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Vaccini influenza: Regione Lombardia sapeva da marzo di non riuscire a coprire il fabbisogno minimo


Regione Lombardia è arrivata tardi e male all’appuntamento con i vaccini antinfluenzali, che quest’anno più che mai sono raccomandati da tutta la comunità scientifica vista la concomitante pandemia di Coronavirus. La Regione parla di un problema di approvvigionamento legato alle gare, ma osservando i numeri si vede che le quantità richieste non sarebbero bastate comunque per coprire nemmeno le categorie a rischio, come emerge anche da alcune circolari della Direzione generale Welfare. “Chi ha fornito i calcoli sbagliati a Regione Lombardia?”, chiede la consigliera Carmela Rozza, che ha depositato un’interrogazione al Pirellone per chiedere conto alla Regione di un paradosso: mentre i vaccini sembrano introvabili per il Ssn, alcuni privati offrono già le prenotazioni a pagamento.
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Ultima Voce recensisce Disperanza

No, non disperazione, quella è esplosiva, estemporanea. La “disperanza” è qualcosa di più sottile e subdolo.

Giulio Cavalli parte da sé stesso per poi rivolgersi all’altro, a chiunque volesse contribuire con un’esperienza o una riflessione. E così ha visto che la “disperanza” attanaglia tanti, ed in tanti aspetti della vita.

La politica, l’amore, la salute, il lavoro.

Niente sfugge a questa non emozione, a questo non sentimento che lascia inermi, come se si fosse già visto tutto, troppo. Il libro alterna le considerazioni dell’autore alle lettere di chi ha raccolto il suo appello sui social. Ognuno racconta di quando si è sentito impotente, disperato, rassegnato.

Cavalli, in questo modo, compie un piccolo miracolo.

Compila una raccolta di sventure che risulta però confortante, illuminante. In primo luogo perché, con la “disperanza”, definisce qualcosa che hanno provato in molti, ma che ai più appariva inafferrabile. In secondo luogo perché, in questo modo, l’autore rende legittime le fragilità di ognuno.

Dalle nostre fragilità gocciolano forze impensabili che ci ostiniamo a nascondere troppo. Il diritto di cittadinanza delle fragilità andrebbe scritto nella Costituzione.

Perché le fragilità nascoste, soffocate, insolute, sono quelle che ci logorano dentro, un pezzettino alla volta.

Ma esprimerle, affrontarle, condividerle, ci rende davvero più forti poiché più consapevoli di noi stessi, dei nostri limiti, di ciò che possiamo fare per attraversarle e superarle. Soprattutto, ammettere le nostre fragilità ci permette di riconoscerci in quanto esseri umani, spezzando le catene di quella innaturale positività ad ogni costo, quella perfezione, quell’immagine sempre vincente che altro non è che una pericolante costruzione.

Con un linguaggio che, come per magia, riesce ad essere diretto quanto poetico, Giulio Cavalli ci accompagna verso la speranza, perché la “disperanza” non è altro che un’ombra che ci nasconde i colori, ma solo temporaneamente.

Credete in voi, in quello che potete essere. E non abbiate ribrezzo di quello che siete e di come siete: è una tappa per arrivare di là, dove volete arrivare […]

Mariarosaria Clemente

«Essere antifascisti oggi significa essere contro il razzismo»

Se n’è andata Carla Nespolo, la presidente dell’Anpi e donna coraggiosa e forte. Ma Carla Nespolo ci ha lasciato una lezione che va tenuta bene a mente, va mantenuta in tasca ogni mattina a quando ci si sveglia e ci si alza per andare in giro per il mondo: essere antifascisti oggi è molto di più del fare memoria, significa esercitare memoria e adattarla ai tempi che sono e allargarla ai nuovi pericoli che avanzano.

