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Mestieri (politici) pericolosi: il sindaco

Ogni volta che in Italia un primo cittadino appone una firma rischia di compiere un reato. Questo lo pone in balia delle accuse delle opposizioni. Come dimostra il caso Uggetti. Messo alla gogna, arrestato, deposto, infine assolto dopo 5 anni con formula piena

Poi un giorno con calma si riuscirà finalmente a discutere dell’architettura legislativa che rende l’essere sindaco di una città qualsiasi uno dei mestieri più pericolosi rispetto a qualsiasi altro ruolo politico. Si potrebbe capire, ad esempio, perché in Italia la classe dirigente della politica tutta molto spesso non ha esperienze (oltre che competenze) che la possano rendere autorevole.
Si potrebbe anche comprendere perché in molti (quasi tutti) preferiscano sedersi in una comoda assemblea legislativa (che sia il Parlamento o un Consiglio regionale) piuttosto che avventurarsi nell’amministrazione diretta di una città.

È passata la buriana di accuse e di commenti e ancora una volta sono scomparsi i temi che stanno dietro le vicende dell’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti e dell’attuale sindaca di Crema Stefania Bonaldi.
Simone Uggetti si è ritrovato, dopo cinque anni, assolto con formula piena («il fatto non sussiste») per un’accusa di turbativa d’asta che in primo grado di giudizio si era conclusa con una condanna a dieci mesi di reclusione e 300 euro di multa. Le accuse incrociate della gogna che ci fu nel periodo del suo arresto (si è tanto parlato delle responsabilità del Movimento 5 stelle e della Lega di Salvini dimenticandosi che il segretario del Pd (di cui Uggetti era esponente in quel periodo) Matteo Renzi lo scaricò voracemente in poco meno di un secondo. Quelle accuse venute da ogni parte hanno oscurato un tema che invece è tutto politico: il caso dell’ex sindaco di Lodi è l’ennesimo nella storia del nostro Paese in cui un’accusa (rivelatasi infondata) porta all’arresto di un sindaco e soprattutto al capovolgimento dello scenario politico.

In una città che da sempre vedeva il centrosinistra al governo, la Lega, proprio con una campagna elettorale incentrata sull’arresto dell’ex sindaco del Pd, ha vinto le elezioni e tuttora governa la città. Non si tratta soltanto della vicenda umana di una persona ingiustamente incarcerata, ma molto più largamente si parla di una comunità che ha visto deviare la propria guida politica sulla base di accuse inconsistenti. Per alcuni giorni, con Uggetti che imperversava in tutte le televisioni, come se non fossero centinaia i casi del genere accaduti in passato, sembrava potersi accendere finalmente una riflessione complessa sul garantismo e sul delicato punto di equilibrio tra politica e magistratura, ma i…

L’articolo prosegue su Left del 25 giugno – 1 luglio 2021

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SOMMARIO

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

È immorale fingere di non vederlo, il mondo

Un ragazzo di 18 anni si è gettato sotto un treno. Era bersagliato tutti i giorni sui social da bulli che lo apostrofavano con frasi omofobe. Ora sono aperte le indagini. Qui non si tratta di discutere del Ddl Zan, si tratta di prendersi la responsabilità di vedere la realtà

Orlando Merenda aveva 18 anni. E aveva un grosso problema, quello che alcuni minimizzano dicendo che “non c’è niente di male”, che “è solo uno scherzo”, che “è sempre stato così”: era bersagliato da bulli che lo attaccavano per la sua omosessualità. «Era preoccupato e non mi ha fatto i nomi di chi gli faceva del male. Diceva che queste persone mettevano in dubbio la sua omosessualità», racconta il fratello in un’intervista a La Stampa.

Di sicuro c’è che tutti i giorni fosse bersagliato da frasi omofobe che avevano invaso i suoi spazi social oltre alla vita di tutti i giorni. Le vessazioni sono state raccontate anche dai suoi amici più stretti che raccontano come Orlando comunque abbia sempre mantenuto il riserbo, poco incline allo scontro e abbia deciso di non raccontare nulla ai suoi famigliari.

Orlando Merenda a 18 anni ha deciso di buttarsi sotto un treno. «Il tuo ultimo saluto è stato un caffè con un Kinder Bueno – scrive il fratello di Orlando su Facebook -. Nel pomeriggio abbiamo fatto la tragica scoperta. Sei andato via a soli 18 anni lasciando in noi un grande vuoto. Speriamo che tu sia tranquillo ora e senza pensieri».

Poiché l’odio non si arresta nemmeno con l’eliminazione dell’avversario, visto che ha bisogno di nutrirsi in continuazione, sui profili social di Orlando oltre ai messaggi di cordoglio sono arrivati insulti. Ancora. C’è perfino un “morte ai gay” scritto sotto le foto di un gay morto.

