Vai al contenuto

Mad in Italy

Prima o poi alcuni pezzi della classe dirigente di questo Paese riusciranno finalmente a trovare qualcosa, una formula chimica, che so, un vaccino, un Trattamento Sociale Obbligatorio controfirmato dal sindaco – ecco un Tso mi pare che renda benissimo l’idea, teniamo questo – e allora molti dei problemi spariranno in un lampo e loro torneranno finalmente a essere competitivi, colonizzeranno la Cina facendo man bassa di negozietti e capannoni e venderanno ammennicoli made in Italy a prezzi davvero stracciati.

Stop alle domande su paga e orari: ai colloqui serve buona educazione

Il primo evidente effetto di questo Tso di massa risolutivo sarà la tanto agognata buona educazione durante un colloquio di lavoro: non si ripeteranno più i drammatici episodi in cui l’aspirante lavoratore si permetterà di mettere a disagio il suo potenziale capo con impertinenza e scandalosa curiosità. Non ci si permetterà più di chiedere informazioni sulla paga, sugli orari e su eventuali giorni liberi ma in compenso i candidati (finalmente educati) si presenteranno con un casellario giudiziario debitamente compilato, un casellario affettivo che comprenda i profili degli amici e delle mogli e dei mariti e un preventivo dettagliato dei futuri figli da concepire solo con un arguto calcolo che preveda il parto nei periodi festivi o di bassa stagione. Le donne, anzi, proporranno spontaneamente di sfamare il proprio desiderio di maternità adottando il capo ufficio o il capo reparto così da non inficiare l’equilibrio tra ambito familiare e ambito lavorativo perché se è vero che “da noi in azienda siamo tutti una grande famiglia” (che è un refrain che si legge più o meno dappertutto) allora deve essere chiaro che in Italia è vietata la poligamia.

Per fermare i cervelli in fuga basterà chiudere a chiave le frontiere

Il secondo evidente effetto del Tso per decreto sarà la chiusura delle frontiere verso l’esterno: per evitare la fuga dei cervelli del resto basta chiudersi dentro a chiave, come abbiamo fatto a non pensarci prima, iniettando un proficuo senso patriottico che trasformi l’autodeterminazione nel più grande favore che si possa fare alla concorrenza. Altro che “dote ai giovani”: finalmente qualcuno avrà il coraggio di dire che dovrebbero essere proprio i giovani, che si concedono il lusso di essere così lungamente improduttivi prima da bambini poi da adolescenti e poi da studenti, a restituire il costo sociale dei loro 20 anni di ferie (fin dalla nascita) al resto della comunità. Per ogni giovane verrà stilata una precisa nota spese che tenga conto di tutti i servizi di cui ha usufruito senza occuparsi di restituire fatturato (dagli ospedali, alla scuola, ai mezzi pubblici, alle strade asfaltate, alle infrastrutture per farlo navigare su Instagram, insomma tutto proprio tutto) e ognuno avrà il suo debito totale stampato sulla carta di identità da rendere in ore lavorative quando finalmente la smetterà di essere giovane e comincerà a essere produttivo. Se qualcuno si permetterà di far notare che in Germania si guadagna meglio gli si risponderà senza remore che avrebbe dovuto pensarci prima, nascendo in Germania, ora è troppo comodo e troppo tardi.

Via il Reddito di cittadinanza, molto meglio il Turno di cittadinanza

Il nuovo Trattamento Sociale Obbligatorio poi sostituirà il Reddito di cittadinanza con il Turno di cittadinanza: chiunque lamenti difficoltà economiche e di inclusione troverà accoglienza e ristoro con l’assunzione gratuita in qualche linea produttiva. Troverà un ambiente climatizzato, avrà di che vestirsi con la divisa di lavoro, potrà sviluppare socialità con i compagni di fabbrica e gioverà il nutrimento della mensa aziendale. Altro che tassa di successione: finalmente verrà reso legale il reato di povertà. Chiunque nella vita non sia riuscito a raggiungere il livello minimo di dignità economica verrà giustamente citato per danni per “avere rovinato l’immagine dell’Italia in giro per il mondo” con una causa in cui lo Stato si costituisca parte civile. Le multe saranno direttamente proporzionali al grado di imbruttimento raggiunto dal criminale in questione. Perché, diciamocelo, chi andrebbe a bersi uno Spritz in Sardegna con il terrore di incrociare per le strade qualcuno che non ce l’ha fatta. Non possiamo permettercelo, no.

Dalla sicurezza sul lavoro alla sicurezza nel lavoratore: ognuno sia ispettore di se stesso

Infine si potrà dare seguito alla riforma della sicurezza sul lavoro con un nuovo disegno di legge per la “sicurezza nel lavoratore”: in nome della resilienza necessaria per ripartire dopo la pandemia ogni lavoratore diventerà ispettore di se stesso. Il suo mestiere mette a rischio le sue mani? Trovi il modo di non usarle. Il lavoratore corre il rischio di cadere da grandi altezze? Non cada. Volete il sovranismo? Benissimo, con il Trattamento Sociale Obbligatorio voi siete la vostra Patria, il vostro welfare la vostra libertà. E vedrete che finalmente si riparte.

L’articolo Mad in Italy proviene da Tag43.it.

