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Abusi sessuali online sui minori, da oggi l’Europa non potrà più rilevarli: ecco perché e cosa succede adesso

Dal oggi, 3 aprile, le piattaforme digitali attive nell’Unione europea perdono la copertura giuridica per rilevare immagini e video di abusi sessuali su minori. Il Parlamento europeo ha respinto la proroga della deroga alla direttiva ePrivacy con 311 voti contrari, 228 favorevoli e 92 astensioni. Un sistema che nel 2025, solo in Italia, ha gestito 2.574 procedimenti per pedopornografia e adescamento, con 222 arresti, perde il suo strumento principale.

247 organizzazioni, tra cui Save the Children Italia e Telefono Azzurro, hanno firmato un appello urgente ai decisori europei promosso dallo European Child Sexual Abuse Legislation Advocacy Group (Eclag), condannando la mancata proroga di un meccanismo che, dal 2021, consentiva alle aziende tecnologiche di scansionare volontariamente le proprie piattaforme alla ricerca di materiale illegale, segnalarlo alle forze di polizia e rimuoverlo.

Il dato che chiarisce la posta in gioco è quello del 2021. Quando la base giuridica per la detection era venuta meno, le segnalazioni di materiale di abuso sessuale su minori online crollarono del 58%. Gli abusi non erano calati. Semplicemente nessuno guardava più. Il 99% dei milioni di immagini e video segnalati proveniva da piattaforme che utilizzavano questi strumenti.

I numeri della rete italiana

La Polizia Postale ha monitorato, nel 2025, oltre 16.500 siti, con 2.876 inserimenti in lista nera. L’adescamento online si conferma, scrive il report, “un fenomeno di preoccupante vitalità”: 428 casi trattati, con la fascia 14-16 anni come maggioranza assoluta delle vittime. I bambini tra 10 e 13 anni seguono con 174 casi. Diciassette minori avevano meno di 9 anni.

Giorgia D’Errico, Direttrice Relazioni istituzionali di Save the Children, ha dichiarato: «Ogni immagine, ogni video di abuso rappresenta un bambino, una bambina, un adolescente, esposto a una violazione devastante della propria dignità, della propria sicurezza, della propria privacy. Dietro quei file ci sono ferite che continuano a riaprirsi».

Telefono Azzurro, Trusted flagger riconosciuto a livello europeo, ha avvertito che la mancata proroga riduce direttamente la propria capacità operativa di segnalazione. L’appello Eclag chiede ai decisori dell’Unione di adottare con urgenza un quadro giuridico stabile: i negoziati sul regolamento definitivo, il cosiddetto Child Sexual Abuse Regulation (Csar), sono ancora aperti e lontani da un accordo.

Il governo tra astensioni e cause perse

Il disegno europeo ha la sua quota di responsabilità. L’Italia, però, non è spettatrice neutrale. Al Comitato dei Rappresentanti Permanenti, il 26 novembre scorso, il governo si era astenuto sul testo danese che stabiliva la posizione del Consiglio Ue sul regolamento permanente. In termini di esito, l’astensione era irrilevante: i paesi con riserva non raggiungevano la soglia della minoranza di blocco. Come scelta di campo, collocava l’Italia nella zona grigia di un negoziato poi naufragato.

A ottobre 2025 Palazzo Chigi ha congelato il disegno di legge che avrebbe vietato l’accesso ai social network ai minori di 15 anni, con Lavinia Mennuni (Fratelli d’Italia) prima firmataria. Il governo ha citato problemi di privacy, delegando implicitamente la responsabilità al Garante. Il Garante ha precisato di non sapere per quale ragione i lavori siano rimasti bloccati.

Il 30 gennaio 2026 il Tar del Lazio ha sospeso l’obbligo di verifica dell’età per accedere ai siti pornografici, introdotto dal decreto Caivano, accogliendo il ricorso di Aylo, la società madre di Pornhub. Il governo, che aveva rivendicato quella norma come tutela dei minori, non ha prodotto risposta rapida.

La detection sulle piattaforme e la verifica dell’età sono strumenti distinti, costruiti su basi giuridiche diverse. Quando entrambi vengono meno, quello che resta è un sistema di protezione che funziona per annunci e si inceppa sui risultati. Nel 2021, quando la detection si fermò, le segnalazioni crollarono del 58%. Quella percentuale vale anche adesso.