Si indaga per omofobia. Ora qui c’è il punto fondamentale, non si tratta di discutere del Ddl Zan e non si tratta nemmeno di essere in continua propaganda: si tratta di rendersi conto di qualcosa che c’è, che è perfino naturale e che innesca un odio che ormai è evidente e continuo.

Non siamo nemmeno al punto di dover immaginare “un mondo che verrà”, qui si tratta di prendersi la responsabilità di scorgere la realtà: è immorale fingere di non vederlo, il mondo.

Buon lunedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Umiliati e intimiditi, così si vive nel Cpr dove si è tolto la vita Moussa Balde

La Procura di Torino ha aperto un fascicolo per indagare sulla morte di Moussa Balde, il 23enne originario della Guinea trovato morto impiccato nel centro di permanenza per il rimpatrio di corso Brunelleschi dove si trovava rinchiuso. Così, con il nome e il cognome, forse rischiate di non ricordarvelo perché i nomi stranieri faticano a fissarsi nella memoria e aleggiano leggeri come se fossero un inciampo avvenuto nella cronaca, Balde era quel ragazzo accerchiato e preso a bastonate, calci e pugni a Ventimiglia mentre chiedeva l’elemosina che fu registrato in un video. Dopo la sua morte (che abbiamo raccontato qui su Il Riformista) si sono affrettati tutti a dirci che no, che il problema non era che fosse rinchiuso nel Cpr di Torino e che anzi forse avesse addirittura rubato un cellulare, come se l’eventuale furto di un oggetto qualsiasi potesse giustificare un pestaggio a sangue.

Ma il punto è un altro: dopo il suicidio di Balde nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Torino qualcuno avrebbe potuto almeno sperare, al di là dell’indagine della magistratura, che almeno si rispettassero i diritti civili di base e invece la situazione rimane una giungla di violenza. Dall’area Rossa del Centro alcuni ragazzi detenuti stanno comunicando con alcuni volontari all’esterno raccontando di essere in sette in una stanza, con un bagno senza finestre e con una porta rotta. Le ore d’aria (per questi che non sono reclusi nonostante siano trattai illegalmente da reclusi) sono passate sotto la stretta vigilanza della polizia che li circonda. Chi non ha amici e parenti che possano portare dei vestiti puliti deve farseli passare dal Centro che distribuisce i cambi una volta alla settimana, spesso sporchi. Ci sono perquisizioni in continuazione e le umiliazioni e le intimidazioni sono continue e costanti.

Ci sarebbe una direttrice, a dire la verità, ma le poche volte che si fa federe è inavvicinabile e accompagnata dalla scorta, come se camminasse tra delinquenti che invece hanno l’unica colpa di non avere i documenti a posto.
Poi ci sono le udienze (accade a Torino come in tutto il resto d’Italia): giudici che non ascoltano i detenuti, non li fanno nemmeno parlare perché spesso l’interprete egiziano risulta incomprensibile e alla fine delle udienze l’unico risultato è un allungamento delle pene detentive, senza nessun ruolo degli avvocati.

Scrive l’associazione No Cpr Torino: «Per esempio, A., di origine marocchina, portato a Torino dal Cpr di Caltanissetta, fra due settimane finisce i tre mesi di detenzione. Ha visto la sua avvocata solo una volta, ovvero quando gli ha fatto firmare il modulo per il gratuito patrocinio. È a rischio di espulsione perché ora la frontiera è aperta, ma l’unica notizia che ha avuto rispetto alla sua situazione è stata la singola telefonata della legale per informarlo che aveva mandato il suo nominativo al consolato senza avere risposta. Un altro recluso marocchino è in sciopero della fame da quattro giorni proprio per la paura della deportazione. Continuano le resistenze ai tamponi, che aprono le procedure alle deportazioni stesse; due ragazzi tunisini, intimati a fare l’esame, si sono rifiutati di farlo proprio per non essere rimpatriati. Hanno paura di essere prelevati con la forza, e la notte non dormono, determinati a non farsi portare via».

Succede addirittura che quando si accende un litigio uno dei reclusi venga portato in isolamento e nella stanza vengano spostati gli stessi suoi litiganti. Dalle testimonianze risulta che il 24 giugno un ragazzo sia caduto provocandosi un trauma alle costole ma nessuno gli ha prestato le cure. Accade così, fino allo stremo, fino alla disperazione, fino a un suicidio di cui tutti si sentono sorpresi. Accade così quando muoiono i neri: muoiono ma non cambia niente, non se ne accorge nessuno.

L’articolo Umiliati e intimiditi, così si vive nel Cpr dove si è tolto la vita Moussa Balde proviene da Il Riformista.

Fonte

I genufessi

Il capolavoro dell’ufficio alle complicazioni dalle parti della Nazionale italiana è qualcosa che andrebbe studiato con cura, una perfetta fotografia di un Paese in cui il sogno predominante della classe dirigente sarebbe quello di non decidere, di lasciare scorrere, di arrogarsi il diritto di non scegliere.

