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La trasformazione è avvenuta: Renzi come Berlusconi anche nel ruolo di perseguitato dalla magistratura

La trasformazione lemme lemme sta arrivando a compimento, ormai i segnali ci sono tutti e risulta perfino grottesco assistere al goffo tentativo di mimetizzazione o addirittura di negazione.

Matteo Renzi risulta indagato per finanziamento illecito e false fatturazioni insieme al manager dei vip Lucio Presta in un’inchiesta che riguarderebbe bonifici da quasi 750mila euro versati dall’agente delle star all’ex premier per il documentario Firenze secondo me e alcuni contratti per la cessione di diritti d’immagine.

In sostanza ai magistrati risulta strano che qualcuno dia così tanto credito all’immagine di Renzi che poi nei fatti risulta risibile e fallimentare (quel progetto televisivo è diventato un alambicco per pochi): su questo non possiamo che concordare. Del resto fa parte della naturale parabola del personaggio.

Noi però siamo garantisti (ma mica solo con gli amici degli amici come i garantisti pelosi che rivendono l’impunità per garantismo) e ci interessa sfogliare i commenti della giornata: tutti i giornali di centrodestra (quelli che contro Renzi a capo del PD hanno sparato cannonate) oggi titolano in sua strenua difesa: Il Giornale scrive “Attacca le toghe / Renzi indagato”, Libero “La vendetta dei Pm: Renzi indagato” e via così, tutti a incoronare Renzi come nuovo Berlusconi (anche) nel ruolo di perseguitato dalla magistratura e di agnello sacrificale nella lotta tra i buoni (gli indagati) e il male (i magistrati).

Ti aspetteresti che Renzi, almeno per la sua provenienza politica e per i suoi trascorsi, prendesse le distanze da questa tossica e ventennale narrazione e invece Matteo pubblica lesto lesto un video sui social (ma come? Ma mica la politica non si faceva sui social?) e come un influencer di provincia con il suo ultimo libro in bella vista eccolo che comincia a ridiventare “il Bomba” di sempre: dice di non saperne nulla e di aspettare “gli atti e non i tweet dei giornalisti” (eppure i legali di Presta sapevano tutto, poveretto, potevano almeno fargli una telefonata) e poi via con i “non mi fermeranno”, la retorica degli “avvertimenti” e tutto il vocabolario berlusconiano.

Intanto oggi in Senato i suoi hanno applaudito convintamente Salvini nel suo discorso con cui voleva affossare il Ddl Zan. “Buon lavoro ai magistrati – dice Renzi – io non ho paura di nessuno e di niente”, ripetendo il copione che fu di Berlusconi nel 2013 nel processo sui diritti Mediaset.

La trasformazione ormai è così chiara, così nuda che viene facile immaginare che nel prossimo governo di centrodestra Italia Viva possa finalmente trovare un altro pertugio per continuare ad avere più senatori che elettori. Ancora una volta.

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La farsa del Difensore civico in Lombardia: rischio ricorsi anche dopo la nuova nomina


La storia del Difensore civico di Regione Lombardia è una fotografia impietosa delle dinamiche politiche. Dopo le vicissitudini del “vecchio” difensore regionale Carlo Lio, dichiarato decaduto dal Consiglio di Stato lo scorso maggio, adesso anche sul suo successore Gianalberico De Vecchi si preannunciano ricorsi: “La nomina del nuovo difensore civico è avvenuta senza nessuna comparazione tra i candidati e ci è stata impedita l’audizione degli stessi come previsto dalla normativa”, dice a Fanpage.it il consigliere regionale del M5S Marco Fumagalli.
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Peggio come previsto

L’ostruzionismo delle destre, la sponda dei renziani, gli schiamazzi in Aula. Nel primo giorno di discussione del ddl Zan in Senato abbiamo assistito a ipocrisie, menzogne e strategie immorali di chi lucra sulla pelle delle persone

Volevate vedere il primo giorno di discussione del ddl Zan in Senato? Eccovi accontentati. La giornata di ieri è la fotografia che racconta tutto l’irraccontabile, le menzogne, le false visioni e le immorali strategie di quelli che lucrano sulla pelle delle persone per racimolare un po’ di voti, un po’ di visibilità e per inventare trucchi pur di non scomparire.

