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La dittatura Montesanitaria

Enrico Montesano in un video ha sostenuto che secondo una fonte «di rango» dell’Avis il sangue dei vaccinati anti Covid19 si sarebbe coagulato, tanto che i centri avrebbero gettato via le sacche. L’Avis naturalmente gli ha risposto, facendogli fare una figura barbina…

L’altro ieri Enrico Montesano, triste come possono essere tristi i comici quando non fanno più ridere, ha pensato di condividere un video in cui sputare i suoi soliti ridicoli complotti sulla pandemia. Sosteneva che secondo una fonte «di rango» dell’Avis il sangue dei vaccinati anti Covid19 si sarebbe coagulato, tanto che i centri avrebbero gettato via le sacche. Per chi non sapesse il comico che non fa ridere già da tempo si è ritagliato il suo piccolo palcoscenico tra la platea di no vax, negazionisti e complottisti vari.

L’Avis ha risposto direttamente sul suo sito facendo rimediare a Montesano una figura barbina: «Donare il sangue dopo aver ricevuto il vaccino contro il Covid non comporta alcun rischio né per il donatore stesso né per i pazienti a cui trasfonderlo. Affermare il contrario, come ha fatto il signor Enrico Montesano nel suo video, è un gesto altamente pericoloso per gli equilibri del nostro sistema sanitario, ma in particolare lesivo nei confronti di Avis e di tutti i donatori che, quotidianamente, compiono questo gesto di solidarietà, a garanzia del diritto di cura di ogni malato», ha scritto il presidente Gianpietro Briola, aggiungendo di comprendere «la voglia di notorietà e pure la convinzione delle proprie idee» (cattivi, eh) chiarendo che «temi come questo non devono basarsi su percezioni, paure o, peggio, diffamanti affermazioni».

Montesano, che come tutti i ribelli diventa pecora appena ha paura di essere toccato sul portafoglio, ha fatto un nuovo video in cui ritratta poi ci dice che comunque ha il diritto di avere le sue idee e che è un uomo libero e che la colpa è del governo e tutto il resto. Mi sono permesso di rispondergli con un commento (mi capita raramente di farlo) che diceva così:

«Vedi caro Montesano, l’aspetto più triste non è l’enorme boiata che hai sparato
su sangue che si coagula e sacche “buttate via”, recitata con la stanca boria che
contraddistingue un attore a corto di repertorio. L’aspetto più inquietante è che in un momento come questo l’Avis abbia dovuto spendere tempo e energie per
rispondere al letame che irresponsabilmente hai sparso per ottenere un qualche
timido applauso ammaestrato. E poi c’è un punto, ancora più sostanziale:
nonostante l’enorme figura barbina che sei riuscito a collezionare ancora spendi
un po’ di presunzione a parlare di “mezzi di informazione”, tu che scambi per
“informazione” il “sentito che” per moltiplicarlo ai tuoi fans. Vai controcorrente
come vanno controcorrente quelli che per distinguersi semplicemente dicono il
contrario, sapendo che è più facile spiccare tra i cretini che lì dove contano le
opinioni e le prove alle proprie tesi. Giochi a fare il protagonista di una scemotta
commediola che andrebbe in seconda serata scambiando la ridicolaggine per
comicità. E ancora scrivi “ho le mie idee” come se il fatto siano tue basti a
leggittimarle. Tu hai le tue idee. Noi abbiamo il diritto di additarle come cretine».

E sapete cosa ha fatto Enrico Montesano il difensore della libertà di avere idee cretine? Mi ha bannato. Anzi, come direbbero loro, mi ha “censurato”, probabilmente perché sono contro i poteri forti. O probabilmente perché anche lui, come capita spesso, reclama solo il diritto di avere idee che siano confacenti alle sue. Il sovranismo delle opinioni, insomma.

E allora ho capito: ha ragione Montesano, siamo nel bel mezzo di una dittatura Montesanitaria.

(Se passate di lì salutatemelo, fategli leggere questo pezzo, raccontategli di un povero giornalista oscurato dal sistema, vittima del Montesanamente corretto)

Buon venerdì.

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La vigliaccheria degli anti-antirazzisti: criticano i calciatori inginocchiati ma non fanno nulla per contrastare l’odio

Il nuovo genere letterario sono i razzisti che, vergognandosi di dichiararsi razzisti, hanno inventato una goffa forma di anti-anti-razzismo frignando di essere oppressi (loro) da una presunta cancel culture che li strozzerebbe nelle loro pulsioni. 

