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Intelligenti pauca

Circa 1.200 feriti, 17 ospedali e 53 scuole danneggiati, mezzo miliardo di dollari di danni totali. Bastano queste poche cifre su Gaza per mandare in frantumi la propaganda israeliana, che parla “operazione chirurgica” e di “bombe intelligenti”

Noto in giro una certa sicumera nel descrivere l’azione israeliana su Gaza come una chirurgica operazione di bombe “intelligenti”. Del resto, se ci pensate bene, assicurare di avere colpito solo terroristi e luoghi di terrorismi è l’unico modo per cercare di dare un minimo di credibilità all’assalto.

Che rimane a Gaza? Le Forze di difesa israeliane ci fanno sapere di avere colpito obiettivi sensibili, ucciso uomini di punta di Hamas e avere distrutto più di 90 chilometri della rete di tunnel sotterranei di Hamas: 1.500 «obiettivi terroristici», dice il governo di Netanyahu, aggiungendo anche 675 «basi di lancio di razzi» e più di 200 «terroristi neutralizzati» (cioè ammazzati, per essere chiari).

Manca qualche altro dato: ci sono 1.200 persone ferite, mille edifici distrutti tra case e negozi e 750 case rese inagibili. L’Onu parla di 77mila persone sfollate in tutto. Sono 17 gli ospedali che sono stati danneggiati (non propriamente basi terroristiche, si immagina). Rovinati anche tre grandi impianti di desalinizzazione che hanno lasciato senza acqua potabile 800mila residenti (praticamente metà della popolazione). Almeno 53 le scuole danneggiate. Ammontano a 22 milioni di dollari i danni alla rete elettrica della città. Secondo l’Ufficio delle Nazioni unite per il coordinamento degli Affari umanitari, a causa della chiusura o del funzionamento limitato delle strutture idriche e igieniche, l’approvvigionamento idrico è crollato di oltre il 40%. Secondo le stime dell’Onu 47mila degli sfollati rimasti senza casa hanno trovato rifugio nelle scuole dell’Unrwa e il resto da parenti e amici. Circa 12.800 abitazioni sono state parzialmente danneggiate. Centinaia di uffici privati e di Ong sono stati gravemente danneggiati e 33 uffici stampa sono stati completamente demoliti. Distrutto l’unico laboratorio per i test Covid. Nel mirino dei caccia è entrata anche una struttura di cinque piani, la libreria e la casa editrice Al-Nahda sono state demolite, così come una farmacia e l’ufficio centrale dell’Istituto per gli orfani al-Amal.

L’agricoltura ha subito danni per 24 milioni di dollari. Ben 40 milioni di dollari i danni al commercio e all’industria. Tra i siti che hanno subito danni c’è una società farmaceutica, una fabbrica di gelato (italiano) e una fabbrica di materassi, una di inscatolamento di pomodori. Danni totali? Mezzo miliardo di dollari. Mezzo miliardo di dollari.

E torniamo sempre allo stesso punto, a quegli 11 giorni di guerra che sono stati fatti passare come una legittima difesa con bombe intelligenti. Davvero ci vedete legittimità e intelligenza? E poi una domanda: chi paga la ricostruzione?

Buon mercoledì.

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Il dramma di Moussa: pestato in strada e incarcerato, si toglie la vita a 23 anni

Innanzitutto diamogli un nome, perché ieri per quasi tutto il giorno il ventitreenne proveniente dalla Guinea Moussa Balde che si è suicidato domenica 23 maggio nel Centro permanenza rimpatri di Torino è stato solo un “immigrato”, per alcuni “un clandestino”, un “irregolare”, comunque “uno straniero” e come cappello di ogni cronaca della sua vicenda si leggeva di quanto fosse depresso, malato, dedito all’alcol e un’altra decina di altre caratteristiche che tornavano utile a cannibalizzarlo, a trasformarlo in “altro” così quel morto suicida poteva essere facilmente disinnescato, interessarci solo di sguincio, una notizia del solito straniero fuori di testa da mettere in pagina.

