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Dopo Salvini che evoca la Madonna, ecco Figliuolo che affida i vaccini a Santa Rita

E per fortuna questi sarebbero quelli seri, i migliori, quelli che non parlano ma fanno, quelli che nell’immaginario collettivo avrebbero dovuto segnare una svolta rispetto ai governi precedenti. Perché, proprio nel momento in cui stavamo per dimenticarci le nefandezze pseudoreligiose di Salvini (con rosari usati come clava, crocifissi adorati come totem e addirittura la Madonna di Fatima eletta sua social media manager), ora arriva il generale Francesco Paolo Figliolo, l’uomo della provvidenza, ad ammettere di avere chiesto a Santa Rita, osservando il suo corpo a Cascia, “di aiutare l’Italia a uscire da questa pandemia, a far sì che la campagna vaccinale proceda e che tutti gli italiani ne capiscano l’importanza”.

“Confidenti nella scienza ma anche nella spiritualità, auspico che Santa Rita posi la sua santa mano sopra di noi, per fare in modo che ne usciamo”, ha dichiarato Figliuolo.

E, sia chiaro, il problema non è la gestione della spiritualità intima del generale tintinnante di lustrini: qui il vero tema è la credibilità di un commissario straordinario che ammette candidamente di avere come strategia quella di votarsi ai santi.

Se non ci fosse il governo del super Draghi, ma un qualsiasi governo precedente, ora sentireste tutti i giornaloni strepitare d’indignazione. Invece, poiché questo governo, oltre a essere votato ai santi evidentemente è anche santificato da quasi tutti i giornali, il fatto è passato sotto traccia.

Poi magari il generale Figliuolo potrebbe anche dirci che cosa ne pensi Santa Rita del fatto che giugno dovesse essere il mese della spallata alla pandemia con 15 milioni di dosi consegnate dai soli Pfizer e Moderna, per un totale di 20 milioni di dosi inoculate complessivamente, ma non è andata proprio così.

E Figliuolo potrebbe anche dirci che cosa ne pensi Santa Rita del fatto che a luglio ci saranno 800mila dosi in meno rispetto alle consegne preventivate.

Perché, in fondo, siamo sempre qui: promesse non mantenute, simboli religiosi che vengono rivenduti come tradizioni, sacralità che viene smerciata come condono e un’infinita catena di simboli che vengono usati per ammansire.

Poi ci sarebbe la laicità dello Stato, ma quella ormai è un lontano miraggio, ancor di più con questo governo. E ci sarebbero i numeri promessi ma mai raggiunti. Ma agli italiani basta sapere che Figliuolo è uomo di chiesa per continuare a dargli fiducia.

A proposito: tutto questo avviene dopo una settimana in cui ci hanno spiegato che i simboli (quelli laici, come manifestare contro il razzismo) “non servono a niente”. Santa Rita da Cascia invece sì.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Li “salvano” così

Tentativi di speronamento, colpi di armi da fuoco, lancio di bastoni. Grazie al video di Sea Watch si capisce bene il concetto di “soccorso” della Libia, il “partner” così caro al nostro governo. Che si sta preparando a rifinanziare la cosiddetta guardia costiera libica…

L’altro ieri Seabird, l’aereo di Sea Watch, ha registrato le immagini di un cosiddetto salvataggio della cosiddetta Guardia costiera libica, quella che lautamente finanziamo, nei confronti di una barcone in acque internazionali di migranti che tentavano di sfuggire alla cattura.

Nel video si vede chiaramente che la motovedetta Ras Jadir, una di quelle donate dall’Italia, tenta di speronare almeno due volte l’imbarcazione dei migranti con azzardate manovre a pochi centimetri (chissà come si sgoleranno ora tutti gli urlatori contro Carola Rackete, per mesi massimi esperti di manovre in acqua nonostante fossero saliti un paio di volte su un pedalò) sparando diversi colpi a distanza e lanciando oggetti, tra cui bastoni, contro le persone a bordo (sono sempre i soliti disperati che provano a salvarsi).

Le 63 persone a bordo del barchino sono riuscite a salvarsi e ad arrivare a Lampedusa. L’inseguimento è durato circa 90 minuti e le acque in cui avviene quel pericoloso avvicinamento in acque maltesi, lì dove la nostra Guardia costiera italiana non si spinge per una comoda forma di rispetto mentre sono ben accetti i libici per fare il loro sporco lavoro. L’ennesima prova che i confini delle aree Saar tornano utili per giustificare i mancati salvataggi ma poi scompaiono quando si tratta di provare a catturare i migranti per riportarli nelle prigioni libiche.

