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Giulia Alberico (L’Osservatore Romano) su Nuovissimo testamento

Nella città di DF un giovane uomo, Fausto Albini, mentre passeggia sulla spiaggia, senza una apparente ragione, è colto da un turbamento violento e sviene. Immediatamente soccorso viene ricoverato in ospedale nel reparto Disturbi affettivi dove medici solleciti vogliono indagare quel che gli è successo. È una reazione, infatti, incomprensibile perché a DF, come nel resto dello Stato, vige da decenni un governo che attua un programma rigido e severo: quello della Rotondità sentimentale ossia l’assenza totale di emozioni.

Sono banditi sensazioni, sentimenti, desideri. Tutto è pianificato perché né risa né pianto, né moti del cuore né affetti possano turbare lo scorrere di una vita che è pianificata secondo rigide regole: da quelle alimentari a quelle coniugali. C’è una rotazione settimanale per i cibi, pluriennale per le coppie che generano figli, poi vengono separatamente riassegnati ad altri partner così come i bambini, a rotazione, presso coppie di genitori temporanei.

A DF le case sono tutte uguali, arredate allo stesso modo, ogni libro è bandito, come pure i colori. È permesso solo il grigio. Per attuare il fine ultimo della Rotondità sentimentale ai neonati subito dopo la nascita viene somministrato un mix di vaccini che permette di crescere per il resto della vita in assenza totale di emozioni: né dolore, né gioia, né odio, né amore. Se ogni empatia sarà impedita i cittadini saranno tutti «docili alle imposizioni e facili da regolamentare come un gregge mansueto». In questo mondo impenetrabile ad ogni forma di reazione emotiva tuttavia qualcosa non va secondo il verso giusto. Qualcuno non regge, prova sofferenza perché percepisce la condizione in cui si trova. E si suicida. Qualcuno prova a reagire, a godere del colore rosso, a gustare il sapore del vino e del cioccolato, a leggere un libro. Naturalmente tutto questo alimenta un piccolo e fiorente mercato nero. E clandestinamente alcuni si organizzano in una resistenza e vanno a formare le Brigate sentimentali. Anche Albini sottoposto alle cure in ospedale, non reagisce ai tentativi di riallinearlo all’ottundimento emotivo, anzi si innamora della dottoressa che dovrebbe curarlo, Anna Cordio. Sarà proprio lei a recitargli la massima del Vangelo apocrifo di Tommaso: «Se fai accadere ciò che è dentro di te, questo ti salverà. Non fai accadere ciò che è in te, questo ti ucciderà». È un romanzo distopico Nuovissimo testamento (Roma, Fandango 2021, pagine 290, euro 19) di Giulio Cavalli, per molti versi ansiogeno proprio perché, nel potere che governa DF intravvediamo, sia pure deformati e paradossali, alcuni aspetti, striscianti che appaiono nel mondo presente, quello che abitiamo tutti.

Quanto siamo empaticamente vicini al prossimo? Quanto emotivamente partecipi della vita della famiglia, della comunità? L’abbondanza di informazioni da ogni angolo del mondo non rischia di generare indifferenza? Quante volte capita di non voler più sapere, vedere l’inferno di dolore e violenza che c’è nel mondo. Per eccesso o assenza di empatia. Se in parte è così allora, ci dice Nuovissimo Testamento, si possono trovare degli antidoti, così come faranno alcuni temerari in DF. L’antidoto però non garantisce la bontà delle emozioni. Queste possono essere anche di odio, di violenza, di rabbia. Sta al singolo viverle in direzione positiva, generosa, vitale.

In un bellissimo dialogo tra Marco Polo e Kublai Kan ne Le città invisibili di Calvino, stanco e rassegnato Kublai dice: «Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale». E Marco: «L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, quello è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio».

di Giulia Alberico

Prima si lamentavano per la “dittatura sanitaria”. Ma ora che le chiusure le fa Draghi va tutto bene

Ma ve la ricordate la “dittatura sanitaria”? Dico, vi ricordate tutto il baccano che si accendeva ogni volta che nell’aria si annusava il bisogno di un nuovo lockdown o anche semplicemente si ventilava l’ipotesi di nuove restrizioni?

