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Massacrata dall’ex, Clara si era pagata il funerale da sola: già sapeva di morire e nessuno ha fatto niente

L’aspetto più agghiacciante e emblematico della morte di Clara Ceccarelli, la donna di 69 anni uccisa furiosamente con più di trenta coltellate a Genova da suo ex compagno Renato Scapusi, piastrellista disoccupato cinquantanovenne che dopo essere stato lasciato dalla donna dodici mesi fa non aveva mai accettato la fine della loro relazione, è che la sua “morte annunciata” si ritrovi nelle azioni della donna nei suoi ultimi giorni di vita.

Clara Ceccarelli aveva già pagato il suo funerale per non pesare economicamente sui suoi famigliari nemmeno da morta, aveva contattato un tutore per il figlio disabile e aveva sistemato anche la cura del padre anziano e malato. È l’immagina di una donna che sa di dover partire e che rinuncia perfino a difendersi preferendo usare le sue ultime energie per apparecchiare un “dopo di lei” che è una resa anche dello Stato tutto di fronte alla slavina dei femminicidi: una donna che rinuncia a difendersi ci obbliga a porci domande sulla protezione non solo giudiziaria ma anche culturale e sociale che sta intorno alle donne che si ritrovano sole di fronte all’orrore. Pagarsi il proprio funerale significa non intravedere nessuna possibilità di salvezza, certificare la propria disperazione come ineluttabile, cedere senza nemmeno riuscire a immaginare un appiglio.

Per questo forse di femminicidi è doveroso parlare, nonostante i fallocrati che se ne risentano. Per questo ogni giorno si dovrebbero usare parole per raccontare un fenomeno che continua a essere percepito come “un vezzo delle femministe” (scrisse così un innominabile editoriale di un innominabile giornale di cui non vale la pena per ecologia intellettuale nemmeno fare il nome) e che solo nel 2021 ha già fatto registrare 9 vittime, una ogni 5 giorni. E parliamo solo d quelle che hanno perso la vita.

Ora immaginate un omicidio ogni 5 giorni in Italia di qualche gruppo terroristico, un omicidio ogni 5 giorni da parte di persone di una qualsiasi etnia o provenienza geografica, provate a immaginare il grido di allarme smisurato e sventolato per fomentare ribellione e indignazione. E provate invece ad ascoltare l’arreso silenzio che ogni volta volteggia sulle vittime di femminicidio e sui casi di violenza con assassini che non riescono a non considerare una donna come proprietà privata indegna di poter prendere decisioni in autonomia. Quel silenzio è il cappio che spinge le donne ad arrendersi prima ancora di cercare giustizia. Ed è una responsabilità generale, sociale, politica e culturale che non dovremmo concederci.

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Gli Schwazer dimenticati: ogni anno in Italia distrutta la vita a mille innocenti

Tra le vittorie di Alex Schwazer, il marciatore italiano che stava sulla cima del mondo ed è rotolato nel fango per un reato che non ha mai commesso, ce n’è una che non gli garantirà nessuna medaglia ma che potrebbe essere una lezione universale. Essere prosciolti da un’accusa ingiusta costa: costa in termini economici, costa per i traguardi bruciati, pesa per tutto il vilipendio feroce che si scatena ogni volta già nel momento dell’accusa ma soprattutto ferisce per il tempo. Sanguinano quei cinque anni che Schwazer ha passato per ottenere giustizia e che non gli verranno restituiti, mai. Forse potrebbero anche essere risarciti: ma voi fareste cambio per soldi del vostro tempo che non avete vissuto, della fama rovinata?

Sui giornali di ieri, nelle trasmissioni e sui social è un coro unanime di sdegno misto a vergogna in soccorso del marciatore altoatesino e rimbomba l’invocazione “giustizia” in modo bipartisan, ci sono dentro quelli considerati troppo garantisti e ci sono dentro anche quelli che solitamente agitano il cappio e invece questa volta si sciolgono di fronte allo sportivo che rende la vicenda fascinosamente epica, pronta per farci un editoriale cardiaco e per coniugare le fatiche della marcia, la linea del traguardo, la fatica di una rincorsa lunga: una narrazione troppo golosa per non buttarcisi a pesce.