Gli inauditi sul Ddl Zan

A dire la loro sul Ddl Zan in tanti sono stati chiamati in audizione alla Commissione Giustizia al Senato per ingolfare il percorso del disegno di legge. Ecco il livello di alcuni interventi…

«Nella vita faccio il precario per Provvidenza e lo scrittore per Vocazione», «a casa mia gira voce che volessi fare lo scrittore da quando di anni ne avevo quattro, la scrittura non sapevo cosa fosse, ma le storie quelle sì le conoscevo. Pare che un giorno, deluso dal racconto di una favola fatto da mia nonna, la interruppi a metà della storia per raccontarle la mia versione della favola, completamente diversa dall’originale, dichiarando infine che questo era quello che avrei fatto da grande: io volevo fare lo scrittore».

È l’inizio della nota autobiografica con cui si presenta Giorgio Ponte, che si definisce “scrittore” e che ha affrontato, come scrive lui stesso,  «un lungo percorso che è passato dal seminario di Luca di Tolve (“ex-gay” oggi sposato con una donna), e da Nicolosi, uno dei padri della teoria riparativa». Ieri Giorgio Ponte è stato audito in Commissione giustizia del Senato per dire la sua sul Ddl Zan, uno dei tanti chiamati a ingolfare il percorso del disegno di legge per ostacolarne l’approvazione. Come ha raccontato meravigliosamente sul suo profilo twitter il giornalista Simone Alliva (facendo una telecronaca degli orrori) Ponte “si è definito omosessuale e felice di non avere gli stessi diritti di tutti gli altri, affermando che la sua «condizione» ha «cause psicologiche» e che necessariamente deve essere modificata o ignorata attraversando la totale astinenza”. Poi, siccome i social ogni tanto sanno regalare momenti di meraviglia, poco sotto al tweet di Alliva è spuntata la testimonianza di qualcuno sul signor Ponte su Grindr, un’app per appuntamenti gay: evidentemente non funziona moltissimo la sua “totale astinenza”.

Poi c’è stata la fondamentale testimonianza di suor Anna Monia Alfieri. In effetti una suora per parlare di sessualità mi pare proprio fondamentale. Dice suor Anna: «Non esiste una lacuna normativa da colmare. Il nostro ordinamento tutela già» e aggiunge: «Il ddl Zan prevede indottrinamento di pensiero unico per rassicurare guadagni certi a qualche circuito. E limita libertà di espressione, pensiero e educazione». Capite? Una suora che denuncia un «indottrinamento di pensiero unico per rassicurare guadagni certi a qualche circuito e limita libertà di espressione, pensiero e educazione» potrebbe essere una collaboratrice di giustizia, in fondo. Poi ha aggiunto: «Io stessa religiosa farei fatica ad accettare una legge che mi tuteli. Devo essere inserita dentro una categoria protetta per questo?» e Simone Alliva fa giustamente notare che quella legge esiste già: la legge Mancino-Reale e quel «per motivi religiosi».

Finito? No, no. C’è stato l’ex magistrato Carlo Nordio che ci ha voluto spiegare come “orientamento sessuale” sia una definizione «ambigua» perché: «Anche la pedofilia è un orientamento sessuale», dimenticandosi che la pedofilia sia un reato. Ma che ci volete fare, in fondo Nordio è solo un giurista. Va bene così.

Poi c’è una tale avvocata Daniela Bianchini con la solita bugia del ddl Zan che «pretenderebbe di introdurre nella scuola argomenti legati all’identità di genere. Per il Miur la teoria gender non può essere compresa nella scuola» e per dimostrarcelo cita una circolare del Miur del 2005 che vieta «l’insegnamento delle teorie del gender nelle scuole». Il bravissimo Alliva fa notare che «la circolare è del 2015 e definisce “truffa culturale la teoria del gender”».

Questo è il livello del dibattito in Senato, questo è il livello. Nel frattempo Silvio Berlusconi ha preso posizione contro il Ddl Zan rendendo fondamentali i voti in Senato di Italia Viva sempre più intenzionata a non votare una legge che aveva già votato alla Camera. A proposito di Italia Viva: il senatore Faraone sta continuando con successo la sua transizione verso la destra più becera dichiarando che su identità di genere ci si «autocertifica di un sesso piuttosto che un altro, questo può cambiare diverse volte»: un’affermazione pregna di ignoranza su cosa sia un processo di transizione e trattandolo come un “cambio di stagione” tralasciando un percorso farmacologico, psicologico, medico e legale. Tra l’altro sancito come diritto da una sentenza della Corte Costituzionale.

Bravi. Avanti così.

Buon venerdì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Sulla mafia fingono di non cogliere il punto

È il momento di tirare le somme sull’azione della politica nella lotta alla mafia e capire chi alle parole ha fatto seguire i fatti. Di questo sarebbe opportuno parlare. Indignarsi per Brusca e commemorare Falcone non basta. Serve fare politica, seriamente

Niente, continuano imperterriti. Salvini (che deve avere studiato la storia dell’antimafia fermandosi a qualche poster appeso in camera) ha continuato a tuonare contro Brusca che è inaccettabile che adesso possa «girare in strada e andare in palestra (giuro, ha proprio detto palestra)» dal momento che «il 90% degli italiani la pensa così». Tra l’altro tutto questo mentre presentava i referendum lanciati con i Radicali (i Radicali con Salvini sembra il titolo di un film dell’orrore rispetto all’ammirevole storia che si portano dietro) e quindi avrebbe dovuto fare il garantista. Poco male: in conferenza stampa ha anche promesso che non si fermeranno semplicemente alle 500mila firme che servono per i referendum ma, ha detto, «raggiungeremo il milione». Peccato che i quesiti referendari siano 6 e quindi di firme ne servano 3 milioni, qualcuno glielo bisbigli all’orecchio senza che se ne accorgano.

