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Difesa, la riunione d’emergenza convocata da Crosetto pone una domanda: chi vigila sui contratti miliardari con l’industria militare?

“Circa 130 persone” è il numero che Guido Crosetto ha scelto di inserire in un comunicato stampa apparso sulla pagina del Ministero della Difesa il 7 marzo. Non è un dato tecnico: è la misura dell’audience. Davanti a quei centotrenta rappresentanti dell’industria della difesa, il ministro ha tenuto un discorso rubricato come “riunione d’emergenza”, con la richiesta esplicita di agire “oltre i normali canoni commerciali”.

In un’economia di mercato, le aziende rispondono agli azionisti e firmano contratti con tempistiche definite. Chiedere loro di andare “oltre” significa subordinare la logica commerciale alla logica dell’urgenza statale. È di fatto la struttura di una mobilitazione industriale, decisa prima che il Parlamento sapesse.

La difesa e il contesto che la nota non dice

Nove giorni prima, mentre Usa e Israele lanciavano l’operazione Epic Fury contro l’Iran, il ministro si trovava a Dubai in vacanza. Ha dovuto rientrare su un aereo militare, e in Parlamento ha dichiarato: «Avrò sbagliato come ministro, chiedo scusa». La riunione d’emergenza del 7 marzo è insieme risposta operativa alla crisi e risposta comunicativa alla polemica.

C’è un dato che non compare nella nota: nessun Paese europeo era stato informato dell’attacco prima che gli aerei fossero in volo. Lo ha detto Crosetto davanti alle Commissioni parlamentari. Insomma, il conflitto era iniziato a nostra insaputa.

La richiesta di segnalare disponibilità nella “difesa aerea” trova spiegazione nelle scorte. L’Italia disponeva di cinque batterie Samp-T, sistema missilistico terra-aria e unico europeo capace di intercettare missili balistici. Una ceduta all’Ucraina, una in manutenzione, una in Estonia. Se ne dovesse inviare una quarta ai Paesi del Golfo ne resterebbe una sola per il territorio nazionale.

Superare la burocrazia, ovvero

Il passaggio più rilevante del comunicato non riguarda i sistemi d’arma. Riguarda le regole. Crosetto scrive che “è fondamentale ridurre al minimo gli impedimenti e le procedure burocratiche che sempre meno si sposano con esigenze che non possono aspettare e che incidono negativamente sull’efficienza e, in ultima analisi, sulla sicurezza stessa del Paese”. Lo scrive in una nota pubblica, davanti all’industria privata.

Le “procedure burocratiche” negli appalti della difesa includono verifica parlamentare, gare a evidenza pubblica, controlli della Corte dei Conti e dell’Autorità Nazionale Anticorruzione. Definirle “impedimenti” significa spostare il potere di decisione dai circuiti democratici al tavolo tra vertici militari e amministratori delegati. Così il Parlamento serve solo per ratificare dopo, svuotato della sua funzione.

Chi sedeva a quel tavolo il 7 marzo ha un curriculum specifico. Dal 2014 al 2022 Crosetto è stato presidente dell’Aiad, Federazione delle Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza di Confindustria. Nello stesso periodo era Senior Advisor di Leonardo, principale contraente pubblico della difesa. Nel 2020 era diventato presidente di Orizzonte Sistemi Navali, joint venture tra Fincantieri e Leonardo. Prima di giurare da ministro ha lasciato gli incarichi.

La retorica del comunicato trova applicazione nella riforma della Legge 185 del 1990, in discussione alla Camera nelle stesse settimane. Il disegno di legge, già approvato al Senato, cancella dalla Relazione annuale al Parlamento la tabella sulle “banche armate”: l’elenco degli istituti di credito coinvolti nell’export di armamenti, norma ottenuta dalla società civile negli anni Ottanta. Cancellarla mentre la spesa militare tocca i 33,9 miliardi certificati dall’Osservatorio Milex – massimo storico, più 45% nell’ultimo decennio – e mentre il Gcap (il programma di collaborazione internazionale che coinvolge Italia, Regno Unito e Giappone con l’ambizione condivisa di sviluppare un sistema aereo di nuova generazione entro il 2035) vede i costi triplicare da 6 a 18,6 miliardi, segue una logica: più soldi, meno tracce.

