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Alan Tripp e il successo a 102 anni: “Ritirati per qualcosa, non da qualcosa”

#leroedelgiorno


Alan Tripp ha pubblicato il suo primo album a 102 anni. È un successo. Finché riesci a coltivare un progetto, inseguire un sogno, coltivare un sorriso, continui a essere vivo. Esaudire un desiderio a 102 anni significa non avere mai rallentato la propria rincorsa. Forse davvero è la vitalità a tenerci in vita. Forse davvero dovremmo imporci il dovere di dettare noi i tempi e i modi, senza subirli, come avviene componendo una canzone.


https://www.fanpage.it/attualita/alan-tripp-e-il-successo-a-102-anni-ritirati-per-qualcosa-non-da-qualcosa/

Complici, altro che discontinui

L’Alto commissariato delle Nazioni Unite ieri ha annunciato che abbandonerà la struttura di raccolta e partenza (Gathering and departure facility – Gdf) a Tripoli, sotto il diretto controllo del governo perché, ha spiegato il capo della missione Jean-Paul Cavalieri, temono «che l’intera area possa diventare un obiettivo militare, mettendo ulteriormente in pericolo la vita dei rifugiati, dei richiedenti asilo e di altri civili» essendoci a pochi metri le esercitazioni dell’esercito.

In questi giorni qualche ministro continua a rassicurare in merito a un negoziato tra Italia e Libia che nei fatti non è mai iniziato. È quel ministro che si è tolto la cravatta qualche giorno fa rinunciando al ruolo di capo politico del Movimento 5 stelle e che vorrebbe essere discontinuo senza interferire con gli equilibri precedenti: un alambicco vuoto, insomma.

Il prossimo 2 febbraio il governo Conte bis perpetuerà il patto tra Italia e Libia che fu sottoscritto da Gentiloni (sì, da Gentiloni). Un patto vergognoso che gronda sangue e che ha aperto le porte di fatto al fetido cattivismo di questi ultimi anni. Un patto di cui si continua a non conoscere l’entità e economica e che in violazione alla nostra Costituzione (art. 80: «Le Camere autorizzano con legge la ratifica dei trattati internazionali che sono di natura politica, o prevedono arbitrati o regolamenti giudiziari, o importano variazioni del territorio od oneri alle finanze o modificazioni di leggi») non è passato dal Parlamento. Un accordo economico che nessuno riesce a controllare.

Si sa che più della metà dei migranti scappati dalla Libia sono stati riportati nell’inferno libico. Eppure il diritto internazionale dice che la Libia non è sicura. Eppure in Libia a causa della guerra ci sono 350.000 sfollati e centinaia di morti e di feriti.

Questi pensano di battere le destre vincendo le elezioni regionali in Emilia Romagna e poi facendo la destra al governo. Da mesi il PD ci propina i suoi messaggi via social di solidarietà ai profughi e di contrarietà ai patti con la Libia (come ai decreti Sicurezza) e si è dimenticato che è al governo. Da mesi ci parlano di discontinuità e non si vergognano nemmeno.

Ha ragione Emergency quando dice «L’Italia dice di aver fatto la sua parte, ma non è così. Non ha mantenuto la promessa di modificare il memorandum rendendo il nostro Paese complice – se non il committente – delle innumerevoli violazioni dei diritti umani perpetrate in Libia».

Anche le Sardine si lamentano (a proposito: perché non convocare le piazze anche su questo?)

E intanto tutto scorre, sangue incluso. Complici, altro che discontinui.

Buon venerdì.

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Il mio #buongiorno lo potete leggere dal lunedì al venerdì tutte le mattine su Left – l’articolo originale di questo post è qui e solo con qualche giorno di ritardo qui, nel mio blog.

Per loro è giusto solo se funziona

C’è una coda interessante alle ultime elezioni regionali che si sono volte in Emilia Romagna: dalle parti della Lega continuano a dirci che hanno vinto eppure fioccano le analisi della sconfitta. Poco male, a sinistra sono secoli che si ripete la stessa scena.

Però l’aspetto più curioso e mortificante è che non si sta discutendo che le proposte politiche non fossero giuste o che non siano state capite ma si discute dei gesti del candidato (nel caso della Lega dei gesti di Salvini visto che la Borgonzoni era un ologramma a uso e consumo del leader leghista) e dell’impatto che quei gesti hanno avuto nei sondaggi.

Mi spiego: ieri in molti tra gli amici dell’ex ministro dell’inferno hanno contestato la scena del citofono (ve la ricordate, vero? Facciamo che non la ripetiamo per non insozzare il buongiorno, dai, su) perché non avrebbe funzionato. Capito bene? Il problema non è che sia stata una mossa sbagliata perché contro i principi di democrazia e di rispetto, no, è stata sbagliata perché ha fatto perdere voti.

Allo stesso modo a sinistra si è discusso di Bonaccini, della sua barba e dei suoi occhiali.

Sono convinto che se gli elettori potessero ascoltare le riunioni strategiche o le chiacchiere al cesso delle grandi menti delle campagne elettorali il prossimo presidente del consiglio sarebbe un cactus eletto in un partito per la liberazione degli olii minerali.