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Decreto bollette, bonus dimezzati e centrali a carbone prorogate fino al 2038: il governo aveva promesso di chiuderle entro il 2025

Il governo ha varato un decreto contro il caro bollette e nel farlo ha allungato di tredici anni la vita delle centrali a carbone. Tanto per capirci.

Il decreto bollette, approvato dalla Camera il 31 marzo con 157 voti favorevoli e 93 contrari, arriva al Senato dove dovrà essere convertito entro il 21 aprile. Cinque miliardi di euro totali, dice Palazzo Chigi. Un’emergenza energetica reale, aggravata dalla guerra in Iran che ha fatto salire il costo del gas di oltre il 50% rispetto a febbraio secondo il Codacons. Il testo era stato scritto prima che quella guerra scoppiasse, e si vede.

Centoquindici euro e poi basta

La misura simbolo è un bonus una tantum di 115 euro per le famiglie con Isee fino a 9.796 euro, una platea di circa 2,6 milioni di nuclei. Per chi ha un Isee fino a 25mila euro ci sono contributi volontari delle aziende venditrici, che possono usarli anche a fini pubblicitari.

Federconsumatori ha chiesto per anni di riformare il sistema dei bonus, e ha ottenuto che le aziende ne facessero uno strumento di marketing. Solo che l’anno scorso il bonus equivalente era quasi il doppio, con la soglia Isee a 25mila euro per tutti. Christian Ferrari, segretario confederale della Cgil, l’ha definito «un provvedimento del tutto insufficiente, estemporaneo e destinato a non produrre effetti reali».

L’Arera ha già certificato un aumento dell’8,1% della bolletta elettrica per gli utenti vulnerabili a partire da aprile. L’Unione nazionale consumatori stima che una famiglia media pagherà 622 euro in più all’anno. Il bonus da 115 euro copre circa un quinto di quella cifra, e vale solo per quest’anno.

Il carbone che non doveva esserci più

La parte più clamorosa riguarda le centrali a carbone. Con un emendamento a prima firma Lega, sottoscritto da Fratelli d’Italia, Forza Italia e Azione, il phase-out previsto per dicembre 2025 dal Piano nazionale integrato per l’energia e il clima è stato spostato al 2038: tredici anni di proroga. Le quattro centrali coinvolte sono quella di Brindisi e Torrevaldaliga Nord a Civitavecchia, e le due sarde di Sulcis-Portovesme e di Fiume Santo per circa 4,7 gigawatt complessivi.

Solo che Brindisi è ferma dal 2024. Civitavecchia ha prodotto 0,3 terawattora nel dicembre 2024 e poi niente nel 2025. Entrambe hanno perso l’autorizzazione ambientale il primo gennaio 2026: riattivarle richiederebbe una nuova autorizzazione integrata ambientale, un iter che dura anni. Il ministero calcola che avrebbe senso riattivarle solo se il prezzo del gas salisse oltre i 70 euro al megawattora, quando oggi si aggira intorno a 55.

Il costo per mantenerle semplicemente disponibili è stimato in circa 100 milioni di euro l’anno, senza che sia ancora chiaro dove si trovino le risorse. Greenpeace, Kyoto Club, Legambiente, Transport & Environment e Wwf hanno parlato di scelta “grave, incoerente e a rischio di illegittimità costituzionale”.

Il M5S l’ha definita «un atto irresponsabile e miope». Nel giugno 2023 il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin aveva dichiarato che l’intenzione era «arrivare ad abbandonare il carbone entro il ’25 o anche prima». Adesso quell’obiettivo è slittato di un decennio: basta un emendamento in un decreto bollette, approvato in commissione con i voti di quattro gruppi parlamentari.

Il governo ha posto la fiducia alla Camera blindando il testo, poi ha incassato 203 voti favorevoli e 117 contrari. Il decreto arriva al Senato intoccabile, da convertire entro il 21 aprile. Poi diventerà legge, carbone compreso.

Una crisi energetica reale, misure estemporanee, un bonus che non copre un quinto degli aumenti già certificati, e le centrali a carbone prorogate di tredici anni da un governo che tre anni fa prometteva di chiuderle «anche prima» del 2025. Tanto per capirci.