C’era Salvini, era lui l’agitatore degli aperturisti, che strillava come un matto per convincerci che ogni nuova limitazione non fosse altro che la conferma dell’incapacità di quelli che governavano. Altri gli andavano dietro a scia, i suoi parlamentari e gli alleati di Fratelli d’Italia e anche qualche berlusconiano. Che vergogna, che schifo, ci dicevano, ora non si sentono più.

Ve le ricordate le prese per i fondelli per i colori delle regioni? Vi ricordate gli schiamazzi di chi ci spiegava che era un metodo punitivo che uccideva gli italiani e che veniva usato come arma politica? Ora i colori sono aumentati, c’è l’arancio scuro, il rosso rossissimo, il bianco con toni di grigio. Ma non si sente più nessuno strillare.

Vi ricordate le grandi battaglie di Salvini e dei suoi compagnucci aperturisti contro il coprifuoco? Vi ricordate tutte le ciance per la libertà e i vaneggiamenti sul diritto di pisciare il cane alle 4 del mattino? Che tempi: tutti esperti di Costituzione. Ora il coprifuoco potrebbe addirittura allargarsi e quelli, al solito, tutti zitti, spariti.

Vi ricordate le critiche ai Dpcm? Vi ricordate costituzionalisti, Renzi e Salvini, quelli che lamentavano la presenza di un governo autoritario? Sono gli stessi che criticavano la pletora di esperti che esautorava la politica e il Parlamento delle loro funzioni, quelli che chiamavano i tecnici “amichetti” e i consulenti li chiamavano “compagni”. Ora continuano i Dpcm, si allarga la schiera di esperti, eppure non s’ode una protesta manco a pagarla, niente.

E le scuole? Che vergogna, dicevano, le scuole chiuse e le famiglie in difficoltà che non sanno come tenere i propri figli. Ci risiamo, ma quelli che strillavano ora hanno perso il dono della protesta.

E vi ricordate quando dicevano di dare notizie certe, di smetterla di bisbigliare? Da giorni si discute di un lockdown senza fonti certi, retroscena dappertutto ma quelli tacciono, niente di niente.

E i ristori che arrivavano in ritardo? Ora è cambiato il nome, ma comunque si chiamino continuano a non arrivare, la sostanza non cambia, solo gli sfegatati oppositori tacciono. Insomma, il trucco era semplice semplice: bastava fare entrare i contestatori nel governo e continuare come prima. Intorno s’è fatto tutto accondiscendenza.

Leggi anche: Dagli oppioidi all’Arabia Suadita, le ombre su McKinsey: ecco a chi si è affidata l’Italia per il Recovery

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Perché dovremmo leggere Nuovissimo Testamento, l’ultimo libro di Giulio Cavalli (da Marie Claire)

Una mattina Fausto Albini disegna un cerchio nella sabbia, viene assalito da una sensazione, si sente male e viene ricoverato nel reparto disturbi affettivi. Perché a DF (luogo dove era ambientato anche il libro Carnaio) non è prevista un’emotività incontrollata (più che altro un’emotività): tutto è deciso, stabilito – i colori (dai vestiti ai mobili), il cibo, il lavoro da fare, persino mogli e mariti vengono assegnati (e cambiati dopo un tot) -, non esistono idee, aspirazioni, paure, e nessuno si fa domande. E questo perché il l governo è riuscito a ottenere (il come è meglio non svelarlo ) un ottundimento delle emozioni, specie dell’empatia, il cui calmieramento è fondamentale per il mantenimento del potere. Solo che pian piano quelli che sentono qualcosa (come Fausto e i suoi compagni di stanza) sono sempre di più, al mercato nero si smerciano libri, cibo, musica, e nascono le Brigate sentimentali, che vogliono far aprire gli occhi agli abitanti e liberare le emozioni. Questa in breve – c’è assai di più – la trama di Nuovissimo Testamento, l’ultimo romanzo di Giulio Cavalli (attore, scrittore e giornalista), che sembra una specie di grandangolo da cui guardare noi e il mondo.

