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L’ipocrisia degli antipopulisti che ora incensano il Draghi “premier gratis”

Mettiamoci d’accordo: il populismo che tanto viene sventolato per irridere, fiaccare e sminuire gli avversari politici è un pensiero strutturato che vorrebbe mantenere saldi alcuni valori oppure è semplicemente il bordo di un tifo che legge gli avvenimenti in base all’utilità politica?

Il punto è sostanziale perché, se il fronte (legittimo e necessario) dell’antipopulismo si prefigge l’obiettivo di evitare le strumentalizzazioni e l’ipocrisia, avrebbe bisogno almeno di un minimo di coerenza, di identità e di credibilità. Da 24 ore i media e i social si sono in ginocchiati di fronte alla decisione di Mario Draghi di rinunciare al suo stipendio di presidente del Consiglio.

Per carità, ognuno è liberissimo di farcire di merito politico le scelte di Draghi, ognuno può intravedere del talento negli atteggiamenti che gli stanno più a cuore, ma osservare coloro che attaccavano (opinione personale: giustamente) il can can sui tagli degli stipendi ai parlamentari e oggi invece contribuiscono alla claque per opportunità politica è una scena disdicevole e misera.

Di più: è lo stesso identico populismo in salsa borghesotta con spruzzi di intellettualismo di facciata. Che Draghi rinunci al suo stipendio non ha nulla di eroico, così come non è un attestato di valore assoluto tagliarsi lo stipendio: ai politici attiene il dovere di essere all’altezza del proprio ruolo e di portare avanti le proprie idee con lealtà nei confronti del popolo italiano.

La deriva di volere pagare poco dei politici scarsi è un abbassamento di aspettative che non può che portare a politici ancora più scarsi, esattamente come accade per tutte le altre categorie professionali. Draghi, poi, può tranquillamente permettersi di rinunciare allo stipendio perché il benessere datogli dalla sua carriera professionale glielo permette: fare passare l’idea che per certi ruoli scegliere persone benestanti conviene attinge da una precisa linea politica, l’importante è esserne consapevoli.

È curioso anche che tra gli estasiati di queste ore ci siano proprio quelli che da sempre ci dicono che le competenze e i meriti devono essere giustamente pagati. Non si accorgono della contraddizione?

Conviene, quindi, fare un patto: politica è difendere alcune posizioni con la maturità di slegarle dall’opportunismo di partito. Entrare nel merito delle questioni con lucidità e competenza dovrebbe essere l’esatto opposto del populismo e non cadere nel tifo è il primo passo per restare fuori dal brodo della propaganda. La tentazione è facile, starne fuori è serio.

Leggi anche: 1. Draghi è un’occasione per la politica italiana, ma il “populismo delle élite” rischia di rovinarla / 2. Il populismo chic delle élite: la competenza come unica fede

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Andrebbe riletto Primo Levi

Andrebbe riletta l’intervista dello scrittore e testimone della Shoah, in cui parlò di «orrore» per una «rappresaglia sbilanciata che assume forme e dimensioni barbariche» di Israele verso la Palestina. E molti altri suoi interventi sul tema

Andrebbe riletto Primo Levi. Andrebbe riletto il libro di Berel Lang in cui Levi dice: «Dal 1935 al 1940, rimasi affascinato dalla propaganda sionista, ammiravo il Paese e il futuro che stava pianificando, di uguaglianza e fratellanza». Andrebbe riletta la Conversazione con Levi di Ferdinando Camon in cui Levi dice: «Lo Stato d’Israele avrebbe dovuto cambiare la storia del popolo ebraico, avrebbe dovuto essere un zattera di salvataggio, il santuario a cui sarebbero dovuti accorrere gli ebrei minacciati negli altri Paesi. L’idea dei padri fondatori era questa, ed era antecedente alla tragedia nazista: la tragedia nazista l’ha moltiplicata per mille. Non poteva più mancare quel Paese della salvezza. Che ci fossero gli arabi in quel Paese, non ci pensava nessuno. Ed era considerato un fatto trascurabile di fronte a questa gigantesca vis a tergo, che spingeva là gli ebrei da tutta Europa. Secondo me, Israele sta assumendo il carattere e il comportamento dei suoi vicini. Lo dico con dolore, con collera. Non c’è differenza tra Begin e Khomeini».