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Trentotto morti e una multa

Martedì nel Mediterraneo sono morti in trentotto. Diciannove a Lampedusa, partiti dalla Libia su un barchino trasformato dalla tempesta in una trappola: corpi accatastati uno sull’altro, bambini in condizioni disperate. Cinque i sopravvissuti, ancora incapaci di raccontare. Altri diciannove nell’Egeo, un gommone rovesciato davanti a Bodrum: fra le vittime un neonato, rifugiati afghani in fuga dall’Iran. Alla Sava, al confine tra Bosnia e Croazia, i dispersi non si contano ancora. Giornata nera, come si dice. Poi si gira pagina.

Intanto Sea-Watch deve giustificarsi. Il 31 marzo Fratelli d’Italia ha pubblicato un post per celebrare la multa di diecimila euro e il fermo venti giorni comminati alla Sea-Watch 3 per aver attraccato in un porto diverso da quello assegnato. “Furore ideologico”, lo definiscono. Giorgia Linardi, portavoce dell’Ong, ha replicato che quel porto era il più vicino, raggiunto in stato di necessità dichiarato per sottrarre le persone soccorse a quello che chiama “un atto di tortura di Stato”: giorni inutili di navigazione a persone appena sopravvissute al rischio di morire in mare. Il diritto internazionale, per Sea-Watch, viene prima della legge italiana. Per Fratelli d’Italia è propaganda.

Il partito che ha perso il referendum sulla separazione delle carriere, respinto dal 53,56% degli italiani il 23 marzo, si consola attaccando chi salva le persone. Scottato dall’esito del voto, usa il soccorso in mare per attaccare la magistratura che continua a dar torto alle sue politiche migratorie. I morti restano silenzio. E il silenzio, in questo Paese, si chiama normalità.

Buon giovedì.

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Un altro passo verso l’apartheid

Il 30 marzo la Knesset ha approvato con 62 voti contro 48 la legge che introduce la pena di morte per impiccagione dei palestinesi condannati per omicidio in Cisgiordania occupata. Il provvedimento entra in vigore tra trenta giorni. Netanyahu ha votato a favore. Ben Gvir, che ha guidato la campagna, ha stappato champagne in aula. «Abbiamo fatto la storia», ha scritto sui social.

Il testo garantisce l’anonimato alle guardie carcerarie designate come esecutori e assicura loro l’immunità legale. I colloqui tra condannati e avvocati sono ridotti a videochiamate. L’esecuzione avviene entro novanta giorni dalla condanna. I tribunali militari della Cisgiordania occupata giudicano esclusivamente palestinesi: i coloni israeliani restano sotto i tribunali civili. La pena capitale è la sentenza predefinita, salvo circostanze eccezionali.

L’ufficio ONU per i diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati ha dichiarato il 31 marzo che la legge «rafforza la violazione del divieto di segregazione razziale e apartheid». Human Rights Watch ha definito il doppio binario «tratto caratteristico dell’apartheid». Amnesty International ha collegato la norma alle assoluzioni dei soldati per gli abusi nel centro di detenzione di Sde Teiman. «Per anni abbiamo assistito a esecuzioni extragiudiziali con i responsabili che godevano di quasi totale impunità», ha dichiarato Erika Guevara-Rosas di Amnesty International. «Questa legge è il culmine di tali politiche.»

Al 31 marzo 9.500 palestinesi si trovavano detenuti nelle carceri israeliane, tra cui 350 minori e 73 donne. Circa la metà è in detenzione amministrativa o classificata come «combattente illegale»: nessun processo, nessuna difesa possibile. La legge non è retroattiva. Chi ucciderà domani potrà essere impiccato da un esecutore senza nome.

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Zaia, l’innominabile che spaventa Salvini: niente rimpasto vuol dire niente ministeri per il Doge

Il 30 marzo, nella sede della Lega a via Bellerio a Milano, Matteo Salvini ha parlato per quarantacinque minuti. Erano presenti Luca Zaia, Attilio Fontana, Alberto Stefani, Massimiliano Fedriga, i capigruppo Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo. Zaia era in sala, seduto come gli altri. Al termine, Salvini ha comunicato la linea: «Niente rimpasto, nessun nuovo ministero per la Lega». L’ex governatore del Veneto era presente, è rimasto in silenzio, non è stato interpellato.