Invece la storia di Balde Moussa va raccontata per intero perché c’è dentro tutto il fallimento di questo Paese (e questa Europa) che non solo non tende la mano ai morituri ma non si prende nemmeno la briga di salvare i salvabili, che getta nel sacco dell’umido tutti i periferici che non hanno nemmeno una porta a cui bussare per diventare visibili.
Il 9 maggio Balde Moussa ha fatto capolino nei giornali per essere stato massacrato di botte nei pressi del Carrefour di Ventimiglia. Tranquilli, anche in quel caso è andato tutto come previsto: nonostante girasse un filmato chiarissimo in cui si vedeva il bastone sulla carne, si sentivano le urla terrorizzate dalle finestre, si scorgeva una donna chiedere aiuto urlando “lo ammazzano” mentre tre baldi uomini si accanivano su di lui anche in quel caso la notizia è stata trattata come si tratta un pestaggio di uno straniero: “era ubriaco”, si sono affrettati a scrivere tutti, “aveva litigato qualche minuto prima con uno dei tre”. Come se da qualche parte esistesse una legge (anche morale) che consenta la lapidazione come legittima difesa.

Le forze dell’ordine, rispettando questo infame ordine delle cose che ha preso piede dalle nostre parti, si sono premurati di verificare l’irregolarità del ragazzo nel territorio italiano e hanno raccontato il pestaggio estraendo dal cilindro il presunto movente del presunto furto del presunto telefono di uno dei tre aggressori. Capito? Allora tutto a posto, allora la violenza criminale condita con un po’ di razzismo è passata in secondo piano. Lui, Balde Moussa, raccontava ai compagni di cella del Cpr di Torino (perché noi abbiamo carceri per persone non condannate sul nostro territorio, un abominio giuridico che continuiamo a fingere di non vedere) che in realtà era tutto un tentativo di zittirlo e invisibilizzarlo. Ora vai a sapere la verità, tanto è morto e si è risolto il problema. Il comunicato ufficiale dice che Balde Moussa sia stato trovato morto impiccato con delle lenzuola mentre si trovava in isolamento nella sua cella. Nel Cpr era stato con alcuni compagni di cella e poi (senza una motivazione specifica) in isolamento per non meglio precisati “motivi sanitari”. Qualcuno parla di una depressione: che per i depressi sia meglio star soli deve essere una nuova scintillante teoria che sarebbe curioso farsi raccontare.

Di certo alcuni testimoni raccontano che gli erano state negate richieste di aiuto e di soccorso per i dolori e che, nonostante la prognosi rilasciata dai medici dell’ospedale, quelle botte erano state ignorate dagli operatori, dalle guardie e dallo staff medico del centro di detenzione. Non è difficile crederlo: al di là del caso specifico che nei Cpr non vengano rispettati i più basilari diritti è una non notizia che ogni volta coglie impreparati solo coloro che fingono (male) di non sapere. Il girone infernale dei Cpr è fatto di militarizzazione estrema, di mancanza delle più basiche regole di igiene, di nessuna comunicazione ai detenuti (che non conoscono nemmeno i propri diritti), di udienze su fascicoli che spesso non sono mai nemmeno stati letti e, poiché il sistema dei rimpatri è completamente farlocca, di “liberazioni” con inviti a tornarsene al proprio Paese autonomamente.

Balde Moussa ha affrontato il viaggio per arrivare in Europa, non riusciva a passare il confine a Ventimiglia (non voleva rimanere in Italia, voleva andare verso nord), è stato pestato ed è finito in un carcere dopo essere stato vittima di un reato. Tecnicamente si è suicidato, certo, ma siamo sicuri di non sapere chi siano i mandanti e i fiancheggiatori?

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Aurora Leone e il solito copione di Fallocrazilandia, ovvero come una donna da vittima diventa carnefice

Nuova esilarante puntata in arrivo dal fantastico mondo di Fallocrazilandia, questa volta con tutti gli ingredienti che rendono pepata l’avventura: c’è il calcio (anzi, meglio ancora: ci sono dirigenti di una nazionale di vip un po’ imbolsiti che mettono a disposizione la propria faccia per buone e giuste cause mentre i loro dirigenti credono di essere in Super League), c’è il cibo (un ristorante non manca mai come set per i bagordi tra maschi), c’è il maschilismo un po’ macho che non faceva già più ridere nei filmetti di Natale 10 anni fa e poi c’è la donna, ovviamente ritenuta “fuori luogo” e poi bollata come nevrastenica perché ha deciso di farsi rispettare.