Andrebbe riletto il testo dell’appello pubblicato il 16 giugno 1982 su Repubblica (altri tempi, eh) che si intitolava “Perché Israele si ritiri” e iniziava con: «Facciamo appello, in quanto democratici ed ebrei, perché il governo israeliano ritiri immediatamente le sue truppe dal Libano». Lo firmarono Franco Belgrado, Edith Bruck, Ugo Caffaz, Miriam Cohen e Natalia Ginzburg, criticava «la soluzione militare» scelta da Israele perché evocava «un linguaggio di triste memoria per ogni ebreo» e i firmatari affermarono di averlo scritto sperando di «combattere i germi potenziali di un nuovo antisemitismo che si verrebbe ad aggiungere alle vecchie e mai scomparse tendenze antiebraiche in seno alla società civile».

Andrebbe riletta la sua intervista al Secolo XIX in cui Levi parlò di «orrore» per una «rappresaglia sbilanciata che assume forme e dimensioni barbariche». Andrebbe riletto l’articolo di Levi sulla prima pagina de La Stampa il 24 giugno 1982 in cui scrisse: «Israele, sempre meno Terra Santa, sempre più Paese militare, va acquisendo i comportamenti degli altri Paesi del medio oriente, il loro radicalismo, la loro sfiducia nella trattativa». Oppure la sua intervista a Giorgio Calcagno de La Stampa il 12 giugno 1982 in cui raccontava il suo allontanamento da Israele: «Ho giudicato il sionismo una forza e una necessità politica. Questa gente non poteva che seguire un verbo che aveva una forma biblica. Oggi la questione si è complicata, perché la Palestina è in un nodo geografico sotto tensioni spaventose, costretta a una difesa costosissima e logorante, che spinge anche ad azioni temerarie o politicamente sbagliate. Il sionismo di allora pensava a un Paese contadino. Israele, oggi è diventato un Paese militare e industriale».

Altrimenti si rischia davvero di credere a certi articoli, di questi tristi giorni, che raccontano di una guerra iniziata per una “manciata di case” a cui i palestinesi non vorrebbero rinunciare. La realtà è complessa e ognuno si porta dietro i segni sulla pelle della propria storia.

Buon venerdì.

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L’ipocrisia della politica italiana, che appoggia a prescindere Israele e non vede il dramma palestinese

A parole le posizioni sembrano tutte uguali: “due popoli e due Stati” dicono tutti, cambia solo il tono, qualche sfumatura. Di facciata il dibattito politico su Palestina e Israele e sulla guerra riesplosa in questi giorni è tutto un gioco di equilibrismi, tutti impegnati a sembrare equidistanti, una lunga bava di buone maniere che nasconde male l’ipocrisia di fondo.

Ha fotografato la situazione anche Emanuele Fiano, deputato del Partito Democratico e figlio di un ebreo deportato a Auschwitz, che ieri è sbottato sulla sua pagina Facebook: “Se uno in Italia, da sinistra, vuole difendere Israele […] vuole contemporaneamente tentare di mantenere accesso il lume della ragione del diritto palestinese ad avere uno Stato, viene contemporaneamente accusato dagli amici di Israele, di essere amico dei nemici di Israele, e dagli amici dei palestinesi di essere amico dei nemici dei palestinesi. […] Non avrete mai il mio diritto di ragionare con la mia testa. Non mi avrete mai dalla parte di chi vuole distruggere Israele ma neanche dalla parte di chi vuole che io non parli dei diritti del popolo palestinese. Passo e chiudo”.

