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Scure del governo su Transizione 5.0: con il taglio del 65% degli incentivi promessi, l’esecutivo perde anche il sostegno degli industriali

Il 27 marzo 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge n. 38. In meno di ventiquattr’ore Confindustria lo ha smontato. Gli incentivi del piano Transizione 5.0 sono stati tagliati del 65 per cento, in modo retroattivo, su aziende che avevano già investito fidandosi delle rassicurazioni dell’esecutivo. Il credito d’imposta che le imprese recupereranno oscilla tra il 12,25 e il 15,75 per cento degli investimenti effettuati. Il fondo della legge di bilancio, che doveva essere di 1,3 miliardi, è stato ridotto a 537 milioni. Oltre 7.000 richieste sospese, per un valore di circa 1,6 miliardi.

Il presidente Emanuele Orsini ha chiesto “una risposta chiara, rapida e coerente con gli impegni presi”: non poter fare affidamento sulle dichiarazioni del governo “mina profondamente la fiducia delle imprese nei confronti delle istituzioni.” Il vicepresidente Marco Nocivelli ha parlato di misura che “lede il principio del legittimo affidamento.” Il Ministero delle Imprese ha convocato un tavolo per il primo aprile a Palazzo Piacentini. Si convocano tavoli quando non si sa più tenere le promesse.

Promesse con scadenza

La storia di Transizione 5.0 è una storia di impegni spostati finché non si sono spostati troppo in là. Il piano era già stato gestito con lentezza burocratica: dei 6,3 miliardi stanziati erano stati spesi solo 400 milioni. A novembre 2025, senza preavviso, il programma era stato chiuso con due mesi d’anticipo, lasciando oltre 7.000 imprese in lista d’attesa. La legge di bilancio aveva promesso di rimediare con 1,3 miliardi.

Il decreto li ha ridotti a 537 milioni, escludendo anche gli impianti fotovoltaici ad alta efficienza che le imprese erano state incentivate ad acquistare. Confartigianato, con il presidente Marco Granelli, e Confapi si sono già schierate accanto a Confindustria. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha risposto dal Forum Teha di Cernobbio invocando guerra in Iran e blocco dello Stretto di Hormuz: “Dobbiamo capire chi dobbiamo aiutare”.

È la grammatica del realismo. Solo che il Centro studi di Confindustria stima la crescita del Pil 2026 allo 0,5 per cento nello scenario migliore.

Il catalogo degli scontenti

Confindustria non è la prima. Da ottobre 2022 a oggi il governo ha collezionato scontri con le organizzazioni che avrebbe dovuto, se non tutelare, almeno non inimicarsi. La Confederazione generale italiana del lavoro (Cgil) e l’Unione italiana del lavoro (Uil) hanno proclamato tre scioperi generali consecutivi contro le manovre, dall’autunno 2022 al novembre 2024.

Il governo ha risposto con la precettazione firmata dal vicepremier Matteo Salvini (Lega), riducendo lo sciopero nei trasporti da otto a quattro ore per due anni di fila. La Commissione sindacale internazionale ha degradato l’Italia al livello 2 del proprio indice dei diritti: tra i paesi con “ripetute violazioni.”

A marzo 2026, in vista del referendum sulla separazione delle carriere della magistratura, le principali organizzazioni datoriali si sono rifiutate di schierarsi per il sì. Anche la Cisl non ha dato indicazioni di voto. Fonti di Palazzo Chigi, riportate da Il Foglio, hanno parlato di “insofferenza” per la mancata discesa in campo degli alleati naturali. Il sì ha perso.

Tre anni di governo producono questo. I sindacati scioperano tre volte, precettati. Le organizzazioni datoriali disertano la campagna referendaria. Gli industriali accusano lo Stato di non saper mantenere le promesse. Giorgetti invoca le compatibilità. Orsini chiede coerenza. Sostanzialmente, quando un governo perde la fiducia di chi investe, la crescita che era già ferma rischia di fermarsi del tutto. E il tavolo convocato per oggi non restituisce i 763 milioni sottratti con un tratto di penna.

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Ecco la “leggerezza” di Delmastro che non trovava una definizione giuridica

Diciassette dicembre 2024. A Biella, davanti a un notaio, sei persone costituiscono la “Le 5 Forchette”. Tra loro Delmastro e Miriam Caroccia, diciottenne figlia del prestanome condannato del clan Senese. Lo sappiamo, certo, ma c’è una novità: secondo la procura di Roma, è quel momento il punto d’innesco del reato: da quella data inizia il riciclaggio di capitali mafiosi.

