Vai al contenuto

Quelli per cui non è mai “il momento”

Ricapitoliamo: al Pio Albergo Trivulzio di Milano stanno indagando per capire se davvero sia successo che gli anziani ospiti malati di Coronavirus siano stati nascosti per non avere troppi problemi e se scientemente siano stati esposti al contagio anche gli operatori e i famigliari per non “terrorizzare gli ospiti” (la racconta così un’infermiera). Le indagini faranno il loro corso ma è un fatto che non ha bisogno di interpretazioni il fatto che la direzione della casa di riposo abbia risposto alle accuse dicendo che “tutti erano muniti delle dovute protezioni” (che è un modo molto lungo e elegante per dire che avevano la mascherina). Perfetto. Quella frase è una bugia e c’è addirittura un video che lo dimostra.

Poi c’è ciò di cui parlavamo giusto nel buongiorno di ieri: i sindacati raccontano delle troppe aziende aperte che hanno chiesto la deroga alla propria Prefettura e che le Prefetture non avranno modo di controllare tutte nel giro di poco tempo. In sostanza hanno chiesto la deroga ma finché nessuno li controlla continuano tranquillamente a lavorare. Oltre a questo i sindacati si sgolano per dirci che i lavoratori che continuano a lavorare sono molti di più di quello la retorica racconta. Forse, dicono sindacati, sono aperte anche aziende che c’entrano poco con le attività indispensabili di questa quarantena.

Poi c’è la questione della zona rossa che non è diventata zona rossa nella bergamasca: Regione Lombardia e governo litigano su chi avrebbe dovuto deciderlo ma alla fine l’assessore lombardo Gallera ci ha detto che in effetti avrebbero potuto agire da soli, come Regione. Fontana dice che sono stati scavalcati dal governo. Intanto quelli muoiono. Intanto la Procura di Bergamo indaga per “epidemia colposa”.

Poi c’è la casa di riposo di Soleto, in Puglia con 88 contagiati e l’ipotesi che alcuni siano morti addirittura di fame e di sete. La situazioni delle case di riposo è drammatica, usciranno altri casi. Sicuro.

Forse sarebbe il caso di usare questa disgrazia di virus per provare a pensare come si vuole ricominciare, magari rendendosi conto che la sanità pubblica va ricostruita piuttosto che demolita e la sanità privata deve imparare a rispondere delle proprie responsabilità e inefficienze. Sarebbe il caso di aprire un dibattito su salute e profitto e su quali siano i limiti che non ci possiamo permettere di superare.

La risposta invece è sempre la stessa: “non è il momento”. “Non è il momento” è il trucco che si usa per tutte le stagioni: non è il momento, per loro, finché non ce ne siamo dimenticati. Solo allora qualcuno da solo può sgolarsi nel deserto. Li riconosci quelli che provano a scappare: mentre lo fanno vi urlano che non è il momento di inseguirli.

Buon giovedì.

 

Commenti

commenti

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Contare i morti, contare i soldi

Ieri è uscita un’incredibile intervista di Francesca Nava a Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, che rivendica con fierezza la mancata chiusura del bergamasco (la famosa “zona rossa” arrivata troppo in ritardo su cui stanno litigando il governo e il presidente della Lombardia Fontana).

Spiega Bonometti che loro di Confindustria erano “contrari a fare una chiusura tout court così senza senso” e di averne parlato direttamente con la Regione: “Ci siamo confrontati, ma non si potevano fare zone rosse. Non si poteva fermare la produzione”, spiega. Un piccolo particolare, il senso di quell’incontro, che è sfuggito all’assessore lombardo Gallera che poteva semplicemente dirci che si sono ritrovati a contare i soldi e a contare i morti. Se c’era bisogno di qualcuno che scivolasse sull’argomento per raccontare apertamente la verità l’abbiamo trovato.

“Però ora non farei il processo alle intenzioni, bisogna salvare il salvabile, altrimenti saremo morti prima e saremo morti dopo”, dice Bonometti, come se i decessi tra Alzano e Nembro siano solo numeri su cui tirare una riga. Stupisce (no, in realtà non stupisce) anche l’indelicatezza con cui viene trattato un argomento così umanamente doloroso: non c’è niente, ci sono solo numeri, numeri, numeri.