Ed è proprio questo il punto: basta grattare la vernice per scoprire che molti “equidistanti” sono semplicemente impegnati a non cadere nella tentazione di dire apertamente quello che pensano, immaginando la Palestina come ospite indesiderato da cancellare poco a poco, come del resto sta accadendo.

Poi c’è la continua strumentalizzazione della Shoah, sventolata ogni volta nel tentativo di travestire ogni analisi o osservazione di antisemitismo. L’ha detto ieri a Adnkronos con parole chiare Moni Ovadia (uno dei cantori migliori della cultura ebraica): “Non si ha lo sguardo per vedere che la condizione del popolo palestinese è quella del popolo più solo, più abbandonato che ci sia sulla terra perché tutti cedono al ricatto della strumentalizzazione infame della Shoah. Tutto questo con lo sterminio degli ebrei non c’entra niente, è pura strumentalizzazione. Oggi Israele è uno stato potentissimo, armatissimo, che ha per alleati i paesi più potenti della terra e che appena fa una piccola protesta tutti i Paesi si prostrano, a partire dalla Germania con i suoi terrificanti sensi di colpa”.

E forse non è nemmeno un caso che gli “equidistanti” ieri si siano dati appuntamento a Roma, lì dove gli eventi di questi giorni sono stati derubricati all’ennesimo attacco a senso unico e dove i 72 i morti e oltre 400 i feriti (tra cui 115 tra bambini) ci vengono presentati come inevitabili danni collaterali di una doverosa legittima difesa. A proposito di equidistanza.

Leggi anche:  1.Gaza brucia ancora, pioggia di bombe nella notte: “Muoiono anche i bambini” /2. Conflitto tra Israele e Hamas, Unicef: “Sono i bambini di Gaza a pagare il prezzo più alto: 9 morti e 43 feriti” /3. È guerra tra Israele e Hamas: pioggia di razzi su Tel Aviv e Gaza. Morte 2 donne israeliane e 28 palestinesi / 4. “Una nuova catastrofe”: com’è iniziato il peggior conflitto degli ultimi anni tra Israele e Gaza

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Il Belpaese e gli inquisitori

Da Nord a Sud, senza soluzione di continuità, sono centinaia ogni anno gli episodi di violenza omofoba e discriminazione. La mappa dell’odio si può oggi ricostruire solo attraverso i media che ne parlano perché in assenza di una legge non esistono statistiche ufficiali

Di solito quelli che vogliono minimizzare (praticamente tutti i politici di destra) citano i dati dell’Oscad, l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori del ministero dell’Interno. I numeri degli atti omotransfobici sono bassi, ripetono come un mantra, fingendo di non sapere che l’osservatorio permanente sia poco conosciuto e quindi riceva ben pochi dati, fingendo di non sapere che le aggressioni (proprio perché non tutelate) siano poco denunciate e fingendo di non sapere che le forze dell’ordine non registrano le finalità di odio di matrice omofoba perché non le riconoscono e proprio perché non rientrano nella legge vigente.

Così il fenomeno si può misurare solamente dalle notizie locali e nazionali che appaiono sui giornali, tenendo conto di tutti quei casi che per un motivo qualsiasi non diventano notizia, si può provare a percorrere la catena di eventi per misurare la realtà.

Quest’anno, ad esempio, era appena scoccata la mezzanotte a Sant’Antonio Abate, in provincia di Napoli, Anna è stata cacciata da casa con la sua compagna Isabela dalla madre e sono state costrette a cercare posto alla Caritas di Castellammare di Stabia. Un episodio che ricorda molto la storia di Malika, che invece è finita su tutti i giornali e le televisioni, che a Castelfiorentino si è ritrovata rinnegata dalla famiglia a 22 anni: la sua colpa è quella di essersi innamorata di una ragazza e di avere scritto una lettera ai suoi genitori. Anzi: la madre e il fratello di Malika l’hanno minacciata di morte e quando la ragazza si è presentata con i carabinieri per provare a recuperare almeno i suoi effetti personali la madre ha affermato di non conoscerla.