La riunione del 7 marzo segnala all’industria che i contratti arriveranno. Segnala all’opinione pubblica che il ministro è operativo. Quello che non dice è chi controlla, con quale procedura e a quale prezzo.

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Pete Hegseth, il segretario della guerra che bombarda l’Iran in nome di Dio

Cinque croci medievali tatuate sul petto, una spada con l’iscrizione latina Deus vult sull’avambraccio, e il podio del Pentagono come pulpito. Pete Hegseth, 45 anni, ex conduttore mattutino di Fox News, comanda oggi il più potente arsenale militare della storia. Il 4 marzo 2026, con cravatta e pochette rosso-bianco-blu, si è presentato ai giornalisti dichiarando: «Morte e distruzione dal cielo tutto il giorno. Li stiamo colpendo mentre sono a terra, ed è esattamente così che deve essere». Avrebbe dovuto essere una conferenza stampa e invece era il monologo di un presentatore che aveva trovato, finalmente, un copione all’altezza della sua retorica: bombardare l’Iran.

All’audizione di conferma al Senato erano emerse accuse di aver bevuto in servizio, denunce di aggressione sessuale, la gestione disastrosa di due no-profit di veterani, nessuna esperienza per il ruolo. Il Senato si è spaccato 50-50. Ha votato JD Vance.

Deus vult

La biografia di Hegseth non è una sequenza casuale. A Princeton ha diretto il Princeton Tory come palco per le culture war su femminismo e diritti LGBTQ. Poi la Guardia nazionale, Guantánamo, Iraq, Afghanistan. In un libro ha ammesso di aver ordinato ai soldati di ignorare le regole di ingaggio su quando fosse lecito uccidere. Nel 2016 ha lasciato il Concerned Veterans for America tra accuse di irregolarità. Nel 2018 sua madre Penelope gli ha scritto: «Sei un abusatore di donne. È la brutta verità».

Nel 2020, in American Crusade, ha scritto che bisogna «ringraziare un crociato» per la civiltà occidentale. Ha aderito alla sphere sovereignty, derivata dal ricostruzionismo cristiano, con le sue strutture familiari rigidamente patriarcali. Il pastore Doug Wilson, co-fondatore della sua denominazione, sostiene una visione teocratica. Wilson ha tenuto un servizio di preghiera al Pentagono su invito di Hegseth.

Janessa Goldbeck, veterana dei Marines e direttrice del Vet Voice Foundation, lo ha definito «una persona molto pericolosa»: dispone dell’arsenale americano e di un lasciapassare da Trump «per dispiegare la carneficina ovunque voglia». Robert P. Jones, presidente del Public Religion Research Institute di Washington, ha chiarito che l’orientamento di Hegseth non è episodico: «Non è solo una glorificazione della violenza. È una glorificazione della violenza in nome del Cristianesimo e della civiltà». La Military Religious Freedom Foundation ha ricevuto oltre 200 segnalazioni da militari su retoriche dei «tempi finali» biblici usate nei ranghi per giustificare la guerra.

La scuola di Minab

Il 28 febbraio 2026, primo giorno dell’Operazione Epic Fury in Iran, la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebehdi Minab è stata colpita durante le lezioni. Secondo i media iraniani le vittime sono tra 168 e 180, bambine dai 7 ai 12 anni. Cbs News ha geolocalizzato la scuola nell’area di un attacco su una base navale adiacente tramite immagini satellitari di Planet Labs. Investigatori militari Usa hanno riferito a Reuters di ritenere «probabile» la responsabilità americana, conclusione condivisa da New York Times, Cbc e Npr. L’Unesco ha denunciato «una grave violazione del diritto umanitario». Il Segretario Generale dell’ONU António Guterres ha condannato lo strike.

