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Il paradosso di Confindustria (e di parte del governo): “C’è la ripresa quindi si può licenziare”

Ieri un’altra piccola perla: Repubblica spreme tutta la fantasia che ha per intossicare la narrazione e spara un titolo che è una visione del mondo, raccontandoci che “i posti di lavoro ci sono” ma “mancano i lavoratori” e che quelli che “si sentono” sfruttati rinunciano.

La scelta delle parole è un capolavoro di manipolazione e, oltre alla solita manfrina degli sfruttatori che si lamentano perché non trovano schiavi, ora si aggiunge la novità dello sfruttamento percepito (come avviene per la temperatura). E il meccanismo è perfetto per vittimizzare gli sfruttati, mica lo sfruttamento.

Ieri Matteo Salvini, un fannullone che non ha mai lavorato in vita sua (lo stabilisce un giudice del tribunale di Bergamo) ha avuto l’ardire di dire che i ragazzi non vogliono fare i camerieri quest’estate per 600 euro al mese perché preferiscono prendersi il reddito di cittadinanza e guardarsi gli Europei sdraiati sul divano. Altra narrazione tossica: un fannullone che guadagna 15mila euro al mese (per molti politici la politica è un reddito di cittadinanza esageratamente ricco) invita i ragazzi a lavorare da stagionali per uno stipendio da fame.

Nessuno slancio su reddito, su tutele, su futuro, su salario minimo. Non sia mai. Del resto, siamo lo stesso Paese che si è reso ridicolo per mesi con la favola dei rider felici e straricchi contrapposti agli sfigati pelandroni che non hanno voglia di lavorare. Peccato che, subito dopo, si sia scoperto che i rider sono schiavi.

Stesso giochetto sullo sblocco dei licenziamenti: Confindustria e pezzi di governo ci ripetono a reti unificate che siamo di fronte a un “miracolo economico” (l’hanno chiamato così, come i piazzisti che in effetti sono) ma aggiungono che per renderlo possibile hanno bisogno di licenziare. Ma come? Ma se l’economia riparte non dovrebbero aumentare i posti di lavoro? A che servono i licenziamenti?

Poi, volendo essere un po’ perfidi, si potrebbe anche chiedere che senso abbia avuto sostenere le aziende con soldi pubblici (i soldi quando vanno alle aziende, notatelo, non sono più “sussidi” ma magicamente diventano “investimenti”), se poi quelle aziende non garantiscono i propri lavoratori.

“È la crisi”, rispondono. Ma come? E il “miracolo economico”? Intanto, a Empoli, Sammontana cerca 350 stagionali e si presentano in 2.500. È il vero “miracolo economico” che funziona e che quelli vorrebbero negare: se paghi il giusto, i lavoratori si trovano. Eppure il lamento per gli schiavi che si lamentano di essere schiavi continua.

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La risposta da dare a CasaPound

Ecco la risposta perfetta per quelli di CasaPound e per i loro striscioni con la scritta “Tornare potenza”: «Il nostro patriottismo non offende, non ferisce, non aggredisce nessuno perché il nostro patriottismo non è odio per gli altri popoli…»

Ieri i «fascisti del terzo millennio» di CasaPound hanno fatto politica come la sanno fare loro, nel massimo del loro spessore e del loro impegno: appendendo striscioni. Poteva andare peggio, visti i personaggi. Hanno affisso in più di 100 città uno striscione con addirittura due parole consecutive («tornare potenza») perché, scrivono nel comunicato stampa, «tornare Potenza non significa solo riconoscere che il nostro paese è stato in grado, nel corso della storia, di sforzi industriali, politici e culturali senza precedenti ma soprattutto comprendere che dobbiamo essere ancora in grado di farne». Poi hanno aggiunto: «L’epoca attuale esige una presa di posizione netta: subire un corso storico, accettando passivamente diktat e imposizioni da organismi esterni ed estranei alla nostra nazione, oppure reagire, rialzando la testa e mettendo in moto un verso e proprio Risorgimento». Hanno usato il Risorgimento perché il Rinascimento era già occupato, solo per quello.