Il 5 gennaio sera una ragazza trans, Carla, è stata presa a calci a Torre del Greco, il video è rimbalzato sui social e sono partite le indagini. Solo allora si è scoperto che la ragazza aveva già subito violenze dello stesso tipo per il divertimento feroce dei partecipanti.

Il 14 gennaio Carmen Flagiello, di Pavia, sta discutendo su Facebook per l’acquisto di un cellulare, mentre trattava sul prezzo il venditore ha notato la…

L’articolo prosegue su Left del 14-20 maggio 2021

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La verità, vi prego, sull’immigrazione

La questione dei migranti è tornata alla ribalta insieme a tutta la becera propaganda di certo salvinismo. E allora conviene chiarire alcuni punti e smontare qualche bugia, a partire da quella dell’invasione. Ecco alcuni numeri, tanto per chiarire

Ci è arrivato perfino Draghi. L’uomo dei numeri, quello dei bilanci che si devono chiudere con il segno più, è riuscito nella coraggiosissima impresa di cogliere l’ovvio, il minimo indispensabile, senza dare troppo adito a interpretazioni: «Nessuno deve essere lasciato solo nelle acque territoriali italiane. Riteniamo il rispetto dei diritti umani una componente fondamentale di qualsiasi politica sull’immigrazione». Una frase da niente, scriviamolo pure, ma anche su un punto così basico, perfino misero, c’è qualcuno che si concede il lusso ferocissimo di non essere d’accordo. Poi, volendo vedere, si potrebbe aspirare anche a un leader che abbia il coraggio di dire che «nessuno deve essere lasciato solo», al di là delle questioni territoriali, poiché a qualche miglio c’è l’inferno e i suoi custodi, la Guardia costiera libica.

Ma poiché la discussione sull’immigrazione (l’avevamo scritto in tempi non sospetti) è tornata alla ribalta con tutta la becera propaganda di certo salvinismo, almeno conviene chiarire alcuni punti, smontare qualche bugia, per una questione di igiene del dibattito, almeno per quello.

Come fa notare il giornalista Giansandro Merli siamo in quel periodo dell’anno del tormentone “migranti pronti a partire dalla Libia”, in cui i giornali proiettano l’idea di un cumulo di gente ammassata alla fermata di Tripoli in procinto di invadere il Paese. Merli prova a fare un po’ di memoria: «2014 annunciati 800mila, arrivati 170mila; 2015 annunciati tra 500mila e 1 milione, arrivati 150mila; 2018 annunciati un milione, arrivati 23mila; ieri annunciati 70mila».

Sempre a proposito di numeri conviene leggere bene anche quelli che ha messo in fila Matteo Villa, studioso dell’Ispi. Il ruolo delle Ong, ad esempio, visto che si torna a parlare di blocco navale: con Salvini ministro dell’interno solo il 12% dei migranti arrivavano con navi di Ong, mentre tutti gli altri arrivavano autonomamente o con altre imbarcazioni e con la ministra Lamorgese siamo sugli stessi livelli (14%). Quindi potremmo anche mettere da parte questo falso mito, per favore. Ci farebbe bene.

Salvini parla di un “effetto annuncio” che invoglierebbe i migranti a partire vista la “mollezza” di questo governo: gli dispiacerà sapere che con Lamorgese ministra (sia con il Conte II sia con Draghi presidente) si è raddoppiato il numero di navi bloccate in porto (con una schifosa e vigliacca propensione alla burocrazia). Nella parte dei “cattivi” quindi (purtroppo per noi) Lamorgese sta facendo meglio di lui.

