Vai al contenuto

Vitalizi in Calabria. E si arrabbiano pure

I consiglieri regionali della Calabria fanno marcia indietro sul privilegio per loro stessi introdotto all’unanimità pochi giorni fa. Ma non chiedono scusa, anzi

I consiglieri regionali della Calabria fanno marcia indietro sul privilegio per loro stessi introdotto all’unanimità pochi giorni fa. Ma non chiedono scusa, anzi

In piena crisi pandemia il Consiglio regionale calabrese ha definito una fondamentale priorità: la modifica dell’articolo 7 comma 4 della legge regionale numero 13 del 2019 con cui si abolivano i vitalizi per i consiglieri regionali. Con la modifica, un consigliere regionale che decade per qualsiasi motivo, anche con un solo giorno di legislatura, si guadagnerebbe un trattamento di fine mandato. In sostanza si ottiene un trattamento pensionistico anche senza avere maturato contributi e solo per avere ricoperto una carica. Non lo vogliono chiamare vitalizio ma è un vitalizio, de facto, una vincita al lotto, una garanzia per la vecchiaia.

Interessante anche come sia stata votata la legge: Giuseppe Graziano dell’Udc (sì, da queste parti esiste ed è viva l’Udc) alla richiesta del presidente Domenico Tallini di spiegare la norma prima di metterla ai voti, ha risposto: «Si illustra da sé». Voto all’unanimità. Due minuti in tutto.

Qualcuno fa notare che in quella legge c’è qualcosa che non va. I politici calabresi come prima cosa, accade spesso quando fai notare a un politico di avere fatto una cretinata, negano: sulla Gazzetta del Sud il presidente del Consiglio Domenico Tallini spiega che «i vitalizi in Calabria sono stati aboliti da tempo. Non vedo dov’è lo scandalo: a fronte di 38mila euro di contributi versati in una legislatura, si maturerebbe un’indennità di fine mandato, a 65 anni, da 600 euro netti al mese» dimenticandosi che si sta parlando di quelli che decadranno dal mandato. I consiglieri del Pd parlano di tempesta in un bicchiere d’acqua.

Poi? Poi fanno marcia indietro, ovviamente. Quindi evidentemente avevano ragione quelli che criticavano la scelta, uno si aspetta che chiedano scusa e invece niente. «Solo ai calabresi dobbiamo delle scuse per l’errore commesso» dice Tallini di Forza Italia. Secondo lui quelli che hanno criticato sono «ex candidati a presidente della Regione, paladini dell’antipolitica, nostalgici della prima Repubblica, antimeridionalisti a pagamento» e «giornalisti che si cimentano in fantasiosi racconti e gialli su manine che fanno proposte e poi scompaiono». Gli altri dicono di avere votato una proposta che era diversa da quella che gli era stata illustrata: hanno votato a loro insaputa, insomma. Il consigliere del Pd Nicola Irto è più o meno sulla stessa linea: «Qui resta un fatto, tra populismo e verità io scelgo sempre la verità e la trasparenza. Comprendo la reazione di molti calabresi. Non giustifico gli attacchi e il clima di odio».

Intanto il privilegio viene abrogato. E loro si lamentano pure.

Buon venerdì.

Commenti

commenti

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

La giustizia sociale non è un tic

Il trucco è sempre lo stesso: qualcuno chiede giustizia sociale (soprattutto chi di ingiustizia sociale ci muore e si marcisce) e quegli altri rispondono che è un tic. Una volta sono gli antifascisti, una volta sono i giovani mai contenti, una volta sono le femministe nevrotiche, una volta sono i neri che vorrebbero essere bianchi, una volta sono gli stranieri che vogliono solo diritti, una volta sono i comunisti che vogliono dignità salariale, una volta sono i poveri che pretendono di essere ricchi, una volta sono i lavoratori che pretendono una giusta paga, una volta sono gli omosessuali che vorrebbero essere come gli altri, una volta sono i laici che pretendono troppo di essere laici, una volta sono i garanti che pretendono garanzie anche per gli assassini. È tutto così: chiedi un diritto e vieni etichettato come fronda, vieni messo nello scaffale di qualche associazione di idee e di persone e la richiesta di giustizia sociale viene trattata come il solito refrain da tralasciare com’è sempre stato tralasciato.

