero anche voi vi accodate in questa moda che vorrebbe convincere che l’impolitica sia la soluzione più alta della politica? Davvero siete convinti che la soluzione al dilettantismo della politica sia quella di travestire da politici i portatori di interesse? Davvero l’autarchia dei potenti dovrebbe essere il punto più auspicabile? Beati voi che riuscite a non sfiorare l’argomento.

Caro Partito Democratico, l’alternativa a Salvini consiste solo nel ripetere che Salvini è brutto? Rimandato e quasi ingolfato il ddl Zan, perché non avete il coraggio di chiedere con forza gli altri diritti (ius soli per fare un esempio)?

Caro Partito Democratico, per quanto ancora volete assistere complici all’impoverimento della scuola, al suo svuotamento, alla sua delegittimazione? Per quanto ancora permetterete che la cultura sia un’etichetta con cui vendere meglio gli altri prodotti? Per quanto ancora permetterete che lo spettacolo dal vivo sia solo la confezione nobile di qualche sagra?

Caro Partito Democratico, avete la responsabilità di tenere nella pancia voti di gente che vorrebbe vedere dell’altro e invece trovate impudico parlare di alternativa. Ci sono due strade: essere il viatico del centrodestra oppure avere l’onestà intellettuale di dire che c’è molto di sbagliato, molto da cambiare e proporvi per quello. Fare il maggiordomo non maleducato del governo dei migliori sarà utile per la vostra autopreservazione ma non sa di niente.

Buon lunedì.

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La lotta di classe esiste (ma non si può dire)

Come si delegittima una battaglia? Svilendone i termini, convincendoci che siano vuoti, desueti o addirittura pericolosi. Poi, si impone una feroce forma di perbenismo che tocca tutto ciò che non rientra nel pensiero che si vorrebbe diffondere. Le opinioni contrarie non vengono discusse, smontate con tesi o incalzate con ipotesi, ma semplicemente additate come allarmi. Non è una caso che in mancanza di qualsiasi forma brigatismo un certo mondo imprenditoriale (quello che riesce a fare quadrare i conti solo fottendosene dei diritti) si sia inventato ultimamente una sorta brigatismo lessicale. Così accade che usare certi vocaboli, seppur inseriti dentro un pensiero lineare, basti per essere considerati estremisti, sovversivi, non degni di essere nemmeno letti, perfino trascrivibili sull’elenco delle persone da tenere d’occhio.

Gli incidenti che, invece, sono degli omicidi colposi, ad esempio: 538 morti sul lavoro nel 2021 secondo i dati Inail del primo semestre e con un incremento tra i giovani con età compresa tra i 20 e i 29 anni. Si è parlato (troppo poco, a dire il vero) di Laila El Armi che a 41 anni è morta la mattina del 3 agosto, uccisa da una fustellatrice nell’azienda in cui lavorava, in provincia di Modena. Laila lascia una figlia di 4 anni e ci collega subito alla 22enne Luana D’Orazio travolta da un macchinario in un’azienda di Prato esattamente 3 mesi prima, il 3 maggio. Le regole del lutto sono ferocissime: se ci sono delle assonanze tra morti si amplificano a vicenda, sotterrando per la seconda volta quegli altri intorno. I 538 morti in 6 mesi, però, sono una consuetudine quasi scientifica: chiamarli incidenti è un insulto. Provate a farvi perdonare da una persona qualsiasi 538 errori in 6 mesi e poi diteci. Se li chiami per nome, che ne so, concorso esterno in omicidi colposi o cannibalismo capitalistico sei un brigatista lessicale. Affondato.

Il reddito è una parolaccia che non si chiede ma si riceve

Altro termine che rende l’idea è il reddito. Il reddito che ti devi meritare, il reddito di cui devi essere grato come se non fosse più l’equo compenso di una mansione professionale svolta, ma un privilegio che i superiori possono toglierti da un momento all’altro se non esprimi riconoscenza. Si continua a parlare di lavoro, di incentivi alle imprese ma il reddito è diventata una parolaccia oscena come se fosse un atto sessuale durante la messa. Anzi certi imprenditori sono tutti d’accordo che il reddito non si chiede, non se ne può discutere e ancor meno si può pretendere: si riceve, questo è tutto. I soldi sono volgari quando stanno in mano ai lavoratori e diventano il termometro del successo quando stanno addosso agli imprenditori. Lo fai notare? È un pericoloso ritorno alla lotta di classe, dicono, che richiama tempi bui. Affondato.