Questi continuano a usare la politica come marketing e infatti riescono a partorire leggi che sono utili come una sorpresa dentro l’uovo. Non c’è nulla di serio, di morale, di studiato, niente di niente. Per questo poi accade che una giovane ex eurodeputata che semplicemente studia e prende appunti e ama fare politica come Elly Schlein improvvisamente svetti in mezzo al deserto generale.

Fanno politica semplicemente perché i campi di calcetto erano tutti occupati. Ma con lo stesso spirito.

Evviva, dai. Buon giovedì.

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Ma anche se fosse, caro presidente Fontana?

Una delle caratteristiche di quest’epoca di bullismo politico spacciato come marketing dell’uomo forte è quello di pronunciare frasi imbecilli che mostrano la caratura di chi le pronuncia con la leggerezza di chi ha avuto una grande intuizione. Alla luce del risultato elettorale in Emilia Romagna (che evidentemente brucia parecchio dalle parti dei leghisti) il presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana (lo so, lo so, non vi ricordavate più di lui, tranquilli, normale) si è lanciato in un articolato pensiero politico: «Era difficile – ha detto Fontana -, per la sinistra era l’ultima ancora di salvezza, è stata fatta una mobilitazione degna dei tempi andati, si è vista in tv gente di più di 100 anni portata ai seggi, disabili accompagnati con i pulmini, una mobilitazione per salvare quel che resta di un’idea che ormai è svanita».

Prendiamoci una pausa: Fontana è lo stesso che due anni fa, in campagna elettorale proprio in Lombardia, affermò con candore: «L’Italia non può accogliere tutti i migranti perché tutti non ci stiamo, quindi dobbiamo fare delle scelte: dobbiamo decidere se la nostra etnia, se la nostra razza bianca, se la nostra società debba continuare a esistere o debba essere cancellata». Al tempo venne (giustamente) mandato a quel Paese praticamente da tutti e lui si difese parlando di un “lapsus”. Beato lui.

Questa volta però l’idea degli “anziani e dei disabili” che siano “scarti” che non dovrebbero essere “disturbati” per votare e che comunque abbiano voti che contino meno dei sani riflette in pieno l’idea di una certa superiorità di alcune persone rispetto a altre, quella volta per colore della pelle e questa volta invece per condizioni di salute. Insomma esiste per Fontana (e per parecchi leghisti) un’idea di normalità che si traduce in un cittadino tipo che dovrebbe avere più diritti degli altri e possibilmente anche meno doveri.

Dico, davvero serve altro? Perché per smutandare Fontana basterebbe chiedergli: “E anche se fosse che gli anziani e i disabili abbiano votato per Bonaccini?”. E lui rimarrebbe zitto. Parlerebbe di lapsus. La butterebbe in caciara. Come al solito. Eppure questa sua frase dice molto, moltissimo. Spiega tutto.

Ah, a proposito: tra i giovani il 60% ha votato Bonaccini. Diteglielo a Fontana.

Buon mercoledì.

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La svastica sulla Memoria

Serve un evento che plasticamente racconti l’aria intorno a questa Giornata della Memoria appena trascorsa qui in Italia nel 2020? Ecco qui: a Rezzato, Brescia, Madiha, una barista italiana di origine marocchine che sconta la colpa di avere una pelle più scura, ha ritrovato il suo bar Casblanca con la vetrina distrutta e il pavimento insozzato da insulti razzisti. C’era anche una svastica e siccome i fascisti sono anche cretini (è una legge matematica: non tutti i cretini sono fascisti ma tutti i fascisti sono dei cretini) l’hanno disegnata al contrario. Imbecilli.

L’evento fa il paio con la scritta comparsa nella notte tra il 23 e il 24 gennaio sulla porta dell’abitazione dell’ex staffetta partigiana Lidia Beccaria Rolfi, deportata a Ravensbruck come politica ma testimone dell’Olocausto.

Gente che piscia sui luoghi della memoria perché inquinare la memoria e la storia è l’unico atto politico di cui sono capaci, inetti come sono a scrivere una loro storia che non sia solo odio e violenza. Dei falliti che hanno la fortuna di questi tempi di essere trattati come degli imbecilli quando sono dei veri e propri criminali, sono la coda lunga della merda che ha coperto la civiltà nei suoi anni peggiori.

«Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò disprezzo, temo e odio gli indifferenti. Le parole di un grande intellettuale e uomo politico, Antonio Gramsci, rendono bene il senso di una malattia morale che può essere anche una malattia mortale. L’indifferenza racchiude la chiave per comprendere la ragione del male, perché quando credi che una cosa non ti tocchi, non ti riguardi, allora non c’è limite all’orrore. L’indifferente è complice»: l’ha scritto Liliana Segre, un’altra colpevole di essere sopravvissuta.

Se volete un termometro di questo tempo vi basta sfogliare la cronaca nera, putrida e turpe, che ci arriva regolarmente dagli angoli d’Italia. Una svastica sulla Memoria nel giorno della Memoria è qualcosa che non avremmo mai creduto di dover raccontare. E invece siamo arrivati fin qui. E quelli continuano a dirci che esageriamo, noi, a notare il sudiciume.

Buon martedì.

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