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Salvini non ha ancora trovato un minuto per spiegarci cosa pensa dei conti in Svizzera di Fontana

Dunque ci soni altri due conti in Svizzera da cui transita qualche milione di euro del presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana e ancora una volta, come è già accaduto per un conto corrente sempre svizzero qualche mese fa, il presidente leghista assume l’indegna posizione difensiva di quello che non sapeva.

Siamo ancora di fronte all’ennesimo caso di insaputismo, questa malattia tutta italiana che infetta pezzi importanti della nostra classe dirigente che hanno la sfortuna di ritrovare proprietà immobiliari e mobiliari che non sapevano di avere, un terribile complotto che li incastra arricchendoli di nascosto. Poveretti, che vita impossibile che si ritrovano a fare, tutta la nostra solidarietà.

La vicenda è oltremodo curiosa perché Attilio Fontana da mesi sta dipingendo la madre come una sprovveduta pensionata che non aveva idea di come maneggiare i propri soldi e quindi si deve immaginare che qualcuno (anche questo senza che Fontana lo sapesse) si sia preso la briga di spostare quai 6 milioni di euro su cinti svizzeri schermati da due trust è da una fondazione familiare in Liechtenstein. Dai, dite la verità, chi di noi non ha un amico che per caso scopre di avere trust e fondazioni per schermare la pensione della mamma.

Un altro punto che continua a sfuggire è il silenzio di Fontana sulla provenienza di quei soldi che il presidente vorrebbe fare passare come il normale gruzzoletto della madre pensionata: peccato che secondo la Procura non sia una cifra giustificabile dall’attività professionale della madre e per questo il leghista è indagato per autoriciclaggio è falso in voluntary. 

Ma da sottolineare c’è anche l’ostinato, vigliacco è vergognoso silenzio di Matteo Salvini, l’uomo che trova ogni giorno il tempo per dire la sua su qualsiasi minimo ma utile caso di cronaca, quello che quotidianamente rilancia sornione qualche prodotto culinario, quello che trova perfino il tempo di rilanciare qualche dichiarazione di qualche artista semiscomparso se gli torna utile e invece non ha ancora trovato un minuto per spiegarci cosa pensa di Attilio Fontana, cosa pensa di un presidente di Regione che ha soldi e conti correnti a sua insaputa, come giudica un politico con una disponibilità economica che non riesce a giustificare, cosa pensa di una regione guidata da chi non ha contezza nemmeno dei propri affari domestici e dovrebbe risolvere quelli di milioni di cittadini.

Su Fontana Salvini ha perso la lingua e ogni giorno il suo silenzio diventa sempre più imbarazzante. Lui lo sa ma non sa come uscirne.

Leggi anche: Crisi di governo, battaglia sugli sbarchi e mojito: la prevedibile estate di Salvini per inseguire la Meloni

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A proposito di accanimenti giudiziari

Archiviata l’inchiesta sulla comandante Carola Rackete, tra i commenti scandalizzati dei giornali di certa destra sovranista. Un fatto è certo: in questi ultimi anni abbiamo assistito a un crescente tentativo di criminalizzazione della solidarietà, ma se mettiamo in fila i processi imbastiti contro le Ong vediamo che non c’è stata nessuna condanna

Se avete del tempo da buttare via fatevi un giro sulle pagine dei quotidiani e dei siti di certa destra sovranista e patriottica (sì, lo so, ci vuole stomaco forte ed è sconsigliato di prima mattina) e leggete gli articoli scandalizzati per l’archiviazione di Carola Rackete. Il procuratore Luigi Patronaggio ieri, 19 maggio, ha chiesto l’archiviazione perché la comandante avrebbe agito per stato di necessità: aveva il «dovere di portare i migranti in un porto sicuro», non potendo più garantire la sicurezza a bordo delle 42 persone soccorse 17 giorni prima, e che l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini non voleva far sbarcare. Per i giornalisti cantori di Salvini e Meloni la comandante ovviamente è stata “salvata”, “graziata” o peggio “premiata”: ovviamente nessuno di loro è sfiorato dal dubbio che l’applicazione della legge preveda il dovere di salvare le persone e di portarle in luogo sicuro. Ne scriviamo da anni ma non gli entra proprio in testa.

