Vai al contenuto

Il crociato Hegseth e le bombe in nome di Dio

Prima di ordinare i bombardamenti sull’Iran, il Segretario alla Difesa americano Pete Hegseth aveva già smantellato le unità del Pentagono incaricate di limitare le vittime civili. Lo riferisce HuffPost l’11 marzo 2026. A febbraio 2025 Hegseth aveva rimosso i vertici del JAG Corps — gli avvocati militari delle tre forze armate — definendoli «ostacoli agli ordini del comandante in capo». Rosa Brooks, docente di diritto alla Georgetown University, aveva già scritto: «È quello che fai quando pianifichi di violare la legge: elimini gli avvocati».

Il metodo era già stato sperimentato a Gaza. I sistemi di targeting basati sull’intelligenza artificiale Lavender e The Gospel — documentati da Access Now nel 2024 — avevano automatizzato la selezione degli obiettivi nella Striscia. Akbar Shahid Ahmed di HuffPost ha scritto il 12 marzo che Israele applica la «logica di Gaza» al Libano con la benedizione di Trump. Sul New York Times del 10 marzo Thomas Friedman ha scritto che Netanyahu «sarebbe probabilmente felice di fare dell’Iran un’altra Gaza».

Le autorità iraniane contano oltre 1.300 civili uccisi in dodici giorni. Il primo giorno, un bombardamento in doppio colpo ha distrutto la scuola elementare femminile di Minab: 168 bambine. A Beirut, nel quartiere di Ramlet al-Bayda, l’IDF ha ucciso otto persone e ferito trentatré tra famiglie che dormivano in tende sul mare. AP ha documentato nella stessa notte attacchi israeliani su campi degli sfollati a ovest di Gaza City. L’IDF ha dichiarato di non essere «a conoscenza di un attacco in quella zona».

L’11 marzo, davanti ai giornalisti al Pentagono, Pete Hegseth ha letto il Salmo 144: «Benedetto il Signore che addestra le mie mani alla guerra. Possa il Signore dare forza incrollabile e rifugio ai nostri guerrieri». Ha concluso: «Amen».

L’articolo Il crociato Hegseth e le bombe in nome di Dio sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Diritti delle donne, il piano di fusione tra le agenzie Onu mette a rischio la tenuta del sistema

Trecentocinquanta milioni di donne nel mondo non hanno accesso alla contraccezione. Per molte di loro, l’unico interlocutore istituzionale è Unfpa, il Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione. Per chi subisce violenza di genere, il riferimento è UN Women. Due agenzie distinte, con mandati distinti. António Guterres propone di fonderle, in nome dell’efficienza.

L’iniziativa si chiama UN80, in vista dell’ottantesimo anniversario dell’Onu. L’obiettivo dichiarato è ridurre le duplicazioni, semplificare la struttura. Nessuno ha ancora pubblicato la valutazione sui benefici concreti. La proposta è già sul tavolo, e le organizzazioni per i diritti delle donne di mezzo mondo stanno facendo i conti.

Solo che i conti non tornano. Nel 2024, UN Women aveva un budget di 500 milioni di dollari, Unfpa ne aveva 1,45 miliardi, quasi tre volte tanto. Cifre già esigue rispetto ai problemi affrontati: prevenzione delle mutilazioni genitali femminili, pianificazione familiare nelle aree di crisi, contrasto ai matrimoni forzati. Fòs Feminista, alleanza internazionale per l’accesso alla salute riproduttiva, ha pubblicato il 26 gennaio un rapporto che documenta come la sovrapposizione tra le due agenzie sia minima. Se il problema fosse l’efficienza, non si partirebbe da qui.

Gita Sen, cofondatrice della rete femminista Dawn, spiega il meccanismo: quando un donatore apprende che due agenzie si fondono, la prima domanda è quanto risparmierà. Il rischio non è teorico: in precedenti fusioni nel sistema Onu, il finanziamento complessivo si è ridotto perché i donatori hanno trattato il nuovo ente come uno solo dei due precedenti e non come la loro somma.

Il voto che apre la porta

Una fusione richiede un voto all’Assemblea Generale, e qui la questione tecnica diventa quindi politica. Il voto aprirebbe uno spazio formale in cui gli Stati ostili ai diritti delle donne potrebbero ridiscutere il mandato del nuovo ente. Nell’ultimo anno diversi governi hanno smantellato ministeri dedicati al genere e promosso la Geneva Consensus Declaration, dichiarazione esplicitamente anti-aborto circolata con il sostegno americano.

