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Il modello funziona. Peccato per i morti.

614. Tante sono le persone morte o disperse nel Mediterraneo centrale dall’inizio dell’anno fino al 21 marzo, secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). Il record dal 2014. Più del triplo rispetto allo stesso periodo del 2025.

Mercoledì 25 marzo, da Algeri, Giorgia Meloni ha detto che «se in questi anni siamo riusciti a ridurre gli sbarchi illegali e le tragedie in mare, lo dobbiamo anche alla forte cooperazione con l’Algeria». Quella cooperazione «rappresenta un modello per la regione».

Un modello. Mentre l’Oim contava i corpi.

C’è un problema geografico. I migranti che partono dall’Algeria sono da anni diretti verso la Spagna, lungo la rotta occidentale. Quella centrale, che unisce la Libia all’Italia, non riguarda Algeri. Meloni lo sa o lo ignora: in entrambi i casi è grave.

Il vanto è falso. Gli sbarchi sono calati. Ma l’Oim spiega: le persone continuano a partire, le navi Ong sono state bloccate con decreto, alcune barche arrivano e altre si perdono. Quando si perdono non se ne parla, perché non c’è nessuno a raccoglierle.

I 3.250 migranti intercettati tra gennaio e il 21 marzo, tra cui 238 donne e 67 bambini, sono stati riportati in Libia dalle milizie finanziate da Roma: le stesse che rispondono a Osama Almasri, ricercato dalla Corte penale internazionale per crimini di guerra, arrestato a gennaio e liberato in quarantotto ore su un aereo di Stato.

Il modello, sostanzialmente, è questo: meno sbarchi perché più morti in mare, e più prigionieri consegnati ai campi di tortura libici. Meloni lo chiama successo. L’Oim lo chiama record.

Buon lunedì.

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Senza potere non esistono

La loro unica qualità è il potere che hanno. Sul serio, pensateci, nel giro di poche ore abbiamo assistito al ghigliottinamento di Giusi Bartolozzi, colei che voleva rifondare il significato della parola giustizia. Poi è stato il turno di Andrea Delmastro, quello che in pubblico voleva vedere soffocare i mafiosi con cui in privato entrava in società attraverso la figlia di un prestanome. Poi è stato il turno di Daniela Santanchè, donna insicura ma vanitosa del suo potere e del fascino che ne deriva, che ha sempre avuto come unico pregio il suo poter vantare vicinanza ai potenti. Infine c’è Maurizio Gasparri, statista quanto la sua carota che ha agitato contro Sigfrido Ranucci e Report, uno che in un Paese meritocratico sarebbe un troll nel chiaroscuro della sua cameretta.

Non è finita qui. In Forza Italia nel mirino c’è il capogruppo alla Camera Paolo Barelli (vi state chiedendo chi sia Ecco, appunto) e poi su su fino al ministro Antonio Tajani, che ormai è diventato un aggettivo: “fare il Tajani” è il nuovo sinonimo di filare e non tessere.

Tutta gente che non esisterebbe senza il suo potere. Persone che se non fossero parlamentari, se dovessero confrontarsi con il normale mondo del lavoro, sarebbero laterali in qualsiasi fabbrica o in qualsiasi ufficio. Ed è così anche per i non dimessi, quelli che siedono in posti di potere per vicinanza alla presidente del Consiglio: una classe dirigente indegna che è un’offesa per tutti i lavoratori.

Loro sono il loro potere, solo quello. Per questo ci si abbarbicano ossessivi e violenti. Se cade quello, cade tutto.

Buon venerdì.

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No Kings, a Roma si mobilita l’onda contro l’internazionale della paura

Il 14 giugno 2025 Donald Trump ha organizzato una parata militare per il suo settantanovesimo compleanno. Cinque milioni di persone sono scese in piazza a protestare. Nessuno ricorda la parata.

