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L’ultima sparata di Pillon: sopravvivere attaccati a un macchinario è “naturale”

Il senatore leghista Simone Pillon odia le persone, le odia ferocemente come riescono a odiare solo gli irrisolti che trovano conforto nella sofferenza degli altri e la travestono da fede presunta per un presunto dio e chiama tutto questo “pietà”. 

Spremuto nella sua continua propaganda social (poi un giorno parleremo di questi politici che investono tutte le loro energie e i nostri soldi per concimare ogni mattina la propaganda tra le proprie truppe) ora ha deciso di sparare a palle incatenate contro la legge sull’eutanasia (una legge che sta già nelle sentenze ma che rimane impigliata tra le maglie del bigottismo parlamentare) ha deciso di ripescare un articolo in cui si racconta di un poliziotto che ha salvato un uomo disperato al limite del suicidio e ci ha ricamato sopra un vomitevole tweet: “Alla Camera PD e M5S stanno procedendo spediti con la legge sull’eutanasia. Se dovesse passare, il poliziotto che ha salvato quest’uomo dal suicidio potrebbe trovarsi sotto processo per violenza privata. Pensiamoci bene prima di provare a cambiare la legge naturale”.

Smontiamo la feccia, pezzo per pezzo. Al solito Pillon ha bisogno di usare la paura (ma non è immorale tirare il guinzaglio della paura?): l’unico infame modo che hanno per bloccare i diritti dei pochi sta nel convincerci che siano una perdita di libertà per tutti gli altri.

Un giochetto sudicio e elementare che si sbriciola in un secondo: per chi non vuole ricorrere all’eutanasia quella eventuale legge non cambierà una virgola della sua vita. Fine della sparata.

Poi, come avviene per il ddl Zan, c’è bisogno di creare false notizie di eventuali “buoni” che rimarrebbero impigliati: il reato di favoreggiamento alla sopravvivenza che si è inventato Pillon non esiste. Purtroppo però esiste Pillon, questo sì.

Poi c’è il cuore di tutta la sua pericolosa ferocia: non avendo argomento ancora una volta si estrae dal cilindro una presunta “legge naturale” che non andrebbe scalfita per non turbare la digestione del dio di Pillon (Pillon ne ha un modello tutto suo).

Sarebbe “naturale” consumarsi attaccati a un macchinario che allunga lo stillicidio di un dolore pompando vitalità contraffatta tra tubi e sensori? Per Pillon sì.

Succede così: le persone incapaci di scorgere nuovi diritti possono trovare la propria realizzazione solo picconando i diritti degli altri, chiusi nel loro cortile ristretto vorrebbero imporre il proprio sentire come chiave di lettura collettiva del mondo. Come deve essere dura ogni giorno confermarsi Pillon.

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Quegli schiavi ci riguardano

Dalle indagini per caporalato su Grafica veneta emerge la fotografia di un’imprenditoria che fa la morale agli altri ma ha un’enorme questione morale che finge di non vedere

Sempre a proposito dei lavoratori-schiavi che secondo la Procura di Padova sarebbero stati presi in subappalto da Grafica veneta (l’azienda che tutto il Veneto elogiava come punta di diamante dell’imprenditoria dalle parti di Zaia) sono usciti alcuni particolari dell’indagine che tornano molto utili non tanto a farsi un’idea su questa vicenda (ci sarà un processo, deciderà un giudice) ma almeno a capire come sia avvenuta la graduale distruzione dei diritti sul lavoro e quindi, di conseguenza, il crollo dei salari.

Il 7 luglio del 2020 i carabinieri si presentano nella sede dell’azienda a Trebaseleghe per sequestrare alcuni documenti che regolano i rapporti tra Grafica veneta e Bm service (l’azienda pagata per reclutare gli schiavi, controllarli e nel caso punirli). Nei mesi precedenti cinque persone di nazionalità pachistana erano state ritrovate pestate e legate ai bordi delle strade e altre cinque si erano presentate al Pronto soccorso lamentando botte e sevizie. I lavoratori lavoravano 10, 12, 16 ore al giorno per uno stipendio di 1.100 euro che veniva decurtato di 120 euro per l’affitto e ulteriori 200, 300 o 400 euro.

L’azienda veneta si difende dicendo di non saperne niente (come se fosse comunque normale subappaltare la manodopera fottendosene delle condizioni in cui lavora) ma il gip la pensa diversamente: «Grafica veneta è perfettamente consapevole del numero di ore necessarie per svolgere il lavoro che appalta e non a caso, disponendo delle timbrature dei dipendenti Bm Service, ha fatto di tutto per non consegnarle alla Polizia giudiziaria», scrive nell’ordinanza.