L’avviso a comparire notificato a Miriam Caroccia non è un aggiornamento burocratico. È il salto di qualità che trasforma mesi di ipotesi in imputazione formale: la Bisteccheria d’Italia avrebbe permesso al clan di reinvestire capitali illeciti, rafforzare la propria posizione territoriale e sottrarre beni a misure ablatorie. Sporchi, scrivono i pm, erano i soldi con cui i Caroccia si sarebbero attribuiti fittiziamente il cinquanta per cento della società. Sporchi anche i capitali nella fase di avviamento.

Giorgia Meloni aveva detto “leggerezza”. Ogni giorno quella parola costa di più. Nel locale che la procura sospetta fosse un nodo di riciclaggio, i vertici del Dap erano stati fotografati a cena. Delmastro era ancora presente a fine gennaio 2026, mesi dopo aver ceduto le quote. E lui, in quel periodo, aveva la delega proprio al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, cioè al cuore del sistema carcerario: quello stesso sistema per cui nel febbraio 2025 era stato condannato in primo grado per rivelazione di segreto d’ufficio.

La commissione Antimafia, con voto unanime che include Fratelli d’Italia, ha approvato un ciclo di audizioni: procura di Roma, forze dell’ordine, Dap, scorta. E Delmastro stesso. “Leggerezza” attende ancora una definizione giuridica.

Buon martedì.

Foto di Immo Wegmann su Unsplash

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Strage pianificata e sventata: dietro l’arresto del 17enne a Perugia, il fenomeno del neofascismo minorile che l’Italia non considera emergenza

Stava studiando come sintetizzare il Perossido di Acetone. Ha diciassette anni, pescarese di nascita, residente in provincia di Perugia. I carabinieri del Raggruppamento operativo speciale (Ros) lo hanno arrestato ieri mattina: stava pianificando una strage nella sua scuola ispirata al suprematismo bianco, con l’intenzione di togliersi la vita al termine del massacro. Insieme all’ordinanza del giudice per le indagini preliminari del Tribunale per i minorenni de L’Aquila, sono scattate altre sette perquisizioni tra Abruzzo, Emilia Romagna, Umbria e Toscana.

Il Perossido di Acetone è l’esplosivo jihadista degli attentati di Parigi e Bruxelles. Il diciassettenne lo aveva trovato nei canali Telegram della “Werwolf Division”, network suprematista smantellato nel dicembre 2024 con dodici arresti in diciassette città, poi rinominatosi “Divisione Nuova Alba” e rimasto operativo. Il gruppo puntava a sovvertire l’attuale ordinamento per instaurare uno Stato etico e autoritario incentrato sulla razza ariana, con progetti di azioni violente nei confronti di alte cariche istituzionali. Sette mesi dopo quegli arresti, lo stesso network produce un adepto con manuali per ordigni in casa e una strage scolastica pianificata nei dettagli.

La mappa di un’emergenza

Dal 2023 a oggi, secondo i dati della Polizia di Stato, dodici minorenni sono stati sottoposti a misura cautelare per reati legati all’estremismo violento, mentre oltre 107 sono stati oggetto di perquisizione. Il 31 luglio 2025 ventidue perquisizioni hanno coinvolto giovani tra i tredici e i diciassette anni, emersi in contesti suprematisti, accelerazionisti e jihadisti. Tredici anni: il radar dell’intelligence ha dovuto abbassarsi fino alla preadolescenza. Nelle abitazioni: manuali nazionalsocialisti, divise delle SS, componenti per molotov.

Il profilo ricorrente: disagio psicologico, vita sociale marginalizzata. L’ideologia arriva dopo la fascinazione per la violenza. Su TikTok è mascherata da ironia. Su Discord diventa un gioco di ruolo in cui si guadagnano gradi con contenuti estremi. Su Telegram ci sono i manuali, i video degli attentati, i file per stampare armi in 3D.

Due misure

Il governo non ignora il problema per distrazione. La “Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza” presentata il 4 marzo 2026 alla Camera, con la partecipazione del Sottosegretario Alfredo Mantovano, ha inquadrato le priorità nel cyberspazio, nelle tecnologie quantistiche e nella competizione geopolitica. Il terrorismo interno neofascista compare tra gli otto filoni analizzati, ma rimane citato.