I tracciati dell’aereo di Sea Watch eleborati dal giornalista Sergio Scandura, di Radio Radicale, mostrano chiaramente che i guardacoste libici si sono allontanati di almeno 110 miglia dal porto di Tripoli arrivando a 45 miglia da Lampedusa, spingendosi in una caccia al topo che ha tutte le forme dell’accanimento.

Questo è, per chi finge di non vedere, il concetto di “soccorso” della Libia, il “partner” così caro a Mario Draghi oltre ai soliti Salvini e Meloni. Accanirsi sui disperati è la loro vera missione ed è facile immaginare perché siano così scomodi i testimoni in mezzo al Mediterraneo: le loro politiche fanno schifo e vorrebbero rivendicare il diritto di fare schifo senza essere giudicate.

Chissà che ne pensano gli ammiragli della Marina italiana, quelli che ci hanno deliziato con i loro discorsi in cui rivendicano il professionale addestramento per i soccorsi ai loro colleghi libici. Chissà che ne pensa il governo che si sta preparando a rifinanziare questa combriccola di assassini legalizzati. Chissà cosa ne pensano quei partiti che sostengono un governo del tutto identico sulla questione agli stessi governi che contestava su questo punto.

Chissà che ne pensano gli strumentalizzatori che parlano sempre di “scafisti” criminali ma non scorgono i libici criminali. Chissà che ne pensano gli italiani dei loro soldi usati per finanziare un’attività illegale. Chissà quando troveremo il coraggio di dire basta.

Buon venerdì.

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Ennesimo naufragio in mare, stavolta è strage di donne e bambini

Sono sette, tutte donne, le ultime vittime di quel cimitero liquido che è il Mediterraneo e noi qui ogni volta a sforzarci di non normalizzare l’indicibile, di non diventare impermeabili, di scriverlo ancora, ancora più forte, senza perdere il senso di una strage che ormai non ha più nessuna parola nuova nel vocabolario del dolore e comunque sembra che non siano servite, le parole. È accaduto all’alba del 30 giugno a circa 5 miglia da quella Lampedusa diventata avamposto cimiteriale di un’Europa che ha subappaltato il lutto a una comunità diventata periferia.

Dalle testimonianze raccolte ci sarebbero anche nove dispersi che si prova a ripescare, la maggior parte bambini. La barcarola su cui viaggiavano si è rovesciata probabilmente perché sbilanciata dall’arrivo delle motovedette della Guardia costiera: «Alla vista delle motovedette della Guardia costiera, i migranti presenti sul barcone si sono sbilanciati – ha detto il procuratore capo della Procura di Agrigento Luigi Patronaggio ricostruendo la tragedia – Tanti sono finiti in mare o perché mal distribuiti sul barcone o perché hanno perso l’equilibrio. Sulle salme verrà eseguito un esame esterno direttamente a Lampedusa. E poi, se dal caso, decideremo se disporre o meno autopsia». Sono stati recuperati 46 superstiti. Tra le vittime anche una donna in avanzato stato di gravidanza. Ma anche questo non ci tocca più: ciò che avviene nel Mediterraneo sembra non toccare nemmeno le normali corde della pietà.

L’imbarcazione sarebbe partita da Sfax, in Tunisia. Durante la notte precedente, a partire dalle 3.30, sono sbarcati 256 migranti distribuiti su quattro diversi barconi. Tutti i 304 migranti sbarcati sono stati portati all’hotspot di contrada Imbriacola. Con il loro arrivo gli ospiti raggiungeranno la cifra di 660 persone in un luogo di una capienza massima prevista per 250 persone. Cento di loro saranno trasferiti con il traghetto di linea a Porto Empedocle. Nel centro di prima accoglienza si sono svolte le procedure di identificazione di tutti i nuovi arrivati sottoposti anche a tampone rapido anti-Covid da parte dei sanitari.

«Un’ennesima tragedia nel Mediterraneo straziante, cos’altro deve accadere per far capire all’Italia e all’Europa che così non si può andare avanti», ha detto Totò Martello, sindaco di Lampedusa e Linosa, chiedendo un incontro al presidente Mario Draghi: «Bisogna affrontare l’intero fenomeno dei flussi migratori con un approccio differente… E bisogna farlo subito perché mentre la politica continua a discutere, la gente muore in mare», ha aggiunto. Ma anche gli appelli disperati del sindaco Martello ormai rimangono lettera morta utile solo da riportare sui giornale come dichiarazione per farcire gli articoli. La politica è immobile, l’Italia e l’Europa tacciono e nel monumentale piano d’investimento per il dopo pandemia, mentre si discutono tutte le scelte economiche e politiche per il rilancio, il tema dell’immigrazione è rimasto sul tavolo con la solita feroce soluzione: pagare Erdogan per fare muro con metodi illegittimi e provare a iniettare denaro ai carcerieri libici per frenare l’ondata.