Il procuratore di Padova, Antonino Cappelleri, ha spiegato bene il sistema durante la conferenza stampa seguita al blitz: «La particolarità di questo caso di caporalato è la complicità, che credo siamo riusciti a dimostrare in pieno, dell’azienda italiana con quella gestita dai pakistani, nonostante le solide condizioni economiche e la possibilità di operare in maniera regolare. Sono riusciti a delocalizzare un settore nella loro stessa sede, appaltando manodopera a prezzi bassissimi».

Secondo il gip, «è l’amministratore delegato che indica il numero di persone da assumere, soffermandosi anche sulle tipologie di contratto da utilizzare e sull’attività di vigilanza che pretende sia fatta sui dipendenti». Inoltre, il giorno dell’arrivo dei carabinieri, l’analisi delle telefonate tra Bertan e Pinton (amministratore delegato e dirigente di Grafica veneta) relative agli ingressi e alle presenze degli operai, «dimostra che i due fanno di tutto per non comunicare quei dati in quanto avrebbero provato il loro pieno coinvolgimento nello sfruttamento dei lavoratori». Il gip scrive: «Addirittura, vi sono state telefonate in cui i dirigenti della Grafica hanno detto al proprio tecnico di non consegnare nulla e cancellare i dati, disperandosi una volta appreso che la Polizia giudiziaria era comunque riuscita ad acquisire un dato parziale». Bertan a Pinton: «Mi raccomando con le timbrature». Bertan invita il titolare pakistano di Bm service a parlare «ai suoi operai affinché rispondano bene». Bertan chiede a Pinton: «Noi gli abbiamo dato le timbrature?». E si sente rispondere: «No…se le sono prese loro dal computer per quanto riguarda gli ingressi e le uscite. Nell’aprire il programma hanno visto tutto». A quel punto Bertan non usa mezze parole: «Ci siamo inculati da soli».

Quegli schiavi ci riguardano. Quegli schiavi sono la fotografia di un modo di fare impresa che subappalta i diritti al migliore offerente che per stare nel prezzo i diritti li maciulla senza troppe cortesie. Dietro quegli schiavi c’è quella stessa imprenditoria che si lamenta di non trovare altri schiavi puntando il dito sui sussidi e sul reddito di cittadinanza. Dietro quegli schiavi c’è la riflessione che manca a un pezzo dell’imprenditoria italiana che fa la morale agli altri ma ha un enorme questione morale che finge di non vedere.

Buon mercoledì.

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Altro che giovani sfaticati: il caso di Grafica Veneta dimostra che certi imprenditori cercano solo schiavi

Eccolo qua il bubbone che scoppia con la Grafica Veneta Spa di Trebaseleghe, l’azienda che un certo Nord si portava addosso come fiore all’occhiello della produttività settentrionale e che esplode con tutto il puzzo dello schiavismo, della violenza e dei diritti che vanno a farsi fottere in nome del fatturato.

Si potrebbe sperare che l’azienda leader nel suo settore, quello che ha stampato tutti i libri di Harry Potter che stanno su tutti i comodini, possa godere dello stesso strombazzamento tossico di certo giornalismo che in questi mesi si è compulsivamente inorridito ogni volta che il proprietario di qualche alberghetto ha puntato il dito contro i giovani che non vogliono lavorare o contro il reddito di cittadinanza.

Chissà se qualcuno ora rileggerà con un altro sguardo il lamento del patron dell’azienda Fabio Franceschi che nel 2018 si lamentava di non trovare schiavi dicendo che solo “qualche ragazzotto che dà la disponibilità c’è ma poco dopo rinunciano per via dei turni”.

“Ragazzotti” li aveva chiamati con quell’insopportabile boria padronale così diffusa mentre avrebbe potuto più semplicemente chiamarli schiavi. E il sistema è sempre lo stesso: si ricorre a ditte esterne per subappaltare i diritti e la precarietà (grazie alle riforme che hanno macellato il mondo del lavoro) in un sottobosco in cui gli sfruttati puntano al massimo a diventare nuovi caporali, i dirigenti si condonano la coscienza con un bonifico mensile per il “servizio” senza nemmeno dovere fare i conti con l’etica, i prezzi appaiono concorrenziali nella grande globalizzazione e gli stessi stranieri contro cui vomita la propaganda leghista diventano indispensabili per sostenere da invisibili le fabbrichiate dei loro elettori. 

