Vai al contenuto

Epstein Files, la guardia Tova Noel e i versamenti sospetti: cosa dicono le nuove carte del Dipartimento di Giustizia

Dodici versamenti in contanti, una ricerca su Google, una biancheria trasportata di notte in un corridoio sorvegliato. Non è un romanzo. Sono le anomalie documentate dall’FBI attorno a Tova Noel, l’agente penitenziaria che per ultima vide Jeffrey Epstein in vita il 9 agosto 2019 al Metropolitan Correctional Center di New York, ricostruite dal Telegraph in un’inchiesta pubblicata l’8 marzo 2026 sulla base dei documenti del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, DoJ.

Il DoJ ha rilasciato il 5 e il 6 marzo nuovi atti nell’ambito dell’Epstein Files Transparency Act, la legge firmata da Donald Trump il 19 novembre 2025 che obbliga alla pubblicazione di tutti gli atti non classificati relativi al finanziere condannato per traffico sessuale di minori. Il Telegraph li ha analizzati mettendo insieme pezzi rimasti separati per anni.

Epstein fu trovato impiccato alle 6:30 del 10 agosto 2019. La morte fu classificata come suicidio. Noel e il collega Michael Thomas furono licenziati e accusati di aver falsificato i registri: le telecamere avevano mostrato che i due non avevano controllato Epstein per otto ore, nonostante la cella fosse a quattro metri e mezzo dalla loro postazione. Le accuse penali furono poi archiviate. Nessun processo.

I conti che la banca ha segnalato

Secondo quanto ricostruito dal Telegraph, nel novembre 2019 Chase Bank trasmise all’FBI un rapporto di attività sospetta sul conto di Noel. I documenti DoJ mostrano dodici versamenti in contanti ad ATM iniziati nell’ottobre 2018, per almeno 11.880 dollari totali. Il più consistente, 5.000 dollari, fu depositato il 30 luglio 2019, dieci giorni prima della morte del detenuto. Noel aveva cominciato a lavorare nell’Unità di Isolamento dove Epstein era ristretto il 7 luglio 2019. A Noel non fu mai chiesto conto di questi versamenti durante le sue audizioni giurate.

Lo stesso mattino del decesso, i registri forensi dell’FBI mostrano che Noel cercò “latest on Epstein in jail” alle 5:42 e di nuovo alle 5:52. Meno di quaranta minuti dopo, alle 6:30, fu Thomas a trovare il corpo. Era l’unica ricerca evidenziata nell’esame forense di 66 pagine sui computer dell’ufficio. Nella deposizione giurata al DoJ nel 2021, Noel dichiarò: «Non ricordo di averla fatta», aggiungendo che un articolo avrebbe potuto apparire automaticamente nel browser. Quando le fu mostrato il registro, insistette che fosse inaccurato.

La figura arancione nel corridoio

Il Telegraph segnala che un briefing interno dell’FBI identifica per la prima volta con un nome la figura ripresa dalla videosorveglianza alle 22:40 del 9 agosto, mentre trasportava qualcosa verso il corridoio della cella di Epstein. «Un agente penitenziario, ritenuto essere Tova Noel, trasportò biancheria o indumenti verso il livello L», si legge nel documento. Fu l’ultima volta in cui qualunque agente si avvicinò a quell’ingresso. Epstein fu trovato impiccato con strisce di tessuto arancione. Nella sua deposizione, Noel aveva dichiarato: «Non ho mai distribuito biancheria, mai». Non sapeva nemmeno, disse, come mai Epstein avesse della biancheria in più nella cella.

Il referto ufficiale non è mai stato modificato. La classificazione come suicidio regge, formalmente. Quello che i file costruiscono è altro: una guardia che nega la ricerca Internet malgrado i log, che nega la biancheria malgrado le riprese, che riceve contanti nel periodo in cui viene assegnata alla cella del detenuto più famoso d’America, e non viene mai interrogata su questo in sede giurata. Lo Stato ha archiviato le accuse senza processo e ora pubblica documenti che quella stessa archiviazione non giustifica.