Il 4 marzo Hegseth ha risposto: «Stiamo indagando. Ovviamente non prendiamo mai di mira obiettivi civili». Trump, dall’Air Force One, ha addossato senza prove la responsabilità agli iraniani stessi. Brett Bruen, già direttore per il global engagement nell’amministrazione Obama, ha osservato che Hegseth è «inadatto al tipo di rassicurazione e strategia che americani e alleati devono sentire dal Pentagono». Chi ha costruito per anni un’estetica ipermascolina per compiacere Trump si ritrova a gestire una crisi che richiederebbe sfumatura e visione. Preferisce promettere: «Se pensate di aver visto qualcosa, aspettate». La guerra ha il suo volto. Non è solo quello di Trump.

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Tra Gaza e Iran, la notizia è il petrolio

L’otto marzo 2026, mentre le agenzie aggiornano il conteggio dei missili su Teheran e il prezzo del petrolio supera i cento dollari al barile, a Gaza City un drone israeliano uccide tre persone. Uno dei morti è un medico. Non era il bersaglio: stava passando vicino al luogo colpito, riferisce il direttore dell’ospedale all’Associated Press. Nello stesso giorno, un attacco israeliano vicino all’Università Al-Azhar uccide altre tre persone. Al campo profughi di Nuseirat un’altra incursione ferisce diversi civili, bambini compresi.

È la Giornata Internazionale della Donna. La redazione dell’AP, nel suo video outlook delle 04:00 GMT, elenca sei notizie di apertura: il nuovo leader supremo iraniano, i missili intercettati sull’Arabia Saudita, i fuochi nei depositi di Teheran, una protesta a New York in sostegno all’operazione USA-Israele, le inondazioni in Kenya. La sesta: «Le donne di Gaza dicono che stanno soffrendo e non vedono una fine».

Il Comando militare israeliano ha comunicato che nell’ultima settimana ha demolito due chilometri di tunnel nella Striscia e ucciso cinque operativi oltre la Yellow Line. Le operazioni non si sono interrotte durante l’escalation iraniana. Il cessate il fuoco di ottobre esiste ancora come categoria giuridica; secondo il ministero della salute di Gaza, i morti dalla tregua hanno superato seicento.

A Tunisi, gli attivisti della Sumud Flotilla trattenuti sono saliti a sei. L’ultimo è Ghassen al Hanchiri, fermato sabato dopo una marcia di solidarietà. La procura tunisina indaga per sospetti flussi finanziari nelle donazioni raccolte per la flottiglia. Gli attivisti respingono le accuse e sostengono di aver reso pubblici i dati.

Nel video outlook dell’AP, la notizia sulle donne di Gaza compare sesta, dopo il petrolio. Non è un errore redazionale.

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Rimpatri Ue, il Parlamento europeo vota la svolta trumpiana sulla migrazione

Il 27 gennaio 2017, tre giorni dopo la prima inaugurazione di Donald Trump, Manfred Weber, presidente del gruppo del Partito Popolare Europeo al Parlamento europeo, scrisse su Twitter una frase destinata a fare il giro del continente: «Noi non costruiamo muri, vogliamo costruire ponti». Era il tempo in cui l’Unione europea si presentava come argine alla barbarie, rifugio del diritto internazionale, custode di quella tradizione umanista che aveva reso la distinzione tra rifugiati e migranti – almeno nell’autonarrazione – qualcosa di diverso dall’America del muro col Messico.

Quel tempo è finito. Ieri sera la commissione Libertà civili del Parlamento europeo ha votato la propria posizione sul regolamento rimpatri proposto dalla Commissione von der Leyen un anno fa. Non è cambiato solo il voto: è cambiata la grammatica.

Il testo dei muri giuridici

Il testo che il Ppe ha portato al voto con l’appoggio dei gruppi sovranisti prevede centri di detenzione extraterritoriali – i return hubs – in paesi con cui il migrante non ha alcun legame, tempi di trattenimento prolungabili oltre i due anni anche per i minori, misure investigative che autorizzano la polizia a entrare nelle abitazioni private, nelle chiese e nei rifugi. Amnesty International li chiama «centri di deportazione off-shore». Picum, la piattaforma europea per i migranti privi di documenti, parla di un «libretto di istruzioni» copiato dall’Amministrazione Trump. Equinox Initiative for Racial Justice dice che la profilazione razziale «diventerà indiscriminata una volta adottata questa legge».

