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Il processo breve (secondo Salvini)

L’assessore leghista alla Sicurezza di Voghera ha sparato a un uomo di origini marocchine e lo ha ucciso. Salvini parla subito di legittima difesa, punta sul fatto che il presunto aggressore fosse straniero e riesce a rivittimizzare la vittima descrivendolo come un violento…

Volete spiare dal buco della serratura che Paese sarebbe questo con Salvini al governo? Eccolo qua: l’assessore leghista Massimo Adriatici che a Voghera ha la delega alla “sicurezza” ieri ha sparato e ucciso Youns El Boussetaoui, un 39enne marocchino. La nazionalità ci tocca metterla perché quando si tratta di leghisti purtroppo ci tocca sempre insozzarci del loro mondo diviso tra italiani e stranieri. Me ne scuso subito con i lettori.

«Stavo passeggiando in piazza Meardi quando ho notato quell’uomo infastidire i clienti di un bar», ha dichiarato Adriatici, ex funzionario di polizia, parlando al magistrato. «Mi sono avvicinato, l’ho redarguito invitandolo ad andarsene e a quel punto ho chiamato la polizia – ha aggiunto – Sentendo la mia telefonata, mi ha spinto facendomi cadere. È stato a quel punto che dalla pistola già impugnata è partito il colpo».

I fatti finora accertati dicono che l’uomo ucciso fosse probabilmente alterato dall’alcol e che sia stato colpito in pieno petto.

«Lo chiamavamo sceriffo per l’atteggiamento, che non era quello di un assessore. Il primo atto che ha fatto in comune è stato il Daspo a una persona che chiedeva l’elemosina», ha detto ieri il coordinatore del partito La buona destra di Voghera, Giampiero Santamaria. Tra le voci raccolte in paese c’è chi descrive la vittima come “non certo un delinquente, non era pericoloso. Era seguito dai servizi sociali e dalla Caritas”, “una persona problematica, non un aggressore. Era più da manicomio”. Poi c’è anche chi racconta che l’assessore leghista fosse abituato “a scendere per strada con la pistola”.

Ora arriva lo schifo vero. Matteo Salvini riesce a superarsi pubblicando un video in cui descrive Adriatici come la «vittima di una aggressione» che «ha risposto e accidentalmente è partito un colpo». Punta sul fatto che il presunto aggressore fosse straniero e riesce a rivittimizzare la vittima descrivendolo come un violento. Sul suo assessore invece dice che bisogna aspettare. Capito? Lo straniero è sicuramente colpevole perché “lo dicono gli abitanti di Voghera” mentre il suo assessore è un povero aggredito. Ma il vero capolavoro è la legittima difesa avvenuta con un colpo accidentale: un ragionamento talmente stupido che tremano le dita anche solo a riportarlo. Del resto, dai, diciamocelo, chi di noi non va al bar con in tasca una pistola con un colpo in canna e senza sicura che cadendo fa partire un colpo? È sempre la schifosa legittima difesa di Salvini: se sei bianco (meglio ancora settentrionale) e di fronte hai un disperato (meglio ancora straniero) hai sempre ragione. L’idea di giustizia è questa cosa qui. Sotto sotto c’è il messaggio che Salvini non dice ma che molti leghisti mettono nei commenti: “Il mio assessore è un figo e quell’altro è solo un marocchino in meno”. Un razzismo incondizionato che sta dietro a qualsiasi tentativo di ragionamento.

Eppure dovrebbe fare schifo anche solo un uomo delle istituzioni che spara durante una lite. Ma anche questo è esattamente il pensiero leghista: libera arma in libero Stato con libera impunità per il più forte. Ora chiudete gli occhi e immaginate il video di Salvini se a sparare “accidentalmente” fosse stato il marocchino: ecco spiegato tutto. Se volete provare ancora più nausea potete rileggervi le parole dell’eurodeputato leghista Angelo Ciocca: «Se non fosse stato per un assessore leghista, intervenuto a difesa di una donna molestata, ora staremmo parlando di violenza su una donna innocente. La morte è sempre da scongiurare, ma la dinamica è di #legittimadifesa».

Rimangono in sospeso alcune domande: come possono Pd e Leu continuare a restare al governo con uno così? Come può uno storico partito come i Radicali promuovere una raccolta firme per un referendum sulla giustizia con uno così?

Ieri avete assistito al “processo breve” secondo Salvini: “se è uno dei nostri è sicuramente innocente e ha fatto bene”.

Buon giovedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Il voltafaccia di Federica Angeli: basta accoglienza, meglio delle fioriere

C’è un numero, 41, che spiega la situazione meglio di qualsiasi altra cosa: 41 volte il presidio umanitario di Baobab Experience nei pressi della stazione Tiburtina a Roma è stato sgomberato. Per 41 volte i volontari hanno ritrovato i disperati lì il giorno successivo.

L’ultima è stata pochi giorni fa ma non ha fatto notizia: la Delegata della Sindaca alle Periferie, Federica Angeli (coraggiosa cronista di Repubblica che da anni racconta la mafia ad Ostia) festeggia il via dell’operazione «per ripristinare il decoro» annunciando «postazioni per car e bike sharing e per i monopattini» oltre a «parapedonali per delimitare la corsia preferenziale» e annuncia che «nei prossimi mesi sarà garantito anche un presidio costante da parte della Polizia di Stato» ma i volontari di Baobab Experience non ci stanno e rispondono: «In questi 4 mesi, lei (riferendosi a Angeli ndr) non ha trovato tempo e modo di ascoltare coloro che, volente o nolente, quel luogo che si pregia di aver reso finalmente decoroso lo vivono nel quotidiano. Quello che lei definisce “degrado” è la condizione in cui il Comune di Roma, che lei rappresenta, costringe a vivere donne, uomini e bambini migranti”. Scrive Baobab: «Prima si accoglie, poi si sgombera, prima si prendono in carico le persone, poi si mettono le fioriere e gli orti botanici, prima si parla di dignità degli esseri umani e poi di decoro di uno spazio fisico».