«Essere antifascisti oggi significa essere contro il razzismo, contro chi approfitta anche della crisi sociale per far regredire politicamente, culturalmente, moralmente il nostro Paese», disse Carla Nespolo e qui dentro c’è tutta la battaglia che non bisogna avere paura di combattere. C’è in atto da tempo un vile giochetto, appoggiato anche da sedicenti liberali di un sedicente centrosinistra, di incasellare i vizi del fascismo e i suoi orrori in tempi storici che vengono considerati passati. C’è qualcuno anche dalle parti del presunto centrosinistra che insiste nel negare che essere antifascisti oggi significhi combattere i nuovi razzismi che hanno assunto nuove forme.

A proposito di lezioni. C’è un’altro punto da tenere bene in mente che Carla ci ha lasciato: in tutti i suoi interventi la presidente dell’Anpi ribadiva con forza che la Costituzione italiana non sia “afascista ma antifascista” e che quindi sia un obbligo costituzionale essere contro i fascismi, alla faccia dei tanti che non “sono né di destra né di sinistra” (che alla fine sono sempre di destra) e che vorrebbero elevarsi culturalmente facendo gli equidistanti.

Un ultimo punto: Carla Nespolo notava spesso, lo faceva in pubblico e in privato, quanto i sovranismi di matrice fascista fossero stati bravi a crearsi una rete internazionale e a essere in collegamento tra loro e quanto invece gli antifascisti fossero molto più distratti nel percepire e nel mettere in rete le esperienze degli altri. Un’internazionale antifascista, anche a livello europeo, è un progetto politico che urge da anni e di cui si parla pochissimo.

Insomma Carla ci ha insegnato che la memoria si esercita, mica ci si può ridurre a commemorarla. Se quelli che in questi ore mandano messaggi di affettato cordoglio vogliono rimboccarsi le maniche c’è parecchio da fare: il suo manifesto è chiaro.

Buon martedì.

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Casellati dice che sullo stato d’emergenza Covid qualcuno nasconde la verità. Ma allora faccia i nomi

Hai voglia poi a debellare i negazionisti, a smentire punto su punto tutti i cospirazionisti e ad avere a che fare con i complottisti, se in un Paese come l’Italia la seconda carica dello Stato, la presidente del Senato Elisabetta Casellati, riesce addirittura a rilasciare un’intervista su uno dei principali quotidiani del Paese come il Corriere della Sera e dire tranquilla tranquilla: “Sulla proroga dello stato di emergenza, prima di tutto occorre avere informazioni corrette, senza nascondere i risultati del Comitato tecnico. Se non abbiamo accesso alle informazioni, non possiamo dire nulla. Abbiamo bisogno di verità. Gli italiani sono stanchi di oscillare tra incertezze e paure, in una confusione continua di dati che impedisce tra l’altro di programmare il lavoro”.

Ed è una frase che lascia più che perplessi perché non è chiaro dalle parole della presidente chi starebbe “occultando” la verità e chi, se non lei, che si ritrova ad avere una delle più importanti cariche dello Stato e la più importante del Parlamento, dovrebbe garantire quella “corretta informazione” che proprio lei invoca.

La pubblicizzazione dei pareri del Comitato Tecnico Scientifico è un tema parlamentare ed è un tema politico che va affrontato a viso aperto senza bisbiglii che nulla hanno a che vedere con la responsabilità e l’etica politica. La presidente Casellati crede che qualcuno nasconda delle informazioni? Benissimo: lo dica chiaramente senza giocare di sponda e vedrà che molti si muoveranno per verificare le sue accuse, noi giornalisti per primi.

Il “clima di incertezza” di cui parla è l’inevitabile inquietudine di fronte ai numeri del contagio che salgono e di fronte a uno scenario che per tutto il mondo è praticamente sconosciuto. Adombrare ipotesi che a parlamentari e ai cittadini vengano nascoste informazioni corrette significa svilire di fatto proprio lo stesso Parlamento di cui Casellati è classe dirigente.