Solo che in Italia siamo pieni di Schwazer. Non indossano divise e non finiscono sui quotidiani sportivi, hanno compiuto imprese senza il riconoscimento del podio e le loro marce contro la giustizia hanno gli stessi relitti: famiglie distrutte, rapporti professionali perduti, carriere che sono deragliate e poi non sono più ripartite, piccole gogne locali che hanno la stessa bile di quelle grandi e nazionali, la sensazione inumana di subire un’ingiustizia e di non trovare il modo per dirlo, lo stesso meccanismo turpemente lunghissimo per riuscire ad ottenere una sentenza che riabilita sulla carta ma che non riesce a rimetterti in piedi, la consapevolezza che la giustizia che deraglia sia il più grosso crimine che si possa vivere in un Paese democratico.

Per gli Schwazer senza scarpe da corsa la proclamazione della loro innocenza è un pacca sulla spalla che rimbomba per il vuoto che si è creato intorno, spesso non finisce nemmeno su quegli stessi giornali che li hanno crocifissi ed è una misera consolazione che non si riesce a condividere. Nemmeno da assolti spesso si riesce a urlare la propria innocenza. I dati delle vittime di ingiusta detenzione e di chi subisce un errore giudiziario sono mostruosi: dal 1991 al 31 dicembre 2019 sono 28.893 persone, 996 all’anno. E il costo di questa pandemia sotterranea che si fatica a proporre al dibattito pubblico non è solo sociale e umano ma è costato in 28 anni 823.691.326,45 euro: sono circa 28 milioni e 400mila euro all’anno.

La stragrande maggioranza di loro tra l’altro ha dovuto sopportare molto di più di un processo in giusto e della gogna: dal 1992 (anno da cui parte la contabilità ufficiale delle riparazioni per ingiusta detenzione nei registri conservati presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze) al 31 dicembre 2019 28.702 persone sono finite in custodia cautelare da innocenti, 1025 innocenti ingiustamente detenuti ogni anno, quasi tre al giorno.

Allora forse varrebbe la pena trasformare in un’occasione tutta questa giusta indignazione per il caso Schwazer in una riflessione generale, nell’impegno dello Stato di garantire il margine minimo di errore ma soprattutto in un principio di cautela (sprezzantemente chiamato “garantismo”) che dovrebbe indurci a riflettere su quante volte i carnefici siano quelli che stigmatizzano qualsiasi dubbio in un giudizio.

A Schwazer sono in molti a dover chiedere scusa, non solo i tribunali, per il marchio a fuoco che gli hanno impresso addosso e che ora in modo un po’ patetico cercano di spolverargli via. Siamo pieni di Schwazer in giro per strada, persone che incrociamo indifferenti convinti che non ci possa capitare. E quando capita si finisce dentro il buco. Questa sarebbe la medaglia da perseguire.

L’articolo Gli Schwazer dimenticati: ogni anno in Italia distrutta la vita a mille innocenti proviene da Il Riformista.

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Lombardia in tilt, ancora

La vaccinazione antinfluenzale fallita e finita. La “scoperta” che creare zone rosse era possibile. L’improvvisa rimozione del dg alla Sanità. Sì, si va proprio alla grande nella Regione amministrata da Fontana e Moratti

Varrebbe la pena andare a rivedere le immagini di Fontana e Gallera mentre assicuravano di non avere nulla da rimproverarsi sulle azioni messe in campo da Regione Lombardia per fronteggiare la pandemia. Varrebbe la pena scrutare con attenzione, tenerle bene a mente, quelle facce così convinte, quasi con sicumera, mentre accusavano noi giornalisti di voler remare contro, di vedere errori che non esistevano, mentre garantivano che tutto andava bene, che tutto sarebbe andato bene, che i vaccini antinfluenzali sarebbero stati fatti, che la Lombardia era solo vittima di una serie sfortunata di circostanze. Quelle circostanze sfortunate in effetti erano loro.

