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Salvini torna a concimare odio e raccogliere consenso raffazzonato: “Difficile sostenere chi accetta gli sbarchi”

L’avevamo detto ed è successo. Per carità, non era troppo difficile prevedere che Salvini avrebbe svoltato presto sulla sua solita retorica degli sbarchi e dei migranti: negli ultimi mesi qualsiasi sua uscita (anche le più irresponsabili che servono per tenere dritti i peli dei No Vax, dei complottisti e dei negazionismi) è stata rispedita al mittente dal governo, se non da Draghi in persona, e al leader leghista è toccato tornare al suo posto. I migranti invece, pandemia o non pandemia, funzionano sempre come testosterone di una sua parte di elettorato e tornano utili alla bisogna. A questo aggiungeteci l’estate che rende meno pericolose le traversate e avrete il mix perfetto per tornare alla feroce propaganda: «Sostenere un governo che accetta gli sbarchi è un problema» strepita Salvini contro la ministra Lamorgese e di colpo i suoi vecchi fan possono infiammarsi di nuovo. Ovviamente sono pochissimi quelli che gli fanno notare la cretineria tecnica, oltre che politica, dello slogan “fermare gli sbarchi”: Salvini se la prende con le navi delle Ong fingendo di non sapere che stiamo parlando solo del 14% del totale (erano il 12% con Salvini ministro dell’interno). L’86% degli sbarchi avvengono in modo autonomo o con soccorsi di altri e sarebbe davvero utile sentire da Salvini come pensa di risolvere la questione. Ma a lui interessa concimare l’odio e raccogliere un po’ di consenso raffazzonato, come sempre.

Poi ci sarebbe anche la questione vera, ovvero che la gente in mare continua a morire e se non muore in mare è lì in Libia illegalmente detenuta vittima di violenze. Questo punto ovviamente non sembra interessare a nessuno, nemmeno all’Europa che si finge così morigerata e che invece continua ad appaltare (con l’Italia in prima fila) la morte e la sofferenza subappaltando le sue frontiere a gruppi criminali raccontati come credibili interlocutori.

Così alla fine tocca a monsignor Corrado Lorefice, vescovo di Palermo alzare la voce «nel chiedere a istituzioni, nazionali e sovranazionali, di non perdere altro tempo». Sarebbe la stessa Chiesa che viene usata a piacimento, proprio da Salvini, per giustificare l’affossamento delle leggi che non gli piacciono come il ddl Zan ma ogni volta che la Chiesa parla di migranti, chissà perché, dalle parti della Lega nessuna sembra avere orecchie per sentire. Mentre tutti fanno finta di non vedere e di non capire il vescovo Lorefice ricorda che «oltre 400 vite nel cuore del Mediterraneo aspettano la nostra decisione, aspettano di essere salvate». Si tratta di cinque imbarcazioni, con oltre 450 migranti a bordo, per le quali il rischio di naufragio nella zona Sar di Malta è già stato lanciato molte ore fa e viene adesso ribadito con insistenza dalle Ong che operano nel Mediterraneo senza raccogliere alcuna risposta. Per l’arcivescovo di Palermo, «non decidere in questa direzione significa ammettere che l’omissione di soccorso fa parte a tutti gli effetti della strategia che i nostri Governi stanno adottando per gestire il tema delle migrazioni, continuando a rendere plausibile lo straziante genocidio a cui molti ancora si rifiutano di assistere, voltando lo sguardo dall’altra parte». «Da esseri umani prima ancora che da cristiani – conclude mons. Lorefice – non possiamo non condividere l’impossibilità di tacere dinanzi al perpetuarsi di questo male». E ha ragione il vescovo a ricordare che si tratta «di diritti umani internazionali, della Costituzione italiana e del Vangelo».

Padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, ribadisce: «La situazione del Mediterraneo va affrontata con tempestiva risolutezza e mettendo al centro diritti umani e dignità dei naufraghi. Si tratta di un numero che fa gridare all’emergenza e all’invasione solo chi fa della paura e della demagogia gli unici strumenti da usare nel dibattito politico e mediatico». Ed è vero, come dice Ripamonti, che «è necessario un nuovo patto sociale in cui autorità nazionali, enti locali e cittadini insieme decidano di porre fine all’ecatombe di uomini, donne e bambini in cerca di salvezza e accolgano in maniera diffusa in tutti i territori i migranti. In questo modo l’impatto che si avrebbe sulle comunità locali sarebbe minimo e non rappresenterebbe un onore o un’emergenza per nessuno». «Salvare chi rischia la vita in mare, in assenza di alternative legali per entrare in Europa, è dovere umanitario non derogabile», evidenzia il Centro Astalli, ricordando che «i dati del Ministero dell’Interno ci dicono che nel 2021 sono arrivati via mare in Italia 30mila migranti».

Insomma: mentre Salvini ricomincia a lucrare sui migranti (ma anche Giorgia Meloni è riuscita a mettere in un confuso ragionamento la presunta libertà privata agli italiani dal Green Pass con la presunta libertà regalata ai migranti colpevoli di voler essere liberi di sopravvivere) si ripete nel Mediterraneo la solita feroce estate europea: morti, salvataggi negati, tifosi della morte e nemmeno un plissé di fronte a tanto dolore.