A DF tutto è stabilito, deciso. Non ci sono desideri, aspirazioni, dubbi, domande… Che cos’è, un incubo, una distopia, un rischio su cui vigilare? 
Un rischio su cui dobbiamo vigilare non solo a livello politico ma penso anche personale. Io sono innamorato delle fragilità, ne scrivo sempre, e la vera resa di fronte alle fragilità consiste nell’abbassare, nell’annacquare, nel diluire tutto: ambizioni, sentimenti, dolori, sogni per viverli. 

Stiamo diluendo tutto?
Siamo in un’epoca in cui ci dicono che essere mansueti di fronte agli accadimenti della nostra vita sia un pregio. Io invece lo trovo un enorme difetto.

A DF sono riusciti a creare un ottundimento generale delle emozioni, specie dell’empatia. Che cos’ha di così pericoloso?
La tentazione di non sentirsi felici finché anche tutti gli altri non sono felici. Dignitosi finché tutti gli altri non sono dignitosi. C’è il rischio che un gruppo di persone smetta di essere penisole e decida di diventare comunità, cosa pericolosa per il potere.

Perché?
Perché sono molto più difficili da controllare, costringono a un dibattito e costringono soprattutto a illustrare le proprie ragioni.

E noi, siamo liberi come pensiamo o siamo stati anche noi resi più ottusi?
Be’, sicuramente c’è una narcotizzazione di massa e sicuramente il ruolo delle arti tutte, io ti posso parlare della letteratura, dovrebbe essere proprio quello di fare vedere ciò che non vedevamo. Darci occhi nuovi. Il ruolo dell’artista, qualunque sia la sua arte, dovrebbe essere disvelare. Invece spesso ci si limita a raccontare in modo elegante ciò che conosciamo. 

A DF sono vietati i libri, la musica… L’arte, la cultura, la bellezza sono davvero rivoluzionarie?
Sì, educarsi alla bellezza, nel senso più filosofico e ampio del termine, ci donerebbe papille gustative che troverebbero insopportabili alcuni scenari che adesso troviamo addirittura edibili. 

Per esempio?
Il pensare di dover smussare, limare continuamente le proprie ambizioni affettive, sociali, lavorative. È una cosa insopportabile, una catena di montaggio che dà sogni prêt-à-porter. E, se non ti stanno bene addosso, sei tu che non hai la taglia giusta. 

A Df impera il «fare fare fare, senza pensare». Non è quello che sta un po’ succedendo anche a noi?
Be’ certo. A me è capitato di parlare, di sentire persone che iniziano la giornata correndo per andare a fare un lavoro in cui spesso non si riconoscono, che hanno degli spostamenti che non riescono a vivere, come fossero dei non tempi, e poi la sera tornano a casa troppo stanchi per potersi dedicare ad altro. È un po’ questo il fare, fare senza pensare. In più siamo in una società che è diventata molto quantitativa un po’ per la precarizzazione in generale non solo del mondo del lavoro, ma sentimentale, sociale, e quindi per riuscire a raggiungere gli obiettivi, anche economici che ci permettano di sopravvivere c’è questo ingolfamento enorme. 

Da che parte potremmo iniziare per cambiare un po’ le cose?
Be’ se tu educhi le persone al bello poi inevitabilmente le persone sono disposte anche a gratificare il bello. Diciamo che questo sarebbe già un primo passo. E poi recuperando il diritto del qui e ora. Viviamo vite che sono spesso trasferimenti, momenti di passaggio tra andare a fare qualcosa e tornare dall’aver fatto qualcosa. Rivendicare il qui e ora vuol dire volere una vita in cui io sono consapevole in qualsiasi istante di quello che sto facendo e me lo vivo. Se ci pensi molto spesso ci viene proposto di fare, lavorare in attesa di… e il qui e ora si perde completamente. Io ho questo difetto, sono sempre in attesa di qualcosa. Ho la sensazione di essere un pendolare che da 43 anni è in viaggio per arrivare, ma mi sono dimenticato di dove stavo andando. Sento di aver bisogno di un approdo ma non so esattamente che approdo sia.