La fotografia della prima giornata in Senato della discussione del ddl Zan è il video che mostra la destra scimmiescamente concitata mentre schiamazza per evitare di parlare. Leggete bene: impediscono perfino di parlare e parlare in Parlamento, lo dice anche il gioco di parole, è l’elemento base della democrazia. Il video mostrato da Monica Cirinnà mostra esattamente la faccia di quelli con cui bisognerebbe “mediare”, “trovare un accordo”, “scendere a patti”, come se davvero non si sapesse che l’unico scopo che hanno Salvini, Meloni e compagnia cantante sia quello di affossare la legge. E, badate bene, non ci sarebbe nemmeno da preoccuparsi se non fosse che a fare sponda alla destra più becera continua a esserci la destra travestita da centrosinistra che corrisponde al sorriso sornione di Renzi e dei suoi fedelissimi.

Hanno cominciato con le pregiudiziali di costituzionalità (che sono un elemento ricorrente nel gioco d’Aula) che sarebbero state a voto palese e che quindi non avrebbero riservato sorprese: in questo largo mare di viltà le coltellate arriveranno nel segreto dell’urna, quando questi senatori che ci mostrano tutti i giorni cosa ingurgitano e cosa indossano potranno nascondersi dietro al proprio dito.

Lega e Fratelli d’Italia (quelli con cui Matteo Renzi vuole “mediare”) hanno chiesto al presidente della commissione Giustizia del Senato, nonché relatore del ddl Zan, il leghista Andrea Ostellari, di chiedere in Aula il rinvio del testo in commissione. Tutto questo ha solo un nome: ostruzionismo. Quello, solo quello. Voler trattare con gli ostruzionisti è una cretineria politica oppure semplicemente significa essere d’accordo con loro. Ognuno tiri le proprie somme.

A proposito di ostruzionismo valeva la pena vedere proprio Ostellari difendersi dalle (giuste) accuse di avere voluto ingolfare la legge dichiarando candido candido «io non ho pregiudizi». Basta farsi un giro su Google per trovare le sue partecipazioni a manifestazioni e convegni contrari alla legge. Questo è un record, siamo alle idee a sua insaputa.

La presidente del Senato Casellati fa la Casellati: sospende la seduta per convocare la riunione dei capigruppo facendoci sapere che l’aveva anche scritto sulla loro chat su whatsapp. Sembra una barzelletta ma è proprio così: per Casellati il Senato è un centro estivo che dura tutti i mesi dell’anno.

E indovinate un po’ chi ha appoggiato lesto lesto il ritorno in capigruppo? Eh, sì, proprio lui, Davide Faraone, l’avatar di Renzi in Senato: «Condivido pienamente le parole della senatrice Unterberger: verifichiamo in capigruppo se c’è un percorso per fare una legge insieme. Noi proporremo le nostre soluzioni in conferenza capigruppo». Poi Faraone esagera: «Mi sembra un incontro a favore di telecamere. Abbiamo il dovere di verificare se c’è un percorso da fare insieme per tutelare persone che soffrono solo perché vogliono esprimere il proprio amore». Le persone che soffrono intanto sono lì sotto al Palazzo per gridare a Faraone tutto l’amore che stanno provando per il loro atteggiamento. Renzi intanto si incensa da solo: «Se ci sono omosessuali che si possono sposare è perché noi abbiamo messo la fiducia», dice. Peccato che i gay in Italia non si possano sposare e che le unioni civili siano state fatte perché lo imponeva l’Europa.

Salvini (mentre i suoi abbaiano in Aula) dice che bisogna «ascoltare il Santo Padre». Si è dimenticato di ascoltarlo però quando parlava di accoglienza e di barconi nel Mediterraneo. Cattolico a intermittenza.

Alla fine Salvini dice di Renzi che le sue osservazioni «hanno un senso» e Renzi dice che «bisogna ascoltare e dialogare con Salvini».

