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Che seccatura, le opinioni

Lo scontro Renzi-Ferragni e l’accusa nei confronti dell’influencer di “intromettersi” nella politica. Ma occuparsi della cosa pubblica è un diritto e un dovere di tutti i cittadini

L’aspetto più importante e interessante dello scontro tra Matteo Renzi e Chiara Ferragni e poi successivamente suo marito Fedez mi pare che stia sfuggendo ai più, soprattutto alla luce dell’accusa (la solita accusa) di “intromettersi” nella politica contro la celebre coppia. Lo racconta perfettamente anche l’editoriale di Stefano Feltri, direttore del quotidiano Domani, che propone «di negoziare un concordato Stato-Ferragnez, per perimetrare l’influenza degli influencer sulla vita pubblica e la politica» in un editoriale in cui ci si diverte a tirare in ballo gli shampoo pubblicizzati per sminuire e canzonare.

Il primo aspetto sta tutto nella frase di Renzi (ma non è un discorso che riguarda solo Renzi, riguarda indistintamente tutti e ogni volta ripete le stesse dinamiche) che dice alla Ferragni «la politica non si fa su Instagram». Questa pletora di politici che sognano di fare gli influencer, che rovistano tra le foto in occasione del lutto di ogni personaggio pubblico, che si fotografano mentre corrono, mentre mangiano, mentre giocano con i figli, mentre preparano le grigliate, mentre vanno allo stadio o mentre fanno la spesa usano i social per raccattare un po’ di algoritmica empatia nella speranza di trasformarla in voti, si battagliano a colpi di follower (“io ne ho più di te”) e fanno (male) quello che Chiara Ferragni ha trasformato in una redditizia attività. È la favola della volpe e dell’uva, sempre quella, solo che la stragrande maggioranza dei politici usano i social per fingere interviste che nessuno gli vuole fare e per immaginare paparazzi assolutamente disinteressati a loro con il risultato di essere patetici. E quindi disprezzano ciò che non sanno governare. Accade sempre così, anche con i cittadini.

Poi c’è questa idea per cui i social siano abitati da strani esseri che non vivono nella vita reale: i social sono un luogo che come tutti i luoghi hanno bisogno di regole ma le opinioni dei cittadini (soprattutto se certificati, riconoscibili e riconosciuti come Fedez e Ferragni) non hanno bisogno di regole se non incitano all’odio, alla violenza o al commettere reati. Ma come? Ma tutta questa manfrina sulla libertà di pensiero dell’articolo 21 della Costituzione ce la siamo già dimenticata? Anche qui il procedimento è molto più semplice, perfino banale: ci sono persone che hanno molti più “lettori” e “ascoltatori” di altri media che sono rimasti nella loro torre d’avorio. I vecchi si arrabbiano perché perdono terreno e loro che rivendicavano fino a qualche anno fa il peso dei numeri ora la buttano sulla nobiltà dei contenuti. Fa piuttosto ridere, davvero.

Poi c’è l’assoluta perdita del senso delle proporzioni. Lo ha scritto benissimo ieri Alessandro Robecchi su twitter: «Ma ho capito bene? Il direttore del quotidiano dell’imprenditore De Benedetti, già padrone di Repubblica, si duole e si dispiace perché l’imprenditrice Chiara Ferragni influenza l’opinione pubblica con il suo account Instagram? Sul serio? Ahahah!». E poi, sempre Robecchi: «De Benedetti, Elkann, Cairo (e altri) sono influencer coi giornali. Chiara Ferragni è influencer col suo account. Fugurati se non sono contrario al conflitto di interessi tra imprenditori e media. Ecco, diciamo che iniziare da Fedez sembra un po’ grottesco».

E infine c’è la politica, ovvero l’occuparsi della polis, della cosa pubblica, che per fortuna è un diritto e un dovere di tutti i cittadini. Tutti. E sentire i campioni del trasformismo e della banalità rivendicare una superiorità di cui si sono autoproclamati rende tutto ancora più goffo. E intanto ancora una volta si è alzato un polverone senza parlare di contenuti, un altro giorno ancora.

Buon venerdì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Volete mediare con questi?