Ieri, dopo le critiche ricevute per non avere aderito nelle precedenti partite di Euro 2020, cinque calciatori della nazionale italiana di calcio si sono inginocchiati contro il razzismo all’inizio della partita contro il Galles. Poiché gli avversari erano tutti compatti nell’aderire al gesto simbolico si potrebbe dire che nell’immagine che ha fatto il giro del mondo risaltano quei giocatori italiani che invece hanno deciso di starsene lì in piedi, come se passassero di lì per caso, come se il tema del razzismo non li interessasse, loro troppo concentrati a drammi ben peggiori come il non scivolare sui tacchetti.

I calciatori della Nazionale sono liberi di aderire o meno? Certo, assolutamente. Ma sia chiaro: i calciatori della Nazionale sono dei personaggi pubblici che vengono profumatamente pagati per la risonanza delle loro azioni (e delle loro inazioni) e si sottopongono inevitabilmente al giudizio del pubblico. Questo per quello che riguarda il campo.

Fuori dal campo invece oggi abbaia la schiera di quelli che ritengono qualsiasi gesto simbolico in difesa dei diritti un tema “divisivo”. Non hanno tutti i torti, in fondo, se perfino una partita di calcio riesce a pungere i loro istinti tanto da disturbarli profondamente.

Sono quelli che ci tengono a precisare di non essere razzisti ma ci aggiungono sempre un ma, quelli che sottolineano come il razzismo non si combatta con gesti simbolici (chissà che ne penserebbero Peter Norman e Jesse Owens), quelli che non si inginocchiano per “stare in piedi a testa alta con onore” (lo sentite l’odore, la reminiscenza?), quelli che definiscono pagliacciata qualsiasi presa di posizione.

Ci dicono che il razzismo vada sconfitto con i fatti. E allora sarebbe da chiedergli, cari anti-antirazzisti, cosa facciano nella loro vita di così concreto e di così poco pagliaccesco loro per combattere il razzismo. Sarebbe da chiedergli cosa ci sia di così terribilmente divisivo in un gesto del genere.

Ma andrebbero in tilt. Guardano le ginocchia degli altri perché sono troppo codardi per parlarci nel merito. Chiamano “politicamente corretto” il disgusto che proverebbero gli altri se solo avessero il coraggio di confessarsi razzisti. Del resto non tutti i vigliacchi sono razzisti ma tutti i razzisti sono vigliacchi. E proni.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Per il logorio del giornalismo moderno

Il Tar del Lazio chiede a Report di rivelare le proprie fonti, equiparando il lavoro giornalistico in Rai a un atto amministrativo. Sigfrido Ranucci protegge il suo essere giornalista. Ma ecco che dalle parti di Italia Viva si danno burocraticissime lezioni di giornalismo…

È accaduto qualcosa di significativo negli ultimi giorni intorno alla sentenza con cui il Tar del Lazio ha dato ragione all’avvocato Andrea Mascetti, uomo molto vicino alla Lega e a Attilio Fontana protagonista a ottobre 2020 di una puntata di Report intitolata “Vassalli, valvassori e valvassini” che indagava sugli appalti pubblici in Lombardia.

Nella sentenza del Tar si legge che Mascetti aveva chiesto di accedere a tutto il materiale informativo, in particolare «tutte le richieste rivolte dai giornalisti e dalla redazione di Report, tramite e-mail o con qualsiasi mezzo scritto o orale, a persone fisiche ed enti pubblici (Comuni, Province, ecc.) o privati (fondazioni, società, ecc.), per ottenere informazioni e/o documenti riguardanti la persona dell’avv. Andrea Mascetti e la sua attività professionale e culturale».

Nella sentenza sostanzialmente si equipara l’attività dei giornalisti della Rai a una mera attività amministrativa (e per questo stiamo parlando di Tar) con un obbrobrio giuridico che appare subito evidente che di fatto discriminerebbe i giornalisti Rai rispetto a qualsiasi giornalista di qualsiasi testata privata impedendo nel servizio pubblico il giornalismo d’inchiesta. Il Tar infatti chiede di pubblicare “dati” e “informazioni” detenuti dalla Rai, perché giudica la Rai sul piano dell’accesso documentale, assoggettabile ai “gestori di pubblici servizi” pur nella sua veste formalmente privatistica di S.p.a. e pur agendo mediante atti di diritto privato. Per il Tar il segreto della fonte non è applicabile sullo scambio di mail tra i giornalisti di Report e i dipendenti della pubblica amministrazione, perché equipara il lavoro giornalistico svolto in Rai a un atto amministrativo.