Il rilascio dei file non è un gesto di apertura: è il risultato di una legge approvata con 427 voti contro uno alla Camera dei Rappresentanti, con una maggioranza bipartisan che misura quanto profonda sia diventata la sfiducia nell’apparato. La trasparenza imposta per legge non è la stessa cosa della trasparenza scelta. La differenza, qui, si conta in anni di domande rimaste senza risposta.

L’articolo Epstein Files, la guardia Tova Noel e i versamenti sospetti: cosa dicono le nuove carte del Dipartimento di Giustizia sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Lectio magistralis e governo distratto

Un cerimonia accademica può essere un atto politico. Ieri a Firenze, nel Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, il presidente Sergio Mattarella ha ritirato una laurea honoris causa dalla Scuola di scienze politiche Cesare Alfieri e ne ha approfittato per ricordare che Alexis de Tocqueville aveva già immaginato questo preciso momento storico: un futuro «oscillante fra la libertà democratica e la tirannide cesarista». Non lasciamo che accada, ha detto. Parole calibrate ma non ermetiche. Basta scavare solo un po’. 

Il governo che siede a Palazzo Chigi ha garantito intanto immunità a Benjamin Netanyahu, ricercato dalla Corte penale internazionale, la CPI, per crimini di guerra e contro l’umanità. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiuso la questione con una formula: «Le immunità vanno rispettate». Il diritto internazionale, evidentemente, come dice Tajani “vale fino a un certo punto”, quello oltre il quale scomoda alleanze che conviene non disturbare.

E poi c’è il Board of Peace, l’organismo creato da Donald Trump per gestire il futuro di Gaza fuori dall’Onu. L’Italia ci va, ha annunciato Meloni, ma «solo come osservatori», formula che peraltro lo statuto del Board non prevede nemmeno. Un’adesione sostanziale protetta da un velo di prudenza costituzionale. Sedersi al tavolo di chi smantella il multilateralismo, in qualunque veste, è una scelta che produce effetti.

Mattarella ha citato ieri la «pretesa di agire al di fuori delle regole degli Stati e di organismi sovranazionali, erodendo la sovranità dei primi e il crescente ruolo positivo dei secondi». Parole pronunciate all’università, con il governo che nel frattempo le smentisce in tempo reale.

Buon mercoledì. 

 

Foto WKP

L’articolo proviene da Left.it qui

Il confine della morte sulla linea gialla

A dicembre 2025, il generale Eyal Zamir, Capo di Stato Maggiore delle Forze di Difesa Israeliane, ha visitato Gaza e definito la Linea Gialla «una nuova linea di confine». Il testo del cessate-il-fuoco del 10 ottobre, siglato da Qatar, Egitto, Turchia e Stati Uniti, usa la parola «temporanea». La parola «confine» non compare.

Secondo immagini satellitari analizzate da AP e Christian Science Monitor, i blocchi di cemento giallo vengono spostati di notte, talvolta centinaia di metri oltre le mappe firmate, senza preavviso. A dicembre Haaretz aveva già documentato il riposizionamento verso ovest. Al Jazeera e UNRWA stimano che Israele controlli il 53-58 per cento della Striscia, incluso l’unico valico con l’Egitto. Due milioni di persone occupano il perimetro «sicuro», che si restringe settimana dopo settimana.

Da ottobre 2025, AP documenta almeno 80 palestinesi uccisi nei pressi della Linea Gialla, tutti definiti dal portavoce IDF «terroristi che si erano avvicinati alle forze». L’ufficio ONU per il coordinamento umanitario certifica che in molte zone la linea non è segnata fisicamente: nessun cartello, nessun avviso. I residenti la navigano a memoria, per suono. Chi era a cinquanta metri dal limite ieri si trova già nella zona di fuoco libero oggi.