Crede che ci sia una regia per imporre uno stato d’emergenza non giustificato? Benissimo, lo dica a chiare lettere senza girarci troppo intorno e ci dia gli elementi oscuri che il Parlamento deve chiarire. Queste mezze frasi di mezza propaganda sono veleni che servono solo a intossicare il dibattito senza nessun elemento aggiuntivo.

“Due parole d’ordine che ci dovranno accompagnare nei prossimi mesi: responsabilità e coraggio”, dice la presidente del Senato nella sua intervista. E allora lo chiediamo noi a lei: abbia responsabilità e coraggio nelle sue esternazioni. Perché le oscillazioni “tra incertezze e paure in una confusione continua di dati” (sono parole sue) nascono da interviste come questa. Ci dica, presidente.

Vaccino antinfluenzale: firma la petizione di TPI su Change.org

Leggi anche: 1. Governo e Regioni promuovano una vaccinazione antinfluenzale di massa: la campagna di TPI / 2. Covid, Cartabellotta: “Di questo passo, a Natale 1.000 in terapia intensiva e 12mila in ospedale” | VIDEO / 3. Fino a ieri ha sbeffeggiato il Coronavirus ora Trump (positivo) si affida alla scienza (di G. Cavalli)

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ExLibris 20 recensisce Disperanza

La disperanza è qualcosa che insopportabilmente diventa sopportabile per lunghi periodi, uno status che può rimanere appiccicato anche per una vita intera.

Così la definisce Giulio Cavalli. È il vivere come una vergogna le proprie fragilità, in un mondo in cui conta solo mostrare i muscoli. È sentirsi come un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro.

Partendo dalla propria esperienza personale, l’autore racconta in Disperanza un fenomeno (la perdita di speranza e l’incapacità di parlarne) che da intimo, privato, è divenuto universale, collettivo e lo fa dando voce a chi è abituato a starsene in silenzio. Il suo appello sui social network (Ditemi quando avete perso la speranza) diviene l’occasione per portare a galla una sofferenza profonda, per rendere consapevoli i “disperanti” di non essere dei casi isolati, ma di potersi riconoscere quasi come comunità. E in questo senso il libro ha anche un valore catartico, perché “il primo passo per uscirne è riconoscersi non solo”, comprendere che “c’è un mondo che striscia in fondo alla brace tiepida del quotidiano, che ha le stesse ferite, gli stessi segni e li indossa nascondendoli”.

I “messaggi dei lettori”, le storie personali di ognuno, le loro confessioni intime sono innestate in un tessuto narrativo coerente, che riesce ad universalizzare le esperienze più private, costringendo il lettore a confrontarsi con se stesso e con le proprie paure e fragilità. Ne nasce un libro che ti prende allo stomaco, che tocca corde profonde, perché il desiderio inoppugnabile di farsi vincere dal sonno, lo sforzo necessario a staccarsi dal suo abbraccio per affrontare l’ineluttabilità di una giornata sempre uguale sono sensazioni che accomunano non solo i “protagonisti” del libro, ma anche molti lettori, quelli che vorrebbero soltanto sopravvivere, attraversare l’esistenza riducendo al minimo le occasioni di contatto con gli altri. Rifugiarsi nel sonno, nel silenzio, anche se a volte il silenzio fa paura.

Cavalli ha una straordinaria capacità di rendere con immagini incisive lo stato di sospensione di questi disperanti “gente che non si sposta, ma si fa spostare” che “potrebbero essere scambiati per soprappensiero, invece sono sottopensiero, incapaci di ridurre il pensiero a impulso”. I disperanti li riconosci, perché sono quelli che camminano come un marziano, come un malato, come un mascalzone; li vedi galleggiare nell’esistenza o, più spesso, non li vedi neanche, perché a caratterizzarli sono la mancanza di energia e la trasparenza. Allora ciondolano da un nonluogo a un altro, perché nessun luogo gli appartiene davvero e a nessuno essi appartengono, riempiono il tempo e lo spazio senza realmente occuparli, senza dare a queste dimensioni un senso reale.