Se persino inginocchiarsi diventa «divisivo»

È il solito annoso problema: la gente pensa, pensano i tifosi che mica si limitano a tifare, pensano i giornalisti che mica si limitano ad aggiornare il tabellino dei gol, pensano i telespettatori che mica si limitano a teleguardare. Pensano e parlano, discutono tra loro, esprimono giudizi, coltivano opinioni. Che gran rottura la complessità. Ci aveva visto giusto la Gazzetta dello Sport all’inizio del campionato Europeo di calcio quando fiutando l’aria estrasse dal cilindro il solito editoriale che è la tromba degli impauriti: “Inginocchiarsi è un gesto divisivo” aveva vergato la brillante penna del quotidiano sportivo. Il “divisivo” è l’ennesimo trucco linguistico malriuscito dei conservatori fuori da questo tempo: dovrebbero scrivere: «No, per favore, non costringeteci a prendere una posizione», ma rovesciano il concetto sulla ferocia del dover scegliere. I pavidi sono sempre abilissimi ad accusare le scelte.

Quindi che accade? Accade che un semplice gesto partito dagli Usa, quell’inginocchiarsi che è del movimento antirazzista Black Lives Matter metta terribilmente in imbarazzo la compita liturgia dell’Europa del pallone, le federazioni, le squadre e i partiti politici. Prima osservazione d’acchito: allora funziona, evviva. Funziona perché tocca un nervo scoperto, accende il dibattito e soprattutto porta in superficie quelli che sotto le mentite spoglie dell’essere anti-antirazzisti non riescono proprio a solidarizzare con la morte di George Floyd, cominciano a strepitare, si incartano da azzeccagarbugli sull’estetica del gesto per non essere costretti a esporsi sul significato, non ce la fanno proprio a mimetizzarsi. Come veleno per i topi un semplice ginocchio appoggiato per terra elettrifica gli animi. Funziona, quindi, bene così.

Chi dice “fuori la politica” è lo stesso che politicizza la Nutella

«Fuori la politica dal calcio» ripetono ossessivi e ossessionati. Fatemi capire: quindi essere contro il razzismo significa appartenere a una parte politica? C’è il partito dei razzisti? Buono a sapersi. E allora tutti quegli striscioni contro il razzismo della Fifa prima delle partite internazionali? Gli smaltati spot antirazzisti? I cortei di bambini prima del fischio d’inizio? Quelli non disturbano evidentemente perché vengono vissuti come innocue parate, ecco perché l’inginocchiarsi funziona. E poi, questa tiritera del “fuori la politica” davvero può funzionare ancora? Quelli che dicono “fuori la politica” non sono poi gli stessi che politicizzano qualsiasi notizia di cronaca nera locale? Non sono gli stessi che politicizzano la frase estrapolata di qualche comico decadente se torna utile per la propaganda? Non sono gli stessi che hanno trasformato in politica una crema al cioccolato spalmabile e perfino le sue nocciole? Non sono quelli che sventolano i loro figli sui loro social per la propaganda? Sì, sono gli stessi, proprio loro, storditi ogni volta che devono fare i conti con la complessità.

inginocchiarsi in campo: la polemica senza senso
Leonardo Bonucci (Getty Images).

Più i gesti sono disturbanti più funzionano

«Inginocchiarsi non serve a niente», dicono. Anche questo è un metodo che si applica ogni volta: il benaltrismo che irride un gesto simbolico per minimizzare il senso politico. Badate bene, osservate: sono gli stessi che twittano per ogni lutto (e a che serve il vostro tweet?), che misurano il patriottismo in base ai decibel, che mettono la bandierina sopra a tutto, che hanno un’erezione ogni volta che incrociano una divisa. A che serve allora durante una partita di calcio il lutto al braccio? E il minuto di silenzio? Occhio che ci si mette pochissimo a dimostrare che tutto serva a niente. La realtà è che i gesti simbolici funzionano eccome e più sono disturbanti e più ottengono il loro effetto. «Il razzismo non si combatte inginocchiandosi», dicono. Verissimo. E infatti nessuno si sogna di combattere il razzismo inginocchiandosi ma distinguersi dai razzisti ripetendo un gesto che indica un’appartenenza è un primo passo. A proposito, provate a chiedergli come abbiano intenzione di combattere il razzismo: balbettano, arrossiscono e ricominciano da capo rivendicando il diritto di non occuparsene, in un ciclo continuo. Poi ci sono quelli del «e allora?». E allora i gialli? I viola? I blu? Gli altri oppressi? Questi sono meravigliosi: c’è sempre un buon motivo per restare immobili. Ti dicono: la sofferenza del mondo è troppa. E quindi? Quindi stai immobile, fingiti morto, vedrai che passerà. La complessità del mondo per loro è una scusa credibile per essere abietti.