L’immigrazione viene affrontata di sguincio come se fosse un tema semplicemente da contenere. Così accadrà l’immaginabile: la destra peggiore avrà campo libero per gridare all’invasione e amplificare ogni arrivo concimando la propaganda utile in previsione delle future elezioni mentre gli altri balbetteranno di diritti umani fingendo di non sapere che sono seduti allo stesso tavolo di quegli altri. Uno spettacolo indegno con un copione già scritto che dovremo sorbirci senza potere fare nulla di più che raccontarlo. Quelli, i disperati che arrivano, sono nella paradossale situazione di nutrire la propaganda contro di loro se si salvano e di morire come altra unica alternativa.

Alla cronaca della morte si aggiunge anche una bambina di cinque anni trovata su un barcone alla deriva da 17 giorni sulla rotta tra l’Africa occidentale e le isole Canarie: è morta nella notte mentre veniva trasportata d’urgenza in ospedale da un elicottero militare spagnolo. Insieme a lei sono stati ricoverati anche un uomo e una donna. La donna è in condizioni “critiche”, mentre l’uomo è in condizioni “gravi”. Lo spettacolo è appena iniziato, il copione scritto, nessun colpo di scena all’orizzonte.

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Perfino le botte sono divisive

Dopo la pubblicazione dei video su quanto è accaduto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, mentre il Ministero esprime «ferma condanna per la violenza e per le umiliazioni inflitte ai detenuti», Salvini e Meloni invece…

Accade, l’avrete visto tutti, che siano stati resi pubblici i video dell’inchiesta che ha portato a indagare 52 persone tra funzionari e agenti della Polizia Penitenziaria sulle violenze nel carcere di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) del 6 aprile 2020, dopo una protesta dei reclusi in seguito all’emersione di un caso di Coronavirus. La ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ha parlato di «Costituzione tradita» e ha chiesto approfondimenti sull’intera catena di responsabilità e un rapporto anche sugli altri istituti, mentre il ministero e il Dipartimento amministrazione penitenziaria si dicono «sconcertati dalle immagini diffuse ed esprimono ferma condanna per le umiliazioni e le violenze inflitte ai detenuti».

Ovviamente Salvini e Meloni difendono i poliziotti, al massimo dicendoci che non bisogna accusare un’intera categoria per “poche mele marce”. A parte il fatto che nessuno con un minimo di equilibrio si sogna di accusare un’intera categoria, sarebbe da capire però perché lo stesso metodo non si applichi agli stranieri che invece vengono additati ogni volta come sporchi e cattivi per uno solo di loro che compie qualcosa. Ma la coerenza non è di moda da quelle parti. Un altro punto interessante: anche nel presunto centrosinistra ci sono i soliti noti che si distinguono per peloso garantismo tanto per posizionarsi politicamente alla ricerca di qualche 0,%. sono più compiti ma non meno schifosi.

In questa vicenda c’è anche un altro aspetto inquietante che riguarda un detenuto algerino: si chiamava Lamine Hakimi, aveva 28 anni ed è morto il 4 maggio 2020 all’interno del carcere di Santa Maria Capua Vetere. Hakimi, affetto da schizofrenia, era tra i 15 detenuti posti in isolamento, dopo i pestaggi del 6 aprile, in quanto ritenuti i promotori della protesta al reparto Nilo di qualche giorno prima.

Hakimi, secondo quanto riferito dalla Procura, non era in condizioni fisiche tali da sostenere la misura afflittiva, non è stato sottoposto ad alcuna visita preventiva, non è stato curato adeguatamente. Il suo compagno di cella di quei giorni di isolamento, trascorsi al reparto Danubio, ha riferito che il 28enne algerino ha sempre dormito e che non ha ricevuto medicinali. Per gli inquirenti quella morte sarebbe conseguenza dei pestaggi (morte causata da altro reato) o comunque da una condotta omissiva da parte di chi doveva vigilare su di lui.

Il Gip invece ha valutato quella morte come suicidio per l’assunzione di una dose massiccia di oppiacei. Curioso: come potrebbe procurarsi degli oppiacei un detenuto in isolamento? Anche perché i quindici detenuti in isolamento non sono stati “registrati”: la loro regolarizzazione nelle celle di isolamento è avvenuta solo dopo: il 22 aprile ed il 4 maggio, giorno proprio della morte del 28enne algerino.