Secondo diversi leghisti, la legge Zan permetterebbe di fare sesso con animali, bambini e cose. Ciò nonostante, c’è ancora chi sostiene che sul testo si debba trovare un compromesso con le destre

Nessuno della Lega e di Fratelli d’Italia voterà mai il ddl Zan. Non si capisce perché una questione così cristallina, semplice e lampante non debba stoppare immediatamente qualsiasi discussione sull’eventuale ricerca di voti e di mediazioni. Voteranno il ddl Zan alcuni senatori di Forza Italia (qualcuno l’ha già anche pubblicamente dichiarato) e poco altro da quelle parti. Poi ci sono quelli di Italia vile che insistono nel dire che mancano i voti: sì, i loro.

Per capire di che tipo di gente stiamo parlando vale la pena riprendere la folle dichiarazione di ieri di Maria Rita Castellani, Garante per l’infanzia dell’Umbria. Occhio, si tratta di una dichiarazione che Castellani ha inviato a tutti gli organi di stampa, mica un delirio bisbigliato al bar. Sentite bene: «Il concetto d’identità cambia, non è più quello antropologico che conosciamo da sempre e che distingue persona da persona a ragione di evidenze biologiche, ma diventerà qualcosa che io, cittadino, posso decidere arbitrariamente secondo la percezione del momento. Di conseguenza ogni desiderio sarà considerato un bisogno e il bisogno un diritto». E poi: «A partire da queste considerazioni preliminari si deduce che il sesso biologico non avrà più importanza dal punto di vista sociale perché conterà soprattutto il sesso culturale cioè quello percepito come, d’altra parte, si potrà scegliere l’orientamento sessuale verso cose, animali, e o persone di ogni genere e, perché no, anche di ogni età, fino al punto che la poligamia come l’incesto non saranno più un tabù, ma libertà legittime». Insomma, la garante per l’infanzia dell’Umbria dice che con la legge Zan si potrà fare sesso con animali, bambini e cose. Sembra incredibile ma è così.

Ma non è tutto: il capogruppo regionale Lega Stefano Pastorelli e il senatore Simone Pillon, responsabile delle politiche familiari del partito in Umbria, si sono schierati dalla parte di Castellani. In fondo, se ci pensate, Castellani non ha detto niente di diverso rispetto a quello che dicono solitamente Meloni e Salvini. L’unica differenza è che ha calcato poco poco di più la mano, come potrebbe fare un Salvini al secondo mojito.

Nessun cenno di discordia da parte di Salvini e Meloni. Questi sono questa cosa qui. Quelli vogliono trattare con questi qui. E davvero vorrebbero convincerci che alla fine cederanno al genio politico di Renzi. E noi sono giorni che ne scriviamo. Avanti così.

Buon giovedì.

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Vittorio & Giorgia: con Feltri capolista di FdI a Milano Meloni trova il compagno ideale

È la naturale destinazione di Vittorio Feltri la combriccola di Fratelli d’Italia. La segretaria del partito Giorgia Meloni ha speso parole d’elogio, felicissima di avere incassato il sì di Feltri alla sua candidatura come capolista per le prossime elezioni a Milano. Erano tutti e due contenti, giusto così, Meloni e Feltri hanno molte cose in comune.

Entrambi, ad esempio, sono pronti a fabbricare vere e proprie notizie false per fare un po’ di propaganda (Giorgia) oppure per vendere qualche copia in più (Vittorio): nel 1990 Feltri dirigeva “L’Europeo” e lanciò un incredibile scoop sul rapimento Moro intervistando un certo Davide, presunto carabiniere infiltrato nelle Br che avrebbe fatto irruzione nel covo di via Montenevoso. La vicenda l’ha raccontata con arguta memoria storica Alessandro Gilioli: “È un racconto “esplosivo” su presunti memoriali e audio di Moro dalla prigionia, con tanto di dettagli erotici sui brigatisti Franco Bonisoli e Nadia Mantovani sorpresi nudi a letto. Peccato che sia tutto falso, dalla prima all’ultima riga, e il “Davide” in questione non esista neppure”.

Entrambi sono intolleranti anche se fingono di non esserlo e rivendicano il fatto di avere amici neri. È rimasto nella storia (per stupidità, sia chiaro) il titolo di Feltri sul calcio negli Usa: “Agli uomini piace, alle donne no, ma i negri non lo sopportano” che ci vorrebbe dire che “i negri” non appartengano né alla categoria degli uomini né delle donne. E non solo i neri: “Abbiamo liberato un’islamica” titolò il direttore di Libero quando venne riportata in Italia Silvia Romano, colpevole di essersi convertita. Nemmeno un’italiana non cattolica merita di essere salvata, per la ristretta sensibilità feltrina. Di Feltri c’era anche il titolo “patata bollente” riferito a Virginia Raggi.