Gli Stati Uniti hanno già ritirato i finanziamenti a entrambe le agenzie. L’amministrazione Trump ha ampliato il “global gag rule”, che blocca i fondi federali americani a qualsiasi organizzazione che menzioni l’aborto come opzione sanitaria. Jessica Stern, copresidente dell’Alliance for Diplomacy and Justice, è esplicita: se la proposta arriva al voto assembleare, Washington userà la propria influenza per smantellare l’architettura istituzionale per la parità di genere e i diritti riproduttivi.

Alla sessione annuale della Commissione sulla Condizione delle Donne (Csw), in corso questa settimana a New York, il Centre for Family and Human Rights (CFam) è presente come osservatore accreditato. Il presidente Austin Ruse ha inviato ai sostenitori una mail dal titolo «5.000 pazzi del gender si calano sull’Onu», chiedendo fondi per opporsi a qualsiasi documento che «minacci la famiglia, il bambino non nato e la nostra comprensione della persona umana». CFam influenza le negoziazioni sui documenti finali Csw da anni, con accredito regolare e accesso alle trattative.

Le rassicurazioni non bastano

Né UN Women né Unfpa si oppongono ufficialmente al processo: entrambe sostengono UN80, a condizione che i rispettivi mandati vengano preservati e la direttrice esecutiva di UN Women, Sima Bahous, ha assicurato gli Stati membri che il mandato «rimarrà il fondamento incrollabile» dell’organizzazione.

Intanto più di 500 organizzazioni e quasi 100 individui hanno firmato una lettera aperta a Guterres. Il testo avverte: ogni volta che la salute sessuale e riproduttiva è stata assorbita in mandati più ampi senza articolazione esplicita, è stata de-prioritizzata, sottofinanziata o resa politicamente invisibile. Regno Unito, Svezia, Brasile e Germania lo hanno ribadito formalmente in sede di consiglio Unfpa.

Beth Schlachter di MSI Reproductive Choices, sentita dal Guardian, chiama la proposta «un momento di cavallo di Troia». Fadekemi Akinfaderin, chief global advocacy officer di Fòs Feminista, è più diretta: «La sensazione è che, siccome gli Usa hanno chiuso i rubinetti, l’Onu sia disposta a gettare l’uguaglianza di genere sotto l’autobus».

La Csw di questa settimana non voterà sulla fusione. La proposta di risparmio ha già prodotto un effetto: ha reso visibile quanto sia sottile la linea tra riformare un’istituzione e svuotarla. Trecentocinquanta milioni di donne aspettano di sapere da che parte cade.

L’articolo Diritti delle donne, il piano di fusione tra le agenzie Onu mette a rischio la tenuta del sistema sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

La risposta di Smotrich a Merz (un anno prima)

Il 10 marzo 2026, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha definito il progetto E1 — 3.400 unità abitative su dodici chilometri quadrati a est di Gerusalemme, autorizzato dal governo israeliano nell’agosto 2025 — «un grave errore». Ha convocato il ministro degli Esteri Johann Wadephul a Gerusalemme per ribadirlo. «È cruciale che noi europei trasmettiamo questo messaggio insieme», ha dichiarato Merz a Berlino.

La parola errore presuppone una deviazione accidentale. Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze con delega agli insediamenti, aveva già risposto mesi prima che Merz parlasse. Nel 2025 aveva dichiarato: «Lo Stato palestinese viene cancellato dal tavolo, non con slogan ma con azioni. Ogni insediamento è un altro chiodo nella bara di questa idea pericolosa». Non un errore. Un programma enunciato prima che Berlino aprisse bocca.

Ehud Olmert, premier israeliano dal 2006 al 2009, lo chiama con altre parole. Su Haaretz ha scritto che in Cisgiordania è in atto «un tentativo violento e criminale di pulizia etnica», con polizia, esercito e Shin Bet come complici. L’Ufficio dell’Alto Commissariato ONU per i diritti umani, nel rapporto del 19 febbraio 2026, solleva le stesse preoccupazioni: attacchi sistematici e trasferimenti forzati sembrano orientati a uno spostamento permanente della popolazione palestinese.