L’incapacità di adeguarsi alla brama di successo degli altri, l’uscire dagli schemi di una società che ti chiede incessantemente di lottare e di arrivare e che, se non hai sufficienti energie da dedicare a questo scopo, ti dichiara inesorabilmente un fallito, fanno di te un reietto, un emarginato. Del resto “la caduta di umore e di energie, per i benpensanti, sono la fatica immaginaria di un malato immaginario che si accosta a una tristezza immaginaria solo perché non ce l’ha fatta”.

I disperanti non sono una categoria omogenea, sono giovani e vecchi, si disperano per se stessi e per i propri cari, o per il destino dell’umanità intera. Si perde la speranza per amore, per una malattia, per il lavoro o per la sua mancanza, per una situazione politica dalla quale non si vede una via di salvezza. Ma come si convive con l’aver perso la speranza?

Secondo Francesca “non si guarisce, la disperanza se ne va, in attesa che ritorni”.

Attraverso le diverse voci dei propri lettori, Cavalli costruisce una mappa della disperanza.

L’autore realizza i capitoli del suo libro cercando di raggruppare le esperienze di chi ha voluto condividerle in categorie basate, fondamentalmente, sulla causa scatenante di questa progressiva perdita di speranza. Per ogni categoria, nel tessere la trama che unisce le diverse esperienze raccolte in quest’antologia della disperanza, Cavalli sviscera, in un’analisi essenziale ma puntuale, le cause ultime di questi mali collettivi. I disperanti sono vittime di questo tempo e di questa società, che nella sua corsa verso l’affermazione, il successo, il profitto, lascia indietro i più fragili, i più sensibili o quelli che, semplicemente, si fermano a riflettere. L’esasperata precarietà del lavoro e degli affetti genera solitudine, tristezza, apatia. Una politica fondata sulla paura (del diverso, del futuro) produce affanno, angoscia, isolamento. “Viviamo in mezzo a gente che è tranquilla in un perimetro sempre più ristretto” afferma l’autore. La disperanza è il prodotto di una società che non contempla più il dubbio, la riflessione, la fragilità e taccia tutto di inadeguatezza, di incapacità, mandando avanti solo “quelli con i razzi al culo” (come dice una delle testimonianze raccolte).

“La società dovrebbe salvarci dall’universo che ci ingoia. Ma chi ci salva dalla società?” si chiedeva Manlio Sgalambro.

Già, chi o cosa ci può salvare? Come si recupera la speranza? Probabilmente imparando a convivere con i momenti di umore più nero, cercando il conforto in quello che realmente ci sta a cuore e non nei modelli che ci vengono imposti, continuando a emozionarci, a indignarci. Divenendo, finalmente, fieri anche delle nostre fragilità

L’ultimo capitolo si intitola “Non credergli”. È da leggere e rileggere. E rileggere ancora.

“È una cassetta per gli attrezzi già pronta ai bordi del letto, per apparecchiare ogni mattina una speranza”, per ricostruire il proprio mondo, la propria dimensione, per arrivare a guardare in faccia il demone. Un vademecum per affrontare la quotidianità. Per non arrendersi.

Fabio Sarno

La calcioisteria

I casi di coronavirus nelle scuole e nelle aziende, il rischio di una seconda ondata dei contagi, la disperazione di chi si troverà senza ammortizzatori sociali e senza lavoro. In questa situazione difficile, si discute della partita Juventus-Napoli con la Lega Calcio che fa di tutto per non fermare il campionato

Ci sono un migliaio di scuole in cui si sono già presentati casi di coronavirus e che hanno dovuto affrontare tutte le difficoltà che si presentano nell’assicurare il prosieguo delle lezioni. Nelle aziende continuano (non si sono mai fermati) i contagi e mentre i numeri cominciano a preoccupare le autorità sanitarie si stanno valutando le misure da prendere per contenere un’eventuale seconda ondata e per evitare al Paese il tracollo che potrebbe causare un nuovo lockdown. In tutto questo c’è la disperazione, tanta, tantissima, che sta prendendo persone che hanno avuto la vita sfasciata dalla pandemia e che ora che finiranno gli ammortizzatori sociali si ritrovano senza lavoro. Poi, volendo, ci sarebbe anche da discutere di come utilizzare i fondi europei per ricostruire: su quello si gioca la forma futura di Paese, mica bruscolini.