Poi ci sarebbe da smontare anche questa retorica di Lampedusa “invasa” (ne parla anche il sindaco dell’isola, che tra l’altro lamenta di essere lasciato solo anche dal Pd e chissà perché questa notizia non ci stupisce): rispetto ai quasi 200mila migranti che stavano nel sistema di accoglienza nell’ottobre del 2017 oggi siamo a 75mila.

Infine: potremmo anche smetterla con questa bugia immonda dell’invasione. Come scrive Matteo Villa: »Se anche sbarcassero in un anno 100.000 #migranti, si tratterebbe dello 0,2% della popolazione italiana e del 2% della popolazione straniera in Italia. In Italia la popolazione straniera NON cresce da anni e, anzi, sta diminuendo. Aumenta di poco l’incidenza degli stranieri sulla popolazione totale perché la popolazione italiana è in calo demografico da anni». Perché il nostro problema sono i giovani che se ne vanno, è l’emigrazione, mica l’immigrazione.

Ora scannatevi pure sull’immigrazione ma abbiate la decenza di attenervi ai numeri, almeno a quelli, visto che sui diritti proprio non ci riuscite.

Buon giovedì.

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Ma è questa la ripartenza?

Col governo Draghi avremmo dovuto provare ad immaginare un futuro lontano dal mondo di prima. Invece Salvini oggi ritira fuori i migranti, M5s e Pd sono frenati da problemi interni e da un’alleanza che non decolla, Meloni all’opposizione è tutta concentrata sulla sua “operazione simpatia”

Fate uno sforzo di memoria e tornate ai primi giorni di questo governo Draghi, quando (giustamente) tutti i partiti e tutti i commentatori sottolineavano l’importanza di un dibattito ampio, complesso, approfondito e visionario sul Paese che ci si ritrova a costruire dopo la pandemia e con una disponibilità economica inimmaginabile. Perfino la crisi di governo, al di là della sensibilità politica di ognuno, sembrava poca cosa rispetto alle decisioni da prendere. Dicevano tutti, più o meno strumentalmente, che non avremmo dovuto concederci di “volare bassi” e che avremmo avuto la responsabilità di immaginare un futuro lontano dal mondo di prima.

Fatto? Bene, ora tornate qui. Di Piano nazionale di ripresa e resilienza, il Pnrr, si parla poco, pochissimo, l’argomento è diventato tutt’altro che popolare e rimane relegato ai volenterosi specialisti che alacremente lo studiano, senza rientrare nei palinsesti televisivi e senza nemmeno sfiorare le bocche dei leader politici. E di cosa parla in questi giorni?

Salvini sta ritirando fuori i migranti. Quasi esaurita la polemica sul coprifuoco (ora succederà inevitabilmente che grazie ai vaccini i contagi scenderanno e il leader leghista rivenderà come vittoria personale una naturale evoluzione delle cose) adesso il senatore del Carroccio si butta di nuovo sugli immigrati con le solite parole, la solita retorica, la solita propaganda. Sempre la stessa storia, insomma.

Giorgia Meloni è tutta concentrata sulla sua “operazione simpatia”. Il suo libro è solo uno dei tanti ingredienti di qualcosa che abbiamo già vissuto ciclicamente (vi ricordate esattamente 5 anni fa il libro di Salvini con le solite polemiche identiche a quelle di questi giorni?) e il fatto che anche certa stampa presunta progressista l’abbia sdoganata è piuttosto indicativo. Di futuro, poco e niente, tutto marketing.

Il M5s ha il piccolissimo problema di non avere un capo politico legittimato (a meno che non basti l’unzione di Grillo), di non avere l’elenco dei suoi iscritti e di essere nel pieno di una battaglia legale con chi gestiva la sua piattaforma.