Eppure se ripensate al rumore di fondo sembra che siano state decine le Ong e gli equipaggi condannati per irregolarità durante le operazioni di soccorso, continuando a confondere le accuse con le sentenze, gli articoli con le condanne.

Un fatto è certo: abbiamo assistito in questi ultimi anni a un crescente tentativo di criminalizzazione della solidarietà che ha accompagnato una certa retorica cattivista e se mettiamo in fila i processi imbastiti con i risultati (non) ottenuti sono numeri che fanno spavento.

A aprile 2017 Sea Watch viene accusata di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina dalla Procura di Palermo. Nel giugno del 2018 arriva l’archiviazione.

A maggio del 2017 sempre per lo stesso reato vengono indagate e accusate le Ong Open Arms (con la nave Golfo Azzurro) e Jugend Rettet. Anche in questo caso a giugno del 2018 subentra l’archiviazione.

Ad agosto del 2017 le Procure di Catania e di Trapani accusano di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e di associazione a delinquere la Ong Jugend Rettet con la nave Iuventa. La nave è sotto sequestro da 43 mesi (43!). Nel 2018 è stata stralciata l’associazione a delinquere.

A marzo 2018 tocca a Open Arms, vengono indagati il capitano e altri 2 membri dell’equipaggio per favoreggiamento immigrazione clandestina (a Ragusa) e associazione a delinquere (a Catania). Nave sequestrata e poi dissequestrata. Indagine archiviata a Catania nel maggio del 2019.

A novembre 2018 tocca a MSF/SOS Med (con la nave Aquarius) accusata di traffico illecito di rifiuti a Catania. 

A gennaio 2019 Sea-Watch (con la nave Sea-Watch 3) viene accusata di favoreggiamento immigrazione clandestina. Archiviata.

Marzo 2019: la Ong Mediterranea (con la nave Mare Jonio) viene accusata di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e disobbedienza a ordine militare. Nave sequestrata. Com’è finita? Archiviazione.

Maggio 2019: sempre Ong Mediterranea con la loro Mare Jonio, sempre la solita accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. 

A maggio del 2019 viene accusata anche Sea-Watch (Sea-Watch 3) sempre per lo stesso reato.

A giugno 2019 Sea-Watch (Sea-Watch 3) viene accusata di nuovo. È il processo archiviato ieri.

A luglio 2019 tocca a Mediterranea (nave Alex): nave sequestrata a luglio e dissequestrata a febbraio dell’anno successivo.

Ad agosto del 2019 tocca a Open Arms: accusata di rifiuto e omissione di atti d’ufficio. Sequestro della nave e poi dissequestro.

A settembre 2019 tocca a Mediterranea (Mare Jonio) e Mission Lifeline (Eleonore): navi sequestrate e dissequestrate. Accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Poi ci sono 6 (6!) fermi amministrativi senza nessuna accusa penale.

Poi c’è la vicenda della Mare Jonio a marzo del 2021 con l’accusa di favoreggiamento immigrazione clandestina e pagamento di 125.000 euro per prendere a bordo migranti da Maersk Etienne (Procura di Ragusa).

Condanne? Nessuna. Dal 2017 sono state almeno 20 le inchieste contro Ong: 8 archiviazioni. 2 rinvii a giudizio. Nessuna condanna.

Ognuno può trarre le sue conclusioni.

Buon giovedì.

