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L’epoca dello smussamento

È l’epoca dello smussamento, se non addirittura dell’ottundimento ma attenzione a scambiarle per conversioni. L’avvento del governo Draghi ha scatenato la moda del contenimento, delle buone maniere, della moderazione e della responsabilità. Sia chiaro, queste caratteristiche non conta mica possederle ma mimarle in ogni occasione è il portamento raccomandato per essere benvenuti. Come alle feste che contano anche nel salotto del governo Draghi il dress code richiede di mostrarsi maturi con effetto immediato, come a quelle cene con i parenti in cui si nascondono goffamente i postumi della sera prima, e la scanzonata e pericolosa combriccola dei governi precedenti si è infilata di gran lena nel nuovo intergruppo parlamentare della seriosità, dove atteggiarsi a seri è fondamentale mentre esserlo sul serio è praticamente ininfluente.

come draghi cambia i politici
Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia (Getty Images).

Giorgia Meloni in versione intellettuale spopola nelle librerie

Giorgia Meloni s’è fatta libro. La velocità di trasformazione di questi mesi non ci consente di cogliere appieno il miracolo che si è consumato: la leader di Fratelli d’Italia in quattro e quattr’otto ha approntato una nuova confezione da intellettuale vicina al popolo distanziando con uno scatto da centometrista il rivale ma alleato Matteo Salvini (non che fosse difficile giocarsela in termini di credibilità dopo quell’immagine di lui rosolato sulla spiaggia mentre sudava mojito). Giorgia Meloni prima nelle classifiche di vendita nelle librerie sarebbe stata un’onta fino a qualche anno fa e invece oggi è un lustrino che conta parecchio (e che dice molto sullo stato di salute dell’editoria, ma questo è un altro editoriale).

come draghi ha cambiato i politici
Il leader della Lega, Matteo Salvini (Getty Images).

Matteo Salvini ora ha a cuore solo il vaccino ai vacanzieri

Matteo Salvini ha miniaturizzato con un raggio laser tutti gli spaventevoli pericoli che incombevano sul Paese: gli immigrati immigrano ma troveranno una buona soluzione, i furti furtano ma lui confida nelle forze dell’ordine, gli imprenditori soffrono ma le riaperture condonano i mancati ristori e un bel condono da tirare fuori dal cassetto è il segreto di Pulcinella che il leader leghista sarà pronto a sventolare. Anche qui fate uno sforzo di memoria e di immaginazione: l’Italia che prima era sull’orlo dell’autodistruzione, una Gotham City dove era pericoloso mettere fuori la testa oggi ha come primo problema quello di garantire il vaccino ai vacanzieri. «Stiamo lavorando per il bene degli italiani perché non debbano affrontare lunghi viaggi per vaccinarsi», ha detto ieri durante una diretta con il telefono in mano mentre s’imbarcava per questa nuova vitale crociata per il bene della Patria.

come draghi ha cambiato i leader politici
Il ministro degli Esteri M5s Luigi Di Maio (Getty Images).

Luigi Di Maio e il pubblico mea culpa per Uggetti

Luigi Di Maio ci regala un colpo da fuoriclasse: dopo l’assoluzione dell’ex sindaco di Lodi Uggetti si esibisce in un grandioso autodafé in pubblica piazza (dimostrando ancora una volta una furbizia politica che in molti sottovalutano). «Sì: sull’arresto dell’ex sindaco di Lodi ho contribuito ad esacerbare il clima. Mi scuso: i diritti sono diritti. Basta con l’imbarbarimento del dibattito associato ai temi giudiziari», scrive in una lettera a Il Foglio (e Di Maio che scrive a Il Foglio è una gustosissima scenografia di uno spettacolo già pirotecnico). Molti cadono nella tentazione di crederla una conversione ma attenti: il capo politico è Giuseppe Conte (ingolfato nell’investitura più complicata del West), Toninelli dice di voler leggere le carte (a proposito: Toninelli ha scritto un libro) e il Movimento 5 stelle senza giustizialismo, senza limite di due mandati, senza più diktat sulle alleanze, con un direttorio invece dell’uno vale uno, disponibile a parlare di grandi opere forse non è più Movimento 5 stelle e deve trovare in fretta cosa essere. Di Maio intanto si è portato avanti iscrivendosi ai seriosi, per di più contriti.

come draghi ha cambiato i leader politici
Il segretario del Pd Enrico Letta (Getty Images).

Enrico Letta, per non apparire screanzato, dichiara solo cosa farà nella prossima legislatura

Anche Enrico Letta, serioso già di natura, subisce l’influenza dell’epoca dello smussamento e ha inventato un nuovo genere letterario: dichiarare durante una legislatura cosa ha intenzione di fare nella prossima. Così non si rischia di apparire uno screanzato nel governo dei compìti ma si riesce comunque a dare una fresca sensazione di vitalità. C’è del genio, non c’è che dire.

la metamorfosi dei leader politici con draghi
Carlo Calenda (Getty Images).