Da questa scena si può leggere tutto il resto

Da una settimana il governo navigava nel dopo-referendum sulla giustizia. Daniela Santanchè aveva lasciato il Turismo, Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi avevano lasciato la Giustizia. Le agenzie rimbalzavano il nome di Zaia come possibile ministro delle Imprese, con Adolfo Urso in trasloco al Turismo: Zaia porta voti nel Nord produttivo e una credibilità certificata da tre mandati in Veneto.

Salvini ha detto no a tutto. Il Turismo, fonti leghiste lo hanno ribadito, resta in quota Fratelli d’Italia. Per le Imprese, la chiosa è arrivata ugualmente compatta: con le Politiche a poco più di un anno, intestarsi un dicastero economico carico di crisi industriali significa prendersi i guai degli altri. Quel ministero, ai vertici, sarebbe stato descritto come quello dei fallimenti: vedi l’ex Ilva. Tradotto: Urso può restare.

I numeri che scomodano

A novembre 2025, YouTrend ha pubblicato per Sky Tg24 un sondaggio che Salvini ha letto, presumibilmente, con fastidio. Il 31% degli italiani dichiara molta o abbastanza fiducia in Luca Zaia. Salvini si ferma al 22%, nove punti sotto. Tra gli elettori del centrodestra, Zaia raggiunge il 49%; nel campo largo, il 33%. Per Salvini, nel campo largo, la quota si ferma al 5%.

Zaia alle regionali venete di novembre 2025 ha portato 203mila preferenze personali. Inserire quell’uomo in un esecutivo, con un ministero di prima fascia, significa accendere un faro quotidiano sulle sue capacità esecutive in comparazione diretta con quelle di Salvini. Che al governo c’è già. E la comparazione partirebbe già storta per lui.

Il veto che non si chiama veto

Per bloccare un avversario interno senza nominarlo, si blocca il terreno su cui potrebbe muoversi. «Niente nuovi ministeri per la Lega» suona come senso di responsabilità istituzionale e funziona al tempo stesso come cordone sanitario. Zaia non viene citato. È in sala, in silenzio. La porta si chiude senza sbatterla.

Il Fatto Quotidiano, il 31 marzo, titolava su un altro dettaglio della stessa riunione: in caso di rimpasto allargato, Salvini punta al Viminale, il ministero dell’Interno lasciato per il processo Open Arms. Quindi: niente nuovi ministeri per la Lega in linea generale, ma se il rimpasto si allarga il segretario federale vuole il Viminale per sé. La contraddizione regge, finché nessuno la legge ad alta voce.

Va detto che anche Zaia ha le sue ragioni per stare lontano da Roma. Secondo Lettera43, considera rischioso il fatto che la Lega si faccia carico dei ministeri economici in un momento congiunturale difficile, con la fine dei fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Come ministro non parlamentare guadagnerebbe circa la metà di quanto percepisce in Veneto. La riluttanza ha radici anche personali.

Solo che la paura di Salvini ne ha di più profonde. La Lega che Zaia rappresenta da anni mal digerisce la linea di via Bellerio. Ogni volta che il doge ottiene visibilità nazionale, la divergenza tra l’anima produttiva e quella populista del Carroccio torna a farsi leggibile. Un ministro Zaia a Roma sarebbe il punto di riferimento naturale per quella Lega che Salvini non riesce a essere.

Quarantacinque minuti di discorso. Zaia in silenzio, non interpellato. La porta chiusa senza sbatterla. L’unica cosa che Salvini teme davvero è che qualcuno, un giorno, la apra.

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Sánchez, il socialista che pratica in Spagna il sovranismo che Meloni sbandiera soltanto in Italia

Venerdì 27 marzo, notte. Dei bombardieri americani sono già in volo verso la Sicilia quando qualcuno, a Roma, si accorge del problema. Il piano era stato comunicato con gli aerei già decollati: nessuna autorizzazione, nessuna consultazione. Il capo di Stato maggiore Luciano Portolano chiama il ministro della Difesa Guido Crosetto. Crosetto dice no: non atterrano a Sigonella.