Da quella giornata è nato No Kings. Il 18 ottobre 2025 erano già sette milioni in duemilasettecento eventi. Per sabato 28 marzo gli organizzatori contano oltre tremila appuntamenti, in contemporanea con la marcia londinese della Together Alliance, coalizione britannica con Brian Eno, Fontaines DC, Paul Weller e Kneecap tra i firmatari. A Roma, il 27 e il 28 marzo, il movimento prende forma italiana: settecento realtà aderenti, due giorni di concerto e corteo. Parole d’ordine ufficializzate in conferenza stampa: «No all’autoritarismo, no alla guerra, no al riarmo, no al genocidio e no alla repressione».

Il palco come atto politico

Venerdì alle 15.30 la Città dell’Altra Economia ospita un concerto gratuito con circa cinquanta artiste e artisti: Ditonellapiaga, Daniele Silvestri, Gemitaiz, Sabina Guzzanti, Ascanio Celestini, Mannarino, Willie Peyote, Rancore, Dutch Nazari, Bandabardò, Modena City Ramblers, Africa Unite, Assalti Frontali, Erica Mou, Giancane, Pop X, Il Muro del Canto. Un catalogo che attraversa decenni di musica italiana di impegno civile. La stessa logica della Together Alliance: la cultura come strumento di pressione, senza la pretesa di stare fuori dal conflitto.

L’area sarà accessibile per le persone in carrozzina, sul palco ci sarà un interprete LIS grazie alla collaborazione con Disability Pride Italia. Dettagli che, in una piazza politica, non sono mai soltanto dettagli: dicono chi è benvenuto e chi, di solito, viene lasciato fuori. Anche per il corteo del sabato è prevista una zona safe con auto di sostegno per anziani e famiglie con bambini.

La piazza e il confine dai partiti

Sabato 28 marzo alle 14.00 il corteo parte da Piazza della Repubblica e arriva a Piazza San Giovanni. Decine di migliaia attese da tutta Italia. Luca Blasi, tra gli organizzatori, ha chiarito il perimetro: «Chi verrà in piazza a portare pratiche non condivise con il movimento, allora non ne fa parte». Una piazza grande è sempre una piazza esposta.

Nessun partito, nessuna candidatura. I No Kings hanno anche lanciato una pressione verso le opposizioni parlamentari: risposte «fuori dalle logiche di potere». Vicini ai partiti abbastanza da far loro sentire il fiato sul collo, distanti abbastanza da non diventarne il serbatoio.

Il collante è la vittoria del No al referendum del 22 e 23 marzo sulla separazione delle carriere. Gli organizzatori chiedono le dimissioni di Giorgia Meloni: il No come mandato, la piazza come luogo in cui quel mandato viene rivendicato. Se il governo ha perso il referendum sulla sua riforma più simbolica, la legittimità vacilla; la piazza è il luogo in cui quella vacillazione diventa visibile.

Il modello che cambia

Negli Stati Uniti No Kings ha mosso dodici milioni di persone nelle prime due edizioni. In Gran Bretagna la Together Alliance ha radunato cinquanta organizzazioni contro la crescita di Reform UK di Nigel Farage. In Italia, settecento realtà si sono agganciate alla stessa rete. La simultaneità delle date ha un peso simbolico; il punto più rilevante è nel modello: la piazza smette di essere evento isolato e diventa nodo di una rete internazionale. Lo schema è quello della destra che governa attraverso la paura, che trasforma il nemico interno in risorsa elettorale permanente. Trump l’ha portato alla Casa Bianca. Meloni lo pratica a Palazzo Chigi. Farage aspira a Downing Street.

La risposta che il 28 marzo costruisce non è elettorale. È una risposta di presenza: corpi in strada, voci in piazza. Cinquanta artisti su un palco a Roma, Brian Eno e Fontaines DC a Londra, milioni di americani nelle strade. Date coincidenti, rifiuto condiviso. Nessuno ricorda la parata.

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Israele si ridisegna i confini occupando il Libano

Il 25 marzo 2026, all’Istituto Universitario di Ginevra, Philippe Lazzarini ha tenuto il suo ultimo discorso da commissario generale dell’Unrwa. Le violazioni del diritto internazionale non sono una novità, ha detto. La novità è che non vengono più nascoste: «vengono rivendicate, commesse con orgoglio».