Lei è Aurora Leone, talentuosa comica del gruppo The Jackal, che con il suo collega Ciro Priello avrebbe dovuto partecipare a Torino alla partita amichevole tra Nazionale Cantanti e Campioni per la Ricerca e che andrà in onda su Mediaset. Chi segue i The Jackal e Aurora Leone sa bene che lei da giorni mostrava fiera la sua convocazione alla partita per una causa così importante.

Mentre cenavano nella stessa stanza della nazionale cantanti i due comici sono stati avvicinati da Gianluca Pecchini, direttore generale della Nazionale Italiana Cantanti (il superuomo di questa storia) che avrebbe detto a Leone «Sei donna, non puoi stare qui». Per non lasciare dubbi sulla levatura del suo fallace e fallo rate ragionamento Pecchini avrebbe anche risposto ad Aurora Leone, che faceva presente di avere la divisa per entrare in campo nella partita, «ma tu il completino te le puoi mettere pure in tribuna, che c’entra. Le donne non giocano. Queste sono le nostre regole e se non le volete rispettare dovete uscire da qua” e ancora “non farmi spiegare perché non puoi stare seduta qui, tu non puoi e basta».

Il resto è una triste costante in vicende come questa: Aurora Leone si è (giustamente) incazzata, i due se ne sono andati e hanno annunciato la propria defezione alla prossima partita, qualche cantante ha espresso solidarietà (e gli altri?) e il giorno successivo (cioè oggi) esce un bel comunicato della Nazionale che accusa Aurora Leone di “arroganza, minacce e violenza verbale”.

Una matta, insomma, strano solo che non abbiano ironizzato sul suo nervosismo. E per chiudere in bellezza ci tengono a dirci che “tantissime donne” hanno partecipato ai loro progetti. Un po’ come quelli che dicono “ho tanti amici gay ma…”. E così la “donnina” fuori posto improvvisamente dovrebbe essere addirittura la carnefice, chiaro? In attesa della prossima replica del solito copione.

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Ci riempiamo la bocca di anti-mafia nel nome di Falcone ma l’arresto del boss Morabito non interessa a nessuno

Vanno fortissimo le fiction, quelle continuano a macinare bei numeri sulle piattaforme di streaming. Bene anche i libri, nonostante la cronica crisi: romanza la vita di qualche boss e stai sicuro che la trasfigurazione funziona. Vanno sempre forti le commemorazioni: non passa un anno che un politico o un influencer qualunque, non sprechi un post con la faccia del giudice celebrato e un aforisma trovato su Google.

Mentre la trasfigurazione della mafia tiene sul mercato la narrazione della mafia quella vera sembra ingolfata in un disinteresse inamovibile che la relega nelle pagine di cronaca, quelle delle notizie battute copiando le agenzie di stampa, qualche tweet delle istituzioni per complimentarsi con se stesse e poco altro.

Ieri è stato arrestato Rocco Morabito a San Paolo, in Brasile, in un’imponente operazione che ha messo in rete le competenze dei carabinieri dei Ros di Torino e di Reggio Calabria, l’Interpol, la polizia federale brasiliana e l’FBI. Solo il coordinamento dell’arresto meriterebbe una puntata di una serie televisiva e in più c’è la caratura dell’arrestato: Rocco Morabito è il secondo latitante più ricercato d’Italia, dopo quel Matteo Messina Denaro che è l’unico “marchio” che ancora poco poco funziona.

‘U tamunga era stato latitante dal 1994 al 2017 nascondendosi in Uruguay sotto il falso nome Francisco Antonio Capeletto Souza, era già stato arrestato dalla polizia uruguaiana nel 2017 ed era evaso con altri tre detenuti nel 2019 scavando un tunnel che lo fece uscire dalla terrazza del carcere Central di Montevideo in cui era detenuto.

Questa volta ci soni già tutti gli elementi che di solito ci tocca inventarci per rendere goloso il boccone della storia mafiosa: c’è l’azione, c’è la resa, c’è il riscatto e sullo sfondo c’è l’organizzazione criminale più potente in Italia, in Europa e forse anche nel mondo.