Comunque rovistando un po’ la risposta a CasaPound già bell’e scritta c’è ed è (giusto per farli ribollire) di quel comunista di Pietro Secchia in un suo discorso citato in Chi sono i comunisti. Partiti e masse nella vita nazionale, 1948 – 1970., edito da Mazzotta nel 1977, alle pagine 129-131. Non ha nemmeno bisogno di aggiunte, è già perfetta così:

«Ma voi non siete patrioti, voi non amate l’Italia, dicono i nostri avversari. […] Ma i fatti che cosa dimostrarono? I fatti dimostrarono che i traditori della patria furono i nostri calunniatori, furono i circoli dirigenti della grande borghesia, furono coloro che barattarono l’Italia, che la vendettero allo straniero, che la consegnarono al tedesco invasore, furono coloro che ridussero il nostro paese in un ammasso di rovine e di miserie. Toccò a noi allora, toccò ai comunisti prendere le armi e lottare per cacciare lo straniero, combattere per salvare quel poco che si poteva ancora salvare della nostra Patria, combattere per cacciare l’invasore tedesco e abbattere la tirannia fascista. Noi abbiamo dimostrato con i fatti di amare la patria. Certo il nostro patriottismo non ha nulla a che fare con il nazionalismo borghese. […] Il nostro patriottismo non offende, non ferisce, non aggredisce nessuno perché il nostro patriottismo non è odio per gli altri popoli ma consiste nella volontà di vivere in pace e in amicizia con tutti i paesi».

Ecco tutto.

Buon giovedì.

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L’assurdità della sindaca indagata perché un bambino si è rotto un dito a scuola…

Mi raccomando, continuiamo a fingere di non sapere perché qui in Italia quasi nessuno voglia fare il sindaco, quasi nessuno che abbia un ruolo professionale di un certo spessore, nessuno di quelli che hanno capito benissimo l’antifona: perché andare ad infognarsi in un ruolo in cui hai un avviso di garanzia dietro l’angolo (con conseguenze economiche oltre che penali importanti)?

Così accade che a Crema la sindaca Stefania Bonaldi si ritrovi con un avviso di garanzia perché un bambino si è schiacciato due dita in una porta tagliafuoco (con effetti non irreversibili) in una scuola materna. Dice la legge che sia lei che avrebbe dovuto controllare che quella porta non si chiudesse. La vicenda fa il paio con il recente caso del sindaco di Lodi Simone Uggetti con una vita rovinata per un appalto da 5mila euro e un’assoluzione arrivata anni dopo ma fa anche il paio con le storie di molti altri sindaci che si sono ritrovati a dover fronteggiare più questioni giudiziarie che politiche.

A Torino la sindaca Chiara Appendino è stata condannata a un anno e mezza per la tragedia di piazza San Carlo quando il 3 giugno 2017 si scatenò il panico per dei delinquenti che spruzzarono spray urticante e provocarono due morti e 1500 feriti: la colpa della sindaca è stata di non averlo impedito. Lo stesso è accaduto con il sindaco di Mantova, con Pizzarotti a Parma (6 indagini in 9 anni finite in niente), con l’ex sindaco grillino di Livorno, i casi sono centinaia e si ripetono ogni giorno. Il sindaco di Pesaro Matteo Ricci, presidente delle Autonime locali italiane, non le manda a dire: «È assurdo, basta con queste pazzie contro i sindaci. Come si può indagare un Sindaco per una cosa del genere? Siamo al ridicolo. Davvero poi ci sorprendiamo che scarseggiano i candidati a sindaco? È quanto mai urgente che il legislatore intervenga sulle eccessive responsabilità oggettive che hanno i sindaci, perché non possono ridursi a capro espiatorio di tutti i mali del Paese».

«Ogni volta che un sindaco firma un atto rischia di commettere un abuso d’ufficio. Se non firma, rischia l’omissione di atti d’ufficio», aveva sintetizzato bene il presidente dell’Anci Antonio Decaro in una recente intervista. Il tema della responsabilità dei sindaci è un nodo politico grande come una casa e sarebbe davvero uno dei punti da affrontare per un rilancio reale del Paese. E forse questo sarebbe davvero il momento buono visto che praticamente tutti i partiti sono d’accordo.

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Gli avvoltoi su Saman

A destra c’è chi usa la vicenda di Saman Abbas per colpire “gli amici degli stranieri” oppure “le femministe”. Persone a cui della sorte della ragazza interessa poco, quasi nulla. È la solita banalità del male

Era prevedibile, in fondo ne avevamo parlato qualche giorno fa proprio qui e alla fine gli avvoltoi si sono buttati su Saman Abbas usandola come clava per colpire i propri avversari che in questo caso sono la sinistra (che poi, a pensarci bene, beati loro che vedono sinistra dappertutto e noi tutto il giorno tutti i giorni qui a cercarla), le femministe e di sponda anche gli amici degli “stranieri” (perché per loro Saman Abbas è morta perché di fede islamica, mica perché schiacciata da un patriarcato che non la voleva libera) che sarebbero addirittura complici morali.