Effetti collaterali del formalismo tecnocratico: Calenda si butta nel borgataro

Prevedibili effetti collaterali: in questa sagra del galateo moderato il seriosissimo Calenda fatica addirittura a trovare l’intonazione e si butta furbescamente nello spazio borgataro lasciato vuoto dal nuovo formalismo tecnocratico. Gira la periferia romana come un giovane esploratore Tobia e riesce nel miracolo di risultare perfino più empatico dei passati “amici del popolo”. Politicamente non so ma antropologicamente è un’epoca imperdibile.

L’articolo L’epoca dello smussamento proviene da Tag43.it.

Riforma della sanità in Lombardia: i dati che mostrano l’inarrestabile avanzata del privato


La riforma della sanità in Lombardia è il tema centrale dei prossimi mesi per la politica e i cittadini, che con la pandemia hanno toccato con mano quanto la “salute” di ospedali e medicina del territorio si ripercuota sulla loro salute. Le opposizioni chiedono da tempo di poter ragionare su dati, che però non abbondano. Quelli che il consigliere regionale del M5s Fumagalli ha potuto consultare e mostrare a Fanpage.it mostrano il continuo e inarrestabile avanzamento della sanità privata a discapito di quella pubblica.
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Mentre in Italia Draghi boccia la tassa di successione, Biden negli Usa dice: “Riprendiamoci i soldi dei ricchi”

Dice Draghi che non è tempo di chiedere soldi ma di dare soldi. Quando qualcuno dalle parti del Partito Democratico ha finalmente pronunciato parole di sinistra, proponendo di tassare i patrimoni immobiliari dei ricchi (dei pochi ricchi che ci sono nel Paese che, chissà perché, sono protetti da una schiera di non ricchi che si agitano con loro), in Italia si è levato il solito strepito di chi vede comunisti dappertutto, di chi grida al golpe senza mai avere letto della tassazione progressiva scritta nella Costituzione e ha giocato a dipingere Letta (e tutti quelli che erano d’accordo su un incremento dell’imposta di successione sui patrimoni superiori al milione di euro) come un politico “fuori dal tempo” e “fuori dalla storia”.

C’è da dire che la crociata difensiva dei ricchi, come accade quasi sempre, è funzionata benissimo e si potrà seppellire l’argomento per un po’, fino alla prossima volta, quando si troverà un altro buon motivo, uno qualsiasi, per dire che “non è ora il tempo di parlarne” e “ci sono altre priorità”.

Eppure basterebbe trovare un paio di minuti per leggere le notizie che arrivano dagli Stati Uniti, da quel presidente Biden che non è certo un rivoluzionario zapatista, per rendersi conto che ciò che qui è considerato un delitto da quelle parti è il cuore della discussione politica in questo momento.

“Non abbiamo avuto problemi a far passare un piano fiscale da 2 trilioni di dollari che è andato all’1% più ricco ma ogni volta che parlo di tagli alle tasse per la classe operaia la reazione è sempre ‘oh mio Dio cosa faremo?’. Bene, ci riprenderemo parte di quell’1% di denaro”, ha detto ieri Biden a Cleveland.

Immaginate cosa accadrebbe qui da noi con una frase del genere. Provate anche a immaginare perché quelli che, quando torna comodo, ci portano sempre gli Usa come esempio in questi giorni siano così straordinariamente distratti.

Biden ha in mente di andare a prendere dagli investitori più ricchi i soldi che occorrono per il suo “American Family Plan”, un progetto da oltre mille miliardi di dollari in investimenti sull’infanzia e sulla scuola. Tra le proposte c’è l’aumento della tassazione sui profitti da capitale per chi guadagna più di un milione di dollari all’anno: dal 23,8% di oggi (a cui si aggiunge il 3,8% voluto da Obama) fino al 39,6% sulle rendite. Mica roba da poco. In più c’è un progetto per alzare di 7 punti l‘aliquota sugli utili delle imprese.

“I ricchi paghino la ripresa dei più poveri”, ha detto Biden. E ad ascoltarlo da qui sembra un’indicibile bestemmia.

L’articolo proviene da TPI.it qui

Ritratto di Carla Fracci, la dea umile della danza che ha giocato col tempo

Ha giocato con il tempo e ci giocherà ancora, Carla Fracci, dea della danza in tutto il mondo che ieri è mancata nella sua casa a Milano: ha giocato con il tempo trasformandolo il ritmo in volo nei palchi più importanti del mondo, ha giocato con il tempo continuando a danzare per tutta la vita indossando i suoi anni con un’eleganza che non ha mai intaccato la sua levità e giocherà con il tempo a lungo ancora, come accade agli artisti che hanno lasciato un’orma che segna un’era. Carla Fracci non è una ballerina, Carla Fracci è un capitolo della danza, assurta a ispirazione per chi la danza follemente la ama e per chi, digiuno dalla danza, ne è rimasto incantato con la magia di una scoperta.