Il 9 marzo 2026, un raid israeliano ha colpito l’area dell’Università Al-Azhar, nella Gaza City occidentale, in zona formalmente palestinese. Tre uomini sono morti. I funerali si sono svolti all’ospedale Al-Shifa. Era il giorno in cui ogni dispaccio inseguiva missili su Tehran.

Il cessate-il-fuoco non è mai stato sospeso né concluso. Funziona come cornice che certifica la pace mentre produce lo spostamento di un confine che nessun accordo ha autorizzato. Zamir lo chiama confine. Il testo firmato lo chiama ancora temporaneo.

L’articolo Il confine della morte sulla linea gialla sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Almeno Bartolozzi lo dice

Il 7 marzo, su un’emittente siciliana, Giusi Bartolozzi – capo di gabinetto di Nordio, indagata con lui per la vicenda Almasri – ha detto a voce alta quello che il governo ha sempre lasciato intendere tra le righe: «Votate sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione». Ha aggiunto di avere un’inchiesta in corso e di essere pronta a lasciare il Paese se il referendum non passa.

La macchina delle smentite si è messa in moto: del resto va così ogni volta che qualcuno in questa maggioranza si lascia andare e dice ciò che la narrazione ufficiale si sforza di nascondere.

Di precedenti ce ne sono. Il 30 gennaio 2025, nel pieno della bufera Almasri, Meloni aveva elencato la magistratura tra i soggetti tenuti a realizzare il «disegno» del governo, accanto alle forze dell’ordine: una concezione della giustizia come braccio esecutivo dell’esecutivo, non come potere indipendente. Nordio aveva già ammesso in Parlamento a marzo 2025 che la riforma «non influisce sull’efficienza della giustizia» – confessando che l’obiettivo è altrove: certamente lontano dalla tutela dei cittadini.

Va letta nel suo contesto, quella frase: una funzionaria indagata, in servizio attivo, che fa campagna referendaria per una riforma costruita nel ministero di cui è braccio destro. In qualunque democrazia ordinata, quella scena non sarebbe possibile.

Allora la domanda va rivolta anche a chi, in buona fede, ritiene utile la separazione delle carriere: è possibile affidare una riforma costituzionale così delicata a chi la usa come strumento di rivalsa Chi risponde di sì dovrebbe spiegare come si separa una riforma da chi la porta avanti. In questo caso, non si può.

Buon martedì. 

L’articolo proviene da Left.it qui

Difesa, la riunione d’emergenza convocata da Crosetto pone una domanda: chi vigila sui contratti miliardari con l’industria militare?

“Circa 130 persone” è il numero che Guido Crosetto ha scelto di inserire in un comunicato stampa apparso sulla pagina del Ministero della Difesa il 7 marzo. Non è un dato tecnico: è la misura dell’audience. Davanti a quei centotrenta rappresentanti dell’industria della difesa, il ministro ha tenuto un discorso rubricato come “riunione d’emergenza”, con la richiesta esplicita di agire “oltre i normali canoni commerciali”.

In un’economia di mercato, le aziende rispondono agli azionisti e firmano contratti con tempistiche definite. Chiedere loro di andare “oltre” significa subordinare la logica commerciale alla logica dell’urgenza statale. È di fatto la struttura di una mobilitazione industriale, decisa prima che il Parlamento sapesse.

La difesa e il contesto che la nota non dice

Nove giorni prima, mentre Usa e Israele lanciavano l’operazione Epic Fury contro l’Iran, il ministro si trovava a Dubai in vacanza. Ha dovuto rientrare su un aereo militare, e in Parlamento ha dichiarato: «Avrò sbagliato come ministro, chiedo scusa». La riunione d’emergenza del 7 marzo è insieme risposta operativa alla crisi e risposta comunicativa alla polemica.

C’è un dato che non compare nella nota: nessun Paese europeo era stato informato dell’attacco prima che gli aerei fossero in volo. Lo ha detto Crosetto davanti alle Commissioni parlamentari. Insomma, il conflitto era iniziato a nostra insaputa.