E qui sta il punto: un nutrito gruppetto di indignati dalle parti di Italia Viva (con il solito deputato renziano Luciano Nobili usato come ariete) ha cominciato a fare burocraticissime lezioni di giornalismo spiegandoci che il tribunale non ha richiesto di svelare le fonti (come se il mostrare la corrispondenza non sia di fatto un disvelamento delle fonti) e insistendo con la tiritera che la “Rai la pagano i cittadini” e che quindi, secondo l’idea di alcuni renziani e di una certa cricca, dovrebbe essere “servile” più che servire il proprio mandato editoriale. Ovviamente tutta gente che ha usato il giornalismo come megafono e che non ha idea di cosa significhi proteggere una fonte.

L’odio dei renziani nei confronti di Report (colpevole di avere toccato il loro illustre capetto) ha raggiunto livelli infimi nel fingere di essere esperti di giornalismo per vendicarsi con il loro nemico, il conduttore Sigfrido Ranucci in testa, con lo stesso populismo che fingono di combattere e che invece praticano tutti i giorni tutto il giorno. Dal canto suo Ranucci ha già dichiarato che non svelerà le fonti e che proteggerà il suo essere giornalista, incassando ovviamente la solidarietà di molti.

Chiariamo un punto: se qualcuno si sente diffamato da un servizio giornalistico ha la facoltà di agire per vie legali, presentando una querela e lasciando valutare un giudice. Che il Tar possa diventare l’ufficio “sputtanamento delle fonti” con una semplice richiesta di accesso agli atti sancisce la fine di qualsiasi giornalismo d’inchiesta in Rai, con buona pace dei potentati di turno.

Ma l’aspetto grave è anche altro: l’irresponsabilità di un partito politico (con più parlamentari che elettori) che per vendetta personale non si accorge di logorare il giornalismo tutto inserendosi in un’antica delegittimazione del giornalismo sfruttando qualsiasi occasione (da parte di molte forze politiche) sognando un Paese inzerbinato. Sono quelli che pensano di potersi togliere qualche sassolino di vicende personali senza rendersi conto di concorrere a un progetto di logoramento molto più ampio.

I soliti piccoli cortili che convergono nel rendere ogni giorno questo Paese peggiore. La convergenza dei cretini più o meno inconsapevoli morde ogni giorno le fondamenta della democrazia. Avanti così. Buon lunedì.

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Adil Belakhdim, la morte come routine

Innescare e disinnescare, amplificare e minimizzare, promettere ciò che è già previsto e negare quello che è successo. C’è un pezzo di classe dirigente di questo Paese che ha capito benissimo come il segreto del successo stia tutto nel rendere governabili gli altri, concentrandosi sulla qualità che conta di più: scegliere i cassetti. Ci sono eventi che vengono subito annacquati in incidenti. Incidenti incidentali che si devono leggere senza avere nemmeno la tentazione di costruire una chiave di lettura collettiva e così vedrete che la morte di Adil Belakhdim verrà messa nel cassetto degli infortunati che si sono impigliati in un camion.

Parole d’ordine: attutire e diluire

Attutire, attutire, attutire, non subito però, perché sarebbe troppo compromettente, diluire nel tempo: che un sindacalista venga schiacciato da un crumiro mentre offre la sua copertura sindacale durante un picchetto è una notizia troppo lancinante. Di solito accade così: come prima reazione la si butta sul lutto: i figli che ha lasciato, era un bravo ragazzo, era uno che si impegnava. Già dai primi minuti qualche inquinatore ha buttato lì che avesse avuto un diverbio con il camionista. Capito la genialità? Un litigio finito male. Pensa. Il punto vero scompare, è solo per pochi addetti: che fuori dal centro logistico della Lidl di Biandrate stessero manifestando per l’uso sconsiderato di contratti da 800 euro al mese in cui solo gli straordinari permettono di raggiungere una cifra dignitosa e gli straordinari vengono elargiti come privilegio solo agli schiavi più mansueti nell’essere schiavi sembra non interessare quasi a nessuno. Che il mondo della logistica sia in agitazione ormai da anni (ancora più ora in questo di tempo di post pandemia) è un elemento che stona, meglio non dirlo. Se poi qualcuno dovesse metterci in fila anche gli scontri che sono avvenuti negli ultimi giorni tra Tavazzano, San Giuliano Milanese, Prato si rischierebbe addirittura di offrire il fianco alla possibile corruzione di una chiave di lettura collettiva. Non sia mai. Anzi, per fortuna quel sindacalista aveva pure il cognome straniero e questo rende tutto più facile, tutto più lontano, meno impattante.