Insomma, se non bastano le botte c’è forse anche un morto. Ma in questo Paese, con questa classe politica, perfino le botte diventano divisive.

Buon giovedì.

(nella foto un frame del video pubblicato da Domani)

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Il libro nero sul CPR di Torino: “Quanti drammi prima del suicidio di Balde”

«Una ferita aperta, praticamente uno squarcio nel nostro sistema di diritto»: non usa mezzi termini l’avvocato Lorenzo Trucco, presidente dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) durante il suo collegamento per la conferenza stampa di presentazione del Libro nero sul CPR, (Centro di permanenza per i rimpatri) di Torino, organizzata alla Camera dal deputato di Più Europa Riccardo Magi.

Trucco ancora una volta ha sottolineato come la mancanza di regole dei centri determini di fatto un buco nero in cui sprofondano le persone, «In una voragine di disumanità», racconta, «in isolamento, senza cellulare, senza nessun contatto con i familiari, privi di controlli indipendenti sulla loro idoneità all’essere rinchiusi». Quel CPR di Torino diventato tristemente famoso per il suicidio di Moussa Balde, il 23enne guineano che si è tolto la vita in una cella di isolamento dopo essere stato vittima di un pestaggio a sfondo razziale. E, come ricorda il presidente dell’ASGI, le stesse celle di isolamento non sono previste da nessuna norma, «ci si finisce in assenza di qualsiasi provvedimento sottoposto a controllo formale. Si tratta – spiega Trucco – di un’umiliazione della persona. Ed è per questo che si moltiplicano gli atti di autolesionismo ed è per questo che abbiamo fortemente voluto pubblicare il libro nero. Perché il decesso di Balde è stato preceduto da molti altri drammi». C’è poi un buco giuridico: il giudice di pace non ha nessun potere di disporre pene detentive (come di fatto è la detenzione in un CPR): «Avviene solo per i migranti ed è un paradosso che si deve rimuovere».

L’avvocato Maurizio Veglio (anch’egli componente di ASGI) ha sottolineato come il loro Libro nero sia di fatto un racconto rubato, nato dalle storie di persone intercettate «e sottratte a un sistema di controllo feroce». Si tratta di un «catalogo di pezzi di biografie di persone a cui viene negato tutto». C’è chi non riesce ad avere le stampelle di cui avrebbe bisogno, c’è chi afflitto da patologie ematologiche aspetta un mese e mezzo per avere accesso agli esami che gli spettano, persone che si dichiarano minorenni ma che vengono comunque trattenute. «Il CPR è un luogo di scomparsa – dice Veglio -sterilizzato. Non escono le notizie, non esiste un registro degli eventi critici e la qualità della vita è talmente degradata e degradante che alcuni detenuti chiedono addirittura l’isolamento, altri finiscono per cucirsi le labbra, inghiottire oggetti o studiare quanti chili debbano perdere per sperare di guadagnare la libertà. Se non c’è un giudice ai detenuti rimane solo il loro corpo. E nel CPR c’è un solo infermiere per 12 ore e un medico per sole 5 ore. Solo loro per 130 detenuti».

L’avvocato di Moussa Balde, Gianluca Vitale di Legal Team Italia, ha sottolineato come la morte del giovane sia riuscita a superare le mura del CPR: «Il suo luogo di isolamento è una stanzetta, praticamente sei in un pollaio, in una gabbia da zoo. Moussa è stato vittima di un reato ma per lo Stato ha prevalso la sua irregolarità, preferendo la negazione dei diritti. E nel CPR di Torino è morto Hossain Faisal, cittadino bengalese, il 16 febbraio del 2019, nella stessa cella in cui era stato collocato ben 5 mesi prima e nonostante evidenti problemi psichici». Al 24 giugno nei 10 CPR sparsi per l’Italia (1 è chiuso per lavori) erano detenuti 452 persone (tutti uomini) su 755 posti disponibili.

«A Torino anche i colloqui con gli operatori avvengono attraverso le sbarre – ha spiegato Daniela De Robert, componente del Collegio del Garante nazionale dei detenuti e delle persone private della libertà – C’è una gravissima mancanza di trasparenza: solo il CPR di Roma permette l’accesso ad alcune organizzazioni mentre tutti gli altri sono chiusi alla società civile, difficili perfino per gli avvocati e negati alla stampa. È più facile entrare in carcere che in un CPR. Poi si potrebbe discutere della legittimità dei trattenimenti: nel 2020 sono state rimpatriate il 50,1% delle persone e ne sono passate 4487. È lecito trattenere persone private della loro libertà in funzione di un’espulsione che non avviene? Nel lockdown le persone venivano trattenute nonostante i voli fossero cancellati e le frontiere chiuse. Che senso ha? E poi ci sono i minori trattenuti con la radiografia del polso, una cabala senza base scientifica». «Da noi chiedi protezione e ricevi isolamento – dice De Robert – in un luogo privo di qualsiasi regolamento e controllo. I detenuti avrebbero diritto di reclamo ma come possono farlo in un luogo in cui non viene nemmeno concessa la carta e la penna?».