La figuretta dei calciatori italiani

Infine ci sono i calciatori italiani, italiani nel midollo anche in questa situazione. C’è l’ottima idea di usare per dare spiegazioni ai giornalisti quel Leonardo Bonucci che si distinse quando il suo compagno Moise Keane venne chiamato ripetutamente “scimmia” durante una partita a Cagliari spiegandoci che avesse sbagliato anche lui (come si permette, del resto, di essere nero?). Ci spiegano che sono «tutti antirazzisti ma» con quella banalità del ma che è già un manifesto di vigliaccheria. Splendida la trovata di inginocchiarsi «se lo farà anche la squadra avversaria, per rispetto della sensibilità degli avversari». Capito? Mica la sensibilità dei morti perché neri, no, degli avversari. Insomma, oltre che antirazzisti sono sensibili. L’allenatore Mancini dice che avrebbe preferito non doverne parlare. Quando si dice il carisma. Sullo sfondo le solite: Salvini che ci butta dentro i radical chic e Saviano (come i bambini interrogati in geografia che impreparati ci mettono dentro il terziario e il turismo) e i patriotti piccoli piccoli seppur in piedi. Ultima nota: ieri l’ex agente Derek Chauvin è stato condannato a 22 anni per la morte di George Floyd. Vedi com’è complicata e faticosa la vita?

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L’ipocrisia dell’Europa che fa la morale a Orban ma chiude gli occhi sulle violazioni di Erdogan

Va benissimo, l’Europa alza la voce contro Orban e contro l’Ungheria per una legge omofoba che da quelle parte viene vissuta come liberazione dall’oppressione del “politicamente corretto”. Del resto accade sempre così: i conservatori giocano a fare apparire i diritti come attacco alle posizioni di rendita di tutti gli altri e quindi zittirli risulta addirittura una difesa della status quo che può essere rivenduta come libertà. Che l’Europa comunque trovi la quadra per condannare una legge che si permette perfino di rendere illegali semplici film della Disney in nome della difesa della sessualità di quelli stabiliti “normali” dalle leggi di Stato. Va tutto benissimo, per carità, e che 16 Stati abbiano firmato contro l’Ungheria non può che essere una buona notizia in questi tempi di attacchi da più parti.

Sorge un dubbio, però: mentre l’Europa trova un’insperata unità per i diritti Lgbtq+ nel frattempo si prepara a licenziare l’accordo con la Turchia di Erdogan per fermare l’immigrazione dai Balcani, “quasi altri 6 miliardi di euro che verranno formalizzati dalla Commissione nelle prossime settimane”, segnalano fonti Ue. Da qui l’interrogativo: ma siamo sicuri che l’Europa che riesce a fingersi contrita per i diritti di alcuni possa avere credibilità mentre calpesta e addirittura subappalta il calpestamento dei diritti di altri? Perché siamo nel 2021 ma alla fine siamo allo stesso punto, con un’Europa che lecca la Turchia (e la Libia) per fungere da confini perfino poco illegali per potere controllare l’immigrazione.

Ancora una volta si continua a pagare un “dittatore” (non l’avevano chiamato così?) per mettere in piedi una barriera che non tenga conto di nessun diritto e di nessun principio di umanità che impedisca ai migranti di cercare rifugio in Europa. Il subappalto dei confini è qualcosa che evidentemente si riesce a nascondere dall’indignazione generale molto più facilmente rispetto alle pessime leggi del pessimo Orban.

Alla fine il tema è sempre lo stesso, quella credibilità che si guadagna esercitando e non solo prefissandola che manca all’Europa ma che soprattutto manca ai Paesi sempre pronti a fare i moralisti senza morale, occupandosi dei diritti più facili da sdoganare o comunque di quelle azioni che non interferiscono con i poteri interni nel governo del proprio Paese. David Sassoli ha detto che “l’immigrazione deve smettere di essere un tema elettorale” ma ancora una volta dopo le parole i fatti raccontano completamente un’altra storia. E immaginare un’Europa in cui Orban è il cattivo e Erdogan viene pagato per fare l’Erdogan è un incubo che non si riesce nemmeno a descrivere.

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Ancora balle su Mussolini che ha fatto cose buone

Secondo il vicepresidente della Calabria Spirlì bisognerebbe riconoscere i meriti del Duce, «fautore di una rivoluzione sociale». L’ennesimo tentativo di riabilitare il fascismo tramite falsità storiche

Il presidente facente funzioni della Calabria Nino Spirlì si è contraddistinto in questi mesi, dopo la morte di Jole Santelli, per un’interpretazione macchiettistica del suo ruolo tutta basata sulla frenesia di sparare cretinate buone per meritarsi qualche articolo di giornale. È normale: nella Lega di Salvini ci si distingue a suon di provocazioni, come in una gara tra bulli in cortile durante l’intervallo.