Nel 2025, secondo i dati ONU, l’espansione degli insediamenti ha raggiunto il livello più alto dal 2017. In Cisgiordania vivono 700.000 coloni israeliani tra 3 milioni di palestinesi. Il progetto E1 è già in gara d’appalto.

Merz chiede che Israele rinunci all’E1. Smotrich nel 2025 aveva già risposto alla domanda che nessuno gli aveva ancora posto: «Lo Stato palestinese viene cancellato dal tavolo non con slogan ma con azioni». La parola errore non era contemplata.

L’articolo La risposta di Smotrich a Merz (un anno prima) sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Sui fascisti il governo tace. Come sempre

I carabinieri di Teramo hanno eseguito otto misure cautelari nei confronti di un gruppo che si autodefiniva “Gioventù fascista rosetana”: quattro arresti, un capo finito in carcere, tre ai domiciliari, quattro con obbligo di firma. Diciassette gli indagati, quattordici accusati di istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale. Il gruppo pianificava spedizioni punitive contro i bengalesi, assaltava con sassaiole il Centro d’accoglienza di Roseto degli Abruzzi, custodiva foto hitleriane e gestiva chat di incitamento alla violenza razziale. Il tutto era emerso indagando su un agguato preordinato ai carabinieri l’8 ottobre 2025, con spranghe e sassi nascosti vicino al palazzetto dello sport.

Mi sono tornati in mente gli attivisti di Ultima Generazione processati per aver gettato vernice lavabile sulla facciata del Senato, con una pena prospettata fino a cinque anni. Mi sono tornati in mente i 180 procedimenti giudiziari in tre anni contro chi bloccava strade per chiedere politiche climatiche, gli studenti manganellati nei cortei per Gaza, i fogli di via usati come strumenti di ritorsione contro gli attivisti. 

Per tutto questo, il governo aveva parole pronte. La presidente del Consiglio che definisce “oltraggioso” il lancio di vernice lavabile su un palazzo, il ministro dei Trasporti che ha dichiarato più volte di voler reprimere chi scende in strada per il clima. Per la “Gioventù fascista rosetana”, niente. Silenzio.

E allora la domanda, sempre la stessa, torna a farsi sentire: quanto schifo bisogna fare per sbattere ogni volta la faccia contro il proprio contraddirsi, accettando di spaccarsi il naso pur di non cedere un millimetro di propaganda

Buon giovedì 

 

Foto di Imam Fadly su Unsplash

L’articolo proviene da Left.it qui

Giustizia, in Italia il miglior rapporto tra cause risolte e in entrata: ecco i numeri che il fronte del Sì non cita

Il dato che manca sempre nella campagna del Sì è 1,10. È il clearance rate italiano per le cause civili e commerciali nel 2023, calcolato dal Justice Scoreboard 2025 della Commissione Europea: il rapporto tra cause risolte e cause in entrata. Quando supera 1, il sistema smaltisce più di quanto riceve. L’Italia registra il valore più alto tra tutti i ventisette paesi dell’Unione con dati disponibili. Per le cause amministrative sale a 1,21, secondo solo alla Grecia. Eppure la narrazione di chi vuole riformare la magistratura descrive un sistema al collasso, intasato, incapace di funzionare. I numeri raccontano un’altra storia.

La Giustizia tra efficienza e propaganda

L’analisi di Lorenzo Ruffino su Justice Scoreboard, Eurostat e Eurobarometro, pubblicata l’11 marzo, ricostruisce lo stato della giustizia italiana nel confronto europeo. Il quadro è quello di un sistema in miglioramento su quasi tutti gli indicatori misurabili, con problemi reali e documentati, che il referendum del 22 e 23 marzo non è attrezzato a risolvere.

L’arretrato si riduce. Le vertenze civili e commerciali ancora aperte a fine 2023 erano 3,3 ogni 100 abitanti, contro le 4,5del 2014. I tempi medi per le cause civili sono scesi da 532 giorni nel 2014 a 511 nel 2023, con un picco post-pandemia di 560 giorni nel 2021 già riassorbito. Nella giustizia amministrativa il miglioramento è ancora più netto: da 984 giorni nel 2014 a 595 nel 2023, quasi quattrocento giorni in meno in un decennio. I 511 giorni per le cause civili rimangono un problema serio, la media europea è 292, ma questa distanza non dipende dalla struttura delle carriere dei magistrati.

