Una storia per la fase 2

Ieri mi è capitato di chiedere a chi mi segue sui social in quali condizioni stiano lavorando e abbiano lavorato. C’è una lettera che vale la pena leggere:
«Lavoro in uno dei più grandi supermercati della mia città, Firenze. Credo di poter dire anche il nome della catena per cui lavoro che è Unicoop Firenze. Ovviamente non abbiamo mai smesso di lavorare. Ho vissuto in prima persona i giorni delle spese pazze, della corsa agli accaparramenti insensati, quando le persone prendevano e mettevano nei carrelli tutto ciò che irrazionalmente, credevano potesse essere indispensabile per la loro sopravvivenza. E ho vissuto anche gli scaffali vuoti che neanche a Natale e quei primi giorni di ingressi contingentati, senza mascherine e senza distanziamento e barriere in plexiglas. Lavorando al rifornimento degli scaffali, puoi immaginare quanto fosse complicato cercare di mantenere quelle distanze e soprattutto mantenere i nervi saldi. I primi giorni di paura e di smarrimento che ti sembravano tutti malati, tutti contagiosi, tutti troppo vicino e ti sembrava di vederle quelle goccioline di respiro e di sentirle addosso, pure quando tornavi a casa e ti sentivi già malata e non sapevi se potevi toccare o anche solo sfiorare chi viveva con te. Quando a tutti veniva detto di stare tappati in casa che fuori c’era il pericolo, a noi veniva detto che eravamo un servizio essenziale.
Ci hanno dato mascherine, guanti. Hanno messo le barriere alle casse e strisce gialle per terra per delimitare le distanze. Ma non è stato facile. Mentre fuori droni e elicotteri davano la caccia a runners solitari, dentro al supermercato le persone si assembravano allegramente fra i nostri scaffali. Una volta fatta la fila, ordinata e tranquilla, dentro era tutto come un giorno qualunque dell’anno.
A parte il silenzio, interrotto solo dagli annunci, che era evidente, nessuno ascoltava, che invitava alla distanza, ad affrettare gli acquisti e ad entrare uno per nucleo familiare. Molti di noi hanno preso ferie, permessi, chi si è messo in malattia e chi, come me, ha deciso di prendere un mese di aspettativa, ovviamente non retribuita. L’ho fatto perché stavo perdendo l’equilibrio, perché ogni volta che ci chiamavano eroi pensavo che no, non volevo essere eroe ma solo una lavoratrice che fa il suo dovere che non è salvare vite, a costo della propria, ma rifornire uno scaffale.
L’ho fatto perché quelle 6 ore di lavoro, nonostante tutti i dispositivi di sicurezza di cui eravamo forniti, erano diventate una sequenza di movimenti alienante.
Sono andata fuori tema, scusa. Torno alle tue domande iniziali. Il presidente della mia regione ha avviato uno screening seriologico su tutti coloro che non hanno smesso di lavorare, soprattutto nelle categorie più a rischio, quindi prima fra tutte, dopo operatori sanitari medici, la mia.
L’adesione è su base volontaria e la prestazione completamente gratuita.
Viene gestita dal datore di lavoro che prende le adesioni e poi fissa l’appuntamento per ognuno di noi nella struttura che effettua il test.
Sono strutture private convenzionate che forniscono questo servizio.
Mi hanno chiamata dopo pochi giorni dall’inizio dello screening, mi hanno fatto il prelievo di sangue e il giorno dopo ho avuto il risultato, che ho dovuto comunicare al mio medico.
Io sono risultata negativa ma posso raccontarti l’esperienza di una mia collega che è risultata positiva ad uno dei due tipi di anticorpi.
Il giorno dell’esito del test è stata contattata dal direttore sanitario della struttura che le ha fornito il numero verde da chiamare per effettuare il tampone e le è stato offerto di effettuare il periodo di isolamento in un albergo allestito appositamente per questa evenienza. La collega ha preferito restare a casa.
Dopo due giorni le hanno fatto il tampone con la pratica del drive in, quindi non è neanche uscita dalla macchina e meno di 24 ore dopo ha avuto il risultato, fortunatamente negativo. La famiglia non è stata testata perché non è stato reputato necessario visto il risultato del tampone e perché gli anticorpi a cui era positiva dimostrano un contatto con il virus lontano nel tempo. I giorni in cui è stata lontana dal lavoro saranno considerati malattia. Quindi sì, nel luogo dove lavoro ci vengono forniti tutti i dispositivi di sicurezza necessari, anche se il buon senso dei clienti non può essere fornito da nessuno. E sì, nella regione in cui vivo veniamo testati e tracciati e trattati nei tempi direi ragionevoli di una settimana, fra il momento del test e l’esito finale del tampone. Martedì finisce il mio mese di aspettativa e tornerò a lavorare. Torno con tanti dubbi e un po’ di paura ma dobbiamo conviverci, lo dicono tutti».