Il trucco è sempre lo stesso: normalizzare la mancanza di diritti come una situazione a cui non si può porre rimedio e come una conseguenza naturale di un modello che è l’unico possibile. Così mentre accade che negli Usa gli stranieri siano stanchi di un razzismo che oggi si è trasformato in profanazione socio economica qui da noi i subappaltatori dei rider di UberEats hanno l’impunità di dirci che i loro lavoratori  «sono africani perché gli italiani vogliono 2 mila euro al mese. Basta retorica del ‘poverini». Retorica dei poverini, eccolo il tic. E lo stesso vale per quelli che raccolgono la frutta nei campi.

La giustizia sociale non è un tic, no. E non è qualcosa che può essere coperta ogni volta invocando una guerra o una ribellione pericolosa. Quando negli Usa hanno ucciso George Floyd i bianchi vedendo le immagini hanno sospirato “oh, no” mentre i neri hanno pensato “è successo ancora”. Se avete la sensazione che su alcuni diritti “si continui a parlare sempre delle solite cose” è perché le solite cose non si sono mai risolte e sono ancora lì, a gridare vendetta.

Reclamate il diritto di essere perseveranti, giorno dopo giorno, goccia dopo goccia. Qualcuno vi additerà come noiosi e invece siete solo fedeli a voi stessi.

Buon giovedì.

Commenti

commenti

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Bibbia in mano, mascherina abbassata: quei simboli branditi per coprire il vuoto politico

È un neo-simbolismo furioso e coprente, solo che copre il vuoto, copre il niente che c’è sotto e tutta una serie di commentatori finiscono per analizzare il cerotto dimenticandosi che sotto c’è il nulla. È un neo-simbolismo che attraversa la politica internazionale e si appiattisce sulla comunicazione veloce che è solo un vomito di spot (e no, non è colpa dei social, lancerebbero le loro tiritere anche solo nei dieci secondi montati in qualche tg nazionale, allo stesso modo) e che ha bisogno di rendersi riconoscibile. Qualcuno dice “indossate le mascherine” e loro non indossano le mascherine, qualcuno protesta dall’altra parte del mondo per un razzismo cancellato solo sulla carta e Trump risponde con i poliziotti a cavallo e la Bibbia in mano, qualcuno lamenta le morti nere in mare (che chissà perché valgono meno dei morti sotto le ginocchia) e qualcuno risponde sferragliando il rosario, alcuni dettano una regola e altri violano le regole rivendicando la violazione come eroico dissentimento.

Da Salvini con la mascherina abbassata a Bolsonaro che si assembra fino a Trump che invoca i proiettili, la politica di questi giorni è tutta una lava di gesti brevi e di metafore belliche che non rispondono a una che sia una delle questioni che sono sul tavolo. Trump risponde alla violenza invocando ancora più violenza e poi lamentandosi della violenza degli altri: rispondere a una questione complessa con uno spot di qualche parola è più da incapaci che irresponsabili. I Gilet Arancioni invocano un complotto mondiale ordito per mettere in scena una finta pandemia ma non si capisce chi ci stia guadagnato e che cosa: a domanda non rispondono, sono i soliti poteri forti. Bolsonaro in Brasile ci avvisa che tanto “moriremo tutti” prima o poi: mo’ me lo segno, grazie per l’illuminante rivelazione.

Dovunque si gratti non ci sono mai soluzioni, una che sia una. Esistono solo per contrapporsi senza nemmeno sentirsi in dovere di proporre un’alternativa. Chiedete a Trump, Salvini o Bolsonaro quale sia la via per vincere: l’eliminazione degli avversari. Solo quello, solo così, come dei ragazzini che giocano a battaglia navale sul tavolo della cucina. Vivono solo di riflesso dei loro nemici, se glieli togli balbetterebbero per ore di riforme che li mostrerebbe per quelli che sono: muri, condoni, preghiere mimate, sostegno ai più forti, calpestamento dei più deboli. Modelli economici impraticabili e culto di se stessi. Sono il niente mischiato con niente che usa i simboli per nascondere le proprie pudenda.