Comunque mentre si prosegue con questo indicibile reality show su Brusca (che intanto rilascia video messaggi in cui si dice pentito, poteva andarci peggio, avrebbe potuto aprirsi un account Instagram), Maria Falcone decide di parlare ancora e pone un punto che è invece tutto politico: «In questi giorni ho evitato sovraesposizioni mediatiche e dichiarazioni rabbiose rispettando una legge che è stata e continua a essere fondamentale nella guerra contro Cosa nostra, ma nessuno può essere più addolorato e indignato di noi davanti alla scarcerazione di uno degli individui peggiori che la storia del Paese abbia conosciuto. Ho ascoltato moltissime dichiarazioni di politici e assistito a un’ondata di indignazione dell’opinione pubblica che dimostra quanto la coscienza dei nostri concittadini sia mutata e maturata in questi 29 anni», dice la sorella del giudice Falcone. “«ggi – aggiunge – in un giorno tanto importante per la nostra Nazione in cui, come ha detto il capo dello Stato, Sergio Mattarella, rinnoviamo la gratitudine a chi ha sacrificato la vita per l’Italia, voglio lanciare un appello alla politica affinché traduca lo sdegno espresso per la liberazione di Giovanni Brusca in un impegno reale per un’approvazione veloce della riforma della legge sull’ergastolo ostativo sollecitata dalla Corte costituzionale».

Eccoci al nocciolo della questione: alcune forze politiche in questi giorni stanno ovviamente cavalcando l’indignazione della vicenda Brusca per chiedere una revisione della legge sui pentiti (uno dei grandi sogni dei boss di Cosa Nostra) e ovviamente ridurre gli sconti di pena significherebbe diminuire l’incentivo a pentirsi. Sia chiaro: ognuno legittimamente porta avanti le proprie idee ma eliminare i benefici ai pentiti è esattamente il contrario di ciò che avevano in testa Falcone e Borsellino. Basta saperlo. Ma intanto sarebbe anche il caso di capire come intendano muoversi i partiti sul “fine pena mai” dichiarato incostituzionale per i reati di mafia e terrorismo.

Allo stesso modo sull’ergastolo ostativo ritenuto incostituzionale dalla Corte costituzionale bisognerebbe avere il coraggio di prendere una decisione chiara (finora solo il M5s ha avanzato una proposta). Come ha detto Maria Falcone: «Voglio dire a tutti i nostri parlamentari e a tutte le forze politiche, molte delle quali peraltro votarono la legge sui pentiti voluta da mio fratello, che oggi hanno l’occasione per dimostrare che la lotta alla mafia resta una priorità del Paese e che possono, al di là delle parole, attraverso una normativa giusta, evitare scarcerazioni e permessi a boss che mai hanno interrotto il loro perverso legame con l’associazione mafiosa. Concedere benefici a chi neppure ha dato un contributo alla giustizia sarebbe inammissibile e determinerebbe una reazione della società civile ancora più forte di quella causata dalla liberazione, purtroppo inevitabile, del ‘macellaio’ di Capaci». È il momento in cui tirare le somme sull’azione della politica nella lotta alla mafia e capire chi alle parole ha fatto seguire i fatti.

Di questo sarebbe opportuno parlare. Ognuno ci dica legittimamente qual è la propria posizione e le soluzioni che propone. È questo che sarebbe opportuno “esternare”. Indignarsi per Brusca e commemorare Falcone non basta, non serve, no. Fate politica.

Buon giovedì

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Quegli imprenditori che si lamentano se i lavoratori vogliono persino essere pagati

A volte basta annusare l’aria che tira per rendersi conto della narrazione che stanno costruendo. Il tema delle prossime settimane, vedrete, saranno ancora una volta “questi giovani sfaticati che non hanno voglia di lavorare”, qualcuno ci butterà dentro anche il reddito di cittadinanza e ci si lamenterà di un’Italia che potrebbe soffiare forte sulla ripresa e invece fatica per colpa degli indolenti.

Gli indizi ci sono già tutti e basta metterli in fila pere rendersene conto: di base c’è il solito refrain del reddito di cittadinanza che spingerebbe la gente a non lavorare, come se non fosse umiliante, illegale e indegno proporre un posto di lavoro che non riesce nemmeno a mettere insieme gli stessi soldi di un sussidio.

Poi, qualche tempo fa, il presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca (uno abile a solleticare certi istinti) ha creato il collegamento perfetto mettendo in relazione l’estate che arriva con l’impellente bisogno di incassare dopo la pandemia e i lavoratori che non si trovano e che rovineranno ciò che non ha rovinato il virus.

In successione è arrivato il ministro al Turismo Massimo Garavaglia, che durante la sua visita in Veneto ci ha detto che “il turismo c’è tutto” ma “un tema è che si fa fatica a trovare i lavoratori, bisogna intervenire”.