Il Pd è tutto concentrato a gestire un’alleanza con il M5s di cui non si capisce il senso. A meno che i democratici non ritengano ancora Conte “il punto di riferimento dei progressisti”, vista la dubbia convergenza sui temi che contano pare che per ora l’alleanza si esplichi soprattutto sul peso dei veti di uno sull’altro. Non un gran sviluppo, per ora, se è vero che Appendino a Torino ha detto di non avere intenzione di appoggiare il Pd, a Roma il M5s sta andando dritto per conto suo (bloccando nel frattempo Zingaretti) e a Milano sarà tutto da vedere. Futuro? Pochino.

Ma concretamente, pensateci, di cosa si sta parlando? Si sta parlando del ponte sullo Stretto. Ancora, nel 2021. Cadono le braccia solo a scriverlo. Siamo ancora qui. Anzi, siamo ancora lì, a immaginare un futuro che è lo stesso futuro da decenni. Si potrebbero ripescare gli stessi editoriali di 10 anni fa e funzionerebbero ancora. Eccoci qui nel pieno splendore del dibattito sul futuro.

Buon mercoledì.

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Gli haters di Mattarella indagati e l’odio social finalmente perseguito

E quindi, alla fine, ovviamente si è mossa la Procura di Roma: undici persone indagate per i reati di offesa all’onore e al prestigio del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e per istigazione a delinquere. Certo, sono solo una goccia nel mare dei leoni da tastiera che ogni giorno latrano sui social, inconsapevoli di non essere in una zona in cui vige il “liberi tutti”.

Sono quelli che, per farsi notare (e apprezzare) e per coprire l’evidente mancanza di idee, hanno bisogno di esprimere violenza, quelli che vedono una regia di poteri forti dietro ogni decisione ma che sprecano le loro energie per veicolare odio verso le persone anziché prendersi la briga di svelarci gli arcani misteri e argomentare le loro tesi.

Ah, sorpresa che non è una sorpresa: tre di loro gravitano in ambienti di estrema destra a trazione sovranista, quel neofascismo 2.0 che usa i social come manganelli e che fa della proliferazione dell’odio la propria missione, nonché il termometro per valutare la propria popolarità.

Così – insieme a un pensionato, un ottico, uno studente e un impiegato amministrativo (che presumibilmente frigneranno di avere esagerato, di essere “sotto pressione”, di avere sfogato “altri problemi” come accade quasi sempre – cogliamo anche due punti di riferimento di certa destra che godono invece perfino di una certa credibilità pubblica (nei loro ambienti): il “professore” Marco Gervasoni e la “giornalista” Francesca Totolo.

Il primo è molto amato – lo dicono le carte dell’indagine – da gruppi e militanti di ispirazione suprematista e antisemita tramite la piattaforma social russa VKontakte ed è diventato “famoso” per i suoi post antisemiti (per cui ha perso anche una sua collaborazione con la Luiss, dove insegnava Storia comparata dei sistemi politici, pensa un po’).

Totolo è collaboratrice del giornale di Casapound, il “Primato nazionale” (nome azzeccatissimo, di specie), e ci rallegra con tesi di sostituzione etnica sull’immigrazione ordita da Soros e compagnia. Ora diranno e pretenderanno pure di essere “prigionieri politici” nel loro mondo immaginario in cui la violenza diventa un’opinione e il diritto di essere offensivi dovrebbe essere sancito dalla Costituzione.

Lo spessore politico? “Armiamoci e andiamo ad ammazzare quel figlio di tr**a”, “ti auguro di morire male”, “non vedo l’ora che ci sia il tuo funerale”, “pezzo di m**da, ti voglio vedere morto”. Il livello è questo qui. Le “idee” che difendono sono cose così. Ora aspettiamoci gli appelli alla “libertà di opinione”.