Mentre le notizie su Saman Abbas disegnano un finale sempre più fosco si moltiplicano gli strumentali appelli di chi urla “e le femministe dove sono?”. Notare che poi siano sempre gli stessi che dipingono ad ogni pie’ sospinto le femministe come delle pazze esagitate rende il tutto ancora più cretino. A questi ovviamente la sorte della ragazza interessa poco, quasi niente, giusto il tempo di usarla come fionda per lanciare i loro sputi e poi tornare nelle loro tane. È la solita banalità del male.

Tra l’altro questi sono gli stessi che stanno trattando la vicenda come una “questione tra stranieri” rivendicando ovviamente la superiorità italiana (sovranisti anche nei femminicidi, che miserabile squallore) e sarebbe curioso sapere cosa ne pensino invece del fatto che Saman Abbas a novembre dell’anno scorso (era ancora minorenne) avesse chiesto aiuto ai servizi sociali di Novellara per non essere costretta al matrimonio, fosse stata trasferita sotto protezione in una comunità di Bologna, e avesse presentato una regolare denuncia ai carabinieri. Non è una storia tra “pakistani isolati”, insomma. Ci sono istituzioni, forze dell’ordine coinvolte. E non solo: l’11 aprile Saman Abbas, ormai maggiorenne, decide di tornare a casa per prendere i suoi documenti e presumibilmente trasferirsi all’estero. Il 22 aprile si presenta (di nuovo) dai carabinieri per denunciare i genitori raccontando che non le veniva permesso di prendere le sue cose, raccontando le minacce di morte a lei e al suo fidanzato pakistano.

I carabinieri si presentano nella casa dei genitori di Saman Abbas solo tredici giorni dopo. Tredici giorni dopo, il 5 maggio. Non trovano più la ragazza e lì cominciano ad affiorare i sospetti e poi l’indagine. Insomma, ci sono un po’ di responsabilità anche di casa nostra, forse, no?

Poi, volendo ci sarebbe il tema vero: questa narrazione di donne che “vogliono diventare occidentali” con la solita boria da superiori e che invece sono donne che vogliono essere libere, che rivendicano il diritto di dire no e che muoiono per questo. Ma del tema vero, credetemi, interessa poco agli avvoltoi.

Buon mercoledì.

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Dopo 4 mesi possiamo dirlo: quello di Draghi è un governo di destra

Toh, che sorpresa. Il governo dei migliori, quello che avrebbe dovuto essere apolitico, tecnico, impolitico e uno a caso di quel milione di aggettivi che sono serviti per truccarlo da “superiore”, ora si scopre che ha una naturale predisposizione verso destra.

Era difficile prevedere che fare entrare nel governo Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e tutta la combriccola liberale avrebbe prodotto politiche di destra? Evidentemente sì, visto che tutti gli editorialisti si sorprendono.

Così siamo a 22 giorni dallo sblocco dei licenziamenti con la farlocca narrazione delle “aziende che corrono e devono essere libere di agire sul mercato”, che – tradotta (però c’è da dire che il governo dei migliori è fortissimo sulla narrazione) – significa che le aziende devono essere libere di licenziare.

La linea politica la detta, manco a dirlo, il presidente di Confindustria Bonomi, che accusa i sindacati di fare terrorismo mediatico e ci dice che siamo di fronte a un “miracolo economico” e parla di solo 100mila posti di lavoro in meno. Peccato che, secondo la Banca d’Italia, siano 550mila. Ma soprattutto: se siamo nel bel mezzo di un “miracolo economico” perché c’è bisogno di licenziare?

E poi: che dire dell’Anac svuotata dall’ultimo decreto del Consiglio dei ministri che ha trasferito i controlli anti-corruzione da un ente indipendente agli uffici governativi? Il controllato che diventa controllore è un classico del nostro Paese che ha sempre aperto le porte a mafie e corruzione.

Del resto c’è solo una valanga di miliardi in arrivo. E sarà proprio per questo che al governo hanno pensato bene di liberalizzare i subappalti, confondendo come al solito la legalità con la burocrazia per risultare efficaci e convincenti.