«Nei Cpr si trovano spesso persone in una condizione di disperazione senza fine, e la fine a volte, come nel caso di Mussa, è la morte», afferma Riccardo Magi. «La detenzione è oltremodo afflittiva per la mancanza di regole che disciplinino meglio vari aspetti della vita dei reclusi e garantiscano diritti basilari. Su questo si può e si deve intervenire seguendo anche le indicazioni del Garante. Ma andrebbero anche riconsiderati il senso e le modalità di questa detenzione amministrativa anomala e contro lo stato di diritto», spiega il deputato. Il libro nero del CPR di Torino è scaricabile dal sito asgi.it

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La fine del blocco dei licenziamenti produrrà solo salari da fame. E Draghi e Confindustria lo sanno

In fondo è la sua natura. La natura di questo governo che poggia sulla formazione economica di Mario Draghi, l’appoggio entusiasta e incondizionato di tutti i liberisti (e pure degli pseudoliberisti) e su un arco parlamentare che comprende la destra oscena e sovranista, la destra che si finge moderata e perfino quei partiti di destra che insistono nel fingere di essere di centrosinistra.

Che il governo Draghi corra per eliminare il cashback, l’unica iniziativa presa negli ultimi anni per evitare i pagamenti in nero pur con tutte le sue lacune, è un messaggio politico che non può che rassicurare i furbi orfani di quel Berlusconi che senza remore si proclamo loro leader. Che Confindustria sia diventata un’irrinunciabile partner di Draghi e del suo governo è una soddisfazione perfino inaspettata: una riabilitazione così repentina senza passare dalle elezioni era qualcosa che albergava solo nei loro sogni più remoti (e quelli di Renzi).

Ma soprattutto siamo in dirittura d’arrivo di quel blocco dei licenziamenti pensato per evitare di rovesciare il costo della crisi sui lavoratori e che ora si dissolve sotto le martellate del “governo dei migliori”. Per farlo ovviamente hanno dovuto adottare una narrazione contraddittoria che sostengono senza nemmeno vergognarsi: mesi e mesi passati a dirci che la ripresa sarà fortissima e sarà bellissima, Confindustria che da settimane ci racconta che siamo alle porte di un miracoloso boom economico, eppure licenziare diventa un passaggio obbligato. Perfino il più analfabeta in economia si chiederebbe come sia possibile che in un periodo presumibilmente florido la libertà di licenziare sia un’urgenza da sostenere con foga.

La motivazione è semplice semplice: una parte del Paese vuole che la ripresa vada tutta a favore dei margini di profitto per le imprese che ora sono libere di licenziare per poi riassumere con contratti con salari da fame, più precari, senza garanzie e per riuscirci non c’è niente di meglio che mettere i lavoratori nelle condizioni di essere facilmente ricattabili.

Per aumentare il ricatto ovviamente si lavora anche all’eliminazione nel più breve tempo possibile dei sussidi e degli ammortizzatori sociali. A proposito di sussidi: quelli arriveranno direttamente nelle tasche delle aziende, solo che li chiameranno investimenti.

Così il gioco è fatto. Sullo sfondo resta la narrazione dei lavoratori che non hanno voglia di lavorare. Il che li rende ancora più fragili, per poterli pagare meno.

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Uno vale Grillo

Il M5s del comico genovese e Forza Italia di Berlusconi hanno un tratto comune: sono gli unici due partiti con rilevanti risultati elettorali e ruoli di governo che restano inchiodati all’immobilismo dei vertici

Le giusta misura della democrazia di un partito si rivela principalmente da quanto sia effettivamente scalabile. Non è una questione di lana caprina da politologi ma è il termometro per misurare lo stato di salute di un partito, di qualsiasi partito.

Il berlusconismo ad esempio tra le altre cose ha proposto un modello di partito-azienda che per anni in molti da queste parti abbiamo criticato, ci siamo spesi per contestare la radice stessa di un partito che possa avere un “proprietario” che, alla stregua di un presidente di calcio, si compra la sua squadra (di cui non può fare a meno per potersi iscrivere al campionato) mica per giocare ma per “oliare” rapporti altri e portarla come lustrino.