La povertà è come il Covid: finché non la prendi non esiste

Innescare e disinnescare, amplificare e minimizzare, promettere ciò che è già previsto e negare quello che è successo. Nella settimana in cui si prova con tutte le forze a raccontare la bomba sociale che si chiama povertà l’Istat ci ha perfino dato i numeri: 5,6 milioni di poveri, dicono. Ma la povertà è come il Covid: se non la prendi e non l’ha presa nessuno di quelli che ti sta vicino conviene pensare che non esista. Sarà la dittatura pauperistica di qualche brigatista della narrazione, evidentemente. E quindi? Meglio concentrarsi sul mix di vaccini, utilissimo per buttare un po’ di fumo negli occhi dando il privilegio di sentirsi virologi. Vaccinarsi per “fare cosa” è già un pensiero troppo lungo: ci si ferma allo spritz.

La milionesima puntata della saga ristoratori

A proposito di spritz: questa settimana è stata anche la milionesima puntata della saga dei ristoratori. Anche qui, per carità, niente numeri, tutto sul “si dice” come piace alla classe dirigente che si applica alla politica percepita. La nuova brillante idea è quella di spedire tutti i percettori del reddito di cittadinanza a fare i camerieri, poiché ormai di piramidi non ne servono più: qualcuno si è permesso di fare notare che le offerte di lavoro alla voce “cameriere” sul portale Trovolavoro e Corriere della Sera siano 45 su tutto il territorio nazionale. Su Infojobs ci sono 1.053 offerte. Su Bachecalavoro circa 14 mila. E tenete conto che ovviamente molte sono ripetute poiché vi sono anche le agenzia a moltiplicare lo stesso annuncio. Ma guardare i numeri non conta, conta inoculare la sensazione di essere circondati da scansafatiche, questo conta, lasciate perdere i sindacalisti che si impigliano nei camion o gli operai che si bastonano per un litigio davanti alla macchinetta del caffè.

la turbonarrazione di una certa politica
Matteo Salvini (Getty Images).

Ci diranno che il sole è sorto grazie a loro

Ma il livello più alto lo raggiunge questa nuova moda di prevedere quello che sicuramente accadrà e intestarsene il merito: segretari di partito che esultano per le riaperture (avvenute grazie al vaccino che loro di sguincio hanno sempre osteggiato) e che ora si sono intestati come battaglia settimanale la dismissione delle mascherine. Le mascherine, com’è normale che sia, verranno tolte e loro diranno «avete visto come siamo bravi?». Poi si spingeranno oltre, in questa turbonarrazione in cui i fatti sono dei fastidiosi intoppi e ci diranno che il sole è sorto per merito loro. E ci saranno anche quelli che applaudono. Intanto sotto la brace continua a scaldare e prima o poi erutta e lì ci sarà la scena più patetica, quando tutti fingeranno di essere stati colti di sorpresa.

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Adil Belakhdim ucciso perché sindacalista: non è stato un incidente, c’è lo squadrismo

Com’era prevedibile è già cominciata la rincorsa a ridurre tutto a un incidente. La narrazione di un Paese pronto a correre sulla coda dell’epidemia e ad affrontare un nuovo “miracolo economico” è un’occasione di smacchiamento troppo golosa per farti rovinare la festa dalla morte di Adil Belakhdim, italiano di 37 anni che a Biandrate, nel novarese, è stato ucciso da un camion che ha forzato il blocco del sindacato Si Cobas che stava manifestando all’ingresso del deposito territoriale della Lidl in via Guido il Grande.

Belakhdim è stato trascinato per un decina di metri e lasciato a terra esanime all’altezza di un attraversamento pedonale mentre altri due dipendenti dell’azienda sono rimasti feriti e curati all’ospedale di Novara. Ex lavoratore alla Tnt di Peschiera Borromeo in questi giorni Adil Belakhdim insieme ai compagni del sindacato stava provando a dare copertura allo scoperto nazionale della logistica. Aveva 2 figli che in questi giorni sono in Marocco e che avrebbe dovuto raggiungere tra poco. Oramai non più. I testimoni sul posto hanno raccontato di un diverbio che ci sarebbe stato tra i manifestanti e il camionista nel momento in cui avrebbe manifestato l’intenzione di forzare il blocco, sono volate accuse, quello ha ingranato la marcia e li ha stesi come birilli. Di certo c’è che il mezzo si è allontanato senza prestare nessun soccorso e solo grazie alle immagini della videosorveglianza le forze dell’ordine l’hanno potuto rintracciare in autostrada: ora si trova in arresto con l’accusa di omicidio stradale e resistenza.