La notizia, riportata dal Corriere della Sera, ha scosso gli ultimi giorni come un sasso in un catino. Per qualche ora Giorgia Meloni è sembrata Pedro Sánchez. Poi ha aperto bocca. “Non si registrano criticità né frizioni con i partner internazionali. I rapporti con gli Stati Uniti sono solidi.” Così Palazzo Chigi, nella stessa nota in cui spiegava di aver detto no ai bombardieri di Trump. Crosetto ha aggiunto che “le basi sono attive, in uso e nulla è cambiato“. Abbiamo detto no, ma è come se avessimo detto sì. A Madrid, nel frattempo, Sánchez parlava al Congresso in tutt’altro modo.

Chi difende davvero la sovranità

La Spagna non ha solo negato agli americani le basi di Rota e Morón: ha chiuso il proprio spazio aereo a tutti i voli coinvolti nell’operazione Epic Fury, l’offensiva su Iran avviata il 28 febbraio da Usa e Israele. Il divieto vale per velivoli da combattimento e aerei cisterna, inclusi quelli dislocati in Paesi terzi. La ministra della Difesa Margarita Robles: “Né le basi né lo spazio aereo spagnolo sono autorizzati per qualsiasi azione legata alla guerra in Iran”. Sánchez al Congresso aveva usato quattro parole: «No a questa guerra illegale». Roma ha scelto il frammento: un no circoscritto, tecnico, motivato dall’assenza di una richiesta formale. Meloni riferirà al Parlamento il 9 aprile.

Sánchez è il nemico politico di Meloni: socialista, sostenitore della causa palestinese, rivale di Vox, il gemello spagnolo di Fratelli d’Italia. Eppure è lui che pratica la sovranità che la destra italiana predica e non esercita. La Spagna ha riconosciuto lo Stato di Palestina nel maggio 2024. Ha sostenuto la causa per genocidio contro Israele alla Corte internazionale di giustizia. A settembre 2025 Sánchez ha annunciato un embargo formale sulle armi, approvato dal Parlamento in ottobre, e il divieto di ingresso ai funzionari militari israeliani: «Una cosa è proteggere il proprio Paese, un’altra è bombardare ospedali e condannare alla fame bambini innocenti».

La fotocopia sbiadita

Il governo italiano ha bloccato nuove autorizzazioni all’export militare verso Israele dopo il 7 ottobre 2023, ma le licenze esistenti hanno continuato a produrre spedizioni: circa 5,8 milioni di euro di armi nel 2024, secondo i dati Istat elaborati da Archivio Disarmo. Il sottosegretario Giorgio Silli ha ammesso in Commissione Esteri, nel maggio 2025, che armi erano andate a Israele anche dopo quella data. Nel 2024 l’Italia ha quintuplicato le importazioni di armamenti da Israele a quasi 155 milioni di euro. Madrid ha approvato un embargo totale. Roma ha prodotto comunicati.

Da Sigonella decolla con regolarità il drone Triton che precede i bombardamenti americani. Da Camp Darby, a Pisa, partono missili verso l’Iran. Sigonella è un gesto reale. Non è una posizione. Meloni non ha detto che quella guerra è illegale. Sánchez sì. Meloni non ha chiuso i cieli italiani. Sánchez sì. Meloni non ha riconosciuto lo Stato di Palestina. La Spagna sì, da quasi due anni. Il governo italiano, che trae la sua identità dalla sovranità nazionale, imita in ritardo e a metà un premier socialista che quella sovranità la esercita davvero, pagando il prezzo delle minacce commerciali di Trump.

“I rapporti con gli Stati Uniti sono solidi.” È la frase più rivelatrice di questa settimana. Solidità con chi ti manda i caccia senza chiedere permesso, mentre nel Mediterraneo orientale continua una guerra che Washington combatte insieme a un governo il cui primo ministro è ricercato dalla Corte penale internazionale.

Quella solidità ha un nome. Si chiama sudditanza.

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Justice for Palestine, 609mila firme per sospendere l’accordo Ue-Israele. E la Flotilla è pronta a riprendere il mare

Sono 609.483 le firme raccolte in meno di tre mesi dai cittadini europei che chiedono alla Commissione di sospendere l’accordo di associazione con Israele. Un milione è il traguardo. Le soglie nazionali minime sono già state superate in nove paesi su sette richiesti, con la Francia al 482 per cento e l’Italia a quota 148. Bruxelles osserva.