Gallera non c’è più, silurato perché ingenuo nelle dichiarazioni e perché gran collazionatore di figure di tolla (come si dice in Lombardia). È stato il capro espiatorio perfetto per essere linciato in nome della salvezza di tutti gli altri. Qualcuno ha osato pensare che avere cacciato Gallera fosse un’ammissione di colpa ma anche in questo caso Fontana se l’è presa sul personale e ha avuto il coraggio di dirci che no, che Gallera era solo un po’ “stanchino” (ha avuto il coraggio di dire davvero così). Peccato che qualche settimana dopo proprio Gallera si sia lasciato sfuggire in una trasmissione di una televisione locale che no, non era stanco, e che era stato Salvini a silurarlo.

Poi è arrivata Letizia Moratti con una nomina che ha tutto il sapore di un commissariamento. Ma come? La fulgida Lombardia aveva bisogno di una perdente per risollevarsi? Niente, non hanno mai risposto. Tra l’altro Moratti non ha fatto rimpiangere per niente Gallera in tema di figure barbine iniziando subito a bomba con la sua proposta di un vaccino in base al Pil. Intanto la campagna vaccinale antinfluenzale è miseramente fallita e finita. Poi ci hanno detto che entro giugno avrebbero vaccinato tutti i lombardi. Ora dicono che no, che si erano sbagliati. È arrivato pure Bertolaso. Ma come? Ma mica la Regione era talmente brava e competente?

Poi è successo che Regione Lombardia abbia chiuso dei comuni, trasformati in zona rossa per le varianti del virus. Ma come? Ma mica Fontana ci aveva detto che era compito del governo? E ora invece si può? E perché allora non si è chiusa la bergamasca? Quanti morti si potevano risparmiare? Nessuna risposta.

Ieri è stato fatto fuori il direttore generale alla Sanità Marco Trivelli. Sono rimasti sorpresi anche i consiglieri di maggioranza. Il comunicato della Regione è imperdibile: «Si tratta di destinare un’importante risorsa in termini di competenza ed esperienza alla guida di un’area strategica per la quale l’assessorato al Welfare di Regione Lombardia vuole riservare la massima attenzione». L’hanno spedito all’ospedale di Vimercate, il direttore generale, e vogliono farci credere che sia quasi una promozione.

Per inciso: Trivelli aveva sostituito 8 mesi fa, sotto Gallera, Luigi Cajazzo, oggi indagato dalla procura di Bergamo per il caso dell’ospedale di Alzano Lombardo, riaperto il 23 febbraio 2020 nonostante l’accertamento dei primi casi di Covid. Trivelli era quello che difendeva Fontana sui dati sbagliati inviati da Regione Lombardia, quello che ci assicurava che i vaccini antinfluenzali stavano andando alla grande.

Alla grande, proprio, sì, si va alla grande in Lombardia.

Buon venerdì.

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Un governo per niente impolitico

Il governo Draghi, quello che fa sognare i portatori d’acqua delle élite e i nuovi feticisti del merito usato come termometro personale per poter giudicare il mondo, ha già fissato un nuovo record: i suoi ministri hanno cominciato a litigare tra di loro quarantotto ore dopo il giuramento, due giorni prima addirittura di ottenere la fiducia, nemmeno il tempo di tornare a casa e svestirsi dei vestiti di ordinanza che erano serviti per apparire sobri. Tolti i vestiti, tolta la sobrietà. Il punto dirimente è stata la chiusura all’ultimo momento delle piste da sci alla luce dei nuovi dati sanitari (tra l’altro l’ennesimo colpo a un’economia che prova faticosamente e costosamente a rialzarsi e poi si ritrova con le gambe spezzate dal virus) ma non preoccupatevi perché sarebbe potuto accadere su un tema qualsiasi e accadrà, vedrete, su un altro milione di punti. Comunque è bastato il decreto firmato dal ministro Speranza (che mica per niente fino all’altro ieri era il capo della “dittatura sanitaria” strillata da destra) per accendere le voci di chi ha corso per scrollarsi di dosso la responsabilità e per apparire critico del governo per sembrare dalla parte dei lavoratori. In prima fila, ovviamente, ci sono stati i leghisti che sono quelli che più di tutti hanno meno da perdere nel fare gli sfascisti dall’interno e continuare a ondeggiare tra l’essere critici e responsabili, sovranisti e europeisti, patrioti e cosmopoliti.