Le Brigate Sentimentali compiono azioni di risveglio emotivo ma non tutto va come sperato. Anche alla libertà bisogna essere educati?
È un ideale e come tutti gli ideali se lo prendi dal verso sbagliato finisci per rimanerne ferito. L’educazione alla libertà per me sta appunto nel riuscire a usarla con empatia. Non è un condono alle proprie azioni, è la capacità di nuotare in tutto lo spazio che abbiamo e non infliggere nulla agli altri. 

Ci dobbiamo anche noi riallenare a sentire?
Al sentimento. La chiamano la meraviglia dei bambini invece è un sentimento che si inaridisce negli anni. Parlo della capacità e e dell’intelligenza viva di stupirsi di ciò che ci accade. È un muscolo che andrebbe allenato tutte le mattine. 

Come mai ha scelto questo titolo?
Un po’ perché mi piace molto provocare, un po’ perché credo che la rinascita di un mondo nuovo partirebbe proprio da lì. Dalla presa di coscienza e dalla consapevolezza di quello che non andava nel vecchio. Che è quello che accade qui.

cover nuovissimo testamento

(fonte)

Papa Francesco in Iraq ha fatto politica. Quella che non sanno fare i potenti

Forse ci metteremo anni a capire l’importanza storica della visita di Papa Francesco in Iraq e chissà che non si possa imparare in fretta come la diplomazia, parola sgraziata e scarnificata in questi anni di commercio con una spolverata di finti diritti, è un esercizio serissimo che richiede il coraggio di andare controvento.

Papa Francesco è atterrato in Iraq e in pochi giorni ha infilato il dito nelle ingiustizie di quella parte di mondo che pochi si prendono la briga di raccontare, in mezzo alle macerie che stanno lì ma che sono partorite da tutto l’Occidente. Gli avevano sconsigliato di andare, i venditori di morte occidentali, fingendosi consiglieri apprensivi ma non riuscendo a non apparire ipocriti.

È entrato a pregare in Mosul, l’ex capitale delle milizie del Califfato da cui il Daesh ha sparso morte e ha ripetuto a voce alta che non esiste nessuna possibile guerra in nome di nessun Dio, che non è consentito “odiare i fratelli” e che non bisogna cedere ai “nostri interessi egoistici, personali o di gruppo”.

Al di là del credo di ognuno quelle parole sono un atto politico potentissimo. Così come rimarrà nella storia l’incontro con Ali al Sistani, la massima autorità religiosa sciita del paese, in una stanza spoglia che profuma di sala d’attesa, e in cui si è stretto l’impegno di una collaborazione tra comunità religiose che troppo spesso la politica gioca a brandire l’una contro l’altra.

Sono due uomini che si battono contro le divisioni e che riportano il discorso finalmente a un livello più alto, abbandonando i bassifondi di un razzismo religioso che anche dalle nostre parti si è acuito sempre di più. È il viaggio in cui Papa Francesco ha ascoltato le parole del padre di Alan Kurdi, naufragato su una spiaggia turca nel settembre del 2015 mentre con la madre e con il fratello tentava di raggiungere l’Europa.

Una foto che ha fatto il giro del mondo ma di cui ancora nessuno ha chiesto scusa, nemmeno tra i responsabili politici di una tragedia che ancora oggi continua a rinnovarsi. Le cronache raccontano di un Papa che “ha ascoltato, più che parlare”: quella è una storia che va ascoltata e raccontata, ascoltata e raccontata.

Papa Francesco, comunque la si pensi, si è preso una responsabilità politica enorme gettando luce là dove molti vorrebbero convenientemente mantenere il buio esercitando la diplomazia nel suo senso più alto, guardando negli occhi e quindi legittimando le vittime. Mentre tutti sono concentrati sul proselitismo ascoltare diventa perfino un atto rivoluzionario.