Qualche giorno fa però Spirlì ha voluto dare una leccatina anche ai voti dei fascisti (anche questa è la norma dalle parti della Lega) e quindi ha riproposto i soliti temi su “Mussolini ha fatto anche cose buone”, un classico che torna ciclicamente in voga e che è molto popolare nei discorsi da bar. Bene, con calma, vediamo.

Dice Spirlì: «Condanna assoluta e totale delle leggi razziali e delle guerre coloniali, della Seconda guerra mondiale e di Salò ma bisogna riconoscere che il Duce è stato soprattutto all’inizio fautore di una rivoluzione sociale. Per la sua parte socialista mi piace dire che andrebbe riletto e nella rilettura dare una valutazione positiva a quello che la merita, poi c’è altro che non la merita. Una rilettura oggi si può fare».

E quali sarebbero le cose buone? Ecco qua. Dice Spirlì: «Ha creato le case popolari, le pensioni, l’assistenza all’infanzia, l’assistenza alle donne, le bonifiche, l’industrializzazione, la grande industria della cinematografia con la costruzione di Cinecittà. Insomma tante e tante cose sono state fatte in quegli anni e io non posso dimenticarlo. Perché sarebbe come dire che dalla Prima Repubblica dobbiamo cancellare tutto perché ci sono state anche le stragi».

Case popolari? Falso. La prima Legge sulle case popolari è la cosiddetta Legge Luzzatti del 1903, nel 1906 ai primi Istituti case popolari veniva attribuita la dicitura di Enti morali, veniva sancito lo status di pubblica utilità. Lo Iacp di Torino è del 1907, Napoli e Milano l’anno dopo. Mussolini non ha inventato nulla.

Ha inventato le pensioni? Falso. Il primo sistema di garanzie pensionistiche in Italia è del 1895, governo Crispi, regio decreto n°70 del 21/02/1895. Seconda legge con allargamento delle categorie lavorative coinvolte L. 350 del 1898 e creazione della Cassa nazionale previdenza per l’invalidità e la vecchiaia degli operai. Il sistema diventa universale e obbligatorio per la contribuzione delle aziende nel 1919 con la creazione della Cassa nazionale per le assicurazioni nazionali, governo di Emanuele Orlando. Mussolini non ha inventato niente.

Assistenza alle donne? Ma dove? Forse Spirlì si riferisce alla legge che nel 1925 istituisce l’Onmi. Quell’istituto difendeva solo le donne che mettevano al mondo figli, infatti lo Statuto recita “protezione delle gestanti e delle madri bisognose” quindi non le donne in assoluto ma solo le madri. Addirittura dalle norme per la protezione della maternità sono escluse le casalinghe e le donne che lavorano a casa, cioè la maggioranza della forza lavoro femminile dell’epoca. Vennero poi sempre nel 1925 i decreti per impedire alle donne di concorrere per posti direttivi nelle scuole religiose o paritarie, nel 1933 si esclusero le donne dai concorsi per Pa e nel 1934 per limitare la presenza femminile negli enti locali. Segnalo anche nel 1930 l’introduzione dell’art. 587 del Codice penale che introduce le attenuanti per il “Delitto d’onore”. Mi fermo qui, la politica femminile di Mussolini che è qui da giudicare.

Le bonifiche? E certo, come no. Come scrive Francesco Filippi nel bel libro Mussolini ha fatto anche cose buone il fascismo aveva promesso di restituire all’agricoltura 8 milioni di ettari di terreni riqualificati: un’enormità. Dopo dieci anni di fiumi di denaro pubblico finiti come accade sempre con il fascismo a amici degli amici e collettori di consenso del regime (come l’Opera nazionale combattenti), il governo annuncia il successo del recupero di 4 milioni di ettari. Ma Filippi indaga sui particolari e scopre che i lavori «completi o a buon punto» arrivano a poco più di 2 milioni di ettari e «di questi due milioni, un milione e mezzo erano bonifiche concluse dai governi precedenti al 1922». Insomma, non dal fascismo. «In pratica – conclude Filippi – era stato portato a termine poco più del 6 per cento del lavoro». A riuscirci saranno poi i governi del Dopoguerra, grazie ai fondi del Piano Marshall e della Cassa del Mezzogiorno.

Insomma Spirlì rilancia bugie per concimare un po’ di voti di nostalgici ma riesce nella mirabile impresa di collezionare l’ennesima figura da ignorante. Come fece Salvini nel 2016 quando disse: «Mussolini fece tante cose buone in vent’anni, prima delle leggi razziali e dell’alleanza con Hitler. Fu Mussolini a introdurre la pensione di reversibilità per garantire la natalità nel caso morissero lui o lei. La previdenza sociale l’ha portata Mussolini, non l’hanno portata i marziani. In 20 anni, prima della folle alleanza con Hitler e delle leggi razziali, delle cose giuste le fece sicuramente: stiamo parlando di pensioni, poi le bonifiche. C’erano intere città, come Latina, che erano paludi». Oppure Tajani nel 2019 che disse: «Io non sono fascista, non sono mai stato fascista e non condivido il suo pensiero politico però se bisogna essere onesti, ha fatto strade, ponti, edifici, impianti sportivi, ha bonificato tante parti della nostra Italia, l’istituto per la ricostruzione industriale».