Il termine di paragone è la risposta riservata al dissenso di sinistra. Il decreto anti-rave, primo provvedimento del governo Meloni nell’ottobre 2022, ha introdotto pene fino a sei anni per chi organizza raduni pericolosi per l’ordine pubblico: strumento a maglie volutamente larghe. Di fronte ai cortei studenteschi, identificazioni sistematiche. Di fronte al raduno neonazista, l’osservazione.

Il 7 gennaio 2024 e il 7 gennaio 2025, in via Acca Larentia a Roma, circa un migliaio di militanti ha commemorato la strage del 1978 con saluti romani collettivi. La segretaria del Partito Democratico (Pd) Elly Schlein ha chiesto al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi lo scioglimento dei gruppi neofascisti. Il ministro ha risposto elogiando la questura per aver “assicurato lo svolgimento della manifestazione senza incidenti”. Cinque denunce per apologia di fascismo. Ogni anno, lo stesso rito.

Esiste un circuito comunicante tra la tolleranza verso la destra radicale e la deriva dei più giovani. Quando l’apologia del fascismo in piazza produce cinque denunce, il segnale non è la fermezza dello Stato. A raccoglierlo sono anche i quindicenni su TikTok e i diciassettenni che su Telegram scaricano manuali per esplosivi. Fratelli d’Italia nasce da una storia politica che ha percepito come estranea la cultura della Resistenza: condannare l’estremismo di destra equivarrebbe a rinnegarne le radici militanti. Il Ros arresta un diciassettenne con manuali per far saltare la sua scuola. Il governo non parlerà di emergenza.

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Centri rimpatri in Albania, il negoziato è appena iniziato: ecco perché la propaganda di FdI sul voto europeo non regge

Il 26 marzo 2026, il Parlamento europeo ha approvato l’avvio di un negoziato. Il governo italiano ha festeggiato come se avesse vinto una guerra.

Fratelli d’Italia ha diffuso un comunicato: “Immigrazione: Ue segue linea governo Meloni”. Sara Kelany, responsabile del dipartimento Immigrazione, ha chiesto alla sinistra il «mea culpa» per aver ostacolato i centri in Albania: chi lo ha fatto ha agito «sulla base di una ideologia che fa l’interesse di una parte e va a discapito dell’interesse nazionale».

Il Parlamento ha approvato un mandato negoziale, non una legge: 389 a favore, 206 contrari, 32 astenuti.

Vitalba Azzollini ha scritto: “Peccato non dicano che quei centri, al momento, non sarebbero conformi alla disciplina Ue vigente, e nemmeno a quella in corso di elaborazione. Ma soprattutto peccato omettano di ricordare che a breve la Corte di Giustizia Ue potrebbe attestare che l’Italia non aveva la competenza a stipulare il Protocollo con l’Albania o, quanto meno, a usare quei centri come Cpr”. Il movente: rilanciare il governo dopo la sconfitta referendaria sulla separazione delle carriere in magistratura.

L’equazione impossibile

I “return hubs” europei sono strutture destinate a soggetti con ordine di espulsione definitivo. Il modello Albania si innesca al soccorso in mare: pre-screening a bordo di navi militari italiane, selezione di uomini adulti da Paesi classificati “sicuri” per decreto, trasferimento a Gjadër senza provvedimento formale di espulsione. Una finzione giuridica assimila quei centri a territorio italiano, ma ospitano richiedenti asilo la cui domanda non è ancora stata esaminata. Fratelli d’Italia ha preso l’esternalizzazione come principio generico e lo ha usato per dichiarare validato il proprio strumento.

Il modello sotto processo

La Corte d’Appello di Roma ha sollevato rinvii pregiudiziali alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (Cgue): l’Italia aveva l’autorità legale per firmare quel Protocollo? La domanda richiama la giurisprudenza Aets: quando l’Unione ha adottato norme comuni su una materia, gli Stati non possono stipulare accordi con Paesi terzi che incidano su quelle norme. Il Sistema Comune Europeo di Asilo regola questa materia. La pronuncia è attesa entro giugno. L’avvocata Michela Casorelli ha dichiarato all’ANSA: «È evidente che Meloni parla di sentenze che non ha mai letto».