Leggi anche: 1. La prima volta di un Papa in Iraq: Francesco va nei luoghi che furono dell’Isis per costruire la pace

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Stefania Parmeggiani per Robinson su Nuovissimo testamento

Cos’è accaduto a DF, quella terra così simile a Lampedusa, dove i morti arrivavano dal mare, un corpo dopo l’altro, tutti uguali, senza nome e senza storia? Cos’è accaduto dopo che i morti sono diventati un’onda e poi un’altra ancora e DF si è trasformata in uno Stato con regole grottesche, ripiegata su se stessa, isolata dal resto del mondo? Giulio Cavalli riprende il filo di Carnaio, il suo precedente visionario romanzo, per raccontarci il futuro di DF. Nuovissimo Testamento è un viaggio in un mondo in cui l’empatia è stata bandita, le emozioni cancellate grazie a un vaccino inoculato alla nascita e dove ogni cosa viene minuziosamente regolamentata per raggiungere la perfezione, vale a dire la rotondità emotiva, quella che caratterizza i cittadini modello, uomini e donne che non si arrabbiano, non protestano, non amano, non si disperano, non vivono. Un mondo in cui ogni cosa è decisa dal governo: i colori dei vestiti, la forma delle case, le colazioni, i pranzi, le cene, il numero di calorie, le relazioni di amicizia e la composizione delle famiglie, un mondo dove le mogli vengono assegnate e rimesse in circolazione ogni cinque anni, dove i bambini vengono sottratti alla nascita e allevati in istituti che sorvegliano le loro reazioni e le correggono al fine di renderli rotondi emotivamente. Un mondo dove le emozioni vanno represse anche eliminando gli stimoli esterni, vale a dire tutto ciò che le può risvegliare. Eppure, nonostante il control- lo ossessivo del governo, a DF esistono cose pericolose che continuano a circolare, contrabbandate sul mercato nero da un gruppo clandestino: musica, cioccolata, vino… e libri.

Cavalli scrive una distopia partendo dalla fragilità del presente — già oggi l’empatia scarseggia — e la enfatizza fino ai limiti del grottesco. Ma del resto la distopia non è quel mondo dove ogni cosa va nel peggiore dei modi possibili? Candidato allo Strega con la definizione di romanzo bio-politico Nuovissimo Testamento trascina il lettore in un universo che molto deve a chi lo ha preceduto, ma che spinge a riflettere sull’importanza delle emozioni, che spesso reprimiamo, e sulla potenza sovversiva dell’arte, che troppe volte trascuriamo.

Tecnici dappertutto, perfino da asporto

Per capire quale sia la china che ha preso spedito il governo Draghi conviene mettere in fila un paio di cose… Come la scelta di affidare un incarico alla società di consulenza McKinsey per il Recovery Plan

Poiché sono in molti a fingere di non vedere e di non capire quale sia la china che ha preso spedito il governo Draghi allora conviene mettere in fila un paio di cose, impegnarsi ostinatamente nel controbattere ai minimizzatori o auto finti distratti che in queste ore sono tutti impegnati nel convincerci che tutto vada bene e che tutto sia normale perché basta annusare l’aria che c’è fuori per farsi un’idea sul progetto che c’è dietro.

Mario Draghi continua a rimanere sotto vuoto silenzioso nel suo caveau, mentre qui fuori si accavallano le predizioni sulla terza ondata in cui sembra di essere già finiti dentro. Che i Dpcm fossero uno strumento simbolo di “dittatura sanitaria” e che di Dpcm siamo ancora qui a dilagare ne abbiamo già scritto qualche giorno fa ma che qui tutte le regioni (se non addirittura taluni comuni) stiano andando per conto loro sembra sotto gli occhi di tutti. I vaccini continuano a mancare e anche le vaccinazioni faticano. Insomma: ci siamo liberati delle inutili primule, abbiamo tutte le mattine una bella adunata con tromba militare ma la “guerra” alla pandemia continua a sciogliersi nei rivoli di esperti dappertutto, è cambiato solo il mesto silenzio del governo.