Poi ci sarebbe anche la polpa quella vera: i rapporti tra Morabito e certa politica, i colletti bianchi che ne hanno agevolato la latitanza, le ramificazioni di un’imprenditoria criminale internazionale. Ma forse questo sarebbe pretendere troppo, figurarsi. Eravamo il Paese che esultava sotto le Questure applaudendo l’arresto dei mafiosi e siamo diventati il Paese che legge distrattamente l’arresto di un boss dei boss con meno tempra di una polemica qualsiasi sui social.

Ora provate a immaginare (non è difficile) a chi possa fare piacere questo drastico calo di curiosità e di attenzione e cosa accade quando la politica non si sente più pressata su un certo argomento.

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Fare il leghista con i diritti degli altri

Un consigliere comunale leghista, apostrofato sui social con la parola “frocio”, lo ha ritenuto un insulto ed ha iniziato una battaglia giudiziaria finita in Cassazione. E nella sentenza in sostanza c’è tutto l’impianto giuridico che sta dietro al ddl Zan

La notizia era uscita qualche giorno fa ma è passata inosservata e l’ha ripescata con curiosità chirurgica Cathy La Torre, avvocatessa da sempre attiva sui diritti. Leggetela bene perché dentro c’è tutta l’ipocrisia di questo tempo politico e della manfrina tirata strumentalmente in piedi intorno al Ddl Zan e ai diritti Lgbt.

Accade nell’hinterland milanese dove un esponente della Lega, consigliere comunale del Carroccio in un comune dell’hinterland milanese, ha querelato Efe Bal (transessuale impegnata da anni per la regolarizzazione della prostituzione) che lo aveva apostrofato su Facebook dandogli del “frocio”.

Il leghista se l’è presa moltissimo, ha ritenuto la parola “frocio” un insulto ed è iniziata una battaglia giudiziaria che è finita in Cassazione. Ora, seguite con attenzione: per i giudici della Cassazione gli epiteti «costituiscono, oltre che chiara lesione dell’identità personale, veicolo di avvilimento dell’altrui personalità e tali sono percepite dalla stragrande maggioranza della popolazione italiana». Non solo, aggiungono che «è destituita di ogni fondamento l’affermazione che tale espressione abbia perso il suo carattere dispregiativo per una presunta evoluzione della coscienza sociale. Perché nella prassi, molti ricorrono a quella parola per offendere». In sostanza nella sentenza c’è tutto l’impianto giuridico che sta dietro al Ddl Zan e il consigliere leghista ha combattuto in tribunale perché venisse riconosciuto.

Fenomenale la risposta della condannata che tramite il suo avvocato fa sapere che «rimane convinta di avere ragione. Resta convinta che frocio non è un insulto, che lei è libera di esprimere le proprie considerazioni. E per sostenere fino in fondo le sue idee sarebbe disposta anche a finire in galera. Se il ddl Zan fosse stato legge – ha detto il legale – sotto accusa per omofobia sarebbe finito lui, l’ex consigliere comunale leghista: in interviste e post ha fatto dichiarazioni pesantissime contro i gay».

Sono mesi che i leghisti ci spiegano che davanti alla parola “frocio” bisogna saper ridere poi arriva uno di loro che ci dà una mano a ribadire l’ovvio in tribunale. Fantastici, non c’è che dire. Meglio di uno sketch di Pio e Amedeo.

Buon martedì.

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Rimuovere le regole per migliorarle

Cemento nei centri storici, deroghe al Codice degli appalti, con il rischio di minori tutele per la sicurezza dei lavoratori. Il cosiddetto Decreto Semplificazioni potrebbe produrre un bel “liberi tutti”. Anche per mafie e corruzione, mette in guardia Libera

Era il sogno di certa destra (e mica solo la destra) e ora con il governo dei migliori si sta infilando come se fosse una cosa normale. Del resto l’aveva già detto il ministro Cingolani che il cosiddetto Decreto Semplificazioni sarebbe stata «un’accelerata» e quando questi usano il vero “accelerare” (o “snellire”) vogliono sempre dire, senza avere il coraggio di dirlo, che ci si prepara a un bel “liberi tutti”.