L’Iniziativa dei Cittadini Europei ECI(2025)000005, promossa dall’Alleanza della Sinistra Europea, ha aperto la raccolta il 13 gennaio 2026. Scadenza: 13 gennaio 2027. La richiesta: la Commissione presenti al Consiglio una proposta di sospensione totale dell’accordo UE-Israele, in vigore dal 1995. Nel 2024 gli scambi tra le due parti hanno raggiunto 42,6 miliardi di euro. L’Ue copre il 34 per cento delle importazioni israeliane. Israele ha aderito a Orizzonte Europa nel 2021: 1,11 miliardi di euro di fondi Ue a imprese, università ed enti israeliani, tra cui società con legami diretti con l’esercito. 

Il fondamento giuridico è l’articolo 2 dell’accordo, che subordina ogni disposizione al rispetto dei diritti umani, definendoli “elemento essenziale”. Una violazione conferisce all’altra parte il diritto di sospendere in via unilaterale. Il Servizio europeo per l’azione esterna (Seae) ha certificato quella violazione il 20 giugno 2025: blocco degli aiuti assimilabile all’uso della fame come arma di guerra, attacchi indiscriminati, distruzione sistematica di ospedali. La Corte internazionale di giustizia (Cig) ha emesso ordinanze nel 2024 e un parere consultivo il 22 ottobre 2025. Bruxelles ha risposto con una sospensione parziale, circoscritta alle startup dell’EIC Accelerator.

Il meccanismo che l’Europa tiene in standby

L’Ice è un dispositivo di democrazia partecipativa che consente a un milione di cittadini di almeno sette stati membri di obbligare la Commissione a valutare un atto legislativo. L’esecutivo non è tenuto ad agire, ma deve spiegare perché non lo fa. Malin Björk, presidente dell’Alleanza della Sinistra Europea, ha avvertito che se la Commissione ignorasse un’Ice arrivata a un milione di firme «costituirebbe una crisi per la democrazia e per l’istituzione europea stessa». Il paradosso è dentro l’accordo: le clausole che Bruxelles cita per legittimare la partnership con Tel Aviv sono le stesse che il Seae e la Cig hanno certificato come violate. La Commissione ha scelto il parziale perché sospendere in toto significherebbe ammettere che quel quadro era già rotto.

In Italia le firme hanno superato 79.622, il 148,60 per cento del minimo richiesto. Nicola Fratoianni (Alleanza Verdi e Sinistra) era presente al lancio di Bruxelles il 13 gennaio 2026. Pd, M5S e Avs hanno presentato alla Camera una mozione congiunta, firmata da Elly Schlein, Giuseppe Conte, Fratoianni e Angelo Bonelli, che chiede la sospensione dell’accordo e la revoca della cooperazione militare. Nicola Zingaretti, capodelegazione Pd nel gruppo S&D al Parlamento europeo, ha chiesto «con immediatezza» la sospensione dopo la decisione israeliana di reintrodurre la pena di morte. 

Cento barche, un milione di firme

La raccolta si sovrappone alla Spring Mission 2026 della Global Sumud Flotilla: oltre cento imbarcazioni da più di 50 paesi, con l’obiettivo di rompere l’assedio illegale su Gaza e stabilire una presenza civile continuativa. Partenza principale da Barcellona il 12 aprile. Dai porti italiani, da Bari il 4 aprile a Civitavecchia, Napoli, Trieste, le barche convergono nel Mediterraneo orientale. La flotta medica conta oltre mille operatori sanitari; a bordo anche costruttori e investigatori di crimini di guerra. Maria Elena Delia, portavoce italiana della Flotilla, ha descritto Gaza come «occupata illegalmente» al 70 per cento dall’esercito israeliano, con l’obiettivo di stabilire una presenza civile e avviare la ricostruzione. Sumud, in arabo, significa perseveranza. È il nome scelto da chi ha smesso di considerare l’assuefazione un’opzione.