Così cadono contemporaneamente due enormi bugie della narrazione contemporanea: i giovani “sfaticati” sono in realtà persone che si possono permettere ancora (chissà per quanto) di preservare la propria dignità e “gli stranieri che ci rubano il lavoro” sono un pezzo dell’economia di un’imprenditoria che ha una questione morale enorme eppure passa tutti i giorni a fare la morale agli altri.

E non è un caso che il patron dell’azienda corra a dire che “Grafica Veneta ha sempre onorato con puntualità agli accordi economici con tutti i propri fornitori e così anche con gli appaltatori”: l’unico diritto tangibile per l’oro è la valuta del bonifico. Cosa ci sia dietro a quel bonifico a loro non interessa, sono troppo impegnati a insegnarci come dovrebbe funzionare il mondo.

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Vaccini: questi non li vogliono, quelli non li hanno

Mentre protestano le piazze no vax in Italia, in Francia, in Australia, soltanto l’1,5% della popolazione dell’Africa ha ricevuto il vaccino. Ancora una volta i Paesi ricchi del mondo hanno strombazzato un presunto piano di solidarietà che, guarda un po’, sta fallendo miseramente…

Nel frastuono delle proteste delle piazze no vax in Italia, in Francia, in Australia e c’è da scommettere presto in tutto il mondo (come si esportano ultimamente le battaglie che tornano utili ai complotti non si era mai visto) la disuguaglianza del mondo assume un contorno chiarissimo che disegna il momento in cui siamo.

Europa e Usa stanno cercando modi per convincere più persone possibili a vaccinarsi (modi spesso sbagliati, questo possiamo dirlo perché pare che sia un argomento intoccabile e invece non lo deve essere, ci torniamo nei prossimi giorni) e intanto in Africa finora solo 20 milioni di africani (parliamo dell′1,5% della popolazione del continente, tanto per avere un’idea) sono stati interamente vaccinati contro Covid-19 e solo l′1,7% dei 3,7 miliardi di dosi somministrate a livello globale è stato destinato all’Africa. Situazione simile dall’America Latina al Medio Oriente al sud-est asiatico e mica per niente qualche giorno fa l’ex presidente brasiliano Lula ha lanciato un appello (caduto nel vuoto per ora) a Mario Draghi.

Ancora una volta i Paesi ricchi del mondo hanno strombazzato un presunto piano di solidarietà che, guarda un po’, sta fallendo miseramente. E guai a parlarne troppo in giro: è sempre il solito trucco di appuntire l’emergenza più vicina per offuscare quelle più lontane e scrollarsi di dosso la responsabilità collettiva, una sorta di sovranismo che però si ammanta di una certa eleganza pur avendo la stessa ferocia di quello più populista.

Il progetto Covax era studiato per permettere ai 92 Paesi a basso reddito di acquistare le dosi di vaccino con l’aiuto dei donatori (gli Stati più ricchi che avrebbero dovuto pagare in anticipo le loro dosi di vaccini entro metà settembre 2020) organizzati dall’Advance Market Commitment, a cui però i soldi sono arrivati in ritardo. L’ingordigia invece ha vinto e così ad agosto 2020 gli Stati Uniti avevano già stipulato sette accordi con sei aziende da più di 800 milioni di dosi (sarebbero il 140% della popolazione) mentre il Regno Unito addirittura ha siglato accordi per il 225% della popolazione. L’Europa ha cercato di tenere il passo con accordi (molto confusi).

Covax aveva lo scopo di fornire vaccini Covid-19 per tutti sulla base della solidarietà e dell’equità. Invece, si basa sulla volontà dei Paesi ricchi di condividere le loro dosi, scrive Ann Danaiya Usher in un articolo su Lancet. Insomma, è andata come sempre.

Ma c’è un altro aspetto fondamentale: oltre che immorale l’atteggiamento dei Paesi ricchi continua anche a essere stupido, un sabotaggio di se stessi poiché la variante Delta ora sta sviluppando la necessità di una terza dose (e quindi nuovi approvvigionamenti) nonché delle possibili varianti proprio dai Paesi più poveri e scoperti dal vaccino. Un capolavoro di idiozia, insomma.

E in tutto questo l’ipotesi di superamento dei brevetti continua a rimanere incagliata nelle maglie dell’ingordigia delle industrie farmaceutiche. Insomma, siamo ben lontani dalla narrazione del “tutto va bene” che viene imposta a piè sospinto da quasi tutti i media. Basterebbe allargare lo sguardo per accorgersene.