Leggi anche: 1. Per la Festa della Repubblica in piazza ci vanno i nemici della Repubblica (di Marco Revelli) / 2. Roma, gilet arancioni in piazza del Popolo senza protezioni. Pappalardo: “Abbracciatevi!”. Troupe di La7 aggredita in diretta 

L’articolo proviene da TPI.it qui

Preparatevi: Salvini e Meloni per il 2 giugno faranno qualcosa di grosso per farsi notare a tutti i costi

Preparatevi perché domani il duo Salvini-Meloni proverà a fare più schizzi possibile per farsi notare e per ricordarci che esistono ancora. Scomparsi dal radar dell’agenda politica, infilati nella guerra al’Europa che invece ha dimostrato di esistere nel sostegno economico all’Italia, rinchiusi nella guerra agli Stati che non vogliono italiani in vacanza dimenticandosi del loro rincorrere chiusure e frontiere e ora balbettanti di fronte a una Festa della Repubblica che vorrebbero usare per racimolare qualche minuto di attenzione. Forti Meloni e Salvini, festeggiano il 2 giugno senza sapere che non ci sarebbe stato nessun 2 giugno senza il 25 aprile. E per farsi notare un centimetro in più avevano deciso di farsi un bel video deponendo una corona d’alloro ai piedi del Milite Ignoto, sostituendosi al Presidente della Repubblica per fare una foto spalmare sui social.

Simpatica la Meloni che si dichiara inorridita per non avere ricevuto l’autorizzazione di fare la controfigura, la brutta copia, del Presidente Mattarella. Ora dovrà inventarsi in tempi brevi qualche altra sceneggiata. E forte anche Salvini che al 2 giugno non si è mai fatto vedere (l’anno scorso lo festeggiava in Polonia camuffandosi da provincialissimo uomo internazionale) e che ora si dimostra fieramente innamorato di quella stessa bandiera italiana su cui ha sputato per anni. Visti da lontano i due sono un indecente spettacolo di quello che diventa la politica quando ha bisogno di trasformarsi in recita pur di farsi notare: spettacoli che durano solo il tempo di qualche articolo su qualche giornale mentre si consuma una guerra fratricida. Eh sì, perché nel centrodestra italiano tira anche una brutta arietta mica male con gli uomini di Forza Italia europeisti che stonano con gli altri due, con Salvini terrorizzato da Giorgia Meloni lanciata nei sondaggi e pronta a oscurarlo e Fratelli d’Italia che si sforza di essere di destra senza farsi superare a destra dai partitini di destra ma che deve essere moderata per andarsi a prendere i voti dei moderati. Sullo sfondo, come sempre, i fascisti in piazza rinchiusi nelle loro piccole sigle da prefisso telefonico per risultati elettorali.

Preparatevi perché la pandemia e la politica europea richiedono ai due commedianti di fare qualcosa di grosso, di dire qualcosa di forte per rubare qualche inquadratura: sarà il solito indecente spettacolo. Sarà l’ennesima festa nazionale usata per scopi di propaganda. Pronti a tutto e al contrario di tutto.

Qui gli altri articoli di Giulio Cavalli

L’articolo proviene da TPI.it qui

«Non riesco a respirare»

Eric Garner, George Floyd, Riccardo Magherini, Federico Aldrovandi… Sono morti che rimangono ai bordi delle strade, riemergono quando l’indignazione scoppia e poi vengono riseppellite di nuovo.