Ciò che sta accadendo in queste ore nel Movimento 5 stelle è la solita vecchia storia del fondatore che diventa anche l’affondatore, di un movimento che era nato per rinnovare la politica (anzi, peggio, “distruggere i partiti” dicevano con un’arrogante violenza che alla fine gli si è ritorta contro) e invece della politica ha preso molti dei lati peggiori.

Pensate solo a un aspetto: la trattativa tra Conte e Grillo si è consumata come nella Prima Repubblica uscendo di sguincio solo sotto forma di indiscrezioni e smentite con un processo che non ha avuto nulla di trasparente e solo oggi forse sarà possibile averne contezza attraverso le rivendicazioni di una e dell’altra parte, con la stessa opacità dei più oscuri caminetti dei nebulosi partiti.

Perfino la Lega, che da queste parti non abbiamo mai amato per le sue derive destrorse e inumane, è risultata scalabile sostituendo Bossi con Maroni e poi Maroni con Salvini e poi il prossimo che sostituirà Salvini. Forza Italia e il Movimento di Grillo sono gli unici due partiti con rilevanti risultati elettorali e ruoli di governo che rimangono inchiodati all’immobilismo dei vertici.

Che Grillo abbia avuto la stupidità di bollare come incapace l’uomo che per due volte ha messo a capo del governo dimostra tutta la sua pericolosa arroganza: ieri ci ha fatto sapere che l’uomo che lui ha ritenuto in grado di governare l’Italia non sarebbe in grado di guidare un partito, buttando letteralmente nel cesso tutti questi ultimi anni. Tant’è che viene naturale dirsi “povera Italia” ben più di “poveri Cinque stelle”. Si tratta di un’autocritica distruttiva (perché la pars destruens è l’unica che Grillo riesce ad adottare) involontaria che devasta il suo stesso progetto politico. E anche questo è un film già visto: ora ci sarà la scissione, poi la parcellizzazione e poi tutto il resto.

Intanto partitini padronali di presunto centrosinistra stanno esultando felici per un sassolino che possono togliersi dalle scarpe senza rendersi conto che in tutto questo il duo Salvini e Meloni viaggia a gonfie vele, il signor Draghi sblocca i licenziamenti e quatto quatto governa in continua virata verso destra con l’accondiscendenza di quasi tutto l’arco parlamentare e non si vede ancora nemmeno un minimo di strategia per la costruzione di un serio campo democratico. Esultano per la crisi del M5s senza rendersi conto che rischia di spianare la strada ad una destra ancora più destra di quello che c’è.

Per questo Grillo ha responsabilità ancora più gravi della semplice gestione del suo Movimento: lo sconquasso politico avrà effetti anche su quelli che stanno festeggiando. E chissà che una volta per tutte non si smetta di credere alla favola dell’uno vale uno nel partito in cui uno vale Grillo da sempre.

Buon mercoledì.

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Case popolari, l’Aler ha un patrimonio da recuperare ma non usa il Superbonus: solo due interventi


Nonostante il Superbonus del 110 per cento per le ristrutturazioni e una mozione ad hoc del Movimento 5 Stelle approvata all’unanimità in Consiglio regionale, l’Azienda lombarda per l’edilizia residenziale (Aler) sta intervenendo con estrema lentezza per recuperare il proprio patrimonio immobiliare, da molti anni in sofferenza per il degrado. Secondo l’assessore regionale alla Casa Mattinzoli sono stati avviati solo due interventi: “La relazione dell’assessore è stata totalmente insufficiente – dice a Fanpage.it il consigliere regionale M5s Di Marco – riteniamo che il tema sia stato affrontato con leggerezza dimostrando come sull’utilizzo di strumenti come il Superbonus le Regioni e le Aler siano ancora in alto mare”.
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Il paradosso della Figc: gli azzurri si inginocchieranno perché lo faranno anche gli avversari

No, quello di Chiellini non è stato un “lapsus”: in questi Europei la Figc ce la sta mettendo tutta per apparire stupida, vigliacca, ignorante e confusa. Se c’era un modo immaginabile per sbagliare tutte le scelte, comunicarle male e riuscire a scontentare tutti la Nazionale di calcio ci sta riuscendo perfettamente.

Comincia tutto il 19 giugno quando prima della partita con il Galles in cinque decidono di inginocchiarsi per esprimere solidarietà al movimento Black Lives Matters e più in generale all’antirazzismo mentre gli altri se ne stanno beatamente in piedi. Il presidente della Figc Gravina scrive un comunicato stampa in cui ci fa sapere che la Figc non c’entra e che aderire alla campagna antirazzista sia stata una scelta personale di quei cinque. Non sia mai che l’Italia possa essere associata ai diritti, avranno pensato dalle parti della federazione.