A proposito di lavoro: a parte i post su Facebook e i discorsi per il cerimoniale, vi viene in mente un’azione o una parola per evitare la strage? Niente, figurarsi. In compenso si sono versate parole per affossare qualsiasi dibattito sul salario minimo, considerato dalle nostre parti troppo di sinistra. Non vorrete mica disturbare il “miracolo economico”. Dai, su.

La caciara sulla tassa di successione è un altro capitolo degno dei berlusconiani di altri tempi. Ultimo ma non ultimo, questo insopportabile paternalismo sui giovani che non accettano di fare gli schiavi e che vengono additati come indolenti e fannulloni. Del resto, è sempre così: quando ci tengono a ripetere di non essere né di destra né di sinistra sono quasi sempre di destra. Anche se si fanno chiamare tecnici.

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Conte sbugiarda Travaglio sulla caduta del governo: “Nessun complotto contro di me”

L’ex presidente del Consiglio Conte è molto più scaltro di quello ci vorrebbe sembrare, lui che ha goduto di questa allure del nuovismo che in questi ultimi anni è andata così di moda, quando bastava non essere mai stati politici per essere pregiudizialmente già migliori, e intervistato dal Corriere della Sera alla domanda «lei crede al “Conticidio” per mano di un complotto internazionale» replica rispondendo che «nessuno ha mai pensato a un complotto internazionale». Ed è una mezza risposta che come al solito serve per accontentare tutti e soprattutto non scontentare nessuno.

Sì, perché il “Conticidio” è l’ultima tesi travestita da inchiesta che il direttore de Il Fatto Quotidiano ha deciso di lanciare a tamburo battente per spiegare all’universo mondo che il suo Giuseppe Conte (il giocattolo più divertente che abbia mai potuto sognare di possedere) è stato fatto fuori dalle trame oscure di poteri forti che hanno voluto abbatterlo per misteriosi motivi. Del resto per Travaglio la politica è un agone in cui ciò che conta è che i fatti gli diano ragione e non il contrario. Essere ugualmente innamorato di un governo a trazione leghista e poi innamorarsi subito di nuovo di un governo che pendeva dalla parte opposta indica un’evidente culto per la persona (una, una sola, Giuseppe Conte) che è lo stesso che dalle parti de Il Fatto Quotidiano hanno ferocemente sbeffeggiato quando si trattava di avversari.

Caduta quindi l’ipotesi del complotto internazionale e di un’oscura massoneria mondiale che abbia voluto fare cadere Conte rimane lo scenario nazionale, ovvero Renzi e Salvini. Ed è pur vero che Renzi, Salvini e probabilmente anche Berlusconi abbiano avuto tutto l’interesse di fare cadere quel governo per conquistare un posto più centrale nel panorama politico. Si tratta di scelte consapevoli (tra l’altro direi anche piuttosto rivendicate, non c’era bisogno di fingere di farne materiale d’inchiesta) che piacciano o no (e badate bene, a chi scrive piacciono pochissimo quasi niente) che rientrano nelle dinamiche della politica. O forse dovrebbe scandalizzarci che Renzi abbia parlato con Salvini facendo finta di non sapere che Conte ci aveva addirittura governato? Insomma, pare proprio che manchi “la notizia”. Ma si sa che l’amore per se stessi trasforma in notizie le proprie opinioni. Il “Conticidio” è già diventato la solita guerra di bottega tipica italiana. O forse Conte si è permesso di saperne di se stesso più di quanto ne sappia Travaglio. Che irrispettoso maleducato.

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Il fascismo non esiste, milionesima puntata

Dopo che è stata scoperchiata un’organizzazione neonazista con radici in tutta Italia, cosa diranno quelli che sostengono che “Bella ciao” è uno scandalo e che ripetono da sempre che non c’è nessun pericolo fascismo?

Immagino che tutti quelli che ieri si sono levati gli occhi sulle prime pagine e in pubblica piazza per la disperazione di dover cantare “Bella ciao” oggi con la stessa energia balilla si staranno sdegnando per l’indagine che ieri ha scoperchiato un’organizzazione neonazista chiamata “Ordine Ario Romano” che aveva radici in tutta Italia.