Leggi anche: Crisi di governo, battaglia sugli sbarchi e mojito: la prevedibile estate di Salvini per inseguire la Meloni

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Comunali Milano, l’ex sindaco Gabriele Albertini potrebbe ripensarci: “Ama farsi pregare”


L’ex sindaco Gabriele Albertini è davvero fuori dai giochi per le prossime elezioni amministrative a Milano? Sono tanti gli indizi che lasciano ipotizzare che Albertini potrebbe in realtà ripensarci e candidarsi come sindaco per il centrodestra. “Ama farsi pregare”, dice un dirigente di Forza Italia a Fanpage.it. E il coordinatore degli azzurri Tajani: “Siamo favorevoli ad Albertini a Milano”.
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Raggi ha fallito ma i 5S negano la realtà: il mistero del Pd che si immola…

Ieri un amico giornalista che lavora per una testata straniera mi chiedeva come mai il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle, che sono stati ferrei alleati nel secondo governo Conte e che ripetono in continuazione di volersi presentare come alleati alle prossime elezioni locali e nazionali, abbiano deciso di candidare due aspiranti sindaci l’uno contro l’altro proprio nella capitale d’Italia, in quella Roma che nell’immaginario collettivo è la sede della politica nazionale.

Non sono riuscito a dargli nessuna risposta convincente, l’ho buttata sulla “complessità della politica italiana” (ma lui non mi ha creduto nemmeno un po’) ma in compenso sono riuscito a trattenermi dal dirgli che in più c’è anche il fatto che entrambi i partiti hanno deliberatamente scelto di puntare su candidati probabilmente non vincenti. Perché quello che sta accadendo su Roma comunque lo si racconti è una delle scelte del Partito Democratico di cui si fatica a trovare un senso, che non si capisce da cosa derivi e soprattutto a cosa punti e c’è da augurarsi almeno che il segretario dei democratici Letta non abbia intenzione di lasciare passare tutto in cavalleria ma abbia piuttosto una spiegazione per i suoi elettori e che sia una spiegazione chiara.

Ricapitoliamo. Il Movimento 5 Stelle in caduta libera si aggrappa a Virginia Raggi disperatamente negando ciò che è sotto gli occhi di tutti: questi 5 anni di amministrazione romana sono stati un disastro dal punto di vista comunicativo, la decadenza di Roma è stata sottolineata da tutti i partiti di opposizione (tra cui ovviamente il Partito Democratico), il gradimento dei cittadini è al minimo storico e una stessa parte del Movimento 5 Stelle ha preso le distanze da Virginia Raggi. La tattica dei grillini evidentemente è insistere nella negazione della realtà, accade spesso in politica, ci sta. Il Partito Democratico avrebbe potuto, su Roma, esprimere la candidatura convincente (e potenzialmente vincente) di Nicola Zingaretti, aprendo di fatto una stagione nuova per la capitale ma è rimasto impigliato dal veto incrociato dei pentastellati in Regione che sono indispensabili per tenere in piedi la maggioranza.

In sostanza il candidato migliore di un partito in salute e che cerca di rilanciarsi viene stoppato dal partito più in difficoltà (e con una debolissima ricandidata). A gestire tutto, vale la pena sottolinearlo, c’è quel Giuseppe Conte che al momento ufficialmente non è ancora stato legittimato a essere capo politico del Movimento a causa degli strascichi legali di Casaleggio contro il Movimento. Qui arriva la domanda delle domande: in nome di cosa il Pd decide di immolarsi? Posto che è ormai passata l’era Conte (che già ora appare difficile far digerire come prossimo “punto di riferimento dei progressisti”) perché il Pd deve subire l’egemonia politica di un alleato in piena confusione? Posto che non c’è più l’esigenza di tenere in piedi il governo nazionale quali sono i punti di contatto nella visione di futuro dei due partiti? Questo continua a rimanere un mistero.

L’articolo Raggi ha fallito ma i 5S negano la realtà: il mistero del Pd che si immola… proviene da Il Riformista.

Fonte

Pulizia etnica a Gerusalemme. Ancora

Si dice preoccupato anche il segretario dell’Onu Guterres per le continue violenze di Israele… Ma quello che accade a Gerusalemme, come al solito, sembra interessare poco qui da noi

Quello che accade a Gerusalemme, come al solito, sembra interessare poco qui da noi, perfino a quelli che non disdegnano ogni anno di pubblicare una foto di Vittorio Arrigoni tanto per mostrarsi aperti e attenti.