Le bordate di Salvini, dei presidenti di Regione e dello Stato maggiore del partito avevano un unico obiettivo: scaricare su Speranza tutta la responsabilità, promettere che con loro queste cose non sarebbero mai più accadute e lanciare a Draghi il chiaro messaggio che loro no, non staranno tranquilli. Tant’è che proprio Palazzo Chigi (e hanno scritto tutti “Palazzo Chigi” perché gli tremano le dita a scrivere “Draghi”) ha dovuto smentire la fiumana critica che stava montando chiarendo che la decisione era stata condivisa in Consiglio dei ministri. Ovvero: questi fanno finta di non sapere e invece sono responsabili durante le riunioni con la maggioranza e poi si fanno esplodere appena gli capita davanti un microfono. E sarà così, sarà sempre così, sarà sempre di più così. Spiace anche vedere in giro gente che esulta confidando veramente sul fatto che Draghi riesca a tenere a bada i suoi ministri e i suoi sottosegretari: potrà anche accadere (sarà ben difficile, secondo me nemmeno questo accadrà) ma Draghi non potrà mai permettersi di zittire i partiti e sarà proprio dai partiti che arriveranno le bordate e non è un caso che i leader di partito si siano tenuti ben attenti tutti le mani libere. Ora da questo piccolo ma significativo episodio si può subito capire una cosa ben chiara: siamo di fronte a un governo con una connotazione fortemente politica (il “governo di quasi tutti i partiti”, altro che il governo dei tecnici) e noi dobbiamo valutarlo per questo. E allora che governo è il governo Draghi? La squadra di governo statisticamente disegna l’identikit di un maschio 55enne lombardo-veneto con 6 ministri di centrodestra (3 ciascuno per Lega e Forza Italia), 4 del M5s, 3 del Pd, 1 di Leu e 1 di Italia viva. Bastano le statistiche per capire di cosa stiamo parlando? Siamo di fronte a un governo con una maggioranza di ministeri dati al centrodestra (i numeri parlano) con il più promettente partito di destra, Fratelli d’Italia che presto volerà nei sondaggi, a capo dell’opposizione, con tecnici che provengono da una cultura bancaria a occupare le altre caselle, con una forte impronta cattolica (se non addirittura omofobi di derivazione ciellina) e con idee tutte’altro che progressiste in tema di diritti civili. Un governo, per intendersi, che dalle urne sarebbe uscito se la coalizione di Salvini e Berlusconi e Meloni avesse ottenuto la maggioranza dei voti e avesse potuto godere dell’appoggio esterno del presunto centrosinistra.

Questa è l’impronta, questa è la storia delle persone che sono al comando e non si capisce per quale ragione da un composto del genere dovrebbero uscire idee totalmente opposte ai loro curriculum. Allora forse conviene fare un patto, almeno con i lettori, e decidere che sia subito il caso di uscire da questo messianismo che ha immobilizzato un bel pezzo dell’opinione pubblica e che si cominci da subito a valutare il governo Draghi con lo stesso occhio clinico e attento che si userebbe per un governo di cui temiamo le mosse. Questo non per un miope pregiudizio di ideali (chi non si augurerebbe di vivere in un Paese che abbia la fortuna di trovare un ottimo governo?). Ma perché se continuiamo a rimanere imbrigliati nel tranello di considerare questo esecutivo “impolitico” allora saremo sempre pronti a digerire qualsiasi sua azione come “la meno peggio delle mediazioni possibili”. È un governo larghissimo? Sì, è vero, ma la responsabilità di tutta questa ampiezza se la sono presa Draghi e il presidente della Repubblica e se davvero siamo nell’epoca del “merito” allora se ne assumeranno tutte le responsabilità.