E se qualcuno ha bisogno di conferme sull’attendibilità del personaggio ecco l’ultima chicca: alla giornalista che gli chiede come si spiega questi numeri enormi di contagio nelle zone densamente industriali risponde che la colpa è “una presenza massiccia di animali e quindi c’è stata una movimentazione degli animali che ha favorito il contagio”.

Buon mercoledì.

Commenti

commenti

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

La gestione dell’emergenza fa risaltare tutti i limiti di chi ci governa

Siamo nell’epoca della politica debole, qui dove la politica è diventata ordinaria amministrazione dell’emergenza nazionale: Covid-19 e i numeri della Protezione Civile sono il timone delle decisioni del governo ed è tutto un inseguire i numeri, i picchi, il plateau (ogni giorno ci regala una parola nuova per descrivere una situazione che appare immobile), l’attesa della discesa, l’attesa delle mascherine, l’attesa dei tamponi, i pochi tamponi, i troppi tamponi, i giri del cane, la distanza sociale (che poi sarebbe una distanza fisica e forse occuparsi dell’ecologia delle parole farebbe meglio a tutti) e tutto il resto. È una politica che si fa politica dopo la conferenza stampa della Protezione Civile, una politica in attesa dei numeri che ci dicano se andiamo meglio di ieri, se andremo peggio di domani.

È l’emergenza a guidarci e governare l’emergenza è l’unica qualità richiesta a un governo (e ai governi regionali e comunali) e la tenuta dei cittadini in un’effettiva situazione di cattività (ed è una cattività economica, più che sociale) è qualcosa da maneggiare con cura e con dedizione. Come si conforta un Paese che si ritrova in una situazione sospesa e dal futuro incerto? Con una buona e giusta comunicazione. Sì, lo so, sembra banale, ma mentre abbiamo passato gli anni a ripeterci, sbagliando, che la politica è comunicazione e che la comunicazione è politica, ci accorgiamo oggi, in un contesto che sfiora il panico, che pesare gli atteggiamenti e pesare le parole è una qualità che serve, eccome se serve.

Il particolarismo regionale e comunale, ad esempio, con la comparsa di sceriffi che fanno capolino per pescare a strascico un po’ di consenso sui social e confidando di portarselo alle prossime urne è lo spettacolo indecente che affolla queste giornate a aggiunge disagio al disorientamento generale: presidenti di regione che stringono e allargano le maglie dei decreti nazionali rivendicandone le differenze, sindaci che trasmettono dirette Facebook aizzando i cecchini contro i passeggiatori di turno, deputati e senatori che coltivano tra i propri fan dubbi che poi non esprimono in Parlamento e addirittura compagni di governo che hanno dimenticato il telefono e si scrivono via social per aizzare il tifo. Se davvero questo dovrebbe essere il tempo della responsabilità allora i cittadini italiani sono molto più responsabili dei governanti e tutto questo non è confortante.

La sensazione è che il Coronavirus sia un nuovo campo di battaglia partitica che ha le stesse regole di ingaggio del pre-quarantena. I toni sono un po’ più sopiti e i modi apparentemente più educati ma le divergenze esibite senza nessuno sforzo di conciliazione sono infantili e fragorose come prima. Ai cittadini si chiede immobilismo, silenzio e trattenuta di respiro e dalle parti del Palazzo e nelle sue diverse sedi regionali c’è quest’aria da liberi tutti che avvilisce. Poi ci sono quelli che tutti i giorni ci ripetono di stare a casa e stare distanti e poi si affollano e si abbuffano per presentare la fanfaronata dell’inaugurazione del nuovo ospedale: in Lombardia il presidente Fontana (che in questo momento è l’ariete della Lega poiché l’ex ministro Salvini si trova relegato a gestire solo un po’ di rabbia sui social) ha puntato tutto su Bertolaso e sul nuovo ospedale in Fiera a Milano.