I giornali e i telegiornali stanno facendo il resto: al Tg regionale della Lombardia c’è l’accorata intervista a un ristoratore che si indigna e strepita perché, dice, “trovare lavoratori è molto difficile” poiché, sempre a suo dire, “ti chiedono quante ore devono lavorare e quanti soldi gli dai”. L’idea che la carenza di lavoratori sia dovuta non alle loro domande ma alle sue riposte non lo sfiora nemmeno: come si permettono gli schiavi di non volere essere schiavi?

Su Facebook, nel gruppo “Quelli che lavorano in hotel”, l’imprenditore di Marina di Pietrasanta Alessio Maggi scrive: “Se a qualcuno, questa estate, nel caso mai riaprissimo, verrà in mente di venirla a menare con domande alla carlona tipo ‘quanto si lavora? Quanto mi dai? Qual è il giorno libero?’ vi dico con il massimo garbo possibile: non vi presentate. Siamo in emergenza e come tale deve essere gestita e elaborata. Se pensate di avere o pretendere come se non fosse successo nulla, datevi all’ippica”. Chiaro?

Quindi quest’estate tutti a Pietrasanta dal signor Maggi e, quando sarà il momento di pagare, gli diremo di accontentarsi di quello che decidiamo noi clienti in nome dell’emergenza che, come tale, deve essere gestita. E poi qualcuno ancora si chiede a cosa dovrebbe servire il salario minimo. Ancora.

Leggi anche: Mentre in Italia Draghi boccia la tassa di successione, Biden negli Usa dice: “Riprendiamoci i soldi dei ricchi” (di Giulio Cavalli)

L’articolo proviene da TPI.it qui

La Brusca indignazione

Tutta questa indignazione per il ritorno di Brusca in libertà è il regalo migliore per chi vorrebbe cancellare la legge sui pentiti? E basta ripassare la storia per capire chi avrebbe interesse a farlo…

Da più di 24 ore la politica si è scatenata sulla scarcerazione di Giovanni Brusca. Noto con il nome di ‘u verru (il porco) Giovanni Brusca è stato uno dei protagonisti della stagione del sangue guidata dai Corleonesi di Cosa Nostra. Fedelissimo di Totò Riina è stato arrestato nel 1996 e pochi anni dopo è diventato collaboratore di giustizia confessando di essere stato l’uomo che ha azionato il telecomando della bomba che a Capaci uccise il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e gli uomini di scorta. Fu l’uomo che ordinò il rapimento e l’uccisione di Giuseppe Di Matteo, il 12enne figlio di Santino che doveva subire una lezione per essere diventato collaboratore di giustizia: Giuseppe dopo una lunga prigionia fu strangolato e sciolto nell’acido. Secondo le fonti investigative Brusca sarebbe responsabile di almeno 200 omicidi. Lui stesso ha confessato di non ricordare nemmeno i nomi delle sue vittime.

I politici hanno cominciato compulsivamente dichiarazioni. Salvini dice: “Autore della strage di Capaci, assassino fra gli altri del piccolo Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido perché figlio di un pentito. Dopo 25 anni di carcere, il boss mafioso Giovanni Brusca torna libero. Non è questa la ‘giustizia’ che gli italiani si meritano”. Virginia Raggi parla di “vergogna inaccettabile, un’ingiustizia per tutto il Paese. Sempre dalla parte delle vittime e di chi lotta e ha lottato contro la mafia”. Giorgia Meloni incalza: “È una notizia che lascia senza fiato e fa venire i brividi. L’idea che un personaggio del genere sia di nuovo in libertà è inaccettabile, è un affronto per le vittime, per i caduti contro la mafia e per tutti i servitori dello Stato che ogni giorno sono in prima linea contro la criminalità organizzata. Venticinque anni di carcere sono troppo pochi per quello che ha fatto. È una sconfitta per tutti, una vergogna per l’Italia intera”. Giuseppe Costanza, autista di Falcone, dice: “che Paese è il nostro? Chi si macchia di stragi del genere per me non deve più uscire dalla galera”. E così via.

Tutti indignati, certo, ma anche parecchio ignoranti. Sì, ignoranti perché che Brusca sarebbe uscito dal carcere si sapeva da tempo, basterebbe conoscere le leggi che non sono un particolare così irrilevante per chi vuole ergersi a eroe dell’antimafia e soprattutto perché sono le stesse leggi volute e sostenute da Falcone e Borsellino, i due giudici che svettano nei profili degli stessi indignati. L’ha spiegato con invidiabile equilibrio proprio la sorella di Falcone, Maria: “Umanamente è una notizia che mi addolora, ma questa è la legge, una legge che peraltro ha voluto mio fratello e quindi va rispettata. Mi auguro solo che magistratura e le forze dell’ordine vigilino con estrema attenzione in modo da scongiurare il pericolo che torni a delinquere, visto che stiamo parlando di un soggetto che ha avuto un percorso di collaborazione con la giustizia assai tortuoso. Ogni altro commento mi pare del tutto inopportuno”. Forse vale la pena leggere anche la dichiarazione di Pietro Grasso, stretto collaboratore di Falcone e Borsellino, che dice: “Con Brusca, infatti, lo Stato ha vinto non una ma tre volte. La prima quando lo ha arrestato, perché era e resta uno dei peggiori criminali della nostra storia per numero di reati e ferocia. La seconda quando lo ha convinto a collaborare: le sue dichiarazioni hanno reso possibili processi e condanne e hanno fatto emergere pezzi di verità fondamentali sugli anni in cui Cosa nostra ha attaccato frontalmente lo Stato. La terza ieri, quando ne ha disposto la liberazione dopo 25 anni di carcere, rispettando l’impegno preso con lui e mandando un segnale potentissimo a tutti i mafiosi che sono rinchiusi in cella e la libertà, se non collaborano, non la vedranno mai“.