La richiesta di segnalare disponibilità nella “difesa aerea” trova spiegazione nelle scorte. L’Italia disponeva di cinque batterie Samp-T, sistema missilistico terra-aria e unico europeo capace di intercettare missili balistici. Una ceduta all’Ucraina, una in manutenzione, una in Estonia. Se ne dovesse inviare una quarta ai Paesi del Golfo ne resterebbe una sola per il territorio nazionale.

Superare la burocrazia, ovvero

Il passaggio più rilevante del comunicato non riguarda i sistemi d’arma. Riguarda le regole. Crosetto scrive che “è fondamentale ridurre al minimo gli impedimenti e le procedure burocratiche che sempre meno si sposano con esigenze che non possono aspettare e che incidono negativamente sull’efficienza e, in ultima analisi, sulla sicurezza stessa del Paese”. Lo scrive in una nota pubblica, davanti all’industria privata.

Le “procedure burocratiche” negli appalti della difesa includono verifica parlamentare, gare a evidenza pubblica, controlli della Corte dei Conti e dell’Autorità Nazionale Anticorruzione. Definirle “impedimenti” significa spostare il potere di decisione dai circuiti democratici al tavolo tra vertici militari e amministratori delegati. Così il Parlamento serve solo per ratificare dopo, svuotato della sua funzione.

Chi sedeva a quel tavolo il 7 marzo ha un curriculum specifico. Dal 2014 al 2022 Crosetto è stato presidente dell’Aiad, Federazione delle Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza di Confindustria. Nello stesso periodo era Senior Advisor di Leonardo, principale contraente pubblico della difesa. Nel 2020 era diventato presidente di Orizzonte Sistemi Navali, joint venture tra Fincantieri e Leonardo. Prima di giurare da ministro ha lasciato gli incarichi.

La retorica del comunicato trova applicazione nella riforma della Legge 185 del 1990, in discussione alla Camera nelle stesse settimane. Il disegno di legge, già approvato al Senato, cancella dalla Relazione annuale al Parlamento la tabella sulle “banche armate”: l’elenco degli istituti di credito coinvolti nell’export di armamenti, norma ottenuta dalla società civile negli anni Ottanta. Cancellarla mentre la spesa militare tocca i 33,9 miliardi certificati dall’Osservatorio Milex – massimo storico, più 45% nell’ultimo decennio – e mentre il Gcap (il programma di collaborazione internazionale che coinvolge Italia, Regno Unito e Giappone con l’ambizione condivisa di sviluppare un sistema aereo di nuova generazione entro il 2035) vede i costi triplicare da 6 a 18,6 miliardi, segue una logica: più soldi, meno tracce.

La riunione del 7 marzo segnala all’industria che i contratti arriveranno. Segnala all’opinione pubblica che il ministro è operativo. Quello che non dice è chi controlla, con quale procedura e a quale prezzo.

L’articolo Difesa, la riunione d’emergenza convocata da Crosetto pone una domanda: chi vigila sui contratti miliardari con l’industria militare? sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Pete Hegseth, il segretario della guerra che bombarda l’Iran in nome di Dio

Cinque croci medievali tatuate sul petto, una spada con l’iscrizione latina Deus vult sull’avambraccio, e il podio del Pentagono come pulpito. Pete Hegseth, 45 anni, ex conduttore mattutino di Fox News, comanda oggi il più potente arsenale militare della storia. Il 4 marzo 2026, con cravatta e pochette rosso-bianco-blu, si è presentato ai giornalisti dichiarando: «Morte e distruzione dal cielo tutto il giorno. Li stiamo colpendo mentre sono a terra, ed è esattamente così che deve essere». Avrebbe dovuto essere una conferenza stampa e invece era il monologo di un presentatore che aveva trovato, finalmente, un copione all’altezza della sua retorica: bombardare l’Iran.