L’articolo Salvini torna a concimare odio e raccogliere consenso raffazzonato: “Difficile sostenere chi accetta gli sbarchi” proviene da Il Riformista.

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Un’ordinaria giornata di sadismo imprenditoriale

A Bologna la Logista licenzia 90 lavoratori via whatsapp. Alla Modular di San Vendemiano non si possono prendere bottigliette d’acqua fuori dalle pause. Mentre Laila El Harim a Modena muore incastrata in un macchinario come Luana D’Orazio

Veloce rassegna stampa tra le notizie delle ultime ore.

Alla Modular, ditta di San Vendemiamo che fa parte del gruppo Nice di Oderzo, la dirigenza ha pensato bene di comunicare che «come da comunicazioni esposte negli scorsi anni, le bottigliette d’acqua possono essere prelevate esclusivamente prima dell’inizio del lavoro o durante le pause». In orario di lavoro è vietato avere incidentalmente avere una sete non preventivata perché il fatturato ne risentirebbe a causa della mal organizzata idratazione dei dipendenti. Effettivamente questa fa il paio con i dipendenti di Amazon costretti a pisciarsi addosso per non perdere tempo. Le funzioni vitali, hanno scoperto dalle parti della brillante imprenditoria, sono un enorme ostacolo alla crescita del fatturato. Evidentemente madre natura è comunista e sfaticata. Del resto Matteo Renzi (uno che nella sua vita non ha mai lavorato, facendo sempre politica) ci ha sgridato perché non siamo più abituati a soffrire, lui che si consuma le suole nel salire e scendere dalle scalette degli aerei privati che lo portano dai più brillanti dittatori del mondo.

A Bologna i lavoratori della Logista, multinazionale monopolista nella distribuzione del tabacco, sabato sera hanno ricevuto un messaggio WhatsApp che diceva testualmente: «Da lunedì 2 agosto lei sarà dispensato dall’attività lavorativa. Cordiali Saluti». Circa 90 persone in 36 ore scoprono di non avere più un lavoro. Molti di loro sono in ferie dopo una pandemia che non ha mai fermato l’attività (il tabacco è stato considerato bene essenziale, ovviamente) e alla Logista non si è pensato di chiudere nemmeno quando è scoppiato un focolaio di Covid. Chissà se ora qualcuno della cosiddetta “classe dirigente” di questo Paese ci insegnerà anche come “soffrire” bene mentre in 36 ore tocca riorganizzare tutta una vita, chissà che non ci spieghino anche il senso educativo che sta nella precarietà impaurita di chi sa di potersi ritrovare senza reddito nel giro di qualche ora. Ovviamente Logista non è in crisi e non ha registrato nessuna perdita di fatturato.

Ieri il Gip di Ravenna Corrado Schiaretti, su richiesta della Procura, ha sequestrato mezzo milione di euro al Papeete Beach, il famoso locale preferito di Matteo Salvini: lì, tra cubiste che ballavano l’inno nazionale con l’ex ministro dell’inferno alla console e tra bicchieri di mojito il leader della Lega ha intravisto l’enorme spessore politico del proprietario Massimo Casanova che giustamente è stato premiato con un bel seggio al Parlamento europeo. Nella lunga lista di imprese – 35 in totale – destinatarie del decreto di sequestro emesso dal Gip, nell’ambito dell’inchiesta sulla Mib Service, compaiono infatti anche la Papeete srl e la Villapapeete srl, entrambe intestate a Rossella Casanova, sorella di Massimo. Per la prima il sequestro è di 384.676 euro, per la seconda di 147.142 euro. L’accusa verso gli imprenditori che hanno subito i sequestri è perlopiù di avere utilizzato – come riportato dalla stampa locale – fatture relative a operazioni ritenute inesistenti per evadere le imposte sui redditi e sul valore aggiunto. L’estate scorsa Casanova tuonava contro il governo Conte che aveva deciso di chiudere le discoteche dicendo che non c’era nessun contagio (ricordate la favola del Covid che era stato sconfitto) e diceva testualmente: «Quella di Ferragosto è stata l’ultima serata. Ovviamente ci saranno problematiche: merce pagata che rimarrà ferma un anno, tasse». Poi aggiunse: «Stasera ne sono sbarcati altri 100, ma dove vogliamo andare a finire? Che senso ha prendersela con le imprese? Questo governo non ha la minima idea di cosa voglia dire gestire un’attività, non sanno cosa significhi non dormire la notte per il pensiero delle banche e di centinaia di famiglie che, questo inverno, non potranno dar da mangiare ai figli». Poi si era lamentato per il ritardo dei ristori (pensate quanti ristori in più si sarebbero potuti pagare con i soldi evasi) e ovviamente contro i giovani che non hanno voglia di lavorare: guardando il suo bilancio i soldi che ha speso nel 2019 per i suoi lavoratori (dice lui “quasi 450”) fanno una media di 2.500 euro ciascuno all’anno. 2.500 euro per ogni lavoratori, in tutto l’anno.