Ora rimane un punto sostanziale per non alimentare un’indignazione populista: i politici, tutti, sanno bene che le leggi sui pentiti in Italia sono queste e fingere di non conoscerle per solleticare gli sfinteri non serve a nulla. Non sono d’accordo con queste leggi? Che ne propongano di altre. Non sono convinti del ravvedimento di Brusca? Usino tutti gli strumenti a disposizione per garantire tutti gli accertamenti del caso. Temono che l’ex boss possa non avere reciso i suoi legami con il passato? Usino tutti gli strumenti che hanno a disposizione per assicurare un serrato controllo. Però almeno un po’ di serietà e di consapevolezza giuridica, almeno quella.

Rimangono anche due riflessioni. Brusca ha raccontato della morte di Falcone ma noi oggi non abbiamo ancora tutta la verità sulla morte di Falcone. Ma soprattutto: vi rendete conto, vero, che tutta questa indignazione è il regalo migliore per chi vorrebbe cancellare la legge sui pentiti? E basta ripassare la storia per capire chi avrebbe interesse a farlo.

Buon mercoledì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Uggetti assolto, ma il Fatto Quotidiano inventa una confessione mai avvenuta

Sono giorni febbrili nella redazione de Il Fatto Quotidiano. Domenica sono impazziti leggendo sul Riformista l’intervista in cui l’ex sindaco Simone Uggetti rispondeva punto su punto agli articoli di Barbacetto e Travaglio che proprio non sanno come digerire l’assoluzione dell’ex sindaco di Lodi e soprattutto l’offerta di scuse di Luigi Di Maio che sconfessa non solo un certo modo di fare politica ma pure un certo modo di fare giornalismo.

Così ieri il quotidiano diretto da Travaglio riesce nella miracolosa impresa di trasformare un processo di un ex sindaco di provincia in un caso politico nazionale (facendo tra l’altro involontariamente anche un bel favore all’odiosissimo Uggetti): si resta in attesa delle prossime prime pagine sul caffè bruciato da un barista di Vizzolo Predabissi e una sfilza di editoriali su qualche rubagalline dell’entroterra salentino e poi il giornalismo contro il crimine potrà dire di avere completato la sua missione. Perché qui si parla, vale la pena dirlo, di un processo per turbativa d’asta di un appalto del valore di meno di 5mila euro che in fase di condanna in primo grado (10 mesi e 300 euro di multa, molto meno di qualsiasi condanna per diffamazione di qualsiasi giornalista) ha spinto i giudici a riconoscere (addirittura nella sentenza di condanna) che Uggetti avesse agito nell’interesse pubblico. Tanto per dire di cosa stiamo parlando. Ma a certa politica e a certo giornalismo piace dare rilevanza ai fatti in base all’utilità personale e quindi si finisce a sprecare giorni per parlare di un’assoluzione che è già sparita perfino nei giornali locali lodigiani.

Dalle parti della corte del nuovo quarto grado di giudizio nazionale (perché devi essere assolto anche da Il Fatto per essere assolto sul serio) hanno tre eroi in tutta questa faccenda. Innanzitutto c’è l’impiegata comunale che “coraggiosamente” ha denunciato Uggetti registrando una loro conversazione: la dipendente pubblica (sorella della presidente di una società sportiva della città che non ha mai avuto accesso alla gestione delle piscine, rivendicata da alcuni grillini come loro “attivista”) sarebbe riuscita nell’impresa di smascherare le malefatte del sindaco. Peccato che i nostri prodi giornalisti si siano persi quel pezzo del processo in cui l’accusa negava l’ascolto in aula di quella scottante prova e solo alla terza richiesta della difesa la giudice Pasquinelli autorizzò la riproduzione in aula: la delusione e lo sconcerto nello scoprire che la prova bomba fosse tutt’altro che una bomba è un pezzo di giornalismo che si sono scordati.

Poi c’è la gip Isabella Ciriaco di cui conviene raccontare una scena: Uggetti è in carcere, tramortito, viene interrogato e la gip gli chiede di questo “appalto da 100mila euro”. Lui non capisce. Il valore era di 5mila. Teme addirittura di non avere capito di cosa sia accusato. Chiede alla giudice di cosa si parli, da dove spunti quella cifra e la gip risponde di averlo letto sul giornale (locale, per di più). Sembra incredibile, vero? Giornali e magistrati che si invertono nella parte dei suggeritori, roba da fantascienza se non ci fosse di mezzo anche la vita delle persone. Poi c’è la tesi dell’accusa, che da sempre per certi giornalisti è già una sentenza, come se non dovesse nemmeno esserci un processo, come se fosse un’inutile perdita di tempo. E fa niente che sia solo “una tesi” e che il processo serva poi a dimostrarla: su Il Fatto si descrive la vicenda giudiziaria fermandosi lì, come i bambini che poi chiudono gli occhi per non accorgersi di quello che accade intorno.