609.483 firme, cento barche in rotta. Il numero cresce ogni giorno. Qualcuno a Bruxelles dovrà rispondergli.

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La settimana corta è brutta solo per tutti gli altri

Venerdì 10 aprile Giorgia Meloni avrebbe dovuto presentarsi in Parlamento per rilanciare l’azione di governo. Lo ha comunicato il ministro Luca Ciriani (Fratelli d’Italia) nel pomeriggio di martedì. Poi qualcosa è cambiato: l’informativa è slittata al giovedì 9 perché i parlamentari di maggioranza non volevano restare a Roma il venerdì. La settimana corta, insomma, è brutta solo per tutti gli altri.

È un copione già visto. A marzo la Camera ha bocciato la proposta di Pd, Avs e M5S per ridurre l’orario di lavoro a 32 ore settimanali a parità di salario: 132 voti a favore dell’emendamento soppressivo, 90 contrari. Costi insostenibili, ha spiegato il centrodestra. Già lo scorso giugno Ciriani aveva proposto di spostare le interpellanze al giovedì per allungare il weekend. Al Senato, del resto, si chiude il giovedì da anni.

C’è una cosa che vale la pena scrivere per esteso. Gli stessi parlamentari che non volevano restare a Roma di venerdì hanno tutto l’interesse a tenere in vita questo governo almeno fino all’aprile del 2027. Per maturare il diritto alla pensione servono quattro anni, sei mesi e un giorno di mandato: la XIX legislatura ha iniziato il 13 ottobre 2022, la data scatta intorno alla metà di aprile del prossimo anno. Chi non ci arriva perde i contributi. Davvero c’è qualcuno che pensa che questi parlamentari faranno di tutto per non arrivare fino in fondo?

Sostanzialmente questa è la cosiddetta “visione politica” della maggioranza: arrivare a fine mandato con le tasche in ordine. Il comando di Meloni è tanto autorevole che la sua agenda la decidono loro.

Buon mercoledì.

Foto Gov

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Ci voleva un cronista aggredito per ricordare la Cisgiordania

Giovedì scorso, nel villaggio cisgiordano di Tayasir, il fotogiornalista Cyril Theophilos stava documentando per la CNN gli attacchi di coloni israeliani contro palestinesi quando i soldati del battaglione Netzah Yehuda sono intervenuti. Uno lo ha immobilizzato con una presa al collo, lo ha gettato a terra e ha danneggiato la telecamera. Il corrispondente Jeremy Diamond e la troupe sono stati trattenuti per circa due ore. Alcuni militari hanno detto che tutti i palestinesi sono terroristi.
Il Netzah Yehuda, 97° della brigata Kfir, è un reparto ultraortodosso da anni sotto osservazione per abusi in Cisgiordania occupata. Il Washington Post ha riportato domenica le conclusioni dell’inchiesta interna avviata dall’esercito israeliano. «È stato un brutto incidente che non sarebbe dovuto accadere», ha dichiarato il portavoce militare Nadav Shoshani. «Non rappresenta il modo in cui i nostri soldati dovrebbero parlare o agire.» Il capo di Stato maggiore ha sospeso il dispiegamento operativo del battaglione, che resterà in servizio di riserva sottoposto a un percorso di rafforzamento etico e professionale.
La sospensione non è arrivata in seguito agli anni di rapporti sugli abusi documentati in Cisgiordania occupata. È arrivata quando la telecamera di Theophilos ha ripreso il volto di chi la stava rompendo.
Il presidente israeliano Isaac Herzog ha condannato nella stessa giornata le violenze di «elementi estremisti in Giudea e Samaria». Non Cisgiordania, non West Bank: Giudea e Samaria, il nome biblico che i fautori dell’annessione usano per indicare lo stesso territorio. L’ambasciatore americano Mike Huckabee ha completato la ridefinizione su X: i coloni violenti non sono «settlers» ma «unsettlers». Il territorio resta lo stesso. I nomi cambiano a seconda di chi può tenerlo.

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Venezia, Calenda si allea con la Lega: il cortocircuito di Azione all’ombra del Cremlino

“Conte ha le stesse posizioni di Salvini”, ha scritto Carlo Calenda (Azione) qualche giorno fa, commentando il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte sull’Ucraina. Quarantotto ore dopo, il suo partito annunciava il sostegno al candidato sindaco del centrodestra a Venezia, candidato che corre con la Lega di Matteo Salvini.