Ve la ricordate Luana D’Orazio morta a giugno incastrata in un macchinario su cui lavorava? Ricordate lo sdegno? È successo di nuovo, ieri: Laila El Harim è rimasta incastrata in un macchinario, probabilmente una fustellatrice ed è morta. Lascia il compagno e una figlia di 4 anni. È accaduto a Modena presso la Bombonette, ditta specializzata nella lavorazione della carta e packaging per pasticceria. A Modena mancano almeno il 30% degli ispettori del lavoro e sono pochi anche gli ispettori di Inps, Inail e Ausl. Sono circa 58mila le aziende. Sul lavoro si muore oggi come 50 anni fa, come se non ci fosse stato nessun avanzamento tecnologico: per lo schiacciamento in un macchinario, per la caduta da un tetto, il trascinamento da un rullo. Ci sarà ancora lo sdegno (un po’ meno perché la vittima questa volta è di origine marocchina) e poi basta. A proposito: la sicurezza sul lavoro doveva essere una priorità del Pnrr. Com’è andata a finire?

Il dibattito politico tutto concentrato su quanto faccia schifo il reddito di cittadinanza e sui poveri che sono solo indolenti. Il sadismo imprenditoriale invece rimane taciuto, come se fosse normale. Avanti così.

Buon mercoledì.

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La lezione di Tamberi e Barshim: esistono vittorie senza sconfitti, nello sport come nella vita

Il vero spirito olimpico. Non tanto “l’importante è partecipare” che è una frase ormai storpiata dalle su mille strumentalizzazioni ma il valore della condivisione (così tanto fuori moda in quell’epoca in cui l’egoismo è diventato addirittura “obbligatorio” secondo una certa narrazione): l’italiano Gianmarco Tamberi e il qatariota Mutaz Barshim, campione del mondo in carica, hanno condiviso la medaglia d’oro, ricevendone una a testa. Hanno dimostrato con un gesto semplice, perfino naturale nel suo svolgimento avvenuto in diretta sotto gli occhi di tutto il mondo che la condivisione moltiplica i successi e che la competizione può essere anche uno strumento per certificare le amicizie.

Gianmarco e Mutaz, che hanno celebrato insieme l’oro doppio sul gradino più alto del podio, sono amici da anni e negli hanno coltivato la loro empatia. Entrambi hanno condiviso lo stesso infortunio alla caviglia, uno di quegli infortuni che mette in discussione tutta una carriera e che piombano addosso aprendo dei dirupi. Si sono sostenuti l’un l’altro, insieme, sfidandosi in pista e poi ogni volta ritrovandosi fuori.

Quando nelle finale olimpica hanno entrambi saltato 2 metri e 37 centimetri e hanno scoperto l’opportunità di non togliere l’uno all’altro la vittoria più felice della loro vita Gianmarco e Mutaz hanno mostrato al mondo che ci si può concedere il lusso di fermare la competizione di fronte alla vicinanza degli stessi incubi.

Quegli abbracci non erano solo i festeggiamenti per una medaglia, quegli abbracci sono la felicità di essere arrivati fin lì insieme. Ed è una lezione di sport ma è soprattutto un modo di intendere la vita: per raggiungere i propri obiettivi, mentre il mondo vorrebbe insegnarci ad essere sempre più competitivi fino allo sfinimento, si possono anche onorare i propri valori, le persone intorno, le esperienze vissute.

Una vittoria senza sconfitti non è certo l’ordine naturale delle cose ma quando accade è lo sport nella sua forma più nobile. Quanto si è disposti a cedere i propri valori per primeggiare? Quanto si è disposti a tradirsi per vincere? È il professionismo nel suo senso più alto: professare i propri valori in quello che si fa e professarli in modo talmente intenso che alla fine profumano come il risultato perché sono il risultato. Gianmarco Tamberi e Mutaz Barshim sono un monumento alla lealtà delle regole non scritte: ricordarcele è sempre un’occasione, mica solo di sport.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Scimpanzé che mangiano gorilla

Mentre in molti si sforzano di sminuire il cambiamento climatico accade che l’ordine naturale delle cose si stia sbriciolando sotto il peso della precarietà

Nel Parco nazionale africano di Loango in Gabon tra il 2014 e il 2018 scimpanzé e gorilla hanno convissuto pacificamente, dividendosi lo spazio e il cibo. I ricercatori dell’Università di Osnabrück e del Max Planck Institute hanno osservato nove occasioni in cui scimpanzé e gorilla hanno interagito pacificamente e si sono persino nutriti insieme sugli stessi alberi da frutto.

Nel 2019, a causa del surriscaldamento che ha portato a una drastica diminuzione delle razioni di cibo in due occasioni è accaduto che gli scimpanzé abbiano formato una coalizione per attaccare i gorilla. Si sono combattuti per oltre due ore e alla fine sono rimasti a terra due gorilla neonati morti. Nel secondo episodio un cucciolo di gorilla è stato ucciso ed è stato quasi interamente consumato da una femmina adulta di scimpanzé.