Così nella bozza che gira del decreto (44 articoli in 45 pagine) c’è spazio per il cemento anche nei centri storici, un sogno che non avrebbero potuto osare nemmeno i governi più arditi: «Nelle zone omogenee A, nei centri e nuclei storici consolidati» e altre aree «di particolare pregio storico e architettonico» si potrà ricostruire anche con «ampliamenti fuori sagoma o innalzamento dell’altezza» purché «nei limiti delle distanze legittimamente preesistenti».

Poi c’è il famoso capitolo sugli appalti che prevede uno snellimento che torna utilissimo alle mafie (e pensare che hanno smesso da qualche ora di commemorare Falcone). Lo spiega benissimo Libera: «I contenuti delle bozze del decreto semplificazioni sul codice degli appalti suscitano grande preoccupazione. Nel provvedimento si prevede una proroga fino al 2026 delle deroghe al Codice degli appalti, con un ulteriore innalzamento delle soglie per affidamenti diretti senza gara. La pericolosa logica emergenziale della “fuga dalle regole” allarga così il suo raggio di applicazione e si estende all’intero arco temporale di gestione dei fondi del Piano nazionale di ripresa e resilienza. Torna nella bozza il cosiddetto “appalto integrato”, in cui progettazione ed esecuzione dei lavori sono oggetto della stessa gara e quindi affidati allo stesso aggiudicatario, con una pericolosa commistione di ruoli che depotenzia la funzione pubblica di programmazione e controllo. Per le opere del Recovery viene infatti abrogato il divieto di affidamento congiunto previsto dal Codice degli appalti e l’aggiudicazione può avvenire sulla base del criterio del prezzo più basso. Un meccanismo dagli effetti negativi ben noti: deresponsabilizzazione delle stazioni appaltanti da un lato, dall’altro gli incentivi per le imprese a recuperare sui costi con accordi collusivi, perizie suppletive e varianti d’opera, oppure allentando le tutele alla sicurezza dei lavoratori. Illudersi di velocizzare le procedure per questa via è una strategia miope e rischiosa, che apre la strada ad una liberalizzazione di fatto potenzialmente criminogena delle gare d’appalto, un vero e proprio “liberi tutti” per mafie e corruzione».

Liberalizzare l’utilizzo senza limiti dei subappalti è il sogno recondito delle mafie da qualche decennio e, volendo ben vedere, cozza anche con la retorica sui morti di lavoro che ci ha pervaso fino a qualche settimana fa. Ma il punto di fondo è sempre quello: se si è incapaci di migliorare le regole togliere quelle esistenti non sembra proprio un’idea degna dei migliori. Proprio no.

Buon lunedì.

(nella foto un cantiere dove si è verificato un incidente sul lavoro, Roma, 20 luglio 2020)

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La sinistra ha scaricato Mimmo Lucano dopo averlo usato per propaganda e feticcio

Che il processo a Mimmo Lucano sia un processo con un’importante componente politica lo si può leggere tranquillamente tra le parole della requisitoria con cui la Procura di Locri ha chiesto 7 anni e 11 mesi di carcere per l’ex sindaco di Riace che si aggiungono ai 4 anni e 4 mesi chiesti per la sua compagna: se i pm si sono premurato di ribadire che non hanno subito condizionamenti dalla politica significa che sono ben consapevoli di inserirsi nella disputa tra chi vede l’accoglienza (qualsiasi modello di accoglienza) come una perdita di tempo e di risorse che non ci possiamo permettere e chi invece crede che l’integrazione (qualsiasi modello di integrazione) come una possibile soluzione degli inevitabili (e storici) flussi migratori.

Forse si continua a fare troppo poco caso alla leggerezza con cui il procuratore Luigi D’Alessio (che insieme a Michele Permunian sostiene l’accusa per la Procura di Locri) ha dichiarato in Aula che «nel corso di questi anni si sono succeduti ben quattro governi» e di avere «personalmente anche incontrato i massimi rappresentanti di questi governi, da Renzi a Salvini» senza mai ricevere «alcuna pressione sulle indagini». Al di là della gravità di un magistrato che ritiene “pressione politica” solo un presidente o un ministro dell’Interno che gli diano consigli giudiziari senza rendersi conto delle molte altre sfumature stupisce che ai procuratori di Locri sfugga la loro stessa tesi d’accusa che fondamentalmente si basa proprio sul movente politico-elettorale come impianto contro Lucano.