Buona fase 2. A noi.
Buon venerdì.
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“Siamo nelle mani di dilettanti, dovrebbero andare tutti a casa”, Calenda spara a zero sul governo
Calenda, come giudica l’operato fin qui del commissario straordinario per l’emergenza Covid, Domenico Arcuri?
Un operato palesemente disastroso. Non è riuscito a rispettare le scadenze che lui stesso si era dato. A questo si aggiungano i toni inaccettabili usati durante le conferenze stampa, il suo paternalismo e la sua arroganza. Solo ieri è partita la gara per i reagenti dei tamponi e ha combinato un completo disastro con la storia della mascherina a 50 centesimi, tra l’altro continuando a ripetere che non è colpa sua. In un Paese normale dovrebbe dare le dimissioni, anzi: sarebbe licenziato.
Eppure dal governo non sembrano levarsi voci critiche…
Penso che siano talmente fragili che il loro obiettivo sia di non muovere nulla. Se si muove un pezzo del resto viene giù tutto. Anche oggi Sileri (il viceministro della salute, ndr) ha ammesso candidamente che è stato fatto un disastro. Questi sono talmente pericolanti che qualsiasi scossone, anche piccolo, rischia di mettere in discussione tutta la maggioranza. Lo vediamo benissimo anche su questo decreto che doveva uscire ad aprile e forse uscirà a metà maggio. Litigano su tutto. Il governo ha perso il controllo del Paese e Arcuri è solo una manifestazione di tutto questo.
Si parla molto di riaperture di aziende però continuano i dubbi sulla riapertura “sociale”. Oggi circola voce che al ristorante si potrà andare forse solo con i “congiunti” certificati. Cosa ne pensa?
Sono solo cazzate. Questi non hanno idea di come gestire questa crisi, la stanno affrontando solo vedendo l’andamento dei contagi e chiudendo e riaprendo senza un ragionamento. Noi abbiamo provato a spiegarlo: la strategia non deve essere solo sui contagi ma deve tenere conto del tracciamento, dei tamponi, dei test sierologici, del rafforzamento dei medici di base. Non ci sono nemmeno dati affidabili delle regioni. Sostanzialmente questi dicono agli italiani cose barocche e stravaganti come i 5 metri da tenere al mare che poi diventano 1 al supermercato. Roba da dilettanti.
Ma una crisi di governo in questo momento non sarebbe ancora più rischiosa?
Una crisi al buio non si può fare. Io avevo suggerito un tavolo permanente con le opposizioni. L’assicurazione di Conte è quella di avere un’opposizione sgangherata come quella di Salvini e di Meloni. Poi ovviamente avere loro due al governo sarebbe ancora più drammatico. Bisogna vedere se c’è la possibilità di costruire un governo di unità nazionale che tenga dentro gli amministratori locali come Zaia e Bonaccini. L’obiettivo del centrodestra invece è quello di andare alle elezioni, prendere un po’ di voti in più ma non avere la responsabilità di governare. Poi chiamerebbero Draghi e si metterebbero comodi a bombardarlo. Nessuno di questi sarebbe in grado di gestire nemmeno un bar.
L’ultimo scontro del governo è stato quello sulle regolarizzazioni dei braccianti. Ogni volta che si affronta un tema “politico” questo governo sembra andare in crisi e faticare a trovare una quadra…
Era evidente fin dal primo giorno. Sono andato via dal Partito Democratico proprio perché due forze che si attaccavano tutti i giorni, Pd e M5S, hanno deciso di mettersi insieme. Il M5S è una forza irresponsabile che andrebbe cancellata dalla politica italiana e in tutto questo Renzi continua a fare il Gian Burrasca. Questa maggioranza sta insieme solo per la paura di andare alle elezioni.
Tornerà di moda la serietà?