All’audizione di conferma al Senato erano emerse accuse di aver bevuto in servizio, denunce di aggressione sessuale, la gestione disastrosa di due no-profit di veterani, nessuna esperienza per il ruolo. Il Senato si è spaccato 50-50. Ha votato JD Vance.

Deus vult

La biografia di Hegseth non è una sequenza casuale. A Princeton ha diretto il Princeton Tory come palco per le culture war su femminismo e diritti LGBTQ. Poi la Guardia nazionale, Guantánamo, Iraq, Afghanistan. In un libro ha ammesso di aver ordinato ai soldati di ignorare le regole di ingaggio su quando fosse lecito uccidere. Nel 2016 ha lasciato il Concerned Veterans for America tra accuse di irregolarità. Nel 2018 sua madre Penelope gli ha scritto: «Sei un abusatore di donne. È la brutta verità».

Nel 2020, in American Crusade, ha scritto che bisogna «ringraziare un crociato» per la civiltà occidentale. Ha aderito alla sphere sovereignty, derivata dal ricostruzionismo cristiano, con le sue strutture familiari rigidamente patriarcali. Il pastore Doug Wilson, co-fondatore della sua denominazione, sostiene una visione teocratica. Wilson ha tenuto un servizio di preghiera al Pentagono su invito di Hegseth.

Janessa Goldbeck, veterana dei Marines e direttrice del Vet Voice Foundation, lo ha definito «una persona molto pericolosa»: dispone dell’arsenale americano e di un lasciapassare da Trump «per dispiegare la carneficina ovunque voglia». Robert P. Jones, presidente del Public Religion Research Institute di Washington, ha chiarito che l’orientamento di Hegseth non è episodico: «Non è solo una glorificazione della violenza. È una glorificazione della violenza in nome del Cristianesimo e della civiltà». La Military Religious Freedom Foundation ha ricevuto oltre 200 segnalazioni da militari su retoriche dei «tempi finali» biblici usate nei ranghi per giustificare la guerra.

La scuola di Minab

Il 28 febbraio 2026, primo giorno dell’Operazione Epic Fury in Iran, la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebehdi Minab è stata colpita durante le lezioni. Secondo i media iraniani le vittime sono tra 168 e 180, bambine dai 7 ai 12 anni. Cbs News ha geolocalizzato la scuola nell’area di un attacco su una base navale adiacente tramite immagini satellitari di Planet Labs. Investigatori militari Usa hanno riferito a Reuters di ritenere «probabile» la responsabilità americana, conclusione condivisa da New York Times, Cbc e Npr. L’Unesco ha denunciato «una grave violazione del diritto umanitario». Il Segretario Generale dell’ONU António Guterres ha condannato lo strike.

Il 4 marzo Hegseth ha risposto: «Stiamo indagando. Ovviamente non prendiamo mai di mira obiettivi civili». Trump, dall’Air Force One, ha addossato senza prove la responsabilità agli iraniani stessi. Brett Bruen, già direttore per il global engagement nell’amministrazione Obama, ha osservato che Hegseth è «inadatto al tipo di rassicurazione e strategia che americani e alleati devono sentire dal Pentagono». Chi ha costruito per anni un’estetica ipermascolina per compiacere Trump si ritrova a gestire una crisi che richiederebbe sfumatura e visione. Preferisce promettere: «Se pensate di aver visto qualcosa, aspettate». La guerra ha il suo volto. Non è solo quello di Trump.

L’articolo Pete Hegseth, il segretario della guerra che bombarda l’Iran in nome di Dio sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Tra Gaza e Iran, la notizia è il petrolio

L’otto marzo 2026, mentre le agenzie aggiornano il conteggio dei missili su Teheran e il prezzo del petrolio supera i cento dollari al barile, a Gaza City un drone israeliano uccide tre persone. Uno dei morti è un medico. Non era il bersaglio: stava passando vicino al luogo colpito, riferisce il direttore dell’ospedale all’Associated Press. Nello stesso giorno, un attacco israeliano vicino all’Università Al-Azhar uccide altre tre persone. Al campo profughi di Nuseirat un’altra incursione ferisce diversi civili, bambini compresi.