Ma il piatto forte dalle parti di Travaglio e Barbacetto è una confessione che non c’è mai stata. Riportano una frase di Uggetti detta al pm che lo interrogava in carcere: Uggetti ha provato a spiegare che trovandosi in carcere ha avuto la netta sensazione di avere commesso degli errori (ma dai? Che roba incredibile, veh?) e anche in questo caso sarebbe bastato avere l’onestà intellettuale di seguire le udienze o leggere le carte processuali. Uggetti non ha mai confessato nulla. E infatti sulle pagine de Il Fatto si impegnano moltissimo per riportare virgolettati degli altri giornali a sostegno della propria tesi: il giornalismo che cita il giornalismo fregandosene dei fatti a sostegno della propria tesi è un’attività masturbatoria che sarà pure divertente ma risulta piuttosto inaffidabile e pericolosa.

Ah, a proposito: i prodi giornalisti raccontano di Uggetti che avrebbe cercato di “ammorbidire” la Guardia di Finanza. Si sono persi un pezzo: l’ex sindaco dialogava con il comandante della Finanza perché aveva denunciato un dipendente infedele del comune (ma anche questo pezzo se lo sono scordati perché interferisce con la loro narrazione) e per questo aveva chiesto lumi su alcuni suoi dubbi nella procedura. L’avete mai visto un criminale chiedere consiglio alle forze dell’ordine per compiere un reato? Dai, fa già ridere così.

Infine c’è il famoso “uomo della società che avrebbe vinto l’appalto”: è Cristiano Marini, avvocato e conoscitore delle procedure dei bandi a cui Uggetti aveva chiesto una consulenza in amicizia per non spendere soldi pubblici. Marini era nel consiglio di amministrazione di una società partecipata dal Comune di Lodi che deteneva a sua volta una quota pubblica di una società sportiva locale. No, non era il potente amministratore delegato di nessun potere forte che incombeva sul comune. Però in compenso si è fatto il carcere (prima di essere anche lui assolto) con tutto lo stigma del caso.

Ultima cosa le terribili “prove sparite” che Il Fatto sventola con i denti aguzzi: una mail cancellata (messa nel cestino della posta) e un hard disk che la procura descrive come “consegnato” e “assolutamente integro”. Poi, volendo, ci sarebbe l’assoluzione e volendo esagerare delle motivazioni che si stanno ancora aspettando e che sarebbe intelligente leggere. Ma che gliene fotte delle sentenze, a Travaglio e Barbacetto. L’importante è che non si fiacchi certa idea di giustizia che è un vero e proprio mandato editoriale.

L’articolo Uggetti assolto, ma il Fatto Quotidiano inventa una confessione mai avvenuta proviene da Il Riformista.

Fonte

“La Madonna mi ha detto che ci vuole tutti più uniti”: così Salvini offende i credenti

E così, alla fine, a Salvini non resta che affidarsi alla Madonna. Sia chiaro, non si tratta di un affidamento con tutti i crismi del fedele che decide di riporre la sua fede nelle mani della sua religione, perfino questo è troppo per un politico che non riesce a non strumentalizzare tutto quello che incontra: questa mattina Libero, senza nemmeno provare un briciolo di vergogna, titola “Salvini: ‘La Madonna ci vuole tutti più uniti’” e riesce addirittura a superarsi con un pezzo interno che aggiunge “Salvini: ‘La Madonna mi ha detto che…’”.

Farebbe tragicamente ridere, se non fosse che l’ennesima strumentalizzazione della religione da parte del decadente leader leghista (che già brandiva rosari come arma contundente contro i suoi avversari politici nella goffa posa di un templare fuori dal tempo) continua a essere offensiva nei confronti di chi crede, di chi non crede e della dignità di un dibattito politico che raggiunge abissi mostruosi.

Che sulla coda di una pandemia gravissima un leader di un partito politico che è addirittura al governo possa permettersi di dire “a Fatima ho consacrato la salute degli italiani” ammanta il nostro Paese di quell’oscurantismo magico al servizio del consenso che di solito deridiamo nei Paesi che riteniamo meno evoluti del nostro. Che una dimensione privata come la fede venga utilizzata per propaganda è una blasfemia, una vergogna etica che propone un neopaganesimo costruito per gli sfinteri dei suoi elettori.

Eppure il religiosissimo Salvini dovrebbe conoscere quel comandamento che invita a “non nominare il nome di Dio invano” e che lui viola più di chiunque altro. Ma dietro l’indecente spettacolo di Fatima, in realtà, si nasconde l’enorme difficoltà del leader leghista che ormai non sa più che pesci pigliare (e no, non arriveranno miracolose moltiplicazioni) in un momento in cui Giorgia Meloni lo sta scalzando come leader del centrodestra e mentre il suo dover essere mite con il Governo Draghi lo costringe a spostare la propaganda dai suoi temi abituali.

Il Salvini che dipingeva l’Italia sull’orlo della distruzione ormai combatte per il vaccino dei vacanzieri ed è stato disinnescato dall’affievolirsi del virus. Prossimamente ritornerà a bomba sul tema dei migranti (uno dei pochi rimasti) dovendo comunque smussarsi per non dispiacere troppo a Draghi.

E i malumori interni alla Lega continuano a ingrossarsi. Così per alimentare la sua figura dell’esagitato (come sempre povero di contenuti) non gli resta che affidarsi alla Madonna. Matteo il mistico è solo l’ultimo personaggio di una carrellata di orrori.