In questi giorni si discute parecchio della scelta da parte di Draghi (l’ha scelto lui? Chi l’ha scelto? Come? Perché?) di affidare un incarico alla società di consulenza McKinsey, per aiutare il ministero dell’Economia nella fase di stesura del Recovery Plan. Destrorsi e turboliberisti ci sgridano perché ritengono questa polemica una cosa “da cialtroni”. Curioso che siano gli stessi che criticarono Conte per la sua intenzione di affidare i 209 miliardi del Recovery Plan a un gruppo di manager pescati dalle società controllate dal Tesoro. Curioso anche ricordare che un senatore toscano disse che c’era da fare cadere un governo che voleva decidere con gli esperti e ora rimane zitto zitto. Volendo vedere è anche piuttosto curioso che il governo dei competenti e dei super tecnici abbia bisogno di altri tecnici da asporto.

Pensare che il ministero delle Finanze ha anche un eccellente centro studi (a proposito di meritocrazia) e volendo ben vedere di competenze è anche pieno il centro studi di Banca d’Italia. Ma niente. Ieri Fabrizio Barca ha ricordato la sua esperienza personale: «Quando entrai nel ’98 al Tesoro – ha dichiarato in un’intervista al Fatto – insieme a tante persone di valore, provammo a liberarci di questa sudditanza strategica a consulenze di terzi, rafforzando l’amministrazione pubblica con contributi esterni, e quando necessario selezionando con cura consulenze specialistiche».

Quelli si difendono dicendo che si tratta di una consulenza praticamente gratis, solo 25mila euro e che questo dovrebbe bastare per tenerci tranquilli: peccato che il tema vero sia a quali informazioni avrà accesso la società di consulenza. Dicono: state tranquilli, è quasi gratis ma quando un servizio è gratis il prodotto sei tu, ormai l’abbiamo imparato tutti. L’ha scritto benissimo Stefano Feltri: «Nel fare consulenza a un governo, McKinsey può influenzare il contesto di regole che rendono possibile o vietano quel nuovo business, e quindi creare o meno le opportunità che poi potrà aiutare clienti aziendali a sfruttare». Non dovrebbe essere difficile per tutti questi grandi esperti di mercato, no?

A proposito di aria che si annusa: c’è un comunicato di Confindustria a proposito dello sciopero dei portuali di Genova che in un Paese normale avrebbe provocato dei brividi. «Si ricordino che una giornata di lavoro oggi costituisce un privilegio», ha scritto l’associazione degli imprenditori. Un comunicato stampa che sembra una testa di maiale lasciata appesa alla porta di casa. Il partito che avrebbe potuto alzare la voce per ora è senza dirigenza però ha dei ragazzini in tenda che si fanno fare delle foto bellissime per i loro profili social.

Tutto bene?

Buon lunedì.

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Per niente geni ma guastatori

Eppure l’avevamo scritto più volte proprio su queste pagine che le manovre che hanno portato alla nascita del governo Draghi non avesse nulla a che fare con il civismo e con le competenze, che quella fosse solo la confezione con cui ci è stata messa sullo scaffale ma che dietro, gratta gratta, ci fosse una riflessione politicissima, della politica peggiore, di quella che studia giorno e notte come disarticolare gli avversari e che poi ci si presenta come innovatrice e riformista.

E così accade che ieri il Movimento 5 Stelle in fondo si sia spezzato nel suo asse ormai logorato con Casaleggio e con l’associazione Rousseau (pronta a farsi partito) e che il Partito democratico abbia viste rassegnate le dimissioni di uno  Zingaretti che potrebbe essere molto meno rassegnato di come appare.

Del resto, piaccia o no, la strategia di un fronte formato da Pd e M5s per combattere la destra ha, per il momento, fallito e il fatto che Conte, indicato più volte dal segretario Pd come «punto di riferimento riformista» e «federatore» di questo nuovo centrosinistra, abbia deciso sostanzialmente di diventare organico al M5s ha maggiormente logorato il suo partito.