Ma il sangue di Biandrate non è un episodio, solo un miope potrebbe pensarlo, dietro il corpo di Adil Belakhdim si sentono nemmeno troppo lontani i rumori dei bastoni sulle ossa a Tavazzano, in provincia di Lodi, anche questa volta di fronte ai magazzini di una logistica, la Zampieri, dove il presidio organizzato per protestare contro i licenziamenti da parte di una ditta che lavora per Fedex sono stati attaccati da un gruppo di operai e di bodyguard dell’azienda a colpi di bastoni, pezzi di bancali e di sassi. Per circa 10 minuti, come mostrano anche le immagini rese pubbliche da Si Cobas, i picchiatori hanno potuto agire indisturbati mentre le forze dell’ordine rimanevano inermi a godersi lo spettacolo. Quella volta non ci era scappato il morto ma Abdelhamid Elazab, lavoratore Si Cobas della FedEx di Piacenza, era rimasto ferito alla testa colpito da un pezzo di bancale, in una pozza di sangue, arrivano all’ospedale San Matteo di Pavia privo di conoscenza. Oltre a lui altre otto persone erano rimaste ferite dagli scontri. L’aspetto inquietante, come denunciato da alcuni testimoni, è che alcune guardie private si sarebbero travestite da lavoratori per confondersi tra la folla.

Pochi giorni fa un episodio simile era avvenuto a San Giuliano Milanese. Anche a Lodi la Procura ha aperto un’inchiesta mentre il Prefetto ha convocato un tavolo per chiarire la questione ma la direzione della Zampieri non si è presentata, delegando la ditta che in subappalto gestisce il sito lodigiano e scontentando non poco tutte le autorità presenti. Ancora: qualche giorno fa a Prato alcuni operai della Textprint che sono in agitazione da mesi (come molti altri dipendenti di aziende del settore) si sono presi dei pugni in faccia e dei mattoni in testa dai vertici dell’azienda. Nel video si vede addirittura l’amministratore della Textprint colpire uno degli operai in presidio con un mattone mentre i suoi scherani pestavano gli altri. Tre feriti.

No, la morte di ieri di Adil Belakhdim non può essere derubricata a un “incidente”, non si può fare finta di non sentire le assonanze cupe con i periodi nella storia in cui gli sfruttati venivano messi all’indice e aizzati l’uno contro l’altro, non si può fingere di non vedere la tensione e la violenza delle parole che sta sfociando nella violenza degli atti. Se ne deve essere accorto perfino il presidente del Consiglio Mario Draghi se ieri si è sentito in dovere di intervenire a margine della consegna del “Premio alla costruzione europea” a Barcellona dicendosi «molto addolorato per la morte di Adil Belakhdim» e augurandosi «che si faccia subito luce sull’accaduto». Il ministro del Lavoro Andrea Orlando dal canto suo definisce «gravissimo quello che è accaduto» e ricorda che «nel settore della logistica stiamo assistendo ad una escalation intollerabile di episodi di conflittualità sociale che richiedono risposte urgenti».

Il segretario nazionale di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni commenta: «In una settimana il pestaggio a Tavazzano, l’aggressione squadrista alla Texprint di Prato e ora una vittima in Piemonte. Ma è normale che nel 2021 si finisca in ospedale o all’obitorio per difendere i propri diritti sul posto di lavoro?». Per Mauro Rotelli, deputato di Fdi e componente della commissione Trasporti della Camera, «la morte del sindacalista dei Cobas travolto da un tir, questa mattina, durante una manifestazione a Biandrate (Novara) è solo la punta dell’iceberg di quanto accaduto nelle ultime settimane. Una escalation di episodi di tensione che vedono coinvolti lavoratori impegnati in proteste per vedere loro riconosciuto il diritto al lavoro. Ci chiediamo se, come annunciato dal ministro del Lavoro dopo i recenti fatti di Lodi, sia in via di definizione una task force volta a risolvere i fenomeni di conflittualità che stanno interessando il settore della logistica».

Ma lo scontro sociale e lo sdoganamento della violenza non si fermeranno con le dichiarazione e nemmeno con le promesse di un futuro migliore per tutti. Interi settori nel mondo del lavoro italiano sono schiacciati da crisi profonde che hanno sdoganato lo squadrismo per tenere a bada il dissenso da parte delle aziende e con l’appoggio dei crumiri. Basta scriverlo per rendersi conto che il pericolo di cadere in epoche infauste è dietro l’angolo. Non è solo una questione di “lavoro”: è il tessuto sociale che si ritrova ad essere messo a dura prova. E in questo caso le classi dirigenti, tutte, sono chiamate a uno sforzo che richiede lucidità, etica e tempismo. Si sta giocando con il fuoco e il fuoco forse è già qui.