Weber non ha commentato. Ursula von der Leyen nemmeno. Nessuno dei due si è espresso sulla detenzione di turisti europei negli aeroporti americani, sulle deportazioni nelle carceri di El Salvador, sui raid dell’Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia federale americana per il controllo dell’immigrazione, nelle strade di città che si pensava fossero diverse.

Il silenzio non è imbarazzo. È convergenza.

L’Ue ha usato la crisi dei rifugiati siriani del 2015 come giustificazione perpetua. Undici anni dopo, quella data è ancora l’emergenza che legittima un apparato normativo costruito senza valutazione d’impatto e senza dibattito serio in plenaria. Nel frattempo, nei primi due mesi di quest’anno, almeno 650 persone sono morte nel Mediterraneo secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni.

La strategia di Meloni si fa strada

La “maggioranza Giorgia” – l’asse tra il Partito Popolare Europeo, i Conservatori di Ecr e l’estrema destra di Id – ha costruito il proprio spazio di potere esattamente su questo terreno. Il mandato negoziale sull’elenco dei Paesi sicuri approvato a dicembre portava la firma del relatore (Ciriani) di Fratelli d’Italia. Nicola Procaccini, copresidente del gruppo Ecr, ha dichiarato che in Europa si fa strada «la strategia italiana per contrastare l’immigrazione illegale». Il modello Albania – contestato dai tribunali italiani con ordinanze che il governo ha cercato di aggirare per via legislativa – è diventato il prototipo che l’intera architettura europea dei return hubs replica. Quello che in Italia sembrava uno scontro tra governo e magistratura, a Bruxelles è diventato legislazione ordinaria.

L’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione ha scritto che il nuovo quadro normativo «trasforma le procedure di asilo e rimpatrio in processi amministrativi rapidi e potenzialmente arbitrari». Il giurista Fulvio Vassallo Paleologo ha identificato previsioni in contrasto con il divieto di non-refoulement e con il divieto di espulsioni collettive sancito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Ogni giudice dell’Unione potrà rinviare alla Corte di Giustizia il quesito sulla conformità ai Trattati. Il sistema è costruito su una crepa giuridica che il tempo renderà visibile.

E allora conviene tornare a quel tweet del 2017. Weber voleva costruire ponti. Li ha costruiti: con l’estrema destra, per demolire il diritto d’asilo. L’Europa si è trumpizzata senza Trump, per sua scelta, in modo ordinato e procedurale.

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Buon 8 Marzo, Meloni. Ora rimetti a posto i danni

Domenica, Giorgia Meloni ha celebrato l’8 marzo. Ha trovato le parole giuste, quelle capaci di evocare conquiste e gratitudine, e le ha depositate con cura davanti alle telecamere. Poi si volta pagina.

Il 24 febbraio, la Camera ha soppresso la proposta di congedo parentale paritario: 137 voti favorevoli alla cancellazione, 117 contrari. Nessun rinvio, nessuna copertura cercata con serietà. La maggioranza ha fatto muro e ha liquidato ciò che avrebbe allineato l’Italia agli altri paesi europei: cinque mesi di congedo retribuito per i padri, al 100% della retribuzione, anche per i non sposati e le partite Iva. Una proposta delle opposizioni che non è mai stata nemmeno discussa. «A che serve una premier donna che non migliora le condizioni delle altre?», ha detto Elly Schlein. Meloni non ha replicato.

A novembre, il ddl Stupro – approvato all’unanimità con il concetto di consenso «libero e attuale» – è stato svuotato dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno: via il consenso, dentro il «dissenso espresso». Un ribaltamento che cancella ogni significato al testo. La presidente del Consiglio non ha più detto una parola.

Lo ha ricostruito Martina Castigliani sul Fatto Quotidiano: il femminicidio è ora reato ma senza fondi per la prevenzione, l’educazione sessuale è vietata alle primarie e subordinata al consenso genitoriale alle secondarie, il ddl Caregiver riconosce 10 euro al giorno a chi assiste un familiare per 13 ore, le consigliere di parità abolite proprio alla vigilia dell’8 marzo.

Ieri la premier ha festeggiato. Le parole c’erano, puntuali come ogni anno. I fatti stavano lì, incontestabili e già scritti.

Buon lunedì. 