Il Covid Ospedale Fiera di Milano è stato aperto con qualche centinaio di posti che ancora mancano, per ora sono operative qualche decina di posti letto, ma la fretta di mostrarsi fingendo di mostrarlo ci ha regalato l’immagine dell’assembramento che ci hanno detto di evitare. La fame di partecipare e comparire in qualche inquadratura di qualche tg nazionale hanno fatto apparire quei terribili censori dei governanti lombardi come giovinastri impegnati in un aperitivo pirata. Fulminante la risposta dell’assessore Gallera: «se protetti non è necessario restare a distanza» ha detto ai giornali per provare a giustificarsi. La protezione dei presenti consisteva nel semplice uso della mascherina: e quindi? Pessima comunicazione, pessima politica.

Poi abbiamo assistito al prevedibile ingolfamento del sito dell’Inps. Ora, al di là del dato tecnico (il sovraffollamento era prevedibile ma la situazione dell’Italia dal punto di vista digitale è disastrosa) sembra che nessuno abbia voluto dare risposta al dato più inquietante: proprio sul sito era comparsa l’informazione che l’ordine cronologico delle domande avrebbe contato per la loro accettazione. Poi, senza nessuna spiegazione, l’avviso sparisce. Ma nessuno smentisce e nessuno riferisce sul perché dell’avviso. Niente. Solo le solite rassicurazioni sul fatto che “i soldi ci sono per tutti” e che al massimo ci sarebbe stato “un nuovo decreto”, puntando sul fatto che la gente in un tempo sospeso sia rassicurata dalle promesse della politica.

Anzi, non solo: il presidente dell’Inps Tridico addirittura se l’è quasi presa con i troppi accessi contemporaneamente. Che screanzati i cittadini che corrono per pretendere i soldi! Poi c’è un presidente del Consiglio che convoca una conferenza stampa per chiarire la polemica che nasce su presunte passeggiate con i figli come se fosse una questione di Stato. E per concludere il capo della Protezione Civile Borrelli, in conferenza stampa, ci tiene a dirci che il tampone è stato eseguito a tutti quelli che ne avevano bisogno. E lo dice così, impunemente, in faccia a decine di migliaia di persone che non hanno avuto accesso al tampone nonostante i sintomi. Una dichiarazione come se non esistessero i morti senza tampone che si piangono in Lombardia. Pessima comunicazione. Pessima politica.

L’articolo La gestione dell’emergenza fa risaltare tutti i limiti di chi ci governa proviene da Il Riformista.

Fonte

La quarantena degli ammassati

Secondo i dati Istat il 41,9% dei minori vive in abitazioni sovraffollate. Nel 7% dei casi senza acqua corrente e poca luce naturale. E il 33,8% delle famiglie non ha computer o tablet in casa

Com’è ‘sta quarantena? Ogni tanto conviene leggersi i numeri perché fa bene, fotografa la realtà e affievolisce la retorica.

Ieri l’Istat (perché di questi tempi le fonti sono importanti) ha pubblicato una ricerca che dice che «nel 2018 il 27,8% delle persone vive in condizioni di sovraffollamento abitativo. Tale condizione di disagio è più diffusa per i minori, il 41,9% dei quali vive in abitazioni sovraffollate. Il disagio si acuisce se, oltre ad essere sovraffollata, l’abitazione in cui si vive presenta anche problemi strutturali oppure non ha bagno/doccia con acqua corrente o ha problemi di luminosità. La condizione di grave deprivazione abitativa riguarda il 5% delle persone residenti e, ancora una volta, è più diffusa tra i giovani. Infatti, vive in condizioni di disagio abitativo il 7,0% dei minori e il 7,9% dei 18-24enni. La quota scende al crescere dell’età fino ad arrivare all’1,8% fra le persone di 75 anni e più».

Una piccola nota anche a proposito della tecnologia che permette di superare la quarantena: nel periodo 2018-2019, il 33,8% delle famiglie non ha computer o tablet in casa, la quota scende al 14,3% tra le famiglie con almeno un minore. Solo per il 22,2% delle famiglie ogni componente ha a disposizione un pc o tablet. La percentuale di famiglie senza computer supera il 41,0% nel Mezzogiorno, con Calabria e Sicilia in testa (rispettivamente 46,0% e 44,4%), ed è circa il 30,0% nelle altre aree del Paese.

Un altro dato, tanto per capirci: Antonio Mumolo, presidente di Avvocato di Strada che racconta: «Ci arrivano – direttamente o indirettamente, tramite altre associazioni – decine di segnalazioni di multe a senza fissa dimora in tutta Italia. Multare una persona che non può adempiere a un ordine impossibile è un’assurdità logica, prima ancora che giuridica. Quelle multe chiaramente le impugneremo tutte e le faremo tutte archiviare, dovendo però fare dei processi».