Poi ci fanno sapere che non si inginocchieranno perché “la politica deve restare fuori dal calcio” come se esistesse una politica divisa tra razzisti e antirazzisti. Una roba indecente e folle. Sabato è il turno di Chiellini che ci dice che no, che loro il “nazismo” lo combattono in un’altra maniera. Quale sia la maniera non si capisce bene ma i razzisti possono esultare per i loro patrioti che stanno in piedi, pur strisciando.

Ora siamo al punto più basso: la Figc ci fa sapere che nella prossima partita con il Belgio cambia tutto (contrordine compagni!) e ci si inginocchia. Qualcuno potrebbe perfino sperare che ci sia stata una riflessione sulla responsabilità pubblica e sul valore di certi simboli e invece questi ci fanno sapere che si inginocchieranno per solidarietà al Belgio. Anzi, ancora più puerili: si inginocchieranno perché si inginocchiano anche gli avversari, probabilmente hanno paura che vengano male le foto da bordo campo. E ancora: dicono che non si tratta di un’adesione alla campagna Black Lives Matter contro il razzismo.

In sostanza il messaggio della Nazionale è “mi inginocchio ma rivendico il diritto di fregarmene”. Fuori dal campo la strategia è quella dell’ignavia, del dilettantismo comunicativo e dell’inettitudine. Prendono una “non posizione”, si inginocchianicchiano, fanno finta. Vorrebbero essere eroici e invece ballano la danza macabra dei pavidi.

No, il problema non era Chiellini. Il tema è una Figc che si dimostra perfetta rappresentazione della classe dirigente italiana: inadeguata, fuori dal tempo e concentrata a non scontentare nessuno. E infatti finisce per collezionare pessime figure con tutti.

Leggi anche: L’occasione mancata dagli Azzurri che scelgono di non inginocchiarsi contro il razzismo

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Concorso esterno in tortura

Torture pluriaggravate ai danni di detenuti, lesioni personali, depistaggio: sono 52 le misure di custodia cautelare per poliziotti e impiegati del carcere di Santa Maria Capua Vetere. E Salvini annuncia subito che andrà a portare loro la solidarietà della Lega

Ieri il gip di Santa Maria Capua Vetere su richiesta della Procura locale ha firmato l’esecuzione di 52 misure di custodia cautelare nei confronti di poliziotti e impiegati del Dipartimento dell’amministrazione Penitenziaria della Campania. Le accuse sono: torture pluriaggravate ai danni di numerosi detenuti, maltrattamenti pluriaggravati, lesioni personali pluriaggravate, falso in atto pubblico aggravato, calunnia, favoreggiamento personale, frode processuale e depistaggio. “Un’orribile mattanza”, si legge nell’ordinanza, riferendosi alle violenze che scoppiarono in occasione della rivolta nel carcere di Santa Maria Capua Vetere nell’aprile 2020, quando 150 detenuti circa misero in atto una rivolta dopo avere saputo di un contagio Covid nella struttura.

Dopo la protesta il 6 aprile ci fu una perquisizione straordinaria nei confronti di quasi tutti i carcerati del reparto Nilo. Secondo i magistrati si trattò di violente rappresaglie, a cui avevano partecipato 283 unità, sia interne all’organico del carcere sia provenienti dal Gruppo di supporto agli interventi. Secondo la procuratrice Maria Antonietta Troncone le immagini di videosorveglianza dimostrerebbero “l’arbitrarietà delle perquisizioni, disposte oralmente”, e fanno emergere “il reale scopo dimostrativo, preventivo e satisfattivo, finalizzato a recuperare il controllo del carcere e appagare presunte aspettative del personale della Polizia Penitenziaria, essendosi conseguentemente utilizzato un atto di perquisizione”. Le immagini, prosegue il procuratore, “rendevano una realtà caratterizzata dalla consumazione massificata di condotte violente, degradanti e inumane, contrarie alla dignità ed al pudore delle persone recluse”. Alcuni detenuti erano stati lasciati senza biancheria e nonostante avessero i segni delle violenze non sarebbero mai riusciti ad accedere alle cure mediche.