L’articolo prosegue su Left del 19-25 febbraio 2021

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L’intergruppo “Smutandati da Draghi”

I leghisti che plaudono alla cessione di sovranità all’Europa. I renziani entusiasti di un esecutivo che non parla di Mes. Il voto di fiducia al governo Draghi è stato il teatro di giravolte e capriole della politica

C’è talmente tanta ansia di comunicazione che alla fine tutti si esercitano nel solito esercizio: immaginare un programma di governo dalle parole di un discorso di insediamento vale più o meno come cavare il sangue da una rapa, soprattutto se il discorso al Parlamento è un elenco sartoriale (come l’oratore) di buoni propositi che possono voler dire tutto e il suo contrario.

Certo ieri Draghi ha fissato dei paletti e degli obiettivi dal profilo alto e di natura ambiziosa ma cosa ci possa essere dietro è ancora tutto da vedere. C’è dentro molta Europa (poi ci torniamo) com’era inevitabile che fosse ma bisogna capire se l’idea «di un’Unione europea sempre più integrata che approderà a un bilancio comune» indica una comunità di fatturati o di persone, c’è dentro la scuola ma si insiste sui «giorni di lezione persi» ed è un’affermazione falsa e piuttosto di pancia, c’è dentro finalmente la questione femminile collegata all’occupazione (ha detto Draghi: «aumento dell’occupazione, in primis, femminile, è obiettivo imprescindibile: benessere, autodeterminazione, legalità, sicurezza sono strettamente legati all’aumento dell’occupazione femminile nel Mezzogiorno») ma bisognerà vedere ovviamente come risolverla, c’è dentro molto ambiente (del resto lo chiede l’Europa, davvero), c’è dentro la cura per il patrimonio culturale anche se nella solita perversa visione della sua messa a reddito «per il turismo», c’è dentro la riforma strutturale del fisco che non può essere il mettere o togliere questo o quel balzello ma che ha bisogno di un pensiero totale che ne tocchi tutto l’impianto (ma bisogna vedere a favore di chi), ci sono dentro i giovani (quelli non mancano mai nei discorsi politici), c’è dentro il lavoro con una responsabilità politica enorme (scegliere quali aziende sostenere è una delle scelte più politiche che spetta a un governo, altro che tecnici), c’è dentro la promessa di politiche attive per i lavoratori (ma anche su questo non resta che aspettare i concreti provvedimenti). Volendo vedere ci sono anche parole che speriamo di avere interpretato male sull’immigrazione visto che è stata proposta come questione europea e l’esternalizzazione delle frontiere messa in atto dall’Europa è roba vergognosa che andrebbe rivista: nessuna parola su cittadinanza e integrazione, ad esempio. Parlando di ambiente è riuscito a buttarci dentro anche un ipotetico dialogo con il Signore, eh vabbè. Vedremo, osserveremo, vigileremo.

Però la giornata di ieri è stata anche e soprattutto la giornata dello smutandamento di politici ingarbugliati in capriole che sono stati smascherati da un governo che tra i suoi pregi ha sicuramente quello di svelare la bassa natura di alcuni protagonisti.

Per chi aspettava ad esempio con curiosità le parole dei renziani di Italia viva sul Mes che per Renzi era dirimente per l’eventuale fiducia al governo Conte (il 17 gennaio scorso disse «non voterò mai un governo che si ritiene il migliore del mondo e di fronte a 80mila morti non prende il Mes») c’è la fenomenale dichiarazione di Faraone: «Ci chiedono strumentalmente perché non chiediamo più il Mes. Non lo facciamo perché il nostro Mes è lei, presidente Draghi, e questo governo». Ecco, credo che non servano altri commenti.

Per chi ci diceva che il Recovery plan del precedente governo fosse “uno schifo” arrivano le parole di Draghi che confermano invece la «grande mole di lavoro» del governo precedente e l’intenzione di continuare in quella direzione. Così, per capire quanta ipocrisia ci siamo sorbiti nei giorni scorsi.