Baobab Experience è un’associazione di volontariato che offre supporto e prima accoglienza a donne, uomini e bambini in transito e assistenza legale, sportelli di inserimento lavorativo e abitativo, attività di formazione a richiedenti asilo e rifugiati. I volontari raccontiamo di documenti dei migranti e rifugiati, tavolini per la distribuzione dei pasti e effetti personali dei senza fissa dimora buttati via durante lo sgombero. Nella Capitale d’Italia ancora una volta si insiste con la retorica della “riconquista” di un luogo con le solite fallimentari soluzioni che “spostano” il problema (con l’aggravante che il “problema” sono le persone). Se l’avesse fatto Salvini ci sarebbe (giustamente) stato un’indignazione generale. Ma se lo fanno gli altri ce lo facciamo scivolare addosso? Siamo sicuri che sia etico così?

L’articolo Il voltafaccia di Federica Angeli: basta accoglienza, meglio delle fioriere proviene da Il Riformista.

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Peggio come previsto /3

Durante la discussione sul ddl Zan il Carroccio ha presentato 672 emendamenti. Secondo Salvini è così che si dialoga sulla norma, «come chiede il Santo padre». Mentre il leghista Borghi rispolvera l’inqualificabile assonanza tra Lgbt e Hiv

La discussione sul ddl Zan continua, anche se l’attenzione che ci sta intorno sembra un po’ calata perché sostanzialmente della legge (così come di tutto il resto) interessa parlarne solo quando serve a macinare un po’ di propaganda.

La giornata di ieri è stata significativa perché ha svelato per l’ennesima volta le reali intenzioni, i modi e gli interessi dei partiti in campo. Vale la pena farne un riassunto.

Partiamo dalle dichiarazioni: Renzi dice che in Senato “non ci sono i voti” continuando a dimenticare che i voti che mancano sono i suoi e l’altro Matteo (Salvini) annuncia di incontrare «alcune realtà del mondo gay» (probabilmente citofonando a qualcuno indicato da qualche suo elettore) augurandosi una giornata che metta «la parola fine allo scontro, con il dialogo». Dice Salvini: «Il dialogo è doveroso, lo chiede il Santo Padre, lo chiedono gli italiani».

Com’è andato il “dialogo” di Salvini? La Lega ha presentato 672 emendamenti, oltre a una ventina del presidente del Senato Calderoli (eh sì, Calderoli alla presidenza del Senato, ve lo eravate dimenticato siamo messi così). Ha perfettamente ragione Monica Cirinnà quando dice: «672 emendamenti solo dalla Lega . Concordati con Orbán? Ecco il dialogo auspicato da alcuni. Non abbiamo mai avuto dubbi. Condizioni politiche per mediazioni non ci sono mai state. Basta con la tattica. Basta insulti alla dignità delle persone. Ddl Zan subito e senza modifiche». Il dialogo è solo fuffa politica buttata lì per affossare tutto. Ora dovrebbe essere chiaro. 

Italia Viva aveva promesso di non presentare emendamenti e invece ne presenta quattro: due sono sottoscritti dal senatore Giuseppe Cucca insieme al capogruppo di Iv, Davide Faraone e altri due firmati da Cucca insieme al socialista Riccardo Nencini. Sempre a proposito di coerenza e di promesse labili.

In totale gli emendamenti superano quota mille per un testo di legge composto da nove articoli. Capite di cosa stiamo parlando?

Poi c’è la solita retorica. Totaro di Fratelli d’Italia dice «gli omosessuali sono specchietto per allodole da utilizzare per raggiungere determinati ambienti anche estremisti a cui si strizza l’occhio» facendo anche un po’ di revisionismo storico («Noi non accettiamo lezioni da Enrico Letta, da tutto quel mondo che rappresenta della sinistra perché abbiamo vissuto sulla nostra pelle la discriminazione dei vostri padri politici che discriminavano chi non la pensava come loro»).

Secondo il meloniano Iannone, il ddl Zan «vuole introdurre il gender in tutte le scuole di ogni ordine e grado». Aimi di Forza Italia ci illumina dicendo che «l’educazione appartiene al papà e alla mamma non deve entrare a scuola». La senatrice leghista Faggi (che ancora non ha imparato a coprirsi il naso con la mascherina) ci illumina dicendo: «Io ho fatto il sindaco venivo chiamata sindaca e dicevo no, sindaco perché non è un ruolo di genere ma di testa, di cuore» raccontandoci di avere «cresciuto una figlia da sola perché un uomo, mio marito mi ha lasciato dopo averla concepita. E sono riuscita da sola con il mio sesso, da donna» (sì, lo so, vi state chiedendo cosa c’entri con il ddl Zan: niente). Sul tavolo delle banalità e delle sciocchezze politiche si siede ovviamente di gran lena Daniela Santanchè che mette insieme tutte le banalità della destra: «Il ddl Zan serve a introdurre di fatto nel nostro ordinamento giuridico una fattispecie di reato cioè di opinione. Questa legge la vuole chi è schiavo del politicamente corretto. Il pensiero unico».

Ma l’apice lo raggiunge il leghista Borghi (che mica per niente è diventato noto per le sconclusionate cretinate che gli hanno fatto meritare qualche ritaglio di giornale) che twitta: «Terzo giornalista che chiama per sapere se sono vaccinato. Finora sono stato gentile, al prossimo parte il vaffanculo e la cancellazione dalla lista dei contatti. Perché questi eroi la prossima volta che intervistano un Lgbt non gli chiedono se è sieropositivo e se fa profilassi?”. Che l’Hiv fosse “la peste gay” e che le persone sieropositive siano da evidenziare con la linea viola intorno (ve la ricordate quella orrenda pubblicità?) era un’idea decaduta già negli anni 90. L’assonanza Lgbt=Hiv è qualcosa di bestiale da qualche decina d’anni ma Borghi, da buon leghista, riesce sempre a essere fuori dal tempo. Questi sono quelli con cui si dovrebbe mediare. Ognuno tiri le proprie conclusioni.

Buon mercoledì.