Innanzitutto un punto che sfugge a molti cronisti, politici, editorialisti e commentatori: nel processo che si sta svolgendo non c’è mai stata traccia di nessun arricchimento personale dell’ex sindaco. Non ci sono soldi, non c’è un solo centesimo che avrebbe potuto spingere l’ex sindaco a compiere i presunti reati di cui è accusato. Quando leggete qualcuno che cita Riace come “business” dei migranti invitatelo a leggere le carte di questo processo, ad ascoltare la risposta degli investigatori al giudice che gli chiese se esistevano indizi contro il sindaco per uno specifico fine di avvantaggiare sé stesso: «se parliamo da un punto di vista economico, no»· Secondo la tesi dell’accusa Lucano avrebbe fatto quello che ha fatto per candidarsi alle elezioni politiche del 2018 e alle elezioni europee. Peccato che questo non sia accaduto e quindi il processo (a meno che sia alle intenzioni) potrebbe già chiudersi qui.

È vero però che certa politica di certa sinistra ha evidentemente scaricato Lucano da un po’, avendolo presumibilmente usato per propaganda e per feticcio da candidare piuttosto che esempio di modello di accoglienza. Volendo pensare male si potrebbe osservare come dal momento in cui Lucano ha comunicato di candidarsi con la liste di Luigi de Magistris per le prossime elezioni regionali in Calabria anche i partiti che lo hanno osannato a lungo si sono improvvisamente “raffreddati”, sempre per quella brutta abitudine di sventolare una faccia riconoscibile piuttosto che impegnarsi per gli ideali che rappresenta. Eppure dovrebbe essere proprio la sinistra a interessarsi di un pro-cesso che vorrebbe definire illegali le buone pratiche di cui ha parlato tutto il mondo, dovrebbe essere proprio la sinistra a seguire con attenzione i risvolti giudiziari che possono diventare stimolo per nuove e migliori leggi per praticare ciò che professa. Altrimenti potrebbe sorgere il dubbio che Lucano sia stato icona utile solo finché era candidabile nella propria scuderia. Sarebbe triste è terribilmente “politico” anche questo, se ci pensate.

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Beati i primi se li difendono persino gli ultimi

Ci deve essere nascosto in qualche parte un manuale con i segreti per diventare ricchi con un capitolo interamente dedicato al dovere di “sentirsi ricchi come primo passo per diventarlo” oppure devo essermi perso, per un’assenza, quella lezione a scuola in cui ci hanno insegnato che “leccare i ricchi” sia una forma di “riccanza omeopatica” che procura un misterioso piacere. È l’unica spiegazione possibile al riflesso pavloviano che si innesca ogni volta che qualcuno (sempre con quella faccia contrita come se stesse pronunciando una bestemmia) si permette di avanzare l’ipotesi di tassare l’1% ricco della popolazione e viene attaccato alla giugulare da quell’altro 99% che pure avrebbe solo da guadagnarci, che potrebbe perfino essere gratificato da una misura del genere eppure non riesce a trattenersi dalla difesa corporativa di un ceto che non è il suo.

Se i poveri difendono le ragioni dei ricchi invece di non essere più poveri allora la lotta di classe è finita

«Finché c’è in giro un solo ricco che rischia di essere tassato non mi sentirò mai completamente libero» è il nuovo comandamento morale che si è infilato nella narrazione imperante; è l’evoluzione successiva al fingersi ricco per bullarsi al bar del paesello (una roba che fa tanto Anni 80) che poi si è evoluto nel professarsi in qualche esotica vacanza inventata sul proprio profilo Facebook, che poi si è evoluto nelle foto da sboroni su Instagram e che ora è sfociato nel diventare sindacalisti dei ricchi per lasciare intendere di avere un appartamentino da un milione di euro che la nonna si prepara a lasciare in eredità. Non c’è che dire: se l’egemonia culturale è la propagazione artefatta di una chiave unica di lettura allora i poveri che ragionano come i ricchi (senza nemmeno pretendere furiosamente di non essere più poveri) è la chiara, definitiva vittoria della lotta di classe. Hanno vinto loro.