Il 17 luglio 2014, a Staten Island, l’agente Daniel Pantaleo afferrò per il collo fino a soffocare Eric Garner. «Non riesco a respirare», urlava disperato Garner. Morì senza respiro. George Floyd ha ripetuto «non riesco a respirare» negli otto minuti e 46 secondi in cui il poliziotto Derek Chauvin gli premeva il ginocchio sulla gola. I due si conoscevano, erano stati colleghi come buttafuori in un nightclub. Anche questa volta c’è un video che lascia pochi dubbi e che mostra i fatti. Poi c’è la macchina giudiziaria e quella, quando si tratta di forze dell’ordine, si inceppa in declinazioni mostruose: “Non ci sono elementi fisici che supportano una diagnosi di asfissia traumatica o di strangolamento”, dice il referto dell’autopsia, “gli effetti combinati dell’essere bloccato dalla polizia, delle sue patologie pregresse e di qualche potenziale sostanza intossicante nel suo corpo hanno probabilmente contribuito alla sua morte”. Alla fine sarà morto di droga. Sembra una storia già vista, eh?

I neri vengono ammazzati, preferibilmente se adolescenti: nel 2012 il 17enne Trayvon Martin in Florida, nel 2014 il 18enne Michael Brown a Ferguson, Missouri, finisce sempre così: i poliziotti assassini sono assolti, scoppiano le rivolte razziali, arriva la Guardia nazionale e comincia il coprifuoco. Secondo uno studio della National Academy of Sciences in Nord America la sesta causa di morte tra gli uomini di età tra i 25 e i 29 anni è un arresto di polizia per gli appartenenti a uno stesso nucleo etnico: rispetto ai bianchi, gli uomini afroamericani sono 2,5 volte più a rischio, le donne 1,4 volte. Per i nativi uomini, il rischio è di 1,2-1,7 volte maggiore, mentre per le donne tale fattore è compreso tra 1,1 e 2,1. Per gli uomini latini, infine, la probabilità cresce di 1,3-1,4 volte rispetto ai bianchi.

Ma non è tutto. Fatal Encounters è un sito fondato e diretto dal giornalista D. Brian Burghart che attraverso un’accurata rassegna stampa anche di testate minori e locali, ha raccolto in un database gli estremi di oltre 24.000 uccisioni effettuate dalla polizia dal 1° gennaio 2000 ad oggi: alla data del 6 gennaio 2019 venivano elencate 1810 vittime della polizia colpite tra il 1° gennaio e il 31 dicembre 2018. Questo significa che la polizia, prima ancora di un processo, ha ucciso 72 volte più persone di quante ne siano state messe a morte a seguito di una procedura giudiziaria.

Poi c’è il resto: un presidente incendiario che con il sorriso di Nerone osserva le proteste blindato nel suo ufficio spargendo parole di odio e di fuoco. Il mandante morale e morbido dello scontro ha gli occhietti iniettati di Trump.

Poi ci sono gli italiani che si dimenticano i nostri morti che non riuscivano a respirare: «mio figlio Federico è morto nello stesso modo di George Floyd. Schiacciato sotto le ginocchia e il peso di un poliziotto mentre chiedeva aiuto e diceva “non riesco a respirare”», ha scritto Patrizia Moretti, mamma di Federico Aldrovrandi. Urlava la stessa frase Riccardo Magherini, morto la notte del 3 marzo 2014 quando venne fermato dai carabinieri.

Sono morti che rimangono ai bordi delle strade, riemergono quando l’indignazione scoppia e poi vengono riseppellite di nuovo.

Buon lunedì.

Commenti

commenti

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Con quella frase sulla mancata zona rossa Gallera ha confessato di essere inadeguato. Povera Lombardia

Mancata zona rossa, così Gallera confessa di essere inadeguato

Quindi Gallera è inadeguato, non è all’altezza di essere assessore in Lombardia. Lo dice lui stesso ai magistrati. Ha “sbagliato” quando con supponenza davanti alle telecamere si difendeva sulla mancata istituzione della zona rossa ad Alzano Lombardo e Nembro, sulla bergamasca, scaricando le colpe sul governo e spergiurando che la Regione non potesse agire di sua iniziativa. Ha sbagliato per ignoranza e non ha preso una decisione che avrebbe dovuto prendere perché ignorava che fosse di sua competenza. Ignorante, sbagliato, eppure sempre avvolto in quella sua sicumera che per settimane ha sfoggiato con cadenza quotidiana in quelle conferenze stampa che assomigliavano a comizi regolari e ripetuti.