A un certo punto succederà inevitabilmente altrimenti il rischio è che il Paese finisca gambe all’aria. L’Italia è un Paese ricco e gli italiani capiranno che la politica non è tifo da stadio e non è nemmeno il Grande Fratello. Però siamo ancora lontani: ho gente che mi scrive per dirmi che è d’accordo con me ma si dichiara di destra o di sinistra. Serve un cambiamento di consapevolezza dei cittadini. Questo Paese non lo salva Draghi e non lo salva nemmeno Batman: questo Paese lo salvano i cittadini che non cascano nella trappola “fascisti-comunisti”. Se succederà che torni di moda la serietà non te lo so dire però noi lo stiamo provando a fare.
L’articolo “Siamo nelle mani di dilettanti, dovrebbero andare tutti a casa”, Calenda spara a zero sul governo proviene da Il Riformista.
La piramide di Fontana e Gallera
L’ospedale anti Covid alla Fiera di Milano voluto dalla giunta lombarda sta per chiudere. Costo dell’operazione: 26 milioni di euro. Pazienti curati: 25. Un flop monumentale
Dunque l’ospedale faraonico anti coronavirus in Fiera a Milano, fortemente voluto dal duo tragicomico Fontana-Gallera, chiuderà i battenti. Per fortuna non ci sono stati abbastanza malati per riempirlo e, soprattutto, per nostra sfortuna il disastro della programmazione lombarda dal punto di vista sanitario può essere fotografato con il suo smantellamento.
L’avevano tanto desiderato, i capi della Lombardia, con quel desiderio che li coglie ogni volta che c’è da edificare, da innalzare, da costruire spot e propaganda. Fa niente che la stragrande maggioranza dei medici chiedesse con quei soldi di rinforzare le strutture esistenti e fa niente che tutti ne avessero contestato la mancanza di personale e la zona troppo periferica per poter lavorar in rete.
Costo totale dell’operazione: circa 26 milioni di euro. Immaginate cosa si sarebbe potuto fare con una cifra del genere: medici e infermieri assunti, tamponi, tracciamento, telemedicina. Di tutto.
L’hanno inaugurato il 31 marzo 2020 con quelle inaugurazioni che piacciono tanti ai berlusconiani e ai leghisti, con l’icona di Bertolaso in prima fila, con un bel assembramento che li ha svergognati sui giornali di tutto il mondo.
Avrebbe dovuto avere 600 posti: alla fine ne ha avuti 200. Per 25 ospiti in totale. Oggi sono tre, anche se non ci sono conferme ufficiali. È costato un milione di euro a paziente, fate voi.
Ce l’hanno presentato come la soluzione a tutti i problemi, è stato contestato da tutti i medici («fa ridere i polli» disse il professore Gattinoni) e ora viene spazzato via totalmente. Non rimarrà niente. O almeno, quasi niente: quei 26 milioni sono passati di mano in mano e hanno ingrassato chi dovevano ingrassare.
Intanto a Bergamo costruivano un ospedale da campo in pochi giorni e con la collaborazione gratuita di ultrà e alpini, per dire.
L’ospedale temporaneo in Fiera è la piramide di Fontana e di Gallera, un monumento innalzato mentre servivano buone pratiche e cure. A differenza delle piramidi vere non rimarrà nemmeno un mattone ai posteri ma la vergogna sì, quella rimarrà tutta.
A proposito: si difendono dicendo che sono soldi delle donazioni. Chiedete ai donatori come sono felici, se vi capita.
Buon giovedì.

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Resti a casa, Arcuri

Prima la gaffe sui tamponi, poi il caos sulle mascherine. Il commissario straordinario per l’emergenza Domenico Arcuri è bravissimo nel dare giustificazioni, ma meno abile nel fornire risposte concrete al Paese
Ieri, martedì 12 maggio, per il super mega straordinario magnifico commissario dell’emergenza Domenico Arcuri è stata una giornata campale, una di quelle giornate che a un lavoratore qualsiasi di un settore qualsiasi che non sia di consulenza al governo costerebbe come minimo un discreta retrocessione.
Prima si è incastrato sui tamponi: aveva dichiarato di averne pronti ben 5 milioni da inviare alle regioni ma poi, ripreso dal virologo Crisanti, ha dovuto ammettere che i suoi tamponi sono praticamente inservibili poiché mancano i reagenti per i test. In sostanza l’uomo che di mestiere dovrebbe curare l’approvvigionamento del materiale che serve per l’emergenza ha acquistato delle auto senza ruote ma ci dice di stare tranquilli poiché oggi (oggi 12 maggio) si sta occupando di pubblicare il bando di gara per i reagenti. In Veneto hanno cominciato ad occuparsene il 20 gennaio. Scova le differenze.