Carla Fracci, che all’anagrafe era Carolina, nasce a Milano nel 1936 dal tranviere Luigi e dall’operaia Rocca Santina. Dai genitori ha sempre rivendicato di avere imparato la serietà nel lavoro, la fatica nel lavoro, la perseveranza e la professionalità. Ecco, se si dovesse trovare una parola per disegnare l’impegno e la carriera di Carla Fracci si dovrebbe ripescare il professionismo nel suo senso originale, che sta nel professare i propri valori e la propria identità attraverso il mestiere che si svolge. Perché dietro quella magnifica creatura paradisiaca per l’armonia sul palco c’era una tenacia quotidiana di chi non nasce predestinato e deve andarsi a prendere il proprio posto nel mondo. Un senso del dovere “assoluto”, così lo chiamò Nureev quando lei gli confessò di volere lasciare la danza. Un petalo di acciaio che finisce a fare un’audizione al Teatro la Scala superata per il suo “bel faccino”. A 19 anni spicca il volo nella Cenerentola e tre anni dopo è già prima ballerina.

«Il pubblico avverte sempre quando un artista è autentico, è sincero e dedicato fino in fondo. Soltanto con queste condizioni può nascere, nell’interpretazione, la magia», diceva e il pubblico la rese una stella. Carla Fracci diventa l’Italia nel mondo, dal London Festival Ballet e il Sadler’s Wells Ballet di Londra allo Stuttgart Ballet, al Royal Swedish Ballet di Stoccolma e, a fine anni Sessanta, all’American Ballet Theatre, che la consacra “divina”. L’incontro e il matrimonio con il regista Beppe Menegatti la spinge ad affrontare ruoli che sono gioielli della cultura internazionale. È drammatica, intensa nella recitazione, spavalda nell’interpretazione, sempre nella grazia. «Ho avuto incontri straordinari, – raccontò in un’intervista a Repubblica nel 2006 – come Visconti, burbero e dolcissimo. Come Herbert Ross, per cui ho fatto la Karsavina nel film Nijinsky. O come Peter Ustinov, con cui ho girato Le ballerine. E la Cederna, e Manzù. E il magnifico Eduardo. Ricordo il fascino e l’ironia di De Sica. E rammento le estati con Montale, a Forte dei Marmi. Ci si trovava ogni giorno tra persone come Henry Moore, Marino Marini, Guttuso».

Ma nonostante la sua dimensione internazionale Carla Fracci non rinunciò mai all’impegno politico danzando nei tendoni, nelle chiese, nelle piazze. Si definiva una «pioniera del decentramento» perché voleva che il suo lavoro «non fosse d’élite, relegato alle scatole d’oro dei teatri d’opera. E anche quand’ero impegnata sulle scene più importanti del mondo sono sempre tornata in Italia per esibirmi nei posti più dimenticati e impensabili». Raccontava che Nureev la sgridasse per questa sua smani di stancarsi troppo, volando da New York alle periferie d’Italia: «Ma a me piaceva così e il pubblico mi ha sempre ripagato», disse. Da “donna di sinistra”, come si definiva, non si era mai persa una manifestazione del 25 aprile e marciava esile e fiera accanto ai sindaci Aniasi, Tognoli, fino a Pisapia.

Per tre anni la malattia l’ha logorata ma lei non ha lesinato presenze e impegno: a dicembre era nella “sua” Scala (con l’eterno cruccio di non averne mai diretto la compagnia) per insegnare i segreti della sua indimenticabile Giselle e fino a qualche settimana fa si aggirava sul set della fiction che la Rai le sta dedicando. Passo dopo passo si intitola la sua autobiografia uscita per Mondadori. E passo dopo passo quella ragazzina minuta ha fatto della sua vita uno spettacolo che non potremo prenderci il lusso di dimenticare.

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L’intoccabile imprenditoria

Mancanza di etica, di responsabilità e di legalità. In Italia abbiamo un serio problema di “cultura d’impresa”. Ma è difficile anche solo parlarne

Breve riassunto di questi ultimi giorni.

Dalle parole degli arrestati si viene a sapere che i freni della funivia Stresa-Mottarone che ha portato alla morte di 14 persone sono stati consapevolmente manomessi per una questione di soldi. I gestori hanno spiegato agli inquirenti che oltre al danno economico del lockdown non volevano perdere anche l’incasso della domenica. In carcere ora si trovano il titolare della funivia Luigi Nerini, il direttore del servizio e il capo operativo. Il reato contestato? «Rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro, dal quale sarebbe derivato il disastro» ha spiegato il ministro delle Infrastrutture e mobilità sostenibili Enrico Giovannini nell’informativa urgente alla Camera.