Leggi anche: Salvini non ha ancora trovato un minuto per spiegarci cosa pensa dei conti in Svizzera di Fontana (di G. Cavalli)

L’articolo proviene da TPI.it qui

Mille balle blu (sulla Libia)

Mentre il primo ministro libico viene accolto con tutti gli onori in Italia, si continua ancora a negare la realtà. Secondo l’Onu il numero dei migranti nei centri di detenzione in Libia è quintuplicato. E sono persone che fanno la fame, subiscono stupri e violenze, rinchiuse come animali

«È anche interesse della Libia assicurare il rispetto dei diritti dei rifugiati e dei migranti», dice Draghi in conferenza stampa mentre il primo ministro libico viene accolto con tutti gli onori del caso qui dalle nostre parti. La strategia del governo dei migliori è uguale a quella dei peggiori prima di loro: negare la realtà, negarla sempre, fingere che la Libia non sia il sacchetto dell’umido al servizio dell’Europa e dipingere un fatato mondo che non c’è.

Così siamo al punto di dovere ascoltare che «stabilizzare la Libia è cruciale», come se i principi di fondo ci dovessero andare bene e sia solo un problema di disordine politico. Tutto questo metre la Libia ha ricominciato a riempirsi di migranti detenuti illegalmente, raccolti in veri e propri lager e tenuti pronti per aprire i rubinetti quando i libici chiederanno ancora più soldi, ancora di più.

Fingono di non vedere i dati dell’Onu che raccontano di come i numeri dei detenuti (crollato nel 2019/20) nel giro di un anno sia quintuplicato (e parliamo dei dati ufficiali, quelli che si riescono a reperire). Fingono di non vedere che quei numeri siano solo una parte infinitesimale di persone che fanno la fame, che subiscono stupri e violenze, che sono rinchiuse come animali. Fanno finta di non sapere che quei centri di detenzione non abbiano nessuno scopo, nessuno, poiché i migranti rimangono chiusi fino a che non pagano i loro carcerieri (anche più di una volta) per uscire. Sono caselli autostradali criminali e illegali in cui viene chiesto un illecito pedaggio per riottenere la libertà. Non ci sono rimpatri da questi centri.

Il governo insiste nella rappresentazione di una Libia che possa essere “verificata” da Unhcr e dall’Oim che invece negano la possibilità di qualsiasi accesso ai centri di detenzione: «Non solo non c’è stato alcun progresso nella gestione di queste strutture, ma gli operatori Onu “attualmente hanno scarso o nessun accesso a questi centri e sono solo in grado di monitorare la situazione o fornire assistenza”», ha raccontato una fonte al giornalista Nello Scavo.

E intanto si prepara il terreno per votare il rifinanziamento alla cosiddetta guardia costiera libica (che finora ci è costata più di 800 milioni di euro). Tutto, come sempre, in nome di una narrazione falsa che copre i criminali. E non vedere un favoreggiamento politico è sempre più difficile.

Buon martedì.

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

I pentiti al cubo

Dopo l’assoluzione in appello dell’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti e le scuse di Di Maio per aver alimentato la gogna mediatica, rimane il dubbio che tutto questo clamore sia semplicemente opportunismo politico

Si è alzato improvvisamente un rinnovato soffio di garantismo dopo l’assoluzione in appello dell’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti che l’ha completamente scagionato da tutte le accuse («il fatto non sussiste», ha sentenziato il giudice) e dopo l’uscita di Luigi Di Maio in cui ha riconosciuto che lui e il M5s alimentarono «la gogna mediatica» per motivi elettorali, con modalità che furono «grottesche e disdicevoli». Però il caso in questione apre delle riflessioni che vale la pena fare, al di là del caso specifico.

Innanzitutto risulta piuttosto pelosa questa accusa verso i 5 Stelle di essere stati gli unici a cavalcare quest’onda: sul tintinnare di manette si sono cotti la propria credibilità fior di giornalisti (oltre che di politici di tutti gli schieramenti), di giustizialismo erano le radici dell’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro (e lo stesso Di Pietro), di giustizialismo sono spesso farciti i messaggi di praticamente tutti i partiti. Nel caso in esame, ad esempio, Matteo Salvini mimò il gesto delle manette mentre a Lodi faceva campagna elettorale per la sua candidata (che è diventata sindaca), il sito di riferimento della Lega in quel periodo (ilnord.it, altri tempi) iniziava un editoriale con la frase: «La scoperta del bubbone corruzione impersonificato dal sindaco di Lodi…» (da notare che in quel processo non è nemmeno stata contestata la corruzione). «Non passa giorno per il Pd senza che arrivi un’indagine o un arresto per un suo importante esponente» dice Paolo Grimoldi, segretario della Lega Lombarda e deputato della Lega Nord. Eppure chissà perché la Lega e Salvini sembrano “salvi” da questa ondata di indignazione (da cui tra l’altro hanno guadagnato la sindaca in città). Curioso, no? Niente strali contro la Lega?

Anche Giorgia Meloni usò Uggetti per picconare Renzi: «Siamo in piena campagna elettorale, è appena stato arrestato un sindaco del Pd (il riferimento è a Simone Uggetti) e Renzi prontamente si collega a Facebook per annunciare che vuole abolire il bollo auto e tagliare l’Irpef. Il mago della distrazione di massa», disse baldanzosa mentre era candidata sindaca al comune di Roma. Perché nessuno gliene chiede conto? Mistero.