Gli aiuti economici per i poveri sono volgari ‘sussidi’, quelli riservati ai ricchi scintillanti ‘incentivi’

Per carità, che i ricchi si ingegnino per difendersi è un atteggiamento naturale e comprensibile, partiti e associazioni nascono per salvaguardare gli interessi di una precisa parte di persone dalla notte dei tempi, e che si ingegnino per proporre espedienti culturali è una componente delle strategia generale: non è un caso che qui dalle nostre parti da anni gli aiuti economici dati ai poveri vengano volgarmente chiamati sussidi (da pronunciare con con uno schifato sputacchiamento incorporato) mentre i soldi ai ricchi si siano meritati lo scintillante appellativo di “incentivi”. Anche la reazione dell’arco parlamentare era prevedibile: diventa sempre più attuale l’analisi che Noam Chomsky fece degli Usa e che vale anche qui, di un parlamento in cui c’è solamente un partito, il business party, diviso in varie fazioni per garantire il pluralismo formale, che sempre più spesso tutela gli interessi di una minoranza con politiche che vengono rivendute come soluzioni ai problemi di tutta la società.

L’indignazione per una normale tassa di successione fotografa un Paese che non ha concordanza con i numeri reali

Ma la levata di scudi contro il Reddito di cittadinanza affiancata alla popolosa indignazione per una normale tassa di successione fotografa un Paese che non ha nessuna concordanza con i numeri reali: o siamo un popolo di ricchi a nostra insaputa oppure si è incastrato qualche meccanismo di percezione della realtà. Oppure, più semplicemente, siamo ingolfati da una masnada di editorialisti che al pari di Marcello Sorgi possono andare in scioltezza in televisione e dire piacioni: «Chi di noi non ha vissuto in una casa da un milione di euro?». Senza nemmeno temere uno scapellotto dal Paese reale che viene evocato in ogni editoriale di imbiancati opinionisti rinchiusi nella torre d’avorio.

Le barricate della politica alla proposta vagamente di sinistra scappata a Enrico Letta

Così si chiude questa settimana in cui ogni utente Twitter ha avuto la sua occasione di quindici minuti di fama accolto nell’esercito di quelli che ha sempre sognato di riuscire a frequentare. Enrico Letta, a cui è scappata per distrazione una proposta vagamente di sinistra, si è ritrovato a difendersi anche dal fuoco amico (deve essere nel karma di Letta, è evidente).

Il resto è il solito gioco di tutte le settimane: Salvini ha risposto con una bella foto in cui beve una spremuta condita da un intenso ragionamento politico («Per me spremuta d’arancia, per Letta spremuta di tasse … Buon venerdì Amici»), nel Pd qualcuno ha puntualizzato che l’imposta di successione è solo un’idea per il governo successivo (dimenticandosi di buttare un occhio ai sondaggi), Draghi ha fatto il Draghi. Ma il capolavoro deve essere avvenuto nella testa del presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana che avrà sicuramente dormito malissimo all’idea di dover pagare un’imposta di successione a sua insaputa. Buon fine settimana.

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L’odio disumano contro Luna, la volontaria che ha osato abbracciare un migrante

È così ogni giorno di più, dentro una gola in cui si è scivolati usando le parole come coltelli e fingendo di non sapere che le parole contribuiscono a creare un clima. Viene difficile perfino scriverlo, che una foto di una volontaria della Croce Rossa, Luna Reyes a Ceuta, ha incendiato un conato di odio, di offese, di cattivismo e di minacce.

Siamo in questo tempo qui, in cui un abbraccio di una volontaria e un derelitto appena scampato dal mare provoca le reazioni isteriche di una società incivile e incattivita, in giro tutto il giorno con i denti di fuori a cercare una preda più disperata di loro da poter azzannare, pensando di lenire la propria disperazione.

“Vedeva che stavano ributtando in acqua gli altri e voleva uccidersi. L’ho cercato di calmare, continuava a piangere… gli ho dato dell’acqua”, ha spiegato Reyes alla televisione Rtve.

Luna Reyes è stata sommersa dall’odio e dalle minacce, costretta a scappare dai social per non soffocare con tutta quella merda che le è arrivata addosso. Soccorrere un bisognoso sta scritto nelle Costituzioni di tutto il mondo, sta scritto nei testi sacri di tutte le religioni ed è un categorico imperativo morale che viene ripetuto in tutte le buone educazioni, eppure questo è il tempo in cui essere umani già significa avere esagerato con la bontà, con il “buonismo” come lo chiamano i feroci falliti che bevono odio perché solo nell’odio riescono a racimolare una propria identità.