Insomma, ci sono quarantene molto diverse dalla narrazione generale. Così, per dire.

Buon martedì.

 

Commenti

commenti

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Non è andato tutto bene e qualcuno ne dovrà rispondere

Ad inizio marzo la Regione Lombardia dava il via libera al ricovero di pazienti Covid nelle case di riposo. In cui ora la situazione è fuori controllo e gli anziani continuano a morire

«Gli anziani morivano e a noi, nonostante l’evidenza dei sintomi, dicevano che si trattava solo di bronchiti e polmoniti stagionali»: sono le parole del delegato Cgil, Pietro La Grassa, a proposito del Pio Albergo Trivulzio, oltre milletrecento anziani ricoverati, il polo geriatrico più importante d’Italia. «Il risultato è che ora al Trivulzio abbiamo sette reparti isolati completamente e due vuoti perché non accettiamo più nuovi pazienti. Nella struttura di Merate novanta sono sotto osservazione. Al Principessa Jolanda di via Sassi due reparti sono in isolamento». E poi «quando l’epidemia non si poteva più nascondere, ci è arrivato l’ordine di non trasferire più i pazienti nel pronto soccorso dove di solito ricevono le cure necessarie», prosegue La Grassa, «il che di fatto significa: lasciateli morire nei loro letti. Niente tamponi, ci mandano allo sbaraglio».

«Chiederci di ospitare pazienti con i sintomi del Covid 19 è stato come accendere un cerino in un pagliaio: quella delibera della giunta regionale l’abbiamo riletta due volte, non volevamo credere che dalla Regione Lombardia potesse arrivarci una richiesta così folle»: lo dice Luca Degani, il presidente di Uneba Lombardia, l’associazione di categoria che mette insieme circa 400 case di riposo lombarde.

C’è una delibera della giunta Lombarda, la numero XI/2906, dell’8 marzo 2020, che chiedeva alle Ats, le aziende territoriali della sanità, di individuare nelle case di riposo dedicate agli anziani strutture autonome per assistere pazienti Covid 19 a bassa intensità. «Come potevamo accettare malati ai quali non era stato fatto alcun tampone né prima né dopo? Senza dire che il nostro personale sarebbe stato comunque a rischio. Si sono infettati medici e sanitari in strutture molto più attrezzate della nostra. Non ci hanno dato i dispositivi di protezione ma volevano darci i malati… insomma», racconta Degani.

Insomma no, non è andato tutto bene e sarebbe ora di smetterla di credere che il giornalismo debba solo celebrare la retorica del state tutti a casa e del si è fatto tutto il possibile. Questi fatti sono avvenuti nella Lombardia che ogni giorno ci tiene a fare la voce grossa contro il governo. E indovinate un po’ chi aveva proposto lo scudo penale in difesa dei dirigenti sanitari lombardi? Sì, proprio la Lega, quello stesso partito che in Lombardia governa e nomina i dirigenti. Accadeva tutto mentre Salvini cercava di distogliere l’attenzione sostituendosi al papa e chiedendo l’apertura delle chiese a Pasqua. E intanto avveniva questa porcata.

No, non è andato tutto bene e qualcuno dovrà risponderne. Perché quando si poserà la polvere dell’emergenza sarebbe il caso che ognuno si assuma le proprie responsabilità. Ognuno.

Buon lunedì.

Commenti

commenti

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

La risposta delle Ong alle punture di Vespa

Da Emergency a Hope, a Medici senza frontiere, sono numerose le Organizzazioni umanitarie accorse in Lombardia per affiancare il personale sanitario in prima linea contro la pandemia. Nemmeno questo ha fermato lo sciacallaggio e le falsità delle destre nei loro confronti

Innanzitutto c’è la domanda. È una di quelle domande che vengono poste mica per avere una risposta, sarebbe troppo facile così, ma viene posta per essere pubblica e inoculare il dubbio cattivo nelle teste di chi in questi giorni ha bisogno di un colpevole per sentirsi meglio. E allora eccola: dove sono le Ong? Anzi, per renderla ancora più performante ci si chiede che fine abbiano fatto quelle Ong che “si mostravano” quando c’era da salvare gli immigrati. E quel verbo lì, messo così, quel “mostrare” è già di per sé di una scorrettezza che fa schifo visto che le Ong sono diventate una questione oscenamente pubblica a causa del tiro continuo a palle incatenate che hanno dovuto subire dal governo che c’era prima e dall’ex ministro di quel governo che oggi guida maldestramente l’opposizione.