Poi ci sono gli “amici”. Nel Pd e in Italia Viva ora si levano voci accorate ma le cose andarono un po’ diversamente: Matteo Renzi scaricò Uggetti in un nanosecondo («Renzi purtroppo tra i suoi tanti difetti ha anche quello della voracità. Per cinico calcolo politico decise di non difendermi perché da lì a poco ci sarebbero state le elezioni di Roma e Torino e quindi venni liquidato», dice Uggetti in un’intervista in questi giorni) e il padre politico di Uggetti ed ex sindaco di Lodi Lorenzo Guerini fu piuttosto “tiepido”, per usare un eufemismo.

Infine ci sono i giornali. Il Fatto Quotidiano in queste ore sta dando il meglio di sé: ieri Travaglio se la prende con Di Maio per avere chiesto scusa perché Uggetti secondo lui avrebbe «confessato» (stessa tesi proposta l’altro ieri sempre sul Fatto da Gianni Barbacetto): falso, completamente. Se avessero avuto voglia di leggere le carte del processo (non solo quelle dell’accusa) dovrebbero sapere che non esiste da nessuna parte nessun riferimento a nessuna confessione. E questa è solo la più clamorosa delle bugie riportate. Insomma, da certe parti il garantismo è qualcosa di molto lontano perfino a processo concluso.

No, non siamo di fronte a una “stagione nuova”, almeno per ora. Ieri la grillina Barbara Lezzi ha detto che quello di Di Maio «è un messaggio intempestivo, si rischia di dare il segnale di un abbassamento della guardia. Se lui è pentito, io non lo sono» aggiungendo di non avere niente «da chiedere scusa» perché secondo lei «i fatti ci raccontano che ci fu pure una confessione da parte sua: dichiarò di non essere stato proprio lineare in quella operazione». I fatti che non esistono, ancora, ma che Lezzi probabilmente ha letto da Travaglio. Siamo sempre lì.

C’è infine un particolare che nota molto intelligentemente Luca Sofri: «Il paradosso della lettera di Di Maio è che se Uggetti fosse stato condannato non l’avrebbe scritta: e forse non avrebbe concluso di avere sbagliato, lui e il suo partito (e quello di Salvini). Implicando così che il giudizio di oggi sulle “insinuazioni” e sulle “modalità grottesche e disdicevoli” di quella “battaglia”, se la prossima volta lo si vuole usare con maggiore e saggia prudenza prima di sbagliare, debba prevedere con certezza quale sarà la sentenza». Siamo ben lontani dal “Nessuno tocchi Caino”.

Allora rimane il dubbio che tutto questo clamore sia semplicemente opportunismo politico. E alla fine si pentiranno di essersi pentiti, quando tornerà utile. Pentiti al cubo.

Buon lunedì.

Commenti

commenti

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Uggetti: “Le menzogne contro di me di Travaglio e Barbacetto”

“Di Maio chiede scusa ma l’ex sindaco assolto ha confessato”. Titola così oggi Il Fatto Quotidiano con un pezzo a piena pagina sull’ex sindaco di Lodi Simone Uggetti. Che Uggetti avesse confessato l’aveva scritto già il direttore del Fatto Marco Travaglio addirittura in prima pagina solo che in quell’occasione. Uggetti non poté rispondere poiché si trovava in carcere.
Oggi da uomo libero e assolto con formula piena gli abbiamo chiesto cosa ne pensi.

Uggetti, Il Fatto Quotidiano (e molti commentatori in scia) scrive ancora oggi che la sua assoluzione è incomprensibile poiché avrebbe confessato. Che ne dice?
Non solo non ho mai confessato ma sfido Barbacetto e il suo direttore Travaglio a trovare negli atti processuali (che gli metto volentieri a disposizione) una sola riga che attesti una mia confessione.

Però Barbacetto insiste sulle sue pressioni nei confronti di una funzionaria comunale che ha addirittura registrato la conversazione.
Fui registrato a mia insaputa dalla funzionaria comunale e quella registrazione fu sventolata come prova regina per giustificare la mia carcerazione. A Travaglio e Barbacetto forse manca un pezzo della storia: durante il processo ho chiesto per ben due volte che quella conversazione fosse ascoltata in aula e per ben due volte l’accusa si oppose. La terza volta fu il giudice a disporre l’ascolto. Finita l’udienza ricordiamo tutti il volto incredulo del giudice. Se vogliono, spedirò a Travaglio e Barbacetto anche quell’audio.

Nella pagina del quotidiano oggi in edicola si ripete anche che lei sarebbe stato arrestato perché avrebbe avuto intenzione di distruggere le prove. Neanche questo è vero?
È documentale la testimonianza del responsabile e informatico del comune che consegno alla finanza un hard disk completamente integro.

Ma quindi quell’articolo è pieno di falsità?
Sono tantissime. Un esempio: nel pezzo si dice che le piscine scoperte della città fossero un affare, abbiamo la testimonianza del revisore dei conti e la perizia di una primaria società internazionale che dimostrano esattamente il contrario. Gli metto a disposizione anche questo.

Ma non c’è un problema giornalistico, oltre che politico, nell’uso strumentale della gogna come ha detto ieri Di Maio?
Assolutamente si. Soprattutto quando non si cerca la verità ma solo la conferma alle proprie tesi. Io della verità non ho paura e sono pronto ancora adesso a rispondere su ogni punto di quel processo.

L’articolo Uggetti: “Le menzogne contro di me di Travaglio e Barbacetto” proviene da Il Riformista.

Fonte