Lo stesso giorno, il ministro della Difesa israeliano Israel Katz annunciava che le operazioni nel Libano del Sud seguiranno «il modello di Beit Hanoun e Rafah a Gaza»: distruzione delle abitazioni, blocco dei ritorni finché il nord di Israele non sarà sicuro. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich aggiungeva: «il Litani deve essere il nostro nuovo confine con il Libano».

Gaza scompare dall’agenda. Younis Al-Khatib, presidente della Mezzaluna Rossa Palestinese, parlava ieri ad Acireale davanti a 59 rappresentanti del Movimento di Croce Rossa e Mezzaluna Rossa: «dopo l’inizio del conflitto in Iran la situazione a Gaza è peggiorata. Il mondo si sta dimenticando di Gaza». Due milioni di persone senza acqua, cibo e medicine. Il cessate il fuoco e il piano di ricostruzione non hanno fatto progressi.

I dati Unrwa documentano la direzione. Dal 28 febbraio tutte le frontiere tranne Kerem Shalom sono chiuse. Le evacuazioni mediche restano sospese: 18.500 pazienti attendono cure non disponibili a Gaza, 3.800 sono bambini. Il 46 per cento dei farmaci essenziali è esaurito. Il 23 marzo è caduto il primo anniversario dell’uccisione di quindici operatori della Mezzaluna Rossa Palestinese.

Il modello viene rivendicato come vanto mentre Gaza scivola via dall’agenda diplomatica. Nel discorso al Geneva Graduate Institute, Lazzarini ha detto: «È sbalorditivo che un’agenzia delle Nazioni Unite sia stata lasciata schiacciare, in violazione del diritto internazionale, in totale impunità».

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Senza fissa dimora in Italia: i dati Istat e le promesse mancate del governo sulla casa

10.037. È il numero che l’Istat ha consegnato al Paese il 25 marzo 2026. Adulti senza fissa dimora, censiti nella notte del 26 gennaio in quattordici città metropolitane. Adulti in età lavorativa, per lo più: la fascia tra i 31 e i 60 anni rappresenta il 73,2% di chi dorme in strada. Persone che fino a poco tempo fa avevano un contratto, una famiglia, un indirizzo.

Delle 10.037 persone censite, 5.563, il 55,4%, hanno trovato riparo in strutture di accoglienza notturna. Le altre 4.474 erano in strada o in edifici abbandonati. L’Istat avverte che quei numeri non fotografano l’intero fenomeno: la rilevazione copre quattordici città, e tra i senza dimora ci sono individui non iscritti all’anagrafe o residenti altrove. Il numero reale è più grande. La componente femminile è il 21,4% nelle strutture, 1.189 donne, e scende al 12% tra chi dorme all’aperto.

I numeri e le città

Roma conta 2.621 persone senza dimora, di cui 1.299 sulla strada. Milano 1.641, con 601 all’aperto. Torino 1.036, Napoli 1.029 con 566 in strada. Reggio Calabria 31. Una notte su trecentosessantacinque in cui il sistema decide di guardare.

La Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora, la Fio.PSD, tiene un conteggio che non aspetta il censimento: quello dei morti. Nel 2025 sono morte 414 persone senza dimora; nel 2024 erano state 434, nel 2023 erano state 415. L’età media di chi muore in strada è 46,3 anni, contro gli 81,9 della popolazione italiana. Un terzo dei decessi avviene in spazi pubblici. “Non si muore solo per il freddo”, documenta l’Osservatorio Fio.PSD nel rapporto “La strage invisibile”: si muore perché un malore ordinario, in strada, diventa fatale per mancanza di cure e di riparo.

Il piano che non c’è

Nel gennaio 2023, Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture del governo Meloni, fissava le priorità: «Il prossimo obiettivo è un grande piano casa, un grande piano di edilizia residenziale pubblica per chi non può permettersi gli affitti a Milano, Roma o nelle grandi città». Ventuno mesi dopo, con la legge di Bilancio per il 2025, rinviava lo stesso piano alla “prossima estate”. Stessa promessa, stesso mittente, diversa stagione.