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Agnoletto a TPI: “Avevamo ragione noi: 20 anni dopo il liberismo ha provocato pandemia, alluvioni e miseria”

Vent’anni fa Vittorio Agnoletto a Genova coordinava le manifestazioni contro il G8 come portavoce del “Genoa Social Forum”. L’anno successivo diventò membro del Consiglio Internazionale del Forum Sociale Mondiale (WSF) e a quei temi ha dedicato tutta la sua vita, i suoi studi e la sua attività. Per TPI l’abbiamo intervistato per provare a fare il punto su questi ultimi 20 anni.

Agnoletto, alla fine avevate ragione voi?

Credo che qualunque persona onesta e in buona fede debba riconoscere che avevamo ragione noi, non c’è ombra di dubbio. Possiamo rivedere alcuni dei temi di quel grande movimento che non fu nazionale ma mondiale (si manifestò a Seattle nel novembre del ’99, poi a Porto Alegre nel gennaio del 2001 e poi attraverso i Forum Sociali si diffuse in tutto il mondo). Fu definito erroneamente No Global ma fu il movimento più globale che la storia umana abbia mai sperimentato fino ad oggi: passa da Dacca a Nairobi, Porto Alegre fino a Parigi. Si contestava la globalizzazione liberista, che metteva davanti i profitti di pochi rispetto ai diritti di molti, si proponeva un mondo incentrato sui diritti. Era insomma un movimento molto più propositivo che contestativo.

Quali erano i punti principali?

All’assemblea del 16 luglio del 2001, quella di apertura, interviene il sociologo Walden Bello e dice: “se andrà avanti questo modello di sviluppo incentrato sullo sfruttamento di ogni centimetro quadrato del pianeta, si svilupperanno dei cambiamenti climatici che metteranno in discussione la permanenza delle persone in alcune regioni e produrranno processi migratori”. Tre anni dopo abbiamo avuto lo tsunami, e arrivando ai giorni nostri l’alluvione in Germania e le temperature fino a 50 gradi in Canada. La pandemia stessa è figlia di questo modello di sviluppo: la coltivazione massiva e gli allevamenti intensivi degli animali favoriscono la zoonosi, cioè il salto di specie dell’agente infettivo dagli animali all’uomo.

Oppure pensiamo alle dichiarazioni, sempre quel 16 luglio, dell’economista Susan George: “se andrà avanti il dominio della finanza speculativa sull’economia reale l’Europa andrà incontro a una crisi economica e sociale senza precedenti dal dopoguerra in poi”. Noi l’abbiamo sperimentata nel 2007 e nel 2009 e la stiamo vivendo ora. Allora ci battevamo al fianco di Mandela e del Sudafrica per permettere l’accesso ai farmaci contro l’Aids; siccome i prezzi erano troppo alti e le aziende farmaceutiche si rifiutavano di discuterne, Mandela autorizzò la produzione saltando i brevetti. Finì davanti al tribunale dell’Organizzazione mondiale del commercio, trascinato da 39 multinazionali del farmaco sostenute dalla UE.

Ancora oggi abbiamo da una parte Paesi che chiedono di superare i brevetti dei vaccini Covid e dall’altra l’Europa che è diventata il maggior difensore di Big Pharma. Un pugno di consigli di amministrazione di aziende farmaceutiche tiene nelle mani il destino di più di 7 miliardi di persone. Quei temi sono attualissimi. Solo che allora dicevamo “un altro mondo è possibile” oggi siamo obbligati a dirci che un altro mondo è urgentemente necessario.

Quali di questi temi sono stati veramente assorbiti dalla politica più istituzionale? Non c’è il rischio che rimangano temi da attivisti e non vengano adottati nell’agenda dei partiti politici che determinano davvero le sorti dell’umanità?

Siamo in una fase molto delicata, perché questi temi stanno entrando sempre più nella consapevolezza collettiva (in questo anche la predicazione di Papa Francesco ci aiuta) e diventano in gran parte senso comune. Il potere, non ritenendo più di essere in grado di contrastare la nostra narrazione, si appropria di alcune parole e le pubblicizza a copertura di politiche che vanno nella direzione opposta. Pensiamo all’utilizzo dei fondi che arrivano dalla UE sotto l’etichetta dell’ambientalismo: andiamo a vedere i progetti finanziati e ci ritroviamo le grandi opere, che provocano ulteriore distruzione dell’ambiente. Però il fatto che cerchino di presentarle sotto false vesti utilizzando le nostre parole è un segno di debolezza del potere.

In questi giorni le ricostruzioni su Genova raccontano piazza Alimonda con gli occhi puntati sull’estintore e non sulla pistola…

L’attenzione non va nemmeno puntata sulla pistola, abbiamo bisogno di una serie di fotogrammi di cui la pistola è solo l’ultimo. Piazza Alimonda è frutto della decisione autonoma formalmente presa da un capitano dei Carabinieri (non sappiamo su indicazione di quale vertice dell’Arma o di quale vertice politico) di non rispettare le indicazioni date dalla Polizia (che governava la gestione della piazza) e fermare il plotone sul tragitto del corteo delle tute bianche regolarmente autorizzato e in dissenso con la Polizia, scatenando un assalto violentissimo.

A quel punto non potendo scappare da un lato o indietreggiare l’unica via di fuga porta a piazza Alimonda: siamo di fronte a un grandissimo pericolo costruito ad hoc da una scelta scellerata e illegale. In piazza Alimonda, poi, viene puntata la pistola. Carlo Giuliani non è certo uscito di casa con l’estintore. È uscito con un costume perché pensava di andare al mare. Carlo si trova lì in mezzo, sta scappando, vede un carabiniere che punta la pistola verso i manifestanti. Prendere l’estintore è l’unico modo per interrompere un’azione che poteva diventare omicida e invece quell’azione rimane omicida ed è Carlo a farne le spese. Questo è importante per capire tutta la dinamica.

Non ha la sensazione che molte delle vostre parole di quegli anni oggi vengano superficialmente trattate come vecchie e fuori dal tempo per non essere prese in considerazione?