“Dopo la miseria portano malattie” riferito agli immigrati, “Renzi e Boschi non scopano” e molti altri. Vittorio e Giorgia, insomma, sono due grandi esempi di analisi politica, complimenti.

A proposito di soluzioni politiche: durante la presentazione della sua candidatura Feltri ha candidamente ammesso che “fare il consigliere non è un impegno. Vai in Consiglio una volta la settimana, dici le tue cazzate e magari riesci pure a imporre qualcosa”. Problemi di Milano? Dice Feltri che Sala insegue le “mode della sinistra”. Quali mode? “Le piste ciclabili hanno paralizzato la città. Le zanzare a rotelle, i monopattini, sono dei mostri. Io continuo a girare in macchina”, dice Feltri. E niente: prontissimo per fare coppia con Giorgia.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Altro che migranti, la vera invasione è quella delle fake news

La battaglia, come al solito, si giocherà sulla percezione perché l’immigrazione in Italia è un piatto da servire sempre sensazionale per stimolare gli umori fuggendo dalle analisi. Così mentre la cosiddetta Guardia costiera libica spara e sperona i disperati con le nostre motovedette regalate e si prepara a essere rifinanziata dal governo per preservare negli orrori delle sue prigioni come tutte le estati i sovranisti di casa nostra accelerano con gli allarmi. Ma sono reali? No, quasi per niente. Ce lo spiega nel suo Fact Checking annuale sulle migrazioni l’Ispi (Istituto per gli studi di politica internazionale) che si assume l’onere e l’onore di analizzare i numeri,

C’è un’emergenza sbarchi? Dipende, spiega Ispi: ci stiamo stabilizzando intorno ai 50.000 arrivi all’anno mentre nel periodo 2014-2017 se ne registrarono tra i 110.000 e i 180.000. Gli sbarchi sono in aumento rispetto al periodo precedente ma siamo ben lontani dal periodo degli “alti sbarchi” in Italia. E davvero il sistema d’accoglienza italiano sotto pressione? No, per niente. Siamo lontanissimi dal numero massimo di migranti accolti registrato a ottobre 2017 (erano 191.000) con 78.000 presenze. La differenza sta nella (voluta?) mala gestione dell’accoglienza: due migranti su tre sono ospitati nei Cas, centri studiati più per fare fronte ai grandi numeri rispetto alla dimensione attuale e i Decreti Sicurezza hanno di fatto smantellato il sistema di accoglienza diffusa (sono 25.000 del totale).

Poi, come sempre, c’è la favola delle navi delle Ong che inciderebbero con l’aumento degli sbarchi: nel periodo della “gestione Lamorgese” gli sbarchi mensili sono quasi triplicati rispetto all’era Salvini, arrivando a 2.600 eppure, il ruolo delle Ong ha continuato a rimanere molto marginale, inferiore al 15% del totale degli sbarchi. Significa che quasi 9 migranti su 10 raggiungono le coste italiane senza l’aiuto delle imbarcazioni delle Ong e che, quindi, anche senza Ong in mare queste persone sarebbero arrivate lo stesso in Italia. E la Libia? Lo Stato che Draghi non ha esitato a ringraziare ha visto impennarsi il numero dei migranti ospitati nei centri di detenzione ufficiali passando dalle 1.000 persone nella seconda metà del 2019 a più di 5.000 persone attualmente. Malgrado costanti appelli della comunità internazionale, e in particolare quelli che provengono dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom) e dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), la Libia continua a trattenere per periodi indefiniti i migranti irregolari esponendoli a minacce, sevizie e abusi. E questo è solo il quadro della detenzione “ufficiale”: i numeri degli irregolari sono un olocausto che nemmeno si prende in considerazione.

E quindi il numero di stranieri in Italia sta crescendo? Anche questa è una fantasia smentita dai numeri, nessuna invasione: dal 2014, infatti, il numero di stranieri regolarmente presenti in Italia (che nel decennio precedente era più che raddoppiato, passando da 1,9 a 4,9 milioni di persone) è rimasto praticamente stabile, crescendo solo del 2% (da 4,92 a 5,04 milioni di persone). Anche includendo gli stranieri irregolari, dal 2014 la presenza straniera in Italia è aumentata solo del 6% (da 5,27 a 5,56 milioni di persone). È vero invece che con i Decreti Sicurezza sono aumentati i dinieghi di protezione internazionale: il tasso di protezione è sceso a circa 2 richiedenti asilo su 10 (era il 42% nel 2017) mentre la protezione umanitaria è passata dal 28% che era al 9%. Questi sono i numeri. Il resto è solo propaganda, al solito sulla pelle dei disperati.