Draghi ha parlato di un rafforzamento della sanità territoriale e di fianco aveva Giorgetti, quello che diceva: «Mancheranno 45 mila medici di base, ma tanto nessuno va più da loro. È un mondo finito». Una scena epica.

Ma il campione delle giravolte è ovviamente Matteo Salvini che ieri è diventato turbo europeista lanciandosi a dire: «Vogliamo l’Europa 7 giorni su 7». Draghi ha parlato dell’irreversibilità dell’euro e lui si è inzerbinato, Draghi ha parlato di cessione della sovranità e il sovranista ha fatto sì sì con la testina. Un massacro. Se avete voglia di divertirvi andatevi a leggere i commenti dei suoi elettori sotto i suoi profili social: un’arena contro il capitano. Giorgia Meloni se la ride.

Lo slurp del giorno, manco a dirlo, lo vince Raffaella Paita di Italia viva: «Tra gli aspetti che mi hanno colpito del discorso di #Draghi c’è un dettaglio che probabilmente non tutti hanno notato. Quando veniva interrotto da applausi ricominciava il periodo dall’inizio per rispettare il rigore del ragionamento. #questionedistile #senato», ha scritto ieri. Evviva.

Buon giovedì.

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Gabriele Ottaviani recensisce Nuovissimo testamento

di Gabriele Ottaviani

…l’affluenza è altissima annunciava il telegiornale e Bernadetta disse agli altri che questo era un dato sicuramente positivo, si stavano preparando anche loro e fuori dalla base le auto della Polizia Affettiva li attendeva per accompagnarli al seggio, il presidente Bussoli aveva sottolineato come lo Stato avesse dovuto approntare un programma di protezione per gli scarafaggi brigatisti, vi sembra che abbiano il favore del popolo certi figuri che devono essere difesi dall’ira della gente? aveva ripetuto in campagna elettorale e Fausto e Bernadetta e Manlio e Anna e l’uomo con la giacca di velluto avevano anche riflettuto sulla possibilità di rinunciare alla protezione ma i toni e la piega che aveva preso la campagna elettorale e la pompata violenza in certi sgherri seguaci di Bussoli li avevano sconsigliati, era stata una settimana in cui erano comparse sui muri scritte in cui si augurava ai brigatisti di essere appesi, sparati, bruciati, stuprati, strangolati, seviziati, torturati e loro avevano deciso di non creare casi, di non alimentare il conflitto e di smussare rimanendo concentrati sui propri temi, radicalizzare il confronto sarebbe stato solo un favore a Bussoli, avevano consigliato i consulenti che sostenevano le Brigate Sentimentali durante la campagna elettorale, e solo Bernadetta ogni tanto a qualche giornalista o in qualche piazza si infervorava e grattava gli intestini della folla, e funziona eccome se funziona aveva osservato Bernadetta ma le Brigate avevano deciso di fare ciò che era giusto e non ciò che funzionava, del resto siamo qui proprio per rivendicare i valori alti rispetto agli istinti, questo è il nostro compito diceva l’uomo con la giacca di velluto…

Nuovissimo testamento, Giulio Cavalli, Fandango. Intellettuale dalla penna sopraffina e di chiaro impegno civile, Giulio Cavalli, in questa sua nuova opera, come sempre potente, lirica, solenne, veemente e vibrante nel richiamare la morale al suo ruolo salvifico nell’ambito della condizione umana, soprattutto in quest’epoca sempre più invidiosa, rabbiosa, proterva, misera, meschina e cattiva, nonché ricca di livelli di lettura e di chiavi d’interpretazione, e profondamente allegorica, narra con il ritmo prorompente di un flusso di coscienza la storia di Fausto, che in quello che all’apparenza pare essere un giorno come tanti si sente male e, dopo essere stato portato d’urgenza al pronto soccorso, viene ricoverato nel reparto dei disturbi affettivi, quello riservato a quei cittadini di DF che hanno problemi legati alla cosiddetta rotondità mentale: di problemi qui però ne sorgono altri, perché incontra l’amore. E a DF non c’è nessun sentimento più proibito di quello… Da non perdere.