L’agosto 2025 aveva aggiunto un’altra voce. Al Meeting di Rimini, Giorgia Meloni annunciava un «grande piano casa a prezzi calmierati per le giovani coppie», definendolo «una delle priorità». «Perché senza una casa è difficile costruire una famiglia», aveva aggiunto. Per il governo, la casa è una questione demografica, riservata alle coppie giovani nel perimetro che l’esecutivo ha deciso. I 4.474 che dormono in strada quella notte di gennaio non hanno un posto in quella narrazione.

Le risorse stanziate ammontano a 660 milioni di euro. L’Associazione Nazionale Costruttori Edili, l’ANCE, stima il fabbisogno reale a 15 miliardi. Il decreto attuativo che avrebbe dovuto definire i criteri era previsto entro il 30 giugno 2024: non è mai arrivato. Dei 660 milioni, 50 arriveranno nel 2027, 50 nel 2028, poi 560 spalmati tra il 2028 e il 2030. Salvini stesso, a settembre 2025, aveva definito quella cifra «un’inezia». Il termine è suo.

In Italia ci sono circa 250.000 famiglie in lista d’attesa per una casa popolare. Il sistema di edilizia sociale pubblica riguarda il 3,8% delle famiglie, contro il 24% dell’Austria, il 16% della Francia, il 29% dell’Olanda. Il programma di housing first non ha mai ricevuto menzione concreta nei documenti del governo. La manovra 2026 ha previsto agevolazioni sui mutui per giovani coppie. Zero euro per il sostegno agli affitti, zero per le morosità incolpevoli, zero per chi dorme in strada.

10.037. Quella notte di gennaio, li hanno contati. Hanno un numero. Il piano che avrebbe dovuto rispondergli è ancora, a tre anni dall’insediamento del governo, un titolo alla ricerca di fondi che arriveranno quando sarà qualcun altro a doverli spendere.

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Tre sberle in quarantotto ore: Nordio è ancora lì

Alle undici il Parlamento europeo vota la “Direttiva sulla lotta contro la corruzione”. L’articolo 13 ter obbliga tutti gli Stati membri Ue a prevedere il reato di abuso d’ufficio. L’Italia ha due anni per adeguarsi o rischia la procedura d’infrazione. Carlo Nordio (Fratelli d’Italia) lo aveva cancellato con la legge n. 114, in vigore dal 25 agosto 2024: oggi Bruxelles glielo rispedisce.

Terza mazzata in quarantotto ore. Prima il referendum: il No alla separazione delle carriere ha vinto con oltre il 53%. Poi le dimissioni forzate di Andrea Delmastro Delle Vedove, sottosegretario alla Giustizia (Fratelli d’Italia), per i rapporti con la figlia di Mauro Caroccia, condannato come prestanome del clan Senese. Nella stessa giornata ha lasciato Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto di via Arenula, indagata nel caso Almasri e nota per aver definito la magistratura «plotoni di esecuzione» in diretta tv. Entrambe le dimissioni su pressione di Meloni. Nordio è rimasto.

Rimane, mentre il bilancio si accumula. L’abuso d’ufficio cancellato, ora da ripristinare per obbligo europeo. Il decreto anti-rave, ottobre 2022: nel 2023, otto imputati e zero condanne, ammessi dallo stesso ministro in risposta al Parlamento. Il decreto sicurezza, legge nel 2025: quattordici nuovi reati per i cosiddetti “maranza” e per i blocchi stradali.

Sostanzialmente, il governo ha smontato gli strumenti contro la corruzione dei funzionari pubblici e costruito reati per chi balla in un campo. L’Europa risponde con un articolo 13ter che non chiede permesso. Il garantismo di Nordio finisce qui.

Buon giovedì.

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Referendum, la rivolta del Sud contro Meloni: con la riforma bocciata la politica anti-meridionalista del governo

Il 75,5% di No a Napoli è un numero che fa male a leggere se sei Giorgia Meloni. Il referendum sulla separazione delle carriere aveva poco a che fare con una questione partenopea: quel dato dice qualcosa sul rapporto tra il suo governo e il Mezzogiorno che nessuna intervista a un podcast può correggere.