Questi vocaboli non invecchiano ma ci stanno rincorrendo, solo che loro vorrebbero trasformarli in banalità e svuotarli di senso. Eppure oggi non c’è un media che non citi il concetto dei beni comuni, che non esisteva fino al 2001. Il primo bene comune a cui pensammo fu l’acqua, oggi ancora usano la parola “bene comune”, eppure si dimenticano di spiegare che l’acqua nel dicembre del 2020 è stata quotata in borsa a Wall Strett, rischiando di portare a una privatizzazione globale. C’è il tentativo di manipolare le nostre parole, sterilizzarle e renderle innocue.

Come si racconta Genova alle generazioni che non l’hanno vissuta?

In modo molto semplice: a un certo punto decide e decine di milioni di persone in tutto il mondo si sono rese conto che la condizione della popolazione mondiale continuava a peggiorare e non accettavano un mondo dove il 20% della popolazione possedeva l’80% della ricchezza. Quindi hanno avanzato proposte per costruire un mondo più giusto e il potere non ha ascoltato, non ha discusso ma ha reagito con la forza fregandosene delle regole, delle Costituzioni e delle leggi, applicando unicamente la legge del più forte per stroncare il movimento, affiancati dall’operazione mediatica di delegittimazione del movimento.

Leggi anche: 1. A Genova, 20 anni fa, oltre a un ragazzo è morta la speranza e un bel pezzo di sinistra (di Marco Revelli) / 2. Ambiente, migranti, razzismo: noi, popolo di Genova, avevamo capito tutto con 20 anni di anticipo

L’articolo proviene da TPI.it qui

Le dittature che dovremmo temere

Pegasus è uno spyware usato contro attivisti, giornalisti e oppositori politici. Il rischio è così grande, e verificato, per i diritti umani e la politica, che forse meriterebbe un’attenzione generale

Siamo in un tempo in cui molti scorgono una dittatura al giorno. Funziona così, purtroppo: a furia di coltivare consenso facendo leva su un presunto pericolo ci si è ritrovati ad avere bisogno di un pericolo al giorno, che sia un pericolo basico, qualcosa che si possa spiegare in poche righe o che possa essere contenuto nei pochi caratteri dei social, qualcosa che accenda indignazione ma che non richieda particolare coraggio alle forze politiche. Ne è venuto fuori un mondo che appare ogni giorno sotto attacco come se finisse il mondo ma poi le vite di tutti scorrono tranquillamente fino al giorno successivo, nulla cambia, si rimane in attesa soltanto del prossimo pericolo.

Ieri su Twitter spopolava l’hashtag #vienegiututto, per dire, a proposito dei vaccini. Poi c’è la dittatura sanitaria, l’immancabile straniero che contagia e che delinque, il politicamente corretto che vi brucerà tutti i dvd che avete in casa, il gender che vi insozzerà i figli, le tasse che vi ritrovereste a pagare nel caso diventiate ricchissimi e via così.

In tutto questo frastuono è uscita una notizia che è passata sotto traccia, una di quelle che invece richiederebbe alla politica competenza e capacità di diplomazia, un fatto su cui sarebbe stato utile e sano sentire i pareri della nostra classe dirigente, assistere alla costruzione di possibili soluzioni e contribuire al racconto di ciò che accade: secondo un’indagine che ha riguardato 50.000 utenze telefoniche divenute pubbliche e oggetto di potenziale sorveglianza – tra cui quelle di capi di stato, attivisti, giornalisti e i familiari di Jamal Khashoggi -, lo spyware “Pegasus” dell’azienda israeliana NSO Group è usato per facilitare violazioni dei diritti umani a livello globale e su scala massiccia. Lo racconta “Pegasus Project”: un progetto nato dalla collaborazione tra oltre 80 giornalisti di 17 mezzi d’informazione di 10 paesi, sotto il coordinamento di Forbidden Stories, un organismo senza scopo di lucro che ha sede a Parigi, con l’assistenza tecnica di Amnesty International, che ha analizzato i telefoni cellulari per identificare le tracce dello spyware. Si è dovuto attendere l’inchiesta pubblicata su 16 testate tra cui Le Monde, The Guardian, The Washington Post e Süddeutsche Zeitung per provocare una reazione vera.

Da una parte c’è la difesa poco credibile dell’azienda israeliana che si proclama innocente: «Vendiamo i nostri prodotti solo a governi riconosciuti, con un processo che abbiamo descritto in piena trasparenza» ha scritto in un comunicato, ripetendo la versione ben nota che «la nostra tecnologia previene atti di terrorismo, pedofilia, traffico di stupefacenti e aiuta nella ricerca di persone scomparse. La nostra società salva vite umane». In pratica sarebbe addirittura un ente benefico, colpa nostra che ci permettiamo di parlarne.

Durante l’indagine, nonostante i costanti dinieghi della NSO Group, sono emerse prove secondo le quali la famiglia del giornalista saudita Jamal Khashoggi è stata presa di mira dallo spyware Pegasus prima e dopo la morte di quest’ultimo, il 2 ottobre 2018, a Istanbul ad opera di agenti dello stato saudita. Il Security Lab di Amnesty International ha verificato che lo spyware Pegasus si era installato sul telefono di Hatice Cengiz, la fidanzata di Khashoggi, quattro giorni prima del suo assassinio. Erano stati sorvegliati anche la moglie di Khashoggi, Hanan Elatr, tra settembre 2017 e aprile 2018, il figlio Adallah e altri familiari in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti.

L’indagine ha finora individuato almeno 180 giornalisti in 20 stati – tra cui Azerbaigian, India, Marocco e Ungheria, dove la repressione contro il giornalismo indipendente è in aumento – potenziali bersagli dello spyware della NSO Group tra il 2016 e giugno 2021.