Il direttivo metropolitano di Azione si è riunito il 26 marzo e con il 95 per cento dei voti ha scelto di sostenere Simone Venturini, assessore uscente alla Cesione sociale e al Turismo della giunta Luigi Brugnaro, candidato del centrodestra alle comunali di Venezia del 24 e 25 maggio. La coalizione che Azione ha abbracciato comprende Fratelli d’Italia, con Raffaele Speranzon; la Lega, con Sergio Vallotto; Forza Italia, con Michele Zuin; l’Unione di Centro, con Paolo Bonafè; il Partito dei Veneti, con Cesare Busetto. Tutto lo schieramento che governa Venezia da undici anni sotto Brugnaro.

Lo spettro del Cremlino

La Lega con cui Calenda si allea è quella guidata da Salvini, il cui sodalizio con Mosca ha occupato per anni le cronache giudiziarie italiane. Il 18 ottobre 2018, all’hotel Metropol di Mosca, il fedelissimo di Salvini Gianluca Savoini, presidente dell’associazione Lombardia-Russia, trattava con intermediari russi una compravendita di gasolio i cui proventi avrebbero dovuto finanziare la campagna elettorale della Lega. L’obiettivo, mai realizzato, ha scritto il gip Stefania Donadeo nell’atto di archiviazione del 2023, era “inequivocabilmente diretto verso il finanziamento illecito” del partito. Tra i presenti al tavolo, i magistrati hanno identificato un agente dei servizi segreti interni russi.

La stessa Lega, nella polemica delle ultime settimane sulla Biennale Arte 2026, si è distinta come l’unica forza della maggioranza di governo schierata apertamente a favore della partecipazione russa alla manifestazione contro la posizione del ministro della Cultura Alessandro Giuli, contro la lettera di 22 ministri europei e contro la Commissione europea, che ha minacciato di ritirare il contributo triennale da due milioni di euro. Quella stessa Lega è oggi alleata istituzionale di Calenda a Venezia.

L’insostenibile attrazione

La scelta veneziana ha radici precise. Nel 2022, a Genova, Calenda schierò Azione con il centrodestra. In marzo ha votato sì al referendum sulla riforma della giustizia insieme a Giorgia Meloni. In gennaio, al teatro Manzoni di Milano, stava costruendo un’intesa con Forza Italia di Antonio Tajani. In quella stessa sede aveva detto di non voler finire “in un partito con Conte, Fratoianni, Bonelli, Salvini e Vannacci”. Nell’elenco, Salvini era già lì tra i soggetti con cui non ci si può alleare. Poche settimane dopo, la Lega è diventata un alleato istituzionale a Venezia.

Il meccanismo è identico ogni volta: posizione pubblica intransigente sull’Ucraina, usata come strumento contro il centrosinistra; alleanze locali che quella posizione la smentiscono in toto. Dal canto suo, Calenda ha risposto alle critiche spiegando che Michele Boldrin, candidato di Ora!, aveva deciso di correre “senza dire nulla” ad Azione, che la notizia era arrivata “dai giornali insieme alla solita valangata di insulti”, e che i giovani attivisti locali avevano avuto “totale libertà di scelta”. Quindi: il partito è assente da Venezia come soggetto autonomo, il segretario da Roma copre il centrodestra e rivendica la coerenza europeista come arma polemica contro tutti gli altri.

Quella frase sulla responsabilità professionale e morale Calenda l’aveva scritta pochi giorni prima, a proposito di chi ospitava in televisione uno storico con frequenti relazioni con Mosca. Diceva che farlo “vuol dire consapevolmente dare spazio alla propaganda russa.” Adesso il destinatario di quella stessa accusa – la Lega, il partito che alla Biennale difende la presenza russa contro la Commissione europea – è il suo alleato istituzionale a Venezia.

Si può costruire una carriera politica sull’accusa agli altri di ambiguità sull’Ucraina. Solo che per farlo bisogna avere le spalle coperte. Le spalle di Calenda, a guardare la laguna, non lo sono. Calenda e la Lega: il cortocircuito veneziano di Azione all’ombra di Putin.

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