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Giustizia, Meloni mistifica la riforma del Csm: il Parlamento mantiene il controllo sui membri laici

Giovedì scorso, ospite di RTL 102.5 per una delle sue interviste frontali, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rotto il silenzio sul referendum del 22 e 23 marzo. Ha detto che il governo «sta facendo una riforma che impedisce alla politica, di qualsiasi estrazione, di controllare la magistratura». Tre giorni prima, al Tg5, aveva già detto che la riforma «toglie la facoltà al Parlamento e ai partiti di indicare una parte del Consiglio superiore della magistratura» e «toglie la facoltà alle correnti ideologizzate di decidere sull’altra parte dei membri del Csm». Peccato che no, che le cose non stiano così.

L’ombra di Renzi e il calcolo del rischio

Meloni ha ripetuto più volte di non voler mettere la faccia sul referendum. Nel 2016, Matteo Renzi trasformò la consultazione sulla riforma del Senato in un plebiscito personale e il centrosinistra ne uscì a pezzi. Meloni sa che un voto su una riforma percepita come distante rischia di diventare un termometro del consenso. I sondaggi aggiornano il pericolo: secondo Ipsos per il Corriere della Sera, chi si dice sicuro di recarsi alle urne è appena il 37% degli aventi diritto. Con un’affluenza al 42%, il No sarebbe in vantaggio al 52,4%; il Sì raggiungerebbe la parità soltanto intorno al 49% di partecipazione, scenario che Nando Pagnoncelli giudica ottimistico. La fiducia degli italiani nei politici è al 12%, contro il 51% accordato alla magistratura, in crescita di 6 punti.

Eppure quando i sondaggi si fanno bui arriva la stoccata. In una trasmissione radio, la versione ufficiale della riforma viene consegnata con semplificazioni che non reggono all’esame del testo.

Cosa dice davvero la riforma sul Csm

Come ricostruisce Pagella Politica, il Consiglio superiore della magistratura conta 33 membri: tre di diritto, venti eletti dai magistrati, dieci – i “laici” – eletti dal Parlamento tra professori di materie giuridiche e avvocati con almeno quindici anni di esercizio. La riforma crea due Csm separati e introduce il sorteggio per entrambe le componenti. Per i togati è secco: estrazione casuale tra i magistrati con i requisiti. Per i laici è diverso: Camera e Senato compilano un elenco di professori e avvocati, poi la sorte decide chi tra loro entra nei due organi. Non è più la politica a nominare direttamente. Ma è ancora la politica a decidere chi può essere estratto. La distinzione non è sottile: è la sostanza del meccanismo che Meloni dichiara eliminato.

Il testo della riforma non stabilisce quale maggioranza serva per compilare quell’elenco. Le modalità saranno definite con legge ordinaria dopo l’approvazione referendaria. Il professor Gaetano Silvestri, ex giudice della Corte Costituzionale, ha avvertito che l’assenza di una maggioranza qualificata potrebbe favorire «una composizione squilibrata del gruppo dei designati, oggi in favore dell’attuale maggioranza politica, domani in favore dell’attuale opposizione». Maurizio Fumo, già presidente della quinta sezione penale della Corte di Cassazione, ha identificato il rischio che i laici «siano espressione prevalente, se non esclusiva, della maggioranza del momento». Anche l’Unione Camere Penali Italiane, favorevole al Sì, aveva chiesto garanzie costituzionali sui criteri di selezione. Il centrodestra ha approvato il testo senza modifiche.

La riforma riduce il peso delle correnti sulla componente togata e indebolisce il controllo diretto dei partiti sui laici. Non elimina però ciò che Meloni dice eliminato. La facoltà del Parlamento di filtrare l’accesso al sorteggio rimane intatta, senza vincoli di maggioranza e senza garanzie costituzionali. Meloni lo sa o dovrebbe saperlo.

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Abolizione dell’abuso d’ufficio, Palamara vuole tornare in magistratura. Grazie alla riforma Nordio

Luca Palamara vuole tornare in magistratura. Lo ha detto lui stesso il 3 marzo 2026, all’uscita dall’udienza davanti al giudice di Perugia Natalia Giubilei: «Per quanto mi riguarda, il punto di partenza resta uno e uno solo: arrivare a una definitiva chiarezza della mia vicenda giudiziaria in sede penale e potermi presentare davanti al CSM con un certificato penale illibato». Potrebbe riuscirci. E lo deve, paradossalmente, alla riforma del ministro Carlo Nordio.