Poi c’è il caos delle mascherine. Sia chiaro: sulle mascherine probabilmente qualcuno ha fatto il furbo (a questo proposito diverse procure stanno indagando sull’azienda di una giovane ex presidente della Camera) ma oggi le mascherine in farmacia non ci sono. Qui siamo al paradosso: dice Arcuri che lui le mascherine le ha procurate e non è un problema suo che noi non le possiamo acquistare. Colpa dei farmacisti, colpa dei distributori, colpa degli altri, insomma. Che il commissario sia così limitato da non capire che il suo ruolo non sia solo quello di inoltrare gli ordini ma di vigilare che il materiale arrivi dove deve arrivare è qualcosa che ha dell’incredibile. È bravissimo a fornirci giustificazioni, bene bravo bis, ma a noi servirebbero le mascherine, di grazia.
E come pensa di risolvere la questione delle mascherine? Facendole vendere ai tabaccai. Che potrebbe essere una buona idea se non fosse che Arcuri, con la sua solita inelegante sicumera, ci tiene a dirci che di tabaccai ce ne sono 50 milioni e invece sono circa 50mila. Poco male, direte voi, si è confuso. Del resto è rassicurante uno in quel ruolo che si confonda sulle quantità.
È tutto? No, no. Poi ci sarebbero quelle strane autorizzazioni alla dogana che la trasmissione Report ha raccontato e a cui Arcuri non ha ancora risposto. Insomma qui vale la massima di Zerocalcare: se ti ammali è colpa tua e se guarisci è merito loro.
Noi siamo restati a casa, forse Arcuri potrebbe andarci, a casa.
Buon mercoledì.
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Voi odiate le donne libere

Le “due Simone” rapite a Baghdad e attaccate al loro rientro in Italia, Carola Rackete sotto accusa per il suo abbigliamento, Giovanna Botteri criticata perché spettinata…
Come ricordano perfettamente Flavia Perina e la direttrice di Left, Simona Maggiorelli, quando Simona Pari e Simona Torretta, rapite nel 2004 a Baghdad nella sede della Ong per cui lavoravano, rientrarono a Fiumicino dopo cinque mesi e mezzo nelle mani dei rapitori, vestite con lunghi caftani colorati, e dichiararono di non volere interrompere la propria attività nel mondo della cooperazione Il Giornale le appellò in prima pagina come “oche giulive”.
Greta Ramelli e Vanessa Marzullo invece vennero lungamente attaccate per le loro foto su Facebook, prima del rapimento, in cui si mostravano sorridenti: sono andate a divertirsi, dissero. Dopo la loro liberazione si disse che erano incinte. Era falso ma funzionò per sputare ancora più veleno e per dare di gomito su quanto si fossero divertite.
Anche su Carola Rackete le osservazioni furono simili: ha i capelli sporchi, non si depila le ascelle, non indossa il reggiseno. Cosa c’entrasse con i fatti non si è mai capito ma in compenso se n’è scritto tantissimo. E l’abbigliamento è tornato utile per riempirla di fango senza entrare nel merito.
La giornalista Giovanna Botteri è colpevole di essere spettinata e di indossare abiti simili. Non importa che sia una delle giornaliste più brave che abbiamo: le doppie punte bastano per attaccarla senza dovere esprimere critiche che abbiano un senso.
Anche le donne stuprate spesso vengono raccontate per la lunghezza della loro gonna o per l’ampiezza della scollatura. Spesso lo stupro le è anche piaciuto, dicono. Lo stesso discorso per le donne ammazzate che forse non erano proprio delle “sante”. Lo dicono così, nessuno specifica, ma intanto la lordura entra nella lavatrice della comunicazione.
Il fatto è che voi (voi, inteso come quelli che utilizzano la pratica di usare un particolare per colpire una persona) odiate le donne libere, semplicemente. Odiate le donne indipendenti, autonome, determinate, che scelgono perché vi rassicura provare che l’essere maschio conti ancora qualcosa. È questo, il punto, solo questo. Solo che nella vostra idiota fallocrazia non avete abbastanza elementi per costruire un intelligente dibattito e quindi scendete lì, negli inferi dei discorsetti da bar, rivendendoli come analisi o editoriali. La paura che vi fanno le donne dà la misura del vostro essere piccoli uomini.
Buon martedì.
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