Dai video acquisiti, scrive la procuratrice, “era possibile accertare, in modo inconfutabile, la dinamica violenta, degradante e inumana che aveva caratterizzato l’azione del personale impiegato nelle attività, persone difficilmente riconoscibili perché munite di DPI ed anche, quanto a numerosissimi agenti, di caschi antisommossa, unitamente a manganelli in dotazione, illegalmente portati con sé, ed anche di un bastone”. I detenuti del reparto Nilo, ricostruiscono i magistrati, erano stati costretti a camminare attraverso un “corridoio umano” formato dai poliziotti e percossi al passaggio con “un numero impressionante di calci, pugni, schiaffi alla nuca e violenti colpi di manganello, che le vittime non riuscivano in alcun modo ad evitare”. Si tratterebbe di “uno dei più drammatici episodi di violenza di massa perpetrato ai danni dei detenuti in uno dei più importanti istituti penitenziari della Campania”, “un vero e proprio uso diffuso della violenza, intesa da molti ufficiali ed agenti della Penitenziaria come l’unico espediente efficace per ottenere la completa obbedienza dei detenuti” e “una orribile mattanza”.

I messaggi tra gli agenti di Polizia penitenziaria sono terribili: “Allora domani chiave e piccone in mano”, “li abbattiamo come vitelli”, “non sempre il mefisto serve ai banditi per fortuna”, “spero che pigliano tante di quelle mazzate che domani li devo trovare tutti malati”, “si deve chiudere il reparto Nilo per sempre, il tempo delle buone azioni è finito”, scrivono prima delle perquisizioni. Subito dopo gli eventi, altri messaggi che li commentano: “Il sistema Poggioreale”, “quattro ore di inferno per loro”, “qualche ammaccato tra i detenuti… cose normali”; “Abbiamo ristabilito un po’ l’ordine”, “ho visto cose che in sei anni non immaginavo nemmeno”, “c’è stato un carcerato che ha dato addosso a un collega e lo hanno portato giù alle celle e come di rito ha avuto pure la parte sua”, “Dalle 16 alle 18 abbiamo fatto tabula rasa” e “Oggi si sono divertiti al Nilo”. Dopo l’acquisizione dei video, invece, il tenore cambia. C’è la paura di venire identificati, di pagare le conseguenze. Quindi i messaggi sono del tutto diversi: “Temo che da domani sarà una carneficina”, “Ci andranno pesante”, “mò succede il terremoto”, “pagheremo tutti, 300 agenti e una decina di funzionari”, “decapiteranno mezza regione”, “è stata gestita male e sta finendo peggio” e “finirà come la cella zero”.

Gli agenti e diversi ufficiali sono accusati di avere prodotto delle false fotografie, scattate ad armi e oggetti atti a offendere sequestrati in altre circostanze, spacciandole per materiale trovato durante e subito dopo la protesta. Tra questi, gli scatti che ritraevano dei pentolini sui fornelli, che nei racconti sarebbero diventati quelli utilizzati per riscaldare olio e acqua da gettare sui poliziotti. Ora un processo accerterà i fatti e le responsabilità.

Appena uscita la notizia Matteo Salvini ha dichiarato: “Giovedì sarò a Santa Maria Capua Vetere per portare la solidarietà, mia e di milioni di italiani, a donne e uomini della Polizia Penitenziaria che lavorano in condizioni difficili e troppo spesso inaccettabili”, ha spiegato Matteo Salvini, “La Lega sarà sempre dalla parte delle Forze dell’Ordine”. Si tratta di un’affermazione gravissima perché ancora una volta la provocazione di Salvini è quella di stare “con i poliziotti” non per un giusto garantismo ma proprio perché colpevoli: quell’esprimere solidarietà è un modo per niente sottile di dichiarare di voler essere dalla parte dei violenti e dei colpevoli in appoggio a un autoritarismo che non ha niente a che vedere con la democrazia. In calo di consensi Salvini si spinge fino ai limiti della democrazia per dirci che, come avviene per gli stranieri, i detenuti sono i “deboli” che è giusto trattare come scarti della società, “altro” da noi. Ovviamente solo se i “detenuti” sono dei poveri disperati: chissà cosa direbbe Salvini se a essere lasciato in carcere senza diritti fosse stato il suo quasi suocero Denis Verdini. Del resto è lo stesso Salvini che ancora fatica a riconoscere le violenze dei carabinieri (già condannati) su Stefano Cucchi. E una frase del genere dovrebbe fare incazzare proprio i poliziotti onesti (che sono la stragrande maggioranza) che vedono un leader politico sporcare la loro credibilità.

Se esistesse il reato di concorso esterno in tortura Matteo Salvini sarebbe il primo indiziato d’Italia. Ancora una volta l’ex ministro dell’Interno si mostra fiero dalla parte sbagliata per un pugno di voti. E chissà se avremo ancora la voglia di dircelo quanto sia grave una roba così.

Buon martedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.