Sipario.

E siamo solo all’inizio.

Buon mercoledì.

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I numeri e la propaganda sul reddito di cittadinanza

Mentre c’è chi fa propaganda contro il reddito di cittadinanza, i numeri del Rapporto Inps fotografano la realtà di chi lo percepisce. Il ministro Orlando, intanto, sospetta che stia per essere attuata una «pericolosa, sbagliata campagna contro i poveri»

Sempre a proposito della narrazione del divano che continua incessante, che anche ieri si è infilata tra le pieghe di una nazione in festa per la vittoria al campionato europeo di calcio e che si è ripetuta tra promesse di referendum per abrogare il reddito di cittadinanza e lamentele di imprenditori che non trovano lavoratori ieri è stato presentato il XX rapporto dell’Inps e forse conviene guardare i numeri prima di cedere alla propaganda. Perché è sano che ci siano opinioni differenti e si confrontino ma è indispensabile evitare strumentalizzazioni e politica da social. Almeno questo.

A proposito della boutade del referendum vale la pena leggere una riflessione di Giampaolo Coriani: «Al fenomeno di competenza che, sui social, invitava con riflesso condizionato fantozziano la “dottoressa Ferragni” al confronto per spiegarle il funzionamento del Senato, perché la politica non si fa sui social, è sfuggito che non può essere depositata una richiesta di referendum nell’anno antecedente lo scioglimento delle Camere e nei sei mesi successivi. Visto che la legislatura finisce nel 2023, nel 2022 difficilmente si raccoglieranno firme per abrogare il reddito di cittadinanza. Se ne parla nel 2024, ma ci sarà un altro problemino da risolvere per il competente proponente, cioè tornare in Parlamento».

I numeri dicevamo. A proposito del reddito di cittadinanza l’importo medio ricevuto dagli 1,18 milioni di nuclei familiari – corrispondenti a 3,7 milioni di persone – che lo percepiscono è di 583 euro complessivi, compresa dunque la parte destinata a pagare l’affitto o il mutuo. Quando sentite qualcuno che vi dice che quella cifra sarebbe abbastanza per poter dire no a un lavoro qualsiasi (che non sia uno sciacallaggio e uno sfruttamento per quelle cifre) potete anche sorridergli: essere fuori dalla realtà non è un reato ma voler imporre la propria ignorante distorsione della realtà non dovrebbe funzionare.

A 515mila nuclei familiari è stata assicurata l’estensione dei congedi dal lavoro per favorire la conciliazione dell’attività lavorativa con le esigenze familiari e di cura; 850mila nuclei familiari hanno fruito del bonus baby-sitting; a 722mila famiglie con gravi difficoltà economiche è stato erogato il Reddito di emergenza (Rem). Poi 216mila bonus per lavoratori domestici; 1 milione e 800mila nuclei familiari (circa 3,7 milioni di individui) hanno beneficiato del Reddito di cittadinanza o della pensione di cittadinanza. Ora resta da vedere da che lato leggere questi numeri: ci interessano i soldi pubblici spesi o le famiglie salvate? Questo è il punto. Da che parte stare?

Sempre a proposito di numeri c’è un’enorme questione meridionale che sembra sparita dal dibattito pubblico. Come ha spiegato ieri il presidente dell’Inps Tridico i percettori si contano in maggioranza al Sud e nelle isole: 818mila le famiglie coinvolte e circa 2 milioni di persone, contro 281mila nuclei e 557mila persone al Nord. Secondo i quadri dell’Inps, la Campania è la regione con il più alto numero di percettori di reddito o pensione di cittadinanza (oltre 255mila solo quelle che percepiscono RdC). Qui, le famiglie che hanno beneficiato del reddito o della pensione di cittadinanza a maggio 2021 sono state 275mila, un numero che sfiora quello delle regioni del Nord insieme (281.786). Nel complesso le persone raggiunte sono circa 716mila e percepiscono una cifra mensile media di 623 euro. Al secondo posto la Sicilia, dove quasi 223mila famiglie ricevono il reddito di cittadinanza. Siamo sicuri che sia tutta una questione di truffatori dello Stato? Se ne siete convinti basta che abbiate il coraggio di dirlo apertamente, senza poi indossare felpe per la campagna elettorale. «Non si tratta di un dato particolarmente sorprendente dato che queste regioni sono caratterizzate da bassa occupazione e forte incidenza della povertà. La disuguaglianza salariale risulta quasi raddoppiata, con una varianza da 0,24 nel 1985 a 0,44 nel 2018». A colpire maggiormente è «che tale incremento avviene per un terzo all’interno delle aziende indipendentemente da settore o dimensione aziendale», ha spiegato ieri Tridico.