12 persone tra i 25 e i 62 anni, accusate di associazione a delinquere finalizzata alla propaganda e all’istigazione all’odio per motivi di discriminazione etnica e religiosa, nell’ambito di un’indagine del Ros dei Carabinieri e della procura di Roma che istigavano violenza contro ebrei e extracomunitari, che studiavano sul web le istruzioni per costruire ordigni artigianali e che, con il loro solito senso della misura, avevano in mente di attaccare una base Nato in Italia. Secondo il gip di Roma «la rassegna dei più qualificanti contenuti delle comunicazioni veicolate sulle pagine social del gruppo lumeggia in una visione di insieme l’attitudine a promuovere e istigare condotte violente ispirate a sentimenti razzisti e di discriminazione etnica».  Il Gip osserva anche come «gli innumerevoli post e scritti pubblicati sulle pagine social riconducibili al gruppo e a ciascun aderente» non si limitassero «a perseguire un condizionamento puramente mentale ed ideologico nei confronti degli utenti internet, ma sono palesemente volti a instillare comportamenti concreti, violenti e provocatori».

Gli slogan? “Popolo e razza, contro il giudeo e i suoi complici”, “Difendi la razza, devasta il resto”; “Se sei di Razza, sii fieramente Razzista”; “La nazione non consiste nella lingua ma solo nel sangue”; “cucù, settete: giudei di merda”. A proposito: alcuni esponenti del gruppo erano in contatto social, attraverso la piattaforma Vk, con il professor Marco Gervasoni, il professore romano dell’Università del Molise perquisito nelle scorse settimane nell’indagine per minacce e offese al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, quel Gervasoni che tutti i destrorsi di casa nostra si sono buttati a difendere come novello Savonarola. Nel gruppo c’è anche un carabiniere (ma dai?). Tra loro anche Francesca Rizzi, 38 anni, detta Miss Hitler perché vinse un concorso di quelle combriccole. Lei, con un’aquila nazista tatuata sulla schiena, aveva già avuto guai con la giustizia ma evidentemente non riesce proprio a trattenersi dallo spargere odio su Liliana Segre, Laura Boldrini, promettendo forni crematori per fare sparire tutti gli ebrei.

Insomma quelli che ci dicono che “Bella ciao” è uno scandalo sono gli stessi che ci ripetono da sempre che non c’è nessun pericolo fascismo. Quindi immagino che questa mattina censurino con la stessa foga questi pericolosi squinternati.

Ultima cosa: il capo di questi elogiava Giorgia Meloni definendola «molto combattiva». Non ho dubbi che Meloni prenderà subito le distanze, no?

Buon martedì.

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Brusca torna libero perché lo dice la legge sui pentiti. E cambiarla sarebbe un regalo alla mafia

Sapete cosa sognava la mafia? Una revisione della legge sui pentiti. Era un chiodo fisso di Totò Riina, era una delle richieste che Cosa Nostra aveva intenzione di fare allo Stato, è il cruccio di molti boss che hanno dovuto fare i conti con le rivelazioni di collaboratori di giustizia in grado di aprire squarci fondamentali per le indagini e per le condanne.

Non serve nemmeno studiare troppo per sapere che la delegittimazione dei testimoni di giustizia sia il miglior favore che si passa rendere alla criminalità organizzata e basterebbe studiare la storia recente del nostro Paese per scorgere tra i politici poi condannati per reati di mafia un enorme dispendio di energie per mettere mano alla legge sui pentiti.

Che la scarcerazione di Brusca sarebbe stata il gancio perfetto per una sponda più o meno consapevole alle mafie si capiva fin dall’inizio: l’enorme squilibrio di attenzione sui reati commessi da un pentito mentre ci si ostina a giustificare criminali conclamati in tutti i gradi di giudizio ha lo stesso profumo di quell’Italia che puntava il dito sui picciotti mafiosi fingendo di non vedere i colletti bianchi.

È la solita prevedibile dinamica semplicemente un po’ più evoluta nei modi e nei toni: racconta al mondo che l’eliminazione di Falcone sia opera di Giovanni Brusca e intanto stendi un velo sui mandanti. Così è perfettamente funzionale un Salvini che si dice preoccupato che Brusca possa passeggiare libero per strada mentre nessuno gli chiede cosa ne pensi di un Paese in cui i mandanti possano essere addirittura classe dirigente del Paese.

Pochi intanto si prendono la briga di chiedere agli odiatori dei pentiti come possano contemporaneamente dichiararsi cultori di Falcone e Borsellino: furono proprio i due giudici a intuire per primi l’enorme ruolo dei pentiti. Venerare Falcone e volere i pentiti senza sconti in galera è una contraddizione cretina, strumentale, populista e ignorante. Decidetevi, mettetevi d’accordo. 