Il 4 ottobre 2024, la Cgue (causa C-406/22) ha stabilito che uno Stato non può designare come “sicuro” un Paese terzo se tale qualifica non vale per ogni sua porzione territoriale. I tribunali italiani hanno negato la convalida dei trattenimenti per persone da Egitto e Bangladesh. I centri di Gjadër sono rimasti vuoti, a un costo che secondo Azzollini si avvicina a un miliardo di euro, per rimpatri che le associazioni qualificano come “relativamente pochi”. Kelany parla di “interesse nazionale”. Sarebbe utile sapere quale.

Smontare la propaganda non significa assolvere Bruxelles. Il compromesso Ppe-Ecr-ultradestra introduce la detenzione amministrativa fino a 24 mesi per chi non coopera: due anni senza imputazione penale, senza processo. Oltre 250 organizzazioni della società civile hanno definito la proposta un allontanamento dagli standard internazionali. La stessa Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (Fra) ha avvertito che quei centri non possono diventare “zone libere dal diritto”. Il testo non prevede procedure vincolanti per il superiore interesse del minore, autorizzando l’inclusione di famiglie con bambini nelle dinamiche di deportazione extraterritoriale.

Il governo Meloni ha trasformato il voto del 26 marzo in un comunicato stampa. La magistratura e la Corte di Giustizia dell’Unione europea lavorano, nel frattempo, sui fatti. La sentenza arriverà in estate. Quella sarà la vera notizia.

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La sicurezza come alibi per tutto

La mattina del 29 marzo la polizia israeliana ha bloccato il cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca Latino di Gerusalemme, e il Custode di Terra Santa davanti alla Basilica del Santo Sepolcro. Non potevano entrare per una Messa privata. La Patriarchia Latina ha ricordato che dal 28 febbraio la chiesa ospitava Messe private ininterrottamente: non era chiaro perché domenica fosse diverso. La polizia ha invocato ragioni di sicurezza. Il governo italiano ha convocato l’ambasciatore israeliano. La premier Giorgia Meloni ha dichiarato che l’azione «costituisce un’offesa non solo ai credenti ma a ogni comunità che riconosce la libertà religiosa». Netanyahu ha risposto che non c’era «nessuna intenzione malevola».

Sicurezza: la stessa parola usata il 24 marzo dal Comitato per la sicurezza nazionale della Knesset per approvare il disegno di legge sulla pena di morte applicata ai palestinesi. Il testo promosso da Limor Son Har-Melech del partito di Ben Gvir prevede nei tribunali militari della Cisgiordania la pena capitale obbligatoria per omicidio intenzionale, inflitta a semplice maggioranza senza che la procura la richieda, eseguita per impiccagione entro novanta giorni. I tribunali militari hanno giurisdizione esclusivamente sui palestinesi: i coloni vengono processati dai tribunali civili. Lo stesso esercito israeliano ha dichiarato che la legge viola il diritto internazionale e potrebbe esporre i comandanti a giudizi stranieri. Dodici esperti ONU hanno scritto che l’impiccagione «equivale a tortura». Amnesty ha definito le pene senza appello «crimini di guerra». Al Purim, Har-Melech si era vestita da boia.

«La legge fissa un messaggio chiaro e inequivocabile», ha detto Har-Melech il 24 marzo. «Chi sceglie di uccidere ebrei perché sono ebrei perde il diritto di vivere.»

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Caro carburanti, il taglio delle accise del governo Meloni ha finito per avvantaggiare i distributori: ecco perché

Il decreto anti-speculazione ha arricchito i distributori: lo certifica l’analisi di Lorenzo Borga su Pagella Politica, sui dati del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica e di Staffetta Quotidiana.

Nel febbraio 2026 la benzina alla pompa si scomponeva così: 43 centesimi di prodotto raffinato (il Platts Cif Med), 97 centesimi tra accise e IVA, 24 centesimi di margine lordo della filiera. Con l’escalation militare americana e israeliana in Iran, tra il 28 febbraio e il 16 marzo il Platts è salito da 43 a 52 centesimi, il gettito statale da 97 a 99. Il margine della filiera è rimasto fermo a 24. Lo stesso per il gasolio. La speculazione evocata dal governo, dunque, non era nei dati.