Questo nostro tempo sarà ricordato come l’epoca dei lupi, lupi affamati che ringhiano in gabbia pregando che un nemico riempia il loro stomaco, che abbaiando passi la loro paura. E per perdonarci istituiremo ancora più giornate della memoria. Ululeremo una giornata della memoria al giorno per sentirci assolti.

Bisognerete avere anche il coraggio di dirci che questi odiano i disperati perché sono disperati che sperano di evitare di guardarsi, calpestando le disperazioni degli altri. Si consolano professando una Patria che non esiste, per loro solo l’Io è la loro patria, rancidi in un sovranismo che è largo al massimo lo spazio che c’è tra il loro stomaco e i loro sfinteri.

Odiano il bene perché sono incapaci di farlo, di elaborarlo, di pensarlo e rantolano nella loro miseria che possono solo sputare sotto forma di odio. Se questo è un tempo in cui un abbraccio riesce a sollevare tutta questa marea nera, però, significa anche che con gesti minimi ci si può prendere la responsabilità di fare la propria parte in questa battaglia. Pensateci: è anche un’occasione per parteggiare facilmente, decidere da che parte stare, basta un abbraccio.

Leggi anche: Il soccorritore del neonato a Ceuta: “Era gelato e pallido, non sapevo se fosse vivo o morto”

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La volpe a guardia del pollaio

Il governo promuove il “console fascio-rock” Mario Vattani ad ambasciatore a Singapore. Il Colle si smarca, l’Anpi protesta e otto deputati chiedono conto alla Farnesina

Al governo dei migliori è scappato un diplomatico di simpatie neofasciste nominato ambasciatore a Singapore. La decisione ricade sul ministro Luigi Di Maio ed è controfirmata dal Presidente della Repubblica anche se dal Quirinale si affettano a dire che si tratta semplicemente di “un passaggio formale” su una decisione del governo.

Lui è Mario Vattani, figlio di quell’Umberto che fu ambasciatore in Belgio e Germania poi consigliere del primo ministro Andreotti ed ex segretario generale per la Farnesina (sempre per quella vecchia storia che non esiste il familismo e che la diplomazia premia il merito) e nel maggio del 2011 venne ripreso mentre nelle vesti di Katanga (il suo nome d’arte) si esibì con il gruppo Sottofasciasemplice a una festa di CasaPound. Fu un trionfo, non c’è che dire: rispose al saluto romano del suo pubblico fascista, bandiere nere, “camerata presente!” e quelle altre solite cose così e nelle sue canzoni urlacciava versi contro i pacifisti e i disobbedienti, tipici del Ventennio fascista.

Era già ambasciatore nel 2011 (venne ribattezzato “console fascio-rock”) a Osaka ma se è vero che il ministro di allora Frattini lo salvò il suo successore Giulio Terzi lo richiamò con effetto immediato a Roma, lo deferì alla commissione disciplinare e si ebbe la sensazione che Vattani non avrebbe più rappresentato all’estero quella Repubblica che schifava con tanto ardore. Ci furono una serie di cause con lo Stato finché l’allora direttrice generale per le risorse umane Elisabetta Belloni (oggi a capo dei Servizi segreti italiani) gli diede un incarico di coordinatore per i rapporti tra Unione Europea e Paesi dell’Asia Pacifico.

Ora il colpo di scena: Vattani riprende a sorpresa il suo ruolo di ambasciatore meritandosi un’interrogazione di 8 deputati che non hanno perso la memoria (eccola qui). Ha perfettamente ragione l’Anpi quando dice: «Mandare Vattani a Singapore è come mettere la volpe a guardia del pollaio – lo scrive il presidente Gianfranco Pagliarulo – perché a Singapore rappresenta la Repubblica, quella che nel nel famoso concerto promosso da CasaPound dieci anni fa Vattani definiva fondata sui valori “degli epuratori, della violenza, del tradimento e sulla lotta armata fatta da banditi e disertori, dinamitardi e bombaroli”»

Attendiamo curiosi la risposta.

Buon venerdì.

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