Il Sud aveva votato centro-destra nel 2022 con la stessa logica con cui lo fa da decenni: la speranza che qualcuno, finalmente, si ricordasse di lui. Solo che poi ci si dimentica sempre. E stavolta si è dimenticato prima del solito.

Nicola Ricci, segretario generale della Cgil Napoli e Campania, ha parlato di «un segnale forte al governo, con un’azione di contrasto all’impostazione anti-costituzionale e anti-meridionalista di Giorgia Meloni». La parola anti-meridionalista è precisa, non urlata. Descrive una sequenza di scelte concrete.

I numeri del tradimento

La prima è stata la Decontribuzione Sud. Nel 2023, lo sgravio del 30% sui contributi previdenziali aveva coperto 2 milioni di contratti per oltre 3,6 miliardi di euro. La Legge di Bilancio 2025 l’ha smontata: per le grandi imprese è sparita dal 1° gennaio 2025, per le Pmi è stata ridisegnata con aliquote decrescenti e tetti mensili che prima non c’erano. Il taglio vale 5,9 miliardi per il solo 2025, sostituiti da un fondo che, secondo il 51° Rapporto Svimez del novembre 2025, ammonta a «circa la metà di quanto tagliato, senza ancora una chiara destinazione né uno strumento attuativo». Le stime dell’associazione: 25.000 posti a rischio.

E poi c’è la manovra nel suo complesso. La Svimez ha certificato che nel biennio 2025-2026 il Mezzogiorno «non beneficia affatto della maggiore spesa disposta» dall’esecutivo «e anzi subisce una decurtazione»: il beneficio dell’espansione fiscale è nel Centro-Nord «circa il doppio» rispetto al Sud. Adriano Giannola, presidente della Svimez, ha sintetizzato: «Si riapre il divario». Del resto i dati lo confermano senza appello. I salari reali nel Mezzogiorno sono crollati del 10,2% tra il 2021 e il 2025, contro il -8,2% del Centro-Nord. Nel 2024 le famiglie meridionali in povertà assoluta sono aumentate di centomila unità.

Un Sud che si svuota

Il territorio si svuota e il governo non risponde. Nel 2024, il saldo migratorio interno del Sud è stato negativo per 52mila residenti (fonte: Istat). Tra il 2002 e il 2024, 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Mezzogiorno per il Nord, con una perdita netta di 270mila unità. Il costo annuo, calcolato dalla Svimez, è 6,8 miliardi di euro di capitale umano sottratto al territorio che li ha formati.

Gigia Bucci, segretaria generale della Cgil Puglia, ha spiegato che la sua regione è quella «con i salari più bassi e l’incidenza maggiore di povertà relativa» e che «il governo ha fallito e rischia di peggiorare i divari e le condizioni di vita del Mezzogiorno». La Puglia è anche, secondo Istat, la regione italiana che ha perso più abitanti nel 2024 in termini assoluti: 13.266 in meno in un anno. La sanità racconta la stessa storia: nel 2022 la mobilità sanitaria interregionale ha raggiunto il record storico di 5,04 miliardi di euro, con il Mezzogiorno che ne concentra quasi l’80% del passivo. In Sardegna, secondo i dati Istat, nel 2024 il 17,2% della popolazione ha rinunciato a curarsi.

A tutto questo si aggiunge la crisi dell’automotive. Lo stabilimento Stellantis di San Nicola di Melfi (Potenza), già a -87% rispetto ai valori pre-Covid, da giugno 2025 a giugno 2026 ha 3.888 lavoratori su 4.860 in Cassa Integrazione Straordinaria in deroga: l’80% della forza lavoro. Il governo ha aperto un tavolo, ha attribuito la crisi alle norme europee del Green Deal, non ha stanziato risorse straordinarie né ottenuto impegni vincolanti dall’azienda.

Il 75,5% di No a Napoli, quindi, non era solo un voto sulla magistratura. Era il conto. Cca nisciun è fess, dicono laggiù. E hanno ragione.