Ma nella discussione generale, con tutte le sensibilità che ci sono in campo, continua a sfuggire che il Partito democratico guidato da Zingaretti in Parlamento sia una truppa scelta in tutto e per tutto dal principe guastatore segretario precedente, quello che ora con i suoi fuoriusciti guida il suo partito personale e che continua ad avere stretti rapporti con molti rimasti ancora nel Pd. In sostanza: in un partito che è sempre stato dilaniato dalle correnti (che favoleggiano di ricambio e poi invece sono sempre lì, perfino sempre con gli stessi capibastone) continuano a resistere anche le scorie di una corrente precedente che è stata fortissimamente maggioritaria.

Ha buone ragioni Zingaretti nel denunciare (peccato, su Facebook) la «guerriglia quotidiana» e le «vergognose polemiche sulle poltrone» (a proposito, quando lo si scriveva si veniva additati come visionari, ricordate?) ma per coloro che sanno fare politica solo architettando sgambetti, solo dedicandosi alla costante usura del leader in carica, solo occupandosi di preservare il proprio piccolo spazio di potere, solo immaginando un mondo di continui nemici interni, solo dedicandosi a strategie di cortile, per quelli il Pd è il campo perfetto per potere esercitare le proprie brutture. Ed è così da anni.

Una cosa è certa: questo governo è perfetto per riabilitare la destra e per fare implodere il centrosinistra. Qualcuno evidentemente ne era consapevole. Ora fatevi due conti. Sono quelli che si credono geni e invece sono solo guastatori.

Buon venerdì.

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Fa uccidere l’ex moglie e usa la figlia come alibi: l’orrore del femminicidio di Ilenia Fabbri a Faenza

Contiene tutti i caratteri che ci sono in tanti ex mariti assassini e per questo la storia di Ilenia Fabbri, l’ennesimo femminicidio avvenuto a Faenza lo scorso 6 febbraio, va raccontata. Ieri le forze dell’ordine hanno arrestato Claudio Nanni, 53 anni, ex marito di Ilenia ritenuto mandante dell’omicidio e Perluigi Barbieri, 51 anni, un picchiatore conosciuto lì in zona, un professionista di spedizioni punitive e di vigliaccheria che è già stato condannato per atti di violenza contro un disabile.

Negli atti del gip c’è il solito uomo che ritiene sua moglie, anche se ex, una proprietà privata che non ha nessun diritto di sopravvivere alla fine di un rapporto e che deve essere annientata per espiare la sua colpa di essere libera: Nanni dal 2017 aveva continuato a minacciare e aggredire l’ex moglie, era preoccupato per una causa che lei gli aveva intentato per il lavoro che aveva svolto nella sua officina di famiglia senza mai essere pagata, non versava i 500 euro mensili per la figlia Arianna e aveva deciso che l’omicidio sarebbe stato il modo migliore per risolvere il problema.

“Avido, paranoico del controllo, privo di scrupoli”, scrive di lui il gip Corrado Schiaretti che ha ripercorso le tappe dell’omicidio: il 10 dicembre Nanni è rinchiuso in casa per Covid e contatta Barbieri per fare “tutte le cose che bisogna fare”, il 20 e il 29 dicembre i due si incontrano, si scambiano le chiavi di casa, pianificano il percorso del killer nell’abitazione e probabilmente fanno un sopralluogo.

All’alba del 6 febbraio Claudio Nanni passa a prendere la figlia Arianna, 21 anni, al mattino presto, ha intenzione di usarla come alibi mentre il killer le uccide la madre. Barbieri entra in camera da letto ma Ilenia combatte, scappa per le scale, lui la massacra di botte e infine la sgozza.

In casa però c’è la fidanzata di Arianna che sente il trambusto, chiama Arianna, padre e figlia tornano indietro, Arianna chiama la polizia e urla al padre di accelerare. Nanni a quel punto, scrive il gip, piange in maniera incontrollata, consapevole di ciò che sta accadendo invita la fidanzata della figlia a non uscire dalla stanza e nascondersi.

Quando arrivano davanti alla casa, Nanni non scende dall’auto, non ha bisogno di vedere, sa già tutto. Manda la figlia. Un uomo che ha usato la figlia come alibi e che l’ha delegata a vedere il corpo morto di sua madre. La sua messinscena di una rapina andata male è fallita. Ora è in carcere e ancora una volta noi siamo qui a scrivere di una donna che prima di Natale aveva confidato alla sua avvocatessa di volere fare testamento. Ed è finita proprio come temeva. Perché l’assassino delle donne, qui in Italia, ha quasi sempre le chiavi di casa della sua vittima.