Accade che l’Onu, per bocca del suo segretario generale Antonio Guterres, esprima «la sua profonda preoccupazione per le continue violenze nella Gerusalemme est occupata, nonché per i possibili sgomberi di famiglie palestinesi dalle loro case nei quartieri di Sheikh Jarrah e Silwan». In una nota del portavoce ha «esortato Israele a cessare le demolizioni e gli sfratti, in linea con i suoi obblighi ai sensi del diritto internazionale umanitario. Le autorità israeliane devono esercitare la massima moderazione e rispettare il diritto alla libertà di riunione pacifica».

Cosa accade? Gli israeliani stanno confiscando alcune abitazioni a famiglie palestinesi nel quartiere Sheik Jarrah: la spoliazione per legge (con Israele che ripete «abbiamo un nostro sistema legale e la Corte internazionale di giustizia non deve intervenire») andrà avanti e altri palestinesi saranno da annoverarsi fra le vittime dirette dell’occupazione. La questione per ora riguarda solo una manciata di case ma rientra nel più ampio tema del cosiddetto “diritto al ritorno”: la legge israeliana impedisce che i profughi palestinesi possano tornare a vivere nei territori che oggi fanno parte dello Stato di Israele ma evidentemente per lo Stato di Israele quel diritto può essere concordato agli ebrei. sostanzialmente un diritto su base etnica. E non è una novità. Ancora una volta. Le famiglie palestinesi, ricche o povere, cominciano a perdere le case in cui hanno vissuto per decenni a Sheik Jarrah, Silwan e altri quartieri.

La protesta si è spostata sulla Spianata delle Moschee e i numeri parlano chiaro: dei 305 feriti, riferiscono i responsabili della Mezzaluna Rossa, 7 sono in condizioni gravi, mentre oltre 220 sono stati ricoverati in un ospedale di Gerusalemme Est o in un ospedale da campo allestito vicino al luogo delle proteste. Il governo israeliano da parte sua risponde parlando di agenti feriti. Il premier uscente, Benjamin Netanyahu, ha dichiarato che la battaglia in corso «per lo spirito di Gerusalemme» è «la lotta secolare tra tolleranza e intolleranza, fra violenza selvaggia e mantenimento di ordine e legge».

Certo fa un certo effetto sapere dall’Unicef che «negli ultimi due giorni, 29 bambini palestinesi sono stati feriti a Gerusalemme Est, anche nella Città vecchia e nel quartiere di Sheikh Jarrah. Otto minorenni palestinesi sono stati nel frattempo arrestati. Tra i feriti, anche un bambino di un anno. Alcuni bambini, che sono stati portati in ospedale per essere curati, avevano ferite alla testa e alla spina dorsale. L’Unicef ha ricevuto rapporti secondo cui alle ambulanze è stato impedito di arrivare sul posto per assistere ed evacuare i feriti e che una clinica in loco è stata colpita e perquisita».

Ieri mattina la polizia è entrata nella Spianata per disperdere i palestinesi facendo irruzione nella moschea di al Aqsa dove erano in corso le preghiere dei fedeli musulmani. I poliziotti hanno lanciato granate per disperdere i presenti che hanno risposto lanciando pietre e oggetti. Secondo diversi testimoni la polizia avrebbe sparato anche lacrimogeni e proiettili di gomma ma Netanyahu parla addirittura di “immagini contraffatte”. Dalla striscia di Gaza continua il lancio di razzi nel territorio israeliano.

L’ennesima puntata di una pulizia etnica e questo tragico, vigliacco silenzio tutto intorno. «Restiamo umani», scriveva Vik, perché che fossimo vigili lo dava per scontato, no?

Buon martedì.

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