«Potrebbe essere che la condivisione delle risorse alimentari da parte di scimpanzé, gorilla ed elefanti della foresta nel Parco Nazionale di Loango a spingere a una maggiore competizione e talvolta anche in interazioni letali. tra le due grandi specie di scimmie – ha detto Tobias Deschner, un primatologo del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology – . L’aumento della concorrenza alimentare può essere causato anche dal fenomeno più recente del cambiamento climatico e dal crollo della disponibilità di frutta, come osservato in altre foreste tropicali del Gabon».

Nello studio pubblicato su Scientific Reports sono riportate le crudelissime scene: «Littlegrey (così viene chiamato un esemplare maschio di scimpanzé) ha annusato un cucciolo di gorilla, lo ha messo a terra davanti a sé e lo ha colpito tre volte con la mano destra. Non lo ha ucciso, ma lo ha lasciato agonizzante a terra che si lamentava». Poi 25 minuti dopo quel cucciolo di gorilla è stato passato ad altri tre scimpanzé e in breve tempo è morto.

In un episodio dell’11 dicembre 2019 un gruppo di 27 scimpanzé hanno avvistato una femmina di gorilla con il suo cucciolo. Uno di loro ha lanciato il grido di allarme che ha preceduto l’attacco. Tutti i gorilla sono fuggiti ma un cucciolo è stato catturato e ucciso. Nello studio si descrive un gorilla neonato morto con uno squarcio nello stomaco con l’intestino sporgente.  Una femmina di scimpanzé ne aveva mangiato alcune pezzi di carne.

Se l’evento vi sembra angosciante sarebbe il caso di chiederti anche quanto potrebbe essere tristemente profetico. Mentre in molti si sforzano di sminuire il cambiamento climatico accade che l’ordine naturale delle cose si stia sbriciolando sotto il peso della precarietà. Se avessimo ancora una collettiva capacità di sentire potremmo annusare la violenza partorita dalla disperazione, potremmo capire quanto sia naturale spostarsi per sopravvivere. Lo squilibrio dell’ordine naturale concima la violenza: quando si parla di ambiente non si parla solo di ambiente, è una questione di equilibrio sociale.

A meno che non si voglia finire per essere considerati buonisti solo perché ci si rifiuta di mangiarsi.

Buon martedì.

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Licenzia, prendi i soldi e scappa

Non solo la Gkn. Dopo lo sblocco dei licenziamenti, i colossi di diversi settori produttivi hanno licenziato già 1.704 dipendenti. E ora sarebbero 50mila i lavoratori a rischio. Questo è il tema che si continua a rimandare nel dibattito mentre ci tocca sorbire i paternalismi di chi dice che “gli italiani devono imparare a soffrire”

Il 9 luglio Gkn azienda di componenti per l’industria automobilistica di proprietà del fondo britannico Melrose, ha licenziato via mail 422 lavoratori del suo sito produttivo a Campi Bisenzio. Ci sono state proteste (che continuano ancora), notizie sui media e politica interessata.

Sulla vicenda è stato aperto un tavolo di crisi, dopo che l’azienda ha rifiutato qualsiasi proposta del Ministero del lavoro per evitare il licenziamento collettivo. Il tavolo su Gkn era stato convocato il 15 luglio scorso. Il tavolo doveva tenersi in video conferenza con i vertici aziendali, i sindacati, gli enti locali e il ministero del Lavoro, ma Gkn ha mandato un avvocato. Un atteggiamento mai verificatosi prima che la viceministro Todde ha definito «un atteggiamento scorretto nel metodo e nel merito». L’azienda ha risposto dicendo che il coinvolgimento del Ministero «rappresenta una variazione dalla norma di legge», togliendo qualsiasi autorevolezza al suo interlocutore.

È in crisi Gkn? Nell’ultimo bilancio, i vertici aziendali scrivono che il primo trimestre del 2021 ha visto una crescita dei ricavi del 7 per cento e del 14 per cento sul budget di previsione. In realtà i ben informati dicono che l’idea dell’azienda sarebbe quella di delocalizzare in Francia (dove sta andando anche Stellantis, il colosso automobilistico nato dalla fusione di Fca e Psa) e in Polonia.

C’è un altro piccolo particolare. Come riporta Carmen Baffi sul quotidiano Domani: «Gkn ha tre sedi nel centro nord, due fabbriche a Brunico, in provincia di Bolzano e un’altra a Campi Bisenzio, in provincia di Firenze. Per la Drivelive Brunico spa, dal 2017 ad aprile 2021, Gkn ha ricevuto 1.204.354 euro in totale dalla provincia autonoma di Bolzano, per effettuare miglioramenti in termini di ricerca e innovazione, formazione e aggiornamento del personale. Per la Sinter Metals spa, il secondo stabilimento di Brunico, ha invece acquisito 1.408.772 euro di fondi pubblici. Solo in Trentino, la Gkn ha ottenuto più di 2 milioni e 600mila euro per effettuare gli interventi necessari alla produzione. Per lo stabilimento toscano, invece, quello di Campi Bisenzio, dove l’azienda ha licenziato 422 dipendenti, Gkn ha riscosso 139mila euro: 15mila nel 2018 dal ministero del Lavoro e 124mila dalla regione, tutti presumibilmente spesi per la formazione del personale».