Il vero collo di bottiglia si chiama organico

L’Italia conta 12,2 giudici ogni 100 mila abitanti contro una media europea di 22,2. Siamo al settimo posto dal basso su ventisette paesi, appena sopra Spagna e Francia (11,1 entrambe) e Svezia (11,8). I paesi con cause civili più rapide, come Lituania (120 giorni) e Repubblica Ceca (126), hanno densità di magistratura ben superiori. Dall’altra parte c’è il numero di avvocati: 386 ogni 100 mila abitanti, quarto valore nell’intera Unione Europea, quasi il doppio della media di 199. È questa la forbice che rallenta i processi, il carico sproporzionato che grava su ogni singolo giudice.

La spesa pubblica per i tribunali nel 2023 è stata dello 0,33 per cento del Pil, in linea con la media Ue dello 0,32. Ma l’Italia distribuisce male le risorse per la giustizia, con un organico di magistratura tra i più bassi d’Europa. La separazione delle carriere non tocca nessuno di questi parametri. Non porta un giudice in più nelle aule e non riduce di un giorno i tempi di definizione. Riorganizza simbolicamente i ruoli interni alla magistratura.

La fiducia cresce proprio mentre si vota per riformare

L’Eurobarometro 2025 registra che il 46 per cento degli italiani valuta positivamente l’indipendenza del proprio sistema giudiziario. Nel 2016 era il 25 per cento: in nove anni la quota è quasi raddoppiata, con 21 punti percentuali in più, l’aumento più netto tra i paesi del Mediterraneo. La media europea è del 54 per cento, il divario rimane, ma la direzione è inequivocabile.

Tra chi giudica il sistema negativamente, i motivi principali riguardano le pressioni degli interessi economici, citate dal 70 per cento degli insoddisfatti, e le interferenze della politica, indicate dal 64 per cento. Lo status dei giudici come fattore che ne compromette l’indipendenza è segnalato dal 60 per cento. Il referendum del 22 marzo non interviene su nessuno di questi elementi. Le pressioni economiche sui giudici non dipendono dalla struttura delle carriere. E la promessa della “politica fuori dal Csm” attraverso il sorteggio va letta nei dettagli della riforma: i membri laici dei due nuovi Consigli superiori della magistratura saranno estratti a sorte, ma da una lista preselezionata dal Parlamento, cioè dalla maggioranza del momento. La lunghezza di quella lista, come hanno osservato diversi giuristi, verrà stabilita con una legge attuativa. Se la lista sarà corta, il sorteggio diventa elezione con altri mezzi. La politica, di fatto, si sceglie i sorteggiabili.

Il dato che i sostenitori del Sì non citano mai rimane 1,10. Una giustizia che smaltisce più di quanto riceve, con i tempi in calo e la fiducia dei cittadini in risalita, ha bisogno di più giudici, insomma, e di risorse distribuite dove servono.

L’articolo Giustizia, in Italia il miglior rapporto tra cause risolte e in entrata: ecco i numeri che il fronte del Sì non cita sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Acqua pubblica, la rivoluzione di Fico in Campania passa dalla rottura con De Luca. Nel mirino del governatore anche la legge-mancia

Ci vuole un governatore del Movimento 5 Stelle per ricordare alla Campania che nel 2011 gli italiani avevano votato contro la privatizzazione dell’acqua. Quindici anni dopo, la giunta De Luca aveva fatto come se quel voto non fosse mai avvenuto: costituita la GRIC S.p.A. (Grandi Reti Idriche Campane) per gestire la rete acquedottistica primaria regionale, avviata una gara per cedere il 49% a un socio privato con affidamento trentennale. Cinque miliardi in trent’anni. Il 6 marzo 2026, Roberto Fico, governatore della Campania dal novembre 2025, ha ritirato il bando.

La delibera è un atto amministrativo ma di fatto è anche un atto politico: «Sono convinto», ha dichiarato Fico, «che la gestione di una risorsa preziosa come l’acqua debba essere in mani pubbliche». Il Tar Campania, Tribunale Amministrativo Regionale, aveva già sospeso il bando. Fico ha preferito non aspettare l’udienza di merito, fissata per l’11 marzo.