È la Giornata Internazionale della Donna. La redazione dell’AP, nel suo video outlook delle 04:00 GMT, elenca sei notizie di apertura: il nuovo leader supremo iraniano, i missili intercettati sull’Arabia Saudita, i fuochi nei depositi di Teheran, una protesta a New York in sostegno all’operazione USA-Israele, le inondazioni in Kenya. La sesta: «Le donne di Gaza dicono che stanno soffrendo e non vedono una fine».

Il Comando militare israeliano ha comunicato che nell’ultima settimana ha demolito due chilometri di tunnel nella Striscia e ucciso cinque operativi oltre la Yellow Line. Le operazioni non si sono interrotte durante l’escalation iraniana. Il cessate il fuoco di ottobre esiste ancora come categoria giuridica; secondo il ministero della salute di Gaza, i morti dalla tregua hanno superato seicento.

A Tunisi, gli attivisti della Sumud Flotilla trattenuti sono saliti a sei. L’ultimo è Ghassen al Hanchiri, fermato sabato dopo una marcia di solidarietà. La procura tunisina indaga per sospetti flussi finanziari nelle donazioni raccolte per la flottiglia. Gli attivisti respingono le accuse e sostengono di aver reso pubblici i dati.

Nel video outlook dell’AP, la notizia sulle donne di Gaza compare sesta, dopo il petrolio. Non è un errore redazionale.

L’articolo Tra Gaza e Iran, la notizia è il petrolio sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Rimpatri Ue, il Parlamento europeo vota la svolta trumpiana sulla migrazione

Il 27 gennaio 2017, tre giorni dopo la prima inaugurazione di Donald Trump, Manfred Weber, presidente del gruppo del Partito Popolare Europeo al Parlamento europeo, scrisse su Twitter una frase destinata a fare il giro del continente: «Noi non costruiamo muri, vogliamo costruire ponti». Era il tempo in cui l’Unione europea si presentava come argine alla barbarie, rifugio del diritto internazionale, custode di quella tradizione umanista che aveva reso la distinzione tra rifugiati e migranti – almeno nell’autonarrazione – qualcosa di diverso dall’America del muro col Messico.

Quel tempo è finito. Ieri sera la commissione Libertà civili del Parlamento europeo ha votato la propria posizione sul regolamento rimpatri proposto dalla Commissione von der Leyen un anno fa. Non è cambiato solo il voto: è cambiata la grammatica.

Il testo dei muri giuridici

Il testo che il Ppe ha portato al voto con l’appoggio dei gruppi sovranisti prevede centri di detenzione extraterritoriali – i return hubs – in paesi con cui il migrante non ha alcun legame, tempi di trattenimento prolungabili oltre i due anni anche per i minori, misure investigative che autorizzano la polizia a entrare nelle abitazioni private, nelle chiese e nei rifugi. Amnesty International li chiama «centri di deportazione off-shore». Picum, la piattaforma europea per i migranti privi di documenti, parla di un «libretto di istruzioni» copiato dall’Amministrazione Trump. Equinox Initiative for Racial Justice dice che la profilazione razziale «diventerà indiscriminata una volta adottata questa legge».

Weber non ha commentato. Ursula von der Leyen nemmeno. Nessuno dei due si è espresso sulla detenzione di turisti europei negli aeroporti americani, sulle deportazioni nelle carceri di El Salvador, sui raid dell’Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia federale americana per il controllo dell’immigrazione, nelle strade di città che si pensava fossero diverse.

Il silenzio non è imbarazzo. È convergenza.

L’Ue ha usato la crisi dei rifugiati siriani del 2015 come giustificazione perpetua. Undici anni dopo, quella data è ancora l’emergenza che legittima un apparato normativo costruito senza valutazione d’impatto e senza dibattito serio in plenaria. Nel frattempo, nei primi due mesi di quest’anno, almeno 650 persone sono morte nel Mediterraneo secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni.