Siamo al solito “prendi i soldi e scappa” che molte multinazionali attuano qui da noi. E intanto la gente resta a casa. Dall’1 luglio, dopo lo sblocco dei licenziamenti, i colossi di diversi settori produttivi hanno licenziato già 1.704 dipendenti. Attualmente al ministero dello Sviluppo economico sono aperti 87 tavoli di crisi. Decine di multinazionali hanno avviato le procedure di licenziamento collettivo, una possibilità prevista dal jobs act nel 2015 da Matteo Renzi, che dopo la legge Fornero del 2012, ha ulteriormente precarizzato il mondo del lavoro. Sarebbero 50mila i lavoratori a rischio. Stando ai dati raccolti dal ministero del Lavoro e da Banca d’Italia, anche in piena pandemia da Covid-19, nel 2020, si sono verificati 550mila licenziamenti, nonostante fosse vietato.

Questo è il punto in cui siamo. Questo è il tema che si continua a rimandare nel dibattito mentre ci tocca sorbire i paternalismi di chi dice che “gli italiani devono imparare a soffrire” e chi molto più furbescamente non lo dice ma lo pensa e agisce di conseguenza.

Questo è il tempo, non rimandabile, di aprire in Italia un largo e sincero discorso su reddito e lavoro. Gli italiani voteranno su quello.

Buon lunedì.

Foto dalla pagina facebook Collettivo di fabbrica-Lavoratori Gkn Firenze

 

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La dittatura degli irrilevanti

Catullo le chiamava nugae, erano sciocchezze, robe da poco che però hanno meritato di comporre la prima parte del suo Liber. Anche Petrarca aveva capito che con le cose da poco ci si poteva fare letteratura ma nessuno dei due poteva immaginare che gli irrilevanti avrebbero secoli dopo occupato tutte le prime pagine dei giornali, avrebbero monopolizzato il dibattito pubblico e avrebbero perfino acceso l’acquolina in bocca di due aspiranti presidenti del Consiglio come Matteo Salvini e Giorgia Meloni.

Siamo alla dittatura, la dittatura, sì, degli irrilevanti. Sparuti gruppi che si credono molto furbi e con la voce molto grossa, che nella loro cerchia endogamica si sentono parte di un movimento epocale e credono di essere a fare la rivoluzione mentre pesano come il vociare dei ragazzetti in cortile che buttano il pallone contro la saracinesca fino allo zoccolo di qualche signora spazientita.

Un 3 per cento di no vax monopolizza le prime pagine

I più in voga sono i no vax: leggi i giornali e immagini che un’orda enorme di persone, una fiumana di bocche arrabbiate stia sovvertendo l’ordine mondiale. Se capita di leggerli sui social poi te li immagini bardati da scudieri pronti a ribaltare le piazze, convinti di essere dalla parte giusta della Storia, loro enorme maggioranza dei popoli di tutto il mondo rimpiccioliti dalla stampa che li boicotterebbe ogni secondo. Peccato che sia vero proprio il contrario: l’Università degli Studi di Milano, attraverso la ricerca ResPOnsE Covid-19 del Laboratorio Sps Trend, dice chiaramente che la stampa (che ha bisogno di terrorizzare non meno di quelli che critica perché vorrebbero governare usando l’arma della paura) continua volutamente a confondere quelli che non hanno intenzione di vaccinarsi con quelli che sono contrari all’obbligo vaccinale. Ma basta grattare un po’ tra i numeri (quei numeri che conviene a molti non analizzare per poter sputare fumo utile al caos), per vedere che i primi sarebbero passati dal 6 per cento dei mesi scorsi al 3 per cento odierno. Avete letto bene: il 3 per cento degli italiani meritano aperture di editoriali, blocco del Parlamento, spremitura di meningi altissime condite da un po’ di spirito di contraddizione travestito da filosofia. A posto così. Chissà cosa pensano Salvini e compagnia cantante vedendo quanta fatica (e quanta credibilità) devono continuare a consumare per raccogliere gli stessi voti che potrebbero conquistare con un’altra bella polemica sulle nocciole della Nutella. Questi tra l’altro sono scontenti per definizione e quindi si sposteranno sempre di più, saranno sempre più estremi e non è un caso che alla fine finiscano in piazza con quel nugolo flaccido di fascistelli a oltranza. A proposito: anche quelli a livello elettorale pesano come una corrente di minoranza di un’assemblea di condominio.

Il paradosso di Italia viva: sono uno zero virgola ma ha torto chi non li vota

Sempre rimanendo tra gli irrilevanti (e amici) non si può non registrare Renzi e la sua schiera: i sondaggi sono ormai roba da particella di sodio eppure lui e i suoi sfegatati colleghi non si sono resi conto di avere più senatori che elettori. Merito del giochetto di palazzo che gli ha lasciato come capitale un numero di parlamentari che alle prossime elezioni saranno un lontano ricordo eppure alcuni giornali e siti insistono nella loro buffa linea editoriale che consiste nel dirci che siamo stronzi noi e per questo Italia viva non sfonda. È colpa nostra. Quello, il Matteo che da sinistra sta galoppando verso destra, ogni mattina in cui si vede sui giornali si sente la Lady Gaga della politica nostrana e pompa il suo scollamento dalla realtà. Anche loro sembrano tantissimi, su Twitter addirittura spopolano feroci sembrando una fiumana. Peccato che rosellina08228745 non abbia sicuramente il certificato elettorale.