A Brescia un’azienda (la Wte) avrebbe mosso l’equivalente di 5mila tir di fanghi tossici che sono stati smaltiti nei campi del nord Italia: 150mila tonnellate di fanghi tossici, contaminati da metalli pesanti, idrocarburi e altri veleni (spacciati per fertilizzanti e smaltiti su 3mila ettari di terreni agricoli in Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna. «Io ogni tanto ci penso eh… Chissà il bambino che mangia la pannocchia di mais cresciuta sui fanghi… Io sono stato consapevolmente un delinquente» diceva Antonio Maria Carucci, laureato in Scienze geologiche e a libro paga della Wte, al telefono con Simone Bianchini, un contoterzista che quei fanghi li spandeva nei campi della bassa bresciana. «Sono un mentitore!… Io…finisco all’inferno» dice ridendo in modo spregiudicato sempre Carucci al telefono con Ottavia Ferri, dipendente della Wte, che replica, anche lei ridendo: «Lo facciamo per il bene dell’azienda!». Si ipotizzano profitti illeciti per 12 milioni di euro.

A Sabaudia è stato arrestato un medico che avrebbe prescritto stupefacenti contenenti ossicodone, un oppioide agonista puro che ha un potere simile alla morfina, per permettere ai lavoratori indiani di resistere alla fatica dello sfruttamento e lavorare nei campi 12/16 ore al giorno. Ci sarebbero anche alcuni morti per overdose.

Intanto le indagini sulla morte di Luana d’Orazio – l’operaia tessile di 23 anni morta il 3 maggio scorso in una fabbrica a Montemurlo in provincia di Prato – hanno scoperto che l’orditoio su cui lavorava era stato manomesso per disattivare meccanismi di sicurezza e si continua a indagare sulla posizione contrattuale dell’operaia.

Sono solo gli episodi degli ultimi giorni ma gli esempi sono moltissimi. Francesco Costa aggiunge un’altra osservazione: «Qual è la differenza tra chi ha tolto il freno di una funivia pur di lavorare e chi ha tenuto il ristorante aperto quando era vietato, nonostante la certezza di provocare contagi e morti? Certo, morti forse meno cruente e visibili: ma morti. Questa cultura è ovunque intorno a noi». Volendo vedere ci sono anche i 43 morti per un ponte caduto, giusto tre anni, sempre per soldi.

Eppure ogni volta che si prova ad aprire un dibattito sul serio problema di “cultura d’impresa” di molti imprenditori italiani accade il finimondo: una mancanza di etica, di responsabilità e di legalità che ogni volta viene relegata a “episodi singoli”. Nel Paese in cui si generalizza in scioltezza sui dipendenti pubblici, sugli insegnanti, sugli operai tutti invidiosi, sugli impiegati tutti nulla facenti, sui giovani tutti sfaticati, sui calciatori, sugli artisti tutti furbi, sui giornalisti tutti servi, sui politici tutti corrotti e così via ogni volta che qualcuno si permette anche solo di pronunciare la parola “imprenditori” si leva lo sdegno della categoria. Una reazione tipo? Guido Crosetto, l’uomo di destra che piace tanto a sinistra, scrive rispondendo a Marta Fana: «Sta usando questa tragedia per dire che tutte le imprese e tutti gli imprenditori sono così? Si vergogni! Lei vorrebbe creare lavoro senza impresa? Non tutti possono lavorare nel pubblico. Non accade nemmeno più nei vostri antichi paradisi comunisti».

E vorrebbero chiuderla così. I moralizzatori del lavoro degli altri che sembra impossibile mettere in discussione.

Avanti così.

Buon venerdì.

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Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Flanerì su Nuovissimo testamento

(fonte)

In un reparto dell’ospedale dello stato di DF – il più celato e spaventoso, quello dedicato ai Disturbi affettivi – sono ricoverati alcuni pazienti. Manlio Cuzzocrea, che ha pianto per nove giorni di seguito, senza dormire né mangiare, consiglia a Fausto Albini, l’ultimo arrivato, di imparare in fretta il senso della misura, e cioè cosa gli conviene fare e cosa non fare: se vuole uscire da quel posto orribile, infatti, è bene che si comporti a modo fin da subito. Fausto è svenuto dopo aver disegnato un cerchio sulla sabbia, gesto che gli ha riportato in mente qualcosa, forse l’abbozzo di un’emozione e quindi di una colpa.