L’indagine evidenzia i pericoli globali causati dalla sorveglianza illegale: in Messico, il telefono del giornalista Cecilio Pineda era stato infettato dallo spyware Pegasus poche settimane prima del suo omicidio. Il “Pegasus Project” ha individuato almeno 25 giornalisti messicani presi di mira in poco più di due anni. La NSO Group ha dichiarato che, anche se il telefono di Pineda fosse stato infettato, le informazioni raccolte dallo spyware non avrebbero potuto contribuire alla sua morte; in Azerbaigian, uno stato dove riescono ancora a operare ben pochi organi d’informazione indipendenti, sono stati spiati oltre 40 giornalisti. Il Security Lab di Amnesty International ha verificato che il telefono di Sevinc Vaqifqizi, una freelance della tv indipendente Meydan, è stato infettato per due anni fino al maggio 2021; in India, almeno 40 giornalisti di praticamente tutti i principali mezzi d’informazione sono stati spiati tra il 2017 e il 2021. I telefoni di Siddharth Varadarajan e MK Venu, cofondatori dell’organo d’informazione indipendente The Wire, sono stati spiati anche nel giugno 2021; sono stati scelti come potenziali bersagli dello spyware Pegasus giornalisti di grandi testate internazionali, come Associated Press, CNN, The New York Times e Reuters. Tra i giornalisti di più alto livello figura Roula Khalaf, direttrice del Financial Times.

I fatti parlano chiaro. Pegasus quando s’installa subdolamente sul telefono della vittima consente di accedere ai messaggi, ai contenuti media, alle mail, al microfono, alla telecamera, alle chiamate e ai contatti. L’ideale contro gli oppositori e gli attivisti dei diritti umani.

Mi pare un rischio così ampio, così verificato, che interessa così tanto la politica e i diritti umani che forse meriterebbe un’attenzione generale. Perché altrimenti accade sempre la stessa cosa: siamo circondati da pericoli immaginari e intanto ci perdiamo quelli reali che riescono a non farsi notare. Che poi è proprio la strategia dei poteri che vogliono confondere per poter continuare ad agire illecitamente. Pensa che mondo sarebbe se ce ne accorgessimo per tempo.

Buon martedì.

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Gli eroi senza coraggio

Se Salvini e Meloni sono contrari alle chiusure, sono contrari al Green pass, sono contrari ai vaccini, esattamente come pensano di poter uscire dalla pandemia? È una domanda semplice semplice…

Non è difficile essere Matteo Salvini o Giorgia Meloni, basta intestarsi al meglio tutte le battaglie fuori dal governo senza però mai spendersi per proporre delle soluzioni. Facile facile. Piuttosto irresponsabile, certo ma in termini di voti funziona eccome.

C’è una parte del Paese che, seguendo la scienza, è convinta che la campagna vaccinale sia la più veloce e possibile soluzione per uscire dal virus. Per chi non se ne fosse accorto è anche la posizione del governo Draghi che, fin dall’inizio, ha parlato di «rischio ragionato» (e quanto sia stato ragionato ce lo diranno le prossime settimane) senza mai prescindere dalla campagna vaccinale.

Dall’altra parte ci sono quelli che, spesso appellandosi a tesi piuttosto squinternate, credono che il vaccino non possa essere l’elemento imprescindibile per uscire dalla pandemia e rivendicano la libertà di scelta.

Poi c’è una terza parte che invece non vale la pena nemmeno prendere sul serio che ipotizza 5G, complotti internazionali e altre cretinerie varie.

I secondi e i terzi di questo terzetto nazionale sono elettori in gran parte di Salvini e Meloni, sono quelli che hanno additato Speranza come artefice di tutti i mali e che rivendicano la libertà di ammalarsi e sostanzialmente di rimando anche il diritto di fare ammalare gli altri.

Salvini e Meloni, con ben poco coraggio, navigano nelle acque dei dubbiosi e dei contrari senza nemmeno la dignità di prendersene la responsabilità, come succede spesso su diversi argomenti. Ieri il capogruppo Francesco Lollobrigida, capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia (nonché cognato di Giorgia Meloni, sempre a proposito di merito e di familismo) in una mostruosa intervista a Repubblica dice: «Sì, mi sono vaccinato, con Johnson, dopo avere preso il Covid. Ma non consiglierei a nessuno sotto i 40 anni di farlo, perché la letalità è inesistente», dimostrando di non avere capito nulla della funzione dei vaccini per impedire l’eccessiva circolazione del virus e il comparire di altre varianti.

Salvini è sulla stessa scia. Ha detto ieri: «Mi rifiuto di vedere qualcuno che insegue mio figlio che ha 18 anni con un tampone o con una siringa. Prudenti sì, terrorizzati no». Eppure sono proprio i più giovani quelli da mettere in sicurezza.

A proposito: Giorgia Meloni un mese fa ha detto di avere prenotato il vaccino ma poi non si hanno più avuto notizie. Matteo Salvini invece non è riuscito per mesi a prenotare la vaccinazione (ma guarda un po’) e ora ci avvisa che la farà ad agosto. Però, dice Salvini, niente foto sui social. Avete letto bene: l’uomo che fotografa tutto quello che mangia, ci dice che non fotograferà il vaccino.

Ora sorge spontanea una domanda: se Salvini e Meloni sono contrari alle chiusure, sono contrari al Green pass, sono contrari ai vaccini, esattamente come pensano di poter uscire dalla pandemia? È una domanda semplice semplice. Credono che non ci sia nessuna pandemia? Perfetto, con coraggio ce lo dicano. Siamo qui ad aspettare con il taccuino aperto.

Buon lunedì.

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A mare il prossimo

È una lurida storia di mandanti, di sicari, di colletti bianchi e di tossicità dell’informazione. Nei manuali dell’orrore degli anni che verranno studieremo la sordida condotta che ha permesso all’Italia di pagare alla luce del sole i suoi killer. Tutto regolare, tutto in pubblico senza nemmeno prendersi la briga di incrociarsi almeno nei cessi. C’è un voto del Parlamento che a stragrande maggioranza dice sì, hanno fatto un buon lavoro, paghiamoli bene, paghiamoli ancora.