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Morto “probabilmente” di fame, senza colpevoli

La sentenza del giudice Ehud Kaplan del Tribunale di Hadera su Walid Khalid Abdullah Ahmad risale al dicembre 2025. È rimasta secretata tre mesi, pubblicata questa settimana dopo una petizione di Haaretz. Walid aveva 17 anni, palestinese e cittadino brasiliano, morto il 22 marzo 2025 nel carcere di Megiddo. Kaplan scrive che era stato «probabilmente fatto morire di fame». Nella stessa sentenza chiude il caso.

Walid era stato prelevato dal letto a Silwad, Cisgiordania occupata, la notte del 30 settembre 2024. Non fu mai formalmente incriminato. Rimase sei mesi in detenzione amministrativa, misura che Israele applica esclusivamente ad arabi e palestinesi. Il 22 marzo 2025 collassò nel cortile del carcere. Gli altri detenuti chiamarono le guardie, che non risposero. Furono i compagni a portarlo al cancello. Morì alle 9:10.

L’autopsia al Centro forense Abu Kabir di Tel Aviv rilevò addome incavato, perdita di massa muscolare, malnutrizione prolungata grave. Walid aveva segnalato scarsità di cibo in dicembre. DCIP lo identifica come il primo minore morto in custodia israeliana dall’ottobre 2023. Almeno 88 detenuti palestinesi sono morti nelle prigioni israeliane dall’inizio dell’offensiva su Gaza.

Il nesso è la parola che Kaplan usa per archiviare. L’autopsia documenta malnutrizione estrema. Il giudice riconosce il fatto. Poi scrive che non è possibile stabilire un nesso causale diretto tra le condizioni di Walid e la sua morte. Il crimine viene nominato e neutralizzato nello stesso atto. Il corpo rimane trattenuto da Israele. La famiglia non ha ricevuto spiegazioni.

«Il fatto che sia stato probabilmente fatto morire di fame non può e non deve essere nascosto», scrive Kaplan nella sentenza di dicembre 2025. La frase chiude un paragrafo. Il paragrafo successivo chiude il caso.

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A uscirne scassata è lei

Dunque il referendum che non era “politico” in poche ore ha infilzato un sottosegretario alla giustizia (Andrea Delmastro), la capa di gabinetto di Nordio Giusi Bartolozzi e una quasi ex ministra al Turismo (Daniela Santanchè) bel giro di qualche ora. 

C’era da aspettarselo. Una presidente del Consiglio che da quattro anni dà la colpa dei suoi fallimenti polirtici sempre ad altri non poteva che esimersi dal consumare la vendetta per il capitombolo referendario contro qualcuno. C’è da scommettersi che l’avrebbe fatto ben più volentieri contro i giudici o contro quei 14 milioni e mezzo di italiani ma il voto, per fortuna, non glielo consente.

Forse Meloni pensa così di scrollarsi di dosso la sua prima cocente sconfitta nel più infantile dei modi, ovvero attribuendola agli altri ma no, non funziona e no non basterà. È la stessa Meloni che s’è tenuta stretto l’amico Delmastro dopo una condanna di otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio, reato gravissimo per un uomo di Stato in un ministero così delicato. È la stessa Meloni che definisce “una leggerezza” il mettersi in società con un mafioso, tramite figlia sacrificale, e sorridere e cenare con lui. 

È la stessa Meloni che ha difeso Bartolozzi, e quindi anche il ministro Nordio, per avere gentilmente liberato uno stupratore criminale libico come Almasri. È la stessa Meloni che non ha alzato ciglio per l’accusa alla ministra Santanché di avere truffato lo Stato che in questo momento rappresenta. È la stessa Meloni che non riesce a scollare Santanché dalla poltrona del ministero del Turismo. 

A uscirne scassata è lei. Lei che voleva essere ricordata mentre dialogava con i grandi della terra e invece si svela come capobanda di inetti, inadatti e irresponsabili. E li ha scelti lei. 

Buon mercoledì. 