Non è un caso che proprio in quei giorni, quando ancora la figura dell’assessore di Regione Lombardia non era deperita nell’autorevolezza e nella credibilità come in questo periodo, si parlasse di Gallera come possibile candidato sindaco a Milano. E lui, ovviamente, innamorato com’è di se stesso, si era anche reso disponibile. Tutto sulla pelle dei morti come direbbe Salvini, solo che Salvini lo urla solo quando interessa a lui.

Di certo c’è che la magistratura sta indagando per vederci chiaro e Gallera di fronte al magistrato ha perso tutta l’irruenza del personaggio che interpreta e ha confessato che già il 23 febbraio tra Alzano e Nembro gli indici di contagio fossero elevatissimi. Ha anche confessato che solo dopo la Regione ha scoperto di avere gli strumenti per poter intervenire. Intanto i morti si succedevano.

“È un atto dovuto”, ha detto all’uscita del tribunale. “La magistratura sta approfondendo e noi siamo informati sui fatti. Non sono preoccupato”. In Lombardia non sono mai preoccupati, mai. Non era preoccupato nemmeno Formigoni, ieri ospite in prima serata televisiva, direttamente dai suoi arresti domiciliari. Tutti tranquilli, sempre, senza mai nemmeno avere la sensazione di dovere spiegazioni.

Mettiamola così: l’assessore (a braccetto con il suo amichetto presidente Attilio Fontana) chiedeva a gran voce al governo un provvedimento che gli sarebbe costato una semplice firma sulla sua carta intestata. Questo è un dato appurato, messo. A verbale. Davvero la Lombardia si merita un assessore così? E, soprattutto: davvero Gallera rifarebbe tutto esattamente allo stesso modo? Ieri Gallera ha confessato di essere inadeguato. Poveri noi, povera Lombardia.

Leggi anche: L’inchiesta di TPI sulla mancata zona rossa ad Alzano Lombardo e Nembro ora diventa un e-Book

 

 

 

 

Leggi anche: 1. Mancata zona rossa ad Alzano e Nembro, Gallera ai pm: “Non sapevo che potevamo essere noi a chiudere” / 2.  Coronavirus, l’esilarante video di Gallera: “Per infettarmi servono due infetti” / 3. Coronavirus, dopo la gaffe ora Gallera se la prende con TPI: “Pseudo-giornalisti” / 4. Per contagiare lo pseudo-assessore Gallera servono due infetti. Per salvare la Lombardia bastano due dimissioni (di G. Gambino)

 

L’articolo proviene da TPI.it qui

La zuffa Nord-Sud sugli spostamenti tra Regioni ci fa perdere di vista ciò che conta

La zuffa Nord-Sud sugli spostamenti tra Regioni ci fa perdere di vista ciò che conta (di G. Cavalli)

Ogni scontro una baruffa e poi via via a perdere il senso della misura trasformando un dibattito politico e sanitario in una zuffa tra casa mia e casa tua come se i confini, quegli stessi confini che dovrebbero essere tema di diplomazia e politica, diventassero clave da agitare l’uno contro l’altro. Che brutta scena questa di politici permalosi che raccontano la fase 3 come una zuffa che trascende nelle rivendicazioni tra inquilini.

Da una parte ci sono i nordici (principalmente lombardi, ma non solo) che raccontano le proprie vacanze estive nelle regioni del sud come spedizioni missionarie in cui si prestano addirittura a rivendere perle di plastica agli indigeni del posto portando soldi e civilizzazione. Sarebbe curioso sapere se un milanese imbruttito che frequenti un ristorante di sushi chieda poi una nota ufficiale del Giappone per avergli dato l’onore di assaggiare la loro cucina. Qui siamo a livelli di arroganza che sfiora la ridicolaggine eppure la minaccia “non vi porto più i miei soldi” testimonia perfettamente che ci siano persone che hanno in testa solo il fatto di spostare denaro e, solo dopo, di esserci anche loro. Che triste la vacanza vista dalla lente della portafogliocrazia. Sono quelli che vorrebbero i mari, i tramonti, i sapori e i panorami della Sud possibilmente togliendoci il Sud.