L’argomento più discusso ieri invece è stata la partita della Juventus contro il Napoli poiché la squadra campana ha scelto di non scendere in campo. La vicenda in sé è anche poco interessante: da una parte la Lega Calcio fa di tutto per non fermare il campionato e dall’altra il governo nella persona del ministro Speranza invece invece chiede di fermarsi. Speranza ha detto una frase semplice che viene difficile non condividere: «Si sta parlando troppo di calcio e troppo poco di scuola» ha detto il ministro ma la ridda di voci, pareri e notizie di ieri comunque è stato tutto sulla partita. Per la Lega, in pratica, la lettera inviata dall’Asl alla società napoletana non rientra tra quei “provvedimenti delle Autorità Statali o locali” che possono derogare al regolamento che disciplina la discesa in campo per le squadre con calciatori positivi.

Eppure si potrebbe anche raccontare che continuano a essere molte le persone che rimangono in quarantena (non giocano a pallone ma come tutti lavorano per vivere, eh) per decisione delle aziende sanitarie, sono molti quelli che ancora faticano a accedere al tampone che invece è iperdisponibile nel mondo del calcio con cadenza praticamente giornaliera.

Qualcuno dice “lo spettacolo deve continuare” e allora si potrebbe raccontare delle persone che lavorano nel mondo dello spettacolo dal vivo e che continuano a non entrare nel dibattito pubblico nonostante stiano facendo la fame e nonostante il futuro sia sempre più nero, legati a doppio mandato al possibile vaccino.

Insomma siamo sempre la solita vecchia calciocrazia che non riesce a comprendere i nervi tesi di un Paese che continua a essere sotto stress e che ha bisogno di messaggi concordanti e che non provochino isterismi. Non è solo una questione sportiva: è una questione di uguaglianza di paura di fronte a una malattia che magicamente sparisce in certi settori in nome del fatturato. Siamo sicuri che sia un buon messaggio, davvero? Siamo sicuri che questa nuova piega di sfidarsi sull’interpretazione delle regole sia salutare per compattare il Paese verso una rinnovata attenzione verso il virus?

Questa è la domanda.

Buon lunedì.

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L’ex senatrice leghista e quell’idea malsana di una mafia “coraggiosa e sensibile”

Sapete chi da sempre porta avanti la narrazione della mafia “buona” e che “aiuta i più deboli” e che “non fa male ai bambini” e tutta quella serie di cretinate che ogni tanto ci vengono propinate per romanticizzare un fenomeno che non è nient’altro che una montagna di merda? I mafiosi. Sono i mafiosi che si sono inventati la mafia “per bene” e sono i colletti bianchi che spesso nel corso della storia si sono ingegnati per farcela passare come qualcosa che sostituisse lo Stato in mancanza di Stato.

Perché la mafia, tutte le mafie, è per natura la contraddizione di una democrazia: nelle mafie conta l’appartenenza, nelle mafie l’essere soggiogati a qualcuno di più potente è una condizione naturale, nelle mafie si usano i bisogni per trarne profitto e per stringere nuove servita.