Il ministro Andrea Orlando ieri ha invitato «a leggere il rapporto prima di parlare del reddito di cittadinanza». «Lo dico – ha spiegato – perché credo che la discussione che si sta sviluppando prescinde completamente dai dati che emergono dal rapporto». Per il ministro, l’aria che tira «fa sospettare che si sia in procinto di attuare una pericolosa, sbagliata campagna contro i poveri e di criminalizzazione della povertà. Se così fosse non sarebbe utile al Paese che ha bisogno di pace sociale, di coesione e non ha bisogno di riaprire fratture profonde».

E quindi rimane la domanda sostanziale: se è vero che il reddito di cittadinanza ha tutto il diritto di essere contestato e perfino abrogato cosa si ritiene di poter fare per governare questi numeri che non sono altro che persone in regime di povertà? Questo è il punto. Perché i partiti che sostengono questo governo non potranno continuare a farlo a lungo eludendo la vera questione.

Noi, da parte nostra, insistiamo.

Buon martedì.

(nella foto la presentazione del Rapporto Inps con il ministro Orlando e il presidente Inps Tridico)

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L’irresistibile tentazione di essere servi: quelli che santificano Draghi perché l’Italia ha vinto la coppa

Si fa fatica perfino a crederci. L’adorazione per il Draghi taumaturgo, l’irresistibile voglia di essere servi e l’appiattimento del dibattito politico schiacciato sull’adorazione guadagna un altro triste capitolo dopo la vittoria dell’Italia agli Europei sfiorando il nonsenso.

Saranno gli strascichi di euforia o la carenza di contenuti ma la tentazione di politicizzare un evento sportivo è fortissima sopratutto nei leader che levano grida quando si tratta di “non usare il calcio per fare politica” ma poi non riescono a trattenersi dall’inamidare il calcio con la loro politica. Curioso anche che siano gli stessi politici infastiditi dagli influencer a scendere per i loro caroselli sugli stessi social che contestano quando esprimono un’idea contraria: anche in questo caso vale la regola d’oro del “va tutto bene se siamo d’accordo”.

Del resto nel Paese in cui la politica è tifo non c’è nulla di meglio del tifo che irrompe nella politica, anche con risultati imbarazzanti come Mario Ajello che su Il Messaggero si lancia in uno spericolato editoriale in cui il cretino sillogismo ci dice che sarebbe merito di Draghi se Mancini è riuscito a portare la nazionale alla vittoria (“Effetto Draghi nel pallone. Super Mario aiuta Super Mancio“, scrive Ajello). “Un Paese così rinnovato nella considerazione degli altri”, scrive Ajello, “è un Paese attrezzato a vincere, e questa è stata la scommessa di Mario Draghi. Lui ha preparato il terreno, Roberto Mancini e i suoi ragazzi lo hanno calpestato da campioni e il gioco è fatto”.

Il leccaculismo del resto è una pratica nazionale diffusa (roba da giocarsi di sicuro una finale in eventuali campionati del mondo), ma se è vero che i servi sono sciocchi è pur vero che la qualità dei padroni si misura nell’amore che hanno nel farsi servire.

Lo smascheramento però almeno è completo: politici e pensatori che per mesi ci hanno sbriciolato con le loro lezioni sulla serietà e sul merito in politica oggi ci invitano a misurare lo stato di salute del governo attraverso la finale di Wimbledon, la vittoria agli Europei e perfino la vittoria dei Maneskin all’Eurovision.