Il peso di Bonavitacola

La mossa smonta dieci anni di lavoro di Fulvio Bonavitacola, vicepresidente di De Luca con delega al ciclo delle acque, l’uomo che ha costruito il modello GRIC. Nella giunta Fico è assessore alle Attività produttive: la delega alle acque è passata a Claudia Pecoraro del Movimento 5 Stelle. Nessuno ha sottolineato che l’artefice del progetto poi smontato è ancora dentro il governo regionale, solo con un altro cappello.

De Luca ha risposto nella sua diretta social del venerdì, l’appuntamento che non ha interrotto dopo la fine del mandato, pochi minuti prima che filtrasse la notizia. Ha parlato di «visione ideologica» e difeso la sinergia pubblico-privato per reggere gli investimenti infrastrutturali. Su questo ha una ragione parziale: le reti campane perdono acqua in modo strutturale, il piano prevedeva 2 miliardi di investimenti. Con quale modello alternativo si coprono? Fico non ha risposto.

C’è poi un dettaglio ricostruito da Fanpage.it il 9 marzo. Quattro giorni prima della delibera, la Direzione Generale sul Ciclo Integrato delle Acque aveva affidato a un consulente un incarico da 31.200 euro per redigere documentazione per la costituzione della GRIC nel progetto poi ritirato. Entrambi gli atti portano la firma dello stesso direttore generale. La delibera di Fico non ha revocato quell’incarico, che risulta formalmente attivo.

Legge 28 e il fondo del presidente

Sul bilancio, Fico ha presentato una manovra da 38,5 miliardi, di cui il 70% vincolato alla sanità. Ha chiarito: «Possiamo contare su 16 miliardi ma 12 arrivano dal fondo di ripartizione della Sanità, e sono vincolati». Il segnale di discontinuità più visibile riguarda la legge 28, il “fondo del presidente” da due milioni annui: nel decennio deluchiano finanziava cultura ed eventi con criteri discrezionali, gestito negli ultimi anni da Scabec, società in house della Regione per la promozione del patrimonio culturale campano. Fico lo ha azzerato, spostando quelle risorse al sociale.

Il governatore ha avvisato i consiglieri regionali: niente norme-mancia agganciate alla finanziaria, niente fondi senza programmazione verificabile. Ha citato fondazioni con pagine social ferme al 2020 e cortometraggi finanziati e mai realizzati. La ricognizione sulle partecipate, società a partecipazione regionale, è appena cominciata: sotto esame c’è, per esempio, la centrale per gli acquisti in Sanità.

Intanto la Campania è in esercizio provvisorio: senza bilancio approvato, la Regione spende solo nei limiti dell’anno precedente. La macchina amministrativa è in larga parte quella di prima. La rivoluzione di Fico, per ora, si misura in autotutele e poste azzerate. In un territorio dove certe abitudini durano decenni, è già qualcosa. Il difficile è dimostrare che smontare non basta.

L’articolo Acqua pubblica, la rivoluzione di Fico in Campania passa dalla rottura con De Luca. Nel mirino del governatore anche la legge-mancia sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Epstein Files, la guardia Tova Noel e i versamenti sospetti: cosa dicono le nuove carte del Dipartimento di Giustizia

Dodici versamenti in contanti, una ricerca su Google, una biancheria trasportata di notte in un corridoio sorvegliato. Non è un romanzo. Sono le anomalie documentate dall’FBI attorno a Tova Noel, l’agente penitenziaria che per ultima vide Jeffrey Epstein in vita il 9 agosto 2019 al Metropolitan Correctional Center di New York, ricostruite dal Telegraph in un’inchiesta pubblicata l’8 marzo 2026 sulla base dei documenti del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, DoJ.

Il DoJ ha rilasciato il 5 e il 6 marzo nuovi atti nell’ambito dell’Epstein Files Transparency Act, la legge firmata da Donald Trump il 19 novembre 2025 che obbliga alla pubblicazione di tutti gli atti non classificati relativi al finanziere condannato per traffico sessuale di minori. Il Telegraph li ha analizzati mettendo insieme pezzi rimasti separati per anni.

Epstein fu trovato impiccato alle 6:30 del 10 agosto 2019. La morte fu classificata come suicidio. Noel e il collega Michael Thomas furono licenziati e accusati di aver falsificato i registri: le telecamere avevano mostrato che i due non avevano controllato Epstein per otto ore, nonostante la cella fosse a quattro metri e mezzo dalla loro postazione. Le accuse penali furono poi archiviate. Nessun processo.