In reparto ci sono anche Andrea e Angelo, responsabili rispettivamente di aver letto dei libri e sognato la propria madre. In ognuno di loro qualche meccanismo deve essersi inceppato: il vaccino iniettato agli abitanti di DF alla nascita, che cancella sentimenti, emozioni ed empatia – e che quindi garantisce una società più ordinata, felice e produttiva –, non ha funzionato bene. Rinchiuderli, curarli, e in casi estremi condannarli, è l’unico modo per evitare uno scoppio di emotività incontrollata. È proprio tra le mura dell’ospedale, però, che si diffonderà il germe di una rivolta; rivolta che esiste ma che all’inizio i protagonisti non riusciranno a capire cosa rappresenti, se voglia di vivere, rabbia, oppure disperazione.

L’ultimo romanzo di Giulio Cavalli, Nuovissimo testamento (Fandango Libri, 2021), è una distopia atipica. Già il titolo, con il suo esplicito richiamo alla seconda – e discordante rispetto alla prima – parte della Bibbia, rivela come il cuore del libro sia la rottura, la violenza – e la speranza – insita nel cambio di paradigma, nell’annuncio di qualcosa di totalmente nuovo. Anzi, nuovissimo: il monito del superlativo mostra che ogni rivoluzione – o rivelazione – ha bisogno ciclicamente di essere riaggiornata, o meglio ricordata, ribadita.

A DF tutto è studiato nei minimi particolari per evitare l’emergere spontaneo di emozioni: matrimoni e amicizie sono stabilite dall’alto e ruotano periodicamente, mentre i bambini vengono separati alla nascita dai genitori; le inclinazioni lavorative sono decretate dagli algoritmi del governo; la società è divisa in livelli, e avanzare di classe sembra l’unico – per quanto imposto – desiderio presente nei cittadini. Letteratura, musica, arte ovviamente sono bandite. Perfino i palazzi hanno una tonalità grigia e triste, pensata anch’essa a mo’ di anestetizzante. La prosa di Cavalli, ossessiva e a tratti volutamente meccanica, racconta con un realismo paradossale questo universo da incubo:

«Le abitazioni degli abitanti in classe cinque di DF erano tutte a due piani, tutte dipinte all’esterno di grigio quattrocentoventotto, così come i muri interni. La casa era composta da un ingresso stretto e lungo, a destra una mensola grigia quattrocentoventidue, per svuotare le tasche, a sinistra un attaccapanni per giacche e cappelli grigio quattrocentoventidue, poi un salone centrale arredato con un divano angolare nero settecentoventisette, un tavolinetto basso in plastica nero settecentoventisette, una televisione che per gli abitanti di classe cinque era di quarantanove pollici e un vaso di fiori finti con gambo verde trecentodue e petali verdi trecentosedici, colori utili al rilassamento defatigante […]».

L’utilizzo martellante delle ripetizioni, la sintassi ipotattica e la punteggiatura fluida e spesso mancante esibiscono linguisticamente la fallacia principale del progetto politico alla base di DF: una società priva di emozioni, infatti, è la più ossessiva e morbosa che si possa immaginare. La freddezza inscenata allo scopo di annullare ogni malattia possibile è in realtà una malattia essa stessa. Il merito maggiore della prosa di Cavalli è quello di agire direttamente sul contenuto, svelandolo e perfino modificandolo; la sua scrittura è debitrice di Bolaño e soprattutto di Saramago: come nei romanzi dello scrittore portoghese (si pensi in particolare a Cecità o Le intermittenze della morte), in Nuovissimo testamento a dominare è il racconto corale. La scelta di alternare costantemente personaggi e punti di vista, di raccontare la storia attraverso una sorta di voce molteplice, che si spezza però in mille direzioni, è vincente, perché amplifica e al contempo contrasta l’ossessività della lingua e della vicenda.

Nuovissimo testamento, d’altronde, è un romanzo tutto costruito sui paradossi: ogni immagine, ideologia, emozione, possiede per Cavalli un volto segreto, una possibile lettura antitetica. Quando le Brigate Sentimentali – questo il nome del gruppo rivoltoso che, partito da quell’orribile reparto di ospedale, decide di risvegliare con ogni mezzo l’empatia negli abitanti di DF – compiono un “attentato” sparando a tutto volume in metropolitana la Sinfonia 5 di Beethoven, il risultato è sconcertante: la gente, scioccata da quell’inaspettato turbinio di emozioni, quasi impazzisce; uno si cava gli occhi, altri finiscono schiacciati da un treno – c’è anche chi, però, rimane paralizzato in balia dell’estasi.

Un personaggio pieno di contraddizioni è viceversa il presidente di DF, Andrea Bussoli, inquietante rappresentazione del potere: mentre infatti il popolo conduce la sua esistenza sedato, non è così per la classe governante, che, trincerata in una cittadella, non ha affatto rinunciato alle emozioni. Eppure, nei momenti di crisi che seguono ai “focolai di empatia”, il presidente sembra ripetutamente non reggere l’ansia e la paura che sono la controparte del suo stato di privilegiato; è Bussoli stesso, in fondo, a desiderare che gli venga somministrato il vaccino, che anche lui possa smettere di “sentire”.