Svilire certi termini come reddito e stabilità è diventato il modo migliore per delegittimare alcune battaglie sociali
Un operaio al lavoro (Getty)

La stabilità è hybris che rende pessimi dipendenti e cittadini

Così, la stabilità l’è morta. Lavoratore non permetterti mai il lusso di aspirare a una vita degna di un programma più lungo dei prossimi tre mesi, del contratto che potrebbero non rinnovare. La stabilità è hybris, una tracotanza che fa di voi dei pessimi dipendenti e dei pessimi cittadini. La chiamano precarietà del lavoro, perché se si dovesse chiamare con il suo vero nome, precarietà della vita, dovresti subire le vertigini che dà il non poter promettere qualcosa di più lungo di qualche mese alle persone che ami. La stabilità è un concetto che identifica i fannulloni. Affondato.

Immaginate in tutto questo fango come potrebbero reagire quelli se sentissero parlare di una lotta di classe. Se ti permetti di fare notare che il conflitto tra le diverse classi di appartenenza è qualcosa che si è evoluto nel tempo, ma che è ben lontano dal potersi dichiarare estinto. In questo caso puoi stare sicuro di finire in qualche verbale della Digos come se avessi promesso un omicidio. Mischiare periodi politici e storici tra di loro è il trucco per fare apparire il tutto come nostalgia criminale. In questo modo l’argomento si spegne, qualcuno come sempre prova a spiegarci che tutti appartengono alla stessa classe che ha il logo della loro azienda (come se la libertà di alcuni di licenziare altri non sia già di per sé una caratterizzazione sostanziale) e si ricomincia con la tiritera dell’unica grande famiglia. Ti sei permesso di negare che il mondo del lavoro sia un’unica grande famiglia umana? Affondato.

Hanno travestito il familismo con il merito

Il familismo? Uguale. Se parli di familismo sei solo un fallito che avrebbe voluto essere un vincente. Lo chiamano odio. E così hanno travestito il familismo con la parola merito (mai così vuota come in questi tempi) e il discorso è chiuso, affondato. Poi magari accade che un politico che ha avuto un ruolo di primissimo piano sciorini una lezione sull’imparare a soffrire e in questo caso nessuno nota la violenza. Ma è normale, il campo è già vuoto, l’egemonia culturale costa e bisogna avere i soldi per poterla attuare.

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Cosa è successo ad Hakimi? Pestato in carcere è morto ma la salma è sparita…

Il 4 maggio 2020 nel carcere di Santa Maria Capua Vetere muore il detenuto Lamine Hakimi. È passato solo un mese dai violenti pestaggi e dalle torture degli agenti della Polizia Penitenziaria in seguito alla protesta dei detenuti dopo la notizia di un caso di positività al Covid-19. Per quella violenze sui detenuti sono state notificate le misure cautelari a 52 tra agenti di Polizia Penitenziaria e funzionari accusati a vario titolo di tortura, lesioni aggravate, maltrattamenti aggravati, falso, calunnia, favoreggiamento, frode processuale e depistaggio.

Nell’inchiesta della Procura di Santa Maria Capua Vetere, complessivamente, sono oltre 110 le persone indagate. La politica si è mossa indignata (quasi) tutta e la stessa ministra Cartabia ha definito inaccettabile quanto accaduto. Lamine Hakimi è «stato vittima delle gravissime azioni di violenza commesse dagli agenti di polizia penitenziaria in occasione della “perquisizione”» un mese prima di morire e sulla sua morte il deputato Riccardo Magi, presidente di +Europa, ha presentato un’interrogazione parlamentare a risposta scritta alla ministra di Giustizia Marta Cartabia per fare luce.

Di Hakimi si sa solo quello che raccontano i suoi compagni di cella: era nato in Algeria il 26 giugno 1992, forse soffriva di patologie psichiatriche e subito dopo l’autopsia la sua salma è stata rispedita in fretta e furia in patria. Ma dove è stata mandata? A chi? In che modo? A chi è stato riconsegnato il corpo? Sono tutte domande che Magi pone nella sua interrogazione. E poi: l’autopsia è «stata effettuata alla presenza di un difensore delle persone offese oppure no»? E dopo quel 6 aprile è «stato sottoposto a visita medica, e di quali patologie soffriva»?