Anche perché il paradosso è dietro l’angolo: equiparare un pentito a un mafioso omertoso significa inevitabilmente indurre i criminali a non collaborare. Tutte le posizioni sono legittime ma almeno non bestemmiate la memoria di Falcone. Mentre i giornali si riempiono di notizie su una possibile riforma della legge sui pentiti i mafiosi brindano. Intanto sullo sfondo c’è la riforma sul carcere duro, il ponte di Messina, la liberalizzazione dei subappalti è una montagna di soldi che arrivano dall’Europa. Nemmeno Riina avrebbe potuto sognare un’epoca così.

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Il coraggio che manca su Saman Abbas

Bisognerebbe dire che siamo di fronte non solo a un presunto omicidio ma anche a una violenza di genere. E servirebbe una sinistra che riesca a dismettere un certo relativismo culturale per cui un femminicidio di una donna straniera passi sotto traccia

Ogni tanto capita anche a coloro che si espongono a gran voce per i diritti, quelli che abitualmente non perdono (e per fortuna) occasione di sottolineare le ingiustizie: la paura di essere inopportuni fa tralasciare alcune storie e alcune battaglie. Ci sono del resto vicende che richiedono un certo allenamento alla complessità, che non sono così nette da dividere di primo acchito le tifoserie di una parte e dell’altra, storie che rischiano di non starci nei pochi caratteri di un tweet o nei fulminanti post di Facebook che galoppano nell’algoritmo.

Così il coraggio che manca relega Saman Abbas nel cassetto degli “altri” come se fossero mondi che non abbiamo il coraggio di frequentare e nonostante sia un terribile caso di sospetto femminicidio preferiamo annacquarlo con la stupida idea di un’arretratezza che non ci appartiene, che è roba “loro”, mica roba nostra.

Saman Abbas ad esempio potremmo cominciare a chiamarla Laila, come lei aveva deciso di farsi chiamare per togliersi anche dal nome quel velo di violenza di genere che la opprimeva, comunque sia il finale di questa storia. Laila ha denunciato, ha passato mesi in una struttura protetta, aveva avuto il coraggio di ribellarsi e noi non siamo riusciti a prendercene cura. Anche questa è una storia come molte altre, indipendentemente dalla provenienza e dalla religione.

Bisognerebbe avere il coraggio di dirci che siamo di fronte non solo a un presunto omicidio ma anche a una violenza di genere. Bisognerebbe avere il coraggio (smettendola di avere paura di prestare il fianco alle destre) che queste prassi non sono giustificate né nei Paesi d’origine né dalla religione ma sono figlie della cultura del patriarcato: i matrimoni forzati e i crimini sessuali sono condannati dal codice penale anche nei Paesi d’origine. Bisognerebbe smetterla una volta per tutte con questa narrazione di donne che “vogliono diventare occidentali” con la solita boria da superiori: si tratta di donne che vogliono essere libere, che rivendicano il diritto di dire no. Servirebbe una sinistra che abbia il coraggio di dismettere un certo relativismo culturale per cui un femminicidio di una donna straniera passi sotto traccia. Davvero siamo di fronte a una sinistra con una così bassa capacità di elaborazione per cui teme di risultare razzista? Si potrebbe perfino avere il coraggio di ammettere che un caso del genere sia il risultato di una mancata integrazione (ammetterlo con onestà, senza paura) poiché i ricettori del territorio (che siano le istituzioni, la scuola, i contatti sociali) non sono stati in grado di allertare una risposta integrata. Bisognerebbe avere il coraggio di leggere i numeri dopo l’istituzione in Italia del reato di matrimonio forzato (dal 2019) che sembrano indicare poche denunce e poche risposte.

Bisognerebbe avere il coraggio di riconoscere che regalare una battaglia del genere a Salvini che vede solo stranieri da strumentalizzare significa non essere capaci di comprendere (e di spiegare) che qui si tratta di diritti umani. Quelli sono il punto.

Buon lunedì.

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Long Covid, Morena e gli altri malati che non guariscono: “In un anno sono invecchiata di 10”


Morena Colombi, una donna residente in Brianza, è guarita dal Covid 15 mesi fa ma continua a avere sintomi che la debilitano gravemente. È una dei tanti malati alle prese con il Long Covid: “I sintomi sono stanchezza cronica, dolori muscolari, alcuni non hanno recuperato ancora il gusto e l’olfatto. Poi ci sono pericarditi, rush cutanei, problemi gastrointestinali. E poi il terribile brain fog, che è come se si attivasse un clic che ti spegnesse per qualche secondo il cervello”. Morena ha creato su Facebook un gruppo che conta oltre 17mila iscritti.
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