Dall’altra parte ci sono quelli che il Covid è colpa della Cina, poi dei lombardi, poi dei piemontesi e che vorrebbero i soldi dei settentrionali possibilmente senza settentrionali. Sono gli stessi che si lamentano di mancanza di turismo e che dimenticano che il turismo sia un incontro di persone solitamente lontane che si concedono il lusso di incontrarsi. Invece questi vorrebbero venderlo per corrispondenza.

A capeggiare le due fazioni politici che ormai non sanno comunicare nulla di più di un goffo. Vetero regionalisti (se non addirittura cittadinisti) con patrie sempre più ristrette, sempre più da difendere, sempre da mettere in competizione l’una con l’altra. In mezzo a tutti si perdono le cose che contano: cosa dice la scienza? Cosa prevedono gli esperti? Quanto può incidere la mobilità interregionale? In che reali condizioni è la Lombardia? Questo sarebbe ciò che conta: i numeri, le previsioni, i programmi. E invece qui la classe dirigente gioca (pericolosamente) solo sul piano emozionale fingendo di non sapere e di non interessarsi del resto. Senza sapere che no, che il turismo immobile non esiste e che la salute è una questione nazionale, mica del signorotto di contrada.

CORONAVIRUS ULTIME NOTIZIE: TUTTI I NUMERI

Leggi anche: 1. Coronavirus, la Fondazione Gimbe: “Ragionevole sospetto che Lombardia aggiusti dati” / 2. L’appello degli italiani rimasti bloccati all’estero: “Farnesina dove sei? Riportaci a casa” | VIDEO / 3. Milano, 18enne con polmoni “bruciati” dal Covid: salvato da un trapianto unico in Europa

4. L’immunologo Mantovani: “A cosa servono davvero i test sierologici” / 5. Ats Milano invia (per sbaglio) un sms ad alcune persone comunicando loro una presunta positività al Coronavirus. Poi chiede scusa: “Errore informatico” / 6. Il farmacologo Silvio Garattini: “Il vaccino per il Coronavirus si troverà, ma l’Italia rischia di rimanere senza”

TUTTE LE ULTIME NOTIZIE SUL CORONAVIRUS IN ITALIA E NEL MONDO

Nervosetti, i leghisti

Sono piuttosto nervosi dalle parti della Lega. Il capitano leghista è finito mozzo, con la sua fascinazione che si è schiantata contro la pandemia. Accade sempre così: quando la gente ha paura torna di moda la serietà e così perfino le foto dei suoi pranzi e delle cena hanno iniziato a essere criticate dai suoi fedelissimi. Occupati delle cose importanti, gli scrivono e infatti lui si sta occupando dell’unica cosa che gli interessa davvero: cercare di salvarsi dai processi e non nei processi, come il suo ex tutore Silvio Berlusconi. Del resto un uomo che voglia fare il duro e il puro ne approfitterebbe per difendersi in tribunale e per mostrare di avere fatto il bene dell’Italia davanti alla legge. A Salvini invece basta difendersi su Facebook, per lui funziona così.

Poi se la sono presa con la conduttrice di Chi l’ha visto? Federica Sciarelli. Meravigliosa la risposta della conduttrice: “Un onorevole leghista ha detto che io dovrei essere sostituita alla conduzione di ‘Chi l’ha visto?’ perché io sarei stanca. Innanzitutto lo ringrazio per le sue attenzioni, ma lo voglio rassicurare: non sono stanca. Inoltre, le Procure competenti di Alzano e di Villa Torano hanno chiesto di acquisire le nostre immagini e le nostre interviste per le loro indagini, dunque apprezzano il nostro operato”. Ovviamente non entrano mai nel merito: definire una donna stanca per loro è il massimo dello spesso nella critica politica. Lei sarà stanca, loro sono sicuramente dei ridicoli banalotti.