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Fonte

Non candidate nessuno, fate prima

Il centrodestra, in vista delle prossime amministrative e regionali, sta faticando ad individuare i propri nomi. Ma una soluzione coraggiosa e definitiva ci sarebbe: lasciar perdere

Sommersi dalle incredibili notizie dell’incredibile governo dei migliori, stiamo lasciando passare sotto traccia la farsa del centrodestra che si avviluppa nelle candidature per le prossime elezioni amministrative e regionali. Un centrodestra che vorrebbe farsi federazione e non riesce nemmeno a decidere un candidato sindaco è la fotografia perfetta del momento storico: tutti insieme appassionatamente per spartirsi i soldi del Pnrr e poi che palle la politica, che palle che gli tocca perfino fare politica.

Si decide di non decidere scivolando su questa idea del “ticket” che è solo l’ennesima trovata pubblicitaria che non significa niente: a Roma c’è il “ticket” Michetti-Matone e sarebbe curioso sapere cosa accadrebbe se uno non fosse d’accordo con l’idea dell’altro. Non succederebbe niente di più del solito odio sotto traccia come accade in questo momento tra Salvini e Meloni che in superficie si trasforma in una vuota e affettata cortesia.

Idea ticket ovviamente anche in Calabria, dove a correre saranno Occhiuto a braccetto con Spirlì. Il presidente della Calabria pro tempore che ha sostituito Jole Santelli in un Paese normale sarebbe dimenticato o usato al massimo per qualche vignetta sui social invece la classe dirigente leghista è talmente infima che si ritrova costretta a riciclarlo. Incredibile.

A Milano si parla di Oscar di Montigny, il genero di Ennio Doris di Banca Mediolanum, che si definisce «esperto di Mega trends e Grandi Scenari, Innovative Marketing, Comunicazione Relazionale e Corporate Education» e che, come ha raccontato in un pezzo gustosissimo Gianni Barbacetto sul Fatto quotidiano scrive cose come «lo spirito, ritornando su se stesso, prende coscienza delle sue operazioni e dei suoi caratteri» oppure dello specchio che «in quanto strumento neutro, oggettivo, privo di giudizio, rimanda sempre l’immagine vera, reale, del soggetto che in esso si specchia». E non vuoi metterci un bel ticket? Pronti: l’ex sindaco Albertini. Giorgia Meloni si lamenta: «Chi lo conosce questo di Montigny?» e chissà chi a Roma conosce Michetti, verrebbe da risponderle.

“I candidati devono essere civici”, ripete Salvini. Del resto i civici, si sa, sono il cerotto perfetto per non dover dimostrare di avere una classe dirigente decente. A Bologna un capolavoro: il “civico” dovrebbe essere Andrea Cangini, che tre anni fa è stato eletto senatore. Un senatore a sua insaputa, evidentemente come va di moda da quelle parti.

Il 9 giugno Matteo Salvini prometteva “in due giorni decideremo tutti i 1.300 nomi dei candidati sindaci”. Oggi è il 18 giugno, fate voi.

In compenso ci sarebbe una soluzione coraggiosa e definitiva: non candidate nessuno. Rimanete lì in disparte, pronti a raccogliere qualsiasi notizia di cronaca nera preferibilmente farcita di stranieri, schierate le truppe a cercare il degrado e per i prossimi cinque anni potete riempire i social dicendo che quelli che governano sono una vergogna. Se qualcuno vi dice qualcosa potete rispondere che siete talmente sovranisti che vi candiderete solo quando non avrete il disturbo di dover governare anche gli elettori degli altri.

Buon venerdì.

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L’assurda storia del pescatore Vincenzo: salva 24 naufraghi e finisce sotto inchiesta

Vincenzo Partinico è un pescatore che sabato scorso mentre navigava per lavoro a una trentina di miglia da Lampedusa ha incrociato una “carretta del mare” con 24 migranti a bordo e che imbarcava acqua. Partinico ha fatto quello che farebbe qualunque persona con un cuore, quello che è sempre avvenuto nella Storia: ha salvato chi chiedeva aiuto. All’Adnkronos ha raccontato che quelli stavano con «i vestiti zuppi d’acqua e negli occhi spalancati il terrore di quello che avevano vissuto». Alle 4.45 del mattino, l’ora in cui il mare accoglie solo i disperati e i pescatori, ha sentito un urto e ha capito che si trattava di persone.

Racconta di avere recuperato alcuni, altri sono finiti in mare, lui e i suoi colleghi hanno gettato i salvagenti fino a raccoglierli tutti, prima di avvisare la motovedetta della Capitaneria di porto. Accade da secoli: in mare i pescatori, tutti quelli che con il mare e nel mare ci sono cresciuti, hanno la regola universale di salvare chi si trova in difficoltà. Capita di salvare pescatori, capita di salvare diportisti, capita di salvare i migranti. Vincenzo Partinico, 57 anni, spiega il perché senza bisogno di troppi giri di parole: «sono esseri umani. Non c’è differenza e chi dice il contrario è solo un cretino».