Dopo Carnaio, con cui era stato finalista al Premio Campiello e aveva già raccontato violenze e disumanità del presente, in Nuovissimo testamento Cavalli continua la sua straniante esplorazione narrativa dei mali della contemporaneità: in una società come la nostra, basata sulla ricerca dell’emozione a tutti i costi, la scelta dello scrittore di dipingere un mondo privo di empatia è più coraggiosa, e originale, di quanto si possa credere. Cavalli mostra infatti che il possesso della libertà comporta una grande dose di fatica, e conduce a varie contraddizioni: per essere liberi bisogna assumersi delle responsabilità, accettare anche delle brutture. Sentire, insomma, fa malissimo, ma è necessario. Il sentimentalismo spicciolo però, le emozioni usa e getta da cui siamo circondati – o meglio imprigionati, asfissiati non meno degli abitanti di DF –, non hanno niente a che spartire con le sensazioni contrastanti e complesseche assalgono i personaggi di Nuovissimo testamento una volta liberi dal giogo del vaccino. L’apatia di DF assomiglia a quella della nostra società, in superficie colma di emozioni (false e in fin dei conti sedative), ma nel profondo mostruosamente ipocrita.

Giulio Cavalli ha insomma ripreso alcuni topos della letteratura fantascientifica e distopica per poi complicarli, evitando ogni soluzione facile: la visione del mondo di Nuovissimo testamento è inquietante, a tratti spietata. Sul finale d’altronde il libro sprofonda in un pessimismo disarmante e per questo realistico; quello dello scrittore non è un semplice monito, quanto un fedele ritratto del presente. Una cronaca dei meccanismi profondi piuttosto che una mera previsione. Proprio per questo la speranza – che nel romanzo assume vari nomi: lotta, rivolta, empatia – si coglie costantemente tra una riga e l’altra; e non potrebbe essere altrimenti, perché Nuovissimo testamento è un libro politico nel senso che è vivo, che smuove il lettore, lo stimola all’azione.

(Giulio Cavalli, Nuovissimo testamento, Fandango Libri, 2021, pp. 288, euro 19, articolo di Claudio Bello)

Sbattuto in carcere per la macchina del fango grillino-leghista, Uggetti assolto dopo 5 anni

Mi sono detto che forse il fatto di essere lodigiano avrebbe potuto condizionare il mio ruolo da giornalista. Anzi, a pensarci bene, ho anche l’onta di essere cresciuto e di avere passato parecchi anni della mia vita fianco a fianco con Simone Uggetti, l’ex sindaco Pd di Lodi che fino a 48 ore fa era uno dei criminali, bocconi sempre ghiotti, da usare come clava contro gli avversari politici e ora è improvvisamente santo. «Non mi sento per niente riabilitato, non ho nessun senso di colpa perché non ho mai fatto nulla di male e oggi sono altri a dover riflettere sui propri errori» mi ha detto ieri al telefono senza nemmeno avere quella naturale voglia di rivalsa che sarebbe perfino una debolezza perdonabile. Poi mi sono detto che forse proprio perché sono “dentro” a questa vicenda questo pezzo sarebbe stato ancora più leale, anche perché ho passato anni a leggere pessimi editoriali di esimi colleghi e direttori che hanno raccontato l’arresto di Uggetti più per confermare se stessi che per analizzare i fatti.

Uggetti finisce in carcere a maggio del 2016. «Quando sono arrivati gli uomini della Guardia di Finanza ho sentito che parlavano di custodia cautelare e ho visto nero. Non avevo minimamente idea per cosa mi stessero arrestando», racconta. L’arresto è perfetto per le telecamere e per i taccuini: prelevato in casa lo hanno portato nel piazzale della Polizia di Stato sfilando davanti a 30/40 poliziotti, poi viene portato in Comune in gran parata nella piazza principale della città mentre si svolgeva il mercato settimanale e infine tradotto nel carcere di San Vittore. L’accusa? Turbativa d’asta. E qui qualcuno si immagina un ricchissimo appalto con chissà quali oscuri interessi: si parla della gestione delle piscine comunali per un valore di 5mila euro. Avete capito bene: 5mila euro. L’inchiesta era partita dalla denuncia di una dipendente comunale, Caterina Uggè, tra le altre cose sorella della presidente di una società sportiva che fino a quel momento era sempre rimasta fuori dalla gestione delle piscine lodigiane.