L’istanza presentata dai suoi difensori, gli avvocati Benedetto Buratti e Roberto Rampioni, chiede la revoca del patteggiamento del settembre 2023 per traffico di influenze illecite. Il fondamento è l’abolitio criminis: il reato non esiste più, nella forma in cui era stato contestato a Palamara, dopo che le sentenze della Corte costituzionale hanno ridisegnato il perimetro del traffico di influenze in seguito all’abrogazione dell’abuso d’ufficio voluta da Nordio. La Procura di Perugia, guidata da Raffaele Cantone, ha espresso parere favorevole. Il giudice si è riservato di decidere.

Il meccanismo dell’abolitio

Non è un episodio isolato. Il 27 febbraio 2026 il giudice dell’udienza preliminare Giorgio Margheri aveva già dichiarato l’abolitio criminis per Leonardo Manfredi Ceglia, co-imputato di Palamara in uno dei filoni d’indagine a Perugia. La catena è diretta: la legge Nordio abroga l’abuso d’ufficio, la Corte costituzionale ne trae le conseguenze sul traffico di influenze, i patteggiamenti precedenti perdono fondamento. Il beneficiario più visibile è l’uomo che per anni era stato indicato come simbolo della degenerazione delle correnti nella magistratura italiana.

WikiMafia ha ricostruito il meccanismo in un post diventato virale – oltre ottomila interazioni in poche ore – con una sintesi che vale come referto tecnico: Palamara potrà tornare in toga «grazie all’abolizione dell’abuso d’ufficio e allo svuotamento del traffico di influenze voluti da Nordio». Non è una semplificazione polemica: è la descrizione di quanto sta accadendo nelle aule di Perugia, con il parere favorevole della Procura.

La toga e il tribunale delle nomine

Ma non c’è solo Palamara. Il 4 marzo 2026 il CSM ha approvato la delibera che autorizza il rientro in toga di Cosimo Ferri: ex deputato di Italia Viva, sottosegretario alla Giustizia in tre governi, protagonista della riunione all’Hotel Champagne del 9 maggio 2019 che aveva portato alla radiazione di Palamara. Il Csm ha votato con quattordici astensioni e un solo voto contrario, definendo la delibera un atto dovuto, imposto dalla sentenza del Consiglio di Stato che aveva ribaltato il divieto derivante dalla riforma Cartabia.

Ferri torna giudice al Tribunale di Roma: proprio la sede del cui procuratore si discuteva quella notte, nella riunione registrata da un trojan e diventata simbolo del mercato delle nomine. Anche la salvezza disciplinare di Ferri ha una responsabilità politica precisa: la Camera aveva negato per due volte alla Sezione disciplinare del CSM l’uso delle intercettazioni sul telefono di Palamara, rendendo inapplicabile la sanzione più grave.

Intanto, i fautori della riforma Nordio chiedono agli italiani di votare sì al referendum del 2026 per restituire credibilità alla magistratura. WikiMafia ha chiuso il suo post con una domanda senza risposta: «Ma alla politica chi la ridà?». È la domanda giusta. La credibilità non si ricostruisce con un voto referendario mentre le stesse norme che il referendum vuole consacrare riaprono le porte a chi quelle porte le aveva sfondate, in una notte d’albergo che la politica ha poi deciso di non voler sentire.

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Tre casi boomerang per il Sì

«Chi è che ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e sull’efficienza della giustizia Solo un ignorante può pensare una cosa del genere.» A dirlo non è un avversario della riforma, ma la senatrice Giulia Bongiorno, tra i suoi più convinti sostenitori. Prima ancora, a marzo 2025, era stato lo stesso Carlo Nordio a togliere ogni ambiguità: «Questa riforma non c’entra niente con l’efficienza della giustizia». Il 4 marzo 2026, a diciotto giorni dal voto, Nordio ha corretto il tiro davanti alle telecamere dell’Ansa: «Con la riforma i processi saranno velocizzati». Tre settimane, due versioni opposte. Il tempo di accorgersi che il referendum si poteva perdere.