Eppure Partinico ora si deve trovare in fretta un avvocato perché è stato denunciato alla Procura di Agrigento. Il reato? Era là dove non avrebbe potuto stare: per salvare quelle persone si è permesso di avvicinarsi e in questo mondo di egoismi travestiti da sovranismi i confini sono catene che ti si abbattono sulla schiena anche in casi come questo. “Violazione delle norme del Codice della navigazione” c’è scritto sull’avviso di garanzia. Il sindaco di Lampedusa Totò Martello prova a ripetere a tutti i giornalisti che «Vincenzo è l’orgoglio di Lampedusa» e che la sua azione «dimostra più di tante parole come chi è a mare non guarda né al colore della pelle né ai cavilli burocratici» ma segue l’unico comandamento del mare: salvare chiunque abbia bisogno di essere salvato.

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Fonte

Sognano il video del loro funerale

Il video della tragedia della funivia del Mottarone è stato trasmesso dappertutto. E c’è chi ha cavalcato l’onda buttando tutto nel tritacarne: un giornalismo a bassissimo costo, senza approfondimento e ragionamento. Che in quest’epoca di clic cerca visualizzazioni e guadagni

Dunque ecco servito ieri il piatto forte della giornata, il video della tragedia della funivia del Mottarone è stato spalmato dappertutto, peccato che non ci fosse un audio all’altezza ma qualcuno ha pensato bene di incollarci sotto una musichetta mortifera. Il servizio del Tg3 che l’ha sparato in anteprima ci ha incollato sotto una bella etichetta con scritto “esclusiva” e il commentatore ci tiene a sottolineare che «l’impatto non si vede perché avviene dietro la collina».

Il giornalismo fa il giornalismo, sia chiaro, e certo in molte redazioni ci si è confrontati sul pubblicare o meno quelle immagini. Qualcuno ha deciso di farlo provando a spiegare la propria decisione (ma quelle giustificazioni, mi sia permesso di notare con l’antipatia che mi distingue, suonano come un’autoassoluzione piuttosto goffa, abbiate almeno il coraggio di rivendicare il dovere di essere cinici, non inzuccherateci con presunte buone intenzioni), altri invece hanno cavalcato l’onda buttando tutto nel tritacarne e di questi ultimi sarebbe il caso di parlarne.

Esiste un giornalismo a bassissimo costo, senza approfondimento e ragionamento, che prospera in quest’epoca di clic trafugando video da sparare senza nemmeno prendersi la briga di definire il contesto. È un giornalismo che funziona perché risulta fortemente emotivo (negli sfinteri peggiori) e riesce a creare un’onda che si tramuta in visualizzazioni e in guadagni. Gli ultimi istanti dei passeggeri sul Mottarone sono preceduti dalla pubblicità delle crociere, dell’ultimo veloce modello di auto e del gelato estivo: basta l’intenzione per monetizzare, poi il video potete anche non guardarlo tutto.

C’è un altro aspetto: quelli che vomitano il video della tragedia sono gli stessi che hanno suonato la fanfara per i giocatori della Danimarca che facevano scudo pur di non mostrare al mondo il loro compagno a terra. Ancora: sono gli stessi che sono diventati di sale per le parole di Fedez a un concerto del primo maggio. Ancora: sono gli stessi che ora ripetono di gran lena “e allora l’11 settembre?” (c’è sempre un “e allora” in questo Paese buttato lì per non entrare nel merito delle discussioni) senza rendersi conto della differenza tra un fatto storico ripreso in diretta (e i network Usa vietarono la trasmissione di immagini di chi si gettava dalla torre in fiamme o altre pruderie) e un lutto privato sotto inchiesta. Poi c’è la domanda delle domande. Quelle immagini aggiungono qualcosa? Mostrare le persone nei loro ultimi istanti di vita a cosa giova? E poi: avete notato che sono gli stessi che hanno scritto lunghi editoriali sull’anniversario della tragedia di Vermicino e ci hanno spiegato che da lì il giornalismo e la televisione sono caduti in basso? Ma fate davvero?

E poi un ultimo particolare: la Procura ha vietato l’utilizzo di quelle immagini.

Infine la notizia peggiore: certa stampa mostra quello che la gente vuole vedere, è lo specchio di una società. Insomma l’argomento è complesso, va affrontato con complessità, ma ce li vedete questi ad affrontare la complessità?

Buon giovedì.