(grazie a Ispi per la raccolta dei dati)

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L’operaio “fantasma” morto in un cantiere in Val Cavragna: 3 anni dopo in cinque a processo


La storia di Zyber Curri, operaio kosovaro di 48 anni morto in un cantiere di una centrale idroelettrica in Val Cavragna nel dicembre 2018. Per anni è stato un “fantasma”: era assunto per un’azienda che non figurava nell’appalto e non si capiva cosa ci facesse nel cantiere. A tre anni di distanza sono però cinque gli imputati al processo per la sua morte.
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Se fa più discutere la Azzolina su Twitter che il vitalizio al condannato Formigoni

Il miracolo dell’ipocrisia e del benaltrismo nel dibattito politico italiano oggi raggiunge vette notevoli con le anime belle dei politici nostrani che sanguinano per un brutto verbo usato da una ex ministra in un tweet. Chissà cosa penseranno di noi tra decenni quando recupereranno le pagine dei nostri giornali e vedranno che, nel giorno in cui il Parlamento ha deciso di riassegnare il vitalizio ai senatori pregiudicati, il dibattito si è spostato sullo “scatarrare” scritto in un singolo post di un singolo personaggio politico.

Il tema di cui ci sarebbe da discutere è quel voto del berlusconiano Vitali, dei leghisti Sepe e Grassi (un ex 5 Stelle, tanto per rimpolpare la farsa) che hanno battuto quelli contrari di Fratelli d’Italia e del Pd, cancellando di fatto la delibera con cui nel 2016 Pietro Grasso aveva eliminato la rendita per i senatori con condanne superiore ai due anni.


Gli inorriditi di queste ore si stracciano le vesti per lo “scatarro” di Azzolina ma trovano del tutto influente la corruzione di Roberto Formigoni, che tolse milioni di euro ai malati lombardi per i suoi sollazzi (lo spiegò bene il pm durante il processo). E, poiché nella stragrande maggioranza soffrono di una codardia cronica, non si assumono la responsabilità di spiegare perché dovrebbe essere un diritto ricevere un vitalizio da uno Stato che si è frodato, ma ci tengono a sottolineare come il problema italiano sia l’ecologia lessicale di Azzolina.

A proposito, osservate: quelli che si allarmano per il verbo “scatarrare” sono gli stessi che dicono che difendono il diritto di dire le peggiori cose sui gay, sono sempre loro.

Qualcuno invece la butta sul diritto: “Perché un operaio detenuto continua a ricevere la pensione (che poi non è esattamente così) e Formigoni no?”, ci chiedono. Benissimo: allora perché Formigoni non restituisce in solido i soldi di cui si è appropriato e che ha fatto perdere allo Stato? Qui non rispondono.

E poi: “Che faranno questi poveri senatori che non hanno soldi per vivere?”, dicono. Semplice: se davvero hanno i requisiti di povertà che sventolano (ma non è quasi mai così) potranno accedere agli strumenti sociali che sono a disposizione per gli altri cittadini, no?

A proposito: è quello stesso reddito di cittadinanza (e altro) contro cui questi stessi politici si scagliano. Ma non sentite l’insopportabile odore di ipocrisia in questa levata di scudi di amici degli amici? Vi rendete conto dell’enorme macchia di cui si dovrebbe parlare? Altro che Azzolina.

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Perché il processo a Mimmo Lucano è “politico”

L’inchiesta non é riuscita a dimostrare che Lucano si sia appropriato di un singolo centesimo con l’accoglienza dei migranti. Dunque la Procura di Locri ha estratto dal cilindro l’inconsistente ipotesi del movente politico-elettorale

Alla fine arriverà la sentenza e da lì potremo provare a trarre alcune conclusioni ma il processo “Xenia” a Mimmo Lucano sulla gestione dei progetti di accoglienza dei migranti a Riace presenta alcune singolarità che vale la pena raccontare, almeno per diradare la nebbia che certi giornali stanno spostando in giro, trasformando come al solito le richieste di condanna dei pm in una sentenza, basandosi su un’ignoranza giudiziaria che torna comoda a chi fomenta la politica con il tintinnare di manette.