Riprovateci, sarete più fortunati. Neanche come nostalgici siete credibili.

Buon venerdì.

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Dal Vaticano a Orban, passando per Salvini e Meloni: in Europa è in atto un’offensiva contro i diritti Lgbt

Punto primo: quando qualche giorni fa si scriveva della legge liberticida voluta da Orban in Ungheria i soliti noti tra i commentatori di casa nostra di sono sperticati per dirci che i difensori dei gay strepitavano per niente. Si abilitavano, ancora, un’altra volta, se è vero che i rappresentanti di 14 Paesi della Ue hanno sottoscritto martedì un documento di condanna della legge. Anche l’Italia, seppur in ritardo, ha aderito dopo avere aspettato “delucidazioni dal governo di Budapest”. La legge vieta la rappresentazione di qualunque orientamento sessuale che non sia quello etero per chiunque abbia un’eta inferiore ai 18 anni. Il divieto riguarda l’insegnamento nelle scuole ma investe anche la programmazione televisiva, la pubblicità, il cinema. È l’ennesimo attacco di Orban contro i diritti Lgbtq+ ma soprattutto è l’ennesimo indizio di un vento che tira in Europa: l’attacco proviene da più fronti e il tema ormai è terreno di scontro politico, come sempre sulla pelle dei diritti di qualcuno.

In Italia gli amichetti di Orban, Salvini e Meloni e molti berlusconiani, insistono sulla stessa linea, pur contenendosi per fingere un certo equilibrio, spremendosi nella diffusione di vere e proprie fake news che passano dalle “favole rubate ai bambini” (come ha detto ieri Salvini) fino alla nota congiunta in cui si chiede lo stop del ddl Zan sull’onda delle parole del Vaticano. “Che peccato, pensavo davvero che le parole del Presidente #Draghi sulla laicità dello Stato e la sovranità del Parlamento fossero condivise da tutte le forze politiche. E niente la destra non ce la fa proprio, ma non è la destra europea, non è la mia…”, scriveva ieri il deputato di FI Elio Vito.

A proposito di Vaticano, la strategia è sempre la stessa: lanciare la bomba e poi calmare le acque buttandola sulla “richiesta di un confronto”. L’obiettivo di fondo intanto è raggiunto e l’assist ai sovranisti è stato servito. Ieri il presidente Draghi ha ribadito la piena autonomia del Parlamento (e ci mancherebbe pure) ma l’incaglio della legge è dietro l’angolo. Anche tra i progressisti si registrano imbarazzo e balbettamenti: il Vaticano, si sa, è più trasversale perfino della difesa dei diritti. Ma questo tempo ci dice chiaramente che sui diritti Lgbtq+ non ci si può permettere di rimanere indifferenti: alla luce di questi attacchi diventa obbligatorio decidere da che parte stare. Sul tavolo c’è molto di più di un semplice disegno di legge, c’è un modo di vedere i diritti e il mondo.

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Gli stercorari e il poliziotto

L’idea di sicurezza che hanno segretari di partito o “intellettuali” di riferimento è che se qualcuno in divisa spara un colpo non ci debba essere una Procura che valuti le responsabilità. Non è proprio sicurissimo il Paese che hanno in mente

Alle 19 di sabato scorso a Roma in via Marsala, di fianco alla stazione Termini Ahmed Brahim ha dato in escandescenze con un coltello in mano. Un agente della Polizia Ferroviaria dà l’allarme e sul posto arrivano alcuni poliziotti e uomini dell’esercito. Un video documenta gli attimi in cui l’uomo brandisce il coltello e i militari provano a tenersi a distanza di sicurezza colpendolo con un manganello. Ad un certo punto un agente della Polfer spara ferendo Brahim alla gamba. L’uomo è stato già denunciato per violenza e minacce a pubblico ufficiale in diverse occasioni, è irregolare in Italia ma al momento non è stato possibile espellerlo a causa delle difficoltà riscontrate nell’eseguire le procedure di riconoscimento presso i consolati competenti di Gambia, Costa d’Avorio e Ghana (sempre a proposito di chi sparla con molta superficialità di “rimpatri di massa” senza conoscere le enormi difficoltà nel sistema). Ora dovrà rispondere delle accuse di minacce e resistenza a pubblico ufficiale, porto abusivo d’arma e un’iniziale accusa di tentato omicidio che è poi subito decaduta: si trova ricoverato in ospedale piantonato e non è in pericolo di vita.