Eppure quella stessa campagna ha costruito la sua architettura emotiva sulle storie degli innocenti condannati. Sui profili social del comitato «Sì riforma» compare Beniamino Zuncheddu, quasi 33 anni in carcere da innocente, con un appello semplice: «Mi hanno rubato la vita. Perciò votate tutti sì». Vale la pena verificare cosa dicono davvero i casi che il fronte del Sì ha scelto come bandiera.

Enzo Tortora fu arrestato il 17 giugno 1983 su richiesta dei procuratori Cedrangolo e Marmo, sulla base delle dichiarazioni di pentiti della Nuova Camorra Organizzata poi rivelatisi inattendibili. Il giudice istruttore Giorgio Fontana – che avallò i mandati d’arresto e il rinvio a giudizio – era un giudice, non un ex pubblico ministero: la separazione funzionale tra accusa e giudicante c’era già. L’errore fu il credito acritico accordato ai collaboratori di giustizia, un meccanismo che nessuna disposizione della riforma tocca.

Giuseppe Gulotta trascorse 22 anni in carcere per una confessione estorta con la tortura nel 1976 ad Alcamo Marina. Separare le carriere non avrebbe fermato i carabinieri che picchiavano un diciottenne per fargli firmare una dichiarazione falsa. Beniamino Zuncheddu rimase quasi 33 anni dietro le sbarre perché il poliziotto che indagava mostrò la sua fotografia al testimone prima del riconoscimento formale. La riforma non introduce alcuna nuova procedura sui riconoscimenti né modifica le regole sull’attendibilità della prova testimoniale.

Tre cause diverse per tre ingiustizie diverse. Nessuno dei meccanismi che le hanno prodotte è toccato dalla riforma: le norme sui collaboratori di giustizia, le tutele nella fase investigativa, le procedure sul riconoscimento del testimone. Il parere del Csm ha definito la riforma inutile «sul piano del miglioramento della qualità della giurisdizione». Nordio lo sapeva bene. Fino a diciotto giorni fa.

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Rharrit lo aveva previsto, bombe da Gaza all’Iran

Hala Rharrit si era dimessa dal Dipartimento di Stato nell’aprile del 2024, in protesta. Aveva messo per iscritto che il genocidio a Gaza avrebbe prodotto una guerra regionale con l’Iran se Washington non avesse contenuto Israele. Nessuno l’aveva ascoltata. Il 28 febbraio 2026, Israele e gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran. Khamenei è morto. La regione brucia.

Il 5 marzo, il ministro delle Finanze israeliano Bezalel Smotrich si è recato al confine nord con il Libano e ha pubblicato un video. «Dahiyeh sembrerà presto Khan Younis», ha detto, dopo che l’esercito aveva ordinato l’evacuazione immediata dei sobborghi meridionali di Beirut. Khan Younis: città del sud di Gaza dove l’Agenzia Anadolu documenta oltre 72.000 morti, 172.000 feriti, il 90% delle infrastrutture civili distrutte. Smotrich non ha citato Khan Younis come esempio di tragedia. L’ha usata come unità di misura. Come parametro di produzione bellica.

Human Rights Watch ha dichiarato il 5 marzo che l’ordine di evacuazione sui sobborghi di Beirut «solleva gravi rischi di violazioni del diritto internazionale umanitario». La stessa formulazione usata per Gaza. Le stesse organizzazioni. Lo stesso protocollo che in due anni non ha fermato niente.

A Gaza, intanto, padre Ibrahim Faltas ha detto all’ANSA il 6 marzo: «Gaza è dimenticata». I valichi restano chiusi. L’ONU è riuscita a far entrare 570.000 litri di diesel da Kerem Shalom, ha dichiarato il portavoce Dujarric, ma Rafah rimane sbarrato. Nei mercati di Deir el-Balah, i civili non fanno più scorte. Sono stanchi di sperare in un confine che si apre e si chiude secondo le esigenze militari altrui.