Secondo la tesi dell’accusa il sindaco di Lodi avrebbe brigato un bando ad hoc per favorire la società a maggioranza pubblica Sporting Lodi per permetterle di compensare le perdite che aveva nella gestione di un’altra piscina. Non c’è nemmeno un centesimo promesso, non ci sono privati pronti ad arricchirsi, niente di niente. C’è la scelta del Comune di affidare la gestione di una piscina comunale a una società di cui il Comune possiede la maggioranza. Un osservatore allora si potrebbe chiedere: perché il carcere? Per il gip di Lodi, Uggetti è «soggetto autoritario che riesce a imporsi su coloro che gli ruotano intorno, ponendoli in soggezione, il che rende oltremodo realistica la capacità di questi di subornare e intimidire i testimoni». Gli indagati «con assoluta spregiudicatezza portano avanti con protervia i loro fini, ma anche attività volte a distruggere le tracce del loro accordo […] manifestando apertamente il fastidio derivante da chi denuncia a gran voce le loro condotte nefaste e contrarie alla legge».

Uggetti avrebbe personalità «negativa e abietta» porta a ritenere «con decisa verosimiglianza» che gli imputati «abbiano potuto sistematicamente gestire la cosa pubblica con modalità illecite, commettendo reati contro la pubblica amministrazione». Racconta Uggetti che durante l’interrogatorio con la Gip lei parla di un appalto da 100mila euro. Lui non capisce, chiede dove abbia letto quella cifra. «Sul giornale locale», risponde lei. In carcere finisce anche un avvocato, Cristiano Marini, che ha compiuto il terribile reato di essere stato generoso: Uggetti si era rivolto a lui per un consulto gratuito, per non spendere soldi pubblici. Quando Marini viene portato in carcere la moglie è incinta al sesto mese.

Il ministro Di Maio si fionda a Lodi per denunciare una città ostaggio del malaffare. Anche la Lega decide di manifestare ma Salvini annusando l’aria all’ultimo momento spedisce al suo posto Calderoli. È il tempo del fango: editoriali, servizi, gogna sui social. Uggetti in primo grado viene condannato a 10 mesi di reclusione e 300 euro di multa. Perfino la condanna sembrava risibile per una vicenda che è stata sulle prime pagine di certi quotidiani per giorni. Ovviamente per Uggetti la carriera politica è finita e intanto a Lodi arriva un commissario e poi alle successive elezioni vince il centrodestra. «Quell’arresto ha cambiato il corso della mia vita e ha stravolto il percorso istituzionale di un’intera comunità». Pochi scrivono che persino nella sentenza della condanna i giudici riconoscono che il sindaco ha agito «per il bene pubblico».

Ora è arrivata l’assoluzione ma come capita sempre ormai chi poteva cogliere l’occasione di quell’arresto ormai ha già raccolto i frutti mediatici e politici. Assoluzione perché “il fatto non sussiste”, assolti anche gli altri coimputati. Eppure al di là dell’assoluzione che questa inchiesta fosse mostruosa era visibile fin dall’inizio. «Io non devo riabilitarmi in niente», dice Uggetti. Altri probabilmente invece sì ma non accadrà come sempre.

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La pantomima del Senato: approvate sia la mozione contro il vitalizio sia quella a favore

Tornano i vitalizi ai condannati definitivi per reati gravi e contro la Pubblica Amministrazione, ma “non è stato nessuno”. L’evoluzione della saga sui poveri senatori alla Formigoni che lamentano il diritto di ricevere i soldi che gli spettano e di non restituire i soldi che hanno rubato (lo sancisce una sentenza definitiva: è giustizia, non giustizialismo) raggiunge livelli di mimetismo codardo che sfida l’intelligenza degli elettori e che mostra in tutto il suo splendore la cifra etica della classe dirigente.

In breve: il Consiglio di Garanzia del Senato, presieduto dal berlusconiano Vitali, ha deciso di confermare la scelta della Commissione Contenziosa di ripristinare il bonifico all’ex presidente di Regione Lombardia. Ora toccherà alla presidenza del Senato prenderne atto e avviare l’iter. La restituzione dei vitalizi ai condannati è sostanzialmente cosa fatta, nonostante la politica (praticamente tutta) provi goffamente a dimenarsi inscenando un’opposizione (o anche solo una discussione) sull’argomento.


In Senato, ieri mercoledì 26 maggio, si è discusso di vitalizi approvando pilatescamente tutte e tre le mozioni che erano state presentate (quella di M5S, Pd e Leu, quella di Italia Viva e quella di Lega e Forza Italia): quella del centrosinistra chiede agli uffici del Senato di studiare una soluzione per applicare la legge Severino, la mozione del centrodestra chiede di “rivalutare” la direttiva che aveva imposto lo stop al vitalizio per i condannati per reati gravi, mentre Italia Viva chiede di “disciplinare i casi di revisione o revoca del vitalizio” per i senatori “condannati in via definitiva per delitti di particolare gravità”.