Il Decreto-Legge n. 33 del 18 marzo 2026 ha introdotto uno sconto di 24,91 centesimi al litro tra accisa e IVA, dal 19 marzo al 7 aprile, per un costo di 417,4 milioni di euro, secondo il Servizio Studi del Parlamento. Tra il 16 e il 18 marzo il margine lordo della benzina era a 17 centesimi. Tra il 20 e il 22 marzo era a 22: più 29,4 percento in quarantotto ore. Il gasolio da 15 a 20 centesimi, più 33,3 percento. La riduzione di una tassa si distribuisce lungo la filiera in base alle condizioni di concorrenza: dove esiste un’unica stazione di servizio il taglio fiscale finisce nei margini.

Caro carburanti, il decreto che ha premiato i presunti colpevoli

L’Articolo 1 imponeva alle compagnie di comunicare giornalmente i prezzi al Ministero delle Imprese e del Made in Italy e di pubblicarli online. Trasparenza come deterrente. Peccato che l’Agcm avesse già ragionato su questo: nel caso I681 del 2007 aveva sanzionato nove compagnie perché la diffusione dei “prezzi consigliati” allineava i listini in modo coordinato. Il decreto del 2026 ripristina per legge l’esatto contrario: un tabellone pubblico aggiornato ogni giorno che permette a ogni concorrente di adeguarsi verso l’alto senza accordi espliciti.

Il Garante per la sorveglianza dei prezzi, il cosiddetto “Mister Prezzi” Benedetto Mineo, ha un mandato circoscritto alla regolarità amministrativa: cartelli esposti, prezzi comunicati, niente rincari infragiornalieri. Il 20 marzo mattina il 40 per cento degli impianti non aveva recepito lo sconto e l’11,4 per cento aveva alzato i prezzi.

Le promesse che avevano già una scadenza

Nel 2022 Salvini costruiva la campagna elettorale sulla promessa di eliminare le accise anacronistiche, quelle legate alla guerra d’Etiopia, alla crisi di Suez, al Vajont. Arrivato al governo, la risposta è diventata l’accisa mobile: avrebbe dovuto ridurre automaticamente la quota fissa dell’accisa usando il maggior gettito IVA dei rincari. Nella crisi del marzo 2026 non si è attivata: richiede deliberazioni tecniche e soglie prolungate. Il governo ha dovuto varare il decreto d’urgenza, certificando il fallimento della soluzione strutturale che avrebbe dovuto renderlo superfluo.

In Senato Meloni ha definito «ingenerose» le accuse di aver alzato il carico fiscale, descrivendo gli aggiustamenti come «allineamenti delle accise» imposti dagli impegni del Pnrr. Renzi ha risposto con i dati della Ragioneria dello Stato: le rimodulazioni avrebbero tolto oltre 500 milioni ai cittadini nel breve periodo e garantito al bilancio 2,4 miliardi entro il 2032.

C’è un precedente che il governo ha ignorato. Il D.L. 5/2023 imponeva di esporre i prezzi medi regionali e nazionali calcolati dal Mimit. Il Consiglio di Stato nel 2024 ha annullato i decreti attuativi per sproporzione: i benzinai sono stati autorizzati a esporre cartelli in bianco. Tre anni dopo, lo stesso schema. Lo sconto scade il 7 aprile. Era scritto così, fin dall’inizio.

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Il modello funziona. Peccato per i morti.

614. Tante sono le persone morte o disperse nel Mediterraneo centrale dall’inizio dell’anno fino al 21 marzo, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Il record dal 2014. Più del triplo rispetto allo stesso periodo del 2025.

Mercoledì 25 marzo, da Algeri, Giorgia Meloni ha detto che «se in questi anni siamo riusciti a ridurre gli sbarchi illegali e le tragedie in mare, lo dobbiamo anche alla forte cooperazione con l’Algeria». Quella cooperazione «rappresenta un modello per la regione».

Un modello. Mentre l’Oim contava i corpi.

C’è un problema geografico. I migranti che partono dall’Algeria sono da anni diretti verso la Spagna, lungo la rotta occidentale. Quella centrale, che unisce la Libia all’Italia, non riguarda Algeri. Meloni lo sa o lo ignora: in entrambi i casi è grave.