C’è, in sostanza, questo Bel Paese che ha la sfortuna di affacciarsi sul mare. Di là dal mare c’è un continente che sta sotto la linea dell’umanità: se nasci qualche chilometro più giù passi tutta la vita a liberarti dal male, ma non puoi permetterti di spostarti. È il nazionalismo, bellezza: ti meriti il posto in cui sei nato e se nasci in un posto sfigato sono problemi tuoi. Ne è uscito un mondo in cui nel giro di pochi chilometri si passa dalle nascite tutte piene di tutine regalate dai parenti a quelle figlie di qualche stupro che non hanno nemmeno il tempo di togliersi di dosso la placenta. Un continente depredato, che ora si permette addirittura il lusso di dolersi, che vergogna. Che facciamo quindi? Lo chiudiamo, hanno pensato quelli nati dalla parte fortunata del mondo, come certi vasetti ormai scaduti e andati a male, quelli che puzzano, e poi pensiamo a dove buttarli.

Paghiamoli tanto, bene e ancora

Il Parlamento ha votato compatto per il tappo: paghiamo la Libia per disinfettarci da questo puzzo che arriva dall’Africa. Paghiamoli tanto, paghiamoli bene, paghiamoli ancora. Se la cosiddetta Guardia costiera libica e i miliziani libici sono i sicari, allora viene facile capire che esistano dei mandanti. «Per trovare i mandanti seguite i soldi», diceva Giovanni Falcone. Eccoli qui, alla luce del sole, i soldi: la riunione della Cupola è stata trasmessa in diretta, perfino stenografata, non c’è nemmeno bisogno di indagini. Mandanti e sicari delle morti in Libia e nel Mediterraneo hanno nomi e cognomi, i dettagli della trattativa sono protocollati in cinque anni di iter parlamentari, ci sono perfino le immagini dei buoni che addestrano i cattivi a fare il lavoro sporco, fingendo di farlo in democrazia.

Quali sono le regole di ingaggio della missione internazionale dell’Italia in Libia? Nascondere il problema, annacquarlo ed eliminarlo con furbizia. I centri di detenzione libici sono le strutture legittimate per il sequestro, come avviene per la selezione all’ingresso dei locali che contano: siete troppo poveri e siete troppi per entrare, ci dispiace, vi teniamo qui in cantina. E che accade lì in cantina? Stupri, violenza, richieste di soldi, altri soldi per partire e poi accade che i carcerieri di giorno diventino guardacoste di notte, quelli che li imbarcano per farli partire sono gli stessi che li accalappiano come cani, in mezzo al mare per riportarli indietro. Così il giro ricomincia. Altre botte, altri soldi, altri stupri e poi ripartire per farsi riprendere al giro successivo. Il girone infernale libico è un continuo giro su sé stessi, la tortura di chi annusa la possibilità di essere libero e poi rimane con un groppo in gola.

Il parlamento ha votato compatto: l'Italia continuerà a pagare i miliziani e la guardia costiera libica per limitare gli sbarchi
Migranti recuperati in mare e portati in Libia (Getty)

Libia, il sacchetto dell’umido dei pezzenti del mondo

Il voto alla Libia perché continui ad essere il sacchetto dell’umido dei pezzenti del mondo l’hanno dato quegli stessi parlamentari che si occupano contriti dei diritti di tutto lo scibile umano, politici che si battono per le troppe proteine nelle diete dei gatti, che si immolano per il diritto delle bibite di essere gasate, che vanno alla guerra per orpelli e croci negli uffici, che si struggono per la dignità di Romagna mia, che abbracciano gli ulivi, che alacremente pugnano sui colori degli smalti. Niente, di questi vicini di casa che abitano al piano di sotto e banchettano con i cadaveri non si riescono proprio a interessare. Sono gli stessi parlamentari che si fanno sanguinare gli occhi per qualsiasi notizia che scorgono nel giornaletto più sconosciuto dell’angolo più sconosciuto del mondo, se ci racconta di un cartone animato censurato, ma che non leggono i commenti dell’Onu: «Ribadisco che la Libia non è un porto di sbarco sicuro per migranti e rifugiati», ha detto ieri l’inviato del segretario generale Onu in Libia, Jan Kubis, mentre implorava davanti al Consiglio di sicurezza lo stop alla cooperazione nei respingimenti dei migranti.

Da corpi a numeri, così la vita diventa trasparente

La tossicità dell’informazione ormai è consolidata: ci sono voluti anni ma è bastato disumanizzare i disperati per rendere trasparente la loro disperazione, è bastato togliere i corpi e farli rimanere numeri. «Dall’inizio dell’anno sono state catturate in mare e riportate nei campi di prigionia 16.026 persone. Tra queste, almeno 386 minorenni maschi e 176 ragazzine», urlano le organizzazioni umanitarie. Numeri che passano. L’importante è che non si vedano i corpi e che “quelli” non abbiano occasione di proferire parola per raccontare le loro storie.

Il parlamento ha votato compatto: l'Italia continuerà a pagare i miliziani e la guardia costiera libica per limitare gli sbarchi
Migranti provenienti dalla Libia nel porto di Catania (Getty)

Ecco il patto: voi libici pensate all’infiltrazione che arriva dal mare e tappatela come potete, evitando che i corpi galleggino e voi turchi curatevi dell’infiltrazione via terra, evitando che arrivino le grida.

Cosa potrebbe andare storto ora? Tanto i disperati non potranno mica piovere dal cielo. Ben fatto deputati italiani, ora potete stare sicuri nelle vostre tiepide case e godervi il week end. E mi raccomando: non dimenticatevi di fotografarci la vostra prossima grigliata o il vostro alluce sulla spiaggia. Normalità, normalità: normalizzare è il primo passo per una buona disinfezione.

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Mandanti di torture, omicidi e schiavitù

Per il quinto anno la Camera ha deciso di finanziare le combriccole criminali libiche subappaltando i confini, legittimando le violenze e calpestando i morti

Palazzotto, Bersani, Boldrini, Bruno Bossio, Cecconi, Conte, De Lorenzo, Dori, Ehm, Fassina, Fioramonti, Fornaro, Fratoianni, Fusacchia, Lattanzio, Lombardo, Magi, Muroni, Orfini, Pastorino, Pini, Raciti, Rizzo Nervo, Sarli, Stumpo, Suriano, Termini, Timbro, Trizzino, Pollastrini: sono i nomi dei 34 voti contrari al rifinanziamento libico che per il quinto anno consecutivo il Parlamento ha deciso di destinare alle combriccole criminali di uno Stato fallito subappaltando i confini, legittimando le violenze e calpestando i morti.