A proposito di Villa Torano: sull’enorme vergogna calabrese ne abbiamo scritto proprio in un numero di Left che vi invito a recuperare e leggere con attenzione. Si parla molto delle RSA al nord ma in Calabria Villa Torano è qualcosa che grida vendetta. Il re delle cliniche Massimo Poggi e il suo amico Claudio Parente non sono ancora entrati nelle cronache nazionali ma ci arriveranno a breve, grazie anche al serio lavoro di Sciarelli e della sua redazione. Che poi Parente sia stato il coordinatore della campagna elettorale della Santelli dovrebbe interessare anche all politica.

A proposito di Calabria: tra gli indagati dell’inchiesta Waterfront che ieri ha scoperto gare d’appalto in favore della cosca Piromalli c’è anche il parlamentare della Lega Domenico Furgiuele. Il parlamentare di Lamezia Terme, genero dell’imprenditore Salvatore Mazzei (già condannato per reati di mafia) il procuratore Giovanni Bombardieri e dall’aggiunto Gaetano Paci contestano il concorso in turbativa d’asta.

Insomma, va forte la Lega, eh.

Buon venerdì.

Commenti

commenti

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Abbasso la mamma

La fase 2 ha peggiorato in maniera consistente la qualità della vita delle donne, specie per i 3 milioni di lavoratrici con almeno un figlio piccolo

L’Italia si è presentata alle porte di un’emergenza senza precedenti come quella causata dal coronavirus con oltre 6,2 milioni di mamme con almeno un figlio minorenne. Sempre meno quelle più giovani (l’età media al parto cresce inesorabilmente e nel 2019 tocca i 32,1 anni, il tasso più alto in Europa), molte di loro sono costrette a rinunciare alla carriera professionale (tra i 25 e i 54 anni solo il 57% delle madri risulta occupata rispetto all’89,3% dei padri), non possono appoggiarsi ad una rete per la prima infanzia (solo il 24,7% dei bambini frequenta un servizio socio-educativo per la prima infanzia) e spesso ammettono di aver modificato qualche aspetto della propria attività lavorativa per cercare di conciliare lavoro e vita privata (la scelta della riduzione dell’orario di lavoro ha riguardato il 18% delle donne e solo il 3% degli uomini).

Lo scrive un rapporto di Save The Children e i numeri fotografano impietosamente la condizione di uno Stato in cui la famiglia (insieme alla patria e alla religione) vengono sventolati per racimolare voti di bassa propaganda e poco altro. La fase 2 per le mamme italiane è un peggioramento consistente specie per i 3 milioni di lavoratrici con almeno un figlio piccolo (con meno di 15 anni), circa il 30% delle occupate totali (9 mln 872 mila). Secondo un’analisi elaborata da Save the Children sui questionari somministrati dall’Associazione Orlando a quasi 1000 mamme, sul fronte lavorativo, le mamme nell’ultimo periodo sono sempre più “equilibriste”: nonostante quasi la metà di quelle intervistate (44,4%) stia proseguendo la propria attività lavorativa in modalità agile, tra queste, solo il 25,3% ha a disposizione una stanza separata dai figli e compagni/e/mariti dove poter lavorare, mentre quasi la metà (42,8%) è costretta a condividere lo spazio di lavoro con i familiari. In questo periodo, per 3 mamme su 4 tra quelle intervistate (74,1%) il carico di lavoro domestico è aumentato, sia per l’accudimento di figli/e, anziani/e in casa, persone non autosufficienti, sia per le attività quotidiane di lavoro casalingo (spesa, preparazione pasti, pulizie di casa, lavatrici, stirare). Tra quelle che hanno dichiarato un aumento del carico domestico, il 43,9% dichiara un forte aumento, mentre il 30,2% lo considera aumentato di poco. All’interno dei nuclei familiari, comunque, le mamme continuano ad avere netta la sensazione che tutto “pesi sulle loro spalle”: solo per una mamma su cinque la situazione di emergenza ha rappresentato un’occasione per riequilibrare la ripartizione del lavoro di cura e domestico con le altre persone che vivono insieme a lei (19,5%).

Viva la mamma, dicono.

Buon giovedì.

Commenti

commenti

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.