I conti che la banca ha segnalato

Secondo quanto ricostruito dal Telegraph, nel novembre 2019 Chase Bank trasmise all’FBI un rapporto di attività sospetta sul conto di Noel. I documenti DoJ mostrano dodici versamenti in contanti ad ATM iniziati nell’ottobre 2018, per almeno 11.880 dollari totali. Il più consistente, 5.000 dollari, fu depositato il 30 luglio 2019, dieci giorni prima della morte del detenuto. Noel aveva cominciato a lavorare nell’Unità di Isolamento dove Epstein era ristretto il 7 luglio 2019. A Noel non fu mai chiesto conto di questi versamenti durante le sue audizioni giurate.

Lo stesso mattino del decesso, i registri forensi dell’FBI mostrano che Noel cercò “latest on Epstein in jail” alle 5:42 e di nuovo alle 5:52. Meno di quaranta minuti dopo, alle 6:30, fu Thomas a trovare il corpo. Era l’unica ricerca evidenziata nell’esame forense di 66 pagine sui computer dell’ufficio. Nella deposizione giurata al DoJ nel 2021, Noel dichiarò: «Non ricordo di averla fatta», aggiungendo che un articolo avrebbe potuto apparire automaticamente nel browser. Quando le fu mostrato il registro, insistette che fosse inaccurato.

La figura arancione nel corridoio

Il Telegraph segnala che un briefing interno dell’FBI identifica per la prima volta con un nome la figura ripresa dalla videosorveglianza alle 22:40 del 9 agosto, mentre trasportava qualcosa verso il corridoio della cella di Epstein. «Un agente penitenziario, ritenuto essere Tova Noel, trasportò biancheria o indumenti verso il livello L», si legge nel documento. Fu l’ultima volta in cui qualunque agente si avvicinò a quell’ingresso. Epstein fu trovato impiccato con strisce di tessuto arancione. Nella sua deposizione, Noel aveva dichiarato: «Non ho mai distribuito biancheria, mai». Non sapeva nemmeno, disse, come mai Epstein avesse della biancheria in più nella cella.

Il referto ufficiale non è mai stato modificato. La classificazione come suicidio regge, formalmente. Quello che i file costruiscono è altro: una guardia che nega la ricerca Internet malgrado i log, che nega la biancheria malgrado le riprese, che riceve contanti nel periodo in cui viene assegnata alla cella del detenuto più famoso d’America, e non viene mai interrogata su questo in sede giurata. Lo Stato ha archiviato le accuse senza processo e ora pubblica documenti che quella stessa archiviazione non giustifica.

Il rilascio dei file non è un gesto di apertura: è il risultato di una legge approvata con 427 voti contro uno alla Camera dei Rappresentanti, con una maggioranza bipartisan che misura quanto profonda sia diventata la sfiducia nell’apparato. La trasparenza imposta per legge non è la stessa cosa della trasparenza scelta. La differenza, qui, si conta in anni di domande rimaste senza risposta.

L’articolo Epstein Files, la guardia Tova Noel e i versamenti sospetti: cosa dicono le nuove carte del Dipartimento di Giustizia sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Lectio magistralis e governo distratto

Un cerimonia accademica può essere un atto politico. Ieri a Firenze, nel Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, il presidente Sergio Mattarella ha ritirato una laurea honoris causa dalla Scuola di scienze politiche Cesare Alfieri e ne ha approfittato per ricordare che Alexis de Tocqueville aveva già immaginato questo preciso momento storico: un futuro «oscillante fra la libertà democratica e la tirannide cesarista». Non lasciamo che accada, ha detto. Parole calibrate ma non ermetiche. Basta scavare solo un po’. 

Il governo che siede a Palazzo Chigi ha garantito intanto immunità a Benjamin Netanyahu, ricercato dalla Corte penale internazionale, la CPI, per crimini di guerra e contro l’umanità. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiuso la questione con una formula: «Le immunità vanno rispettate». Il diritto internazionale, evidentemente, come dice Tajani “vale fino a un certo punto”, quello oltre il quale scomoda alleanze che conviene non disturbare.

E poi c’è il Board of Peace, l’organismo creato da Donald Trump per gestire il futuro di Gaza fuori dall’Onu. L’Italia ci va, ha annunciato Meloni, ma «solo come osservatori», formula che peraltro lo statuto del Board non prevede nemmeno. Un’adesione sostanziale protetta da un velo di prudenza costituzionale. Sedersi al tavolo di chi smantella il multilateralismo, in qualunque veste, è una scelta che produce effetti.