L’articolo Altro che migranti, la vera invasione è quella delle fake news proviene da Il Riformista.

Fonte

Eccolo lo sblocco dei licenziamenti

L’allevamento degli schiavi ha finalmente ricevuto una bella spinta e infatti mica per niente Confindustria e compagnia cantante insistono nel dirci che il futuro sarà bellissimo. Sì, per loro.

Lo scorso 4 luglio 152 lavoratori sono stati licenziati a fine turno nel pomeriggio con una mail. Come arrivano le offerte promozionali di vini e di abbigliamento è arrivata la comunicazione che ha rovinato la vita alle persone, con la stessa leggerezza, con la stessa poca responsabilità. È accaduto a Ceriano Laghetto, in provincia di Monza e Brianza, nella storica fabbrica di Gianetti Ruote, che produce ruote di acciaio, dove il fondo americano Quantum Capital Partner, proprietario dell’azienda, ha giustificato questa decisione inaspettata con la crisi perdurante dello stabilimento aggravatasi nei mesi di pandemia.

Come c’era da aspettarsi tutto è arrivato poche ore dopo lo sblocco dei licenziamenti voluto dal governo dei migliori, gli stessi che ci assicuravano (e assicurano ancora) che sarebbe andato tutto bene. Ora la situazione è la seguente: gli anziani temono di non riuscire più a ricollocarsi e i giovani non hanno idea di come riuscire a pagare mutuo e spese della famiglia. Vi ricordate cosa diceva Draghi, tutto festante? Comunicava un accordo con Confindustria secondo il quale sarebbe stato “consigliato” utilizzare tutti gli ammortizzatori sociali a disposizione prima di procedere ai licenziamenti. E pensate un po’? L’azienda è associata proprio a Confindustria.

Si sarebbe potuto pensare allo sblocco dei licenziamenti dopo avere programmato un serio piano di ammortizzatori sociali per evitare la macelleria sociale e invece il piano è perfettamente riuscito: si potrà licenziare con grande serenità i lavoratori per poi riassumerli con nuovi contratti con meno garanzie e con stipendi più bassi. L’allevamento degli schiavi può finalmente ricevere una spinta e infatti mica per niente Confindustria e compagnia cantante insistono nel dirci che il futuro sarà bellissimo. Sì, per loro.

La notizia, com’era prevedibile, non ha riempito le pagine dei giornali ma è passata molto sotto traccia (ieri c’è stato un presidio davanti all’azienda ma eravamo tutti concentrati con Renzi che pretende una diretta Instagram con Chiara Ferragni). Del resto siamo nel Paese che ancora insiste nel dirci che la colpa dei disoccupati sta nella loro mancanza di voglia di lavorare.

Questa è solo la prima avvisaglia e la notizia la appoggiamo qui. Così sarà facile ritrovarla quando non si potrà più nascondere la situazione e tutti fingeranno di essere stati colti di sorpresa.

Buon mercoledì.

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Italia Viva è il partito dei diritti civili usati come suppellettili

Si stanno incartando. Tutti, su tutto. C’è Renzi che dice a Repubblica che l’identità di genere sarebbe un “punto controverso”, dimenticando che è un concetto già presente nel nostro ordinamento. Ci sono quasi tutti quelli di Italia Viva che ci raccontano come le “femministe” siano contrarie, riferendosi a un minuscolo mondo delle femministe che torna comodo per fare leva.

C’è Davide Faraone (capogruppo al Senato, ndr), che ha il coraggio di dire “Il fatto che io mi senta di un sesso piuttosto che di un altro, autocertificando la mia condizione interiore, e che questo possa cambiare nell‘arco dell’esistenza più volte, ecc…” senza nemmeno avere una minima idea su cosa significhi iniziare un percorso di transizione (e questo è il capogruppo di quelli che devono votare la legge, fate voi).

Ci sono gli altri di Italia Viva, che ora ci vorrebbero insegnare che alla legge non va affidata una finalità pedagogica (che invece è proprio il cuore della legge e, volendo vedere, anche della nostra Costituzione, visto che si dovrebbe educare più che punire).

Infine c’è il deputato Ivan Scalfarotto, che propone la mediazione come unica soluzione possibile. Che uno cambi idea, si sa, è nell’ordine naturale delle cose, ma che Scalfarotto riesca a smentire una sua intervista che risale solo al 26 giugno, pochi giorni fa, rende perfettamente l’idea del punto in cui siamo.