Cannibalizzare pubblicamente qualcuno e poi accusarlo di essere in cerca di pubblicità è un maldestro tentativo di bullizzazione: il fatto è che qui, ora, da noi, bullizzare le Ong funziona e funzionerà ancora per parecchio tempo perché fare del bene disinteressatamente è il modo migliore per mandare in tilt i sovranisti di casa nostra (e mica solo quelli) e dimostrare che esistono persone che fanno della solidarietà un impegno totale. Ma alla gravità della domanda posta per creare scompiglio (tra l’altro in tempo di quarantena e di virus, quando tutti sono inevitabilmente molto più suscettibili) si aggiunge anche il fatto che quel dubbio venga lanciato da un giornalista, uno dei volti più conosciuti della rete più importante della televisione di Stato, quel Bruno Vespa che troppo spesso è stato la camera non ufficiale di un Parlamento abituato a parlare troppo con i giornalisti (da cui riceve sempre troppe poche domande).

 

L’articolo prosegue su Left in edicola dal 3 aprile 

SOMMARIO

Leggi e sfoglia online o con la nostra App
SCARICA LA COPIA DIGITALE

Commenti

commenti

Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Pessima politica pessima comunicazione

Siamo nell’epoca della politica debole, qui dove la politica è diventata ordinaria amministrazione dell’emergenza nazionale: Covid-19 e i numeri della Protezione Civile sono il timone delle decisioni del governo ed è tutto un inseguire i numeri, i picchi, il plateau (ogni giorno ci regala una parola nuova per descrivere di nuovo una situazione che appare immobile), l’attesa della discesa, l’attesa delle mascherine, l’attesa dei tamponi, i pochi tamponi, i troppi tamponi, i giri del cane, la distanza sociale (che poi sarebbe una distanza fisica e forse occuparsi dell’ecologia delle parole farebbe meglio a tutti) e tutto il resto. È un a politica che si fa politica dopo la conferenza stampa della Protezione Civile, una politica in attesa dei numeri che ci dicano se andiamo meglio di ieri, se andremo peggio di domani. Inevitabilmente è l’emergenza a guidarci e governare l’emergenza è l’unica qualità richiesta a un governo (e ai governi regionali e comunali) e la tenuta dei cittadini in un’effettiva situazione di cattività (ed è una cattività economica, più che sociale, anche questo sarebbe il caso di cominciare a capirlo, qualcosa di simile al limite minimo della sussistenza per molti) è qualcosa da maneggiare con cura e con dedizione. Come si conforta un Paese che si ritrova in una situazione sospesa e dal futuro incerto? Con una buona e giusta comunicazione. Sì, lo so, sembra banale, ma mentre abbiamo passato tutti gli anni a ripeterci, sbagliando, che la politica è comunicazione e che la comunicazione è politica (e invece era tutto uno sbrodolamento di propaganda) ci accorgiamo oggi, in un contesto che sfiora il panico, che pesare gli atteggiamenti e pesare le parole è una qualità che serve, eccome se serve. 

Il particolarismo regionale e comunale, ad esempio, con la comparsa di sceriffi che fanno capolino per pescare a strascico un po’ di consenso sui social e confidando di portarselo alle prossime urne è lo spettacolo indecente che affolla queste giornate a aggiunge disagio al disorientamento generale: presidenti di regione che stringono e allargano le maglie dei decreti nazionali rivendicandone le differenze, sindaci che trasmettono dirette Facebook aizzando i cecchini contro i passeggiatori di turno, deputati e senatori che coltivano tra i propri fan dubbi che poi non esprimono in Parlamento e addirittura compagni di governo che hanno dimenticato il telefono e si scrivono via social per aizzare il tifo. Se davvero questo dovrebbe essere il tempo della responsabilità allora i cittadini italiani, ancora una volta, sono molto più attenti e responsabili dei propri governanti e tutto questo non è confortante, proprio no. La sensazione qui fuori è che il Coronavirus sia semplicemente un nuovo campo di battaglia partitica (l’aggettivo politica sarebbe fin troppo nobile per l’indecente spettacolo) che ha le stesse regole di ingaggio del pre-quarantena. I toni sono un po’ più sopiti e i modi apparentemente più educati ma le divergenze esibite senza nessuno sforzo di conciliazione sono infantili e fragorose esattamente come prima. Ai cittadini si chiede immobilismo, silenzio e trattenuta di respiro e dalle parti del Palazzo e nelle sue diverse sedi regionali c’è quest’aria da liberi tutti che avvilisce. Avanti così.