Tutto bello, se non fosse che quelle mozioni sono praticamente inutili poiché la Commissione Contenziosa (in sostanza un tribunale interno al Senato) ha di fatto annullato la delibera del Consiglio di Presidenza che aveva previsto la revoca del vitalizio, innescando di fatto un conflitto di poteri che dovrebbe piuttosto essere portato alla Corte Costituzionale.

Il punto in cui siamo l’ha spiegato bene l’ex presidente del Senato Pietro Grasso: “Abolendo del tutto la delibera del 2015 si spalancano nuovamente le porte del vitalizio non solo ai senatori condannati per corruzione ma anche per mafia o terrorismo. Spero proprio che non sia un effetto voluto, ma solo una distrazione”. Forse sarebbe ora di abbandonare la battaglia “formale” per prendere una decisione sostanziale: siete contro il ripristino del vitalizio ai condannati? Non fingete di non sapere quali siano i passaggi che servono per applicare la vostra decisione. È una questione di credibilità, oltre che di vitalizio.

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Ripartenza senza freni

Dietro la tragedia del Mottarone ci sono scelte prese per non perdere il fatturato. Accade anche nei cantieri e nelle fabbriche, quando in nome del profitto si risparmia sulla manutenzione, a scapito della sicurezza dei lavoratori. E allora sorge un dubbio, allargando il discorso…

Il quadro che esce dalle prime indagini sulla tragedia del Mottarone dove una funivia caduta ha provocato la morte di 14 persone sta assumendo contorni terrificanti. Siamo solo nelle fasi preliminari, certo, ma che le tre persone fermate (Luigi Nerini, proprietario della società che gestisce l’impianto, la Ferrovie Mottarone srl, il direttore dell’esercizio Enrico Perocchio e il capo servizio Gabriele Tadini) abbiano ammesso di avere consapevolmente disattivato il freno di emergenza segna già un punto importante. Quel freno provocava il blocco dell’impianto e l’ultimo intervento tecnico non era riuscito a risolvere il problema così si è pensato bene di manometterlo per non interrompere il servizio.

Per giorni ci si è interrogati sui eventuali difetti di materiali o un errore tecnologico mentre ora, ancora una volta, riaffiora l’errore umano. Anzi, a bene vedere, tanto per tenerci all’ecologia del linguaggio, si potrebbe dire che qui stiamo parlando di avidità umana, roba un po’ diversa dal semplice errore: si tratta di avidità, di scelte prese consapevolmente a discapito della salute per non avere perdite di fatturato. Il discorso è sempre quello: considerare la sicurezza un disturbo, una perdita di tempo o un vezzo burocratico significa assegnare poco valore alle vite umane. Forse è accaduto sul Mottarone, molto probabilmente è accaduto per il ponte che avrebbe fatto perdere soldi alle autostrade, accade quando per velocizzare la produzione si asportano le protezioni dai macchinari che si inghiottono i lavoratori, accade quando non si mettono in sicurezza i cantieri da cui volano gli operai, accade quando si finge di non sapere i livelli di inquinamento degli impianti (accade più lentamente ma accade), succede quando si risparmia sulla manutenzione. «L’errore umano ci può sempre essere, la consapevolezza nel togliere le misure di sicurezza non può, non deve e non bisogna neanche sognarsela», ha dichiarato Valeria Ghezzi, presidente dell’Associazione nazionale esercenti funiviari.

È sempre il profitto ritenuto più importante delle vite umane. Sempre quel vecchio discorso che nessuno vuole affrontare con parole chiare. È il pensiero di una società che va ripensata proprio dalle fondamenta da questo punto di vista. E allora sorge un dubbio, volendo allargare il discorso: semplificare le procedure di sicurezza per proteggere il fatturato è esattamente il pensiero che sta dietro a certe proposte anche di questo governo. E che questa “voglia di ripartenza” per molti sia smodata voglia di fare in fretta soldi per recuperare il perduto rende l’argomento ancora più sensibile. Pensateci, vale davvero la pena soffiare nella ripartenza senza freni?

Buon giovedì.

(nella foto: funivia Mottarone, il “forchettone” che manteneva aperte le ganasce del freno)

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Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

“In carcere temevano mi suicidassi”: l’arresto e l’assoluzione, il calvario dell’ex sindaco Uggetti


“Ho vissuto i miei 10 giorni di carcere in una condizione non normale. Temevano che mi suicidassi, ma non ci ho mai pensato”. Simone Uggetti, ex sindaco di Lodi, all’indomani della sua assoluzione in appello dall’accusa di turbativa d’asta ripercorre con Fanpage.it il suo calvario durato 5 anni. “Il momento più brutto? L’arresto. Ma la parte più difficile è venuta dopo, perché mi hanno rubato la vita”.
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