Il “compromesso”, per Scalfarotto e compagnia renzista, significa sostanzialmente contraddirsi in toto: era proprio Scalfarotto lo scorso 26 giugno a dire: “Il termine sesso non copre la transessualità: faremmo una legge che tutela le persone omosessuali ma non i transessuali, sarebbe quasi un invito alla discriminazione”.

Era Scalfarotto, che a proposito delle scuole, ci diceva che “il fatto di veicolare un messaggio di rispetto e inclusione nei confronti di ragazzi gay non dovrebbe fare paura a nessuno” e ci spiegava che “se la scuola si mette accanto a loro fa il suo mestiere”.

Del resto, è lo stesso Scalfarotto di quella sua legge del 2013 contro l’omofobia, che fu simbolo del primo fallimento politico-personale, quando accettò il sub-emendamento Gitti-Verini (un salva-vescovi che riservava il diritto di offendere alle associazioni e formazioni religiose e che fece infuriare tutte le comunità Lgbt).

Durante le unioni civili Scalfarotto sostenne la mediazione con Alfano e, da sottosegretario, disse che andava bene lo stralcio della stepchild: “È un po’ come scegliere tra la padella e la brace. E ovviamente io scelgo la padella, perché i grillini sono dei traditori e dei disertori”.

Oggi il deputato di Italia Viva fa lo stesso ragionamento sulla legge Zan, che però ha votato in prima battuta alla Camera e che ha difeso sui social (“no, le mediazioni no”) fino a un paio di settimane fa.

Incartati, ancora, sulla pelle di una comunità che non ne può più. Usando i diritti come feticci per poi annacquarli per loschi giochetti di potere. Un attivismo omeopatico, sostanzialmente.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Il mago da compleanno

A proposito degli emendamenti presentati da Italia Viva per cambiare il Ddl Zan, non c’è una ragione con un senso che sia uno tra le giustificazioni di queste ore. Proprio come quei brutti trucchi alle feste…

C’è questa storia orientale che racconta di un governatore che decide di ridurre le corsie di un’autostrada da tre a due, dice ai suoi cittadini che per una questione economica bisogna effettuare un taglio del 33% e stringere i denti. Qualche tempo dopo ripristina la terza corsia e indice una grande festa. Quando qualcuno gli fa notare che le celebrazioni apparivano eccessive visto che era semplicemente stata ripristinata la situazione precedente lui disse: “Abbiamo prima dovuto effettuare un taglio del 33% ma poi abbiamo aumentato le corsie da due a tre con un incremento del 50%, quindi il saldo finale è positivo del 17%”.

Bluffare sui numeri come certi maghi tristi alle feste di compleanno è il trucco di chi vorrebbe stupire per nascondere la nefandezza del proprio agire e Matteo Renzi con i suoi di Italia Vile in queste ore sta dando il peggio di sé per provare a dare un senso alla sua mossa sul Ddl Zan come se non fosse una banale (e ributtante) strategia per fare il Renzi, è la sua natura, interferendo per esistere, togliendosi la soddisfazione di rompere perché incapace di costruire.

Allora conviene fare un po’ di chiarezza: Italia Vile ha presentato degli emendamenti al Ddl Zan che propongono di modificare l’articolo 1 (quello che contiene la definizione “identità di genere” e che è stato scritto, prima che approvato, alla Camera da un emendamento della deputata di IV Lucia Annibali) e di abolire l’articolo 4 (quello che tutela la libertà di opinione) che era stato proposto dal centrodestra e votato all’unanimità. Basterebbe già questo per dipingere il quadro della situazione. Vale la pena segnalare a proposito della proposta di togliere “identità di genere” dalla Legge Zan, che si tratta della stessa definizione usata da 16 capi di Stato europei, in occasione del giorno del 28 giugno, giornata internazionale del Gay Pride in un documento unitario a difesa dei diritti della persona LGBTI. A partire da Draghi.

Per rendersi conto dell’incoerenza si possono leggere le parole di Ivan Scalfarotto nella sua intervista del 26 giugno scorso a La Stampa:

Lei si sentirebbe garantito se al posto della definizione “identità di genere” si inserisse quella di sesso come chiedono alcuni?

«No perché il termine sesso non copre la transessualità: faremmo una legge che tutela le persone omosessuali ma non i transessuali, sarebbe quasi un invito alla discriminazione. E nella lettera dei 16 leader UE sul caso #Ungheria si leggono le parole “identità di genere” di uso comune nella letteratura scientifica».