Primo aspetto curioso, fuori dal tribunale di Locri: i sempiterni garantisti su Lucano appaiono piuttosto timidi, svelandosi ancora una volta garantisti a fase alterne, garantisti con gli amici e indifferenti (se non addirittura giustizialisti) con i nemici, tanto per rimarcare ancora una volta quanti danni al garantismo abbia fatto la collusione travestita da garantismo.

Il procuratore Luigi D’Alessio (che ha aperto con il pm Michele Permunian la requisitoria con cui la Procura di Locri ha richiesto 7 anni e 11 mesi di carcere per l’ex sindaco di Riace e 4 anni e 4 mesi alla sua compagna Lemlem Tesfahun) ci ha tenuto a spiegarci che questo non è un processo politico: «Nel corso di questi anni – ha detto intervenendo in aula – si sono succeduti ben quattro governi. Personalmente ho anche incontrato i massimi rappresentanti di questi governi, da Renzi a Salvini, ma mai è venuta alcuna pressione sulle indagini». Fingiamo di non essere interessati ai contenuti degli incontri del pm con Renzi e Salvini e vediamo invece quale sarebbe secondo la procura il movente di questi terribili reati. I soldi? No, evidentemente no. Inchiesta e processo non sono riusciti nemmeno lontanamente a dimostrare che Lucano si sia appropriato di un singolo centesimo.

E allora? In netta difficoltà la Procura ha estratto dal cilindro l’ipotesi del movente politico-elettorale. Già nell’ottobre 2019 il colonnello Sportelli, in mancanza di soldi, aveva fatto intendere che l’idea di Lucano fosse quella di candidarsi alle elezioni politiche del 2018 (come se candidarsi da liberi cittadini poi fosse un reato) e quindi non perdere voti. Sentito in aula il colonnello elencò i terribili poteri forti dietro a Lucano: i voti dei Tornese (una famiglia di Riace), dell’associazione Riace Accoglie e della cooperativa sociale Girasole. In effetti se ci pensate tutti voti indispensabili per arrivare in Parlamento. Ma quale sarebbe la “prova”? Una telefonata di Lucano a suo fratello in cui tra le altre cose dice «quasi quasi mi candido». Capito che diabolico disegno? Ma c’è un altro punto sostanziale: Lucano ha rifiutato candidature alle elezioni europee e alle elezioni politiche e poiché non si possono processare le intenzioni il disegno della Procura è miseramente caduto. E quindi? Lo scorso aprile il pubblico ministero Michele Permunian ha un’illuminazione quando legge un’intervista in cui Lucano annuncia la sua candidatura nella lista di De Magistris per le prossime elezioni regionali in Calabria: «L’annunciata candidatura alle regionali di Mimmo Lucano nella lista di Luigi De Magistris confermerebbe le sue reali ambizioni politiche», dice l’accusa. In pratica la candidatura di oggi dovrebbe dimostrare la bontà delle intercettazioni di anno fa che non hanno retto alla prova dibattimentale. Una tesi che sembra un delirio: non si processano gli atti contestualizzati e circoscritti ma si processa la personalità dell’imputato e, di rimbalzo, la sua visione politica.

C’è un altro pezzo che molti giornali si sono dimenticati di raccontare: Lucano è sotto processo pure per abuso d’ufficio, truffa, falsità ideologica, turbativa d’asta, peculato e malversazione a danno dello Stato, tutti reati per i quali il gip Domenico Di Croce, nell’ottobre 2018, aveva rigettato la richiesta di arresto della Procura sottolineando «la vaghezza e la genericità del capo d’imputazione». Nell’aprile 2019 la Cassazione aveva ripreso la Procura anche sui “presunti matrimoni di comodo” tra immigrati e cittadini italiani che sarebbero stati “favoriti” dal sindaco. Nel fascicolo del processo, aprite bene le orecchie, non c’è un solo matrimonio celebrato a Riace. Ce n’è uno bloccato proprio da Lucano. L’accusa «poggia sulle incerte basi di un quadro di riferimento fattuale non solo sfornito di significativi e precisi elementi ma, addirittura, escluso da qualsiasi contestazione formalmente elevata in sede cautelare», scrive la Cassazione. Il Riesame di Reggio Calabria, da canto suo, scrisse di «quadro indiziario inconsistente» e «un’assenza di riscontri alle conclusioni formulate dall’ufficio di Procura, fondate su elementi congetturali o presuntivi».