Come è ovvio che sia la Procura ha aperto un’indagine anche sul poliziotto. Chiunque sappia un minimo di legge sa perfettamente che l’apertura dell’indagine è un atto dovuto e chiunque sappia poco poco di democrazia dovrebbe immaginare che se qualcuno spara a qualcun altro ci siano delle indagini che accertino la dinamica degli eventi. È proprio una questione di “sicurezza”. L’istruttore dei militari, tanto per citare un parere, ha dichiarato che lui non avrebbe esploso nessun colpo non essendoci nelle immagini a disposizione i segnali di minacce imminenti verso gli agenti. Ma siamo sempre nel campo delle illazioni: nessuno meglio di una Procura può accertare con serenità i fatti. Le indagini sono a garanzia anche del poliziotto, ovviamente.

Cosa è accaduto? Ieri sobillati da Salvini e Meloni in molti ci hanno tenuto a vomitare odio e razzismo dichiarando di essere “dalla parte del poliziotto”, ovviamente basandosi sui processi direttamente sui social come piacciono ai due capipopolo sovranisti e una marea di odio verso la Procura (sono perfino tornate di moda le “toghe rosse” in alcuni commenti) ha invaso la rete. Giorgia Meloni aizza i suoi scrivendo «Incondizionata solidarietà all’agente: l’unico atto dovuto era intervenire per fermare un soggetto estremamente pericoloso, che con un coltello minacciava le Forze dell’ordine e avrebbe potuto fare del male a cittadini e passanti», emettendo direttamente una sentenza, dicendoci che stiamo a posto così. Evviva. Salvini riporta le parole della sedicente giornalista Annalisa Chirico che ci spiega come «solo in Italia se reagisci a un teppista che si agita con un coltello in mano finisci indagato», un’affermazione completamente falsa. Poi Salvini twitta una scena di poliziotti che salvano una bambina, che non c’entra niente con l’episodio di Termini, con una sua solita frase da bar: «Invece di essere indagati, donne e uomini in divisa andrebbero solo ringraziati!». Marco Gervasoni, il professore universitario indagato idolo dei sovranisti, ci mette tutto il suo spessore culturale e giuridico e scrive: «Ecco pazzesco la giustizia sta con i clandestini delinquenti come sempre».

Insomma, la loro idea di sicurezza è che se qualcuno in divisa spara un colpo non ci debba essere un organo che valuti le responsabilità. Non è proprio sicurissimo il Paese che hanno in mente ma sono troppo presi dalla propaganda per rendersene conto.

Gli stercorari sono scarabei che si nutrono di sterco e che raccolgono il loro nutrimento (per conservarlo o per deporvi le uova) facendone caratteristiche pallottole e facendole rotolare sul suolo. Se non fossero scarabei ma fossero segretari di partito o esponenti politici o “intellettuali” di riferimento quella pallottola la farebbero raccogliendo in giro le notizie di cronaca nera (meglio se con un clandestino di mezzo) per farle rotolare sul suolo dei loro seguaci e nutrire la rabbia e una visione utilmente ignorante (delle regole di una democrazia) per farne propaganda.

Indovina le differenze.

Buon giovedì.

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I baciapile sono il problema

Per Vaticano la legge Zan violerebbe il Concordato. Una persona consapevole dell’importanza di vivere in un Paese laico avrebbe colto l’occasione per rispondere che sì, è vero, dunque forse andrebbe abolito. E invece…

Toh, si stupiscono. La Chiesa fa la Chiesa, fedele al suo marchio e sempre in linea con il proprio marketing, decidendo di ergersi a moralizzatrice su un disegno di legge, il ddl Zan, che si propone di legittimare persone che dovrebbero essere libere e che invece devono nascondersi da una “caccia all’omo” (tanto per citare il bel libro di Simone Alliva) che imperversa. La Chiesa fa la Chiesa, appunto: figurati se può osservare senza spavento la libertà degli altri chi governa il proprio consenso con i dogmi, figurarsi se può guardare al progresso chi ha nella sua ragione di esistere un conservatorismo con duemila anni di storia.

Ieri la Chiesa ci ha fatto sapere che secondo loro la legge Zan violerebbe il Concordato. Una persona normale, laica e consapevole dell’importanza di vivere in un Paese laico, avrebbe colto al balzo l’occasione per rispondere che sì, che è vero, che quindi forse è davvero il caso di abolire il Concordato e invece come sempre accade la crosta clericale che affligge la nostra cultura popolare è riuscita a dare il peggio di sé. Penosa, lasciatemelo dire, la politica: una parte ha ovviamente preso la palla al balzo per fomentare la propria battaglia contro i diritti degli altri (normale e prevedibile: quando la Chiesa fa la Chiesa concima certa destra con grande fervore) ma l’altra (quella che dovrebbe essere laica) addirittura si imbarazza, arrossisce, ci fa sapere (come dicono fonti del Pd) che “si cercherà un’interlocuzione”. Ma davvero? Si va a discutere di educazione sessuale da chi la sessualità ce l’ha castrata per dogma (con pessimi risultati, tra l’altro)? Si discute di “famiglia naturale” con quelli di una roba a tre con un angelo? Dai, siamo seri, su.