Buon martedì.

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A proposito di dittature sanitarie

Cari destrorsi, di battaglie giuste ce ne sarebbero tantissime per cui scendere in piazza. Solo che le battaglie reali poi tocca combatterle davvero e risolverle, mentre voi inseguite quelle inventate che richiedono molta meno responsabilità

Che Paese incredibile. Ci sono quelli che sognano il ritorno della dittatura e sono sfegatati fan del dittatore pelato che ora urlano al ritorno della dittatura (che tra l’altro invocano per fede politica) lamentandosene perché non è la loro. È normale del resto che i dittarofili vedano dittature dappertutto: le sognano così fortemente che il loro incubo peggiore è che riescano gli altri mentre a loro spetta di stare nascosti nei tombini.

Com’era immaginabile la destra più becera cavalca la questione delle vaccinazioni (strumentalizzando anche chi ha paure che andrebbero trattate con cura piuttosto che strumentalizzate da una parte e perculate dall’altra) come accade ogni volta che si presenta l’occasione di creare scompiglio democratico. Sono fantastici questi destrorsi: nel giro di pochi mesi sono passati dal negare l’esistenza della malattia, poi ci hanno detto che il virus esisteva (contraddicendosi) ma che la cura con il plasma avrebbe funzionato alla faccia delle aziende farmaceutiche, poi hanno cambiato idea e ci hanno detto che l’assistenza domiciliare risolve tutto, poi ci hanno detto che è solo un’influenza, poi ci hanno detto che il vaccino invece andava bene ma solo quello russo, poi ci hanno detto che le bare erano finte e le ambulanze erano vuote, poi che il virus era finito, poi che il virus era tornato, poi che ora è finito di nuovo, poi che il governo era in ritardo, poi che il governo voleva chiudere le attività per fare fallire tutti (e sarebbe interessante capire quale sarebbe il vantaggio di un governo nell’impoverire le proprie attività economiche), poi ci hanno detto che bisognava aprire tutto e mettere il Green Pass, poi che il Green Pass no, poi che i vaccini hanno il 5G, poi che i vaccini uccidono le persone, poi hanno correlato ogni morte al vaccino (mica difficile: in un Paese in cui tutti si stanno vaccinando è ovvio che le persone continuino a morire di altre malattie) poi hanno detto che non si vaccinavano per scelta, ora che non si vaccinano: basta dare un’occhiata alla sequela di mostruosità per rendersi conto che l’unico scopo di questi è quello di sollevare disordini. Solo quello. A loro non gliene fotte niente dei vaccini e delle libertà: se lo Stato non vaccinasse sarebbero lì a soffiare sul fuoco al contrario.

Del tema vero delle loro battaglie ai destrorsi non interessa nulla, nulla. Perché a buon vedere di dittature sanitarie ce ne sarebbero per cui scendere in piazza. C’è la dittatura sanitaria (e classista) che ti concede di accedere a un esame qualsiasi solo dopo mesi oppure di averlo in pochi giorni dallo stesso medico, con addirittura la stessa strumentazione e nello stesso luogo (tutti pagati con soldi pubblici) pagando una visita privata. Non è dittatura costringere a pagare un diritto per ottenerlo in tempi ragionevoli, solo se si è nelle condizioni di poterselo permettere? Oppure: non è dittatura una legge inapplicata come il diritto all’aborto che non avviene per una cancel culture degli obiettori di coscienza che impongono il loro credo al normale funzionamento dello Stato? Oppure, non è una dittatura sanitaria quella che chiede di scegliere tra salute e reddito in una bilancia  che pende sempre dalle parti del profitto? Non è dittatura sanitaria quella che permette la cura delle malattie croniche solo a chi se le può permettere? Non è dittatura sanitaria quella che privatizza un servizio pubblico?

Insomma, cari destrorsi, di battaglie giuste ce ne sarebbero tantissime per cui scendere in piazza. Solo che le battaglie reali poi tocca combatterle davvero e risolverle mentre a voi conviene inseguire quelle inventate che richiedono molta meno responsabilità.

Buon lunedì.

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Uomini e sorci

Esultano. Un popolo di ineducati che trova un padrone che li bastona esulta. E, badate bene, non esulta solo per il rischio arginato (che qualcuno racconterà come scampato) ma esultano per avere trovato “l’uomo forte” che gli ha urlato in faccia che sono una massa di imbecilli. Proviamo a ricapitolare come se la dovessimo raccontare a un marziano approdato per un errore di rotta sulla Terra che ci chiede cosa stia succedendo.