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Legge elettorale, dopo il flop al referendum il centrodestra accelera: blitz in Commissione tra tensioni interne al centrodestra e il piano Quirinale di Meloni

Il giorno dopo una sconfitta referendaria, il centrodestra ha una sola cosa da fare: spiegare che non era una sconfitta. E poi avviare l’iter della legge elettorale. La commissione Affari costituzionali della Camera ha fissato al 31 marzo l’incardinamento della riforma del sistema di voto. Il presidente Nazario Pagano (FI) ha comunicato la notizia ai cronisti. Federico Fornaro (Pd), uscendo dalla stessa riunione: «Neanche il tempo di metabolizzare la sconfitta che partono con la legge elettorale. Stesso sistema, stessa fine?».

La guerra delle colpe

Il 53,74% degli italiani ha bocciato la separazione delle carriere, il No ha vinto in 17 regioni su 20, l’affluenza ha sfiorato il 59%. La linea ufficiale è compatta: si va avanti. Sotto, il quadro è diverso.

Fabio Rampelli (FdI) ha detto che ha pesato «una paura mista a un sentimento anti-americano che ha attecchito tra i giovani» e che «il governo ha mantenuto una postura corretta, che non attrae le simpatie dei ragazzi». Poi, con una formula che è già una confessione: «Stavolta la sinistra è scesa dal piedistallo dell’armocromismo. Noi ci siamo saliti». La sconfitta dipende da Trump, dai giovani, dalla postura del governo. Da tutto tranne le scelte che hanno trasformato una riforma tecnica in una guerra contro le toghe.

Giorgio Mulè (FI) ha sparato in direzione degli alleati: le vicende Nordio-Bartolozzi-Delmastro sono state «orpelli a una campagna che ha deviato dal merito». Tradotto: la campagna l’ha sbagliata FdI. Paolo Zangrillo (FI) è stato diretto: «Forse l’errore è stato non semplificare abbastanza.» E ha aggiunto l’avvertimento per tutti i dossier a venire: «Ora sarà un Vietnam». Matteo Salvini ha aspettato ore prima di commentare, era a Budapest da Orbán; quando le sue tre righe sono arrivate, non citavano la riforma per nome. Questa sconfitta porta la firma soprattutto di Forza Italia, che la riforma l’ha voluta come eredità di Berlusconi. Ad Arcore, il comune dove il Cavaliere viveva, la bocciatura è arrivata per 47 voti.

La legge che divide la coalizione

E la legge elettorale? Il testo depositato il 26 febbraio prevede proporzionale con premio di 70 seggi alla Camera alla coalizione che supera il 40%, ballottaggio tra il 35 e il 40%, sbarramento al 3%, liste bloccate. È costruito per rendere ininfluente lo scenario che spaventa la maggioranza: un centrosinistra unito che nel 2027 ripeta quello che ha fatto nel referendum. Solo che le tensioni interne erano già vive prima del voto. Mulè ha ripetuto per tutta la mattina: «La legge elettorale deve essere condivisa, non si può fare a colpi di maggioranza». Il costituzionalista Stefano Ceccanti, che aveva votato Sì al referendum: «Credo che la legge elettorale possa essere considerata archiviata. Temendo di perdere le elezioni, la maggioranza non spingerà». Riccardo Magi (Più Europa) ha descritto l’accelerazione come «clima surreale» e annunciato «opposizione durissima». Francesco Boccia (Pd) ha chiesto il ritiro del testo: «Ora devono deporre la clava». Il leade M5S Giuseppe Conte l’ha chiamata «legge super-truffa».

Osvaldo Napoli (Azione) ha detto quello che nessuno nel centrodestra ha avuto il coraggio di enunciare: «Dal 23 marzo le carte al tavolo della politica non sono più nelle mani di Meloni, sono passate in quelle del presidente Mattarella. Meloni non può decidere di andare al voto, e neppure può più imporre una legge elettorale ritagliata sulle sue ambizioni».

Il mandato di Sergio Mattarella scade nel gennaio 2029 e il Parlamento che uscirà dalle politiche del 2027 dovrà eleggere il suo successore. Avere voce in capitolo su quella scelta significa vincere con numeri sufficienti: quei numeri dipendono da una legge che l’opposizione vuole bloccare e che la Corte Costituzionale, che ha già bocciato il Porcellum e l’Italicum, potrebbe ridimensionare. Il Vietnam annunciato comincia il 31 marzo, con i relatori ancora da nominare.

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