Un altro punto: il giudice Fulvio Accurso durante il processo ha chiesto più volte agli investigatori se ci fosse indizi del fatto che l’accoglienza a Riace fosse portata avanti «per lo specifico fine di avvantaggiare sé stesso», cioè di Lucano. La risposta degli investigatori è netta: «Se parliamo da un punto di vista economico, no»·

Ecco, vedete che raccontato così ha tutto un altro aspetto questo processo? Attendiamo la sentenza.

Buon mercoledì.

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Questi numeri dimostrano che l’Italia ha drammaticamente bisogno di una legge contro l’omotransfobia

Finita la festa, forse sarebbe il caso di tornare di corsa all’urgenza politica. La Giornata internazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia ricorda il 17 maggio 1990, quando l’Oms rimosse l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali ma quella di ieri è stata inevitabilmente la giornata per riflettere su quel Ddl Zan che è la risposta che ci si aspetta, finite le celebrazioni.

Ci sono i numeri, ad esempio, che qualcuno insiste a negare: Gay Help Line (la linea nazionale antiomofobia e antitransfobia per persone gay, lesbiche, bisex e trans gestito dal Gay Center) ieri ha raccontato delle 50 richieste d’aiuto che riceve ogni giorno, per un totale di 20mila all’anno. Numeri spaventosi.

Il 60% delle istanze d’aiuto arrivano da giovani tra i 13 e i 27 anni: in quella fascia d’età uno su due ha subito moderati o gravi problemi in famiglia dopo il coming out. Si arriva addirittura al 70% per quelli che hanno rivelato l’identità di genere.

Il 36% dei minorenni ha ottenuto come reazione la reclusione all’interno delle mura domestiche, tentativi di “conversione” e violenza verbale e fisica. Le notizie che leggiamo sui giornali sono solo uno squarcio della realtà: il 17% dei maggiorenni che si sono dichiarato ha perso improvvisamente il sostegno economico della famiglia.

A tutto questo, poi, si è aggiunta la pandemia che ha moltiplicato le minacce ricevute (dall’11% al 28%) e le discriminazioni sul lavoro (dal 3% al 15%) contribuendo al fenomeno della rinuncia a denunciare. Perché su questo tema bisognerebbe avere il coraggio anche di smettere di considerare le denunce come unica fotografia possibile della realtà.

Il progetto di raccolta dei casi di violenza omofobica e transfobica verificatisi in Italia dal 2012 ad oggi, raccolti da Massimo Battaglio nell’ambito del progetto “Cronache di ordinaria omofobia”, ha messo in fila, dal 2013 al 5 ottobre 2020, 876 casi di omo/transfobia per un totale di 1.166 vittime e quasi quotidianamente se ne registrano di nuovi. E questo è solo l’emerso.

Nella Rainbow Map elaborata ogni anno da Ilga-Europe, che valuta le leggi e le politiche in favore delle persone Lgbti (con Malta in testa con un punteggio del 94%), l’Italia sta tra gli ultimi (con il 22%) mentre la media europea è del 60% (Portogallo 68%, Finlandia, Spagna e Svezia 65%).

I diritti si celebrano principalmente innestando nuove politiche e, guardando i numeri, ci si continua a chiedere cosa si stia aspettando a votare una legge che è lì, pronta, per farci fare un passo in avanti.