(fonte)

L’intergruppo Pd-M5S-Leu: tra la lotta alle destre e la nostalgia di Conte

Mentre si insedia il governo Draghi al Senato la notizia che prova a incidere sulla geografia del Parlamento è la decisione della costituzione di un gruppo interparlamentare tra Pd, M5S e Leu che, “a partire dall’esperienza positiva del Governo Conte II, promuova iniziative comuni sulle grandi sfide del Paese, dalla emergenza sanitaria, economica e sociale fino alla transizione ecologica ed alla innovazione digitale”.

La notizia divide la platea degli elettori e dei commentatori, com’è normale che sia, ma segna una prima evoluzione del quadro politico nel centrosinistra. O un’involuzione, è da vedere. Da una parte che i tre partiti abbiano deciso di farsi “blocco unico” nella gestione delle proposte e dell’atteggiamento parlamentare rivendica l’azione di governo del Conte bis, che nessuno dei tre partiti ha mai rinnegato, per opporsi alla narrazione dell’esperienza fallimentare e dannosa.

È una questione di identità politica e di consapevolezza che facilita anche la composizione di alleanze sui territori in previsioni delle prossime elezioni amministrative e regionali e indica un preciso campo politico che continua ad aspirare a essere maggioranza di governo nell’ottica di future elezioni.

L’intergruppo (se funzionerà e se riuscirà a essere compatto) sarà l’interlocutore più importante per Draghi in termini di peso di governo e di parlamentari ed è un ottimo modo per arginare gli avversari politici. Potrà portare un contributo decisivo sui temi che il centrodestra ha interessa ad affievolire e può far pendere il governo verso se stesso. Ci sono anche i contro, non sono pochi: l’appiattimento sulla coalizione può costare molto in termini di consensi soprattutto al Partito Democratico che ha nel suo elettorato voci molto critiche su questa operazione che metterebbe a rischio l’identità del partito.

All’interno del partito poi anche alcuni tra i parlamentari (molti dei residui renziani) non condividono questa scelta preferendo guardare al centro (se non addirittura a destra) rispetto all’esperienza del governo Conte. Anche all’interno del Movimento 5 Stelle alcuni vorrebbero tornare all’intransigenza promesse alle origini senza sporcarsi in alleanze così impegnative.

Intanto anche a destra Giorgia Meloni lancia la stessa iniziativa: Salvini le risponde senza rispondere dicendo “l’avevo detto prima io” e Berlusconi per ora tace. Certo i campi opposti, nonostante il governo così largo, si stanno già posizionando. Sarà da vedere quanto in questi movimenti saranno leali comunque al governo.

Leggi anche: 1. Il Pd e il “mistero” dell’intergruppo parlamentare: Zingaretti non ne sapeva nulla / 2. Qui Radio Colle: Draghi sui sottosegretari dovrà decidere da solo. Niente “aiutini” da Mattarella

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Viaggi Letterari recensisce Disperanza

(fonte)

“I disperanti decidono di proteggersi, proteggersi all’estremo, di diventare guscio che scivola sulla propria vita e sanno che ogni apertura significherebbe un inevitabile sanguinamento“.

Giulio Cavalli (Milano 26 giugno 1977), scrittore, drammaturgo e attivista politico ha pubblicato per Fandango nell’autunno 2020 “Disperanza”, una raccolta di esperienze reali di persone che hanno iniziato a indirizzargli delle lettere in seguito a una sua provocazione sui social.

Chi sono i disperanti?

I disperanti sono gli uomini e le donne della società contemporanea. Persone smarrite, ferite, spaccate. Sono i giovani che non si aspettano più nulla dal loro futuro, che credono nell’occasione e non nell’opportunità. Sono adulti che si sono arresi e hanno deposto le armi ma non possono abbandonare la lotta della quotidianità. Sono cittadini obbligati ad essere sempre ottimisti da un sistema che nasconde le loro mancanze. I disperanti sono persone normali che hanno perso la speranza per lavoro, per salute, per amore o per soldi. 