La strategia di Meloni si fa strada

La “maggioranza Giorgia” – l’asse tra il Partito Popolare Europeo, i Conservatori di Ecr e l’estrema destra di Id – ha costruito il proprio spazio di potere esattamente su questo terreno. Il mandato negoziale sull’elenco dei Paesi sicuri approvato a dicembre portava la firma del relatore (Ciriani) di Fratelli d’Italia. Nicola Procaccini, copresidente del gruppo Ecr, ha dichiarato che in Europa si fa strada «la strategia italiana per contrastare l’immigrazione illegale». Il modello Albania – contestato dai tribunali italiani con ordinanze che il governo ha cercato di aggirare per via legislativa – è diventato il prototipo che l’intera architettura europea dei return hubs replica. Quello che in Italia sembrava uno scontro tra governo e magistratura, a Bruxelles è diventato legislazione ordinaria.

L’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione ha scritto che il nuovo quadro normativo «trasforma le procedure di asilo e rimpatrio in processi amministrativi rapidi e potenzialmente arbitrari». Il giurista Fulvio Vassallo Paleologo ha identificato previsioni in contrasto con il divieto di non-refoulement e con il divieto di espulsioni collettive sancito dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Ogni giudice dell’Unione potrà rinviare alla Corte di Giustizia il quesito sulla conformità ai Trattati. Il sistema è costruito su una crepa giuridica che il tempo renderà visibile.

E allora conviene tornare a quel tweet del 2017. Weber voleva costruire ponti. Li ha costruiti: con l’estrema destra, per demolire il diritto d’asilo. L’Europa si è trumpizzata senza Trump, per sua scelta, in modo ordinato e procedurale.

L’articolo Rimpatri Ue, il Parlamento europeo vota la svolta trumpiana sulla migrazione sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui

Buon 8 Marzo, Meloni. Ora rimetti a posto i danni

Domenica, Giorgia Meloni ha celebrato l’8 marzo. Ha trovato le parole giuste, quelle capaci di evocare conquiste e gratitudine, e le ha depositate con cura davanti alle telecamere. Poi si volta pagina.

Il 24 febbraio, la Camera ha soppresso la proposta di congedo parentale paritario: 137 voti favorevoli alla cancellazione, 117 contrari. Nessun rinvio, nessuna copertura cercata con serietà. La maggioranza ha fatto muro e ha liquidato ciò che avrebbe allineato l’Italia agli altri paesi europei: cinque mesi di congedo retribuito per i padri, al 100% della retribuzione, anche per i non sposati e le partite Iva. Una proposta delle opposizioni che non è mai stata nemmeno discussa. «A che serve una premier donna che non migliora le condizioni delle altre?», ha detto Elly Schlein. Meloni non ha replicato.

A novembre, il ddl Stupro – approvato all’unanimità con il concetto di consenso «libero e attuale» – è stato svuotato dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno: via il consenso, dentro il «dissenso espresso». Un ribaltamento che cancella ogni significato al testo. La presidente del Consiglio non ha più detto una parola.

Lo ha ricostruito Martina Castigliani sul Fatto Quotidiano: il femminicidio è ora reato ma senza fondi per la prevenzione, l’educazione sessuale è vietata alle primarie e subordinata al consenso genitoriale alle secondarie, il ddl Caregiver riconosce 10 euro al giorno a chi assiste un familiare per 13 ore, le consigliere di parità abolite proprio alla vigilia dell’8 marzo.

Ieri la premier ha festeggiato. Le parole c’erano, puntuali come ogni anno. I fatti stavano lì, incontestabili e già scritti.

Buon lunedì. 