La Chiesa fa la Chiesa, quello è il suo ruolo ed è legittimo che lo faccia ma che le ingerenze politiche ancora oggi ottengano risultati è qualcosa che davvero non si riesce nemmeno a scrivere. Ma non eravamo nell’era “della scienza” come ripetevano tutti? Che è successo? Ma vi immaginate un dibattito su una proposta di legge qualsiasi se domani l’Islanda ci facesse sapere di non apprezzarla? A proposito: ore meravigliose passate a osservare questi sovranisti in difesa della Patria che stanno godendo per l’invasione legislativa di uno Stato straniero come il Vaticano. Se arrivasse un cronista straniero, uno non figlio della cultura che permea questo Paese fintamente perbenista e paracattolico non troverebbe nemmeno un senso. La fede è la fede, la politica è la politica: mischiare le due cose è una manipolazione.

Siate fedeli, alla Costituzione e a quell’articolo 7 che dice «lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani». Anzi cogliamo la palla al balzo e parliamo anche dell’8×1000 inoptato, dell’Imu sugli immobili della Chiesa, dei finanziamenti alle scuole paritarie, dell’ora di religione a scuola, del motivo per cui non si può parlare di eutanasia, cannabis, matrimonio egualitario. Insomma, se ci pensate sarebbe un assist non indifferente perché la sinistra faccia la sinistra.

Ma il problema non è il Vaticano che è stato spesso dalla parte sbagliata della Storia (pedofilia, inquisizione, pensiero magico e antiscientifico, oppressione delle donne, omofobia, sessismo, patriarcato) ma chi continua a permetterlo. Ancora. Il 23 giugno del 2021.

I baciapile sono il problema.

(A proposito: questo è un buon momento per smettere di considerare il Papa un riferimento per la sinistra, che dite?)

Buon mercoledì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Anziché intromettersi sul ddl Zan il Vaticano pensi ai reati sessuali dei preti

Qualcuno rassicuri il Vaticano, vada a suonare al loro citofono spiegando che il ddl Zan – che loro vedono come fumo negli occhi – non aggrava le pene per il reato di atti sessuali con minorenni, che continuerà a essere punito dal Codice penale, come loro sanno bene.

Qualcuno dica al Vaticano anche che ci vuole un bel coraggio nel ritenersi degni di giudicare la libertà sessuale degli altri provenendo da un club che ha una sessualità taciuta e castrata per dogma, tra l’altro con evidenti mancanze di rispetto delle regole.

Qualcuno dica al Vaticano che ogni volta che si sentono voci provenire da lì che dicono qualcosa sui bambini, sulla pedofilia e sull’omosessualità non si riesce proprio a prenderli sul serio, senza pensare per un momento a questi ultimi 20 anni in cui i casi (e stiamo parlando solo di quelli che sono venuti a galla) si sono moltiplicati e hanno disegnato perfettamente la poca etica e la poca credibilità di chi oggi vorrebbe fare la parte del moralizzatore.

Gli si ricordi della condanna a dieci anni di carcere comminata a John J. Geoghan, un prete che aveva violentato un bimbo di dieci anni nel 2002, degli 89 sacerdoti nella sola Boston messi sotto accusa dall’inchiesta del The Boston Globe, dei 55 preti che sono stati poi rimossi dall’incarico. Gli si ricordi che l’allora arcivescovo di Boston Bernard Francis Law permise a molti presti, già accusati, di continuare a esercitare semplicemente spostandoli di parrocchia, come se un trasloco valesse come un perdono, e ricordiamoci di quando dovette consegnare le proprie dimissioni nelle mani di Giovanni Paolo II il 13 dicembre del 2002.

Si ricordi la bancarotta delle arcidiocesi di Portland, di Tucson e di Spokane dovuta alle richieste di risarcimenti. Ricordategli il vescovo John Magee e monsignor James Moriarty, vescovo di Kildare e Leighlin, che si dimisero dopo i numeri spaventosi di abusi in Irlanda.

E poi la Germania, con gli abusi nel coro delle voci bianche del duomo di Ratisbona. Oppure le stime dell’arcivescovo Silvano Tommasi, osservatore permanente della Santa Sede all’ONU di Ginevra, che in una dichiarazione al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a Ginevra, dichiarò che, stando alle ricerche interne, nel clero cattolico tra l’1,5% e il 5% era coinvolto in abusi sessuali su minori. Solo per citare alcuni episodi.

Ci vuole credibilità per affrontare certi temi e il Vaticano, peggio per loro, proprio non ne ha. Se domani davvero volessero fare sul serio “contro l’omosessualità” da quelle parti ci sarebbero parecchi posti vacanti. Altro che Concordato.

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