“Perché la disperanza diventa infestante quando manca la cura. Come le erbacce, solo che questa non si strappa facilmente con un paio di guanti”.

E’ possibile individuare il momento preciso in cui abbiamo perso la speranza e siamo diventati disperanti?

Ciascuno di noi ha un vissuto ricco di crepe e fratture, ricordi belli e ricordi brutti. Infanzie difficili e adolescenze traumatiche. Successi di carriera stroncati o difficili. Famiglie divise o complesse. Abbandoni e perdite, lutti e ritrovamenti.

E’ in quel momento preciso in cui rimaniamo soli con noi stessi, abbandonanti al nostro io senza riuscire a vedere la luce del domani che diventiamo disperanti. La disperanza é prima di ogni cosa smarrimento. 

La disperanza é dello Stato, é politica, sociale, economica, culturale. Prima di tutto é disperanza emotiva e sentimentale. ..

“Forse l’amore é la caverna dove accettiamo di girare nudi, con tutti i nostri orrori e con tutte le nostre bellezze e per questo ci smutandiamo con sofferenza quando veniamo traditi, un ballo in cui siamo presentati senza maschera ma con il terrore che gli altri ne indossino una”.

Gli amori dei disperanti sono amori diversi. Essi sono guardinghi, spaventati, spillati con parsimonia, vissuti con il paracadute. Gli amori disperanti sono amori raccontati e non vissuti nel limbo dell’incertezza. 

Ma che rapporto c’è tra disperanza e amore? L’amore, spiega Giulio Cavalli, é sintomatico della disperanza perché per sua definizione l’amore é il luogo della speranza e delle emozioni.

Ma ogni tradimento, delusione e ferita porta alla luce il fenomeno della disperanza. Da “speranti” ci si trasforma in “disperanti”, in coloro che perdono fiducia verso sé stessi e gli altri e che, inevitabilmente, non hanno più voglia di sperare. 

Allora cosa poter fare per lottare? Giulio Cavalli, in primis disperante, afferma che é essenziale la rivendicazione del nostro essere fragili. Dobbiamo far emergere le nostre mancanze e la nostra umanità per riuscire a generare dalla disperanza ancora una volta un barlume di speranza, per noi, per gli altri, in nome della vita e non della morte.

Un libro che racconta la vita attraverso la raccolta di esperienze di persone disperanti non tanto lontani da noi. Attraverso le loro storie, Giulio Cavalli, fornisce una guida utile per comprendere lo stato d’animo di oggi; una bussola per orientarsi all’interno del mare della disperanza. Un nuovo girone del male a cui nessuno può sottrarsi.

Nell’ottobre 2010 esce il suo primo libro “Nomi, cognomi e infami” per la collana Verde nero di Edizioni Ambiente. Nel 2011 in collaborazione con il regista Renato Sarti scrive e interpreta “L’innocenza di Giulio”, spettacolo sul processo al senatore Giulio Andreotti per i suoi rapporti con la mafia, spettacolo da cui nel 2012 è tratto il libro “L’innocenza di Giulio: Andreotti e la mafia”. Nell’agosto 2013 il collaboratore di giustizia Luigi Bonaventura racconta il progetto per fare fuori Giulio Cavalli. L’indicazione arrivò nella primavera del 2011 da emissari del clan della ‘ndrangheta De Stefano-Tegano. Dal giugno 2013 collabora con il giornale online Fanpage.it, per il quale realizza editoriali, format e video, oltre a curare la rubrica Le Uova Nel Paniere. Dal 2015 cura la rubrica Il buongiorno di Giulio Cavalli sul settimanale Left. Dal 2019 scrive sul giornale online TPI. Il suo ultimo libro, “Carnaio“, è stato proposto al Premio Strega 2019 da Concita De Gregorio. Il libro ha ottenuto il Premio Selezione Campiello Giuria dei Letterati ed è stato finalista al Premio Napoli.