Il genocidio a Gaza non era un episodio isolato: era la prima pagina di un manuale. Smotrich lo ha citato in pubblico come modello. Rharrit lo aveva scritto due anni fa. Non la cercò nessuno.

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Antimafia, il ddl per mettere Scarpinato e de Raho alla porta: è un caso l’endorsement (smentito) da Nordio

Il 4 marzo Il Fatto Quotidiano rivela che Carlo Nordio, ministro della Giustizia, ha espresso in una risposta scritta all’interrogazione del senatore forzista Maurizio Gasparri il proprio sostegno formale al Disegno di Legge S. 1277. La norma, promossa dalla maggioranza di centrodestra, imporrebbe l’obbligo di astensione ai componenti della Commissione Antimafia che abbiano ricoperto incarichi istituzionali precedenti ritenuti in conflitto con le indagini in corso. I destinatari reali non sono un segreto: il senatore Roberto Scarpinato, ex Procuratore Generale di Palermo e Caltanissetta, e il deputato Federico Cafiero de Raho, ex Procuratore Nazionale Antimafia. Entrambi del Movimento 5 Stelle. Entrambi sotto scorta da decenni.

Nelle argomentazioni scritte, il Guardasigilli sostiene che la norma “colma la mancanza di una regolamentazione organica” e che l’obbligo di astensione garantisce “terzietà e indipendenza” della Commissione, anche rispetto a chi abbia una conoscenza pregressa dei fatti indagati. La traduzione istituzionale è semplice: chi ha combattuto la mafia sapendone troppe cose non può indagare sulla mafia. La competenza come causa di incompatibilità.

Commissione Antimafia: il copione della smentita

Poche ore dopo la pubblicazione, Nordio nega. «Non mi sono mai espresso sull’Antimafia», dichiara ai giornalisti, definendo la notizia «una delle tante fake news». Il testo della sua risposta esiste, è depositato in Senato ed è leggibile da chiunque. I capigruppo M5S al Senato e alla Camera, Luca Pirondini e Riccardo Ricciardi, commentano: «O Nordio non conosce gli atti che firma, oppure pensa di trattare come stupidi i parlamentari».

Il DDL 1277 era stato depositato nell’ottobre 2024 e aveva superato l’esame in sede referente ma a ottobre 2025 era stato accantonato dopo che il Quirinale aveva fatto pervenire riserve sulla compatibilità con l’articolo 67 della Costituzione, che tutela la libertà del mandato parlamentare, contestando anche la genericità della definizione di conflitto di interessi. Un ministro che risponde a un’interrogazione del proprio schieramento per rilanciare quella norma esercita una pressione sul Parlamento che la Presidenza della Repubblica aveva già cercato di fermare.

Una coerenza che fa paura

Sarebbe però un errore leggere questa vicenda come una scivolata. L’endorsement di Nordio al DDL 1277 non è un’anomalia: è la coerenza di una visione. Lo stesso governo/maggioranza che ha abolito il reato di abuso d’ufficio, sottraendo uno strumento di tutela ai cittadini, ha poi ridotto il perimetro delle intercettazioni, senza cui decine di processi antimafia non avrebbero mai preso forma. E porta al referendum del 22 e 23 marzo una riforma costruita per indebolire l’autonomia delle procure rispetto alla politica. Ogni tassello punta nella stessa direzione: ridurre la capacità dello Stato di disturbare chi conta.

Il paradosso lo porta chi ha innescato la mossa. Gasparri, che ha interrogato Nordio per forzarne la posizione pubblica, è lo stesso parlamentare che per due anni ha omesso di dichiarare la presidenza di Cyberealm, società di cybersicurezza con legami negli apparati di intelligence israeliani, mentre sedeva in Commissione Difesa. Si è dimesso solo quando La Notizia ne ha dato conto e la trasmissione Report ha documentato quei rapporti. Che sia lui il promotore di una legge sulla “terzietà” dei commissari antimafia è il tipo di ironia che la politica italiana genera senza fatica.

Il 22 e 23 marzo si vota al referendum sulla riforma della giustizia. Affidare quella riforma a chi ha appena costruito una norma per estromettere per legge i magistrati più scomodi della Repubblica è una scelta. Almeno che sia consapevole.

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