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Silenzio libera tutti

Si vede da lontano lo sforzo di Draghi di non essere “di nessuna parte” per non interferire nel minuzioso lavoro di chi lo vorrebbe prossimo presidente della Repubblica

«Non ho fatto una scelta sul nome del futuro presidente della Repubblica. Se Draghi diventasse presidente si andrebbe a votare, ma non ho elementi per dire che Fratelli d’Italia potrebbe sostenerlo. Cerco di valutare la sua figura, sicuramente autorevole, e dico che l’autorevolezza è una bella cosa ma va esercitata. All’interno del governo mi pare che Draghi penda di più dall’altra parte»: parole di Giorgia Meloni, aspirante leader del prossimo centrodestra, intervistata da Lucia Annunziata durante una delle sue tante ospitate in questo tour che sa molto di “operazione simpatia” per “normalizzare” anche la destra peggiore e per erodere i voti pop all’alleato Salvini.

Draghi pende un po’ a sinistra, secondo Giorgia Meloni che così puntella il presidente del Consiglio e lo sforzo di Draghi di non essere “di nessuna parte” per non interferire nel minuzioso lavoro di chi lo vorrebbe prossimo presidente della Repubblica si vede anche da lontano. Cosa sceglie Draghi per piacere a tutti? La via più facile, quella più naturale per chi ha interesse a non disturbare gli equilibri: il silenzio.

Così mentre ieri il presidente Mattarella ha celebrato la Giornata internazionale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia spiegando in un comunicato che «le attitudini personali e l’orientamento sessuale non possono costituire motivo per aggredire, schernire, negare il rispetto dovuto alla dignità umana» a Draghi invece non esce nessuna parola. «Ci sarebbe piaciuto che l’avesse detto anche il presidente del Consiglio, Mario Draghi. Mancano ancora un po’ di ore», ha detto ieri il presidente onorario di Arcigay Franco Grillini. Speranza vana.

Stesso silenzio sulla situazione israelo-palestinese, su cui Draghi balbetta finendo schiacciato sulle posizioni americane. Mentre i leader dei Paesi di tutto il mondo almeno si prendono il disturbo di dire qualcosa, seppure spesso con frasi di circostanza, Mario Draghi non dice per non scontentare nessuno illudendosi di accontentare tutti. Eppure è lo stesso Draghi che aveva orgogliosamente indicato Erdogan come dittatore: su Tel Aviv e Gerusalemme nulla. Stesso silenzio sulla possibile riforma della giustizia.

Fin dall’inizio ci siamo permessi di notare (e provare a fare notare) che questo governo sarebbe stato talmente ampio da risultare impolitico. Tocca perfino dare ragione a Salvini quando lascia intendere che questo governo, pur avendo l’appoggio di quasi tutti, non potrà fare le riforme. «Intanto  le riforme sono un problema di sistema, non tanto e solo Draghi. Poi, essendo questioni squisitamente politiche è difficile portarle avanti in una coalizione così indeterminata politicamente. Vanno fatte riforme di destra o di sinistra? Le differenze tra le posizioni dei partiti sono evidenti. O diciamo che esiste una visione che va bene a tutti oppure accettiamo l’esistenza di posizioni diverse che andrebbero legittimate dal voto», spiegava ieri il politologo Piero Ignazi in un’intervista a Huffington Post.

Mario Draghi è come quel compagno di liceo, che quasi tutti abbiamo avuto, che risultava misterioso perché non parlava mai e nessuno si accorgeva che non avesse niente da dire oppure che senza parlare avrebbe potuto essere potenzialmente d’accordo con tutti. Qualcuno scambia il silenzio per autorevolezza e applaude alla politica del presidente amministratore delegato che lascia la comunicazione all’ufficio marketing. E chissà se qualcuno prima o poi si accorgerà che questo governo, con il piano vaccinale che ora sembra a regime e con i compiti ben fatti già spediti all’Europa, sembra essere sul punto di esaurire il suo mandato. Per la gioia di Meloni e Salvini.