Secondo le testimonianze degli altri detenuti Hakimi sarebbe stato prelevato dalla cella e poi preso a calci in bocca, pugni e bastonate. Come scrive Magi nella sua interrogazione «altri detenuti hanno riportato alla stampa le seguenti dichiarazioni: “Gli davano calci, cazzotti e manganelli. E l’altro poliziotto mi lasciò a me e andò dietro a dire: “No, no, no, a calci no, non lo uccidiamo perché se no lo paghiamo” e: “È stato picchiato da un agente il quale ha schiacciato la testa di Lamine contro il pavimento, facendogli uscire sangue da occhi, naso e bocca e poi lo colpiva alle costole e gambe». Dopo le violenze, ricostruisce il deputato di +Europa «Lamine sarebbe rimasto sei giorni in cella con un altro detenuto, per poi essere trasferito in un’altra cella, da solo, con la sola compagnia di un piantone per tre ore al giorno. Dopo il 1° maggio sarebbe stato trasferito presso la cella 19 del primo piano del Reparto Danubio; in questo periodo – dal 6 aprile al 4 maggio – Hakimi avrebbe richiesto più volte la presenza fissa di un piantone e lamentato forti dolori alla nuca».

«La storia di Lamine – dice Magi a Il Riformista – è la tragedia più grossa e indicibile di tutta quella vicenda per la sofferenza che viene fuori da tutte le carte dell’inchiesta e dalle testimonianze dei compagni. Quello che noi vediamo è che è scomparso nel nulla, non se ne sa più nulla. Il garante della Campania ha chiesto l’esito dell’autospsia e non ha avuto risposta su questo. Come sempre». Magi rivendica anche il valore politico, oltre che penale, di cui farsi carico: «Noi di solito quando presentiamo un’interrogazione parlamentare – spiega Magi – ci sentiamo sempre rispondere che siccome c’è un’inchiesta non possono dire nulla. Io saluto con grande favore quello che ha detto la Cartabia qualche giorno fa: non c’è stata capacità di indagine e nemmeno la volontà all’interno del Dap. Ha riconosciuto quindi un livello politico e amministrativo parallelo, diverso dal giusto accertamento. Noi vogliamo risposte anche da questo livello? Responsabilità amministrative e politiche, oltre che penali. Leggendo quello che diversi testimoni è qualcosa dal punto di vista umano, sofferenza e dolore nell’ultimo mese di vita ma anche qui: altra domanda perché un ragazzo che soffre di schizofrenia tanto da dover avere una terapia sta in carcere? Anche questa è un’altra questione enorme».

Le carte dell’inchiesta sui pestaggi raccontano che i più massacrati dall’azione della Polizia Penitenziaria sono quelli su cui il medico ha mentito: i referti sono prodotti in serie e dopo l’elenco delle diverse ecchimosi si legge sempre di ferite “procuratesi durante il contenimento da parte delle forze dell’ordine”. Tra quelli c’era Lamine Hakimi. Adesso è morto e non c’è più nemmeno il corpo. E forse oltre a Riccardo Magi una risposta ce le meriteremmo anche noi.

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Fonte

Il Rinascimento e l’embargo che non esiste

Secondo alcuni media la Camera avrebbe chiesto uno stop al divieto di esportare armi agli Emirati, coinvolti nel conflitto in Yemen. Ma la realtà è assai diversa

Sarebbe curioso sapere che interessi ci siano dietro la diffusione di una notizia completamente falsa come quella che ieri Repubblica e altri giornali hanno sparato a piena pagina parlando di uno “stop all’embargo sulle armi agli Emirati Arabi Uniti” chiesto dalla commissione Esteri alla Camera. Raccontano i giornaloni di “tensioni nate dopo la decisione del governo Conte su pressioni del Movimento 5 stelle” e di una nuova “postura” di EAU e Arabia Saudita nel conflitto in Yemen.

Peccato che l’embargo non ci sia mai stato mai. E basterebbe questo per dare l’idea di certo giornalismo italiano. Come racconta Rete italiana pace e disarmo: «Non c’è mai stato alcun embargo da parte del governo italiano o dall’Autorità nazionale competente, l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (Uama) né verso gli Emirati Arabi né verso l’Arabia Saudita, ma solo la revoca di sei licenze di forniture di bombe e missili utilizzati da questi Paesi nel conflitto in Yemen. Non c’è nessuna risoluzione della Camera sulla situazione nello Yemen, ma una semplice “Comunicazione congiunta” della commissione Affari esteri della Camera al Parlamento europeo, al Consiglio e al Comitato economico e sociale europeo».