Trova infondata la richiesta di chiarire che le scuole sono esonerate dall’aderire alla giornata del 17 maggio contro l’omofobia?

«La giornata è stata istituita nel 2004 e addirittura si è celebrata al Quirinale. È stata creata dall’Unione europea e ricorda l’eliminazione dell’omosessualità dalle malattie mentali. Nella legge di Zan si parla di aderire all’iniziativa nel rispetto dell’autonomia scolastica, quindi senza obblighi. E dato che il bullismo omofobico esiste nelle scuole, il fatto di veicolare un messaggio di rispetto e inclusione nei confronti di ragazzi gay non dovrebbe fare paura a nessuno. Se la scuola si mette accanto a loro fa il suo mestiere».

Ed è possibile limare i dubbi sulla libertà di espressione?

«Questa è l’obiezione più incomprensibile di tutte. Prima di tutto la libertà di opinione è protetta dall’articolo 21 della Costituzione. Poi, nel ddl Zan si chiarisce che sono perseguibili solo le espressioni idonee a provocare un concreto pericolo di atti discriminatori o violenti. Atti che non sono opinioni, ma reati, condotte che possono creare concretamente violenza. Dire invece che la famiglia naturale è quella tra uomo e donna, non comporta concretamente nessuna discriminazione o violenza».

Un ulteriore punto: dice Matteo Renzi che hanno proposto quelle modifiche perché non ci sarebbero i voti al Senato ma mente sapendo di mentire, visto che i voti che mancano sono proprio i suoi, della truppa di Italia Vile.

E ancora: ieri Renzi ha detto che loro voterebbero la legge “così com’è” ma allora sfugge il senso di presentare quegli emendamenti. Quindi che fa? Li ritira?

Insomma, non c’è una ragione con un senso che sia uno tra le giustificazioni di queste ore. Proprio come quei brutti trucchi dei maghi da compleanno.

Buon martedì.

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Left del 2-8 luglio 2021

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Italia Vile e il Ddl Zan

Il partito capeggiato da Matteo Renzi ha deciso di affossare il Ddl Zan. L’ha deciso, come nella maggioranza delle sue scelte, in base a un ragionamento politicistico che ha poco a che vedere con i diritti…

Quel partito che è una distopia politica (Italia Viva ha percentuali che non corrispondono minimamente al suo peso parlamentare figlio di manovre di palazzo) capeggiato da Matteo Renzi ha deciso di affossare il Ddl Zan. L’ha deciso, come nella maggioranza delle sue scelte, in base a un ragionamento politicistico che ha poco a che vedere con i diritti ma che è perfettamente in linea con la missione della truppa renziana: scostarsi per esistere, incrinare per non scomparire. Sia chiaro, in politica vale tutto e per un partito in estinzione proclamarsi ago della bilancia è l’unico modo per pesare ma il paternalismo con cui questi mascherano la tattica parlamentare è offensivo e immorale.

Renzi (che in questi giorni ha nominato suo ariete il sempre fedele Faraone) sa benissimo che il Partito Democratico non si può permettere di modificare il Ddl Zan. È una sua legge con cui il segretario Letta ha intenzione di costruire la rinnovata identità del partito ed è una legge su cui ci hanno messo la faccia i suoi maggiori esponenti. Anzi, proprio perché Renzi questo lo sa benissimo viene facilissimo scoprire che ancora una volta è il Pd nel mirino dei renziani, sempre intenti a logorare di sponda perché consapevoli che il loro campo è solo uno scantinato. Renzi sa benissimo che un eventuale ritorno alla Camera delle legge sarebbe bloccato da altre priorità (c’è la legge di Bilancio, solo per citarne una) e sa benissimo che questa favola di “mettere la fiducia” è qualcosa che non ha nessun fondamento politico: perché mai Draghi dovrebbe porre la fiducia su una legge che non è assolutamente un manifesto del suo governo? Dai, non scherziamo, su.

Nonostante questi si impegnino tantissimo nella loro narrazione la politica segue logiche molto semplici e lineari: se chiedo a qualcuno qualcosa che so per certo non mi potrà concedere, lo faccio solo perché ho pronta la mia narrazione sul suo prossimo “no”. Ci sono richieste che servono per mediare e ci sono richieste che servono per interferire. Sarebbe poi curioso capire perché in pochi scrivano chiaramente che Italia Viva sta chiedendo di modificare parti della legge che proprio esponenti di Italia Viva hanno chiesto di inserire: basterebbe questo per svelare il trucco e per sottolineare il nonsenso dell’indecente spettacolino a cui stiamo assistendo.