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Non ci passa più

Mal di testa, difficoltà a respirare, “nebbia cognitiva”, spossatezza. Sono alcuni postumi con cui spesso convive chi è guarito dalla Sars-Cov-2. Sintomi invasivi per i quali in Italia non c’è ancora un protocollo, tanto meno esenzioni su esami e cure. Ecco le storie degli abbandonati del Long Covid

«Oggi ancora febbricola. Oggi ancora febbricola e malessere generale… Ho ripetuto il tampone ed è negativo: almeno questo. Ora iniziamo a fare degli esami per vedere cosa c’è che non va. E pensare che mi ero rimessa bene. Boh… Dopo sei mesi non so più che dire…»; «Possibile mai che sono negativo e sto più devastato di quando ero positivo? Una stanchezza assurda!»; «E dopo sette mesi, sono più stanca di quando avevo il Covid. Dolore alle gambe, alle articolazioni, la testa mi esplode… Le risposte sono sempre le stesse. Porti pazienza, è tutto dovuto al post Covid. Intanto il morale precipita, perché non riesco a fare quello che vorrei, e sono sempre più nervosa»; «Stessa situazione! Dopo tre mesi, nebbia cognitiva e stanchezza tremenda. Non riesco più a studiare e amavo il mio corso di studi universitario».

Sono solo alcune delle migliaia di testimonianze che si leggono nel gruppo su Facebook “Noi che il Covid lo abbiamo sconfitto. Sindrome Post Covid #LongCovid”: 17.500 membri per confrontarsi su cosa ha lasciato il virus dopo la malattia. Lo spaccato che emerge è quello di un pezzo di Paese che si ritrova a fare i conti con una malattia che ufficialmente non esiste, di cui si parla molto poco e che forse è qualcosa di più di un semplice strascico.

L’Istituto superiore della sanità, in un articolo del 12 febbraio a cura di Elena Ortona, Danilo Buonsenso e Walter Malorni, definisce Long Covid un insieme di…

L’articolo prosegue su Left dell’18-24 giugno 2021

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SOMMARIO

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

L’Istat calcola 5,6 milioni di poveri. Ma per certi politici e imprenditori i sussidi sono roba per fannulloni

Attenzione a giocare con i poveri, attenzione a giocare con i disoccupati e soprattutto attenzione a credere che la pandemia sia finita. L’ultima rivelazione Istat disegna un Paese molto diverso dalla retorica che gocciola un po’ dappertutto: quel Paese nel pieno di un “miracolo economico” come insiste nel ripetere Confindustria, quel Paese di “svogliati” circondati da quintali di occasioni che non vorrebbero cogliere per godersi le partite in televisione.

Dall’ultima rivelazione emerge che il 9,4% della popolazione italiana vive in povertà assoluta, per un totale di due milioni di famiglie, 5,6 milioni di persone di cui 1,3 milioni di minori. L’ultimo anno di Covid ha aumentato la percentuale delle famiglia dal 6,4% al 7,7% e gli individui dal 7,7 al 9,4%.

Come al solito è il Sud a pagare il prezzo più alto: l’incidenza varia dal 9,5% del Centro al 14,5% del Mezzogiorno. Le condizioni dei minori peggiorano a livello nazionale (da 11,4% a 13,5%) e in particolare al Nord (da 10,7% a 14,4%) e nel Centro (da 7,2% a 9,5%).

Il 20,5% delle famiglie con cinque o più componenti è in povertà assoluta, l’11,2% per quelle con quattro componenti e siamo all’8,5% se si è in tre in famiglia.

Come sempre la diffusione della povertà è inversamente proporzionale al titolo di studio: se la persona di riferimento ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore, l’incidenza è pari al 4,4% mentre si attesta al 10,9% se ha al massimo la licenza di scuola media.

Tutti i dati sono in netto peggioramento rispetto al 2019, molto al di sotto delle previsioni e soprattutto a pochi mesi dallo sblocco dei licenziamenti che renderà ancora più difficile il quadro generale.

Il quadro reale della situazione, insomma, è una realtà completamente differente, se non addirittura opposta, rispetto alla narrazione iperottimistica di gran parte del governo e delle realtà industriali.

Sorge allora spontanea una domanda a cui la politica finge di poter non rispondere: mentre si continua con questa tiritera dei sussidi che sarebbero soldi sprecati, mentre si persevera nell’occuparsi di iniettare liquidità alle aziende, cosa si ha intenzione di fare per quelle milioni di persone che non hanno certo la sensazione di poter coltivare speranza?

Siamo sicuri che funzionerà ancora a lungo questa colpevolizzazione della povertà e questo continuare a volerla nascondere? Forse sarebbe il caso che qualcuno dalle parti del governo smetta i panni del moralizzatore dei poveri e se ne occupi come il suo ruolo gli impone. Occupatevi dei poveri piuttosto che bastonarli.

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