Avrebbe dovuto essere il tempo della serietà contenuta e del “fare” e invece ci ritroviamo al panem et circenses. Nel 1948 la vittoria di Bartali al Tour servì per sedare gli animi dopo l’attentato a Togliatti, nel 2021 la vittoria all’Europeo per qualcuno deve bastare come “ristoro dei ristori”. Avete avuto la coppa, cosa volete di più? Ora tutti in fila a baciare la mano a Super Mario.

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Odiano i poveri, mica la povertà

I 422 lavoratori della Gkn di Campi Bisenzio (Firenze) licenziati via mail: la dimostrazione che in Italia la legge del profitto non può essere messa in discussione da nessuno

Forse il nostro compito sarebbe quello di raccontare proprio questi spigoli, forse aveva davvero ragione Horacio Verbitsky quando diceva che giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia mentre il resto è solo propaganda. Perché forse si potrebbe interrompere questo flusso tossico della narrazione dopata e pervertita che fa sponda con patriottismi su un campo da gioco e deliberate mistificazioni della realtà.

Scusate il disturbo mentre voi discutete della finale di pallone e di come è andata o di Wimbledon e della nostra speranza ma soprattutto scusate il disturbo mentre propagandate un’Italia seduta cullata dal reddito di cittadinanza e fiaccata dai sussidi che sono la regola in tutto Europa: davanti ai cancelli della Gkn di Campi Bisenzio, sullo stradone che dovrebbe ricordare i fratelli Cervi, è in corso un pellegrinaggio laico e altamente costituzionale di un territorio che non riesce proprio a sopportare che 422 persone oltre a qualche centinaio dell’indotto siano stati licenziati con una mail dei padroni di Melrose che li avvertiva della chiusura a freddo della fabbrica di semiassi. E mentre i sindaci del territorio decidono di presentarsi al presidio permanente indossando la fascia tricolore per significare come la disperazione dei singoli debba essere vissuta come ferita di un’intera comunità le reazioni dei politici nostrani è qualcosa che fa orrore per insensibile ferocia e per la distanza con la realtà. «La vicenda della Gkn è inaccettabile, l’intero sistema Paese, governo, Confindustria,  imprese, deve rendersi conto che se questo è l’andazzo del dopo 30 giugno, allora va cambiato» ha detto il segretario del Pd Enrico Letta, come se gli sfuggisse davvero che Confindustria abbia chiesto lo sblocco dei licenziamenti per poter licenziare (incredibile, vero?). Matteo Salvini riesce a buttarla sul tifo e interviene con una risposta che come al solito non risponde. Dice che ha già parlato «con il ministro dello Sviluppo economico (Giancarlo Giorgetti), che ha già 100 tavoli di crisi da seguire ma si interesserà anche di questa» (ma grazie, quale onore, che gentile concessione) e si augura che anche «la Regione Toscana faccia del suo, perché in queste vicende le Regioni hanno un ruolo fondamentale», buttando come al solito un po’ di fango sul nemico fottendosene delle vittime a terra.

Il punto vero è che no, l’Italia non è un Paese che non trova lavoratori per colpa del reddito di cittadinanza (a proposito, Matteo Renzi propone un referendum per abolirlo e i primi ad applaudirlo sono proprio Salvini e Crosetto di Fratelli d’Italia, basta questo per dire tutto): l’Italia è quel Paese in cui si pensa di abolire delle misure di sostegno e di difesa del lavoro senza nemmeno prendersi la briga di pensarne altre, di progettare delle alternative. La legge del profitto non può essere messa in discussione da nessuno, è solo una guerra tra il licenziamento in tronco (per poi riassumere con salari più bassi e con minori tutele) e il finanziare le imprese perché non licenzino in tronco. La discussione politica è incastrata tutta qui.