Leggi anche: 1. Violenza sulle donne, le scarpe rosse di Loredana Bertè a Sanremo non bastano più /2. Massacrata dall’ex, Clara si era pagata il funerale da sola: già sapeva di morire e nessuno ha fatto niente /3. Tremavo, ero un corpo vuoto: vi racconto cosa si prova durante uno stupro” | VIDEO TPI 

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A volte ritorna

Siamo passati dall’avere un governo con il centrosinistra e il M5s all’avere 2/3 di centrodestra al governo con figure apicali nei ministeri e tra i sottosegretari. E Salvini che si muove di nuovo da capo politico concedendo all’alleata Giorgia Meloni di avere mano libera nel bombardare dalla comoda posizione dell’opposizione

C’è in giro una barzelletta spassosissima eppure tragica, fomentata soprattutto dagli ultrà renziani, per cui nel “capolavoro” del governo Draghi rientrerebbe anche l’avere danneggiato o comunque tarpato Matteo Salvini e il suo partito. È la barzelletta di riserva che arriva subito dopo “il governo dei migliori”, un’altra enorme bugia che è stata utilizzata giusto il tempo di leggere con un certo affanno la lista dei ministri e soprattutto dei viceministri e soprattutto dei sottosegretari: non potendo più insistere sulla qualità dei componenti di governo, sarebbe stato troppo persino per loro, il nuovo messaggio da veicolare in massa è quello di un Salvini che uscirebbe “depotenziato” da questo governo per chissà quali strani alchimie. La politica però, per la fortuna di chi si ritrova a commentarla, è fatta di numeri e quegli stessi numeri dicono che (ma dai?) la Lega di Salvini in questi primi di giorni abbia già cominciato ad aumentare i consensi. Allora forse converrebbe fare qualche passo indietro, alla caduta del primo governo Conte, quando Salvini e i suoi fans imperversavano su tutti i giornali (e alle direzioni dei telegiornali) rimanendo al centro del dibattito praticamente su qualsiasi punto politico si sollevasse quotidianamente. Erano i tempi in cui sembrava praticamente impossibile riuscire ad abbattere il muro della Bestia leghista sui social network e in cui Salvini dettava l’agenda politica ad ogni passo, perfino pubblicando foto con l’ultimo piatto del suo ultimo pranzo. Forse converrebbe ripartire da quel periodo per rendersi conto che gli errori successivi del leader leghista, a partire dalle sue presuntuose follie nell’estate del Papeete, hanno permesso al Paese di uscire dal terrificante reality show in cui era caduto e di ripristinare perlomeno una discussione politica che fosse qualcosa di più alto dell’odio sparso contro i fragili, che fossero migranti o qualsiasi altra categoria.

Il secondo governo Conte in fondo nasce proprio con quella missione: Partito democratico, Leu e persino Renzi hanno accettato la mediazione di un governo che sicuramente non è mai stato il governo dei sogni per riuscire ad arginare una decadenza umanitaria e una tossicità del dibattito che ha partorito obbrobri giuridici (a partire dai cosiddetti decreti Sicurezza) che hanno riportato indietro il Paese di decenni. Ora, al di là delle speranze politiche che qualcuno può riporre nella figura di Mario Draghi nuovo presidente del Consiglio, è un fatto sotto gli occhi di tutti che non solo Salvini sia prepotentemente rientrato nella compagine di governo e quindi nell’alveo della visibilità che governare concede, ma che addirittura ci sia riuscito non rompendo l’alleanza di centrodestra di cui continua a proporsi come capo politico, per di più concedendo alla sua alleata Giorgia Meloni di avere mano libera nel bombardare il governo dalla comoda posizione dell’opposizione e quindi presumibilmente riuscendo anche a “mantenere” i malpancisti. Per questo…

L’articolo prosegue su Left del 5-11 marzo 2021

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