Poi ci sono quelli che tutti i giorni ci ripetono di stare a casa e stare distanti e poi si affollano e si abbuffano per presentare la fanfaronata dell’inaugurazione del nuovo ospedale: in Lombardia il presidente Fontana (che in questo momento è l’ariete della Lega poiché l’ex ministro Salvini si trova relegato a gestire solo un po’ di rabbia sui social) ha puntato tutto su Bertolaso e sul nuovo ospedale in Fiera a Milano. Il Covid Ospedale Fiera di Milano (anche il nome è un gioiello di marketing) è stato aperto con qualche centinaio di posti che ancora mancano, per ora sono operative qualche decina di posti letto, ma la fretta di mostrarsi fingendo di mostrarlo ci ha regalato l’immagine dello stesso assembramento che ci hanno detto di evitare. La fame di partecipare festosi alla festa e comparire in qualche inquadratura di qualche telegiornale nazionale hanno fatto apparire quei terribili censori dei governanti lombardi come giovinastri impegnati in un aperitivo pirata. Fulminante la risposta dell’assessore Gallera: «se protetti non è necessario restare a distanza» ha detto ai giornali per provare a giustificarsi. La protezione dei presenti (le immagini parlano chiarissimo) consisteva nel semplice uso della mascherina: e quindi? Pessima comunicazione, pessima politica.

Poi abbiamo assistito al prevedibile ingolfamento del sito dell’INPS. Ora, al di là del dato tecnico (il sovraffollamento era prevedibile ma la situazione disastrosa dell’Italia dal punto di vista digitale è qualcosa che meriterebbe un saggio di diversi tomi) sembra che nessuno abbia voluto dare risposta al dato più inquietante: proprio sul sito dell’INPS era comparsa l’informazione che l’ordine cronologico delle domande avrebbe contato per la loro accettazione. Poi, senza nessuna spiegazione, l’avviso sparisce. Badate bene: nessuno smentisce e nessuno riferisce sul perché di quell’avviso. Niente. Sparizione e le solite rassicurazioni sul fatto che “i soldi ci sono per tutti” e che al massimo ci sarebbe stato “un nuovo decreto”, puntando evidentemente sul fatto che la gente in un tempo sospeso sia rassicurata dalle promesse della politica. Anzi, non solo: il presidente dell’INPS Pasquale Tridico ieri addirittura se l’è quasi presa con i troppi accessi troppo contemporaneamente. Che screanzati questi cittadini che corrono per pretendere i soldi, in effetti.

E poi c’è tutto il resto: un presidente del consiglio che convoca una conferenza stampa per chiarire una polemica politica che nasce su presunte passeggiate con i figli (come se non esistano dall’inizio della quarantena genitori soli che non possono certo permettersi di lasciare incustoditi bambini) come se fosse una questione di Stato. Ore e ore, tonnellate di dichiarazione sull’età, sulla circonferenza e sul peso di un bambino che si può considerare un bambino. E per concludere il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli, spalleggiato dal professore Alberto Villani, presidente della Società italiana di pediatria, in conferenza stampa ci tiene a dirci che il tampone è stato eseguito a tutti quelli che ne avevano bisogno. E lo dicono così, impunemente, in faccia a decine di migliaia di persone che in Italia non hanno avuto accesso al tampone nonostante la presenza dei sintomi. Una dichiarazione così convinta come se non esistessero i morti senza tampone che si piangono in Lombardia. Pessima comunicazione, pessima politica.

(il mio pezzo per Il Riformista di oggi)