Il vanto è falso. Gli sbarchi sono calati. Ma l’Oim spiega: le persone continuano a partire, le navi Ong sono state bloccate con decreto, alcune barche arrivano e altre si perdono. Quando si perdono non se ne parla, perché non c’è nessuno a raccoglierle.

I 3.250 migranti intercettati tra gennaio e il 21 marzo, tra cui 238 donne e 67 bambini, sono stati riportati in Libia dalle milizie finanziate da Roma: le stesse che rispondono a Osama Almasri, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra, arrestato a gennaio e liberato in quarantotto ore su un aereo di Stato.

Il modello, sostanzialmente, è questo: meno sbarchi perché più morti in mare, e più prigionieri consegnati ai campi di tortura libici. Meloni lo chiama successo. L’Oim lo chiama record.

Buon lunedì.

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Senza potere non esistono

La loro unica qualità è il potere che hanno. Sul serio, pensateci, nel giro di poche ore abbiamo assistito al ghigliottinamento di Giusi Bartolozzi, colei che voleva rifondare il significato della parola giustizia. Poi è stato il turno di Andrea Delmastro, quello che in pubblico voleva vedere soffocare i mafiosi con cui in privato entrava in società attraverso la figlia di un prestanome. Poi è stato il turno di Daniela Santanchè, donna insicura ma vanitosa del suo potere e del fascino che ne deriva, che ha sempre avuto come unico pregio il suo poter vantare vicinanza ai potenti. Infine c’è Maurizio Gasparri, statista quanto la sua carota che ha agitato contro Sigfrido Ranucci e Report, uno che in un Paese meritocratico sarebbe un troll nel chiaroscuro della sua cameretta.

Non è finita qui. In Forza Italia nel mirino c’è il capogruppo alla Camera Paolo Barelli (vi state chiedendo chi sia Ecco, appunto) e poi su su fino al ministro Antonio Tajani, che ormai è diventato un aggettivo: “fare il Tajani” è il nuovo sinonimo di filare e non tessere.

Tutta gente che non esisterebbe senza il suo potere. Persone che se non fossero parlamentari, se dovessero confrontarsi con il normale mondo del lavoro, sarebbero laterali in qualsiasi fabbrica o in qualsiasi ufficio. Ed è così anche per i non dimessi, quelli che siedono in posti di potere per vicinanza alla presidente del Consiglio: una classe dirigente indegna che è un’offesa per tutti i lavoratori.

Loro sono il loro potere, solo quello. Per questo ci si abbarbicano ossessivi e violenti. Se cade quello, cade tutto.

Buon venerdì.

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No Kings, a Roma si mobilita l’onda contro l’internazionale della paura

Il 14 giugno 2025 Donald Trump ha organizzato una parata militare per il suo settantanovesimo compleanno. Cinque milioni di persone sono scese in piazza a protestare. Nessuno ricorda la parata.

Da quella giornata è nato No Kings. Il 18 ottobre 2025 erano già sette milioni in duemilasettecento eventi. Per sabato 28 marzo gli organizzatori contano oltre tremila appuntamenti, in contemporanea con la marcia londinese della Together Alliance, coalizione britannica con Brian Eno, Fontaines DC, Paul Weller e Kneecap tra i firmatari. A Roma, il 27 e il 28 marzo, il movimento prende forma italiana: settecento realtà aderenti, due giorni di concerto e corteo. Parole d’ordine ufficializzate in conferenza stampa: «No all’autoritarismo, no alla guerra, no al riarmo, no al genocidio e no alla repressione».

Il palco come atto politico

Venerdì alle 15.30 la Città dell’Altra Economia ospita un concerto gratuito con circa cinquanta artiste e artisti: Ditonellapiaga, Daniele Silvestri, Gemitaiz, Sabina Guzzanti, Ascanio Celestini, Mannarino, Willie Peyote, Rancore, Dutch Nazari, Bandabardò, Modena City Ramblers, Africa Unite, Assalti Frontali, Erica Mou, Giancane, Pop X, Il Muro del Canto. Un catalogo che attraversa decenni di musica italiana di impegno civile. La stessa logica della Together Alliance: la cultura come strumento di pressione, senza la pretesa di stare fuori dal conflitto.

L’area sarà accessibile per le persone in carrozzina, sul palco ci sarà un interprete LIS grazie alla collaborazione con Disability Pride Italia. Dettagli che, in una piazza politica, non sono mai soltanto dettagli: dicono chi è benvenuto e chi, di solito, viene lasciato fuori. Anche per il corteo del sabato è prevista una zona safe con auto di sostegno per anziani e famiglie con bambini.