L’articolo proviene da Left.it qui

Giustizia, Meloni mistifica la riforma del Csm: il Parlamento mantiene il controllo sui membri laici

Giovedì scorso, ospite di RTL 102.5 per una delle sue interviste frontali, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rotto il silenzio sul referendum del 22 e 23 marzo. Ha detto che il governo «sta facendo una riforma che impedisce alla politica, di qualsiasi estrazione, di controllare la magistratura». Tre giorni prima, al Tg5, aveva già detto che la riforma «toglie la facoltà al Parlamento e ai partiti di indicare una parte del Consiglio superiore della magistratura» e «toglie la facoltà alle correnti ideologizzate di decidere sull’altra parte dei membri del Csm». Peccato che no, che le cose non stiano così.

L’ombra di Renzi e il calcolo del rischio

Meloni ha ripetuto più volte di non voler mettere la faccia sul referendum. Nel 2016, Matteo Renzi trasformò la consultazione sulla riforma del Senato in un plebiscito personale e il centrosinistra ne uscì a pezzi. Meloni sa che un voto su una riforma percepita come distante rischia di diventare un termometro del consenso. I sondaggi aggiornano il pericolo: secondo Ipsos per il Corriere della Sera, chi si dice sicuro di recarsi alle urne è appena il 37% degli aventi diritto. Con un’affluenza al 42%, il No sarebbe in vantaggio al 52,4%; il Sì raggiungerebbe la parità soltanto intorno al 49% di partecipazione, scenario che Nando Pagnoncelli giudica ottimistico. La fiducia degli italiani nei politici è al 12%, contro il 51% accordato alla magistratura, in crescita di 6 punti.

Eppure quando i sondaggi si fanno bui arriva la stoccata. In una trasmissione radio, la versione ufficiale della riforma viene consegnata con semplificazioni che non reggono all’esame del testo.

Cosa dice davvero la riforma sul Csm

Come ricostruisce Pagella Politica, il Consiglio superiore della magistratura conta 33 membri: tre di diritto, venti eletti dai magistrati, dieci – i “laici” – eletti dal Parlamento tra professori di materie giuridiche e avvocati con almeno quindici anni di esercizio. La riforma crea due Csm separati e introduce il sorteggio per entrambe le componenti. Per i togati è secco: estrazione casuale tra i magistrati con i requisiti. Per i laici è diverso: Camera e Senato compilano un elenco di professori e avvocati, poi la sorte decide chi tra loro entra nei due organi. Non è più la politica a nominare direttamente. Ma è ancora la politica a decidere chi può essere estratto. La distinzione non è sottile: è la sostanza del meccanismo che Meloni dichiara eliminato.

Il testo della riforma non stabilisce quale maggioranza serva per compilare quell’elenco. Le modalità saranno definite con legge ordinaria dopo l’approvazione referendaria. Il professor Gaetano Silvestri, ex giudice della Corte Costituzionale, ha avvertito che l’assenza di una maggioranza qualificata potrebbe favorire «una composizione squilibrata del gruppo dei designati, oggi in favore dell’attuale maggioranza politica, domani in favore dell’attuale opposizione». Maurizio Fumo, già presidente della quinta sezione penale della Corte di Cassazione, ha identificato il rischio che i laici «siano espressione prevalente, se non esclusiva, della maggioranza del momento». Anche l’Unione Camere Penali Italiane, favorevole al Sì, aveva chiesto garanzie costituzionali sui criteri di selezione. Il centrodestra ha approvato il testo senza modifiche.

La riforma riduce il peso delle correnti sulla componente togata e indebolisce il controllo diretto dei partiti sui laici. Non elimina però ciò che Meloni dice eliminato. La facoltà del Parlamento di filtrare l’accesso al sorteggio rimane intatta, senza vincoli di maggioranza e senza garanzie costituzionali. Meloni lo sa o dovrebbe saperlo.

L’articolo Giustizia, Meloni mistifica la riforma del Csm: il Parlamento mantiene il controllo sui membri laici sembra essere il primo su LA NOTIZIA.

L’articolo proviene da lanotiziagiornale.it qui