Se davvero la situazione in Yemen è cambiata forse sarebbe il caso piuttosto di votare una nuova mozione in Parlamento magari ascoltando anche direttamente le associazioni impegnate in Yemen negli aiuti umanitari. Come scrive Rete italiana pace e disarmo «va sopratutto detto con forza che proprio le numerose risoluzioni del Parlamento europeo (che per anni ha chiesto di imporre un embargo verso Arabia Saudita e UAE) e sopratutto le decisioni di vari Paesi europei, tra cui l’Italia, di revocare le licenze di forniture di armamenti hanno contribuito all’annuncio da parte degli Emirati di ritirarsi dallo Yemen. Questo dimostra che la revoca delle licenze decisa dal governo a seguito delle mozioni parlamentari e soprattutto delle reiterate richieste da parte delle nostre associazioni ha sortito l’effetto desiderato: l’annuncio del ritiro degli Emirati Arabi dal conflitto in Yemen. Solo una politica che non si piega ad indebite pressioni ma che mette rigorosamente in atto le norme stabilite dalle nostre leggi e dai trattati internazionali è in grado di portare Paesi belligeranti a rivedere il proprio atteggiamento assumendo una nuova e più responsabile postura nella scena internazionale. Solo il dialogo tra le parti può infatti condurre ad una soluzione pacifica del conflitto in Yemen e non certo i bombardamenti indiscriminati sui civili attuati per anni da parte della coalizione militare a guida saudita».

Però se ci pensate la dinamica è piuttosto curiosa: ci si inventa un embargo che non è mai esistito, ci si impegna a raccontare le tensioni tra Italia e EAU e Arabia Saudita dimenticando i morti in Yemen e di colpo sui media gronda una narrazione perfetta per un Nuovo rinascimento. Notizie false mischiate a mezze notizie vere e strapiene di sensazioni. Ognuno tragga le sue conclusioni.

Buon venerdì.

* In foto: un uomo cammina in un cimitero dove sono sepolti centinaia di combattenti yemeniti, a Marib, Yemen. 21 giugno 2021

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La Nazionale perde e la colpa è dell’atleta nera: l’inguaribile razzismo dell’Italia peggiore

Eccoci qui, come sempre, con la solita fallocrazia condita con un po’ di razzismo e un pizzico di omofobia: la nazionale di pallavolo viene eliminata dalla Serbia alle Olimpiadi e l’occasione diventa ghiottissima per sparare a palle incatenate contro Paola Egonu, colpevole di essere donna, nera, reo confessa di avere amato una donna e per di più di essere stata scelta come portabandiera olimpica urtando la suscettibilità di chi ha il modello macho e ariano come unico orizzonte.

Si parte dal solito delirante Adinolfi che twitta compulsivo: “Sempre più convinto che la decisione di fare di Paola Egonu la vessillifera olimpica per ragioni extrasportive abbia nuociuto alle qualità sportive della 22enne. Certi onori si concedono poi, Vanessa Ferrari avrebbe meritato il riconoscimento e Egonu si sarebbe sentita meno star”.

Un capolavoro: un fallimentare politico, pessimo moralista, direttore di un giornale che non legge nessuno giudica una pallavolista pluripremiata considerata tra le giocatrici più forti del mondo. Troppo forte la tentazione di schiacciare una donna nera dopo una sconfitta, troppo incontenibile l’invidia che gocciola da ogni parola. Troppo ghiotta l’occasione di rimettere “a posto” queste donne che si permettono di essere vincenti: le nuove streghe, per i tanti Adinolfi in giro, sono le donne troppo felici e troppo vincenti.

Accanto a Adinolfi ovviamente si srotola anche tutta la truppa di chi proprio non riesce a convincersi che essere neri e italiani sia un’offesa alla loro idea di patria: per loro non ha perso Paola Egonu, hanno perso i neri, è sempre quella vecchia (e terribile) storia della superiorità della razza. Si vergognano di dirlo così (sono vigliacchi per natura) e quindi giocano di sponda usando la pallavolo.

Poi c’è il giornalismo, certo brutto giornalismo: se sono donne devono essere inevitabilmente frivole e quindi la sconfitta si scopre che è tutta colpa dei social. Che geni: se avessimo saputo che per vincere le Olimpiadi sarebbe bastato disinstallare Instagram a questo punto avremmo una sagomata di medaglie d’oro. Se perde un uomo è colpa del suo essere scarso mentre se perde una donna è colpa dei selfie: l’importante è insistere nella rappresentazione dei vezzi femminili.