I negazionisti hanno giocato sulla pelle morta di gente vivissima

C’è una pandemia in corso e gli oppositori strizzano le cervella per inventarsi come opporsi in pandemia. Hanno un improvviso colpo di genio, roba grossa, si guardano negli occhi e si dicono che l’unico modo per opporsi è dire che la pandemia non esiste ed è un’invenzione dei poteri forti. Ma chi ci crederà? Sarebbe il primo dubbio di ogni persona sensata e invece questi, che sono degli sconsiderati etici prima che politici, hanno pensato bene di inoculare la cazzata sapendo bene che qualche mandria di esaltati l’avrebbe raccolta. E infatti ecco qua: mentre l’Italia e il resto del mondo contavano i morti trasportati sotto i propri balconi abbiamo dovuto leggere di decessi inventati, di autopsie negate e una sequela di castronerie che farebbe perfino ridere se non ci fosse un dramma sparso dappertutto. I negazionisti del Covid andrebbero presi uno a uno (sono loro del resto che continuano a invocare un nuova Norimberga) e portati occhi negli occhi a fissare i parenti delle vittime: forse così saprebbero quanto sono stati feroci, mica solo inopportuni e quanto abbiano giocato sulla pelle morta di gente vivissima che piange ancora.

Burioni e la fantastica impresa di dire le cose giuste in modo tremendamente sbagliato

Ma non è finita qui. Questo è solo l’inizio. Poiché a un certo punto perfino lo sperduto pastore sulla più sperduta montagna molisana ha avuto il caso di incrociare qualche vittima, la nuova fiammata è stata quella di farci credere che il dramma sia vero, troppo difficile negarlo, ma sia stato troppo drammatizzato. Accusare un Paese di piangere troppo le proprie vittime è qualcosa che sta in bilico tra l’inumano e l’assassinio eppure la tiritera funziona e non è nemmeno troppo pericolosa: ammetto che il rischio ci sia ma metto in dubbio il fatto che il mio Stato mi curi come dovrebbe. È la versione light della cretineria precedente e anche solo pensandoci chiunque direbbe che sarebbe impossibile trovare leader politici pronti a sostenere questa boiata. Eccoli qui, Salvini e Meloni in prima fila con l’unica differenza che l’alunno Salvini (che si è incastrato nel voler apparire come alunno modello) rientra subito tra le righe con una sonora sculacciata. Giorgia Meloni invece è geniale: nega negando ciò che ha detto qualche mese prima e strumentalizza mimando responsabilità con un gioco di specchi che funzionerebbe solo in un Paese narcotizzato e cretino e infatti guida il primo partito d’Italia. Bene così. Anzi male, malissimo. Dall’altra parte i difensori del buon senso perdono il senno assumendo comportamenti da assessori leghisti alla Sicurezza e Burioni ha buon gioco per augurare a tutti di rimanere in casa come sorci se non si è d’accordo. La fantastica impresa di dire cose giuste in un modo talmente sbagliato da passare addirittura dalla parte del torto è qualcosa che spetta ai fuoriclasse dell’egocentrismo.

Arriviamo alle battute finali: Salvini pensa davvero di avere le spalle talmente larghe da poter tenere la posizione di quello che fa opposizione pur restando nel governo. Tiene fissato sul suo profilo Twitter la sua guerra senza quartiere contro il green pass e intanto il suo dog sitter Mario Draghi annuncia che il green pass è una realtà e che quelli come Salvini sono una massa di cretini. Annuncia che Salvini è una massa, in pratica. Salvini si offende come un bambino con le orecchie da asino dietro la lavagna e viene sfanculato dai suoi sostenitori che quando perdono la pazienza sono stati educati a non avere remore. Salvini fa lo stercoraro con le palline di voti che sta regalando a Giorgia Meloni. Giorgia Meloni esulta perché con i sacchi dell’umido sta riempiendo la credenza. Si invoca la dittatura sanitaria.