Non c’è nessuno ad esempio che faccia notare a Calenda (che propone di fare spazzare le strade ai percettori di reddito di cittadinanza) che basterebbe assumerli come spazzini con uno stipendio giusto e adeguati. Non c’è nessuno che faccia notare a Draghi (che parla di grande ripresa per le imprese italiane) che il suo compito sarebbe quello di uscire dalla pandemia tutti insieme. Non c’è nessuno che faccia notare al Pd che Letta è stato il primo a confermare la tesi (ne parlavamo in un buongiorno di qualche giorno fa) di questi leader che si sarebbero stupiti per una macelleria sociale che è solo all’inizio.

La quarta ondata della pandemia è la disuguaglianza con cui si divideranno le macerie delle ondate precedenti. È un dibattito che interessa l’economia ma che contiene dentro l’umanità  (ah, che schifo l’umanità). Il titolo Melrose, dopo la chiusura della Gkn, ha subito guadagnato il 4,55% in borsa: il vertici dell’azienda parlano di «costante contrazione dei volumi e della domanda» ma le loro stesse ricerche di settore parlano invece di un pieno recupero dei volumi di vendita pre Covid dal 2023, e poi di ulteriori incrementi.

Scusate il disturbo ma questa storia mi sembra molto più significativa e paradigmatica di un albergatore qualsiasi che non trova camerieri da sottopagare. Lo scriviamo ancora: combattere i poveri fingendo di combattere le povertà è immorale.

Buon lunedì.

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Risiko a Palazzo

A destra Salvini, Meloni e Berlusconi si preparano alle grandi manovre del 2022. I primi due per governare, il terzo per stabilirsi al Quirinale. Intanto il centrosinistra si consuma tra le lacerazioni interne al M5se le contraddizioni del Pd specie nei confronti del mondo del lavoro

Basta provare ad allungare lo sguardo: il governo Draghi è inevitabilmente un governo a termine, la futura elezione del prossimo presidente della Repubblica sancirà la fine di questa esperienza politica del “tutti dentro” e ci riporterà a nuove elezioni. La pandemia che sembrerebbe nella sua fase conclusiva spegnerà inevitabilmente anche questo tentativo di rimanere tutti uniti, tutti compatti (o almeno quasi tutti) e determinerà di nuovo il solito clima da campagna elettorale permanente che da sempre infesta la politica nostrana.

I numeri per ora parlano chiaro: la prossima maggioranza che guiderà il Paese, a meno che non accadano stratosferici ribaltoni, vedrà il centrodestra governare comodo comodo, probabilmente con Matteo Salvini seduto di nuovo sulla poltrona del ministero all’Interno e Giorgia Meloni lanciata verso la leadership assoluta. Anche i movimenti dei sondaggi a destra ci dicono che la battaglia è tra Salvini e Meloni, senza grandi spiragli per travasi di voti che possano al momento vedere il centrosinistra minimamente competitivo.

A proposito di centrosinistra, dalle parti del Pd i maggiorenti del partito da mesi insistono sull’alleanza con il Movimento 5 Stelle (alcuni di loro addirittura vedendo in Giuseppe Conte un presunto punto di riferimento) ma ora la situazione si complica terribilmente. La guerra interna al Movimento 5 Stelle, comunque vada a finire, porterà inevitabilmente a un allentamento di rapporti con il Pd: se dovesse vincere l’ala più moderata (Conte e compagni) probabilmente l’alleanza potrebbe continuare ma si…

L’articolo prosegue su Left del 9-15 luglio 2021

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Conte, ddl Zan, reddito di cittadinanza: per contare qualcosa Renzi ha deciso di distruggere gli altri

Matteo Renzi galoppa felice nella sua guerra contro i poveri e annuncia di voler proporre un referendum per abolire il reddito di cittadinanza. In un Paese normale Matteo Renzi che parla di referendum farebbe già accapponare la pelle se la coerenza non fosse un inutile suppellettile.

Ma Matteo Renzi è questo: un uomo di destra ammantato di credibilità che ha scippato in saldo al centrosinistra con un manipolo di guastatori sempre pronti ad avvelenare i pozzi. C’è un primo punto politico che salta all’occhio: dopo i suoi pochi fugaci mesi di popolarità le energie di Renzi sono tutte concentrate nella pars destruens, come nella migliore tradizione dei populisti.