I temi veri come la disoccupazione e la scuola non trovano spazio

Poi ci sono quelli che tornano utili alla propaganda: piccoli autori di reati nella provincia più profonda che servono a definire “gli stranieri” e allora finiscono nella centrifuga della politica nazionale per un piccione spennato al semaforo. Medici dubbiosi che diventano eroi per un’intervista rilasciata alla Gazzetta di Canicattì rilanciata con foga dai media nazionali. Perfino cretini fascistelli che hanno capito che un’effige di quel tempo possa regalagli 10 minuti di celebrità. Poi c’è, ne avevamo già scritto, tutto ciò che torna utile per creare una bolla del politicamente correttore che non esiste: se una maestra elementare di qualche sconosciuto borgo si permette di dire che non le piace Biancaneve può stare sicura di meritare almeno uno straccio di interrogazione parlamentare da Fratelli d’Italia con uno strepito in omaggio di Giorgia Meloni. Nel frattempo ci sarebbero dei numeri, veri, importanti, tanti come i lavoratori che non vedono futuro oppure tutto il mondo della scuola che si interroga sulla ripartenza della ripartenza che potrebbe non ripartire. Ma adesso no, adesso la dittatura che va per la maggiore è quella degli irrilevanti. Vuoi mettere la soddisfazione di creare qualcosa che non esiste in natura? Altro che giornalismo, qui siamo nel divino.

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Orrore in Italia: due neonati sbattuti in cella con le mamme, ora ci sentiamo tutti più sicuri…

Nei giorni scorsi in Emilia Romagna sono entrati in carcere due bambini. Uno ha 7 mesi e ha varcato le porte del carcere con la madre che doveva scontare venti (20!) giorni di pena, l’altro di 17 mesi è figlio di una donna sottoposta al carcere per un provvedimento di custodia cautelare. Nonostante la legge 62 del 21 aprile 2011 preveda l’obbligo di istituire le case famiglia protette proprio per evitare del tutto l’ingresso in carcere di bambini, in tutto il Paese solo Roma e Milano sono dotate di strutture di questo tipo: alcuni bambini continuano a vivere periodi più o meno lunghi, insieme alle loro mamme, in spazi ristretti, poveri e disfunzionali, limitati nei movimenti, nelle possibilità di sviluppo e con un sistema sano di relazioni.

«Si continua ad assumere decisioni e a valutare situazioni senza tenere ben presenti le esigenze specifiche dei bambini connesse alla loro crescita, i diritti sanciti da norme internazionali e nazionali, in particolare l’interesse superiore del fanciullo che, come indicato dall’articolo 3 della Convenzione Onu, deve orientare tutte le scelte relative alle persone di minore età», hanno rimarcato in una nota la Garante per l’infanzia e l’adolescenza dell’Emilia Romagna, Clede Maria Garavini e il Garante regionale dei detenuti, Marcello Marighelli.

Maringhelli spiega a Il Riformista che «la situazione legislativa è in una situazione di attesa, un po’ lunga: la legge che istituisce le case protette per l’esecuzione è del 2011, poi abbiamo avuto un decreto attuativo nel 2013 che definisce le caratteristiche delle case protette in convenzione con gli enti territoriali».

In realtà nella previsione di bilancio c’è circa un milione e mezzo di euro che lo Stato deve distribuire alle regioni per finanziare queste iniziative ma, ci spiega Maringhelli, «mancano i decreti per la distribuzione. Era previsto un termine entro il 28 febbraio ma ancora non si vede. Anche se negli ultimi giorni si sta muovendo qualcosa».

«Tra l’altro – spiega il Garante regionale dei detenuti – non si capisce bene quale sia l’orientamento: io e la mia collega saremmo favorevoli a non pensare a strutture nuove che creano situazioni di contenimento ma utilizzare le attuali reti mamma-bambino, verificare le disponibilità garantendo le caratteristiche del ministero a tutela del bambino (come accesso alla scuola, ai servizi). Dobbiamo tenere sempre a mente che l’interesse principale è il bambino».

Eppure la condizione di bambini che si ritrovano ad affrontare l’impatto del carcere scontandone poi i traumi sembra interessare poco al dibattito pubblico e al dibattito politico: che dei bambini scontino una pena che non è la loro interessa solo agli addetti ai lavori e poco altro. Ci sono riforme che tardano ad essere applicate perché evidentemente non se ne sente l’urgenza. «Anche perché non è una cosa così costosa – spiega Maringhelli – noi abbiamo monitorato i flussi: in Emilia Romagna nel 2019 sono passati 15 bambini, nel 2020 11 e nel 2021 siamo già a 6. Presenze anche di pochi giorni. Un’accoglienza non sarebbe così difficile da realizzare. L’entrata e l’uscita dal carcere è sempre un momento traumatico. Noi ci mettiamo molta attenzione, io mi interesso di tutti i casi, abbiamo un monitoraggio in piedi, l’amministrazione penitenziaria me le comunica ma solo grazie all’impegno di direttori e funzionari si riesce a ridurre il disagio a questi bambini che entrano e escono».