Mattarella ha citato ieri la «pretesa di agire al di fuori delle regole degli Stati e di organismi sovranazionali, erodendo la sovranità dei primi e il crescente ruolo positivo dei secondi». Parole pronunciate all’università, con il governo che nel frattempo le smentisce in tempo reale.

Buon mercoledì. 

 

Foto WKP

L’articolo proviene da Left.it qui

Il confine della morte sulla linea gialla

A dicembre 2025, il generale Eyal Zamir, Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, ha visitato Gaza e definito la Linea Gialla «una nuova linea di confine». Il testo del cessate-il-fuoco del 10 ottobre, siglato da Qatar, Egitto, Turchia e Stati Uniti, usa la parola «temporanea». La parola «confine» non compare.

Secondo immagini satellitari analizzate da AP e Christian Science Monitor, i blocchi di cemento giallo vengono spostati di notte, talvolta centinaia di metri oltre le mappe firmate, senza preavviso. A dicembre Haaretz aveva già documentato il riposizionamento verso ovest. Al Jazeera e UNRWA stimano che Israele controlli il 53-58 per cento della Striscia, incluso l’unico valico con l’Egitto. Due milioni di persone occupano il perimetro «sicuro», che si restringe settimana dopo settimana.

Da ottobre 2025, AP documenta almeno 80 palestinesi uccisi nei pressi della Linea Gialla, tutti definiti dal portavoce IDF «terroristi che si erano avvicinati alle forze». L’ufficio ONU per il coordinamento umanitario certifica che in molte zone la linea non è segnata fisicamente: nessun cartello, nessun avviso. I residenti la navigano a memoria, per suono. Chi era a cinquanta metri dal limite ieri si trova già nella zona di fuoco libero oggi.

Il 9 marzo 2026, un raid israeliano ha colpito l’area dell’Università Al-Azhar, nella Gaza City occidentale, in zona formalmente palestinese. Tre uomini sono morti. I funerali si sono svolti all’ospedale Al-Shifa. Era il giorno in cui ogni dispaccio inseguiva missili su Tehran.

Il cessate-il-fuoco non è mai stato sospeso né concluso. Funziona come cornice che certifica la pace mentre produce lo spostamento di un confine che nessun accordo ha autorizzato. Zamir lo chiama confine. Il testo firmato lo chiama ancora temporaneo.

L’articolo Il confine della morte sulla linea gialla sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Almeno Bartolozzi lo dice

Il 7 marzo, su un’emittente siciliana, Giusi Bartolozzi – capo di gabinetto di Nordio, indagata con lui per la vicenda Almasri – ha detto a voce alta quello che il governo ha sempre lasciato intendere tra le righe: «Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione». Ha aggiunto di avere un’inchiesta in corso e di essere pronta a lasciare il Paese se il referendum non passa.

La macchina delle smentite si è messa in moto: del resto va così ogni volta che qualcuno in questa maggioranza si lascia andare e dice ciò che la narrazione ufficiale si sforza di nascondere.

Di precedenti ce ne sono. Il 30 gennaio 2025, nel pieno della bufera Almasri, Meloni aveva elencato la magistratura tra i soggetti tenuti a realizzare il «disegno» del governo, accanto alle forze dell’ordine: una concezione della giustizia come braccio esecutivo dell’esecutivo, non come potere indipendente. Nordio aveva già ammesso in Parlamento a marzo 2025 che la riforma «non influisce sull’efficienza della giustizia» – confessando che l’obiettivo è altrove: certamente lontano dalla tutela dei cittadini.

Va letta nel suo contesto, quella frase: una funzionaria indagata, in servizio attivo, che fa campagna referendaria per una riforma costruita nel ministero di cui è braccio destro. In qualunque democrazia ordinata, quella scena non sarebbe possibile.

Allora la domanda va rivolta anche a chi, in buona fede, ritiene utile la separazione delle carriere: è possibile affidare una riforma costituzionale così delicata a chi la usa come strumento di rivalsa Chi risponde di sì dovrebbe spiegare come si separa una riforma da chi la porta avanti. In questo caso, non si può.

Buon martedì. 

L’articolo proviene da Left.it qui