Siamo un Paese che come prova di maturità prende coscienza della propria inadempienza

E che succede? Succede che tutti esultano perché Draghi ha rimesso le cose in fila e ha costretto i cretini a correre a vaccinarsi per potersi godere lo Spritz. Centinaia di illuminati commentatori dicono: «Per fortuna Draghi ci ha detto che siamo stupidi», senza nemmeno immaginare che poi arriveranno le elezioni e quelli che sono stati messi nei cassetti degli stupidi finiranno per votare. Quindi, una parte urla alla dittatura sanitaria tirando in ballo Auschwitz e l’olocausto e l’altra parte è tutta barzotta per l’uomo forte. Ora, con calma, serenamente, ditemi voi in che stato di salute sta la democrazia. Immaginatevi il marziano a cui avete raccontato questa storia, immaginatelo mentre vi dice che no, che in questa discesa continua attraverso il male minore lui non vuole concorrere. Immaginate un Paese che come prova di maturità continuamente prende coscienza della propria inadempienza. E ne è felice. E questo gli basta.

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No, la difesa non è sempre legittima

La differenza è tra la difesa legittima e la vendetta ed è su quel crinale che si misura la maturità di una democrazia. La retorica di Salvini e della Lega è da sempre quella del tifo organizzato, una posizione fideistica che ogni volta, tutte le volte, produce come riflesso incondizionato la difesa dell’uccisore

Provando a volare per qualche minuto un po’ più alti del letamaio giuridico, morale e politico che si sta riversando sul cadavere di Youns El Boussetaoui si potrebbe una volta per tutte ribadire un concetto che l’ignoranza e la propaganda sta offuscando da anni, in nome di una rincorsa alle armi e alla violenza come unici ingredienti di una sicurezza davvero sicura: no, la difesa non è sempre legittima. Se negli ultimi anni sono fioccati assessori alla sicurezza in giro, non solo nelle giunte di destra, significa che l’idea stessa di sicurezza è stata regalata alla più ignorante propaganda anche dalla fiacchezza di chi avrebbe dovuto proteggerne il senso.

La retorica di Salvini e della Lega è da sempre quella del tifo organizzato, una posizione fideistica che ogni volta, tutte le volte, produce come riflesso incondizionato la difesa dell’uccisore. Va trattata per quello che è: una “bambinesca” presa di posizione per rassicurare i propri elettori con una visione semplicistica del mondo diviso in bianco e nero, buoni e cattivi, italiani e stranieri, settentrionali e terroni. Recuperare il gusto per la complessità e la capacità di farne uno strumento politico per leggere la realtà è il primo passo per rimettere Salvini al suo posto, lì nel cassetto dei cretini provocatori. Non è un caso che quando il 28 novembre del 2018 Fredy Pacini, un gommista di Arezzo che sparò a due rapinatori moldavi uccidendone uno, Salvini cavalcò l’onda per mettere mano alla legge sulla legittima difesa (con l’aiuto del Movimento 5 Stelle e di Giuseppe Conte, perché le cose vanno ricordate per bene) e la frase migliore la disse proprio il gommista alla fine dell’iter processuale che lo vide prosciolto: «Aveva 29 anni, non volevo ucciderlo. Non potrà più accadermi una cosa simile perché non avrò mai più una pistola e quella che avevo non voglio più vederla in vita mia». La legittima difesa è già prevista nel nostro ordinamento e spesso proscioglie gli autori riconoscendone lo stato di pericolo e il turbamento. Non è vero, come ciancia Salvini, che non esista nessun tipo di impunità. I processi non sono una condanna e, come scrive il presidente di Antigone Patrizio Gonnella, «la verità processuale si conquista lentamente, con fatica, con il rispetto delle garanzie degli imputati, affidandosi a un complesso apparato probatorio. Ogni difesa d’ufficio è inappropriata e irriguardosa della norma predetta, così come lo sarebbe stata una tesi colpevolista indimostrata».

La differenza è tra la difesa legittima e la vendetta ed è su quel crinale che si misura la maturità di una democrazia. Per questo pensare che uomini delle istituzioni come certi ceffi di destra giochino con la vendetta li rende di fatto mandanti morali di ogni violenza eccessiva. Loro si offendano, si offendano pure. Vale la pena ricordare che nei Paesi di tutto il mondo regolati da leggi democratiche la difesa non è sempre legittima: c’è scritto nei codici e nelle costituzioni. Tocca citare ancora Gonnella quando dice che «il refrain che la difesa è sempre legittima non tiene conto del principio, costituzionalmente avallato, secondo cui mai può valere quale causa di giustificazione per proteggere un bene di rilievo inferiore. Per chiarirci non si può mai privare una persona della vita per evitare la sottrazione di un bene di proprietà. Non c’è formulazione legislativa che possa mai legittimare la negazione del principio di proporzionalità, che a sua volta è strettamente connesso con quello di legalità penale in senso stretto».