La vicepresidente della Regione Emilia Romagna Elly Schlein auspica «una forte collaborazione interistituzionale che possa portare, in una Regione come la nostra in cui i comuni già collaborano con una rete di comunità di accoglienza di soggetti fragili, comprese madri con bambini, a individuare modalità che intervengano addirittura a monte, laddove la normativa vigente lo consenta, evitando lo stesso ingresso di minori nel carcere».

Poi a ben vedere ci sarebbe anche la Costituzione e la domanda su che valore rieducativo possano portare 20 giorni di pena in cella per una mamma e il suo bambino.

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Vi ricordate la scuola, un anno fa come ora?

La scorsa estate gran parte dei media e della politica bombardava la ministra Azzolina, accusandola di ritardi e negligenze. Ora della scuola non parla più nessuno

Pensate a un anno fa, a quest’ora: paginate e paginate di giornali che inveivano contro la ministra alla scuola Azzolina, una pioggia generale di derisione contro la ministra, contro il governo, migliaia e migliaia di articoli sui banchi a rotelle, sul fatto che la scuola non fosse messa al primo posto e sul fatto che nonostante il tempo a disposizione nei mesi estivi non sarebbe stato pronto niente. Pensate a Meloni, Salvini e perfino Italia viva che bombardavano Azzolina, colpevole di tutti i mali, l’istruzione che non veniva presa in considerazione, le vignette, le battute (Azzolina poi è donna, viene più facile) e anche i giornali definiti “progressisti” che martellavano da tutte le parti.

Ci avete pensato? Ve lo ricordate? Bene. Che la ministra del precedente governo piacesse o no si può dire nei fatti che abbia preso alcuni provvedimenti: ha stanziato 2 miliardi aggiuntivi per finanziare le nuove cattedre nella scuola, stanziò i fondi per coprire le cattedre di sostegno (25mila posti in più), mise 335 milioni di euro per rinnovare gli arredamenti delle scuole, stanziò fondi aggiuntivi sull’edilizia scolastica “leggera” per tutti gli interventi che potevano ampliare o recuperare spazi (660 milioni, metà ai dirigenti scolastici, metà agli enti locali), ci fu un grande screening di massa. Questi sono i numeri.

Un anno dopo della scuola non parla più nessuno. Non si sa esattamente quali precauzioni verrano prese in classe (non c’è un dibattito, siamo passati da quello infuocato dell’anno scorso a quello inesistente di quest’anno) e non si sa nulla di un eventuale screening. E poi ci sono i numeri (numeri, badate bene, dopo più di un anno di pandemia che avrebbe dovuto insegnarci qualcosa): stima del fabbisogno delle aule aggiuntive? Per ora non se ne sa niente. I soldi per le cattedre aggiuntive (si dice sui 2 miliardi)? Non se ne sa niente. Fondi aggiuntivi per l’edilizia scolastica (leggera e pesante)? Nulla di stanziato. Dibattito? Zero.

Si sa (lo si capisce) che molto probabilmente si chiederà la vaccinazione agli insegnanti e quindi si può ipotizzare che gli insegnanti che non accetteranno la vaccinazione verranno spostati a altro incarico e quindi presumibilmente serviranno altri insegnanti.

Sia chiaro, qui non si difende a spada tratta Azzolina ma si sottolinea una certa differenza di trattamento, di dibattito pubblico (che fa solo bene in una sana democrazia), un improvviso cambio di atteggiamento.

Siamo sicuri che i giudizi siano tutti intellettualmente onesti?

A proposito: anche il governo Draghi ha ordinato i banchi a rotelle.

Va così. Buon venerdì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

La pericolosa deriva degli ultras di Draghi: “Se cade Mario, vogliamo i militari”

L’ultimo è Marcello Sorgi su La Stampa di oggi, giovedì 29 luglio 2021, ma sommessamente anche su queste pagine lo stiamo ripetendo da un po’. La venerazione per il taumaturgo Draghi riesce addirittura a spingere Sorgi a ipotizzare (seppur come ipotesi remota) un governo “perfino militare, come accaduto con il generale Figliuolo per le vaccinazioni. A mali estremi, estremi rimedi”.

Il male estremo, ovviamente, è l’ipotesi di una caduta di un governo, come sono caduti decine di governi nella storia della Repubblica e com’è caduto il governo precedente in piena pandemia.

L’ostinata e stupida divinizzazione di Mario Draghi sta facendo passare gli editoriali servili e le marce sincronizzate dei lacchè come delle semplici simpatiche manifestazione di affetto politico. Eppure, se ci pensate bene, sono gli stessi editorialisti particolarmente sensibili ogni volta che arriva una critica educata, quelli che gridano da qualche mese “al ritorno del terrorismo” se ci si permette di scrivere di salario e di lavoro, sono gli stessi sempre pronti a giudicare “antidemocratiche” o “violente” le dichiarazioni degli altri.