La piazza e il confine dai partiti

Sabato 28 marzo alle 14.00 il corteo parte da Piazza della Repubblica e arriva a Piazza San Giovanni. Decine di migliaia attese da tutta Italia. Luca Blasi, tra gli organizzatori, ha chiarito il perimetro: «Chi verrà in piazza a portare pratiche non condivise con il movimento, allora non ne fa parte». Una piazza grande è sempre una piazza esposta.

Nessun partito, nessuna candidatura. I No Kings hanno anche lanciato una pressione verso le opposizioni parlamentari: risposte «fuori dalle logiche di potere». Vicini ai partiti abbastanza da far loro sentire il fiato sul collo, distanti abbastanza da non diventarne il serbatoio.

Il collante è la vittoria del No al referendum del 22 e 23 marzo sulla separazione delle carriere. Gli organizzatori chiedono le dimissioni di Giorgia Meloni: il No come mandato, la piazza come luogo in cui quel mandato viene rivendicato. Se il governo ha perso il referendum sulla sua riforma più simbolica, la legittimità vacilla; la piazza è il luogo in cui quella vacillazione diventa visibile.

Il modello che cambia

Negli Stati Uniti No Kings ha mosso dodici milioni di persone nelle prime due edizioni. In Gran Bretagna la Together Alliance ha radunato cinquanta organizzazioni contro la crescita di Reform UK di Nigel Farage. In Italia, settecento realtà si sono agganciate alla stessa rete. La simultaneità delle date ha un peso simbolico; il punto più rilevante è nel modello: la piazza smette di essere evento isolato e diventa nodo di una rete internazionale. Lo schema è quello della destra che governa attraverso la paura, che trasforma il nemico interno in risorsa elettorale permanente. Trump l’ha portato alla Casa Bianca. Meloni lo pratica a Palazzo Chigi. Farage aspira a Downing Street.

La risposta che il 28 marzo costruisce non è elettorale. È una risposta di presenza: corpi in strada, voci in piazza. Cinquanta artisti su un palco a Roma, Brian Eno e Fontaines DC a Londra, milioni di americani nelle strade. Date coincidenti, rifiuto condiviso. Nessuno ricorda la parata.

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Israele si ridisegna i confini occupando il Libano

Il 25 marzo 2026, all’Istituto Universitario di Ginevra, Philippe Lazzarini ha tenuto il suo ultimo discorso da commissario generale dell’Unrwa. Le violazioni del diritto internazionale non sono una novità, ha detto. La novità è che non vengono più nascoste: «vengono rivendicate, commesse con orgoglio».

Lo stesso giorno, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz annunciava che le operazioni nel Libano del Sud seguiranno «il modello di Beit Hanoun e Rafah a Gaza»: distruzione delle abitazioni, blocco dei ritorni finché il nord di Israele non sarà sicuro. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich aggiungeva: «il Litani deve essere il nostro nuovo confine con il Libano».

Gaza scompare dall’agenda. Younis Al-Khatib, presidente della Mezzaluna Rossa Palestinese, parlava ieri ad Acireale davanti a 59 rappresentanti del Movimento di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa: «dopo l’inizio del conflitto in Iran la situazione a Gaza è peggiorata. Il mondo si sta dimenticando di Gaza». Due milioni di persone senza acqua, cibo e medicine. Il cessate il fuoco e il piano di ricostruzione non hanno fatto progressi.

I dati Unrwa documentano la direzione. Dal 28 febbraio tutte le frontiere tranne Kerem Shalom sono chiuse. Le evacuazioni mediche restano sospese: 18.500 pazienti attendono cure non disponibili a Gaza, 3.800 sono bambini. Il 46 per cento dei farmaci essenziali è esaurito. Il 23 marzo è caduto il primo anniversario dell’uccisione di quindici operatori della Mezzaluna Rossa Palestinese.

Il modello viene rivendicato come vanto mentre Gaza scivola via dall’agenda diplomatica. Nel discorso al Geneva Graduate Institute, Lazzarini ha detto: «È sbalorditivo che un’agenzia delle Nazioni Unite sia stata lasciata schiacciare, in violazione del diritto internazionale, in totale impunità».

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