Per questo le figure di sindaci o ministri dell’interno che si trasformano in sceriffi (nelle parole o nelle azioni o nelle intenzioni) sono una stortura della democrazia: la sicurezza si garantisce dando reddito e lavoro, offrendo i servizi essenziali, offrendo protezione e cure alle categorie più vulnerabili, costruendo una città in cui ognuno con dedizione e onore stia nel proprio ruolo (il sindaco fa il sindaco, la polizia locale si occupa di mobilità, gli assessori contribuiscono all’amministrazione della città e solo le forze dell’ordine si occupano dell’ordine pubblico).

È un campo che è stato completamente abbandonato dalla politica, anche da quella considerata lontana dalla destra, che ha lasciato spazio libero alla destra per costruire la propria propaganda. Ci sono responsabilità da tutte le parti se oggi siamo arrivati a vivere e ad ascoltare prodromi del fascismo scambiandoli per dibattito politico.
Buon venerdì.

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Un assessore armato e un uomo disarmato. Indovinate chi ha torto secondo la Lega

C’è un aspetto, sulla vicenda dell’assessore leghista e pistolero di Voghera che ha ucciso Youns El Boussetaoui, che vale la pena osservare con attenzione. Mentre la dinamica dei fatti verrà probabilmente chiarita dalle indagini e dai magistrati (ma di certo a uccidere non è stata “una pistola”, come orrendamente qualcuno prova a raccontare, perfino dalle parti della segreteria del Pd), la Lega, con tutta quella schiera di giornali di destra, ha subito messo in campo una narrazione che è razzista e disumana (senza bisogno di ulteriori approfondimenti).

Salvini e i suoi scherani provano a rendere giustificabile l’assassinio di una persona dipingendo la vittima come “un marocchino”, “un clandestino”, “un pregiudicato” per ottenere la disumanizzazione quanto basta per ritenerlo “altro” e quindi sacrificabile.

Badate bene, perfino la parola “vittima” è praticamente bandita nei racconti leghisti e di un bel pezzo di stampa destrorsa: Youns El Boussetaoui è morto perché era un poco di buono che importunava (forse) delle persone e quindi la sua fine in fondo se l’è andata a cercare.

La schiera di fan leghisti in queste ore ha già deciso che il ragazzo ucciso dovesse “stare in galera e non dentro una bara” e che, invece, non ci sia nulla di strano che un assessore a Voghera (mica a Bogotà) con la delega alla sicurezza vada in giro con una pistola carica e impugnata mentre passa davanti a un bar.

La tattica è sempre la stessa: cogliere nella vittima tutti gli elementi che possano renderla deprecabile e “diversa” (ovviamente senza nemmeno preoccuparsi di avere un riscontro) e darla in pasto ai propri elettori.

Non conosciamo le responsabilità precise sul cadavere di Youns El Boussetaoui ma vediamo chiaramente come Salvini e certa stampa se lo stiano mangiando in un allegro banchetto di razzisti, come sempre ignavi che imboccano i propri lettori ed elettori per trasformarli in sicari nel dibattito pubblico.

E forse qualcuno si potrebbe ricordare che la disumanizzazione è il passaggio obbligato che sta alla base dei peggiori crimini della storia. Perché poi questi sono gli stessi che strepitano se vengono chiamati per quello che sono: razzisti.

E oggi, invece, assistiamo a un’imponente narrazione razzista che sta riuscendo nella mirabile impresa di ritenere addirittura “necessaria” l’eliminazione fisica di una persona attraverso la giustizia sommaria di un uomo che dovrebbe rappresentare le istituzioni. E fa schifo. Fanno schifo.

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Cuba, nei media non stat virtus

Cuba come simbolo di mancanza di libertà è un concetto che si pensava superato almeno dopo avere frequentato le scuole medie e invece evidentemente funziona ancora

In fondo Cuba continuerà a pagare pegno per essere un vessillo e come tutti i vessilli rischia di finire schiacciata da chi la usa semplicemente come clava contro il suo avversario oppure come inno sterile per le proprie convinzioni. In parte c’è una buona notizia: Cuba è viva, l’idea che si porta dietro con la sua storia è qualcosa ancora in grado di spaccare e di fare discutere e come tutti i progetti dalle aspirazioni rivoluzionarie riesce a evidenziare l’ipocrisia e lo snobismo di chi lo affronta con l’ideologia avversa. Le proteste di Cuba sono state utilissime per vedere riaffiorare quel sentimento anticubano che altro non è che una (ignorante) avversione al comunismo, superficialmente sparso in giro come se la storia non facesse il proprio corso.