In questo deludente balletto tutti fanno la loro parte: il centrosinistra fa il centrosinistra sostenendo la legge, la destra fa la destra boicottandola (nonostante in Forza Italia ci siano senatori che sono in dissonanza con il proprio partito) e Italia Viva ancora una volta fa l’Italia Viva abbracciando la destra per uccidere il centrosinistra. Questo è, senza troppi giri di parole.

Sullo sfondo ci sono le persone trans che confidavano nel diritto di esistere (e probabilmente non lo avranno nemmeno questa volta) e il dovere di non crescere bambini omofobi o transfobici. Sempre sullo sfondo, sempre periferia.

Rimane però anche un altro punto vero: le istanze del Ddl Zan non sono una nube che si potrebbe addensare all’orizzonte ma sono persone che già ci sono, che sono vitalissime e che non si potrà fingere di non vedere. Ma i miopi (o peggio ancora gli strumentalizzatori) ce li ricorderemo a lungo.

Buon lunedì.

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Left del 2-8 luglio 2021

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L’equilibrismo dei sovranisti baciapile

Forti con i deboli, deboli con i forti. Gli stessi politici che pretendono la “difesa dei confini” da una inesistente invasione di migranti sono quelli che non si fanno problemi ad applaudire l’ingerenza dello Stato vaticano nel lavoro del Parlamento

Orlando Merenda viveva a Torino. Aveva 18 anni. Orlando era gay. Anche lui ha dovuto subire i bulli che l’hanno bersagliato per questo. Si tratta esattamente di quell’omofobia che in molti continuano a sminuire, quella che viene derubricata a “scherzo”, quella che ci dicono che “non è niente di male”, che in fondo “i bulli ci sono sempre stati e non è mai morto nessuno”.

Il fratello di Orlando in un’intervista a La Stampa racconta: «Era preoccupato e non mi ha fatto i nomi di chi gli faceva del male». Le vessazioni sono state raccontate anche dai suoi amici più stretti che raccontano come Orlando comunque abbia sempre mantenuto il riserbo, poco incline allo scontro e abbia deciso di non raccontare nulla ai suoi familiari. Orlando Merenda a 18 anni ha deciso di buttarsi sotto un treno. «Il tuo ultimo saluto è stato un caffè con un Kinder Bueno – scrive il fratello di Orlando su Facebook -. Nel pomeriggio abbiamo fatto la tragica scoperta. Sei andato via a soli 18 anni lasciando in noi un grande vuoto». Poiché l’odio non si arresta nemmeno con l’eliminazione dell’avversario, visto che ha bisogno di nutrirsi in continuazione, sui profili social di Orlando oltre ai messaggi di cordoglio sono arrivati insulti. Ancora. C’è perfino un “morte ai gay”.

Il suicidio di un ragazzo di 18 anni, in un Paese normale, dovrebbe essere inserito nel contesto di una violenza diffusa che deve per forza essere affrontata dalla politica. Il 22 giugno a Roma, in via Prenestina, una trans è stata trovata morta in un canale di scolo nei pressi di un distributore con una ferita alla testa. Il 27 giugno un uomo ha insultato una trans a Riccione con frasi sessiste e omofobe mentre passeggiava con altre tre persone. La trans, che nella foga di difendersi dagli insulti era finita a terra, è stata soccorsa nel Pronto Soccorso della città mentre l’aggressore ha addirittura tentato di fare irruzione nella caserma dei carabinieri, prima di essere arrestato. Nella settimana del Pride un dodicenne a Milano che stava andando a unirsi al corteo è stato preso di mira da alcuni ventenni che lo hanno sbeffeggiato e poi preso a schiaffi dietro alla testa. I medici del 118 che stavano presidiando l’area si sono accorti di quanto stava accadendo e sono intervenuti evitando che la situazione degenerasse. Fortunatamente il dodicenne non ha avuto bisogno di cure mediche in ospedale.