Ma badate bene, qui non è una questione di tifo: qui serve una presunta lesbica nera per mandare un messaggio a tutti gli altri: avete perso, non siete degni di rappresentarci, siete altro. Le Olimpiadi e la pallavolo sono solo un’occasione per esprimere la propria pessima natura. Ancora. Ancora una volta.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Il nero che piace alla Lega

Dal caso del Papeete, al cui proprietario accusato di evasione fiscale sono stati sequestrati 500mila euro a quello dei due commercialisti della Lega imputati per turbativa d’asta e peculato e condannati, fino alla vicenda dei 49 milioni spariti…

Fa sorridere amaro lo sfogo di Massimo Casanova, eurodeputato leghista e proprietario del Papeete accusato di evasione fiscale attraverso fatture false a cui sono stati sequestrati 500mila euro dal Gip di Ravenna. Fa sorridere perché c’è dentro tutta l’ipocrisia di un partito che continua a sbattere la faccia contro le proprie contraddizioni e che insiste nell’essere benaltrista fino al midollo.

«Quanto accaduto è oltremodo spiacevole per chi, da oltre mezzo secolo, opera sul territorio romagnolo con precisione e puntualità – ha detto ieri tramite i suoi avvocati Rossella Casanova, sorella dell’eurodeputato amicone di Salvini – ed ancora prima di affrontare un processo, viene mediaticamente paragonato è trattato come il peggiore dei delinquenti, in un momento storico in cui la ripresa è fondamentale». Avete letto bene: dice Casanova che non bisognerebbe indagare troppo su chi ha origini romagnole e soprattutto che le indagini frenano la ripresa dell’economia. L’ha detto tra le righe, ovviamente, ma l’ha detto. Del resto è perfettamente in linea con l’idea della Lega: punire in base alla provenienza geografica i delinquenti è un punto saldo della narrazione verde.

Non solo: sentire il proprietario del Papeete lamentarsi di “essere trattati come il peggiore dei delinquenti” mentre tutta la narrazione leghista da anni si nutre proprio dell’additare delinquenti comuni (spesso nemmeno condannati) come cause del declino dell’Italia è qualcosa di immorale e offensivo verso l’intelligenza. «Possiedo le aziende probabilmente più controllate d’Italia, oggi più di ieri. E sono sempre state condotte con integrità, serietà, correttezza, nel rispetto della legge», dice Massimo Casanova, eurodeputato eletto nella Lega per lo spessore politico dei suoi aperitivi. E anche questa è una contraddizione mica da ridere: ma non sono proprio i leghisti a professare lo sceriffismo come soluzione di tutti i mali?

Poi ovviamente c’è la lezione che Salvini ha imparato perfettamente dal suo ex padrone Berlusconi e che ha condiviso con i suoi: attaccare la magistratura, veicolare il messaggio che sia tutto un gioco politico, sempre. E che Casanova si lamenti della “tempistica” dell’indagine è piuttosto gustoso: ma non sono loro che si lamentano del poco lavoro estivo dei dipendenti pubblici e della magistratura? Rileggetevi le dichiarazioni.

Il trucco sostanzialmente è sempre lo stesso, minimizzare, sempre. Del resto è passato sotto silenzio il fatto che lo scorso giugno siano stati condannati in primo grado con rito abbreviato i commercialisti proprio della Lega Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni (5 anni e 4 anni di condanna) per turbativa d’asta, peculato e reati fiscali: hanno acquistato un capannone come nuova sede della Lombardia Film Commission (una fondazione controllata dalla regione Lombardia) distraendo oltre 800mila euro di fondi pubblici. Di Rubba e Manzoni avevano un ruolo di primo piano nella gestione delle finanze della Lega. Il primo era infatti direttore amministrativo del partito al Senato, mentre Manzoni era revisore contabile del gruppo del Carroccio alla Camera. E indovinate un po’? Regione Lombardia non si è costituita parte civile nel processo. Nessuno è colpevole fino a sentenza definitiva ma Attilio Fontana, che sbadato, deve essersene dimenticato.

A questo si aggiunge la vicenda dei 49 milioni che la Lega si è serenamente intascata e che restituirà in comode rate per 80 anni. Ora, alla luce di questo, sorge una domanda? Ma siamo sicuri che il nero che pesa sulle tasche degli italiani sia quello che arriva dal mare?

Buon giovedì.

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