Una mafia coraggiosa e sensibile è un’idea talmente malsana che si potrebbe trovare trascritta solo nelle intercettazioni di qualche banda di picciotti che chiacchierano tra loro. Per questo la frase dell’ex parlamentare leghista che dal palco della manifestazione “Io sto con Salvini” è particolarmente grave ma è anche la sindone di un certo modo di intendere le cose. Ha detto Angela Maraventano: “La nostra mafia che ormai non ha più quella sensibilità e quel coraggio che aveva prima. Dove sono? Non esiste più. Perché noi la stiamo completamente eliminando… Perché nessuno ha più il coraggio di difendere il proprio territorio”.

E basterebbe solo soffermarsi sulle parole iniziali: quel “nostra mafia” che dovrebbe indicare una mafia di appartenenza e una mafia contraria, come se ci fossero mafie con cui si è avuto a che fare. E che l’assoggettamento di un intero territorio (che è quello che fanno le mafie) venga considerato un modello di difesa mostra in tutta la sua sconcertante naturalezza come l’autorità per Maraventano sia qualcosa che cuce le bocche, che uccide le persone e che controlla le economie.

Questa, segnatevelo, è la stessa che ha urlato contro il governo “abusivo” e contro “l’invasione del Paese”. Roba da pelle d’oca. Come tutti gli altri leghisti mentre interveniva dal palco Angela Maraventano indossava una maglietta con scritto “processate anche me” e dopo averla ascoltata viene da pensare che se esistesse il reato di favoreggiamento culturale alla mafia di sicuro ci sarebbe da istruire un processo. Chissà che ne pensano i famigliari delle vittime di mafia di una mafia “coraggiosa e sensibile”. Perché il prossimo comizio non lo fanno davanti a loro? E intanto continuiamo così, scivolando verso l’abisso.

Leggi anche: 1. Catania, ex senatrice shock sul palco di Salvini: “La vecchia mafia difendeva il nostro territorio” /2. Salvini e quei follower sospetti su Facebook: uno su 5 ha nome straniero e non risponde ai messaggi

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Capitani poco coraggiosi

Per distogliere l’attennzione dalla batosta alle regionali, per il processo di Catania Salvini ha giocato la carta del martire perseguitato

Eccoci qui al giorno del martirio. Matteo Salvini si gioca la carta del vittimismo dopo essere uscito con le ossa rotte dalle elezioni regionali e dopo avere dovuto ingoiare i successi nel proprio campo di Luca Zaia in Veneto e l’ascesa di Giorgia Meloni con i suoi candidati in tutta Italia. Ora la carta per giocarsi il solito patriottismo d’accatto è quella di apparire come vittima del sistema giudiziario (lezione perfettamente imparata dal suo padrino Silvio Berlusconi) e tentare di rivendere come grido di libertà una sua scelta che cozza con il diritto nazionale, il diritto internazionale e il diritto marittimo. Il 3 ottobre, come sempre accade quando c’è di mezzo il leader leghista, va in onda una fragorosa narrazione distopica della realtà che ci presenta Salvini come salvatore della Patria e come colpevole di avere compiuto gli atti che gli italiani chiedevano. Il trucco è sempre lo stesso: contrapporre alla legge una presunta volontà popolare (anche su questo Silvio Berlusconi è stato un precursore) prefigurando una magistratura che vorrebbe combattere politicamente una certa parte politica dimenticandosi quali siano le leggi.

Un punto importante, fondamentale: un processo, qualsiasi processo, serve a chiarire i fatti e le cause e le responsabilità di alcuni eventi e qualsiasi politico maturo, soprattutto se di una certa rilevanza nazionale come Salvini, dovrebbe avere la responsabilità di affrontarlo convinto delle proprie ragioni e interessato a illustrare i propri comportamenti. Per questo il vittimismo suona già stonato.
Salvini è accusato di avete impedito, quando era ministro dell’Interno nel luglio 2019, lo sbarco per più di tre giorni di 116 persone tratte in salvo nel Mediterraneo centrale dalla nave della Marina militare Gregoretti. Il caso Gregoretti segue a ruota l’accusa che il Tribunale dei ministri (che sono strutture create ad hoc nelle Corti d’appello ogni volta che bisogna processare un ministro per un presunto reato svolto nell’esercizio delle sue funzioni) avanza contro Salvini anche per il blocco in porto della nave Diciotti della Marina militare (quella volta, nell’agosto 2018, le persone salvate erano 144). All’epoca Salvini disse di non…