Teneteli bene a mente quei nomi perché sono gli unici che non hanno fatto finta di non vedere ciò che sa tutto il mondo: la Libia è porto di morte, tappo di un’umanità che sanguina e che annega. Le violazioni dei diritti umani sono documentate tra le carte di tutte le più importanti organizzazioni internazionali e umanitarie eppure nel nostro Parlamento non valgono nemmeno un’unghia. Terranno pronta al massimo qualche postura del lutto preconfezionata nel caso di qualche morto spettacolare che sfortunatamente ritorni a galla.

Teneteli bene a mente, uno per uno, i nomi di quelli che chiamano “salvataggi” le operazioni di sequestro della cosiddetta Guardia costiera che raccoglie i disperati per riportarli nei centri di detenzione illegali che sono lager a cielo a aperto. Tenete bene a mente i nomi di quelli che riescono a rimanere indifferenti agli spari. Tenete bene a mente i nomi di quelli che sono giorni che si fingono cristiani e invece sono il concime perfetto per i cadaveri al di là delle nostre coste.

Tra gennaio e giugno del 2021 le missioni “di soccorso” dei guardacoste libici sostenuti dall’Europa hanno intercettato in mare e riportato in Libia circa 15mila persone, più che in tutto il 2020. Nei primi sei mesi del 2021 nel Mediterraneo centrale sono morti annegati oltre 700 migranti e rifugiati. Persone intervistate da Amnesty international hanno spesso dichiarato che, durante la traversata, avevano visto degli aerei sopra di loro o delle navi nei paraggi che rifiutavano di offrire assistenza, mentre i guardacoste libici si avvicinavano. L’Italia e altri stati membri dell’Unione europea hanno continuato a garantire assistenza materiale, come ad esempio motovedette, ai guardacoste libici e stanno lavorando alla creazione di un centro di coordinamento marittimo nel porto di Tripoli, prevalentemente finanziato dal Fondo fiduciario dell’Unione europea per l’Africa.

«Nonostante le massicce prove dei comportamenti sconsiderati, negligenti e illegali dei guardacoste libici in mare, e delle sistematiche violazioni dei diritti umani nei centri di detenzione a seguito dell’intercettamento in mare, i partner europei continuano a sostenere i guardacoste libici che riportano a forza le persone in Libia, a soffrire di nuovo quegli stessi abusi da cui erano fuggite», ha commentato Diana Eltahawy, vicedirettrice di Amnesty international per il Medio Oriente e l’Africa del Nord.

Qualcuno dice che il nostro governo è complice. No, no: sono i mandanti.

Buon venerdì.

Per approfondire, leggi l’articolo di Stefano Galieni su Left del 16-22 luglio 2021

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SOMMARIO

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Dramma migranti: oltre 1 milione di persone recluse tra torture e stupri in Libia. E Di Maio nega l’evidenza…

Eccoci qua, siamo a un passo dal rifinanziamento del governo italiano alla Libia e ricomincia il solito disgustoso balletto dei distinguo, della voluta cecità e della codardia di governo. Non servirà nemmeno ricordare cosa fece la motovedetta Ras Jadir regalata ai libici durante il governo Gentiloni e utilizzata pochi giorni fa per speronare e sparare contro una barca di disperati.

Si dimenticheranno anche quella, vedrete, sicuro. E fingeranno di non sapere che circa 1,3 milioni di persone in Libia abbiano bisogno di assistenza umanitaria (di cui 348mila bambini) e invece ricevono botte, violenza, stupri, prigionia illegale e talvolta la morte. Fingeranno di non sapere che Amnesty International ha calcolato 11.891 rifugiati e migranti nel 2020 riportati indietro sulle spiagge libiche dalla cosiddetta Guardia costiera libica che noi italiani abbiamo addestrato e rifornito di mezzi per accalappiare come cani in mezzo al mare quelli che riescono a scappare per tenere pulite le coste e le coscienze di questa Italia (e questa Europa a non vigilare dall’alto) che ha subappaltato anche la propria dignità insieme ai confini.

Il capo missione dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), Federico Soda, osserva che se gli ospiti dei campi ufficiali sono circa quattromila, mancano all’appello ottomila dei migranti catturati solo lo scorso anno. Alcuni vengono assistiti nei programmi dell’Unhcr o dell’Oim. Ma ne risultano svaniti ancora troppi. «Dobbiamo pensare che vengano trasferiti in campi non ufficiali, di cui nessuno conosce il numero», dice Soda. Fingeranno di non avere sentito le Nazioni Unite e la Commissione europea che hanno ripetuto fino allo sfinimento che no, la Libia non può essere considerata un porto sicuro e figurarsi se possa essere legittimo perfino finanziarla come palestra di prigionia e morte. Si fingerà di non ricordarsi che tutti i governi italiani che si sono succeduti, al di là delle diverse composizioni politiche, si sono ugualmente concentrati nell’impedire le attività delle navi umanitarie.

Come ha scritto Duccio Facchini su Altraeconomia: «L’Italia continua senza sosta ad assistere ed equipaggiare la cosiddetta Guardia costiera libica per intercettare le persone nel Mediterraneo e respingerle sulle coste nordafricane. Tra la fine del 2020 e i primi tre mesi del 2021, i soli appalti in capo al Centro navale della Guardia di Finanza sono stati oltre 50 per un valore complessivo di circa sette milioni di euro (da aggiudicare o in via di imminente aggiudicazione)». Fingeranno di non avere letto la nota congiunta, Asgi, Emergency, Medici Senza Frontiere, Mediterranea, Oxfam e Sea-Watch hanno chiesto al Parlamento di istituire una Commissione di inchiesta, che indaghi sul reale impatto dei soldi spesi in Libia e sui naufragi nel Mediterraneo e di presentare un testo che impegni il Governo a: interrompere l’accordo Italia-Libia, dare l’indirizzo a non rinnovare le missioni militari in Libia, chiedendo la chiusura dei centri di detenzione nel Paese nord-africano, dare mandato per l’istituzione di una missione navale europea con chiaro compito di ricerca e salvataggio delle persone in mare e promuovere la revoca dell’area di ricerca e soccorso libica, poiché solo finalizzata all’intercettazione e al respingimento illegale delle persone in Libia.