Buon martedì.

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Legittima difesa?

Una semplice domanda. Di fronte ai civili palestinesi uccisi, di cui molti erano bambini. E di fronte alla distruzione da parte di Israele della torre Al Jala a Gaza che ospitava giornalisti e media internazionali

Questo non è un articolo per infiammare il tifo di Israele o della Palestina (in questo cronico errore di confondere i due popoli con i loro governi, di confondere la violenza di Hamas e di Netanyahu con i loro due popoli), questa è una semplice domanda.

Dall’inizio degli scontri il conto dei morti (fino a ieri) era di almeno 174 palestinesi. Times of Israel ieri sera scriveva che sarebbero almeno 47 i bambini uccisi. Ci sono 1.200 palestinesi feriti.

Sami Mshasha, direttore delle Relazioni esterne dell’Unrwa, l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi che dal 1949 opera sul territorio ha raccontato: «Un bombardamento è accaduto nel campo di Shati. Ci sono giunte conferme che l’intera famiglia di 8 bambini e due donne sono morte nell’attacco. E ora stiamo cercando di capire quanti di loro studiavano nelle nostre scuole». Al quotidiano Domani ha detto: «I civili stanno pagando a caro prezzo questo conflitto. Ci hanno detto che molti dei bambini rimasti uccisi studiavano e studiano nelle nostre scuole, è una notizia estremamente triste e deplorevole» dice Mshasha che lancia un appello: «Chiediamo a tutte le parti coinvolte nel conflitto di fermare i bombardamenti indiscriminati nelle aree civili».

L’esercito israeliano ha abbattuto la torre Al Jala a Gaza che ospitava diversi giornalisti e le sedi delle emittenti internazionali per cui lavoravano, come Al Mayadeen, Voice of Prisoners, Doha media center, AP e Al Jazeera. Quando il proprietario della torre Al Jala, Jawad Mehdi ha chiesto al telefono con l’esercito israeliano di avere un po’ più tempo per sgomberare l’edificio l’ufficiale israeliano gli ha risposto al telefono: «È la vostra vita, non la mia, prega il Profeta». Israele dice di avere compiuto l’attacco perché il palazzo avrebbe ospitato rifugi di uomini di Hamas. Peccato che a oggi non esista nessuna prova dettagliata di quanto affermato da Israele. In compenso il portavoce delle forze armate israeliane, Jonathan Conricus, non si è limitato a parlare della presenza di Hamas all’interno della torre, bensì ha esplicitamente negato che la stessa ospitasse sedi di emittenti giornalistiche, affermazione che risulta in ogni caso falsa. Le forze armate israeliane parlano anche di uffici della Jihad Islamica, altra formazione islamista della Striscia, peraltro “in concorrenza” con Hamas. Anche in questo caso, prove, nessuna.

Ciò che è certo è che le voci che raccontano l’inferno con quel bombardamento sono state silenziate. Questo è un fatto incontrovertibile.

La domanda è: a voi sembra una difesa legittima? Proviamo a partire da qui.

Buon lunedì.

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Così le Stelle finirono sotto il Ponte

«Solo gli stupidi non cambiano mai idea», ti ripetono fin da piccolo tutti quelli che hanno appena cambiato un’idea su qualcosa che probabilmente ti riguarda, costringendoti a tirarti subito fuori dalla potenziale schiera degli stupidi e quindi anche accettare la più spudorata giravolta che avresti mai potuto immaginare. È una frase fatta (come le mezze stagioni che non ci sono più e Venezia che è bella e che non ci andresti mai a vivere) che funziona come condono tombale per qualsiasi critica possa arrivare interrompendo qualsiasi discussione sul nascere senza nemmeno bisogno di esporre una tesi, solo con un ritornello che è diventato un proverbio e chissà se il poeta James Russell Lowell avrebbe immaginato che una banalizzazione di un suo scritto sarebbe diventata la roncola con cui parecchi stupidi uccidono qualsiasi contestazione. Se ci fate caso spesso sono gli stessi che rivendicano il valore della coerenza non come costanza logica o affettiva nel pensiero e nelle azioni ma come diritto di insistere nei propri errori, e non perdete tempo per sottolineare lo strumentale utilizzo della parola, non varrebbe la pena, è sempre pericoloso rispondere a uno slogan con tentativo di ragionamento.