L’uscita di Sorgi (che è semplicemente più appuntita di tante altre uscite che compongono comunque questa aria di consenso unico obbligatorio) tra l’altro è due volte sbagliata. Prima di tutto perché non fa altro che danneggiare proprio la credibilità di Draghi, che non ha mai cercato (né mai voluto) una bava continua che ne riduce l’autorevolezza, come se avesse bisogno di essere sostenuto. E in secondo luogo è altamente inopportuna in un momento di tensione sociale in cui le scelte del governo vengono contestate e accusate di essere prove di autoritarismo.

Invocare la dittatura sanitaria è già qualcosa di poco equilibrato. Rispondere evocando un governo militare in caso di crisi è semplicemente un moltiplicatore di tensioni. Forse un po’ dipende anche dal fatto, nonostante qualcuno si risenta quando lo scriviamo, che i poteri che aspettano con ansia le prebende dal governo con la valanga di soldi in arrivo dall’Europa non riescano proprio a trattenere, come degli adolescenti elettrizzati, la gioia per essere in una posizione di assoluto favore.

O forse questa è la temperatura di certa stampa che, da cane da guardia del potere, si è involuta nell’ambizione di essere il cane da compagnia accarezzato sul divano dal presidente del Consiglio. In tutto questo, poi, c’è un punto che rende tutto ancora più patetico: non c’è nessuna crisi all’orizzonte e c’è il semestre bianco alle porte. Insomma, solo una leccata, ma pericolosa.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Il diritto di non vincere

Dal titolo di “Repubblica” si deduce questo: il diritto di essere fragili è diventata un’onta che si deve scontare, come se fosse un tradimento alla narrazione generale che invece ci vuole sempre felici, sempre vincenti, sempre performanti, sempre sorridenti

Il poker d’assi l’ha buttato Repubblica con una muscolare paginetta in cui ha messo una di fianco all’altra Federica Pellegrini (la nuotatrice italiana che a 33 anni ha guadagnato una splendida finale) e dall’altra Simone Biles a stella americana della ginnastica che il pubblico vedeva già circondata di ori, e che ieri ha dichiarato di voler rinunciare alle Olimpiadi di Tokyo per dedicarsi alla cura della sua salute mentale: “La forza e la fragilità”, titola Repubblica e più sotto il sottotitolo “La forza e la fragilità, le donne protagoniste a Tokyo. Pellegrini infinita, Biles in tilt”.

Accade con Repubblica ma accade in realtà ogni volta che qualcuno, un persona qualsiasi, decide di arrogarsi del diritto di non provare a vincere, di non dedicarsi al ruolo che pubblicamente lo definisce (come se non avesse un’identità proprio fatta di mille rivoli) e accade ogni volta che qualcuno ha il coraggio di dire al mondo che in quel momento no, proprio non ce la fa. Il diritto di essere fragili è diventata un’onta che si deve scontare, come se fosse un tradimento alla narrazione generale che invece ci vuole sempre felici, sempre vincenti, sempre performanti, sempre sorridenti. Sempre instagrammabili, si potrebbe dire per condensare il dovere di questo tempo con un cacofonicisissimo neologismo.

Siamo ancora ai tempi in cui il modello è quello dell’infallibilità nonostante sia una truffa: siamo essere fallibili e imperfetti, perdiamo tutti noi decine di volte al giorno, sconfitte minime, delusioni che si posano come polvere. Io, non so voi, mi deludo tutti i giorni, più volte al giorno, prima e dopo i pasti, di solito mi delude già la colazione che mi immagino epocale quando apro gli occhi e invece è la mia prima sconfitta. Ma se lo dici sei un perdente.

Il diritto alla fragilità andrebbe aggiunto nella Costituzione, bisognerebbe cominciare fin da piccoli a raccontare come sia coraggioso dirsi che no, che quella parte in cui ho primeggiato non è mica un ruolo che riesco a tenere sempre e per sempre. Vincerò ancora, sicuro, ma poi perderò moltissimo e ce la metterò tutta a imparare a perdere ogni volta un po’ meglio.

Dentro c’è tutta la stortura con cui oggi si guarda pregiudizialmente il disagio mentale, che continua a essere uno stigma perché a differenza delle altre malattie non sanguina e non si vede dalle lastre e c’è dentro anche un machismo sentimentale che fa a gara a scovare i deboli dappertutto, nelle diverse situazioni, con tutte le loro diverse declinazione.

Eppure basterebbe pensare che dietro a un vincitore perché risulti primo c’è una lunga sequela di sconfitti e che al di là del risultato sportivo forse sarebbe il caso di cominciare a scrivere anche un’apologia dei secondi perché lì c’è il 99% del mondo. Mollare una gara (che sia sportiva o che sia una delle mille gare quotidiane che corriamo ogni giorno nella nostra quotidianità) significa avere cura di se stessi e consapevolezza delle proprie forze. Sicuramente non ti fa vincere una medaglia, certo, ma lì dentro ci vedo un coraggio non indifferente.

Dice Simone Biles che in questo momento non riesce a tenere “il mondo sulle spalle” e “il mondo” tutto intorno si è risentito additandola come debole: in fondo ha confermato la tesi.

Buon giovedì.

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