E chissà che ne dice il Pd, con la sua presidente Valentina Cuppi che in diverse interviste insiste nel rimarcare la contrarietà al rinnovo del sostegno italiano ricordando come perfino l’Assemblea del partito abbia votato convintamente contro il rifinanziamento. Palazzotto (LeU) e Boldrini (Pd) hanno depositato alcuni emendamenti per bloccare i finanziamenti. Il segretario Letta un po’ plasticamente propone di “responsabilizzare l’UE”, con una mossa che suona di diplomatico scaricabarile facendo infuriare Orfini che ricorda che «collaborare con la cosiddetta guardia costiera libica significa divenire corresponsabili di quei crimini. Poco cambia se chiediamo di farlo all’Europa. Anzi, non cambia nulla». Il ministro Di Maio invece ieri si è svegliato dicendoci che «il governo italiano non ha disposto e non disporrà finanziamenti a favore della guardia costiera libica». Cioè ci siamo inventati tutto, da sempre. Lui la risolve così: negando l’evidenza. Ora siamo al voto, intanto il sangue scorre.

L’articolo Dramma migranti: oltre 1 milione di persone recluse tra torture e stupri in Libia. E Di Maio nega l’evidenza… proviene da Il Riformista.

Fonte

Peggio come previsto /2

Secondo giorno di discussione del Ddl Zan in Senato, mentre continua la corrispondenza di amorosi sensi tra i due Mattei. Pensavate di avere ormai visto di tutto? No, per niente. Tenetevi forte…

Secondo giorno di discussione del Ddl Zan in Senato. Pensavate di avere ormai visto di tutto? No, per niente. Tenetevi forte.

Seconda giornata di discussione in Senato e continuano gli amorosi sensi tra i due Mattei, manco a dirlo. Dopo la bocciatura delle pregiudiziali, Palazzo Madama ha respinto anche la questione sospensiva sull’esame del provvedimento sul contrasto della discriminazione o violenza per sesso, genere e disabilità. Ma lo stop è passato solo per un voto: 136 senatori hanno votato per continuare la discussione, 135 per sospenderla. Molte le assenze, soprattutto nel centrodestra e infatti Giorgia Meloni si è parecchio arrabbiata perché avrebbero potuto facilmente “affossare subito” la legge. A proposito di mediazioni da trovare.

Ma la mediazione migliore è quella tra Renzi e Salvini e i loro scudieri: «Immaginate cosa potrà accadere con voto segreto. I numeri sono a rischio, serve un grande accordo perché a scrutinio segreto questa legge non passa», dice Renzi e Salvini ci mette del suo facendo venire il dubbio che condividano lo stesso ufficio stampa dicendoci che «Se Letta e il Pd insistono a non voler ascoltare, dialogare e trovare una soluzione, la legge è morta». Poi interviene Salvini e i renziani si sono prodotti in un fragoroso e sentimentalissimo applauso. Ma non solo: Monica Cirinnà del Pd pubblica il video (del resto non è politicamente rilevante che salviniani e renziani si corteggino con tanto trasporto?) e il capogruppo Faraone si arrabbia: «La senatrice Cirinnà ha pubblicato un video fatto col suo telefonino rendendomi oggetto di una lapidazione social», ha detto raccogliendo la solidarietà della presidente del Senato. Capito? Nemmeno un dubbio che la “lapidazione social” (che loro chiamano di solito dissenso quando viene praticata dai loro fan) sia dovuta a un comportamento pessimo. Nessuno.

Poi c’è la carrellata di cretinerie che si sono trasferite dai peggiori giornali di destra direttamente in Aula. Barbaro di Fratelli d’Italia dice: «Ognuno deve essere libero di esprimere opinioni anche non condivise. Non possiamo permettere la limitazione della libertà di pensiero». E ha ragione, infatti non c’è nessuna limitazione di pensiero a patto che chi esprime un’opinione si ricordi di tenere in cantina i manganelli. Perosino (sempre di FdI) ci fa sapere che «tra l’altro anche i musulmani sono contrari al #ddlZan » dicendoci che questa legge «è la costruzione di un concetto nichilista della società, ha gli stessi sintomi della caduta dell’impero romano». Ah beh. Poi è il turno del fuoriclasse leghista Pillon: «Si potrà dire che due uomini sono famiglia, due donne sono famiglia…». Pensa te. E poi: «I bambini hanno diritto a non essere acquistati su internet«. E poi ancora: «Tutti abbiamo esultato per la vittoria dell’Italia agli Europei. È stato interessante vedere quale è stata la prima reazione dei giocatori. Non hanno telefonato al genitore 1 o al genitore 2. Hanno chiamato la mamma».

Vale riprendere le parole di Simone Alliva (preziosissimo nel seguire l’iter e la discussione della legge) che dice: «L’attacco sistematico a forme non eteronormate di identità è la musica di queste giornate in Senato sul #ddlZan. Sortisce l’effetto di trasformare in oggetto ridicolo o degradato chiunque non corrisponda agli standard. Così si può odiare senza vergognarsi. Perché si odia qualcuno che non è più umano, che è stato disumanizzato. Per odiare delle categorie di persone prima è necessario disumanizzarle. Lo ha fatto per lunghissimi minuti Pillon parlando di persone transgender e ridicolizzando la varietà della comunità».

Insomma se ci pensate è sempre il solito gioco contro i fragili o i disperati: una volta erano i terroni, poi i migranti, poi i poveri, poi i giovani, poi gli studenti e ora la comunità Lgbt. Per questo l’attuale dibattito è qualcosa che ci interessa molto da vicino: per affermare i diritti la Storia ci insegna che bisogna sempre scavalcare gli avvelenatori di pozzi travestiti da benpensanti.

Buon giovedì.

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