È andata peggio a due giovani fidanzati che intorno alle 21 di sabato stavano andando a cena, in centro a Milano. I ragazzi erano in bicicletta quando un uomo li…

L’articolo prosegue su Left del 2-8 luglio 2021

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Due consigli prima di parlare di Ddl Zan o di pestaggi nelle carceri

Qualcuno trovi presto il visionario coraggio di costituire un intergruppo parlamentare dell’empatia. Lo faccia in Parlamento e se possibile lo faccia anche nelle associazioni di categoria: la confempatia, l’arciempatia, il dopolavoro empatico e, se possibile, anche una corrente empatia in ogni partito. Fallito il tentativo di instillare solidarietà, schiacciato dalla clava del sospetto reato di buonismo, non resta che innescare un enorme movimento pedagogico che spinga più persone possibili a provare l’ebrezza di “mettersi nei panni degli altri”. La usavano certi parroci e certi nonni mentre oggi suona come una sconcezza fluida o come un pericolo di contagio.

Signori, la rivoluzione solidale è persa

Guardarsi in faccia e dirsi: signori, la rivoluzione solidale l’è persa, ci abbiamo provato ma non abbiamo partorito niente di più di qualche circolo dei buoni e bravi. La solidarietà è un sentimento inaccessibile al pari di un ideale e si sa che questi non sono tempi in cui si può toccare il cielo con un dito ché siamo nati tutti con un nodo in gola. Però se una gran fetta di italiani provasse l’ebrezza sciagurata (va benissimo anche un’informatizzata realtà virtuale che irrompa come uno spot) di essere un carcerato che è stato condannato dalla legge e che poi si ritrova quella stessa legge con il manganello in mano e i denti gocciolanti a schiaffare lividi non sarebbe possibile che non si senta l’odore acre dell’ingiustizia. Non sarebbe nemmeno possibile concedere il lusso a qualche politicante di mischiare tutto con la propaganda. Si potrebbe essere in disaccordo, certo ci mancherebbe, ma parlarne e scriverne con il bruciore di uno sfregio tra le costole riporterebbe la discussione nell’alveo umano, contenuta nella dignità.

Il lusso immorale di travestire la povertà da indolenza

Se per cinque secondi (il tempo di uno spot breve durante il recupero della palla in fallo laterale) arrivasse il burrone di non sapere come tirare fino a fine mese, cosa mettere nelle borse che non si possono permettere nemmeno la peggiore pasta del più sporco discount della più periferica periferia, si potrebbe discutere di poveri e di povertà senza concedersi il lusso immorale di travestirla da indolenza, di chiamare un vasetto di sugo assistenzialismo e di ipotizzare la creazione di un cassonetto nazionale dei falliti. Sono sicuro che se si sentisse l’esigenza di andare via, andare da qualsiasi parte, per tentare di sopravvivere, perfino scegliere una morte incerta piuttosto che una morte certa, allora potremmo scornarci all’infinito su come governare le migrazioni (che sono comunque uno dei fenomeni che più si autogoverna essendo naturale nella storia) ma sentiremmo l’urgenza del salvataggio, almeno quello, scornandoci poi serenamente dal secondo successivo all’approdo.

La corte di farisei omofobi che rivittimizzano le vittime

Se capitasse il caso, breve ma intenso, di venire identificati con un solo lembo di tutto il perimetro del nostro corpo e di quello che siamo, se vedessimo un mondo in cui il prerequisito essenziale è quello di essere eterosessuale per stare tra “normali” intenti a disinfettare come scarti tutti gli altri potremmo discutere del ddl Zan ragionando (anche spigolosamente) sulle formulazioni di legge ma non permetteremmo ai farisei omofobi di rivittimizzare le vittime. Pensate agli occhi diversi con cui si potrebbe discutere di tutele, di genitorialità, di garanzie di reddito e della casa, di salute e cura. Salterebbero all’occhio, distinguendosi come macchie sotto il luminol, gli avvelenatori di pozzi mentre scorgono dittature sanitarie dappertutto, incroceremmo ogni persona con la consapevolezza che, anche se non si vede, sta combattendo una sua battaglia personale che merita rispetto. Ci diremmo che è faticoso, eccome, vivere e sopravvivere.

I diritti sono sempre quelli degli altri

I diritti sono sempre quelli degli altri scriveva Pasolini perché chi reclama diritti è sempre una minoranza schiacciata dal proprio poco peso. Cadrebbe anche questa ghigliottinante tiritera del “ci sono cose più importanti” poiché ci sarebbe la consapevolezza che l’importante è già tutelato dal proprio ingombro. Perché mentre ci sediamo su uno status quo che ci appare garantito dovremmo sentire il burrone delle vite che per un accidente qualsiasi possono precipitosamente rotolare e quando ormai si è già tra le frasche possiamo urlare, urlare, urlare ma lì sopra, se non sono educati a sentire, non ci sente nessuno.

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