A gennaio di quest’anno (per citare un esempio paradigmatico) fu il celebre Burioni a dare un fulgido esempio della superficialità in cui in questo Paese si parla di Cuba. È significativo che proprio Burioni, quello che da mesi professa il dovere di parlare delle cose solo con una base di competenza decente, si sia esibito in cotanta arrogante superficialità: «A me va benissimo anche il vaccino cubano, a patto che venga sperimentato in un luogo dove uno scienziato che dice che non funziona non viene messo in galera. In altre parole, in una bella democrazia occidentale», scrisse Burioni a gennaio in un tweet con tanto di faccina sorridente al seguito, quella che si pone alla fine della frase con la disperata speranza di risultare simpatico. Cuba come simbolo di mancanza di libertà è un concetto che si pensava superato almeno dopo avere frequentato le scuole medie e invece evidentemente funziona ancora.

In quel caso fu Fabrizio Chiodo, professore di Chimica all’Avana e ricercatore dal 2014 presso l’Insituto Finlay dove ha collaborato alla sperimentazione di Soberana 01 e 02, a confutare le affermazioni di Burioni (e uno smacco ulteriore è arrivato a fine primavera quando Soberana 02 ha superato gli standard richiesti dall’Oms per essere dichiarato un vaccino) Finita? No, no. Burioni affonda ancora il colpo: «Non voglio entrare in diatribe politiche, ma nessun farmaco è stato sviluppato a Cuba negli ultimi 50 anni». 

È falso e la frase ci torna utilissima per raccontare della strumentalizzazione di Cuba nel dibattito pubblico: c’è dentro la finzione maldestra di non voler fare nessun discorso politico nonostante il pregiudizio sia tutto politico e c’è la disinformazione che serve per descrivere un’isola arretrata.

I bambini di tutto il mondo curati con vaccini cubani, i pazienti da tutto il mondo curati con prodotti unici della Biotech Cubana (pubblica) a Burioni sfuggono: vuoi mettere la soddisfazione di delegittimare Cuba? Tanto, come sempre succede, la voce amplificata è sempre quella del più forte, del più potente. È successo con il mediatico virologo ma il meccanismo è sempre lo stesso: l’accusa (falsa) fa il giro del mondo e la difesa rimane sterile tra i soliti noti.

Qualche giorno fa, sempre a proposito delle proteste a Cuba, hanno fatto il giro del mondo le immagini trasmesse da Fox news, il gigantesco network conservatore Usa visibile in tutto il pianeta, che mostra le proteste ritoccando il video e coprendo le scritte dei cartelli in mano ai manifestanti. Sapete cosa dicevano quei cartelli? Il primo cartello dice: “Le strade sono dei rivoluzionari”, la frase pronunciata dal presidente cubano Díaz-Canel pochi giorni fa, il secondo cartello dice: “Viva la Rivoluzione Cubana”. Non vi basta? Roberto Saviano pubblica la foto di una donna urlante scrivendo: “Cuba finalmente insorge contro la dittatura del partito comunista cubano e contro l’embargo. Cuba merita democrazia e la conquisterà”. Tutto giusto, per carità, peccato che quella donna sia Betty Pairol, sostenitrice del governo e attivista, che ha intimato ai social di correggere l’evidente manipolazione. Ovviamente non ha ottenuto risposta.

Ma gli esempi di disinformazione e bufale sono svariati, come ricostruisce Leonardo Filippi in queste pagine: immagini delle proteste in Egitto nel 2011 spacciate per foto di Cuba dieci anni dopo; immagini di cortei a Miami trasformate in foto di manifestazioni a L’Avana; immagini di manganellate in altre nazioni attribuite a Cuba; la folla del Primo Maggio cubano scambiata per manifestazione contro il governo; bandiere del movimento filo-castrista 26 luglio confuse con vessilli di associazione anti-castriste. Allora prima di esprimere qualsiasi giudizio e approfondire con le giuste analisi sarebbe il caso di trovare il coraggio di svestirsi una volta per tutte di questi pregiudizi tossici sulla pelle dei cubani. Mica solo per loro ma anche per noi, per rispetto della nostra intelligenza.

L’editoriale è tratto da Left del 23-29 luglio 2021

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SOMMARIO

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