Cancelleri e l’ultima capriola sulla costruzione del ponte sullo Stretto

La nuova frontiera politica però si è evoluta nel diritto all’oblio, nel non dovere dare spiegazioni e nello stizzirsi nel caso in cui vengano richieste: così accade che questo 9 maggio il sottosegretario al ministero delle Infrastrutture Giancarlo Cancelleri, esponente del Movimento 5 stelle, rilasci una frizzante intervista a La Stampa in cui si dichiara favorevole alla costruzione del ponte sullo Stretto di Messina spazzando via in un attimo tutte le posizioni politiche del Movimento sul tema.

 

Quando Beppe Grillo definiva il ponte sullo Stretto una «allucinazione mentale»

Beppe Grillo nel 2015 definiva il progetto del ponte «una presa per il culo che serve al Pd per avere un argomento di cui parlare ai talk show e coprire i suoi fallimenti quotidiani, alla mafia per aprire cantieri che non vedranno mai fine e che costerà altri centinaia di milioni ai cittadini assetati», una «allucinazione mentale» e «una cosa degli Anni 70». Ma ciò che lascia ancora più perplessi sono le motivazioni che starebbero alla base di questa inversione di opinione secondo Cancelleri: il sottosegretario ci spiega che ci vorrebbero solo «dieci anni per farlo» (e quindi il problema era il tempo e non la mafia?), ha sottolineato che qui non sta sta parlando del ponte sullo Stretto «di berlusconiana memoria» (sempre per quell’infantile postura di giudicare lo spessore di un’idea in base al proponente e mica all’idea), ha scoperto che il treno «non entra nel traghetto» (questa, diciamolo, è veramente irresistibile) e poi è riuscito a ribaltare la realtà dichiarando che in Sicilia «questi voti non li abbiamo presi dicendo di no ma costruendole, le cose» (e varrebbe la pena chiederlo proprio ai siciliani, e ai piemontesi per Tav e ai pugliesi per Tap e così via).

Se il valore di ieri viene rivenduto oggi come immaturità

La giravolta è l’ennesima di una lunga serie che attraversa diverse questioni ambientali, che viene dopo il “mai alleati” con qualcuno pur avendoli passati tutti, che segue al “non più di due mandati” che è sull’orlo della cancellazione, che passa da Casaleggio come “anima del movimento” e ora semplice fornitore di servizi da scrollarsi di dosso velocemente, in un momento in cui “l’uno vale uno” cozza con un capo politico non ancora legittimato (scelto per unzione) dagli scritti che ballano in una disputa legale. La giustificazione ai cambiamenti è sempre la stessa: la Realpolitik basata su una concreta pragmaticità, rifuggendo da ogni premessa ideologica o morale, che veniva prima contestata a tutti gli altri (non era questa la diversità rivendicata dal Movimento?) e che ora viene sfoggiata come prova di maturità. Così perfino un Di Battista coerentemente critico viene bollato come uno stupido che non cambia mai idea. E qui torniamo al punto iniziale: si parte declamando la coerenza e sottolineando l’incoerenza degli altri, si finisce con l’introiettare presto i difetti dei propri avversari e quello che prima era considerato un valore viene rivenduto come immaturità e infine si scavalca se stessi a piè pari. «Dobbiamo superare i no ideologici» dice Cancelleri a proposito del ponte, invitando i suoi compagni di partito a rottamarsi. Ora manca solo l’espediente narrativo per spiegarci che la coerenza si pratica cambiando idea e poi il gioco è perfetto.

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