L’articolo prosegue su Left del 2-8 ottobre 2020

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Fino a ieri ha sbeffeggiato il Coronavirus ora Trump (positivo) si affida alla scienza

Non è nemmeno stato capace di twittare l’informazione esatta: il presidente USA Trump annuncia di essere risultato positivo al Covid-19 e non al Coronavirus, non riuscendo a distinguere il virus dalla malattia che sviluppa. Ma non stupisce, certo, no. Del resto è lo stesso Trump che ha sbeffeggiato (come molti altri suoi colleghi leader mondiali, spesso di una certa parte politica) il Coronavirus fin dall’inizio, annunciando al mondo che c’era troppo allarmismo e che non avrebbe certo indossato la mascherina.

È lo stesso Trump che era riuscito a farsi rimuovere un post da Facebook e Twitter scrivendo che aveva “sentito” (ha scritto proprio così, come quelli che parlano di voci che circolano al bar) che i bambini fossero immuni. Falso, ovviamente. È lo stesso Trump, ve lo ricordate, che durante una conferenza stampa consigliava ai medici “iniezioni di disinfettanti e candeggina” sui malati di Covid-19. Alcuni suoi sfegatati supporter lo presero addirittura alla lettera e vennero ricoverati.

Sono forti questi negazionisti a capo dei Paesi più potenti del mondo: passano dal negare al virus al suggerire cure (per un virus che non dovrebbe esistere) e infine si ammalano. Ma non è tutto, no. Trump è riuscito anche a condividere sui suoi social un tweet in cui si sosteneva che i Centers for Disease Control and Prevention avevano “tranquillamente aggiornato il numero dei morti di Covid, ammettendo che solo il 6% delle vittime riportate – circa 9000 – sono decedute davvero per il Covid”. Il resto “aveva 2-3 altre gravi malattie”. L’informazione arrivava direttamente da un seguace delle teorie cospirazioniste QAnon, gli stessi che raccontano di un network internazionali di satanisti pedofili (tra cui Hillary Clinton e Obama, tanto per capire il livello della ridicolaggine) che insieme a reti di “poteri forti” (eccallà) starerebbero agendo contro il presidente USA.

Poi si passa all’idrossiclorochina che proprio Trump ha dichiarato essere una cura valida per la prevenzione: “ne prendo una al giorno da una settimana e mezzo, cosa c’è da perdere?”, aveva dichiarato il presidente. Niente, nemmeno questo. Poi c’è stato l’annuncio di un vaccino entro la fine dell’anno (smentito da tutti) e proprio qualche giorno fa durante il dibattito televisivo Trump ha scanzonato il suo rivale Biden sull’uso della mascherina: “Ho qui la mascherina. La metto quando serve. Mica come Biden, che la usa sempre”. Probabilmente era già infetto. Intanto negli USA si registrano più di 7 milioni di casi e 208mila morti. E si è ammalato anche lui. Ben fatto, Donald. Ora, come sempre, si affiderà alla scienza che ha deriso fino a ieri.

Leggi anche: 1. Il presidente Usa Donald Trump e la first lady Melania positivi al Covid-19: “Siamo in quarantena, ce la faremo”; // 2. Chi è Hope Hicks, la consigliera di Trump che potrebbe aver contagiato la coppia presidenziale; // 3. Trump positivo al Covid, da Pence a Biden chi è esposto al contagio; //4. Slogan rimasticati, insulti e un arbitro debole: il match senza il colpo del KO tra Trump e Biden (di Giampiero Gramaglia); // 5. Ecco perché queste saranno le elezioni più importanti della storia americana (di Iacopo Luzi, inviato TPI a Washington)

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