Renzi contro il ddl Zan, Renzi contro Conte, Renzi contro il M5S, Renzi contro il reddito di cittadinanza: incapace di costruire e di progettare l’egoriferito più veloce del West ha scelto di essere il granello di sabbia che incaglia gli ingranaggi degli altri. Del resto le proporzioni elettorali sono più o meno quelle.

Normale quindi che il reddito di cittadinanza sia un nemico giurato: la sua attenzione morbosa al reddito di cittadinanza (misura analoga a quelle in uso in tutta Europa) non è nient’altro che l’identico atteggiamento di quella destra che vede dappertutto disoccupati che fingono di disoccuparsi, poveri che in realtà sono stati solo scialacquatori e fragili che vengono bollati semplicemente come sconfitti e quindi inetti.

Per Renzi e per i suoi scherani i poveri del nostro Paese non si stanno vergognando abbastanza, si permettono addirittura di voler controbattere ai moralisti censori e sono talmente tutelati che si possono permettere perfino il lusso di non diventare schiavi e di non trasformarsi in agnelli sacrificali sull’altare del fatturato di pochi.

Dice Renzi che il reddito di cittadinanza sarebbe diseducativo e su questo ha perfettamente ragione: i poveri non sono quasi mai educati, non riescono a governare la rabbia per la perdita della dignità, sono troppo cenciosi e sporcano la narrazione fasulla di questo Paese (a quando una legge che multi i poveri per il reato di povertà?) e soprattutto i poveri sono lo specchio di una politica inetta, tutta intenta a essere esercizio di potere e cinismo.

E invece le masse servono affamate per essere pronte a cedere un voto in cambio di un contratto di poche settimane e per diventare mandrie per una “ripresa bellissima” che ha l’odore di un’orgia di soldi per i soliti noti. Non riuscendo ad abolire la povertà alla fine hanno deciso di abolire i poveri. Come la destra di cui Renzi è agente infiltrato (malissimo).

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Nicola Fratoianni: C’è una ignobile campagna delle destre contro i giovani e il lavoro

Il leader di Sinistra italiana rilancia la Next generation tax

Dovremmo avere il coraggio di dirci, guardandoci negli occhi, che di sinistra in giro se ne vede proprio poca. Per carità, che le istanze di sinistra siano all’angolo non è una novità e perfino ci assale la sensazione che quelle poche volte in cui riescono a bucare vengano subito annacquate, dipinte come antistoriche e soprattutto godano di poca considerazione, ma il governo Draghi (che in molti si affrettarono a dichiarare governo “tecnico” e non politico) è riuscito in quattro e quattr’otto a riassegnare ruoli da protagonisti anche a chi sembrava ormai fuori dai giochi. Che Silvio Berlusconi possa permettersi di avanzare e far discutere della sua candidatura a presidente della Repubblica senza prendersi una sonora pernacchia e finire dritto tra le barzellette del momento è altamente indicativo e che qualche giorno fa Matteo Renzi abbia avuto il coraggio di rivendicare lo spessore di ministri come Mariastella Gelmini e Renato Brunetta svela ampiamente quali fossero gli obiettivi dell’ultima crisi di governo.

Lo so, tocca ripeterlo ma che un governo possa elogiare Erdoğan e la Libia in tema di immigrazione, che in scioltezza si ritrovi a sbloccare i licenziamenti per permettere alle imprese di licenziare e riassumere a condizioni migliori (per loro), che senza battere ciglio elimini il cashback (unico provvedimento che si ricordi contro il nero nonostante tutti i suoi limiti), che insista nella narrazione tossica contro i sussidi chiamando invece investimenti i sussidi alle imprese, che sotto traccia continui nella battaglia frontale al reddito di cittadinanza e che nasconda irresponsabilmente la povertà, è un governo di destra. Destra, punto. Del resto tutti quelli che si dicono né di destra né di sinistra (o perfino tecnici) sono di destra. Anche questo la Storia dovrebbe avercelo insegnato, no?

E allora verrebbe da chiedersi per…

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